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o modificata dallo stipulante, finchè il terzo non abbia dichiarato, anche in confronto del

promittente, di volerne profittare”. Cioè: la fonte da cui scaturisce l’effetto è la stipulazione; si fa

salva la possibilità per le parti da cui scaturisce questo accordo di modificare o revocare le

disposizioni di carattere contrattuale almeno fino a quando il terzo non abbia dichiarato di

volerne profittare. È una valutazione che non fa dipendere il compimento di ciò che scaturisce dal

contratto dalla dichiarazione di volerne profittare, perché la fonte da cui scaturisce questa ipotesi

è sempre nella dichiarazione di carattere contrattuale, ma attribuisce però una rilevanza, che non

è di completamento della figura contrattuale, ma è un circostanza particolare della dichiarazione

di volerne profittare da parte del terzo. È, quindi, questa la situazione che è prevista nell’ambito

di questa ipotesi. Ora, che cosa prevede l’art. 1412? Prevede una situazione la quale richiama, nel

suo compimento, una situazione che è propria delle disposizione di carattere successorio. Si

prevede che: “se la prestazione deve essere fatta al terzo dopo la morte dello stipulante (quindi

dopo la morte di una delle parti del contratto), questi (cioè lo stipulante) può revocare il beneficio

anche con una disposizione testamentaria e quantunque il terzo abbia dichiarato di volerne

profittare, salvo che, in quest’ultimo caso, lo stipulante abbia rinunciato per iscritto al potere di

revoca”. Quindi l’ipotesi è quella di un contratto a favore di terzo che deve essere eseguito dopo

la morte dello stipulante; in questa ipotesi lo stipulante può revocare il beneficio anche con una

disposizione di carattere testamentario. Voi capite: è un rapporto che richiama situazioni previste

nell’ambito dell’art 458, perché qui si ha un contratto con cui taluno dispone in un momento

successivo al decesso. Se esistesse solo l’art 458, questo contratto sarebbe nullo. Viceversa, l’art

1412 dice che questo è un contratto valido ed aggiunge che eventualmente lo stipulante può

revocare il beneficio addirittura con una disposizione di carattere testamentario, derogando, anche

da parte sua, alla disposizione di carattere contrattuale. Quel contratto, praticamente, dovrebbe

essere rispettato da tutti quanti. È un po’ curiosa questa disposizione dell’art 1412, che ampia le

possibilità di azione in termini contrattuali. Ed è ammissibile che il beneficio sia revocato in

forma testamentaria, anche se il terzo abbia dichiarato di volerne profittare, salvo che, in

quest’ultimo caso, lo stipulante abbia rinunciato per iscritto al potere di revoca. È una situazione

complessa: qui lo stipulante può revocare la disposizione prevista, anche se il terzo abbia

dichiarato di volerne profittare. Tutto questo è ammissibile salvo che lo stipulante abbia

dichiarato per iscritto di rinunciare al potere di revoca nella forma della disposizione

testamentaria. È un discorso particolarmente complesso, a tal punto che implica il venir meno

nell’ambito di questa ipotesi, del contenuto proprio dell’art. 458. L’art. 458 è derogato

nell’ipotesi del contratto a favore di terzo. Pare derogato anche nell’ipotesi di vendita di cosa

altrui; pare derogato anche nell’ambito di molte ipotesi che sono proprie del contratto di

donazione; pare derogato anche da alcune situazioni nell’ambito della figura del contratto di

mandato. Così come il divieto pare derogato, nell’ambito delle ipotesi richiamate all’inizio,

quando ho detto degli obblighi di carattere morale.

C’ è un’altra ipotesi, che ricade nel’ambito dell’assicurazione: l’assicurazione sulla vita a favore

del terzo. È ammissibile? Sì, perché esiste proprio la disposizione che la prevede espressamente. Assicura

Art 1920 “è valida l’assicurazione sulla vita a favore di un terzo”. Viene stipulato un contratto zione e

tra un soggetto e la compagnia assicurativa; la prestazione viene attribuita a vantaggio di un rendita

terzo. Che cos’è? È una figura che richiama l’ipotesi del contratto a favore di terzi. 2° comma “la

designazione del beneficiario può essere fatta nel contratto di assicurazione o con successiva

dichiarazione scritta comunicata all’assicuratore o per testamento…”. È un’ipotesi rispetto alla

quale si ha una situazione la quale deroga la lettera del patto successorio. È un’apertura a

vantaggio di terzi e della compagnia assicurativa, non tanto a vantaggio delle parti.

Altra ipotesi è il contratto di rendita: rendita perpetua e rendita vitalizia. Si ha come corrispettivo

dell’attribuzione del trasferimento di un determinato bene, il diritto a pretendere corresponsioni

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particolari di denaro, che si hanno in virtù del contratto che viene stipulato e che si hanno anche

successivamente alla morte di una delle parti. Anche questa significa un’apertura della situazione

che è propria di ciò che si realizza nelle forme di carattere contrattuale.

Altra ipotesi è l’acquisto di un bene in percentuale e coacquisto della percentuale rimanente da

parte di un altro soggetto: due acquistano in quota diversa, dopodiché si prevede nell’ambito del Condizione

contratto che l’uno o l’altro diventerà titolare dell’intero dopo la morte dell’ulteriore soggetto. tontinaria

Questa ipotesi è ammissibile? O è un’ipotesi che ricade nell’ambito dell’art 458? Acquisto di un

bene da parte di due soggetti in contitolarità, diversa nella quantità; dopodiché si prevede che uno

dei due diventi titolare dell’intero dopo la morte dell’altro soggetto. Che situazione si ha

nell’ambito di questa ipotesi? È una situazione che ricade nell’ambito del 458? Se si valutano le

cose alla lettera credo che ricada nell’ambito dell’art 458 o che ci siano delle possibilità di essere

ricondotto all’interno di quella disposizione. Se non si ragiona alla lettera, allora è ammissibile

l’ipotesi. Naturalmente significa che si ha una disposizione nella sostanza successoria adottata in

forma contrattuale, rispetto alla quale non si ha la possibilità alla rinunzia o alla revoca perché

quello è l’accordo specifico. Dipende da come si valutano le cose.

Altra ipotesi è il trust. È una formula particolare che ci proviene dal mondo angloamericano che

si ha quando un soggetto trasferisce la titolarità di un bene ad un individuo (trustee), il quale ha Trust

l’obbligo di utilizzare quel bene, non nel suo interesse ma nell’interesse di un ulteriore soggetto,

che però non è proprietario, né titolare di un diritto di usufrutto ma ottiene certi vantaggi

economici che gli provengono dal bene. Quel bene viene immesso nel complesso dei diritti del

trustee, che non ne può fare uso nel suo interesse. Questa ipotesi cos’è? È un patto successorio? È

ammissibile? Qual è la logica che sta alla base della figura del trust? Se si accetta la logica

propria del trust (cosa da vedere perché nel nostro ambito non esiste un riconoscimento formale

del trust; esiste la possibilità di avere i trust all’estero, i quali vengono ad avere effetti anche in

Italia. La disposizione in materia di trust può quindi dare luogo a dei dubbi. Se si valutano le cose

nella sostanza bisognerebbe confrontare il trust con l’atto di destinazione), dato che è probabile

che venga ufficialmente riconosciuto il trust anche in Italia, chiaramente il patto successorio si

riduce, si circoscrive. Quindi l’art 458 in una certa logica, tende a risultare, non ciò che è

consentito nel 1942 quando ancora questa norma era una norma di fondamentale importanza, ma

finisce per risultare una norma con un ristretto contenuto, con una valutazione particolarmente

ridotta.

La sentenza della Corte di Cassazione del 12 febbraio 2010 n° 3345 viene proposta in quanto è Cass. n.

esempio di un caso recente in materia di divieto di patti successori e come esempio di questa forte 3345 del

restrizione. Il caso sul quale la Corte si è pronunciata è riferito ad un soggetto che era socio di 2010

una s.r.l. (società a responsabilità limitata); alla sua morte si apre la successione e si pone anche il

problema, quindi, della successione della sua quota sociale. Ora, lo statuto societario contiene una

clausola, il c.d. patto di consolidazione, che prevedeva che alla morte di un socio l’altro o gli altri

avevano un diritto di opzione sull’acquisto della quota del socio defunto e dovevano liquidare

una certa somma calcolata in base al bilancio e ad altri valori, agli eredi, i quali, quindi, se gli

altri soci non volevano, non potevano continuare la posizione sociale del de cuius, ma

semplicemente dovevano accontentarsi di questa liquidazione, quindi del valore monetario della

quota, e uscivano quindi dalla società, a vantaggio dei soci superstiti. Nel caso che ci interessa gli

altri soci esercitarono l’opzione; ci fu una disputa sulla cifra dovuta agli eredi, in quanto non era

chiaro esattamente il riferimento al bilancio e agli altri valori. Sulla base di un’altra clausola del

medesimo statuto societario, gli eredi e gli altri soci superstiti si rivolsero ad un collegio arbitrale,

il quale risolse la questione stabilendo una certa somma che era quella destinata agli eredi del

defunto. Gli eredi, però, impugnarono il lodo davanti alla Corte d’Appello di Brescia, ritenendo

le clausole societarie e il lodo che ne costituiva attuazione completamente nulli, per violazione di

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norme imperative, cioè del divieto dei patti successori e anche dell’art 679 c.c., cioè del principio

della libera revocabilità del testamento fino alla morte (principio a tutela della libera volontà del

de cuius affinchè abbia modo di revocare le sue decisioni fino all’ultimo, senza essere vincolato

da un accordo di natura contrattuale con altri soggetti). In sostanza gli eredi ritenevano che tale

stipulazione consistesse, nella sostanza, in una sorta di patto successorio stipulato tra il socio e gli

altri soci. La Corte di Brescia diede torto agli eredi del socio defunto e gli eredi ricorsero in

Cassazione contro la sentenza di appello e anche la Cassazione diede torto agli eredi. Quindi tutti

i gradi del giudizio diedero torto agli eredi del defunto e diedero invece ragione ai soci superstiti.

La Cassazione si esprime, innanzitutto, facendo riferimento ai precedenti, cioè ad alcune sentenze

precedenti su casi simili, anche se non identici. La Cass. vuole dimostrare una certa continuità

della giurisprudenza sul punto. Viene richiamata la sentenza del 1975 che avrebbe ritenuto

ammissibile un patto di consolidazione automatica, cioè un patto dove si prevedeva che alla

morte del socio, la sua quota si accresceva agli altri soci automaticamente. La Cass. dice che un

patto del genere poteva considerarsi ammissibile purchè si riconoscesse agli eredi la liquidazione

della quota; quindi, purchè ci fosse un onere in capo ai soci, che in questo modo accrescevano la

loro partecipazione, di corrispondere il congruo valore della quota agli eredi del defunto. Il

secondo precedente che viene richiamato è del 1994, dove era in questione una clausola che

prevedeva un diritto di opzione dei soci superstiti sulle quote del socio defunto. In questo caso,

sia nel 1994 che nel 2010 (le cause erano praticamente identiche), la Corte dice che non si può

parlare di violazione del divieto del patto successorio perché, andando a vedere la struttura

specifica del congegno messo in atto dalle clausole, non si ha un’incidenza sulla vicenda

successoria, in quanto la vicenda successoria si compie regolarmente; nel senso che la quota

societaria, comunque, passa agli eredi secondo i canali della successione legittima o

testamentaria, a seconda dei casi. Soltanto dopo che gli eredi hanno già acquistato le quote

possono intervenire i soci superstiti esercitando nei confronti degli eredi, in quanto titolari delle

quote, la loro opzione, cioè il loro diritto potestativo di acquistare contro un certo prezzo

congruo, le quote in questione. Ma questo avviene in una fase temporalmente successiva; non

incide sul verificarsi della vicenda successoria. La morte agisce quindi solo come riferimento

temporale per indicare il decorso del tempo (in questo caso un anno) che hanno i soci superstiti

per decidere se esercitare o meno l’opzione. Quindi la morte è solo un riferimento temporale

dell’efficacia, ma non è l’elemento dal quale scaturisce l’acquisto dei soci superstiti, il quale

scaturirà dall’eventuale esercizio dell’opzione, purchè questo avvenga nei termini e purchè loro

siano disposti a pagare quanto necessario agli eredi. Quello che poi dice la Cass. è ancora più

significativo quando arriva a dirci, una volta richiamati i precedenti, perché anche in questo caso

la Cass. ritiene di qualificare in termini di nullità questo tipo di clausole. La Cass. dice che l’art.

458 è una norma da considerare eccezionale, in quanto deroga al principio generale

dell’autonomia privata, cioè la possibilità per i privati di fare contratti e di determinarne il

contenuto. In quanto deroga, appunto, ad un principio generale, questa norma di divieto dei patti

successori andrebbe interpretata in maniera restrittiva e mai estensiva. Pertanto, di fronte a

fattispecie che non richiamano in tutti i loro aspetti la figura tipica del patto successorio, ma se ne

differenziano, come in questo caso, dove abbiamo visto che l’erede acquista a prescindere dal

patto, già questo è sufficiente a far sì che la clausola sia diversa dal patto successorio tipico; e,

siccome il divieto dei patti successori è una norma eccezionale, non si può applicare ad una

clausola, in quanto la noma eccezionale non può estendersi al di fuori del caso tipico. E questo

nonostante il fatto che sul piano degli effetti la differenza non è che poi sia così elevata: perché

dire che il socio acquista subito per effetto della morte o dire che dopo la morte l’erede acquista

ma il socio può togliere all’erede non è una differenza abissale. Non è però la stessa cosa sul

piano tecnico. Quindi, se si sceglie a monte un approccio interpretativo per cui il divieto dei patti

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successori deve essere limitato il più possibile, questa leggera differenza è sufficiente ad

escludere l’applicabilità dei patti successori anche a questa ipotesi. E quindi, conclude la

sentenza, queste clausole non vanno inquadrate nella categoria dei patti successori, ma vanno

inquadrate in una diversa categoria perfettamente ammissibile, che è quella delle limitazioni

convenzionali alla circolazione delle quote sociali. Esistono numerose clausole che vengono

inserite spesso, anche con molta frequenza, che limitano la possibilità per i soci di disporre

liberamente delle loro quote, come le clausoale di prelazione o di gradimento. Questo elemento

personalistico inserito nella struttura capitalistica non è assolutamente illegittimo, soprattutto in

questa ipotesi di s.r.l., quindi in una società di capitali che tende ad avvicinarsi a quelle di

persone. Nella società di persone è previsto dalla legge che il rapporto sociale non continui dopo

la morte del socio, ma gli eredi hanno diritto ad un valore della quota. Il fatto che in questo caso i

soci della società di capitali, che è una s.r.l., non possano pienamente disporre delle loro quote

non è da ritenersi contrastante con nessun principio. Quindi rientra nel generale capitolo della

limitazione della circolazione e non si può invece ricondurre al divieto dei patti successori.

Si può mettere in evidenza la scelta interpretativa della Cass. in quest’ultima sentenza e anche in

altre che l’hanno preceduta, di considerare in maniera eccezionale l’art 458. Scelta che non era Eccezio

ovvia, nel senso che l’art 458 non si pone come norma settoriale. Per cui sicuramente nel ’42 non nalità

era concepita come norma eccezionale. Oggi, sulla base degli orientamenti dottrinali e dell’art.

giurisprudenziali, si arriva a poter dire che l’art 458 è eccezionale, e quindi sostanzialmente 458 cc

inapplicabile, perché se l’atteggiamento interpretativo è quello di dire che basta una minima

differenza per escludere la norma, la conseguenza pratica è che il divieto dei patti successori non

si applica quasi mai. Cioè sono piuttosto rare le sentenze che ritengono sussistere, in una

determinata fattispecie, il patto successorio, perché è chiaro che nessuno fa un patto successorio e

lo chiama così, perché tutti sanno che c’è un richiamo nel codice civile che lo vieta. Se però

l’atteggiamento interpretativo è quello di dire che bastano delle differenze lievi per poi non

applicare la norma del divieto dei patti successori, si va nella sostanza verso un forte

ridimensionamento della normativa. È una norma tipica del nostro ordinamento, ma non è detto

che sia così anche al di fuori dell’Italia. Probabilmente, forse si può dire che se si tratta di tutelare

la libertà testamentaria per quale mai ragione non si può richiamare il rispetto di certi patti che

siano stati realizzati dal de cuius. Eventualmente saranno in terzi, i parenti ecc.. nel caso in cui ci

possono essere di dubbi sulla reale volontà del soggetto di adottare certe disposizioni, che

potrebbero agire ai fini di far valere le eventuali azioni previste nell’ambito di queste ipotesi.

Si può fare anche un’ulteriore considerazione nell’ambito di questa materia: art 589 c.c. sul

testamento congiuntivo o reciproco. È ammissibile questa ipotesi? È inammissibile perché si Altre ipotesi

esclude che si possa avere il testamento di due soggetti nell’ambito dello stesso atto, quindi nel normative

medesimo documento. Né a vantaggio di un terzo, né con disposizione reciproca. Questa è una

norma che in una certa misura richiama lo spirito dell’art 458. Cioè si tende ad escludere che uno

dei due individui abbia agito con leggerezza. La conclusione è che non è ammissibile né il

testamento congiuntivo, né il testamento reciproco. Che cosa vuol dire? È una limitazione che

costituisce un’ipotesi di nullità del testamento. Quindi è una disposizione prevista a vantaggio di

chi? Dei testatori? No. È prevista a vantaggio di altri soggetti. Se questi soggetti non agiscono?

Cosa permane? Permane un giudizio di nullità del testamento. È ammissibile? Questa

disposizione come fa a ritenersi inammissibile se nessuno agisce? Naturalmente questo implica

alcune considerazioni rispetto alla situazione di nullità. È un interesse generale quello all’origine

di questa disposizione? Se è nulla, poi è sempre nulla? Non esiste una prescrizione dell’azione. Io

credo ci sia la necessità di riconsiderare questa particolare ipotesi.

Altra ipotesi: artt. 631 e 632, disposizioni rimesse all’arbitrio del terzo e determinazione del

legato per arbitrio altrui. Anche questa è un’ipotesi di invalidità. Anche questa è un’ipotesi che

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AUTORE

Atreyu

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DESCRIZIONE APPUNTO

La dispensa fa riferimento alle lezioni di Diritto di Famiglia e delle Successioni del Prof. Giovanni Furgiuele nell'anno accademico 2011.
Il documento affronta i seguenti argomenti: divieto di patti successori, patto e testamento, obblighi morali, negozi mortis causa e post mortem, mandato, contratto a favore di terzo, assicurazione e rendite, condizione tontinaria, trust, donazione.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto di Famiglia e delle Successioni e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Furgiuele Giovanni.

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