1) ANALGESIA SENZA FARMACI:
i meccanismi di analgesia sono meccanismi fisiologici che ci permettono di limitare la percezione del dolore.
I meccanismi di analgesia senza farmaci sono:
1) L’attività fisica: il cervello è in grado di produrre sostanze chimiche, dette endorfine, che agiscono direttamente sui
recettori specifici aumentando la resistenza al dolore e aumentando il tono dell’umore.
2) La meditazione: un particolare tipo di meditazione, detta mindfulness, è caratterizzata dalla concentrazione del
soggetto sul proprio respiro. Un training specifico può far raggiungere al soggetto la capacità di analizzare, momento per
momento, le sensazioni del proprio corpo in maniera molto più profonda e completa rispetto a individui non abituati alla
meditazione. Si è visto che un breve training di mindfulness riduce l’intensità e la spiacevolezza del dolore percepito,
producendo una modulazione dell’attività corticale in varie regioni del cervello (es. insula anteriore, corteccia cingolata
anteriore e corteccia orbito frontale) implicate nella regolazione cognitiva dell’esperienza dolorifica.
3) L’ipnosi: L’ipnosi è una condizione di rilassamento che induce una particolare predisposizione a recepire, da parte del
soggetto ipnotizzato, messaggi inviati dall’ipnotista. Questi messaggi possono essere di vario genere e possono avere
una valenza terapeutica che va al aldilà della seduta di ipnosi. Un soggetto sottoposto a stimolazioni dolorifiche può
percepire un livello di dolore meno intenso o, a parità di intensità percepita, considerare uno stimolo doloroso meno
spiacevole.
2) ATTENZIONE BASATA SUGLI OGGETTI:
Secondo alcuni esperimenti, la perdita di accuratezza nel rispondere a domande riguardanti due oggetti diversi, è dovuta
alla necessità di spostare l’attenzione dal primo al secondo oggetto. L’attenzione quindi opererebbe sugli oggetti, e non
sulle posizioni spaziali.
La questione se l’attenzione sia basata sullo spazio o sugli oggetti non è di facile risoluzione.
Ciò ha portato alcuni ricercatori a proporre che i due meccanismi siano entrambi presenti: l’attenzione dapprima
seleziona un’area dello spazio; se necessario, all’interno di quest’area effettua poi una selezione in base agli oggetti.
3) CATENA PSICOFISICA:
I problemi che si incontrano nello studio della percezione sono meglio comprensibili se si tiene presente il concetto
catena psicofisica. La catena psicofisica è un insieme di processi che a partire dalle stimolazioni distali (eventi fisici, es.
sedia), portano alle stimolazioni prossimali (organi recettori che codificano l’informazione in ingresso) e alla trasmissione
di specifici messaggi nervosi inviati al sistema nervoso (eventi fisiologici) e all’elaborazione di processi psicologici (eventi
psichici), cioè il percetto.
La psicofisica è lo studio delle relazioni quantitative tra le caratteristiche fisiche di uno stimolo e l’esperienza sensoriale
soggettiva che ne deriva. (es. la capacità di avvertire un ticchettio di un orologio a una certa distanza, di rilevare la
presenza di zucchero in una bevanda, di sentire una goccia di profumo ecc…).
4) CECITÀ DA DISATTENZIONE E AL CAMBIAMENTO:
Vari studi hanno mostrato che, in generale, noi siamo consapevoli solo degli stimoli cui prestiamo attenzione.
Due fenomeni in particolare sottolineano la nostra sorprendente incapacità, in mancanza di attenzione, di scorgere o
identificare un oggetto o un evento che in presenza di attenzione sarebbe stato impossibile da non rilevare.
a) la cecità da disattenzione: osservatori impegnati a prestare attenzione ad un particolare oggetto non si rendono conto
della presenza di un secondo oggetto non atteso.
b) la cecità al cambiamento: gli osservatori non sono in grado di identificare un cospicuo cambiamento della scena
quando questo avviene simultaneamente a un evento transiente, come un movimento oculare o uno sfarfallio del display.
5) CICLO PERCEZIONE – AZIONE:
Percepire non è qualcosa che ci accade passivamente e che si svolge in una sola direzione; è qualcosa che facciamo
attivamente, attraverso una continua esplorazione dell’ambiente. ( Siamo percettori mobili).
Per mezzo dei nostri movimenti e delle nostre azioni modifichiamo la nostra relazione con gli oggetti esterni, e i
conseguenti stimoli prossimali.
Dobbiamo pensare alla percezione come a un processo cognitivo che non ha solo la funzione di produrre una
rappresentazione cosciente del mondo (i precetti), ma anche quella di guidare le azioni.
Secondo Gibson la percezione e l’azione sono strettamente legate in un ciclo che le alimenta e le influenza entrambe.
Il ciclo percezione – azione non si interrompe mai.
6) COMPLETAMENTO AMODALE:
A causa delle occlusioni, gli stimoli prossimali molto spesso contengono informazioni incomplete sulle superfici che
percepiamo, ma solo raramente ci rendiamo conto di questa incompletezza. È come se il processo di formazione delle
unità percettive fosse in grado di completare l’informazione mancante, un fenomeno che gli studiosi di percezione
chiamano completamento.
Il completamento può essere di due tipi: completamento amodale e modale
1) completamento amodale: si ha quando l’impressione percettiva di completezza non comporta la comparsa, nel
percetto, di parti che non erano date nello stimolo prossimale. (es. io non vedo realmente la porzione di tavolo che sta
dietro il mio computer; tuttavia ne percepisco amodalmente la presenza).
7) COME SI DIMENTICA:
L’oblio è causato da alcuni fenomeni come il decadimento, cioè l’impoverimento, fino alla scomparsa, della traccia in
memoria e l’interferenza, che si riferisce all’interazione disturbante che ha un materiale rispetto all’altro.
Numerosi studi hanno mostrato che più si allontana il recupero di una traccia dalla codifica, più questa si impoverisce.
Ci sono molti fattori che possono influire sul recupero di un ricordo: il tempo, le attività svolte nell’intervallo tra codifica e
recupero e la loro interazione con il ricordo.
L’interferenza agisce secondo due modalità che possiamo ritenere simmetriche: retroattiva , dovuta all’effetto del
materiale elaborato successivamente alle informazioni da ricordare, e proattiva, dovuta al materiale precedentemente
acquisito sul materiale memorizzato successivamente.
8) DESCRIZIONE DELLE CELLULE RETINICHE:
La retina è composta da elementi cellulari diversi: nello strato più esterno sono contenuti i fotorecettori, gli elementi
sensibili alla luce, connessi ai neuroni bipolari, i quali sono collegati alle cellule gangliari che conducono il segnale fuori
dalla retina verso la corteccia. I fotorecettori contengono i fotopigmenti, ovvero le molecole che hanno la funzione di
assorbire la luce.
Esistono due tipi di fotorecettori: 1) i coni, più corti, contengono una quantità inferiore di fotopigmento e sono, quindi,
meno sensibili alla luce e adatti alla visione diurna (fotopica). Si trovano nella fovea, al centro, che è il punto su cui
cadono i raggi luminosi provenienti dagli oggetti sui quali dirigiamo lo sguardo. 2) i bastoncelli, contengono una quantità
maggiore di fotopigmento, risultando più sensibili alla luce e quindi adatti alla visione notturna (scotopica). Funzionano
anche con luce bassa. Sono maggiormente presenti nella porzione periferica della retina.
I neuroni bipolari possono essere di due tipi, a seconda di come il recettore di membrana reagisce alla presenza del
glutammato:
- eccitatori, che, in presenza di glutammato si attivano, facendo partire il segnale eccitatorio. Questo avviene in presenza
di poca luce. – inibitori, che, in presenza di basse concentrazioni di glutammato, si attivano, facendo partire il segnale
inibitorio. Questo avviene in presenza di luce.
Le cellule bipolari, a loro volta, trasferiscono il segnale alle cellule gangliari, attraverso brevi depolarizzazioni.
Gli assoni delle cellule gangliari si uniscono per costituire il nervo ottico e conducono veri e propri potenziali d’azione
verso il SNC.
9) EFFETTI DI MEMORIA:
Di grande importanza sono stati gli effetti primacy e recency. L’effetto primacy si riferisce al vantaggio osservato per i
primi elementi di una lista nel ricordo a distanza di decine di secondi, mentre l’effetto recency si riferisce al vantaggio
osservato per gli ultimi, più recenti elementi di una lista.
L’effetto si mantiene con lunghezze variabili e resiste anche alla modalità di rievocazione, cioè nell’ordine in cui sono
stati presentati, o libera. Al momento è generalmente riconosciuto il ruolo del meccanismo di reiterazione nell’effetto
primacy che produce un consolidamento delle tracce di memoria dei primi elementi di una lista. L’effetto recency si
attribuisce invece alla presenza degli ultimi elementi nella MBT, e quindi al loro recupero più agevole.
Tra gli effetti di memoria troviamo anche quelli legati alle caratteristiche del materiale: frequenza, concretezza e valore di
immagine. La frequenza si riferisce alla sensibilità del nostro ricordo rispetto a parole meno usate. La concretezza e il
valore di immagine sono caratteristiche delle parole in parte associate: “casa” è più facile da immaginare rispetto a
“pace”.
10) EFFETTO HAWTHORNE:
L’effetto Hawthorne sia ha quando il partecipante sa che sta prendendo parte ad un esperimento e quindi sa di essere
osservato, e questo può influenzare il suo comportamento. L’unico modo per evitare questo effetto è quello di non
informare i partecipanti che stanno prendendo parte a una ricerca, ma questo è espressamente vietato dai codici etici
relativi alla sperimentazione su esseri umani. Una soluzione a questo problema è quella di informare i partecipanti che
prendono parte ad un esperimento, ma dicendo loro che saranno assegnati casualmente al gruppo sperimentale o al
gruppo di controllo. In questo modo il partecipante non potrà farsi un’idea di che cambiamento ci si aspetta da lui.
11) ESPERIMENTO DI RESCORLA:
In un esperimento rivoluzionario, Rescorla (1967) si avvalse di 4 gruppi sperimentali di topi. Tutti avevano già
precedentemente imparato che schiacciando una leva ottenevano una pallina di cibo.
Nella fase sperimentale a tutti e 4 i gruppi furono somministrate scosse abbinate a un suono [con P (scossa|suono) =
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