La nascita della collezione
Il gusto della collezione, ossia il piacere di possedere oggetti di pregio, è di origine antica e, se ci si riferisce all’atto individuale di collezionare, risponde a svariati motivi: prestigio sociale, ostentazione di potere e ricchezza, affermazione della propria cultura e desiderio di conservare oggetti rari consapevoli del loro valore. Il riconoscimento del valore estetico degli oggetti è quindi l’elemento distintivo del collezionismo.
La storia del collezionismo nel mondo classico può essere ricostruita solo per frammenti, come quella del collezionismo medievale, del quale tuttavia possiamo citare alcuni esempi significativi. Nella Francia del XII secolo, l’abate Surger di Saint-Denis raccoglieva tesori legati alla chiesa. Dagli scritti dell’abate, emerge il compiacimento per il possesso di questi oggetti preziosi, un atteggiamento in aperto contrasto con le tendenze della Chiesa, che condannava l’attaccamento ai beni terreni e, di conseguenza, non apprezzava il desiderio di circondarsene.
Surger obiettava ritenendo che nella bellezza delle opere d’arte risplende la grandezza divina e la loro contemplazione stimola l’elevazione spirituale di chi le possiede. Il collezionismo di Surger è tuttavia un episodio isolato, poiché era la Chiesa che raccoglieva e conservava oggetti sacri e profani, oggetti che andavano a costituire i tesori della cattedrale. Queste raccolte erano accessibili a tutti i fedeli ma non dovevano essere ammirate per il loro valore artistico o storico, ma per i poteri miracolosi attribuiti a ogni singolo oggetto.
Per quanto riguarda l’interesse all’arte classica nel Medioevo, spesso esso rispondeva a fini strumentali, come il riutilizzo di materiali antichi per la realizzazione di nuove costruzioni. Era raro quindi l’apprezzamento della classicità, salvo eccezioni. Presso la corte di Federico II di Svevia per esempio, il sovrano considerava la classicità come un valore da riscoprire. Ciò era però dettato da un fine politico, in quanto Federico II voleva ricollegare idealmente il suo regno all’Impero Romano, promuovendo quindi lo stile classico nell’architettura e nell’urbanistica.
A differenza del Medioevo, durante l’Umanesimo si elabora un modello culturale che ha come centro il mondo classico. È in questo periodo inoltre che si afferma l’idea di un luogo concepito non solo per gli studi e l’attività culturale, ma anche per la conservazione delle opere d’arte. Nasce così lo studiolo, un luogo separato dal resto dell’abitazione dove vi saranno collocati i materiali collezionati per favorire al meglio un dialogo ideale tra lo studioso e il passato. Gli oggetti collezionati hanno un ruolo soprattutto evocativo, servono a creare una sorta di ponte con l’antico, perdendo quindi la loro funzione originaria.
Definizione di museo dell'ICOM
L’ICOM (International Council of Museums) è un organismo fondato nel 1946 con lo scopo di creare un’organizzazione internazionale per la cooperazione tra musei. Nel 1951, l’ICOM formula una delle definizioni più complete di museo: “il museo è un’istituzione permanente, senza scopo di lucro, al servizio della società e del suo sviluppo, aperta al pubblico, che compie ricerche sulle testimonianze materiali ed immateriali dell’uomo e del suo ambiente, le acquisisce, le conserva, le comunica e specificatamente le espone per scopi di studio, di istruzione e diletto”.
L’ICOM definisce la museologia come una scienza applicata che studia la conservazione, l’educazione e l’organizzazione del museo. La museologia inizia ad esistere quando il museo diventa lo specchio della società che lo esprime. Le finalità del museo sono individuate non solo nello studio, ma anche dal piacere che proviene dalla contemplazione del patrimonio stesso. Questo comprende testimonianze materiali dell’umanità e dell’ambiente alle quali verranno aggiunte (nel 2004) le testimonianze immateriali, estendendo la tutela a tutto ciò che costituisce la memoria di una comunità, quali danze, canti popolari, dialetti.
Definizione di museo nei secoli
La definizione di museo ha subito continue trasformazioni, specialmente a partire dall’Ottocento. Ciò è dovuto all’idea di museo che si è modificata a seconda delle finalità e del ruolo che tale istituzione ha assunto nel tempo e nella società. Etimologicamente la parola museo deriva dal mouseion, luogo delle Muse. Le Muse erano figlie di Zeus e protettrici delle arti e delle scienze, patronate da Apollo. Erano nove sorelle che risiedevano nel Parnaso, dove amavano suonare, cantare e danzare per il Dio Apollo. Ciascuna Musa è in relazione ad una particolare “arte”.
In virtù di questa loro multiforme influenza, il termine museo assunse presto significati più vasti e, fin dal IV secolo a.C., cominciò ad indicare un luogo in cui si svolgevano studi, riflessioni e ricerche, oppure un luogo dove si raccoglieva ciò che veniva prodotto dalle varie arti. Il più famoso mouseion dell’antichità era quello annesso alla Biblioteca di Alessandria d’Egitto, creato dal faraone Tolomeo I nel III secolo a.C. Il termine le fu dato dal geografo Strabone, il quale utilizzò questo termine in riferimento ad un ambiente porticato.
Nella Biblioteca si conservavano i testi provenienti da tutto il mondo conosciuto, mentre nel mouseion si riuniva una comunità di dotti e filosofi per dedicarsi alla riflessione e alla discussione. Dalla testimonianza di Strabone ricaviamo che doveva trattarsi di un’Accademia e non emergono riferimenti a esposizioni di opere d’arte; anche quando il termine è stato ripreso in età umanistica, lo si utilizzava in riferimento agli ambienti dove si svolgeva un’attività intellettuale. Prime forme di “museo” si iniziano infatti ad avere nel Rinascimento con il gusto della collezione e la nascita degli studioli.
Paolo Giovio usa il termine per indicare un luogo deputato all’esposizione delle sue collezioni nel 1543. Questo era decorato con le 9 Muse, riprendendo quindi l’etimologia del termine. Una delle definizioni più complete si ha solamente nel 1951 da parte dell’ICOM, un’organismo fondato nel 1946 con lo scopo di coordinare i musei di tutto il mondo.
Definizione di museologia e differenza con la museografia
La museologia è una disciplina che, assieme alla museografia, si occupa della gestione dei musei. Entrambe le discipline si rivolgono allo studio del museo, ma da due differenti angolazioni. La museologia privilegia gli aspetti teorici del museo. Si pone come una riflessione sul museo, sulle sue finalità e il ruolo che deve assumere all’interno della società. Si occupa quindi dello studio delle collezioni e la loro interpretazione, della ricerca scientifica e della funzione conservatoria.
La museografia invece si occupa degli aspetti più pratici, come ad esempio le tecniche espositive, l’illuminotecnica, il sistema di comunicazione e i problemi di sicurezza legati sia all’oggetto esposto sia al pubblico, cioè tutto quello che riguarda il corretto funzionamento del museo. La museologia nasce nel 1955 con l’apertura della Galleria Nazionale di Perugia e il primo convegno di museologia. Nel 1957 venne organizzata a Milano una mostra dedicata alla museologia, con un percorso pensato per meglio comprendere le componenti di questa disciplina.
Un bravo museologo deve conoscere la storia del museo per porre dei cambiamenti e i vari modi di allestimento; vi era inoltre una parte dedicata al rinnovamento museale degli anni ’50. La museologia è quindi un’accezione moderna rispetto alla museografia, poiché quest’ultima termine compare per la prima volta nel 1727, nel titolo di un volume di Caspar Friedrich Neickel. Il volume è una descrizione dei musei del tempo, rivolta sia ad intellettuali sia ai lettori profani, viaggiatori desiderosi di apprendere.
L’intento di Neickel era quello di dare un’immagine di insieme delle principali raccolte europee, comprendenti sia elementi naturalistici sia artificiali, creati dall’uomo. Ci presenta quindi la museografia come scienza legata al funzionamento pratico del museo.
Lo studiolo
Fra il Trecento e il Quattrocento si afferma l’idea di un luogo concepito non solo per lo studio e l’attività intellettuale ma anche per la conservazione di opere d’arte e di oggetti preziosi. Nasce così lo studiolo, un luogo concepito per la riflessione, dove erano collocati gli strumenti di studio e i materiali collezionati favorivano un dialogo con il passato. Lo studiolo inizia ad apparire nei palazzi rinascimentale del ‘400 dove, seguendo l’esempio di Petrarca ad Arquà e la sua esaltazione della vita solitaria, è possibile ripensare alle epoche del passato, viste come una sorta di paradiso perduto.
Gli oggetti, collocati in scaffali (spesso decorati), hanno valore evocativo, sono semiofori, ovvero degli oggetti dotati di un significato. Una delle più importanti collezioni quattrocentesche era quella della famiglia Medici. Iniziata da Cosimo I il Vecchio e incrementata dal figlio Piero il Gottoso, ha il suo massimo splendore con Lorenzo il Magnifico. Grazie all’inventario redatto alla morte di Lorenzo (1492) possiamo ricostruire la consistenza e la disposizione.
Lo studiolo, collocato nel palazzo di Via Larga (oggi Palazzo Medici Riccardi), era decorato con 12 rotondi di Luca della Robbia raffiguranti i mesi (oggi conservati al museo Victoria and Albert Museum di Londra). In questa piccola stanza erano conservati i numerosi codici e manoscritti, con i testi degli autori antichi e moderni raccolti dalla famiglia, e il tesoro di gemme, pietre pressioni e piccoli bronzi antichi acquistati a Roma e altrove.
La collezione medicea continuava anche all’esterno, nei due cortili (dove le sculture antiche venivano messe a confronto con quelle moderne), nel giardino (dove il confronto era invece tra arte e natura) e nel giardino di San Marco. Questo dilatarsi della collezione al di fuori dello studiolo, occupando gli spazi esterni, costituirà un modello di riferimento per la disposizione delle raccolte nelle ville cinquecentesche.
In contrapposizione al collezionismo mediceo, dove vi erano motivazioni di prestigio sociale e politico, vi era Isabella d’Este, che collezionava solo per il gusto dell’arte. Isabella si fece costruire due ambienti all’interno del suo appartamento: lo “studiolo” e la “grotta” (un ambiente voltato a botte al di sotto lo studiolo, al quale si accedeva tramite una scala e un portale decorato in marmo). Isabella si ritirava nello studiolo per dedicarsi alla lettura, allo studio, alla corrispondenza. Inoltre vi radunò i pezzi più pregiati delle sue collezioni.
La grotta invece conteneva la collezione d’antichità, mentre lo studiolo aveva un programma decorativo basato su una serie di dipinti, a tema mitologico e allegorico, celebrativi di se stessa e della sua casata. Un altro studiolo importante che troviamo nel Quattrocento, è quello di Federico da Montefeltro. Lo studiolo di Federico, è uno degli ambienti più celebri del Palazzo Ducale di Urbino, ed è l’unico ambiente ad essere rimasto pressoché immutato.
Realizzato tra il 1473 e il 1476, furono chiamati sia artisti fiamminghi che italiani. Lo studiolo si trova al piano nobile del palazzo ed era lo studio privato del Duca. Il soffitto è a cassettoni dorati, raffiguranti le imprese ducali. Le pareti sono coperte da tarsie lignee, che creano effetti illusionistici di continuazione dell’architettura. Illusioni creati attraverso l’uso di complesse costruzioni prospettiche di oggetti geometrici, che creano un continuo scambio tra realtà e finzione, dilatando lo spazio della stanza altrimenti minuscola.
Queste sono attribuite a vari autori, tra cui Giuliano da Maiano e Baccio Pontelli su disegno di Botticelli e Francesco di Giorgio Martini. La decorazione lignea è divisa in due fasce: nella fascia superiore si ha un alternarsi di sportelli semiaperti, che rivelano armadi con oggetti, e di nicchie con statue. Gli oggetti ritratti alludono ai simboli delle Arti e delle Virtù; la fascia inferiore imita degli stalli con assi appoggiate sopra, sulle quali sono disposti strumenti musicali ed altri oggetti. In origine le pareti erano decorate nella parte superiore da un fregio contenente 28 ritratti di Uomini illustri del passato e del presente.
Nascita del museo pubblico del '700
A partire dal Settecento si hanno i primi musei, aventi uno scopo educativo e formativo. In Italia, per proteggere le raccolte nobiliari dalla dispersione era stato introdotto un vincolo che obbligava di trasmettere intatto il patrimonio da una generazione all’altra secondo la linea successoria del maggiorasco (cioè veniva trasmesso al parente più prossimo). Tale vincolo consentì la sopravvivenza di molte collezioni storiche, ma non ostacolò il commercio d’antichità incoraggiato dalla moda del Grand Tour.
Nella prima metà del Settecento vennero infatti venduti i marmi della collezione Giustiniani e vennero dissolte molte collezioni. La continua vendita del patrimonio artistico e archeologico, condusse nel 1733 a redigere l’Editto Albani, attraverso il quale si imponeva la protezione del patrimonio artistico e archeologico. Nella seconda metà del Settecento, la trasformazione delle raccolte principesche in musei rivolti al pubblico si espande in tutta Europa.
Le opere iniziano ad essere esposte in edifici preesistenti adattandoli alle necessità che imponevano tali beni, e si faceva sempre di più strada l’idea che il museo dovesse avere una struttura pensata per una finalità espositiva. In Italia la crescente migrazione di statue antiche indusse Papa Clemente XII a impedirne l’esportazione (Editto Albani, 1733), acquistando parte della collezione Albani che venne dotato dal papa alle collezioni capitoline, andando ad aggiungersi alla donazione di Papa Sisto nel 1471.
Nasce così la prima raccolta pubblica di antichità, inaugurata nel 1734 ed ordinata secondo nuclei tematici. I Musei Capitolini si trovano nella Piazza del Campidoglio, in due distinti palazzi (il Palazzo dei Conservatori e il Palazzo Nuovo) collegati da una galleria lapidaria sotterranea. L’allestimento delle opere conservate nei musei capitolini presenta delle novità: si ha l’abbandono di decorazioni alle pareti che appesantivano l’esposizione; non si ha più il sovraffollamento delle opere che invece ha caratterizzato le collezioni precedenti, prediligendo una visione isolata delle statue (poste al centro, in modo da consentire una visione a 360°); anche l’illuminazione assume importanza, al fine di chiarire l’esposizione. Ancora oggi la disposizione delle opere è sostanzialmente invariata.
In questi stessi anni, a Verona, nasceva un museo di matrice illuminista, avente la tendenza a separare gli oggetti a seconda della tipologia. Questo è il Museo Lapidario di Verona, museo interamente dedicato all’esposizione di epigrafi provenienti per la maggior parte dal territorio veronese. Fondato nel 1738 da Scipione Maffei, il museo raccoglie epigrafi antiche e le pone in una struttura museale e le allestisce in modo tematico-cronologico, abbandonando quindi l’idea che il museo era una semplice raccolta di oggetti.
Il museo concepito da Maffei è costituito da un semplice porticato che circonda su tre lati il cortile antistante. Poiché lo scopo è quello di consentire la lettura delle lapidi, addossate al muro di fondo e disposte in ordine cronologico, il porticato è basso, coperto con volte a crociera e retto da colonne doriche. Inaugurato nel 1746, il museo abbandona l’estetica barocca in favore del razionalismo illuminista con l’idea della galleria progressiva, che mostra passo passo la progressione dell’arte del disegno.
I musei fin qui descritti sono il frutto di una trasformazione o di un adattamento di edifici preesistenti. Allo stesso tempo si faceva strada l’idea che il museo, in quanto edificio autonomo, dovesse avere una struttura pensata con finalità espositive, funzionale ai suoi contenuti, con una distribuzione delle sale adatta e con fonti di illuminazione adeguate: ci si interrogava quindi sulla forma e sulle funzionalità da dare al museo. Nel 1770 circa uno dei primi edifici con specifica destinazione museale fu costruito a Kassel per ospitare la collezione enciclopedica di Federico II, ordinata per tipologie.
Nascita della galleria
Il concetto di studiolo si evolve nel Cinquecento, quando matura l’idea del coinvolgimento del pubblico con il quale condividere il piacere della contemplazione delle opere d’arte. Il concetto di esporre i dipinti e le sculture all’esterno nasce però molto tempo prima. Si hanno infatti prime testimonianze nell’Acropoli di Atene. Pausania (scrittore e geografo greco, 110-180), nell’opera Periegesi della Grecia, descrive un luogo esterno dove erano esposti dipinti e sculture al fine di passeggiare, ammirare e discutere della qualità delle opere esposte.
Anche l’architetto e il teorico Vitruvio (I secolo a.C.) scrive sulle “gallerie”, descrivendole come lunghi portici coperti e come il luogo più adatto ad esporre grandi opere. Prime fonti di “gallerie” in Europa si hanno in Borgogna, a Bourges, dove il palazzo reale era dotato di una lunga galleria. Inizialmente costruita per mettere in comunicazione i diversi corpi di fabbrica, venne allestita successivamente per l’esposizione di opere d’arte, trofei di caccia e armature, assumendo quindi una funzione espositiva. Tra il 1528 e il 1530, nel castello di Fontainebleau, Francesco I fece costruire e decorare una galleria con una
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