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CAPO 17-DIRITTO TRIBUTARIO E DIRITTO CIVILE: PROFILI COSTITUZIONALI

Riguardo al rapporto tra diritto tributario e diritto privato molto importanti sn i lavori di Cipollina,

relativo all’ordinamento italiano, e di Osterloh sull’ordinamento tedesco. Entrambi qst lavori

giungono a conclusione simile: nn esiste un problema di coordinamento tra diritto tributario e

diritto privato cm se fossero due ordinamenti distinti xkè nel xseguire i suoi fini il diritto tributario

è un corpo d norme ke si collocano all’interno d un ordinamento unitario. Il problema si pone x tt

quelle previsioni di diritto tributario quali le fattispecie impositive xkè in qst caso si tratta di un

problema d adattamento, di cm il diritto tributario usa istituti di altri campi del diritto.

Cm evidenzia Cipollina, spesso la qstione tributaria è sl un corollario d qstioni appartenenti ad altri

campi del diritto: esiste un rapporto di dipendenza intraistituzionale ke comporta il passaggio di

tecnicismi e forme lessicali specialistiche dalla legislazione extrafiscale a quella fiscale.

Le ragioni della dipendenza del diritto tributario sn legate al fatto ke lo strumento principale di cui

esso si serve è l’OBBLIGAZIONE e ke l’attività di imposizione della finanza è determinazione

autoritaria della misura del debito o ordine di pagamento; contro tali atti si può fare ricorso

davanti ad un giudice speciale. Sostanzialmente da ciò segue che il diritto tributario usa regole e

istituti di altri campi introducendo eventualmente deroghe finalizzate al raggiungimento del

proprio fine primario, quindi il corretto perseguimento dell’interesse fiscale.

Se la legge tributaria nn dispone diversamente all’obbligazione tributaria si applicano le regole del

codice civile; proprio del diritto tributario sono invece la quantità di deroghe e la diversità di

trattamento tra imposta e imposta che nn sempre la giurisprudenza costituzionale ha legittimato.

Il problema di collegamento col diritto privato cmq riguarda x lo + il fatto ke si vuole cogliere la

ricchezza tassabile mediante fatti rilevanti x il diritto privato: segue il problema della sufficienza

della forma civilistica rispetto alla ricchezza astrattamente considerata; la pretesa di cogliere la

ricchezza tassabile superando il dato formale posto dal rikiamo a istituti del diritto civile e

l’esigenza di combattere l’abuso delle forme civilistiche inteso cm fenomeno di ELUSIONE FISCALE.

In passato qst preoccupazioni avevano condotto in Italia ad una letteratura attenta alla realtà

economica ke aveva trovato nella monografia di Vanoni la sua formulazione più interessante: la

dottrina italiana nn era xò stata accolta dalla giurisprudenza.

Le critiche di Berliri all’interpretazione degli atti soggetti all’imposta di registro 2° presunti effetti

economici condussero alla formulazione riformata 2° cui le imposte sn applicate secondo

l’intrinseca natura e gli effetti giuridici degli atti anke se nn vi corrisponde il titolo o la forma.

La dottrina affermava invece l’applicazione secondo principi esattamente opposti. Il riesame della

dottrina alla luce dell’evoluzione della tecnica legislativa ha individuato i termini possibili d una

legislazione antielusiva.

P.d partenza dell’indagine di Cipollina è la mutata fisionomia dei presupposti del tributo previsti

dalla legge tributaria. Le forme residuali garantiscono parità d trattamento, universalità di

imposizione e una flessibilità normativa sufficiente a garantire l’applicabilità anke a fattispecie

estranee dall’elenco dei casi tipici. In un sistema fondato sulla proprietà il legislatore considerava

ordinari i redditi immobiliari e aggiuntivi quelli mobiliari. Ma nel passaggio dalla soc. dei patrimoni

a quella delle conoscenze la componente contrattuale si afferma e diventa strumento sia di

produzione sia di circolazione della ricchezza. Da qui il passaggio ad una legislazione ke prevede

casi e sottocasi.

Punto più significativo d qst analisi è ke gli atti legislativi sn ordinati 2° il criterio d analiticità e

dipendenza dai tipi civilisitici e ciò x diverse ragioni quali:

- Aspirazione alla certezza e alla sensibilità

- Garantismo strettamente connesso cn la logica della certezza

- Perenne rincorsa dei fatti tassabili al di fuori d una legislazione x principi ke sia adattibile

all’evoluzione della realtà economica.

Ma il tentativo di spiegare il collegamento diritto tributario- civile cn la categoria del “Richiamo x

presupposizione” lascia perplesso xkè affermare ke la norma civile è recepita xkè è espressione di

presupposti di tassazione nn pone un vincolo legislativo sistematico.

Ancora la costituzione nn contiene regole esplicite relative al rapporto tra qst diritti quindi il

problema di costituzionalità si pone cmq rispetto a tt gli istituti e poiché nn esiste una consecutio

logica necessaria tra realtà fattuale, diritto civile e diritto tributario, anche la legge tributaria può

essere censurata se nn rispetta i canoni d ragionevolezza e dei validi motivi.

In ogni caso il legislatore tributario può usare interamente gli istituti civilistici; puà usarli in parte

ma può anche discostarsene del tutto.

Ciò ke può dirsi è ke nn esiste 1 realtà economica diversa da quella espressa ke possa riemergere

nell’intrepretazione della legge tributaria fino a vanificare l’espressione civilistica.

Nn esiste (qst la critica mossa a Vanoni) un fatto reale contrapposto alla rappresentazione

civilistica d esso e nn esistono concetti economici d vendita o impresa ke costituiscano parametro

d entrambe le leggi. Da qst la stessa Cipollina arriva a concludere ke tra diritto tributario e civile nn

esiste sempre e cmq 1 assoluta corrispondenza d identità concettuali e terminologiche xkè ci sn

casi d divergenze così sostanziali da ridurre il collegamento a semplice omonimia.

Ancora l’introduzione della disposizione 2° cui sn tassabili i redditi illecitamente conseguiti

conferma ke la tipizzazione delle figure imponibili modellate su vicende civilistiche nn toglie ke il

legislatore possa cmq discostarsene se sussistono motivi convincent, cm ad es il caso d deroga a

quanto previsto dall’art. 2729 c.c. in materia d presunzioni la C. Cost. ha infatti ritenuta

legittima tale deroga data proprio la particolarità della materia tributaria e la rilevanza

dell’interesse statale alla percezione dei tributi.

In tema di rapporti col diritto civile la tendenza della corte cost. è di aderenza all’interpretazione

formalistica d diritto civile e si allinea frequentemente agli indirizzi della cassazione anke x il

controllo d costituzionalità. Ma all’interno d qst atteggiamento si trovano cmq puntualizzazioni ke

in parte convergono notevolemente cn quelle della giurisprudenza costituzionale tedesca.

Affermazione fondamentale è ke gli istituti di diritto civile agiscono cm presupposti rispetto al

potere d imposizione e quindi il fenomeno impositivo viene ad incidere sulla realtà economica cn 1

disciplina ke può divergere o anke ampliare il corpus delle regole comuni. Anche xkè a volte il

perseguimento dell’interesse fiscale può richiedere l’uso di strumenti giuridici diversi.

In Germania il tema del rapporto tra diritto tributario e civile è stato definito dalla dottrina più

recente un tema delicato xkè sn emersi aspetti ke in italia nn sn stati considerati.

L’esigenza d attribuire una maggiore incisività alla legge tributaria ha condotto ad 1interpretazione

del diritto tributario nn condizionata da altri rami del diritto leggi tributarie sn interpretate 2° la

concezione del mondo nazionalsocialista.

A partire dagli anni 50 la giurisprudenza fiscale ha espresso 1 indirizzo opposto e nel ’77 cn il

nuovo AO veniva abrogata la regola d interpretazione della legge tributaria in base alla realtà

economica e agli scopi del fisco ma si sente ancora oggi il bisogno d affermare ke la situazione

della rep federale tedesca nn è tale da indurre il giudice tributario a decidere cn sentenze ke siano

più favoreli x il fisco. In tal senso molto importante e forse decisione fondamentale in materia d

esistenza di vincoli tra diritto privato e tributario è la sent della Corte cost. del ’62 in cui si

decideva in materia d estensione ai fini del diritto tributario della disciplina privatistica delle soc. d

capitali a soggetti soci d soc. di persone : si decise x l’illegittimità di tale estensione e da qui segue

ke diritto tributario e civile possono anke nn coincidere ma ovviamente sn intimamente connessi

la dove il diritto si collega a situazioni d fatto reali e recepisce istituti di diritto privato.

Fatta qst premessa è possibile un commento generale alla sentenza stessa.

- La peculiarità del diritto tributario viene ravvisata nel perseguimento dei fini ke la

costituzione assegna al diritto tributario stesso. Nn si devono confondere il problema del

contenuto e dello scopo vincolanti in sede d procedimento d formazione decisionale cn il

problema della valutazione d natura costituzionale xkè in tale logica è ovvio ke il legislatore

tributario nn è sempre obbligato ad uniformarsi al diritto civile

- Esiste cmq 1connessione diritto tributario- civile sia nel senso ke il primo eleva a proprie

fattispecie imponibili situazionie d fatto sia xkè recepisce istituti giuridici di diritto privato.

- Sn costituzionalmente consentiti discostamenti della disciplina fiscale se vi sn motivi

convicenti. Quindi vige il primato del diritto costituzionale nel senso ke il legislatore è

vincolato da una parte al principio generale di giustizia da cui discende il rigoroso principio

d giustizia tributaria, dall’altra dal comando dell’imposizione secondo capacità contributiva.

Il rapporto tra diritto tributario e civile nn è stabilito in modo vincolante dalla costituzione ma dal

legislatore ordinario e ciò che conta è il principio d legalità.

Il richiamo alle fattispecie concrete consente di cogliere nel senso giusto il richiamo alla relatività

dei concetti giuridici. L’autonoma formazione delle fattispecie tributarie nn significa negazione

dell’ istituto di diritto privato. La qualificazione giuridica privatistica è relativa ai fatti tassabili;

determinante x la sua valutazione giuridico- tributaria è la ricerca x stabilire se gli effetti economici

soddisfino l’esigenza logica ke è alla base della legge.In qst modo la dottrina tedesca imposta

correttamente il problema in termini d idoneità della fattispecie civilistica ad esprimere concerte

manifestazioni di capacità contributiva.

Concludendo,il rapporto diritto tributario- civile nn ha più il senso degli anni precedenti e i fattori

principali del mutamento d dottrina e giurisprudenza sn stati l’evoluzione della tecnica legislativa e

l’affermarsi delle garanzie costituzionali prima fra tt il principio d legalità. Oggi in linea di massima i

fatti tributari sn individuati in rapporti d diritto comune cm conferma la legislazi. d tipo casistico.

Se la legge tributaria integra/mutila la fattispecie civilistica il problema d corretta individuzione del

tassabile è risolto ab origine a meno ke nn si sia in presenza di 1 fattispecie civilistica nn adeguata

ad 1 manifestazione di capacità contributiva. E’ la tecnica legislativa ke rende inevitabile 1 interpr.

Ke nn può essere attenta ad 1 ratio d’imposta d cui nn esiste traccia nella legge. Ma è 1problema

ke va posto a livello comunitario,affinche gli stati preliminarmente affrontino il problema

armonizzando le discipline di società, contratti ed imposte.

CAPO 22-PROFILI STORICI E COSTITUZIONALI DEL CONCORDATO TRIBUTARIO

Alla fine degli annni sessanta, storicamente, la concezione di un accordo tra fisco e contribuente

era limtato al quantum del debito e non investiva i termni legali dell’imposizione e soprattutto in

quel periodo storico con l’approvazione delle riforma tributaria il concordato venne soppresso.

Sono passati 25 anni prima che la possibilità di un accordo tra finanza e contribuente fosse

reintrodotto. I primi passi della P.A. sul temo restano incerti perché di ripropone ancora il vecchio

quesito legate alle questioni giuridiche. Si parla di patteggiamento, collegandosi a istituti di altri

settori del diritto. Sul problema va detto in primo luogo va detto che l’abolizione del concordato fu

una conseguenza dell’abuso che se ne faceva e che andava a intaccare il principo della legalità: Le

ragioni della sua reintroduzione derivano dalla enormità delle liti tributarie e dalla necessità di

aumnetare la riscossione, e se è vero che la riforma tributaria del 1971 intendeva riportare tutto

nell’alveo della legalità, esaltando il ruolo del giudice e riducendo la funzione della P.A. e pure vero

che gli stessi ideatori della riforma aveno basato il tutto su una profanda rioganizazione della P.A.

che perà è di la da venire. Storicamente il sistena tributaria italiano era considerato applicabile

solo in parte, c’era una difformità fra legge e realtà che in sede centrale generava circolari difformi

dalle leggi e in sede periferico generava i concordati che risolvevano tutti i problemi derivati dalla

difficoltà degli accertamenti, dalla insufficenra dei controlli etc. Il rapporto tributario si svolgeva su

un piano che non era quello del diritto e della certezza

CAPO 23-LA TUTELA DEL CONTRIBUENTE CONTRO LA “DOTTRINA” DEL FISCO

Con due discutibili sentenze ( una del TAR del Lazio del 23.10.1986 e una della Cassazione a sezioni

unite del 09.01.1986) si è posto un interessante problema di diritto tributario e cioè: quale tipo di

giustizia si possa invocare di fronte agli orientamenti della P.A. aventi per oggetto la

interpretazione di leggi tributarie e cioè quale debba essere la giurisdizione che debba

occuparsene. L’amministrazione ha potere di indirizzo che si esplicita in vari modi ( circolari, pareri,

direttive etc) e che derivano sia su sua iniziativa sia su richiesta del privato. Le direttive, comunque

chiamate, non sono però comprese nell’elenco tassativo degli atti impugnabili davanti alle

commissioni tributarie, in quanto le stesse possono pronunciarsi di fronte a un concreto atto di

imposizione. Si è cercata allora la soluzione della tutela preventiva di fronte al giudice

amministrativo, con il TAR del Lazio, il quale, ritenendo la risoluzione ministeriale come atto

generale di imposizione e come tale censurabile davanti alle commissioni tributarie ai soli fini del

loro annullamento su cui vale la competenza del giudice amministrativo. Due sono le cose

discutibili di questa sentenza. L’efficacia erga omnes in quanto un pronunciamento della P.A. può

essere disatteso dal giudice competente ma con effetti limitati al caso specifico e, soprattutto il

fatto che le circolari non sono atti amministrativi impugnabili davanti al TAR. Giustamente la

Cassazione riconosce la competenza esclusiva del giudice tributario nella interpretazione della

legge tributaria, ma non ha senza parlare di impugnare una direttiva o circolare prima di giudicare

la questione tributaria, in quanto si tratterebbe di impugnare un atto presupposto, a meno che

esso non sia un atto prescritto dalla legge. Il giudice tributario non ha bisogno di annullare una

circolare o una direttiva, in quanto si limita a valutarle e basta. Va comunque valutato un aspetto

(politico) della sentenza della cassazione e cioè il problema di giustizia che essa solleva rispetto

all’uso e all’abuso delle circolari che comunque generano incertezze: in casi del genere può essere

instaurata una lite tributaria prima che l’atto arrivi e in previsione dell’atto ? Essendo la risposta

negativa doveva sollevarsi questione di legittimità costituzionale e questo perché se è vero che la

questione è prettamente tributaria e, quindi rientra nelle competenze della commissioni

tributarie, la richiesta di giustizia non può passare attraverso l’annullamento delle direttive in

quanto ne mancano i presupposti, ma attraverso una pronuncia del giudice tributario con un

giudizio di accertamento negativo che attualmente non è consentito.

CAPO 26-LA BUONA FEDE IN DIRITTO TRIBUTARIO (quando l’ammin. Cambia orientamento)

Ci si domanda cosa succede nell’ipotesi (che speso si verifica) di un cambiamento di orientamento

dell’amministrazione finanziaria, per cui ciò che prima era ritenuto intassabile diventa tassabile

con la conseguenza che in contribuente diventa evasore per un comportamento non suo. Ci si

chiede quindi se il principio della buona fede sia applicabile nel diritto tributario.

Il caso concreto riguardava la qualificazione del reddito dei segretari generali comunali derivanti

dall’esercizio dell’attività di levata dei protesti cambiari. Secondo l’A.F. tali redditi erano

assimilabili a quelli di lavoro dipendente in quanto ritenuti attività e compensi percepiti a carico di

terzi prestatori di lavoro dipendente per incarichi svolti in tale qualità. La corte di cassazione con

sentenza n. 274/86 non ha accolto tale tesi, in quanto ha ritenuto che tali redditi rientrassero fra

quelli di lavoro autonomo, per cui il segretario comunale può portare in deduzione le spese

effettuate per la produzione di tale reddito. In conseguenza di tale sentenza il ministero ha

cambiato indirizzo qualificando i predetti redditi come da lavoro autonomo, con la conseguante

necessità per gli stessi di munirsi di partita IVA.

Casi del genere generano la necessità di tutela del contribuente che si trova nella situazione di

evasore senza colpa in quanto si è limitato a seguire l’orientamento dell’amministrazione

finanziaria: la tutela si trova nel principio della buona fede. Infatti se è vero che la P.A. può mutare

l’interpretazione di una norma o allontanarsi dai comportamenti di massima pronunciati, è anche

vero che i privati vanno tutelati dal principio della buona fede se in base alla prima interpretazione

hanno posto in essere i conseguenti comportamenti. Ci si è chiesto anche se il contribuente che si

è adeguato alla prima interpretazione, una volta revocata la circolare stessa, possa essere

considerato evasore, tenuto conto che, in certi casi, è stato costretto a adottare una soluzione

piuttosto che un’altra che gli avrebbe consentito di ottenere un risultato più favorevole. La

soluzione trovata è quella di ritenere la nuova interpretazione di valore innovativo. Esiste sempre

e comunque un obbligo fi correttezza da parte della P.A. che è fissato dal principio di buon

andamento di cui all’art.97 della costituzione e che si traduce anche nel dovere di buona fede per

cui l’amministrazione non può pretendere dal cittadino comportamenti diversi da quelli che essa

stessa ha determinato.

CAPO 30- GIUDICE TRIBUTARIO E ORDINAMENTO COMUNITARIO

La crescente importanza dell’ordinamento comunitario fa si che sempre più spesso il giudice

italiano si trovi a doverne applicare le norme e in particolar modo nella materia tributaria.

Può affermarsi tranquillamente ke nei rapporti tra Corte Cost. Italiana e Corte d Giustizia dell’U.E.

le qstioni fiscali siano state spesso l’occasione x formulare principi anke di portata più generale.

Il trattato di roma fissa le regole volte x lo più a garantire la neutralità degli scambi tra i paesi

membri ma le disposizioni comunitarie tributarie sn passate ad una fase di integrazione cn

l’obiettivo di avvicinare sempre più le legislazioni interne tra loro.

Di certo i Regolamenti sn atti d portata generale obbligatori in tt i loro elementi e applicabili cn 1

efficacia diretta in tt gli stati membri e sn in grado d attribuire ai cittadini diritti tutelabili davanti ai

giudizi nazionali. Ma lo strumento comunitario più usato rimangono cmq le Direttive ke vincolano

lo stato membro cui sn rivolte x quanto riguarda il risultato da raggiungere salva restando la

competenza degli organi interni nazionali in merito alla forma e ad i mezzi.

Le direttive pur essendo vincolanti necessitato d 1 apposita legge nazionale ke ne consenta

l’applicazione ma, secondo una giurisprudenza della C.d G. dell’U.E., sn ank’esse da considerare

direttamente applicabili e vincolanti.

Infatti già cn la sent. 170/84 era stata stabilita l’applicazione immediata d regolamenti cn l’obbligo

d disapplicare le disposizioni interne incompatibili cn essi; ma poi cn la sent. 113/85 e la sent.

39/89 il principio d diretta applicazione si è esteso anke alle statuizioni risultanti dalle sentenze

interpretative della corte di giustizia e infine anche alle direttive comunitarie cn la sent. 64/90 e cn

la sent. 168/91: cn qst’ultima la corte Cost. ha rilevato ke x stabilire l’immediata applicabilità delle

direttive si deve fare riferimento alla giurisprudenza della C.d.G. dell’U.E. la giurisprudenza oggi

riconosce la categoria delle direttive self-executing cioè ke nn necessitano d alcun provvedimento

attuativo. In particolare sn tali x la C.d. G. le direttive le cui disposizioni sn così particolareggiate da

escludere qls discrezionalità da parte degli stati membri, a prescindere dal precetto contenuto.

In ultimo la C.d.G. dell’U.E. ha affermato che tt le amministrazioni nazionali hanno l’obbligo d

applicare le disposizioni d una direttiva ovviamente cmq sulla base della sussistenza d alcuni

presupposti ritenuti necessari:

- Prescrizione deve essere incondizionata = nessuna discrezionalità agli stati membri

- Prescrizione deve essere suff. Precisa = determinata cn compiutezza

- Stato destinatario della direttiva deve risultare inadempiente x nn aver dato attuazione alla

stessa direttiva.

Qualora sussistano qst 3 presupposti sostanziali il contribuente può opporre all’Amm. Finanziaria

la diretta applicabilità della norma comunitaria contenuta nella direttiva e il giudice adito in sede d

contenzioso è tenuto a disapplicare la norma interna confliggente eventualmente dichiarando la

nn debenza dell’imposta. E’ evidente ke spetta al giudice decidere in qst caso.

D’altra parte già in passato le commissioni tributarie hanno affrontato il problema della diretta

applicabilità delle norme comunitarie.

Esempio x tt la qstione di applicabilità delle norme di cui alla direttiva 335/69: l’iter della

commissione si prende atto ke la normativa italiana prevede assoggettamento dei conferimenti

in soc. d capitale ad imposta d registro ad aliquota differenziata a 2ª della natura dei conferimenti

mentre la direttiva prevede 1 sola aliquota dello 0,05%; si constata ke le disposizioni comunitarie

sn di diretta applicabilità e ke il giudice può disapplicare quelle interne direttamente; nn si rinvia la

qstione alla corte cost. ma si conclude x l’applicazione diretta degli artt. 4 e 7 della direttiva quindi

si ordina all’ufficio d disapplicare gli artt della normativa italiana in contrasto e di procedere alla

liquidazione dell’imposta d registro cn aliquota dello 0,05% restituendo le maggiori imposte.

In concreto xò qual è il procedimento ermeneutico cui è chiamato il giudice interno? In tal senso la

giurisprudenza della corte Cost. nn è stata molto precisa. La dottrina ha invece chiarito che

- Nn applicazione = piano ermeneutico interpretativo cn cui si giunge alla inapplicabilità delle

singola norma ke disciplina il caso corrente

- Disapplicazione = potere d nn applicare ad 1 singola fattispecie 1 atto ke x altre fattispecie

e altri effetti resta valido ed efficace

In ultimo si è poi affermata l’illegittimità delle norme interne in contrasto cn quelle comunitarie e

nn più in base alla gerarchia tra le fonti ma sulla base del fatto ke una di esse è assistita dalla

regola della prevalenza pratica.

Se dal p.d.v. degli effetti pratici nn c’è differenza, i punti d partenza nn sn uguali xkè mentre x la

corte comunitaria il diritto comunitario prevale su quello interno (cn cui si integra) x propria forza;

x la corte cost. le norme comunitarie restano estranee al sistema d fonti interne e il giudice

italiano nell’applicarle agisce da giudice comunitario: la norma comunitaria nn abroga quella ital.

Ma semplicemente impedisce ke essa venga in rilievo.

E’ stata proprio la C.d.G. dell’U.E. ad imporre ai giudizi nazionali la disapplicazione delle norme

interne contrastanti e qst al fine d controllare la conformità del leggi interne al diritto comunitario.

Si può quindi dire ke il sistema di disapplicazione delle leggi interne contrastanti offre alla Corte d.

giustizia il mezzo x imporre la propria giurisprudenza sull’interpretazione e immediata applicazione

delle norme comunitarie in mancanza d strutture giudiziarie di tipo federale.

Ora il giudice italiano va spesso incontro ad un difficoltà nell’applicazione e nell’interpretazione

delle norme comunitarie d ordine strettamente giuridico in quanto le massime istituzioni europee

usano una terminologia nn sempre corrispondente a quella adottata nel diritto italiano e alla quale

spesso corrisponde anke 1 diversità concettuale. In casi simili il giudice investito della qstione deve

prescindere dalla qualificazione formale delle singole fattispecie e ricercare una base comune cui

ricondurre le categorie diverse. (è il caso dell’imposta sui conferimenti x la comunità mentre x il

nostro ordinamento sia ha imposta di registro cm imposta indiretta).

Ancora si nota ke la corte lussemburghese spesso nn va x il sottile quando si tratta di distinguere

tra tasse imposte tributi e diritti. Ma di fatto si nota ke la stessa corte ha precisato ke occorre

privilegiare l’aspetto economico-sostanziale e nn quello giuridico-formale nel caso delle

qualificazioni, prefrendo adeguarsi ad un metodo interpretativo ke assicuri l’effetto utile più ke il

rispetto rigoroso e formalistico e ciò anke xkè dovendo tener conto d tt i ≠ ordinamenti nazionali

ha dato vita ad una giurisprudenza più attenta agli effetti pratici ke nn alle forme.

Tt avevamo auspicato l’unificazione della giurisdizione delle imposte davanti al sl giudice tributario

ma l’art. 12 della legge finanziaria ha operato un colpo d mano ke va oltre il segno: nel merito si

nota ke qst riforma nn ha sl aggiunto all’elenco dell’art. 2 D.lgs. 516/92 le imposte mancanti ma ha

anke allargato a dismisura l’oggetto delle controversie individuandolo in tributi di ogni genere e

specie. E’ vero che sn tributi anke le tasse ma qst nn sn mai state portate davanti alle commissioni

tributarie. E’ chiaro ke nn si possono portare davanti al giudice tt le prestazioni imposte oltre le

imposte propriamente dette xkè lo vietano evoluzione e origine del giudice speciale.

Spostando al giudice speciale materie ke nn gli competono si allarga anke la rappresentanza

tecnica d alcuni professionisti davanti le commissioni tributarie. A conforto della riforma è stata

invocata da alcuni l’ordinanza della corte cost. 145/98 ke avrebbe dilatato il concetto d revisione

delle commissioni tributarie cm giudici speciali fino a legittimare l’attuale riforma. Capisaldi della

giurisprudenza costituzionale sn:

- Sn legittimi sl i giudici speciali preesistenti alla riforma della costituzione

- Le giurisdizioni speciali preesistenti devono essere sottoposte a revisione

- La revisione può esplicarsi in più provvedimenti tt atti a superare le deficienze dei giudizi e

del loro funzionamento purkè nn si alteri la materia

- Nn possono essere snaturate le materia attribuite alla loro rispettiva competenza xkè la

materia è l’elemento essenziale della giurisprudenza speciale.

Orbene le materie sn state disciplinate cm elenco di imposte nominate ke hanno compreso anke

quelle di nuova istituzione. Cn la riforma del 2002 si sn inventati nuovi giudici speciali nn consentiti

xkè trasformazione del giudice speciale nn è ridefinizione della giurisdizione ordinaria cn arbitraria

riduzione della stessa un giudice speciale si istituisce se 1 det materia è sottratta alla cognizione

d 1 giudice ordinario x essere attribuita a quella d un giudice speciale preesistente o creato ad hoc

La possibilità d revisionare i giudici speciali nel funzionamento e nella struttura col sl limite della

natura della materia dimostra ke la cognizione della materia va condotta sul piano storico. E cm

precisa anke SANDULLI x materia deve intendersi quella x cui il giudice fu istituito e ke gli è stata

attribuita ab origine sl in parte. E il giudice tributario è nato x l’estimazione di alcune imposte.

Cn l’art. 12 della l. 448/01 ci troviamo davanti ad una forzatura ke nn può essere giustificata

neppure da esigenze organizzative. L’automonia della giurisdizione tributaria va discussa in sede

costituzionale e nella stessa sede va precisato il concetto di tributo ke oggi x la più attenta dottrina

costituzionale è identificato cn quello di imposta: fuori da qst precisazione il concetto d tributo è

inafferrabile. Ancora incompatibile cn la nozione incerta di tributo sn la tutela del contribuente e l’

esistenza di termini d decadenza davanti ai giudici tributari.

CAPO 31-DURATA RAGIONEVOLE DEL PROCESSO TRIB. TRA NORME INTERNE E CONVENZIONALI

La durata media dei processi tributari, in Italia, come si sa, è decisamente lunga tanto è vero che

può raggiungere anche i 15 - 20 anni di tempo. Le cause di queste lunghevolezze sono diverse e è

evidente che possono comunque essere risolte solo con una diversa politica legislativa che punti

decisamente alla riduzione dei tempi. In questo contesto suscita un certo interesse il decreto della

Corte di Appello di Perugia del 18.10.2001 che ha condannata l’A.F. al risarcimento del danno non

patrimoniale a favore di un contribuente in causa da 17 anni. La corte ha ritenuto di applicare il

principio della durata ragionevole del processo tributario anche se riconoscendone solo danni di

natura non patrimoniale, in quanto di danni patrimoniali non si può parlare perché non può aversi

la prova del danno. L’avvocatura della stato ha eccepito l’inammissibilità della domanda in quanto

la normativa invocata ( l’art. 6 della convenzione europea della salvaguardia dei diritti dell’uomo e

delle libertà fondamentali) fa riferimento a controversie sui diritti e doversi di carattere civile e

fondatezza di ogni accusa di carattere penale. La corte ha ritenuto questa eccezione infondata

ritenendo che l’art. 3, comma 3 della legge 89/2001 fa riferimento al ministero delle finanze e che

nulla vieta al legislatore nazionale di prevedere una tutela più ampia di quella prevista dalla

convenzione. Tale tesi va però confutata in quanto il decreto in parola si basa essenzialmente sulla

convenzione e l’assenza, nella stessa, della materia tributaria è una limitazione della sua portata

che trova fondamento nell’appartenenza della materia fiscale al nocciolo duro delle prerogative

dei poteri pubblici. Questa lettura è stata ribadita in una sentenza della corte europea dei diritti

dell’uomo del 12.07.2001 che afferma che se è vero che il procedimento tributario ha un carattere

patrimoniale, è anche vero che tale caratteristica non la fa rientrare nell’applicabilità dell’art. 6

della convenzione per l’aspetto civile.

In questa situazione, sorta anche in conseguenza della L. 89/2001, va comunque trovata una

qualche soluzione tenuto conto che, attualmente, c’è solo confusione tenuto conto che:

- per la corte di cassazione le norme del CEDU sono di immediata applicazione

- per la corte costituzionale le norme della CEDU sono norme derivanti da una fonte riconducibili a

una competenza atipica e come tale insuscettibile di abrogazione o modificazione da parte di

disposizione di legge ordinaria

CAPO 46- DIRITTO TRIBUTARIO INTERNO E NORMA COMUNITARIA

Nn esiste ancora 1 ordinamento fiscale comunitario e le basi del tratto di Roma nn consentono 1

vera e propria politica comune in materia fiscale xkè si limitano a fissare regole dirette a garantire

la neutralità fiscale degli scambi tra i paesi membri ponendo il divieto di discriminazione fiscale cm

regola base nella prospettiva libero-scambista.

Caratteristiche delle disposizioni del trattato sn:

- Concernono sl imposte indirette

- Hanno incidenza diretta e immediata negli ordinamenti interni e creano diritti individuali

- Impongono agli stati membri obblighi di Non facere la cui inosservanza da 1parte comporta

violazione del trattato e dall’altra solleva problemi processuali.

L’esame della IV DIRETTIVA è utile xkè consentirà alle singole discipline di uscire dai propri confini

x arrivare ad una impostazione interdisciplinare e unitaria. Ovviamente in sede comunitaria nn ci si

è preoccupati della tassazione di persone fisiche.

Attualmente il trattato nn può pretendere di incidere in termini generali sulla sovranità fiscale

degli stati membri e pur essendo evidente la necessità d realizzare 1 politica fiscale comune, ogni

azione al riguardo è cmq rimessa all’oxa d ravvicinamento delle legislazioni. La stessa corte d

giustizia ha cmq rilevato ke il trattato in materia consente tt ciò che nn vieta espressamente.

Già nel ’61 i ministri delle finanze avevano preso una decisione volta ad affidare un mandato alla

commissione europea affinche si occupasse anke dei tributi diretti. Ancora oggi il problema sul

tappeto è xò quello dell’economia d imposte realizzata da società multinazionali.

In ogni caso la commissione ha sempre e cmq proposto misure neutre coordinate ed uniformate x

L’indagine

quanto concerne gli scopi strutturali. sul diritto tributario comunitario sta quindi nel

cogliere dal p.d.v sostanziale la portata e la funzione delle norme ke vietano la discriminazione

fiscale rispetto agli obiettivi del trattato; dal p.d.v. formale gli effetti immediati di quelle norme.

Idem circa l’indagine degli effetti delle direttive comunitarie quando esse siano particolareggiate.

L’art. 95 del trattato afferma ke “nessuno stato membro applica direttamente o indirettamente ai

prodotti degli altri stati membri imposizioni interne d qls natura superiori a quelle applicate

direttamente o indirettamente ai prodotti nazionali similari e neppure imposizioni intese a

proteggere indirettamente altri prodotti.”

Tale art. quindi resta in strettissima connessione cn gli artt. 9 e ss. Relativi alla libera circolazione

delle merci xkè integra il divieto dei dazi doganali: è un rapporto di complementarietà e infatti x

definire l’ambito d applicazione dell’art. 95 bisogna necessariamente relazionarlo cn gli altri artt.

Trattandosi d ipotesi ke pur svolgendo 1 = funzione nn possono applicarsi alla stessa fattispecie.

PRODOTTI SIMILARI = la corte intende la similarità in senso formale quindi sussiste tra prodotti ke

si considerano rientranti nella stessa categoria fiscale,doganale e statitisca o in base a classificaz.

Nazionale o in base alla classificazione fissata a livello comunitario.

PRODOTTI CONCORRENTI = sn prodotti ke x impieghi economici si trovano in concorrenza tra loro

senza tuttavia essere similari. Anche a loro è esteso il divieto di applicazione d imposizioni cn

finalità di protezione. In qst caso xò si rikiede l’accertamento della finalità protezionistiche e

occorre ke vi sia concreta ed effettiva concorrenza/ sostituibilità tra i prodotti in causa.


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Corso di laurea: Corso di laurea in scienze giuridiche (MILANO - PIACENZA)
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