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Dispensa per l'esame: Strumenti di valutazione della personalità, prof.ssa Parolin, libri consigliati: "La ricerca in psicoterapia" e "La diagnosi in psicologia clinica"

Riassunto per l'esame di Strumenti di valutazione della personalità (prof. Parolin), basato sui testi consigliati e le slide e gli appunti presi a lezioni.Programma per i frequentanti (prove parziali):
- Dazzi, N., Lingiardi, V. "La diagnosi in psicologia clinica. Personalità e psicopatologia." Cap: 1, 2, 7, 16,
17, 18,19, 22
- Dazzi, N., Lingiardi, V., & Colli, A. "La... Vedi di più

Esame di Strumenti di Valutazione della Personalità docente Prof. L. Parolin

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riconosca queste unità percettive e dia risposte uniche, totalmente diverse da quelle dei campioni normativi.

Processo di risposta: Exner ritiene che la risposta sia un processo che passa attraverso una serie di fasi:

- Scanning: quanto si guarda lo stimolo prima di produrre la risposta, per prima cosa lo si deve elaborare in quanto

stimolo non atteso;

- Codifica: si confrontano le immagini scannerizzate con quello che si ha in memoria. In questo modo vengono definite

le risposte potenziali;

- Classificazione: fase in cui si scartano le altre risposte in base al principio di verosimiglianza cognitiva e

all'inaccettabilità o indesiderabilità a livello emotivo (censura).

- Selezione finale, tra le risposte non scartate. In questa fase entrano variabili non percettive tra cui quelle di stato.

 performance based personality test: la performance è influenzata dalla propria personalità, cioè dipende altamente

dal modo in cui la persona funziona e con cui maneggia le situazioni quotidiane. La parte proiettiva si manifesta nelle

prime fasi di scanner dello stimolo quando avviene una distorsione o una misperczione (le operazioni in cui il paziente

non considera lo stimolo cosi come è, è un momento proiettivo in quanto prevale l'interno e non lo stimolo percettivo

esterno); oppure, nelle ultime fasi in cui il soggetto seleziona le risposte da offrire tra le potenziali e gli attribuisce una

qualità specifica, personale che deriva dall'interno (vedo la percezione cosi come è ma attribuisco qualità soggettive).

Somministrazione del test: esiste una modalità guidata e standard per la somministrazione. Si guardano

comportamenti verbali, percettivi (scelta della risposta), interattivi del paziente, poi si codificano e confrontano i dati

con quelli normativi. La somministrazione permette di osservare in vivo il comportamento del paziente e come il

paziente maneggia il compito.

Per fare il test servono le tavole pulite, fogli di appunti e fogli di localizzazione (fogli con le tavole in cui si segna dove il

paziente vede le cose se non usa tutto lo stimolo insieme).

La somministrazione avviene in due momenti: fase spontanea in cui si presenta il test, si presentano le tavole e si

scrivono le risposte mentre il paziente parla; fase dell'inchiesta: una volta finito di mostrare le tavole, si torna indietro

per chiedere al paziente il perché delle risposte date e comprenderle in vista della codifica; serve per la corretta

siglatura del protocollo (non si può somministrare il test se non si è capaci di codificarlo perché nella fase di inchiesta

si potrebbero sbagliare le domande da porre).

Il test dovrebbe essere utilizzato all'interno di una consultazione più ampia (Vd. assessment multistrumentale).

Collocazione: obbligatoriamente fianco a fianco, per due motivi: permette una migliore visuale, dallo stesso senso;

riduce gli effetti dei suggerimenti involontari che potrebbero trasmettere il messaggio che ci sono risposte attese. In

questo modo il clinico non guarda il paziente mentre svolge il lavoro, ma è come se si eseguisse il compito insieme. Il

paziente deve tenere la tavola in mano, in quanto da studi percettivi si è dimostrato che è la distanza in cui gli stimoli

sono percettivamente migliori. È importante ricordare al paziente di tenere la tavola in mano e incoraggiare il paziente

in modo tale da ottenere almeno due risposte. Questo si fa per passare il messaggio che in questo test è ottimale una

produzione di risposta ampia, non sbrigativa. Alla fine del test si devono ottenere almeno 14 risposte. Durante tutto il

test non si accettano rifiuti .

Finite le tavole, vi è l'inchiesta, il cui obiettivo è quello di cercare quelle variabili percettive che permettono di

codificare correttamente il protocollo; serve per capire quale sia la modalità percettiva usata (colore, forma, ecc).

Bisogna codificare per ogni tavola: la localizzazione, la modalità percettiva usata il contenuto. Inoltre, si indagano le

parole chiave, cioè aggettivi o espressioni che specificano o personalizzano la risposta. Si cerca di capire qual è il

canale percettivo che fa definire al paziente quella qualità, cioè il determinante che ha mosso quella risposta. Si indaga

la dimensione proiettiva riconducendola al canale percettivo del paziente (determinante): ogni canale sottende a un

funzionamento psicologico differente.

Fase di codifica, si passa alla traduzione delle risposte del paziente in codifiche standard: si analizzano le scelte

percettive (determinante), localizzazione, contenuto, siglature speciali, cioè codifiche che indicano presenza di

peculiarità a livello percettivo o emotivo/affettivo. Alla fine della codifica, si passa alla costruzione degli indici che

formano il sommario strutturale. Ha due parti superiore e inferiore, composte di 7 riquadri/cluster di dimensioni della

personalità. Si leggono le variabili prima quantitativamente poi qualitativamente, e infine si integrano tutti i cluster

insieme.

(Esempio, indice EB negli appunti). 12

CAP 19: La restituzione della diagnosi

Solo in anni recenti ci si è interessati alla possibilità degli effetti benefici che può avere la restituzione della valutazione

diagnostica al paziente. Attualmente, si è molto più propensi a pensare che una specifica modalità di condivisione dei

risultati con il cliente può essere un mezzo per favorire un coinvolgimento efficace e può permettere da parte sua

l'assunzione di una giusta responsabilità.

Approccio di Fischer: collaborative assessment: il feedback riveste un ruolo centrale.

Più recentemente, Finn Therapeutic Assessment: modalità di valutazione/restituzione in cui il feedback diventa un

processo interattivo in cui il soggetto partecipa, esprime la sua opinione sui risultati, sugli aspetti su cui concorda e su

quelli su cui no; è una modalità costruita apposta per fornire al paziente una visione di sé trasformativa. Lo scopo è

quello di usare l'assessment per fornire al soggetto nuove esperienze e nuove informazioni su se stesso che gli

possano essere di aiuto per apportare cambiamenti. Per Finn, la valutazione terapeutica in sé è già considerata un

potenziale intervento terapeutico: non ha il solo scopo di raccogliere informazioni, ma è concepita già come processo

trasformativo. L'aspetto centrale di questa visione è la condivisione dei risultati.

Una restituzione attenta e costruttiva lascia più soddisfatti i clienti, i quali riportano un incremento delle emozioni

positive, un'attenuazione del malessere e maggiore fiducia verso la terapia.

La restituzione non è una comunicazione della diagnosi così come viene fatta dal clinico, ma una descrizione dei soli

aspetti utili (secondo il clinico) emersi dalla valutazione e dalle caratteristiche psicologiche che meglio descrivono il

funzionamento del soggetto.

L'uso di un approccio collaborativo, che incoraggi il paziente a vedersi come un partecipante attivo del processo

terapeutico, e una modalità empatica di comunicazione hanno un'influenza positiva sul proseguo della relazione e sul

benessere del paziente. La comunicazione della diagnosi sembra inoltre facilitare il riconoscimento delle competenze

del clinico. Un buon feedback diagnostico migliora l'umore e lo predispone meglio al trattamento.

CAP 22: Fare diagnosi nell'infanzia e nel'adolescenza (+ slide)

La plasticità del funzionamento mentale in infanzia e adolescenza si riflette nella fluidità e instabilità della diagnosi e

del loro significato psicopatologico. La complessità dello sviluppo psicologico ha importanti influenze nella clinica, in

quanto non è possibile usare nosografie pensate per gli adulti sulle fasce di età in via di sviluppo; c'è disomogeneità

tra le diverse fasce evolutive e a seconda di queste alcuni comportamenti possono essere adattivi o meno.

La psicopatologia dello sviluppo cerca di studiare il percorso normativo dello sviluppo bio-psico-sociale e i fattori che

ne determinano una deviazione in senso disadattivo = prospettiva evolutiva e longitudinale. La qualità

dell'adattamento è sempre da mettere in relazione con il compito evolutivo specifico della fascia d'età; inoltre, il

modo in cui il soggetto affronta la sfida evolutiva costituisce un vincolo per l'organizzazione dei processi

d'adattamento per i periodi successivi traiettoria evolutiva. Importante valutare fattori di rischio e protezione.

L'approccio della psicopatologia dello sviluppo valorizza la diagnosi dimensionale più di quella categoriale perché più

adatta a cogliere elementi di continuità delle traiettorie evolutive e delle forme di disadattamento tenendo conto del

significato evolutivo delle singole manifestazioni patologiche.

Valutazione e diagnosi clinica del bambino.

Non si possono usare le nosografie pensate per gli adulti; inoltre non si può usare un approccio categoriale, ma si deve

tener conto del contesto interpersonale all'interno del quale il bambino cresce e gli aspetti evolutivi che caratterizzano

l'espressione sintomatologica. Accanto all'individuazione di pattern somatici, il clinico deve indagare altre aree come il

percorso di sviluppo, il funzionamento del sistema familiare, le caratteristiche dei genitori, le relazioni genitore-

bambino e i pattern di interazione, le caratteristiche costituzionali del bambino e le sue abilità.

Sistemi diagnostici:

- CD 0-3 (Classificazione diagnostica della salute mentale e dei disturbi dello sviluppo nell'infanzia): sistema di

classificazione multiassiale (5 assi) che si focalizza specificatamente sulle questioni evolutive. Pregi: ha criteri

specifici per fasce d'età; presenta quadri clinici che si hanno unicamente nella prima infanzia; valuta in modo

specifico il parametro relazionale (Asse II: classificazione della relazione). L'asse V valuta il funzionamento emotivo e

sociale, tra cui una serie di capacità fondamentali (attenzione, regolazione,..) in base al processo evolutivo in corso.

- PDM, due sezioni per l'età evolutiva. Anche in questo manuale le capacità relazionali e i pattern interattivi sono

centrali per la diagnosi. Per i bambini piccoli 5 assi; per gli adolescenti 3 assi, simili a quelli per l'adulto. 13

- Classificazione di Andres: relativamente alla durata e alla pervasività della sintomatologia, si parla di: Turbe

relazionale: sintomo di breve durata, in relazione all'ambiente o ai compiti di sviluppo;

Perturbazione relazionale: sintomo di 1-3 mesi all'interno di un modello d'interazione inappropriato.

Disturbo relazionale: + 3 mesi, caratterizzato da un modello di interazione disfunzionale, rigido e immodificabile, che

non permette di portare a termini i compiti evolutivi.

Data la complessità dello sviluppo, il processo diagnostico dovrebbe basarsi su un numero molto ampio di

informazioni e deve prevedere l'integrazione di osservazioni dirette e valutazioni del contesto relazionale per poi

fornire un quadro diagnostico globale. Oltre alle difficoltà specifiche, è importante indagare i punti di forza e di

vulnerabilità del bambino e della famiglia, il livello di capacità d'adattamento generali, il funzionamento del bambino

nelle aree di sviluppo più importanti, sempre confrontati per fasce di età. Il PDM sottolinea la necessità di prendere in

considerazione un ampio numero di aree e funzioni (Vd. asse MCA). La valutazione del bambino deve riguardare

contesti e strumenti valutativi diversi, tra cui:

- osservazione del funzionamento;

- osservazione delle caratteristiche interattive con i caregiver;

- colloqui/interviste con i genitori.

Valutazione e diagnosi dell'adolescente.

L'adolescenza è un periodo della vita in cui ci si confronta in modo particolare con il cambiamento e la trasformazione.

L'adolescente entra in questa fase con un forte legame con la famiglia e nel corso di questo periodo subirà un

cambiamento profondo e un'apertura sociale verso il mondo. Questa fase ha i suoi compiti evolutivi specifici.

Da una parte è una fase che segna una traiettoria evolutiva verso l'adultità e dall'atra è segnata dalla vecchia

traiettoria sviluppatosi in infanzia. Sia il corpo che la mente sono oggetti di grande trasformazioni: oltre la pubertà si

hanno importanti cambiamenti dei sentimenti del sé, verso gli altri e verso il mondo; cambiamenti del pensiero e del

modo di usare la mente: riorganizzazione dei processi di pensiero e acquisizione di capacità sempre più complesse,

uso del pensiero in modo dicotomizzato (pensiero forte vs debole; eccesso vs assenza di pensiero).

Importante relazionare eventuali sintomi con i compiti evolutivi problemi (fase-specifici)patologia; e non

patologizzare senza tenere conto della fase specifica in cui si trova l'adolescente: alcuni sintomi possono essere segno

di un intoppo evolutivo, non grave/patologico (crisi normativa). Quando si valutano gli adolescenti di cerca di

comprendere se la sintomatologia è un esordio di una problematica, o una traslocazione di una patologia insorta nel

corso dell'infanzia.

Le forme di disagio in adolescenza possono essere raggruppate in questi tipi:

- Forme di disagio che assomigliano a manifestazioni patologiche dell'età adulta ma che rappresentano una variante

para-fisiologica dell'adattamento fase-specifico.

- Manifestazioni psicopatologiche legate al funzionamento adolescenziale: breakdown evolutivo; condotte antisociali

(rischio: bisogna comprendere se è un agito normativo, adattivo o se mette troppo a rischio la sopravvivenza, in tal

caso può essere un esordio di una patologia più grave)

- Manifestazioni psicopatologiche che corrispondono ai quadri diagnostici dell'adulto.

- Aree di inibizione comportamentale e dell'esperienza: l'inibizione non è per forza segno di adattamento (es. l'assenza

di rischio e sfida può essere un segnale di problema, così come il suo polo opposto).

Nella valutazione di un adolescente, è bene tenere in considerazione alcuni costrutti fondamentali: metacognizione; la

funzione riflessiva (= capacità di concepire il comportamento come prodotto di stati mentali Vd. breakdown); le

relazioni oggettuali, che proprio in adolescenza subiscono un notevole sviluppo. Importante valutare i diversi contesti

d'interazione che svolgono un ruolo fondamentale nel determinare l'adattamento e nel promuovere lo sviluppo di

comportamenti e abilità sociali adattive e la maturazione di buone capacità di funzionamento cognitivo - affettivo (Vd.

relazioni familiari, scolastiche, gruppo di pari, relazioni sentimentali e amicali).

Non esiste un manuale specifico per la diagnosi delle problematiche adolescenziali, nonostante un gran numero di

disturbi abbiano la loro insorgenza generalmente in adolescenza (ansia, uso di sostanze, antisocialità ecc). Nel DSM c'è

una parte dedicata all'infanzia ma non all'adolescenza; il PDM stabilisce per l'adolescente lo stesso genere di

valutazione multiassiale usata per l'adulto, anche se prima si valuta l'Asse M, rispetto al P. lo SCORS è uno strumento

che può essere utile in adolescenza: cerca di monitorare come le componenti affettive delle prime esperienze

relazionali vengano riorganizzate a livello di rappresentazioni Sé-altro grazie all'evoluzione delle operazioni cognitive

specifiche per ciascuna età. Può essere utile per capire il grado di sviluppo e integrazione delle relazioni oggettuali e

della personalità. Un altro strumento utile è la SWAP-200-A, utile per identificare dei criteri di funzionamento della

personalità caratteristici di questa fase evolutiva, limitando i bias diagnostico prodotti dall'uso delle categorie pensate

per gli adulti. 14

MODULO II: La ricerca in psicoterapia.

INTRODUZIONE: modelli di psicoterapia.

La psicoterapia è una professione in cui si trovano un infinito numero di teorie e tecniche diverse. Ogni scuola si

differenzia per diverse caratteristiche, tra cui la principale è la teoria di partenza in base alla quale ognuna spiega

l'eziopatogenesi dei disturbi. La differenza tra le spiegazioni dell'origine del disagio comporta anche delle differenze

rispetto alle tecniche usate per sviluppare il cambiamento; anche l'interpretazione del cambiamento è diversa: per

alcune scuole si intende cambiamento sintomatologico per altre strutturale. Alcuni tipi di cambiamento

(comportamenti, sintomi) sono più facili da osservare dal punto di vista della ricerca di altri (le funzionamenti mentali,

es. autostima), perché richiedono l'operazionalizzazione del costrutto.

Il termine "psicoterapia" è considerato un "fuzzy set": un insieme che comprende significati non sempre espliciti e

dalle differenze non sempre chiare, che comprende numerosissime variabili, sia di tipo teorico che metodologico, che

cambiano a secondo dell'orientamento. Teoria e metodo sono strettamente connesse l'una con l'altra.

Roth e Fonagy (1996) dividono le varie tipologie di psicoterapia in alcune categorie più ampie, ossia:

- psicodinamica;

- comportamentale o cognitiva/comportamentale;

- interpersonale;

- sistemica o strategica;

- supportiva ed esperienziale;

- terapie di gruppo .

Eclettismo Vs. Integrazione

- Eclettismo: mescolanza di interventi derivati da più approcci, seguendo una logica ateorica ma empirica. È

importante che il terapeuta conosca e si avvalga di diverse tecniche anche che non fanno strettamente parte della

sua scuola di pensiero, a seconda dell'obiettivo specifico del caso clinico. La logica è che l'importante è

concentrarsi sul benessere del paziente. La ricerca dimostra che essere troppo rigidi riguardo al proprio modello

non è efficace. Questo approccio mette insieme diverse tecniche in quanto divergenti tra loro, scegliendo tra tante

tecniche diverse.

- Integrazione: lo psicologo dovrebbe integrare teorie diverse a seconda del paziente con cui si confronta. Integra

diverse teorie convergenti combinandole tra loro.

In generale, in ogni psicoterapia bisogna:

1. Condividere un piano di intervento, quindi innanzitutto condivisione di obiettivi e un'idea del sé. È quindi

importante, in base alla conoscenza che ha raggiunto il clinico riguardo al funzionamento del paziente, condividere

con lui la formulazione del caso e proporgli degli interventi terapeutici fatti su misura e da lui condivisi. Dalla teoria

alla pratica: la formulazione è teoricamente orientata e poi si traduce in indicazioni cliniche pratiche, che

dovrebbero essere modellate in base a chi si ha di fronte (vd. what work for whom).

2. Lavorare con le emozioni: qualunque terapia ha a che fare con le emozioni; ci sono differenze riguardo l'importanza

data, ma è comunque un tema sempre centrale per il lavoro clinico. L'emozione predispone all'azione, ha a che fare

con quello che si fa. In terapia si insegna a conoscere e a riconoscere le proprie emozioni con la mente prima di

tradurle in agito.

3. Lavorare con l'insight: capacità nel corso del dialogo di dare un significato nuovo sul sé, dare un senso a quello che

capita facendo una scoperta su se stessi. È un momento in cui si comprendono pienamente alcuni aspetti del sé, ma

non è sufficiente e si deve accompagnare a un cambiamento sostanziale nei pensieri, nei sentimenti e nei

comportamenti.

4. Lavorare su pensieri e credenze: sono il segnale di uno schema primitivo in azione. Il sé è una costruzione della

nostra storia che si avvale di schemi; la terapia mette a fuoco gli schemi distorti, esagerati, non integrati e va ad

agire su di essi.

Efficacia della psicoterapia

La ricerca ha dato conferma dell'efficacia della terapia, ma non si sa quali siano gli aspetti della terapia a determinare

il cambiamento. Ci sono varie ipotesi su quale sia il motore del cambiamento, i più studiati dei quali sono:

- Approccio terapeutico; 15

- Alleanza;

- Fattore paziente;

- Monitoraggio dei progressi;

- Fattore terapeuta.

In generale, nonostante sarebbe molto utile capire cosa succede durante la terapia, le ricerche in tal senso sono

ancora molto scarse, per la complessità che questi studi chiederebbero.

Un primo passo per comunicare e testare il proprio modello teorico e clinico potrebbe essere quello di andare

innanzitutto a definire cosa si fa durante la terapia e perché = manualizzazione (creazione di manuali di ciascun

orientamento). Per alcuni, questo approccio non è applicabile perché ci sono in gioco troppe variabili soggettive e

specifiche per ogni seduta che non possono essere del tutto standardizzate. Per altri autori, la creazione di manuali

standardizzati potrebbe essere utile se intesi come linee guida per chiarire l'orientamento generale della teoria e le

tecniche usate in modo puntuale e ripetibile. Per Fonagy, si dovrebbe creare un approccio al trattamento che orienti il

terapeuta e gli fornisca una cornice chiara, in cui c'è comunque uno spazio di flessibilità. Secondo Migone, la

manualizzazione può far bene perché mette in luce anche la ricchezza delle terapie, guardando alla loro pluralità e alle

loro differenze. L'ampiezza di possibilità è un valore e un vantaggio. L'idea di identificare un modello migliore degli

altri è un'idea superata e non comprovata scientificamente.

Le terapie evidence-based sono quella categoria di terapie che portano evidenze empiriche a garanzia della loro

efficacia (es. terapie di Kernberg o DBT); vi sono manuali che danno indicazioni sulle tecniche di intervento in quanto

queste tecniche si sono dimostrate empiricamente valide. Queste terapie, in quanto hanno risultati comprovati,

potrebbero essere più facilmente inserite in contesti di sanità pubblica.

La ricerca del single-case (CAP. 6) (+ slide)

La pratica clinica è posta sempre più di fronte alla sfida di svilupparsi in quanto disciplina basta sulle prove di efficacia,

seguendo in tale percorso il destino delle discipline mediche. Tale esigenza, nel corso degli anni, ha indotto

progressivamente i ricercatori a tentare di fornire prove di efficacia che supportino la validità dei trattamenti

psicoterapeutici e psicologico-clinici allo scopo di ottenere:

- Una solida base di evidenze che permettano di affermare che la talking cure non sia una pratica naif, non basata

sull'intuizione o su altre forme non condivisibili attraverso la comunicazione, ma che, al contrario, produce effetti

condivisi e dimostrati e sia ripetibile;

- La conoscenza dei fattori causali sottostanti al cambiamento, attraverso il controllo delle variabili implicate;

- La generalizzabilità dei risultati in contesti differenziati, sulla base di studi condotti con appropriate metodologie e di

dimensioni tali da riscontrare un'adeguata validità statistica.

Il problema, però, è che la terapia non può prescindere dalla sua natura fondamentalmente idiografica, nonostante

per la ricerca sia necessario oggettivare i costrutti, pratica che si allontanerebbe troppo dalla peculiarità del paziente.

Storicamente, la ricerca in psicoterapia si è sviluppata lungo 3 principali direzioni:

1. Outcome research: studio sull'esito del trattamento, il cui scopo è verificare se sia avvenuto un cambiamento nel

paziente o gruppo sperimentale;

2. Psychotherapy efficacy and effectiveness research: studio dell'efficacia della psicoterapia, che si propone di

rispondere alla domanda se sia effettivamente la psicoterapia a essere il motore del cambiamento;

3. Psychotherapy change process research: lo studio del processo di cambiamento, mirato a individuare quali fattori

specifici della terapia siano responsabili del cambiamento.

La ricerca in psicoterapia è iniziata con lo studio dei report clinici, che consistevano nella lettura critica narrativa dei

casi clinici allo scopo di per andare a indagare e interpretare i sintomi e il funzionamento dei paziente. Questo

approccio, nato all'origine della disciplina psicanalitica, presenta diversi limiti:

- Quello che l'analista porta della seduta è un dato non pubblico, è stato osservato direttamente solo dall'analista che

ha condotto il trattamento e non sono disponibili alla contemporanea osservazione indipendente; è l'analista che

riporta una formulazione soggettiva di idee su quello che è accaduto in seduta senza che ci siano dati condivisi.

- I modi in cui vengono generalmente ridotte, ordinate e riassunte le osservazioni per sviluppare o verificare le ipotesi

non sono solitamente pubblici, ma riflettono piuttosto le valutazioni private (secondo canoni generalmente non

specificati) dello studioso analista, quindi anche come viene riportata la seduta può essere influenzato dai pregiudizi

dell'analista.

- Il metodo clinico si avvale di una logica retrospettiva e i resoconti sono soggetti alle distorsioni mnestiche. Questo

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vale anche per i pazienti; infatti le teorie si basano su quello che le persone adulte riportano, non su quello che è

realmente successo in età evolutiva. Dal punto di vista della ricerca, è un punto di vista problematico perché sono

dati non verificabili (Vs. infant research: ipotesi che nascono in ambito clinico verificato dal vivo). Questo metodo

clinico retrospettivo, in cui le cause sono inferite dopo il fatto dallo studio delle conseguenze, comporta il rischio di

basarsi su circolarità di ragionamento.

- La generalizzazione di un caso di un singolo paziente è molto problematica.

- Non si tiene conto della possibile influenza di fattori extraterapeutici sull'esito della terapia.

 in generale, i report dei casi clinici hanno scarsa validità e affidabilità.

Sebbene il report clinico sia soggetto a critiche riguardo alla sua scientificità, è stato uno strumento utile per la

costruzione di teorie sulla mente umana, e continua ad esserlo in quanto permette di raccogliere informazioni

importanti sul modo di funzionare del paziente. Però, per quanto riguarda la ricerca empirica, vi è la necessità di

trovare strategie e finalità più esplicite e di tecniche di raccolta dati più obiettive. Alla luce di tutto questo risulta di

notevole importanza la definizione di un metodo di studio sistematico del caso singolo che si avvale di disegni

sperimentali sul singolo soggetto, in cui l’obbiettivo è dimostrare una relazione funzionale (o causale) tra una variabile

dipendente e una indipendente. Nella ricerca in psicoterapia la VI è la diversa tipologia di trattamento o le variabili del

trattamento e si cerca di capire come questa variabile manipolata abbia qualche effetto sulla VD (efficacia della

terapia/comportamento osservato durante la terapia).. In questo modo lo studio del caso singolo può avere una

valenza empirica e scientifica e diventa un buon sistema per valutare quali siano i fattori che determinano il

cambiamento.

4 livelli di osservazione empirica sul caso singolo proposti da Kächele e Thomä (2003):

A) Studio del caso clinico: si basa sulle osservazione dell' analista. È utile alla clinica, ma non ha modo di dare dati

scientifici

B) Descrizioni cliniche sistematiche: basate sulla registrazione di tutto il trattamento e la trascrizione di un quinto delle

sedute, con il contributo dell'analista e dei suoi appunti. Questo materiale permette un facile accesso al caso,

essendo più rigoroso e dettagliato del livello A. Inoltre, si può cogliere il progresso del trattamento e anche valutare

il percorso nel tempo di costrutti come ad esempio le situazioni di transfert/controtransfert, l'alleanza, ecc..

C) Procedure guidate di giudizio clinico: trasformazione delle descrizioni cliniche da informazione di tipo qualitativo a

quantitativo, attraverso ad esempio la costruzione di griglie di lettura che studiano determinati costrutti definiti a

priori rilevanti rispetto al processo terapeutico. Attenzione guidata sul materiale della seduta.

D) Analisi del testo con il computer: si riduce ulteriormente la soggettività, attraverso la creazione di dizionari

informatizzati che estrapolano in automatico dei pezzi di trascritto; si tenta così di ridurre il bias che deriva

dell'expertise del soggetto che analizza il colloquio.

Disegno di ricerca = la struttura generale del piano d'azione metodologico utilizzato per condurre la ricerca. In

psicoterapia, ci sono due modi per fare ricerca: single case

RCT (randomized clinical trial)

Single case: può essere considerato l'evoluzione delle tecniche di ricerca basate sul resoconto narrativo (report clinici).

La definizione comprende una molteplicità di strategie di ricerca accomunate dal fatto di condividere la caratteristica

per cui l'unità di osservazione (N=1) non può essere ulteriormente scomposta. Nei disegni single case vi è un solo

paziente su cui vengono effettuate numerose osservazioni attraverso misure operazionalizzate in un lungo lasso di

tempo, per valutare la consistenza e la qualità dei cambiamenti. Il controllo è definito come le osservazioni ottenute

prima del trattamento (baseline), mentre quelle effettuate durante il cambiamento sono le condizioni sperimentali. È

importante la valutazione continuativa della prestazione del soggetto; serve un certo numero di sedute piuttosto

elevato per poter tener conto di un andamento globale Analizzare il trend della baseline permette di fare una

previsione teorica sulla prestazione del soggetto, con cui si confronta quella reale durante la fase del trattamento,

ottenendo la portata di cambiamento del trattamento stesso. Tendenzialmente, minore è la variabilità della baseline,

maggiore è l'informatività dello studio in quanto la differenza di prestazione durante la fase sperimentale sarà

chiaramente attribuibile al trattamento. È il disegno di ricerca più utilizzato nella ricerca contemporanea perché

permette un'analisi macro e microanalitica che esprime in misure confrontabili il funzionamento della personalità del

paziente, il processo del trattamento e i risultati ottenuti, in una cornice sempre coerente.

I disegni single case possono essere qualitativi o quantitativi, ma uno non può prescindere dall'altro. Le analisi

quantitative accrescono la comprensibilità dei dati rilevati permettendo analisi statistiche e la riduzione di molte

osservazioni a un numero di indicatori più gestibile. L'analisi quantitativa si concentra sul tentativo di stabilire una

relazione tra più variabili, basandosi però su una differente logica causa-effetto: il nesso tra variabili viene dimostrato

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dalla co-occorrenza delle stesse invece che dalla manipolazione sperimentale. I disegni single case quantitativi sono:

- La replica per segmentazione: permette di studiare la correlazione tra processi indipendenti nel tempo. È un

paradigma di ricerca che si compone di 4 componenti centrali: il materiale registrato viene campionato e

segmentato in episodi; i segmenti vengono scelti sulla base di un particolare tipo di evento che si ripete; si

identifica e si misura una dimensione specifica misurabile, che si ipotizza in rapporto causale con gli eventi che si

ripetono; si formulano ipotesi e la si sottopongono a verifica alla luce dalla possibile associazione tra le misure

identificate (punto 3) e gli eventi osservati (punto 2).

- L'analisi delle serie temporali: si usa questo disegno se si vogliono studiare fenomeni contingenti rispetto alla loro

posizione nel trattamento. Sono misurazioni che vengono effettuate a intervalli più o meno regolari in un grande

numero di momenti (almeno 100). Questa tecnica serve a giungere a conclusioni sulla natura causale delle

relazioni tra due fenomeni (prova indiretta del rapporto causa-effetto). Questa tecnica ha però dei limiti: la

lunghezza e la complessità, la necessità che le dimensioni devono comparire più volte e con varia intensità nelle

serie temporali, devono essere abbastanza omogenee e contenute nell0arco temporale usato (seduta o settimana

per la psicoterapia lunga).

- Serie di pazienti e disegni quasi sperimentali: i metodi descritti possono essere usati anche su più pazienti, con alcuni

accorgimenti: si deve mantenere il focus sull'individuo piuttosto che sulla media del gruppo; si esaminano i fattori

non controllati che possono causare deviazioni di tendenza comune; integrare in un modello causale le

caratteristiche personali, i fattori non controllati e gli eventi; non generalizzare, bensì sottolineare le eccezioni

quanto le regole. Questo disegno mette il focus sempre sull'individuo più che sul gruppo, ma spesso è utilizzato

come estensione dell'RCT.

- Disegni sperimentali single case: non hanno una procedura standard, ma condizioni sperimentali che il ricercatore

selezione e modula volontariamente al fine di dimostrare una relazione sistematica tra un intervento clinico e un

dato cambiamento a esso successivo. Si mantengono costanti tutte le variabili tranne la variabile indipendente che

è manipolata dallo sperimentatore. Questi disegni non sono molto adatti alle ricerche in psicoterapia perché

valorizzano più l'aspetto comportamentale della terapia.

-Disegni a baseline multipla: sono disegni across i soggetti, i problemi e i setting (es. intervento su più pazienti a

intervalli diversi).

Per i disegni single la replicazione è fondamentale in quanto permette di dimostrare la generalizzabilità delle scoperte

fatte in un disegno N=1. Le scoperte sono generalizzabili quando sono: valide; applicabili a diverse persone; replicabili

in diversi contesti.

Vantaggi del single case:

- Mette in discussione una teoria generale;

- Fornisce una validità euristica a ricerche successive e meglio controllate;

- Facilita lo studio, anche se non propriamente controllato, di fenomeni clinici importanti e l’applicazione di nuovi

principi o di nozioni note in modi nuovi;

- Assicura un sufficiente controllo sperimentale per fornirci informazioni “scientificamente accettabili” su fenomeni

legati al processo;

- Aiuta a “rimpolpare lo scheletro teorico”;

- Permette di individuare il processo in psicoterapia, di vedere l'andamento di un fenomeno durante una terapia lunga

e di argomentare criticamente alcuni assunti sulle teorie e sulle tecniche della psicoterapia.

Critiche di ordine metodologico:

- Problemi di generalizzazione dei risultati a popolazioni cliniche più ampie;

- La difficoltà d'interpretazione dei risultati, dovuta al fatto che, mancando un paragone con un altro tipo di

trattamento, non è facile capire se i dati ottenuti siano comunque legati all'applicazione di una specifica tecnica

oppure se siano effetti generici aspecifici;

- L'elevato livello di selezione dei pazienti e la loro assegnazione non casuale.

RCT (Randomized Clinical Trial): disegni in cui il confronto non è su un'unica persona, ma su gruppi di pazienti

differenti in cui le persone vengono assegnate in modo randomizzato, mantenendo un gruppo sperimentale e un

gruppo di controllo. Non è sempre eticamente consigliabile, in quanto a un gruppo non si darà alcuna terapia. Questo

tipo di ricerca affronta esplicitamente la questione di quale trattamento, tra due o più studiati, risulta più efficace,

quindi prevede che ci sia il massimo controllo sulla variabile indipendente e per l’assegnazione casuale dei

partecipanti a ciascuna condizione sperimentale. Sono molto utilizzati per confrontare gli esiti sul gruppo che riceve il

trattamento in sperimentazione rispetto al gruppo di controllo. Hanno comunque dei limiti:

- La scarsa specificità e generalizzabilità dei risultati alle popolazioni dei pazienti “reali”: per la somministrazione dei

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manuali servirebbero pazienti senza comorbilità, casi rari nella realtà clinica; inoltre partono dall'assunto che i

pazienti si assomigliano tra loro se appartengono alla stessa etichetta diagnostica, cosa che non accade mai

realmente;

- L’utilizzo di campioni numericamente limitati;

- Una mancanza di chiarezza rispetto alla natura della terapia offerta;

- Una scarsa tenuta che dipende dalla numerosità del campione e dall’assegnazione causale dei pazienti, requisiti

difficili da soddisfare in ambito clinico;

- L’impossibilità di misurare alcuni aspetti importanti del funzionamento mentale del cliente.

La critica principale che viene mossa ai disegni RCT è che ipersemplificano la situazione clinica: rivelano il

cambiamento ma non permettono di operare inferenze causali relative al modo in cui è avvenuto nei singoli pazienti.

Anche avendo individuato che il gruppo sperimentale e quello di controllo sono statisticamente diversi, non si può dire

nulla riguardo i fattori specifici che hanno portato a quel cambiamento in quel paziente né si può escludere che siano

intervenuti fattori esterni (disegni "casualmente vuoti", Elliott). Attraverso questo tipo di disegno di può dire che c'è

relazione causale tra A e B attraverso determinate condizioni C, ma non si può dire come A influenzi B. Dal punto di

vista psicologico questo tipo di disegno considera i pazienti come recipienti passivi di trattamenti standardizzati e non

come attivi collaboratori alla terapia; e la tecnica terapeutica come erogabile in modo identico e standardizzabile per

ciascun caso, indipendentemente dalla relazione che si instaura tra clinico e paziente. Inoltre, vi è anche il problema

dei fattori di distorsione che le statistiche usate dai RCT provocano: tendono infatti ad assimilare l'equivalenza

statisticamente significativa e quella clinicamente significativa.

Gli RCT hanno bisogno e promuovono la necessità di standardizzare gli interventi, cioè di dare un'accurata descrizione

teorica del trattamento usato. Manualizzazione: descrive tempi, durata delle sedute e altri aspetti “logistici”

dell’intervento e soprattutto si occupa della definizione degli interventi da parte del terapeuta. Se da un lato questo

processo ha il merito di render trasparente il modo di lavorare del clinico, dall'altra, però, influenza il clima emotivo e

relazionale che si viene ad instaurare nel rapporto terapeutico individuale e limita la possibilità del clinico di

intraprendere percorsi e scelte di cura “in scienza e coscienza” ritenuti utili ai fini della remissione del sintomo o

dell’incremento del benessere complessivo di ogni specifico paziente, in favore della tecnica standard.

Single-case Vs. RCT:

- Obiettivi: i single-case non si pongono tanto l'obiettivo di capire se il trattamento funziona, ma come e perché

funziona. Inoltre, gli effetti di un intervento vengono valutati sull’individuo e non sul gruppo, favorendo così

l’approccio idiografico (più vicini al process). I single case sembrano avere più punti di debolezza per quanto

riguarda la validità esterna e la validità interna, ma permettono di raggiungere un migliore equilibrio tra questi due

aspetti, inteso come un buon bilanciamento tra rigore scientifico e fedeltà alla realtà della seduta. Al contrario, i

RCT lavorano sull'efficacia empirica dei trattamenti formando gruppi di pazienti (più vicini all'outcome).

- Considerazione dei fattori specifici e aspecifici: i RCT si basano sull’ipotesi implicita che il successo dei trattamenti sia

dovuto a fattori specifici, caratteristici dei singoli approcci terapeutici; al contrario i single-case permettono di

scomporre i fattori e di riconoscere, nel singolo caso studiato, sia i contributi specifici (per esempio, interpretazioni

del transfert, self-disclosure etc.) che quelli aspecifici (per esempio, empatia del terapeuta, alleanza terapeutica

etc.). I RCT, valorizzati dai sostenitori dei fattori specifici e anticipati negli anni Settanta dai primi studi sull’efficacia

comparata dei trattamenti, hanno favorito la convinzione che, responsabili del successo del trattamento, fossero i

fattori aspecifici. Paradossalmente i precursori degli RCT, fatti per indagare i fattori specifici, hanno dato prova

indiretta dell’importanza dei fattori aspecifici. I disegni single-case, nati anch’essi in ambito comportamentale, con

l’intento di verificare l’efficacia di fattori specifici, sono oggi la bandiera di chi sostiene il primato dei fattori

aspecifici e sono considerati ottimali per la valutazione empirica di trattamenti psicoanalitici.

EST (Empirically Supported Treatment) Vs. ERS (Empirically Supported Relationship).

Si può dire che i due disegni di ricerca appartengano a due filosofie opposte: i RCT sembrano più vicini alla logica

dell'EST, in cui il disegno è condotto con la manipolazione dei gruppi sperimentali e il focus è sugli esiti; mentre i

disegni single-case si avvicinano a quella degli ESR, in cui il focus è sulla qualità della relazione e dei diversi

atteggiamenti del terapeuta più che sulle tecniche, e l'obiettivo della ricerca è studiare come vengono strutturate e

mantenute le interazioni interpersonali nel contenitore terapeutico.

I trattamenti che si possono sottoporre a verifica empirica (EST) sono quelli di breve durata; che hanno delle tecniche

manualizzate che rendano le terapie standard e quindi confrontabili tra loro; gli obiettivi sono concentrati sulla cura

del sintomo; escludono soggetti che presentano condizioni di comorbilità. Queste forti restrizioni portano con sé delle

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conseguenze:

- Esclusione di tutti i trattamenti a lungo termine e degli interventi poco strutturati, come la psicoterapia dinamica e la

psicanalisi;

- Divulgazione di algoritmi terapeutici lineari, unidirezionali, secondo il modello medico;

- Diffusione dell’errore logico per cui “non validato” significa “inefficace”;

- Ripercussione di natura economica e politica nell’ambito della gestione della salute mentale.

Inoltre, nonostante la maggior parte degli assunti sottostante agli EST siano verificabili, questi non sono stati

adeguatamente supportati da prove scientifiche, ma anzi sono stati falsificati dalla stessa ricerca empirica. Gli assunti

impliciti della logica dell'EST sono:

1. I processi psicologici (e la psicopatologia) sono altamente malleabili e quindi suscettibili di essere modificati in tempi

brevi. Le ricerche, al contrario, hanno trovato una consistente relazione dose-effetto che mostra come i

trattamenti lunghi siano più efficaci di quelli brevi su alcune patologie.

2. La maggior parte dei pazienti ha un solo problema principale o può essere trattata come se così fosse. La

comorbilità tra disturbi di Asse I e Asse II è molto elevata; ma dato che secondo questa logica la comorbilità è

casuale deve essere trattata con tecniche specifiche in sequenza.

3. I sintomi psicologici possono essere compresi e trattati prescindendo dalle predisposizione di personalità, assunto

necessario per l'uso del manuale e per la brevità del trattamento. Ma è noto che i sintomi di Asse I possono

assumere significato diverso in presenza di disturbi di personalità.

4. All’inizio della terapia i pazienti desiderano riferire, e sono in grado di farlo, i motivi della loro sofferenza;

5. Gli elementi di un trattamento efficace sono dissociabili gli uni dagli altri e cumulabili tra loro.

6. I RCT sono il Gold Standard per valutare l’efficacia terapeutica, da cui l’assunto per cui gli elementi di un

trattamento efficace possono essere manualizzati, e gli interventi specifici previsti dal manuale sono i soli che

possono essere messi in relazione causale con l’esito del trattamento (Vd. manualizzazione).

La Divisione 29 dell'American Psychological Association (APA) pubblica, contro le limitazioni intrinseche dell'uso

esclusivo della logica dell'EST, un resoconto sul contributo all'efficacia terapeutica di variabili quali la personalità del

terapeuta, le caratteristiche del soggetto e la qualità della relazione, ignorate invece dal movimento EST, i cui obiettivi

erano soprattutto identificare le differenze tra gli esiti ottenuti da tecniche terapeutiche diverse. Attraverso i singl-

case si può sottoporre a verifica empirica anche i trattamenti lunghi di psicoterapia psicanalitica e pazienti con disturbi

di personalità e comorbilità, ignorati dal movimento EST. Inoltre, permettono di rispondere alla domanda sul perché

l'intervento è efficace.

Gli studi ESR portarono alla conclusione che la psicoterapia è un processo interpersonale nel quale una componente

curativa essenziale è la natura della relazione terapeutica; lo sviluppo e il mantenimento della relazione terapeutica

forniscono il contesto nel quale le tecniche terapeutiche specifiche esercitano la loro influenza. Di conseguenza, la

formazione in abilità relazionali è cruciale: i clinici possono migliorare il risultato adeguando le proprie caratteristiche

interpersonali alle variabili salienti del paziente che influenzano la relazione terapeutica (es. stadio di cambiamento,

stile di attaccamento, motivazione).

 “La diversità e la ricchezza della ricerca clinica hanno delle ricadute dirette sui metodi da utilizzare e non è sempre

possibile applicare delle tecniche ideali dal punto di vista metodologico” (Kazdin).

Disegno single-case e RCT sono entrambi strategie che devono far parte del bagaglio metodologico del ricercatore, che

saprà utilizzarle in base alle caratteristiche e alle necessità dell’oggetti di studio. Di conseguenza, gli studi RCT sono

una possibilità e non una necessità. Se in passato dominava la convinzione che conclusioni valide e generalizzabili

fossero possibili solo attraverso lo studio ripetuto di gruppi di soggetti e un adeguato campionamento, oggi si inizia a

evidenziare il valore di un lento ma progressivo accumulo di “gruppi” di casi singoli anche per formulare o corroborare

ipotesi cliniche generali. In quest’ottica, anche lo studio sui gruppi va ripensato: non più confronto fra medie di gruppi

di soggetti, bensì studio intensivo di ogni singolo paziente del gruppo. È una strategia più onerosa, ma infinitamente

più informativa. 20

L'attaccamento (slide + CAP 22: La valutazione dell'attaccamento + CAP 23: Attaccamento e psicoterapia: teoria e ricerca empirica)

Per le teorie psicologiche, il concetto di motivazione è sempre stato un concetto fondamentale, in quanto in base al

significato dato a questo concetto si possono ripercorrere le tappe dello sviluppo della mente umana. Per questo,

tutte le teorie psicologiche trattano e cercano di spiegare la motivazione.

Motivazione è l'espressione dei motivi che inducono un individuo a compiere o tendere verso una determinata

azione. Da un punto di vista psicologico può essere definita come l'insieme dei fattori dinamici che spingono il

comportamento di un individuo verso una data meta; è l'espressione dei motivi che inducono un individuo a compiere

o tendere verso una determinata azione. È il costrutto intrapsichico che svolge due funzioni fondamentali: genera

(componente energetica di attivazione) e orienta (componente direzionale) il comportamento. Può essere spiegata da

un punto di vista biologico (innata, di natura fisica/fisiologica) o psicologico (appresa con l'esperienza); queste due

componenti sono in interazione tra loro e le teorie cercano di tener conto di questo rapporto. Inoltre, può essere

intrinseca, cioè lontana dall'area della consapevolezza, o estrinseca, cioè conscia, che può essere dichiarata

verbalmente. Nei comportamenti che si mettono in atto questi due aspetti contrapposti possono essere congiunti o

meno.

Freud pone come punto centrale della sua teoria la motivazione primaria legata al soddisfacimento degli impulsi: la

motivazione principale dello sviluppo della mente passa attraverso la motivazione di base di poter soddisfare alcuni

impulsi primari (es. nutrimento). La mente prende parte di una relazione cura, tra il bambino e chi si occupa di lui, che

è legata innanzitutto alla soddisfazione dei suoi bisogni innati, mentre la socializzazione è un fattore secondario. A

seconda del modo in cui la soddisfazione viene esaudita, si strutturano tutte le varie strutture della mente.

Dopo Freud, le teorie psicanalitiche aprono la strada a nuove concettualizzazioni che si basano sull’interiorizzazione

delle relazioni reciproche tra bambino e caregiver, e quindi il focus è sui bisogni relazionali di essere amati e accuditi

più che su quelli fisici innati. L'interesse si sposta dalle fasi psicosessuali ai bisogni evolutivi, agli stili di attaccamento e

alle relazioni oggettuali. Questa nuova prospettiva nasce da un approccio multidimensionale e da alcuni risultati

empirici da discipline come l'etologia (vd. esperimento di Harlow): la motivazione principale dei cuccioli, ma anche

dell'uomo, è la ricerca di un ambiente di protezione, cura, calore. Da qui, la ricerca ha dato più importanza alla

relazione e, nello specifico, alla possibilità di sentire fin da piccolo una disponibilità emotiva, cioè una disponibilità a

rispondere a quelle che sono le difficoltà specifiche del bambino. Questo, quando vede/sente la disponibilità dei

genitori a rispondere alle sue difficoltà, di sentirsi sicuro in quanto visto riconosciuto e supportato costruisce

un’immagine di sé positiva perché vede nella responsività e nell’attenzione dei genitori un riconoscimento di se stesso

come persona di valore, degna di attenzione.

In questo contesto teorico si inserisce la teoria dell'attaccamento di John Bowlby.

Ipotesi della deprivazione materna = associa la psicopatologia con la perdita della figura materna: la capacità di

regolazione passa attraverso l'interazione con una figura di riferimento ed è costruita dall'esperienza ripetuta di

essere regolato, capacità che poi verrà interiorizzata e fatta propria nel tempo. Molti sintomi che si sviluppano in

adolescenza e poi nell'età adulta possono essere visti in questa ottica come un'incapacità di regolarsi a causa di una

mancanza di un contenitore relazionale che trasmetta la capacità di regolazione delle emozioni e dei bisogni.

Attaccamento sistema motivazionale innato che ha la funzione di promuovere la vicinanza a una figura di

riferimento quando si avverte una situazione di pericolo; questa vicinanza, o la possibilità di garantirsi la vicinanza, è il

sistema attraverso cui si può sopravvivere alla difficoltà. Il bambino è predisposto alla ricerca di vicinanza grazie a

meccanismi innati (es. pianto) che si attivano quando il bambino è a disagio e il cui scopo è la ricerca di prossimità e la

garanzia di sopravvivenza; una volta raggiunto lo scopo, questo meccanismo di interrompe. Il comportamento di

ricerca della vicinanza è il risultato di sistemi di controllo “corretti secondo la scopo”: questi sistemi sono guidati da un

meccanismo centrale che permette di percepire gli elementi dell'ambiente e di servirsi di tale capacità per formarsi

una mappa per prevedere la risposta ambientale. Il comportamento istintivo è teso al raggiungimento di uno scopo

ben definito che in ultima analisi coincide con la sopravvivenza della specie.

A seconda dell'esigenza, si attivano due meccanismi:

- Sistema di attaccamento: mantiene l'accesso alla figura di attaccamento;

- Sistema di esplorazione: allontanamento dalla figura di riferimento a vantaggio dell'esplorazione dell'ambiente.

Questi due sistemi vengono usati dalla coppia caregiver-bambino in interazione tra loro e vengono regolati attraverso

sistemi di feedback; però quando vi è una minaccia deve essere sempre garantita la possibilità di tornare alla base

sicura. 21

I bambini dai 2 ai 12 mesi sviluppano competenze che fanno sì che il sistema di attaccamento diventi sempre più

complesso e le modalità di richiamo diventano sempre più sofisticate; inoltre, nasce progressivamente l'idea che la

vicinanza non deve essere strettamente fisica, ma può essere anche mentale/psicologica. L'esperienza prolungata di

risposte positive e sintonizzate alle richieste del bambino fa sì che egli interiorizzi un modello mentale (aspettative di

risposta) che regola il comportamento. I bambini per quanto piccoli hanno delle esperienze relazionali interiorizzate e

che creano aspettative nella loro mente: già a un'età pre-verbale, non consapevole, prima ancora dello sviluppo delle

capacità cognitive complesse, vengono registrate le esperienze e si creano aspettative in base alle esperienze più

frequenti (da comportamento ripetuto a schema interno).

Attaccamento bisogno di formare legami affettivi = bisogno umano fondamentale e universale ma diverso dal

bisogno fisiologico primario. Il modo in cui il bisogno è soddisfatto crea delle specificità del funzionamento di ognuno:

infatti l'attaccamento si costituisce nei primi anni di vita per garantirsi la vicinanza e quindi la sopravvivenza ma tende

a rimanere stabile nel corso del tempo e influenza il modo in cui da adulti si costruiscono i rapporti con gli altri. È un

baricentro che si crea precocemente e che organizza la vita relazionale e personale. I modelli di comportamento

percepiti nell'infanzia costituiscono un patrimonio in cui si sviluppano in seguito degli stati psichici: la mente si

costruisce a partire da un'esperienze reale percepita. Per questo è importante studiare nelle patologie degli adulti

quali sono state le loro esperienze relazionali precoci.

Valutazione dell'attaccamento: la Strange Situation di Mary Ainsworth

La Strange Situation è una procedura sperimentale che ha per soggetti bambini di circa un anno, i quali vengono

separati dal caregiver abituale e lasciati con una persona estranea e amichevole in una stanza da gioco gradevole ma

sconosciuta; è un paradigma di laboratorio che utilizza delle "micro-separazioni" di poca durata che si è rilevato

capace di attivare il sistema di attaccamento e con cui si può valutarne lo stile. Questo strumento ha reso possibile

individuare 4 pattern principali di comportamento nell'attaccamento:

- Sicuro: bambino che sembra abbia interiorizzato degli schemi di aspettative che lo rassicurano sul fatto di avere delle

ricompense ai suoi bisogni; modalità abituale in cui la risposta genericamente è positiva e di sostegno. Il genitore

rappresenta una base sicura da cui potersi allontanare per esplorare l'ambiente e a cui poter tornare in qualunque

momento. Ciò influisce positivamente sull'immagine di sé e sulla rappresentazione dell'altro: il bambino sicuro ha

un'immagine di sé come autorizzato a chiedere aiuto e a esprimere disagio in situazioni di pericoli in quanto le

aspettative sulle risposte sono buone; si sente degno di amore. La rappresentazione dell'altro è quella di una

persona affidabile, benevole e disponibile, anche se non perfetta.

- Insicuro ansioso/evitante: esplora l'ambiente in modo autonomo; ha memorie e aspettative di non disponibilità,

rifiuto delle richieste di protezione ed è scoraggiato nei confronti del legame. Il genitore ha nel suo stile di

parenting l'idea che sia importante incoraggiare l'iperautonomia e l'autocontrollo del bambino; non sono

necessariamente genitori cattivi o trascuranti. Di conseguenza il bambino quando è in difficoltà non pensa che

l'altro sia disponibile all'aiuto e cerca si usare solo le sue risorse. In età adulta questa tendenza permane: persone

iperautonome, che rifiutano la dipendenze, comportamenti alla cui base c'è una paura a rivolgersi all'altro per

paura di un rifiuto. Le aspettative sono il rifiuto e la trascuratezza delle proprie necessità di accudimento. Le

rappresentazioni di sé sono come una persona non degna di amore, non amabile. Vede l'altro con diffidenza.

- Insicuro ansioso/resistente: cercano un'eccessiva vicinanza fisica, sono angosciati dalla separazione e esplorano poco

l'ambiente. Hanno memorie e aspettative di genitori poco prevedibili che oscillano tra l'essere iperprotettivi

all'essere distaccati/trascuranti; i genitori vengono descritti come incostanti e imprevedibili nelle cure o

scarsamente capaci di rispondere in modo adeguato alle richieste del bambino. La separazione è vissuta come una

minaccia e un pericolo insormontabile: questi bambini non vogliono lasciare la vicinanza perché non hanno

un'aspettativa di certa sul suo recupero.

- Disorganizzati/disorientati: categoria clinicamente più rilevante. Si evidenzia, nel momento di ricongiungimento,

come una rottura di una delle strategie precedenti, con manifestazioni di modelli di comportamenti inesplicabili o

disorganizzati. Questi bambini hanno nella figura di riferimento una fonte sia di paura che di rassicurazione. I

genitori spaventati o spaventati. I bambini esposti a traumi e maltrattamenti generano questo tipo di

attaccamento. Da queste esperienze si sviluppano rappresentazioni di sé e dell'altro multiple, contraddittorie

(terrorizzate e terrorizzanti) e reciprocamente dissociate, che comportano una difficoltà nel vedersi come un Sé

unitario e sembra essere associata a un pensiero non mentalizzante (Vd. mentalizzazione).

Ogni bambino sviluppa strategie adattive per sopravvivere nel suo contesto ambientale. Quindi i bambini che

sviluppano stili di attaccamento apparentemente disadattivi, in verità hanno sviluppato quelle modalità in quanto

erano le migliori possibili per sopravvivere alla specifica situazione e allo specifico genitore della loro infanzia. Anche i

comportamenti più disadattivi nascono in origine come adattivi. 22

I comportamenti collegati a questi pattern sono sostenuti dall'attivazione di strategie adottate per la regolazione delle

emozioni. La regolazione emotiva nasce in un contesto di etero regolazione che passa attraverso esperienze relazionali

ripetute; si apprende con l’aiuto delle figure di riferimento e quindi le strategie di regolazione future sono l’inevitabile

riflesso dei comportamenti che i genitori hanno avuto verso i loro figli. Più l'attaccamento è sicuro, più

l'autoregolazione è buona. Nell'attaccamento insicuro la regolazione emotiva è disregolata su due poli opposti:

l'evitante si iper-regola abbassando la soglia emotiva, mentre il resistente non riesce a regolarsi per nulla in modo

autonomo. Entrambi hanno aspettative di figure genitoriali che non sono in grado di stabilizzare le loro attivazioni

emotive in quanto non ritorna loro una risposta che trasmetta uno stato di equilibrio.

Tutti i genitori creano delle rotture nel corso dell'interazione con il figlio, ma i genitori con bambini sicuri sanno

riparare l'errore, cioè sono in grado di ristabilire la relazione e le emozioni in modo adeguato al bambino, rimanendo

sempre organizzati. I genitori dei bambini evitanti sono trascuranti e risentiti; mente quelli del bambino rifiutante

alternano intrusività e distacco.

I Modelli Operativi Interni (MOI)

L’adattamento di un organismo al proprio ambiente si basa sulla possibilità di costruirsi un’adeguata mappa

conoscitiva, un accurato Modello Operativo Interno (MOI) delle caratteristiche dell’ambiente che guida e regola gli

scambi tra organismo e ambiente. Le qualità della relazione con il genitore appresa in età precoce permane in forma

di rappresentazione interna o modello operativo interno mappe mentali/schemi di memorie e aspettative riguardo

l'intimità delle relazioni precoci nell'attaccamento che aiutano a conoscere l'ambiente e in particolare quella parte che

guida gli scambi e le relazioni, o per alcuni autori anche tutte le altre funzioni della persona (es. anche funzioni

cognitive). Sulla base di queste rappresentazioni, viene costruita un'idea di sé e dell'altro e delle interazioni,

traducendole in delle aspettative. Non sono collegate a memorie specifiche, ma fanno riferimento a schemi prototipici

generali; sono il naturale risultato di un processo di astrazione in base a caratteristiche piuttosto stabili della relazione

avuta. Nascono in età precoce ma permangono in età adulta e in modo particolare si riattivano nelle situazioni di

intimità in modo automatico e inconscio. Nel bambino, nascono sempre come modalità adattiva per quella situazione

e quel contesto, ma che se anche dell'età adulta rimane fisso, riattivandosi con altri partner può diventare

disfunzionale.

Sono costruiti integrando 4 diversi sistemi rappresentazionali:

1. Le aspettative sul modo in cui interagiamo con i caregiver, sin dal primo anno di vita.

2. Le rappresentazioni degli eventi in cui vengono memorizzati ricordi generali e specifici legate all' attaccamento.

Nell'attaccamento sicuro si possono avere dei ricordi negativi, ma che sono stati elaborati in modo adeguato e

negli adulti comporta la possibilità di riportare una storia narrativa di sé coerente e attendibile (Vd. AAI).

3. Ricordi autobiografici connessi fra loro mediante il significato personale che gli è stato attribuito.

4. La comprensione dei sentimenti e delle motivazioni proprie e altrui.

Il MOI permane anche in età adulta, in determinate situazioni. In età evolutiva l'attaccamento si attiva quando il

bambino sente un pericolo; in età adulta i pericoli sono costituita da malattie, calamità ecc , e in tutte quelle occasioni

in cui si ha il bisogno del supporto e di vicinanza dell' altro. Anche quando apparentemente non si ha la ricerca di

vicinanza, può comunque essere visto come un riattivarsi di uno stile evitante. Quindi, lo schema di attaccamento non

si esaurisce con il finire del momento evolutivo in cui c'é la necessità di dipendenza.

Adult Attachment Interview (AAI)

È un'intervista semistrutturata per la valutazione dello stato mentale dell'adulto nei confronti dell'attaccamento;

prende il considerazione i ricordi sulle prime relazioni con i genitori e su quelle situazioni in cui è probabile si sia

attivato il sistema di attaccamento (malattie/separazioni/lutti..). È uno strumento valido e applicabile a tutte le lingue

e a tutte le strutture grammaticali. È stata elaborata a partire dall'ipotesi che le regole e la coerenza dei MOI si

manifestino nell'organizzazione del pensiero e del linguaggio relativi all'attaccamento, infatti nella codifica si pone

un'attenzione particolare alla comunicazione e in particolare alla narrativa del discorso più che sul contenuto in sé: si

osserva soprattutto la coerenza del racconto, secondo le regole di coerenza di Grice, la capacità di essere coerenti nel

rispondere alle domande e nelle strutture grammaticali (ad esempio senza mischiare i tempi verbali), sulla capacità di

accede a ricordi specifici riguardo le relazioni e la loro accettazioni negli aspetti anche negativi.

Prima si fanno domande generali sulla famiglia e sui genitori, per riprendere gli stili di attaccamento. Poi si chiedono 5

aggettivi/parole riguardo la relazione e cercare un episodio che sia più lontano nel tempo possibili che sia esplicativo

dell'aggettivo usato. Non tutti riescono a stare sulla relazione, ma spesso alcuni soggetti descrivono solo la figura dal

punto di vista psicologico o fisico. seguito vengono fatte domande specifiche sui momenti di pericolo, in cui più

facilmente si attiva l'attaccamento.

La codifica è particolarmente complessa e prevede 4 categorie, che ricalcano più o meno quelle della Strange

23

Situation:

- Sicuri/autonomi: le narrative molto sono ricche, fluide e coerenti, anche a fronte di eventuali storie di vita difficili; la

storia non viene alterata mediante vari meccanismi (negazione, rimozione..). In generale sono in grado di dare un

quadro coerente della propria infanzia. I genitori sono raccontati per quello che erano durante l'infanzia dei

soggetti, anche se negativi. C'è una riflessione dentro al racconto che spiega anche il perché i genitori erano/si

comportavano in un certo modo, dando un significato obiettivo ai loro comportamenti. Infatti non giustificano,

non minimizzano né esagerano, e questo vuol dire che non sono rimasti ancorati alla passata sofferenza, ma che

hanno saputo riflette ed elaborare le loro esperienze, e questa operazione ha consentito di valutare l'importanze e

gli effetti delle relazioni di attaccamento sulla propria personalità attuale. Nella scelta degli aggettivi, il soggetto

sicuro usa sia aggettivi positivi che negativi.

- Insicuri/distanzianti: si caratterizzano per una povertà del ricordo associato alle esperienze infantili di attaccamento

e che, talvolta, forniscono descrizioni idealizzate dei loro genitori; nonostante ciò sono poveri di informazioni,

sembrano sempre distaccati dai racconti e tendono a negare l’influenza esercitata dalle prime relazioni sul loro

successivo sviluppo e sulla loro attuale personalità; tentano di limitare attivamente o in modo non consapevole

l’influenza delle esperienze relazionali avute da piccoli. Gli aggettivi idealizzati non sono supportati da specifici

ricordi, o spesso è presente un'incoerenza tra aggettivo ed episodio, riportando episodi di

maltrattamento/trascuratezza e in seguito li minimizzano, normalizzano e giustificano.

- Insicuri/preoccupati: sono molto produttivi, ma spesso non tengono il filo del discorso, sono incoerenti e poco chiari.

L'incoerenza, in questo caso, si trova anche a livello grammaticale (alterazioni dei tempi verbali, assenza dei

soggetti). Hanno la tendenza a mischiare presente e passato, come se tutto fosse ancora nel presente: questo vuol

dire che quello che è successo nella loro infanzia è ancora attivo nella mente in modo non rielaborato. Da bambini

gli insicuri/invischiati ricercavano sempre la vicinanza dei genitori, e così anche da adulti mostrano la difficoltà di

staccarsi da quella relazione, cosa che ha impedito loro di sviluppare un senso di identità personale. Ostilità,

risentimento e rabbia sono spesso ancora presenti nei confronti dei genitori.

- Disorganizzati/ irrisolti: alternano i due stili tipici degli insicuri, distanziante e preoccupato, a seconda della situazione

o del genitore di cui si sta parlando. Spesso sono stati bambini che hanno subito lutti o forti traumi mai risolti:

presentano specifici lapsus o alterazioni formali del discorso durante il racconto di queste esperienze.

Molti studi hanno dimostrato che la categoria della AAI è fortemente predittiva della categoria di attaccamento del

bambino con il genitore, che a sua volta è indipendente dalla categoria di attaccamento del bambino con un altro

caregiver. Inoltre, gli studi mostrano che l’attaccamento rilevato da 1 a 6 anni è correlato con il tipo di modello

operativo del genitore classificato con AAI. La corrispondenza non è il prodotto del ricordo di una specifica esperienza

che il genitore ha con il bambino visto che è possibile individuare questa corrispondenza anche quando AAI è

somministrata in gravidanza.

La relazione tra attaccamento e psicopatologia non è semplice; non si può parlare di causalità semplice dai modelli di

attaccamento insicuri alla patologia in età adolescenziale/adulta. Tuttavia, le ricerche mostrano che gli attaccamenti

insicuri sono considerati strategie di regolazione disfunzionali che accrescono in maniera significativa la probabilità

dell'insorgenza di un disturbo. Gli studi mostrano che le strategie minimizzanti, tipiche dell'attaccamento evitante-

distanziante, predispongono ai disturbi esternalizzanti (disturbi della condotta), mentre strategie amplificanti, tipiche

dell'attaccamento ambivalente-preoccupato, a disturbi internalizzanti (ansia, depressione, disturbo borderline).

L'attaccamento disorganizzato è quello che correla più fortemente con disturbi dissociativi e borderline.

Fonagy - la mentalizzazione (slide)

Secondo Fonagy, l'arricchimento teorico apportato negli anni alle teorie psicoanalitiche classiche non è stato seguito

da un altrettanto cambiamento a livello di tecniche, le quali sono rimaste ancorate alle quelle tradizionali (setting

rigido con più sedute alla settimana, interpretazione del transfert, neutralità dell'analista, libere associazioni,..).

Inoltre, Fonagy mostra come le tecniche classiche non funzionino con determinate classi di pazienti, anzi possono

anche essere controproducenti (es. con pazienti borderline). In generale, il concetto di insight è centrale per queste

terapie (Vd. capitolo dell'interpretazione); però i pazienti borderline non possono usare l'insight perché tramutano

subito l'emozione in agito, non accedono al mentale e faticano a pensare alle proprie emozioni e a quelle degli altri.

Quindi bisognerebbe prima migliorare il pensare ai comportamenti e alle azioni in termini di stati mentali interni; è

importante riconoscere le emozioni perché sono alla base del comportamento. 24

Mentalizzazione Forma di attività mentale immaginativa riguardante il sé o gli altri che coinvolge il percepire e

l'interpretare i comportamenti umani in termini di stati mentali (per es. bisogni, desideri,

sentimenti, credenze, obiettivi, scopi, e ragioni), non solo come mere azioni.

 Capacità di comprendere la natura rappresentazionale dei propri e altrui pensieri, cioè la capacità

di pensare ai propri stati interni e a quelli altrui. Questa capacità è importante per l'adulto e viene

trasmessa al bambino tramite la capacità di mentalizzazione della madre; la madre se non ha in

sé una buona capacità di pensare in termini di stati della mente, non potrà trasmettere questa

capacità al bambino. La mentalizzazione può essere, quindi, il concetto che modera il passaggio

dell'attaccamento da madre a bambino.

 Avere in mente la mente: interpretazione più o meno esplicita del proprio e altrui

comportamento.

 Vedere sé dall'esterno e gli altri dall'interno: cioè, capire il significato delle proprie azioni sugli altri

e capire gli stati interni che stanno alla base delle azioni altrui.

 Avere un pensiero sugli stati mentali che si possono vedere distinti e integrati tra di loro anche se

potenziali determinanti del comportamento

Gli stati interni sono opachi per definizione, sono ciò che sta alla base del comportamento e non possono mai essere

definiti con certezza, ma solo come ipotesi. La mentalizzazione è un'attività naturale dell' uomo, tutti attribuiscono

continuamente stati mentali agli altri, ma per chi ha deficit in quest'area risulta essere un compito particolarmente

complesso (Vd. pazienti borderline o paranoidi). Deficit in questa capacità causano diverse difficoltà, soprattutto

nell'ambito relazionale: l'attribuzione di stati mentali errati come se fossero certezze e non ipotesi; non comprensione

della natura psicologica sottostante un comportamento; difficoltà a immaginarsi dall'esterno (incapacità di conoscere

se stessi nella relazione con l'altro); difficoltà a immaginare per gli altri stati della mente diversi dal proprio (e quindi

impossibilità di elaborare correttamente le naturali incomprensioni).

La mentalizzazione può essere:

- Automatica o controllata: sotto stress o in momenti legati all’elaborazione di contenuti difficili la mentalizzazione

fatica a trovare un canale controllato e si sposta su un versante più automatico, emotivamente carico e poco

organizzato; in questi momenti si tende ad agire sulla spinta di stati mentali non controllati al posto di farsi guidare

da essi. Quando la mentalizzazione è controllata, si possono maneggiare gli stati della mente.

- Interna o esterna: attribuire ciò che si vede o a uno stato intrapsichico o a una causa esterna.

- Cognitiva o affettiva.

In terapia la capacità di mentalizzare ha diverse funzioni: adottare la prospettiva dell'altro sul sé;S ridurre l'impatto

dell'altro sul Sé; spostarsi da una mentalizzazione automatica e implicita a una più esplicita e controllata; aiutare

l'elaborazione degli stati interni; connettere sentimenti e pensieri.

Lo sviluppo della realtà psichica

Nel bambino piccolo ci sono due stati mentali che si alternato:

- Uno stato della mente definito "serio" in cui il bambino si aspetta che il mondo interno della mente, suo e degli altri,

corrisponda a quello esterno. Facilmente si distorce l'esperienza percettiva, perché si adegui alla realtà esterna

proposta. 

Equivalenza psichica la credenza equivale alla conoscenza del mondo; dentro = fuori. È un aspetto transitorio

ma normativo dello sviluppo. Il bambino non conosce realmente ciò che gli viene proposto, ma crede che quello

che è fuori correli esattamente con quello che c'è dentro, come se videoregistrasse l'esterno e lo portasse dentro,

dando significato alla propria realtà interna attraverso la lettura dell'esterno. Il bambino è costretto a credere che i

suoi pensieri e credenze rispecchino il mondo esterno, anche quando ciò implica una discontinuità nell’esperienza

del Sé; non avendo una struttura psichica che gli permette di differenziare interno e esterno, tutto ciò che viene

loro portano diventa lo stato interno. Nel modello dialettico dello sviluppo del Sé la comprensione dei bambini dei

propri stati mentali nasce dalla loro percezione di tali stati nella risposta che ricevono da chi li accudisce

(caregiver). In questo modo, la realtà psichica del bambino è sentita non solo come credenza ma anche come

percezione; di conseguenza, nella mente del bambino il mondo fisico può essere sovrapposto al mondo interiore,

distorcendo memoria e ragionamento, totalmente adattati a quello che si vede fuori. Anche nella clinica

dell'adulto è molto importante andare ad indagare la continuità o discontinuità degli stati interni: molte persone

non sentono una continuità dei propri stati ma si sentono in balia della risposta del mondo esterno; la credenza di

sentire percettivamente una realtà esterna sovrapposta fa sì che si renda reale un mondo interno distorto.

- Uno stato impegnato sul gioco, in cui il bambino sa che l’esperienza intera non può riflettere la realtà esterna:

considera lo stato interno come se non avesse relazione con il mondo esterno né avesse implicazioni per esso.

Far finta esiste solo il mondo interno del bambino. I bambini cercano uno stato di sollievo della mente

25

rivolgendosi solo all'interno e facendo finta che il reale sia solo quello che è dentro di loro. Nel gioco del fare finta,

i gesti non hanno nessuna implicazione con la realtà, ma per il bambino quello che sta facendo è reale; i gesti

hanno un carattere simbolico che rispecchia l'interno. In questo stato della mente sperimenta sentimenti e idee

come qualcosa il cui carattere è totalmente rappresentazionale, o simbolico, privo di qualsiasi implicazione relativa

al mondo esterno. Il far finta è una forma di difesa contro le conseguenze del considerare reale la realtà psichica,

una disconnessione dall’esterno che dà spazio, in un ambito sicuro, a fantasie consce; negli adulti questa credenza

fa sì che il mondo interno sia sentito come reale proprio come la percezione rende reale il mondo esterno.

Nelle prime fasi dello sviluppo nel rapporto tra il mondo interno ed esterno i bambini alternano questi due stati della

mente distinti diametralmente opposti e vivono ancorati alle proprie credenze e alla relative conseguenze. Sono due

modalità di distorcere il mondo interno ed esterno ma in entrambi i casi la realtà rimane scissa. Con lo sviluppo

normale il bambino riesce a integrare questo due modalità grazie anche a una sempre crescente modalità riflessiva in

cui gli stati mentali possono essere pensati come rappresentazioni. Il bambino così:

- Impara che interno ed esterno possono essere visti come collegati e allo stesso tempo diversi, non considerandoli più

come o uguali o scisse, a seconda dello stato della mente usato;

- Comprende che non c'è mai una perfetta sintonia tra esterno e interno e che si può tener conto delle differenze.

- Comprende i comportamenti in termini di stati mentali;

- Mostra di riconoscerli come rappresentazioni che possono essere fallaci e cambiare in quanto basate solo su una

delle tante prospettive possibili;

- Inizia a percepire una continuità degli stati del Sé: può adattare il proprio pensiero al mondo senza dover cambiare se

stesso per poter cambiare idea.

Mentre prima dell'integrazione gli stati mentali del bambino rappresentano delle credenze certe, determinati da una

sovraimportanza data al mondo esterno o interno a seconda che ci si trovi nel far finta o nell'equivalenza psichica, ora

gli stati sono delle ipotesi, non vi è necessità di negare l'uno o l'altro, creando continuità nello stato di sé; si possono

così cambiare gli stati della mente, senza negarli ed eliminarli ma mettendoli in relazione con altri stati.

Come si sviluppa la mentalizzazione nel bambino

Il bambino sperimenta i suoi stati della mente riflessi nella mente altrui attraverso il gioco, in un'atmosfera di sicurezza

che facilita l'integrazione delle due modalità scisse. Infatti, nella terapia in età evolutiva lo psicologo usa lo strumento

del gioco per far imparare al bambino a esplorare i suoi stati della mente. In questa modalità non si negano gli stati

interni, ma si accolgono e si lavora perché quello stato trovi una trasformazione più adattiva da quella usata nel suo

modo di funzionare.

Il processo sottostante alla comprensione delle menti si può pensare come il cuore della realtà psichica vera e propria,

il centro del Sé, che si costruisce all'interno della relazione. La qualità del Sé dipende dall'integrazione; si sviluppano in

questo modo diverse capacità:

- Vedere le azioni e i comportamenti non sono solo azioni e comportamenti in quanto tali, ma carichi di significato

attraverso attribuzioni di pensieri e sentimenti;

- Distinguere tra verità interna e verità esterna: la possibilità di funzionare in termini di stati mentale, permette di

distinguere tra quello che si fa e quello che si sente, in quanto esterno e interno non sempre coincidono.

- Favorisce esperienze profonde nelle relazioni.

Quindi se è avvenuta in modo adeguato l'integrazione, nell'età adulta si sarà in grado di raccontare in modo coerente

quello che è accaduto (Vd. AAI). Se si è ancorati all'equivalenza psichica, non vi sarà rielaborazione interna e quindi

l'esterno prevale. Se si è ancorati allo stato far finta, prevarrà lo stato interno. L'integrazione è il motore che

garantisce la creazione di relazioni profonde, non scisse, in cui non vi è negazione o idealizzazione. Se vi è qualche

intoppo nello sviluppo (es. spesso nei casi di maltrattamento) anche da adulti si useranno modalità di pensiero

primitive ancorati a una delle due modalità di scissione, senza che sia mai avvenuta l'integrazione. i deficit nell'area

della mentalizzazione sono da ricondurre a queste modalità disfunzionali.

Mentalizzare è una funzione interpersonale, nasce in un contesto relazionale in cui sono coinvolti i bambini con i

propri genitori, altri adulti significativi, fratelli, ecc.. (ad esempio è dimostrato che i bambini con tanti fratelli

sviluppano prima la mentalizzazione perché sono più abituati a comunicare tra loro e confrontarsi). La relazione

emotiva ha un ruolo centrale nel per favorire la capacità di comprendere le interazione in termini di stati mentali.

Il Sé è il modo di sentire e pensare attorno a se stessi e le attribuzioni mentali che facciamo riguardo il nostro modo di

vivere. Per le teorie classiche il Sé nasce in modo trascendente, cioè l'altro è un'estensione di ciò che si è. Le teorie più

moderne, che ruotano intorno al cambiamento all'interno del concetto di motivazione (Vd. attaccamento) e in cui la

motivazione primaria è la relazione, portano un'idea del Sé come un'estensione dell'esperienza che si ha dell'altro;

l'altro è fondamentale non solo per il mondo intrapsichico ma anche per la regolazione fornita dall’ambiente che viene


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Strumenti di valutazione della personalità (prof. Parolin), basato sui testi consigliati e le slide e gli appunti presi a lezioni.Programma per i frequentanti (prove parziali):
- Dazzi, N., Lingiardi, V. "La diagnosi in psicologia clinica. Personalità e psicopatologia." Cap: 1, 2, 7, 16,
17, 18,19, 22
- Dazzi, N., Lingiardi, V., & Colli, A. "La ricerca in psicoterapia: Modelli e strumenti." Cap: 1, 6,17,21,22,24,28


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in psicologia clinica dello sviluppo e neuropsicologia
SSD:
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Vers.13 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Strumenti di Valutazione della Personalità e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano Bicocca - Unimib o del prof Parolin Laura.

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