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Come progettare al nido

Storia dello spazio

Verso la metà del secolo scorso gli spazi adibiti ad accogliere i bambini più piccoli rispondevano ai bisogni di custodia, assistenza e sorveglianza. Gli asili istituiti dall'OMNI avevano come modello di riferimento gli ospedali e risultano essere spazi chiusi e isolati finalizzati soltanto alla tutela del benessere del bambino e della sua salute. Uno scopo era quello di limitare i contagi, le malattie e di diffondere l'igiene e la corretta nutrizione. In tale ottica vigevano regole molto severe ed una separazione quasi assoluta fra bambini e genitori: la separazione tra genitori avveniva sulla soglia e i bambini venivano subito cambiati completamente con grembiuli tutti uguali e puliti. Le madri avevano il permesso di accedere all'asilo solo per l'allattamento. La suddivisione dei bambini avveniva in base allo sviluppo alimentare: lattanti, semi-divezzi e divezzi. Il tempo della giornata era scandito dal ciclo igienico alimentare, gruppi di 30 o 40 bambini convivono in un'unica stanza con non più di due o tre persone che li accudivano. Non si impostava un progetto di cura, di attività o di gioco. Inoltre, le manifestazioni emotive non erano valorizzate ed i legami di attaccamento considerati ha una inopportuna dipendenza. Gli obiettivi di queste strutture erano soprattutto la sicurezza e l'incolumità del bambino. Proprio per questo, venivano utilizzati box che limitavano i movimenti e la libera esplorazione del bambino e girelli che fornivano al bambino un'illusione di indipendenza. A volte venivano utilizzati box multipli proposti come strumento di socializzazione. L'arredamento era freddo, pulito e ordinato, la dimensione affettiva poco curata. Infine, il salone era molto ampio, libero e non aveva diversificazione funzionale infatti molto spesso era caotico e rumoroso.

Cosa significa che lo spazio costituisce un educatore implicito/educatore invisibile?

Lo spazio viene considerato come educatore invisibile perché noi possiamo ribellarci alle proibizioni imposte dai genitori, mentre i permessi e i divieti dettati dall'ambiente sono profondamente efficaci e ineludibili, poiché agiscono a livello di inconscio e non sempre vengono riconosciuti come esterni a noi. Lo spazio non può essere inteso come un semplice contenitore dell'azione didattica, un assetto fisico modificabile senza considerare le componenti simboliche del contesto. Lo spazio esistenziale va progettato, costruito, curato e rinnovato per diventare dimora e di conseguenza poter essere abitato. Lo spazio deve essere progettato, rivisto in continuazione e migliorato se vi è la possibilità in quanto rappresenta un elemento indispensabile del processo educativo. Bambino, educatore e spazio crescono insieme in una relazione dinamica in cui hanno intensi legami di interdipendenza fra loro e ciascuno influenza l'altro a sua volta.

Il cestino dei tesori e il gioco euristico

Sono due tipologie di attività elaborate da Elinor Goldschmied partendo dall'osservazione attenta dai bambini ed alla volontà di utilizzare materiali naturali o di recupero. Il cestino dei tesori si può proporre dai 7-8 mesi, quando riescono a stare seduti in modo autonomo e senza supporti, fino a 12-15 mesi, quando non sono interessati a muoversi. Viene utilizzato un cesto, possibilmente di vimini, ampio, capiente e stabile in cui inserire una grande varietà di materiali naturali e di recupero che i bambini possano comodamente afferrare ed esplorare. Nello svolgimento dell'attività si posizionano attorno al cesto due o tre bambini, appoggiandoli di lato in modo che possano arrivare facilmente agli oggetti. Il bambino esercita tutti i sensi: guarda, tocca, afferra, succhia, annusa. Il gioco euristico si può proporre ai bambini nel secondo anno di età, quando si sanno muovere liberamente. Il gioco consiste nel dare a un gruppo di bambini, per un tempo definito, una quantità di oggetti diversi e contenitori di varia natura con i quali giocare liberamente senza intervento dell'adulto. Per 6-8 bambini sono necessarie almeno 15 varietà di giochi. Interattività il bambino scopre, discrimina, paragona e risponde al suo bisogno di scoprire da solo il modo in cui gli oggetti si comportano nello spazio. È importante anche il momento del riordino dei materiali nelle sacche che serve per chiudere l'attività, ma avviene anche con la collaborazione attiva dei piccoli che in tale occasione sviluppano importanti facoltà cognitive (di distinzione, seriazione, raggruppamento, percezione spaziale, individuazioni dei colori). Sia il cestino dei tesori che il gioco euristico sono approccio che dimostrano che il bambino è in grado di concentrarsi anche per tempi lunghi, liberano la creatività dell'adulto e stimolano il pensiero divergente.

Lo spazio esterno si progetta o si vive?

Da quasi 200 anni il giardino fa parte della storia d'infanzia e numerosi autori lo hanno messo al centro dei loro progetti educativi. In particolare, grazie alle sorelle Agazzi, il giardino ha iniziato ad essere un effettivo luogo di vita, non tanto come occasione di crescita, quanto occasione da usare didatticamente per imparare qualcosa che si ritiene utile apprendere. Per molto tempo, pur essendo considerato uno spazio importante, non è stato pensato pedagogicamente dal punto di vista dello sviluppo motorio, sensoriale, emotivo, sociale ed estetico. Anche oggi si cade nell'ottica adulto docente che deve per forza insegnare qualcosa al bambino anche nel giardino. Lo spazio esterno deve essere inteso come risorsa importante per consentire l'allargamento e l'arricchimento dell'esperienza. Le potenzialità educative dello spazio esterno si esprimono solo se tale spazio viene utilizzato con regolarità e continuità, in tutte le stagioni, senza limitare l'uso alle situazioni di grande motricità e di socializzazione allargata. Il giardino deve essere organizzato in sotto spazi articolati. Deve essere utilizzato dai piccoli, medi e grandi, evitando però situazioni di affollamento. Anche negli spazi esterni deve essere prevista una programmazione dei materiali e degli strumenti. Spesso alcune caratteristiche, per esempio l'ampiezza degli spazi, l'insufficiente strutturazioni di angoli al loro interno, dei giardini fanno sì che questi vengano utilizzati principalmente come luoghi per lo sfogo fisico, motricità, gioco libero, pensati per i momenti di pausa e per attività completamente diverse da quelle che avvengono all'interno. In ogni momento trascorso al nido, sia che questo si svolga all'interno o all'esterno, i bambini possono conoscere il mondo.

Il bambino costruisce il proprio spazio in che senso? Non è l'educatore che costruisce il proprio spazio?

Lo spazio personale all'interno del nido, personalizzazione dello spazio

Il bambino non può essere considerato soltanto il principale destinatario del servizio, ma egli va il più possibile reso partecipe della progettazione degli spazi dell'asilo nido. Solo così egli vive l'ambiente come proprio e oltre a scoprirlo può modellarlo e reinventarlo. Il nido diventa un luogo fatto non solo per loro, ma anche con loro. Il bambino deve sentire di appartenere a quel luogo ed è opportuno che possa ritrovare in esso segni di sé come giochi, oggetti, biancheria, foto per farlo sentire riconosciuto, accolto e amato. È opportuno riservare all'interno dello spazio comune delle zone fruibili in modo individuale così da ritagliare uno spazio personale nello spazio collettivo. Ciò è importante perché lo spazio riveste un significato identitario e cioè costituisce un fattore che concorre alla costruzione dell'identità. Il primo bisogno del bambino è di stare bene con sé stesso, solo a partire da questo si può creare un rapporto con gli altri, in primis con l'educatore e poi con il gruppo dei pari.

Gesto interrotto che cos'è

È un'espressione utilizzata da Emmi Pikler: è un gesto secondo cui l'educatore inizia un movimento e consente al bambino di continuare. Indica la necessità di non ritenere tutto completo, ma lasciare uno spazio perché l'altro possa completarlo. Si tratta di iniziare un'azione e consentire all'altro di terminare secondo i propri ritmi e le preferenze del momento. Il gesto interrotto non sostituisce, ma integra l'azione dell'altro. La scelta dell'altro può essere molto diversa da quella che avevamo pensato, ma ciò ci costringe a riconoscere l'autonomia del soggetto in formazione e i limiti del nostro intervento.

Breve storia della documentazione, perché una documentazione forte può cambiare la visione della realtà?

La documentazione è una modalità attraverso la quale gli educatori e i bambini portano i genitori dentro la vita del nido. L'attenzione a tenere traccia degli avvenimenti e coinvolgere i genitori ha una recente storia. Negli ultimi decenni la documentazione pedagogica è andata via via aumentando di importanza ed è ormai riconosciuta come pratica indispensabile per garantire la memoria, l'identità e la qualità dei contenuti educativi. L'azione educativa assume pieno significato solo se viene fissata, rievocata, riesaminata, analizzata, ricostruita e condivisa. Nel passato ha avuto in una prima fase una funzione sociale in cui veniva usata soprattutto in difesa della scelta del nido e dall'allontanamento del bambino dalla famiglia. I materiali prodotti sono quasi uno strumento per rassicurare l'esterno su quel che accade fra le mura dell'asilo nido. Una seconda funzione è stata quella didattica in cui si propone il nido come luogo che offre più stimoli e più occasioni di apprendimento, aiutando il bambino a conquistare autonomia mediante la documentazione i genitori possono apprezzare quanto fanno i bambini e vederne le potenzialità. Infine, si ha la fase della partecipazione diretta ovvero un coinvolgimento pratico nella vita del nido che si traduce anche nella richiesta ai genitori di portare materiali, svolgere mansioni precise ed essere impiegati in specifiche attività indicate dagli educatori.

Documenti deboli e documenti forti

La teoria della documentalità messa a punto dal filosofo Maurizio Ferraris sostiene che quando l'attività sociale viene registrata può essere esposta a discussioni, riflessioni ed ulteriori costruzioni. Secondo Ferraris i documenti si distinguono in forti che hanno il potere di cambiare la realtà sociale e deboli cioè semplici registrazioni di fatti, privi di potere sociale. Ci sono alcuni eventi del mondo sociale che appaiono significativi e sono perciò degni di essere ricordati, mentre ve ne sono altri che non è il caso di trattenere e condividere. Quando il materiale degno di essere ricordato viene interpretato e diventa oggetto di condivisione, si inizia a costruire una cultura pedagogica e una pratica educativa. La documentazione pedagogica può essere definita come un complesso di operazioni volte a mantenere memoria delle esperienze che il servizio educativo ha realizzato, al fine di comunicare, confrontare e trasformare le pratiche educative.

Documentazione, per chi documentare, in che senso si documenta per i bambini?

Cosa è necessario fare oltre la documentazione? Cosa dovrà fare l'educatore?

I fruitori della documentazione sono: i genitori, i bambini e gli educatori stessi.

  • Le famiglie: Accogliere un bambino significa accogliere la famiglia. Un motivo centrale della documentazione pedagogica è quello di condividere il percorso del bambino per colmare il vuoto e l'assenza della famiglia nelle ore che il piccolo trascorre nel servizio per l'infanzia. Attraverso filmati, foto, cartelloni e didascalie, i genitori sono posti nella condizione di comprendere il modo in cui procede l'apprendimento e si svolgono le attività proprie della routine del nido. I genitori vedono che i bambini sono soggetti capaci e possono approfondire la conoscenza del figlio e vedere quali sono nell'ambiente extrafamiliare le sue preferenze, i suoi interessi, le sue modalità di relazione con gli altri. Tipi di strumenti sono il diario personale del bambino, il quaderno di lavoro e il portfolio. Attraverso il diario personale hanno modo di conoscere le esperienze vissute dal figlio all'interno del nido. La conoscenza delle attività rende i genitori più disponibili a partecipare e a conoscere la vita del servizio e li fa sentire accolti. L'esposizione dei materiali aiuta a colmare vuoti, assenze e mostra un bambino sereno e coinvolto nelle attività. Questa è una buona occasione per creare fiducia perché il genitore vede l'educatrice che si interessa all'individualità di ogni bambino e sicura di lui. Si devono documentare anche i tempi vuoti. Il quaderno di lavoro è uno strumento di rilevazione ad uso degli educatori e del coordinatore in cui si raccolgono osservazioni, note, prima ipotesi e interpretazioni sugli avvenimenti e di vissuti. Mentre il portfolio è l'insieme della documentazione relativa al bambino e alla sua vita nei servizi per l'infanzia. Qui l'attenzione si concentra sul singolo a differenza invece del quaderno di lavoro.
  • I bambini: Per un bambino piccolo è importante leggere nell'ambiente le tracce e i segnali lasciati dalla propria presenza. Quando la documentazione è maggiormente rivolta ai bambini si alza il livello di ascolto della soggettività di ciascuno di loro. È importante il messaggio che il loro essere e il loro fare sono importanti e interessanti. Vedere i propri percorsi di crescita riprodotti in una documentazione equivale a sentirsi presenti nel pensiero di qualcuno che conosce e valorizza le nostre potenzialità. Il bambino ascoltando le registrazioni, i lavori fatti, i cartelloni può avere un'identità positiva e diventare sempre più sicuro di sé, di quello che ha fatto, di quello che è il suo percorso, diviene consapevole delle proprie potenzialità. Il bambino è un soggetto attivo di apprendimento, non solo un destinatario finale passivo di attività e percorsi che gli altri hanno pensato per lui. La documentazione comunica ai bambini che le loro idee e i loro gesti sono presi seriamente in considerazione, così vengono incoraggiati ad ampliare e approfondire le loro capacità. Delle ricerche rilevano che l'uso della documentazione aumenta la memoria nei bambini e che, se esposti alla riflessione sulla documentazione, producono più discorsi.
  • Gli educatori: L'educatore costruisce il proprio sapere attraverso l'approfondimento critico della propria azione professionale e lo restituisce. La documentazione si propone come uno strumento di autovalutazione e autoinformazione che consente il passaggio dal fare esperienza all'avere esperienza. Il documentare favorisce l'esame retrospettivo del proprio operato e può stimolare atteggiamenti autocritici. Per l'educatore la documentazione ha due essenziali funzioni: una interna, che consente di riflettere sulla propria pratica prendendola come punto di partenza per lo sviluppo di un pensiero critico, e una esterna, che permette di seguire e agevolare i processi di apprendimento del bambino. La terza direzione è quella infrastrutturale nel senso che attraverso la lettura della documentazione il gruppo educativo può attuare una revisione degli spazi e dei tempi. L'educatore mentre documenta mette per iscritto il suo lavoro, quindi, può riflettere su punti deboli e riflettere sul senso della propria azione educativa. La documentazione aiuta gli educatori ad avere attenzione al singolo bambino.

Bambino trasparente

Quando l'educatrice documenta, la documentazione consente di individuare quelli che vengono definiti bambini trasparenti e di correggere eventualmente l'atteggiamento assunto nei loro confronti. I bambini trasparenti sono quelli che non facendo mai richieste dirette o indirette all'adulto si mimetizzano con l'ambiente rischiando di non essere mai conosciuto e riconosciuto esplicitamente. C'è il rischio che a volte anche l'educatrice più attenta non si accorga delle necessità di quel bambino e così i suoi bisogni passano in secondo piano.

La documentazione serve anche per la comunità locale, cosa significa?

La documentazione influisce sullo sviluppo della cultura dell'infanzia perché mette in mostra e fa emergere i bisogni dei bambini e rende visibili le loro competenze precoci. L'analisi condivisa della documentazione offre la possibilità di combattere i servizi educativi, l'ovvio e l'improvvisazione che inducono a non interrogarsi sul significato di quel che si fa. La documentazione può evidenziare che le attività svolte al nido non sono sporadiche, ma inserite in un progetto di tipo educativo. Avere accesso alla vita al nido, attraverso documenti, allarga lo sguardo dei genitori che in primis è rivolto ai loro bambini, ma poi li stimola ad interessarsi all'attività del nido nel suo complesso. Una modalità per diffondere cultura pedagogica è quella di utilizzare la documentazione come strumento di dialogo con il territorio con lo scopo di promuovere conoscenza e cultura educativa. La documentazione fa sì che l'educazione della prima infanzia acquisisca nuovo prestigio e assuma una legittimità nella società attuale.

Documentazione per creare fiducia

Un ultimo risvolto, molto attuale, della documentazione è l'ipotesi di interpretarla come modalità per diminuire le richieste di video-sorveglianza. Più gli ambienti sono conosciuti e meno fanno paura. Attraverso la documentazione le famiglie coltivano un rapporto basato sulla...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher 96REBECCA di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia dell'infanzia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Zonca Paola.
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