Il ‘68 studentesco e il ‘69 operaio (in Italia)
1.
In Italia dalla caduta del fascismo fino al ’74 si contano 36 governi. C’era
quindi una forte instabilità delle coalizioni governative. → Inadeguatezza del
sistema politico.
Era al governo il democristiano Rumor (insediatosi nel dicembre 1968)
durante la fase più acuta del “biennio rosso”, cioè le lotte operaie e
studentesche che agitarono università, fabbriche e piazze italiane nel
1968/69.
Le prime agitazioni universitarie scoppiarono nel 1967, in una protesta per le
strutture universitarie italiane, antiquate rispetto all’evoluzione del mercato del
lavoro. Gli studenti tentarono di avviare una nuova didattica, con assemblee e
controcorsi. Un’altra causa delle proteste è da individuare nel nuovo
internazionalismo che aveva portato i giovani a mobilitarsi per la “guerra
sporca” in Vietnam.
A febbraio del ’68 tutte le facoltà della Sapienza di Roma vennero coinvolte
nella protesta e il rettore chiese l’intervento della polizia. A marzo le
occupazioni si estero a tutta l’Italia e gli scontri con la polizia diventarono
sempre più frequenti.
Poi l’agitazione si spostò all’intera società, contestata per i nuovi valori
dilaganti dopo il boom (consumismo e individualismo), ma anche per le
culture imperanti nella società italiana (quella marxista, incarnata dal PCI,
subordinata al modello sovietico e poco radicata; quella cattolica, che non si
occupava veramente dei poveri).
Gli studenti in lotta si professavano estranei a tutti i partiti, ma la loro
polemica investiva soprattutto la DC, al potere da oltre 20 anni.
Nella seconda metà del ’68 la protesta degli studenti tentò di darsi una nuova
dimensione organizzativa. Nacquero così i gruppi extraparlamentari,
politicamente collocati a sinistra del PCI, caratterizzati dal rifiuto
dell’esperienza sovietica. I gruppi più influenti a Milano furono Avanguardia
operaia e Movimento studentesco.
Nel 1969 iniziarono le lotte operaie, anticipate dalle grandi vertenze sindacali
sull’abolizione delle zone salariali e sulle pensioni. Nel 1969 erano in
scadenza 46 contratti nazionali di lavoro. Le lotte coinvolsero tutte le grandi
fabbriche italiane (specialmente la FIAT e la Pirelli). Le richieste riguardavano
i salari e gli assetti organizzativi in fabbrica.
A settembre del ’69 CGIL, CISL e UIL proclamarono uno sciopero dei
lavoratori dell’industria e nel mese successivo fu firmato il contratto dei
metalmeccanici, che riuscirono a strappare consistenti incrementi nella busta
paga.
Dopo questo periodo, definito “autunno caldo”, i maggiori sindacati (CGIL,
CISL e UIL) avviarono una progressiva unificazione, riconoscendosi in un
programma comune, che si concentrava sul problema delle condizioni dei
lavoratori. Così, nel 1970, dopo l’aumento dei salari, fu anche varato lo
Statuto dei lavoratori, che garantiva alcuni diritti fondamentali (es. divieto di
licenziamenti arbitrari).
Hitler: la tattica diplomatica dal 1933
2.
I consensi della Nsdap crebbe alle elezioni del 1930 e divenne partito di
maggioranza relativa nelle elezioni del 1932. Si apriva così l’ascesa al potere
di Hitler, che nel 1933 fu nominato cancelliere dal presidente Hindenburg. Gli
bastarono pochi mesi per costruire uno stato dittatoriale, puntando alla
fusione “totalitaria” tra Stato e nazione.
Hitler aveva descritto il suo disegno di politica estera per la rinascita della
Germania nel libro Mein Kampf (La mia battaglia). Erano previste 3 tappe: 1.
Liberare la Germania dai vincoli della “schiavizzazione” di Versailles; 2. La
costruzione di una “grande Germania”, attraverso la riunificazione di tutti i
Tedeschi d’Europa nei confini del Terzo Reich; 3. La costruzione di uno
spazio vitale tedesco in Europa, assoggettando i popoli inferiori.
Nel 1933 Hitler varò la legge “per la protezione del popolo tedesco” che
soppresse tutti i diritti politici costituzionali, mise fuori legge tutti i partiti e
sancì l’unità indissolubile tra lo Stato e il Parlamento nazionalsocialista. Nello
stesso anno fu creata la polizia segreta di Hitler, la Gestapo, affidata a
Himmler e affiancata dalle SS.
Per quanto riguarda la politica internazionale, nel 1933 Hitler ritirò i
rappresentati tedeschi dalla Società delle nazioni.
Il 2 agosto 1934 Hitler si proclamò presidente del Reich e capo delle forze
armate, assumendo il titolo di Fuhrer, l’uomo in grado di riassumere nella sua
persona l’idea stessa di Stato. Nello stesso anno tentò l’annessione
dell’Austria, ma il progetto fallì.
Nel 1935 Hitler passò dal riarmo coperto al riamo palese. L’economia tedesca
superò la crisi e ci fu una diminuzione della disoccupazione. Nel 1936 però, il
ministro dell’economia avvertì che si erano toccati i limiti di espansione
economica. Così Hitler decise di accelerare i processi di espansione
territoriale. La Francia e la Gran Bretagna, ultimi due membri della Società
delle nazioni, usarono un approccio definito “pacificazione”, che consisteva
nell’accettazione delle annessioni territoriali tedesche compatibili con
l’equilibrio europeo.
Nel 1936 la Germania aveva rinsaldato i propri rapporti con l’Italia con
l’accordo chiamato Asse Roma-Berlino e li aveva perfezionati con l’adesione
italiana (1937) al patto Anticomintern (contro l’Urss e l’Internazionale
comunista), già firmato dal Giappone.
Nel marzo 1938 Hitler occupò militarmente l’Austria per annetterla al territorio
del Terzo Reich. A settembre pretese di annettere una parte della
Cecoslovacchia, la regione “tedesca” dei Sudeti. Francia, Germania, Gran
Bretagna e Italia si riunirono alla conferenza di Monaco indetta da Mussolini e
conclusero di lasciare tale regione alla Germania.
Nel 1939 Hitler occupò Praga e impose lo smembramento della
Cecoslovacchia in protettorati sottomessi al Reich nazista. A maggio dello
stesso anno Germania e Italia strinsero il Patto d’acciaio, un’alleanza militare
in vista di una guerra ritenuta imminente.
Nell’agosto del 1939, Germania e URSS firmarono il patto di non aggressione
Ribbentrop-Molotov. Tale patto prevedeva un protocollo segreto che sanciva
l’URSS potesse annettere al suo territorio una parte della Polonia. Subito
dopo Gran Bretagna e Polonia firmarono un trattato di alleanza, ma era tardi
per fermare Hitler.
Nel settembre del 1939 Hitler invase la Polonia, per annettere il “corridoio
polacco” che divideva il Terzo Reich. Subito dopo Gran Bretagna e Francia
dichiararono guerra alla Germania. Era l’inizio del secondo conflitto mondiale.
Le rivoluzioni del 1978 e la crisi politica in Italia (crisi della
3. solidarietà internazionale)
Nel 1978 l’Italia si trovava in una situazione politica fortemente instabile, in
cui i governi duravano mediamente meno di un anno e non riuscivano ad
affrontare le emergenze (economiche e terroristiche) e i cambiamenti sociali
che stavano contraddistinguendo gli anni di piombo.
In questo clima, Aldo Moro, presidente della DC, decise di prendere in
considerazione la prospettiva del “compromesso storico” indicata da
Berlinguer, ossia la prospettiva di un’intesa e di una collaborazione delle forze
popolari di ispirazione comunista con le forze popolari di ispirazione cattolica.
Per Moro era necessario chiamare gradualmente il PCI a partecipare al
governo, per favorire l’avvicinamento tra maggioranza e opposizione, con
l’obiettivo finale di una democrazia efficiente.
Il disegno di Moro e di Berlinguer si concretizzò nel 1978 con il varo di un
governo di solidarietà nazionale presieduto da Giulio Andreotti, con
l’appoggio del PCI.
Il giorno dell’insediamento del governo di Andreotti, il 16 marzo 1978, Aldo
Moro fu rapito dall’organizzazione terroristica di orientamento comunista delle
Brigate Rosse. Fu tenuto prigioniero per 55 giorni a Roma, nella “prigione del
popolo”, dalla quale scrisse lettere alla famiglia, a diversi esponenti politici e
persino al Vaticano, ma la DC e il PSI scelsero la politica della fermezza. Il 24
aprile 1978 le BR diedero l’ultimatum, chiedendo la scarcerazione di 13
terroristi in cambio della liberazione di Moro. Non ottennero risposta e il 9
maggio Aldo Moro fu trovato morto nel bagagliaio di una Renault rossa,
abbandonata in centro a Roma. Il suo assassinio pose fine ad ogni
prospettiva per la linea del compromesso storico. Aldo Moro era la
personalità di coesione tra la DC e il PCI, nonché lo stratega della loro
collaborazione. La mossa delle BR fu quindi interpretata come volta a colpire
proprio questa collaborazione e come rifiuto di inserimento dei comunisti
nell’area di governo.
Nel gennaio del ’79 il PCI ritirò il proprio appoggio e Andreotti si dimise. Con
elezioni anticipate si insediò un nuovo governo con a capo Francesco
Cossiga, con una maggioranza formata dalla DC, dal PSDI e dal PLI, con
l’appoggio esterno dei socialisti.
Gli anni ’70 furono anche contraddistinti dalla rivoluzione del ruolo della
donna nella società italiana. L’industrializzazione avvenuta negli anni ’60 e
l’abbandono delle campagne da parte di molte famiglie avevano introdotto
significativi cambiamenti nel nostro Paese. Nelle grandi città le donne
avevano la possibilità di studiare e di lavorare.
All’inizio degli anni ’70 c’era stato il baby boom, caratterizzato da un forte
incremento delle nascite, ma alla fine del decennio c’era stato invece un calo,
perché ormai le donne volevano vivere consapevolmente la sessualità, la
maternità e il matrimonio. Questi sono stati infatti anche gli anni dei
referendum sul divorzio (1974) e sull’aborto (1981), entrambi non abrogati.
Questi esiti furono molto preoccupanti per la DC perché erano la prova
evidente che la Chiesa stesse perdendo repentinamente la propria influenza
sulla vita morale della popolazione italiana.
Le militanti di sinistra non si riconoscevano nei partiti tradizionali, dominati
dagli uomini ed iniziarono a creare gruppi autonomi di donne, che
discutevano di diritti civili e di autocoscienza. A Roma nacque il Movimento
per la Liberazione della Donna, che poi divenne il Fronte Italiano di
Liberazione Femminile, attestato su posizioni marxiste, e nel 1972 fu fondato
anche il gruppo Lotta Femminista.
Nel 1975 il Parlamento era riuscito a portare a termine la revisione del diritto
di famiglia. La nuova legge prevedeva tra le altre cose: la parità giuridica tra i
coniugi e la patria potestà di entrambi sui figli.
Il Sessantotto: fenomeno globale e i suoi aspetti italiani
4.
Con il termine “Sessantotto” si fa riferimento ad un insieme di grandi
movimenti di massa, socialmente disomogenei (operai, studenti, gruppi etnici
minoritari), formati spesso per aggregazione spontanea, che attraversarono
quasi tutti i Paesi del mondo con la loro carica contestativa e sembrarono far
vacillare interi sistemi politici, in nome di una trasformazione radicale della
società.
Il movimento nacque a metà degli anni ’60 in Francia e raggiunse il suo apice
proprio nel ’68. In Europa e negli USA un vasto schieramento di studenti e
operai prese posizione contro l’ideologia della nuova società dei consumi.
In Francia la protesta assunse toni molto violenti nel maggio del ’68 e parve
trasformarsi in una rivolta contro lo stato. Le contestazioni iniziarono per un
progetto governativo di razionalizzazione delle strutture scolastiche, che
avrebbe ridotto gli studenti universitari attraverso una selezione, per
rispondere meglio alle esigenze delle industrie avanzate (Piano Fouchet). Gli
studenti e i professori progressisti dell’università di Nanterre decisero di
scioperare; poi la protesta si allargò e diede vita al movimento della
primavera del ’68. A maggio, l’occupazione della Sorbona da parte degli
studenti rappresentò il momento di rottura, contrassegnato da scontri con la
polizia. Le 13 organizzazioni studentesche proclamarono lo sciopero
generale, al quale aderirono anche molti lavoratori: la Francia era paralizzata
e le richieste iniziarono ad entrare anche nel campo politico. De Gaulle, con
l’appoggio dell’esercito, sciolse il Parlamento e indisse nuove elezione, che
furono vinte dai gollisti.
Negli Stati Uniti, il movimento era nato nelle università del Nord, legandosi
alla battaglia per i diritti civili dei neri, e aveva come obiettivo quello di
eliminare la segregazione razziale negli stati del Sud. La protesta si schierò
anche contro la guerra in Vietnam, assumendo la forma di un conflitto
antimperialista.
Le battaglie portate avanti dai neri per i propri diritti si dividevano in un filone
pacifista, guidato da Martin Luther King, un pastore battista apostolo della
non violenza; e un filone intransigente, quello delle Pantere Nere, guidato da
Malcom X, che chiedeva la formazione di un potere nero, contrapposto a
quello dei bianchi. Furono uccisi nel ’65 (Malcom X) e nel ’68 (MLK).
In Cina il ’68 rappresentò il momento più acuto della rivoluzione culturale
avviata nel 1966. Il sistema di potere del Paese venne trasformato. Il
movimento studentesco fu subito appoggiato da Mao Tse-Tung, che lo utilizzò
come strumento di pressione contro l’opposizione interna. All’inizio del ’68 si
temeva le guerra civile, ma poi la tensione si allentò: si imposero i “comitati
rivoluzionari” e gli avversari di Mao vennero emarginati.
Italia: vedi domanda 1.
Ci furono movimenti minori anche in altri Paesi come la Polonia, la
Jugoslavia, il Giappone, il Messico e la Cecoslovacchia.
La dittatura di Stalin: “socialismo in un solo Paese” e
5. industrializzazione forzata
Nell’aprile del 1922, Stalin fu eletto segretario generale del Partito bolscevico,
subentrando a Lenin, che era malato e morì nel 1924.
Nel dicembre del 1922, il nuovo Stato assunse il nome di Unione delle
Repubbliche socialiste sovietiche (URSS), in cui si federarono inizialmente la
Repubblica socialista russa, quella ucraina, quella transcaucasica e quella
bielorussa.
Nel 1923 la nuova Costituzione assegnò al Partito bolscevico, ribattezzato
Partito comunista dell’Unione Sovietica (PCUS), il ruolo di partito unico,
mettendo al bando ogni forma di opposizione.
Oltre a Lenin, un altro leader Russo era Trockij, il creatore dell’Armata rossa.
Tra i due c’erano contrasti dovuti a divergenze teoriche e politiche. Trockij
riteneva che l’isolamento internazionale avrebbe costretto l’URSS a subire il
peso della propria arretratezza e a dedicare enormi risorse alle spese militari
per difendersi. Per lui l’URSS avrebbe dovuto esportare la rivoluzione in tutto
il mondo capitalistico, secondo la dottrina della rivoluzione permanente. Stalin
sosteneva invece la teoria del socialismo in un solo Paese, da cui discendeva
l’idea della rivoluzione per tappe: prima si doveva consolidare la società
comunista in URSS, poi se fosse stato conveniente, si sarebbe potuto
proseguire. Per questo puntò sul rafforzamento delle strutture del regime,
rendendo sempre più spietata la dittatura.
Trockji fu destituito dalla carica di commissario del popolo per la guerra
(1925), espulso dal partito (1927), esiliato (1928) e infine ucciso in Messico
(1940). Stalin si sbarazzò di tutti gli oppositori attraverso le “grandi purghe”
(1936-38): un’ondata di grandi processi che portò all’eliminazione dei vecchi
rivoluzionari. A tali processi-farsa si sommò il “grande terrore” (1937-38), una
repressione di massa, fatta di arresti, deportazioni e fucilazioni, che colpì tutti
coloro che vennero considerati “antisovietici”. Stalin fece rinchiudere 18
milioni di persone in campi di lavoro forzato (gulag), come fonte strategica di
manodopera. Molti vi morirono.
Per Stalin il nodo centrale dell’economia sovietica divenne
l’industrializzazione, giudicata insufficiente. Per avere le risorse economiche
per attuarla, decise di aumentare le tasse dei contadini ricchi (i kulaki) e
aumentare il divario dei prezzi tra i prodotti agricoli e quelli industriali, a
scapito dei primi. Fu l’avvio di una seconda ondata rivoluzionaria (dopo quella
del ’17). Le conseguenze furono una drastica accelerazione dei ritmi
dell’industrializzazione e una rapida collettivizzazione delle terre. Alle piccole
proprietà si sostituirono aziende agricole gestite dallo Stato e fattorie condotte
collettivamente dai contadini. Per piegare la resistenza dei contadini si
adottarono metodi di estrema violenza. Nel 1930 fu avviata la
dekulakizzazione, cioè l’eliminazione dei kulaki che svolgessero attività
controrivoluzionaria, la loro deportazione e la confisca dei beni. Le rivolte
contadine sommate ad anni di cattivi raccolti portarono ad una terribile
carestia (1932-33).
Anche se con costi umani altissimi, le scelte violente di Stalin portarono ad un
importante sviluppo dell’industria a partire dagli anni ’30 (mentre il resto del
mondo attraversava la crisi del ’29). Il sistema economico sovietico si basava
sulla politica della pianificazione: un piano elaborato a tavolino dal potere
centrale programmava gli obiettivi produttivi da raggiungere e stabiliva i
prezzi delle merci e le quantità dei flussi commerciali. I tre piani quinquennali
(dal 1928 al 1941) trasformarono radicalmente il volto dell’URSS,
collocandola al terzo posto nella produzione industriale mondiale, dopo USA
e Germania. La crisi del ’29 influì anche sull’URSS impedendole gli scambi
commerciali previsti e obbligandola a contare sol
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