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Autoefficacia e le sue influenze su altri costrutti motivazionali

L'autoefficacia, secondo Bandura, è la convinzione che le persone hanno di poter affrontare efficacemente determinate prove, di essere all'altezza di determinati eventi, di essere in grado di affrontare specifici compiti. Secondo Bandura, l'autoefficacia percepita rappresenta il fattore primario di influenza nel processo che dalle attribuzioni causali fluisce verso la generazione di aspettative e da questa va alle intenzioni di agire fino ad arrivare all'azione vera e propria.

L'autoefficacia influenza l'impegno e lo sforzo da investire, la scelta degli obiettivi e la perseveranza e la costanza nel raggiungimento dell'obiettivo. L'autoefficacia percepita influenza gli obiettivi che le persone stabiliscono per se stesse e i rischi che sono disposte ad affrontare. Maggiore è l'autoefficacia e maggiori saranno gli obiettivi.

Backtracking

Alcune strategie di ricerca euristica sono le migliori, altre peggiori, ma nessuna è esaustiva, e nessuna garantisce la certezza di raggiungere il risultato. Quando ci accorgiamo che una via imboccata non può portare alla soluzione, non possiamo far altro che tornare indietro (backtracking) e cercarne un'altra o abbandonare.

Nella teoria di Newell e Simon il backtracking è una “ritirata” a uno stato precedente, che può essere lo stato iniziale, da cui si procede a cercare una soluzione alternativa. Ripiegare può essere difficile, impossibile se stiamo seguendo una strategia hill climbing (esempio: fissazione) e il doverlo fare può generare stati di impasse, e abbandono del compito.

L'impasse si ha quando il partecipante, dopo aver esplorato tutte le possibilità a sua disposizione, avendo prodotto una serie di tentativi senza raggiungere buon esito, si blocca e può arrivare appunto ad abbandonare il compito. In alcuni casi questo comporta una ristrutturazione del problema. Simon arrivò a considerare la ristrutturazione per insight descritta dall'approccio gestaltico come una vera e propria ridefinizione dello spazio del problema, quindi, con la generazione di un nuovo spazio degli stati.

Categorizzazione: definizione e funzioni

La categorizzazione è il processo attraverso il quale riportiamo uno stimolo ambientale a un concetto, “riconoscendolo” come esemplare della categoria corrispondente, anche se non abbiamo mai esperito prima quello specifico esemplare. Avviene per via abduttiva se basata su somiglianze, per via deduttiva se basata su regole. La categorizzazione ha un duplice obiettivo:

  • Semplificare le informazioni in ingresso, riconoscendo pattern complessi di stimolazione come esempi di concetti noti (funzione di semplificazione o di riconoscimento).
  • Arricchire quegli esemplari generalizzando loro alcune proprietà del concetto (funzione inferenziale o di generalizzazione).

La funzione di riconoscimento può procedere in due modi:

  • Per stime di somiglianza (Interviene quando i concetti sono rappresentati da prototipi o da insiemi di esemplari; si basa sull'uso “all'indietro” di una regola probabilistica per esempio, se il prototipo di gatto è “Gatto → peloso, quattro zampe, una coda”, notando qualcosa di peloso con quattro zampe potremmo abdurre “forse è un gatto”; stile abduttivo).
  • Applicando regole (Quando il concetto è rappresentato da regole, possiamo usarle “in avanti” per riconoscere singoli esemplari: “se miagola, allora è un gatto; miagola; quindi, è un gatto” (modus ponens); stile deduttivo).

La funzione inferenziale invece si svolge sempre in stile deduttivo. Parte da due premesse: la prima è l'esito del riconoscimento (“è un gatto”); la seconda è una qualche regola che descrive l'associazione di un attributo al concetto (per esempio, “se è un gatto, allora ha la coda”). Genera conclusioni di tipo modus ponens (“quel gatto avrà pur bene una coda”). Lo stesso stile è usato per inferenze di secondo ordine: la sequenza “è un gatto”, “i gatti sono animali”, “gli animali respirano”, quindi “quel gatto respira” è una catena di inferenze modus ponens. All'allungarsi di queste catene inferenziali tende ad allungarsi il tempo di risposta in compiti di verifica di frasi. Il numero di passaggi inferenziali necessari per stabilire se un tipo di proposizione è vera è detto distanza semantica.

La categorizzazione basata su regole è più lenta e più soggetta ad interferenza da parte di compiti secondari rispetto a quella basata su somiglianze. Questo perché coinvolge maggiormente l'attenzione selettiva e la memoria a breve termine. La categorizzazione basata su regole è più precisa di quella basata su somiglianze, ma solo quando è disponibile un tempo sufficientemente lungo; se il tempo di risposta è breve, le due strategie hanno uguale precisione.

Concetti basati su prototipi: come funzionano, vantaggi e limiti

Quando regole logiche precise non sono disponibili, o sono troppo complesse, dopo esserci avvalsi di regole tendiamo ad astrarre schemi o prototipi del concetto. Il prototipo o schema del concetto è un elenco di attributi tipici frequentemente osservati negli esemplari, pur non necessariamente presenti in tutti gli esemplari.

Il prototipo è una tendenza centrale: una “media” degli esemplari dei quali abbiamo fatto esperienza. Quanto più numerosi saranno gli attributi tipici presenti in un esemplare, tanto più prontamente lo classificheremo in quella categoria (effetto di tipicità). All'arricchirsi dell'esperienza accumulata, siamo in grado di astrarre “rappresentazioni medie” di categorie complesse, i prototipi. Quando una categoria è rappresentata da un prototipo, la categorizzazione non avviene per via deduttiva, ma per via abduttiva.

Un limite dei concetti basati su prototipi sta nel fatto che i prototipi catturano solo aspetti cognitivamente salienti di un concetto, mentre la rappresentazione di un esemplare include in toto la conoscenza di una specifica entità. Un vantaggio dei concetti basati su prototipi è la possibilità di valutare “a colpo d'occhio”. Per esempio possiamo considerare attributi tipici di una bottiglia: “spesso è dotata di tappo”, “spesso contiene liquidi”, “spesso è trasparente”. Tuttavia la loro contemporanea compresenza non è sufficiente a riconoscere tutte le bottiglie e a evitare di classificare come bottiglia un altro oggetto.

Concetti basati su regole: come funzionano, vantaggi e limiti

Formulare associazioni tramite regole è alla base dell'apprendimento dei concetti. Questo metodo di apprendimento è caratterizzato dalla capacità di descrivere gli esemplari osservati come insiemi finiti di attributi discreti che possono essere presenti o no in ogni esemplare.

Nel chiederci quali attributi accomunino gli esemplari di una categoria, siamo talvolta in grado di estrarre definizioni sintetiche basate su regole di tipo deduttivo. Tuttavia, sappiamo estrarre efficacemente queste regole solo quando:

  • Esistono, cioè il concetto è effettivamente comprimibile.
  • Sono semplici.

In altri casi estraiamo regole compresse approssimative, cioè che ammettono errori, per esempio “se ha forma affusolata e vive in acqua allora è un pesce”. L'accumulo di esperienza può, in questi casi, portare a sviluppare nuove rappresentazioni concettuali, non più basate su regole. Quando un concetto è rappresentato da regole (precise o approssimative), la categorizzazione avviene per deduzione.

Cue Validity

La cue validity (validità di indizio) di un attributo indica quanto quell'attributo consenta di riconoscere un oggetto come appartenente o non appartenente a una data categoria. Attualmente la cue validity è concepita come forza diagnostica degli attributi, misurata con LR. Edgell e altri autori hanno misurato la cue validity come incremento della probabilità a posteriori della categoria alla luce dell'attributo, rispetto alla sua possibilità a priori.

Cue validity (attributo) = p(categoria | attributo) – p(categoria). I risultati, in termini di concetti, dei nostri processi di apprendimento esperienziali, sono quindi sensibili alla diagnosticità degli attributi.

Determinanti cognitive nella percezione del rischio

Gli aspetti del rischio maggiormente considerati dalle persone non esperte impegnate a valutare la rischiosità di particolari oggetti o azioni sono:

  • Il potenziale catastrofico: l'insieme delle conseguenze dannose del verificarsi dell'evento rischioso. Qualora il potenziale catastrofico di una tecnologia o un'attività qualsiasi sia difficilmente comprensibile, aumenta in maniera considerevole la diffidenza e la preoccupazione delle persone nei confronti dell'attività stessa.
  • Le circostanze del rischio (caratteristiche qualitative): la percezione del rischio è influenzata da numerosi fattori: la volontarietà del rischio, la controllabilità, la dilazione nel tempo delle conseguenze, il danno percepito per le generazioni future, la familiarità con il rischio, l'uguaglianza rispetto all'esposizione al rischio.
  • Le credenze rispetto alla causa del rischio: la percezione del rischio è un processo selettivo: prima di interpretare le informazioni che provengono dall'esterno gli individui operano una selezione sulla base delle proprie credenze e attitudini. In questo modo il rischio percepito sarà influenzato dall'atteggiamenti che le persone hanno nei confronti del rischio.
  • La credibilità delle istituzioni volte a controllare l'impatto dei rischi: questo fattore agisce per tutti quei rischi che vengono presi dalla società senza il consenso individuale di ogni singolo cittadino. Questo tipo di rischi è generalmente accettato se le persone hanno la certezza che la mancanza del proprio controllo individuale sia compensata dalla presenza di un corretto controllo istituzionale.

Differenza tra autoefficacia e aspettativa di esito

L'autoefficacia percepita è, secondo la teoria social-cognitiva di Bandura, l'insieme di valutazioni che le persone fanno rispetto al loro sentirsi capaci di determinare azioni e di raggiungere livelli stabiliti di prestazione in determinati compiti e ambiti delle loro vite. L'autoefficacia percepita è sempre specifica perché possediamo tante percezioni del nostro “saper fare” quante sono le attività e i contesti che ci troviamo a gestire.

Il costrutto di autoefficacia percepita fa parte della categoria dei costrutti di controllo, dove per controllo si intende la capacità percepita che le persone hanno di controllare gli eventi e le situazioni. Ellen Skinner per differenziare i tanti costrutti di controllo introduce la distinzione tra:

  • Agenti → i soggetti del controllo
  • Mezzi → relativi alle azioni che gli agenti possono mettere in atto per controllare eventi e situazioni
  • Fini → corrispondenti agli esiti desiderati dagli agenti

Il legame che c'è tra agente e mezzo corrisponde all'autoefficacia percepita di Bandura, e riguarda la convinzione che l'agente ha di essere in grado di controllare il mezzo che ha a disposizione (es. sono capace di studiare). Il legame invece che c'è tra mezzo e fine corrisponde alle aspettative di esito, cioè alle aspettative che l'agente immagina rispetto alle conseguenze della sua azione (es. se studio supererò l'esame).

Differenza tra teoria del prospetto e dell'utilità attesa

La teoria del prospetto non è in contraddizione con la teoria dell'utilità attesa, ma punta a integrarla. Mentre la teoria dell'utilità attesa fornisce un modello teorico relativo al modo in cui le persone dovrebbero comportarsi per prendere la decisione migliore possibile, la teoria del prospetto fornisce un modello teorico relativo ai processi decisionali che inducono le persone a prendere decisioni sub-ottimali.

Le differenze tra PT e UA sono riconducibili principalmente a tre aspetti:

  • Nozione di valore: nella teoria del prospetto il concetto di valore sostituisce la nozione di utilità, cambiando la prospettiva nella determinazione della base per il giudizio di scelta. Mentre l'utilità è considerata generalmente in termini di benessere netto raggiungibile, il valore è definito in termini di guadagni o di perdite.
  • Concetto di peso decisionale: un elemento fondamentale della teoria del prospetto è il peso decisionale, ossia il modo in cui gli individui considerano le probabilità associate agli esiti di una scelta. I valori soggettivi sono pesati mediante gradi di probabilità soggettiva.
  • Ruolo della rappresentazione decisionale

Differenza tra un esperto e un non esperto

L'acquisizione di numerosi schemi è la caratteristica fondamentale che distingue la prestazione di un non esperto da quella di un esperto. Un esperto è caratterizzato da vaste conoscenze precedenti in un particolare dominio. Le esperienze precedenti hanno due effetti:

  • Negativo: determinano fissità, meccanizzazione del pensiero e mental set, rigidità.
  • Positivo: favoriscono la rapida soluzione di problemi per altri insolvibili.

Se definiamo la parola “intelligenza” come la capacità di riconoscere e risolvere problemi, allora gli esperti sono più intelligenti di altri. Se invece definiamo “intelligenza” come l'insieme delle capacità cognitive di base (capacità di memoria, di attenzione, discriminazione percettiva, apprendimento, …), gli esperti non sono più intelligenti di altri. Non occorre essere geni per diventare esperti in qualche disciplina, basta l'apprendimento guidato dall'esperienza le cui norme sono uguali per tutti.

Ad esempio per quanto riguarda l'expertise medica, la differenza tra un medico esperto e uno non esperto sta nel fatto che gli esperti sembrano avvalersi in misura maggiore di processi impliciti e automatici (es. categorizzano in base a somiglianze invece che ricorrere a regole), mentre i non esperti si avvalgono in misura maggiore di processi espliciti e analitici (es. categorizzano in base a regole invece che ricorrere a somiglianze). Ciò che caratterizza un non esperto rispetto a un esperto è:

  • Vaste conoscenze facilmente accessibili.
  • Maggior ricorso all'attivazione automatica di schemi.
  • Risparmio di risorse cognitive che permette di dedicare più tempo e risorse ad approfondimenti analitici della situazione.

Effetti di fissità

Il fenomeno della fissità è un'influenza negativa data dai precedenti apprendimenti sulla risoluzione di un problema, che impediscono di affrontare un nuovo problema con mente sgombra, creativa e aperta, dal momento che impone dei vincoli. Duncker illustra un tipo particolare di fissità detta fissità funzionale, che definì come un “blocco mentale che impedisce di usare un oggetto in un modo nuovo”.

German e Defeyter scoprirono che dato che la fissità funzionale discende dalle conoscenze precedenti, allora individui con minori disponibilità di conoscenze precedenti sono meno soggetti. In altre parole, i bambini piccoli, che sono meno vincolati da schemi di conoscenza acquisita, possono meglio di altri vedere situazioni problematiche “con occhi nuovi” e risolvere più creativamente.

Knoblich, Ohlsson, Haider e Rhebius illustrarono una nuova forma di fissità simile a quella funzionale, imputabile a vincoli imposti da precedenti conoscenze nella rappresentazione del problema. Essi utilizzarono diversi “problemi dei fiammiferi”, in cui alcuni fiammiferi sono disposti in modo tale da formare operazioni aritmetiche errate con numeri romani. Il compito consiste nello spostare un solo fiammifero per trasformare le operazioni da erronee a corrette. I risultati mostrano tre tipi di vincoli:

  • Vincolo sui valori: il fiammifero spostato modifica la numerosità di uno degli argomenti dell'equazione.
  • Vincolo sui valori e sugli operatori: il fiammifero modifica sia il valore numerico di un argomento sia un operatore.
  • Vincolo sull'operatore e sulla tautologia: il fiammifero spostato modifica un operatore ma trasforma l'equazione in una tautologia.

Esempio esperimento: Duncker illustrò l'effetto di fissità funzionale avvalendosi del problema della candela. Presentava ai partecipanti una candela, una scatola di puntine e una scatola di fiammiferi. Compito dei partecipanti era quello di attaccare la candela al muro in modo che illuminasse la stanza, utilizzando gli oggetti a disposizione. Quasi tutti i partecipanti procedevano cercando di fissare la candela al muro con le puntine oppure sciogliendo un po' di cera da usare come colla. I soggetti che procedevano in questo modo entravano in una fase di impasse e non riuscivano a risolvere il problema. Solo pochi partecipanti riuscirono a trovare una soluzione creativa: vuotare una delle scatole, fissandola solidamente alla parete con le puntine e incollando la candela con la cera. I soggetti che procedevano nel primo modo andavano incontro a fissità funzionale perché nel patrimonio di conoscenze comune, la scatola è associata alla funzione di contenitore e non di supporto. Per concepirla come tale occorre stabilire una nuova associazione.

Per sostenere questa interpretazione, Duncker presentò il problema in due forme: a un gruppo di partecipanti le scatole erano presentate nella loro funzione di contenitori di fiammiferi e puntine (condizione di preutilizzazione), mentre all'altro gruppo le scatole erano consegnate vuote (con

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/01 Psicologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ali7877 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia generale II e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano - Bicocca o del prof Reverberi Carlo.
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