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meno nella dichiarazione relativa all’anno 2005, che viene presentata nel 2006, egli

può beneficiare del ravvedimento entro il termine di presentazione della

dichiarazione relativa all’anno 2006, termine che come detto scade nel corso del

2007).

Se il ravvedimento è più tempestivo – entro 30 giorni dalla data del versamento – e

attiene al mancato pagamento del tributo, la riduzione della sanzione è maggiore: la

sanzione viene abbattuta ad 1/8 del minimo. Lo stesso dicasi nel caso in cui, entro 90

giorni dalla scadenza del termine di presentazione, il contribuente presenti la

dichiarazione in precedenza omessa.

La condizione per beneficiare del ravvedimento è che nel frattempo

l’Amministrazione Finanziaria non abbia già scoperto la violazione ovvero non abbia

iniziato attività di controllo con riferimento al tributo e all’annualità in cui è stata

commessa la violazione (il legislatore è come se presumesse che in questi ultimi casi

le attività di indagine condurrebbero comunque alla scoperta della violazione, sicché

non ha interesse ad ottenere il ravvedimento del contribuente).

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IL SISTEMA SANZIONATORIO

(il presente capitolo sostituisce le parti del manuale dedicate al sistema sanzionatorio il cui studio è

richiesto dal programma presente nella giuda dello studente)

Introduzione.

Al fine di spingere i contribuenti ad adempiere correttamente agli obblighi tributari,

dissuadendoli dall’evadere le imposte, la violazione delle norme tributarie viene

punita con l’irrogazione di sanzioni.

Nel caso in cui un contribuente non adempia ai propri obblighi fiscali, dunque, se

scoperto dall’Amministrazione finanziaria, egli sarà chiamato non solo a versare il

tributo evaso maggiorato degli interessi, ma anche a sottostare alle relative sanzioni.

Vi sono sanzioni amministrative e sanzioni penali.

Le sanzioni amministrative consistono prevalentemente in somme di denaro

aggiuntive da versare all’Erario e sono irrogate dall’Amministrazione finanziaria (o,

per i tributi locali, dall’Ente locale) a seguito di un procedimento amministrativo.

Le sanzioni penali, invece, si sostanziano principalmente in pene pecuniarie (somme

di denaro) o in pene detentive e sono applicate dall’Autorità giudiziaria a seguito di

un procedimento penale. Le sanzioni penali sono disciplinate dal D.Lgs. n. 74 del

2000.

Le sanzioni amministrative: i principi generali.

I principi generali in materia di sanzioni amministrative sono rinvenibili nel D.Lgs.

n. 472 del 1997.

Innanzitutto, in base al «principio di legalità» nessuno può essere assoggettato a

sanzione se non in forza di una legge entrata in vigore prima della realizzazione del

fatto o della omissione che viene considerata dal legislatore come una violazione.

Le sanzioni, poi, possono essere introdotte nell’ordinamento solamente con atti

aventi forza di legge (principio di riserva di legge). Di qui deriva la tassatività delle

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sanzioni e la necessità che esse vengano applicate in modo rigoroso, senza ricorso

all’interpretazione analogica.

Ed ancora, è previsto il «principio del favor rei», in base al quale:

• da un lato, salvo diversa previsione di legge, nessuno può essere

assoggettato a sanzioni per un fatto che, secondo una legge posteriore, non

costituisce violazione punibile. In altre parole, qualora un soggetto tenga un

comportamento che, in base alla legislazione vigente all’epoca dei fatti, è

considerato sanzionabile, egli non potrà essere sanzionato, per aver tenuto

detto comportamento, se successivamente entra in vigore una disposizione

che elimina dall’ordinamento detta sanzione. Se, tuttavia, al momento

dell’entrata in vigore della nuova disciplina (quella che non considera più

sanzionabile il comportamento in precedenza tenuto) la sanzione è già stata

irrogata con provvedimento definitivo, il debito residuo relativo alla

sanzione si estingue, ma non è ammessa restituzione di quanto già pagato;

• dall’altro lato, se la legge in vigore al momento in cui è stata commessa la

violazione e le leggi posteriori stabiliscono sanzioni di entità diversa, si

applica la disposizione più favorevole al contribuente, salvo che il

provvedimento di irrogazione sia divenuto definitivo.

Tra i principi che caratterizzano le sanzioni amministrative va ricordato altresì quello

secondo cui esse non producono interessi e quello della intrasmissibilità agli eredi (le

sanzioni relative a violazioni commesse dal defunto non si trasmettono ai suoi eredi).

Dunque, mentre il debito per un tributo evaso (o comunque non versato) matura

interessi e si trasmette agli eredi, le relative sanzioni non producono interessi e, in

caso di decesso del soggetto che ha compiuto la violazione, non si trasmettono agli

eredi.

Un ulteriore principio in materia è quello della colpevolezza, secondo cui, affinché vi

sia illecito sanzionabile, è necessario che ricorra il c.d. «elemento soggettivo», cioè

la capacità di intendere e di volere e la colpevolezza.

In base all’art. 4 del D.Lgs. n. 472 del 1997, infatti, chi, al momento in cui ha

commesso il fatto, non aveva, in base ai criteri indicati nel codice penale, la capacità

di intendere e di volere, non può essere assoggettato a sanzione.

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Quanto alla colpevolezza, il successivo art. 5 stabilisce che nelle violazioni punite

con sanzioni amministrative ciascuno deve rispondere della propria azione od

omissione, cosciente e volontaria, sia essa dolosa o colposa.

Dunque, la violazione, per essere sanzionabile, deve essere animata da colpa o da

dolo.

La colpa indica lo stato di chi agisce in modo negligente, cioè con imperizia o

imprudenza, ma senza la volontà di commettere l’illecito.

Il dolo, invece, indica una situazione più grave, in cui la persona agisce proprio con

l’intento di violare una norma e di arrecare un danno all’Erario (e, specularmente, di

conseguire un vantaggio indebito).

Vengono tuttavia riconosciuti dei meccanismi di riduzione delle sanzioni nei casi in

cui la colpa non sia grave. La colpa si intende grave quando la negligenza del

comportamento sono indiscutibili e non è possibile dubitare ragionevolmente del

significato e della portata della norma violata (si pensi alla violazione dell’obbligo di

presentare la dichiarazione dei redditi da parte di una società). Nei casi di colpa

grave, dunque, risulta evidente la macroscopica inosservanza di elementari obblighi

tributari.

Le sanzioni amministrative: le cause di non punibilità.

Il D.Lgs. n. 472 del 1997 e lo Statuto dei diritti del contribuente prevedono alcuni

casi in cui la violazione di norme tributarie non è sanzionabile.

In base all’art. 10 dello Statuto ed all’art. 6 del D.Lgs. n. 472 del 1997, non sono

irrogabili sanzioni al contribuente, tra l’altro, qualora:

egli si sia adeguato a indicazioni contenute in atti dell'Amministrazione

finanziaria (circolari, risoluzioni, istruzioni, ecc.), anche se tali indicazioni

vengono successivamente modificate dalla stessa Amministrazione;

il comportamento del contribuente risulti posto in essere a seguito di fatti

direttamente conseguenti a ritardi, omissioni od errori dell'Amministrazione

finanziaria;

la violazione dipenda da obiettive condizioni di incertezza sulla portata e

sull'ambito di applicazione della norma tributaria;

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la violazione si traduca in una mera violazione formale che non arreca

pregiudizio alle azioni di controllo e che non comporta alcun debito di

imposta (c.d. violazione formale).

Il soggetto a cui si riferisce la sanzione.

Per quel che riguarda l’individuazione del soggetto al quale riferire la sanzione

amministrativa tributaria, la disposizione cui fare riferimento è l’art. 5 del D.Lgs. n.

472 del 1997, in base al quale è responsabile l’autore materiale della violazione.

La regola generale, pertanto, è quella della punibilità (e, quindi, dell’irrogazione

della sanzione a carico) della specifica persona fisica che ha commesso la violazione.

L’art. 11 del citato D.Lgs. n. 472 del 1997, poi, stabilisce un particolare meccanismo

per le violazioni che hanno inciso sulla liquidazione o sul pagamento di un tributo

(quali l’omessa dichiarazione di ricavi o l’omesso versamento di imposte) commesse,

nell'esercizio delle relative funzioni, da un dipendente o da un amministratore di una

società (diversa dalle società di capitali per le ragioni che vedremo tra breve).

In questi casi, la società è obbligata solidalmente con l’autore materiale (dipendente

o amministratore) al pagamento di una somma pari alla sanzione irrogata:

l’Amministrazione finanziaria, dunque, potrà richiedere la sanzione sia all’autore

materiale, sia alla società.

Tuttavia, in base al precedente art. 5, se la violazione non è stata commessa con dolo

o colpa grave, l’autore materiale della violazione non può essere chiamato a versare

una sanzione di importo eccedente cento milioni di lire, a condizione che non abbia

tratto diretto vantaggio dalla violazione stessa. Per la sanzione eccedente detto

importo sarà responsabile solo la società.

Va però ricordato che a seguito dell’emanazione dell’art. 7 del D.L. n. 269 del 2003,

la regola della punibilità della persona che ha commesso la violazione trova una

pesante deroga per quel che riguarda le società di capitali e gli altri enti aventi

personalità giuridica. Tale disposizione stabilisce, infatti, che le sanzioni

amministrative relative al rapporto fiscale proprio di società o enti con personalità

giuridica (s.p.a., s.r.l., s.a.p.a., fondazioni, associazioni riconosciute, ecc.) sono

esclusivamente a carico della persona giuridica e non, quindi, della persona fisica che

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materialmente ha commesso la violazione (per esempio il dipendente o

l’amministratore della società di capitali).

Da ultimo, va segnalato che l’art. 9 del D.Lgs. n. 472 del 1997 prevede che quando

più persone concorrono in una violazione (cioè quando la stessa violazione è

commessa da più persone in «collaborazione» tra loro), ciascuna di esse deve

soggiacere alla sanzione per questa disposta.

Procedure di irrogazione delle sanzioni amministrative.

Come già evidenziato, le sanzioni amministrative in materia tributaria vengono

irrogate dall’Amministrazione finanziaria (o dall’Ente locale impositore, per quel che

riguarda i tributi locali).

In particolare, le sanzioni sono irrogate dall’Ufficio competente all'accertamento del

tributo cui le violazioni si riferiscono.

Vi sono però due procedimenti che possono essere seguiti.

Il primo riguarda le sanzioni riferite e collegate ad un tributo accertato in capo al

soggetto destinatario della sanzione. In questo caso, a norma dell’art. 17 del D.Lgs.

n. 472 del 1997, la sanzione viene irrogata contestualmente all’elevazione del

provvedimento con cui si recuperano le maggiori imposte non versate, cioè l’avviso

di accertamento (o, nei casi dei c.d. accertamenti automatizzati, la cartella di

pagamento).

Pertanto, unitamente all’avviso di accertamento – ossia nello stesso atto – sarà

notificato al trasgressore anche l’atto di irrogazione delle sanzioni. La contestazione

da parte del contribuente del contenuto dell’atto di irrogazione, dunque, dovrà

avvenire nell’ambito del ricorso avverso l’avviso di accertamento.

Negli altri casi si rende necessario seguire un secondo procedimento, dettato dall’art.

16 del D.Lgs. n. 472 del 1997.

Tale disposizione prevede che l'Ufficio notifichi un apposito atto, chiamato «atto di

contestazione», contenente l’indicazione dei fatti attribuiti al trasgressore, gli

elementi probatori, le norme applicate e le sanzioni che intende applicare.

Il contribuente, una volta ricevuto l’atto di contestazione, ha tre possibilità:

a) definire la vertenza versando le sanzioni contestate, ridotte ad un quarto;

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b) impugnare l’atto di contestazione entro sessanta giorni dalla sua ricezione;

c) proporre le proprie deduzioni difensive.

Nel caso sub c), l’Ufficio, se non condivide le difese del contribuente, provvede ad

emettere un atto, detto «avviso di irrogazione delle sanzioni», con il quale chiede al

contribuente di pagare le sanzioni. Tale atto deve essere motivato, a pena di nullità,

anche in relazione alle deduzioni presentate dal contribuente e deve essere emesso

entro un anno dalla data di presentazione delle deduzioni difensive da parte del

contribuente. L’avviso di irrogazione delle sanzioni è impugnabile dal contribuente

entro il termine ordinario di sessanta giorni dalla sua ricezione.

I fatti che costituiscono violazione punibile e le tipologie di sanzioni irrogabili.

Mentre nel D.Lgs. n. 472 del 1997 sono rinvenibili i principi e le procedure

applicative relativi alle sanzioni amministrative in materia tributaria, le singole

ipotesi che costituiscono violazioni e le relative sanzioni sono previste nel D.Lgs. n.

472 del 1997, oltre che in talune specifiche leggi d’imposta.

Nell’ambito delle imposte sui redditi e dell’IVA le principali categorie di violazioni

sanzionabili sono:

a) quelle relative agli obblighi strumentali (mancata o irregolare tenuta di

documentazione, mancata presentazione di documenti e risposta a

questionari, ecc.), solitamente punite in misura fissa;

b) quelle relative ai dati dichiarati (dichiarazione di minori ricavi o di maggiori

costi, con conseguenti minori imposte liquidate), punite in misura percentuale

rispetto alle minori imposte liquidate (cioè alle maggiori imposte accertate

dall’Ufficio);

c) quelle relative ai versamenti (omessi o tardivi versamenti), anch’esse punite

in misura percentuale rispetto alle minori imposte versate.

Un esempio di sanzione sub a) è contenuto nell’art. 9 del D.Lgs. n. 471 del 1997, in

base al quale chi non tiene o non conserva secondo le prescrizioni le scritture

contabili, i documenti e i registri previsti dalle leggi in materia di imposte dirette e di

imposta sul valore aggiunto ovvero i libri, i documenti e i registri, la tenuta e la

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conservazione dei quali è imposta da altre disposizioni della legge tributaria, è punito

con la sanzione amministrativa da lire due milioni a lire quindici milioni.

Un esempio di sanzione sub b) è rappresentata dall’art. 1 del D.Lgs. n. 471 del 1997,

in forza del quale se nella dichiarazione è indicato un reddito imponibile inferiore a

quello accertato, o, comunque, un'imposta inferiore a quella dovuta o un credito

superiore a quello spettante, si applica la sanzione amministrativa dal cento al

duecento per cento della maggior imposta o della differenza del credito.

Un esempio di sanzione sub c) è rinvenibile nell’art. 13 del D.Lgs. n. 471 del 1997,

in virtù del quale chi non esegue, in tutto o in parte, alle prescritte scadenze, i

versamenti in acconto, i versamenti periodici, il versamento di conguaglio o a saldo

dell'imposta risultante dalla dichiarazione, è soggetto a sanzione amministrativa pari

al trenta per cento di ogni importo non versato.

(segue) Le sanzioni accessorie.

Oltre alle sanzioni descritte nel paragrafo precedente, che si sostanziano nel

versamento di somme aggiuntive all’Erario, in alcuni specifici casi – tassativamente

stabiliti dalla legge e caratterizzati da particolare gravità – è prevista l’irrogazione di

una seconda tipologia di sanzioni amministrative, le «sanzioni accessorie».

In ambito tributario, ai sensi dell’art. 21 del D.Lgs. n. 472 del 1997, le sanzioni

accessorie sono:

• l'interdizione, per una durata massima di sei mesi, dalle cariche di

amministratore, sindaco o revisore di società di capitali e di enti con

personalità giuridica, pubblici o privati;

• l'interdizione dalla partecipazione a gare per l'affidamento di pubblici appalti

e forniture, per la durata massima di sei mesi;

• l'interdizione dal conseguimento di licenze, concessioni o autorizzazioni

amministrative per l'esercizio di imprese o di attività di lavoro autonomo e la

loro sospensione, per la durata massima di sei mesi;

• la sospensione, per la durata massima di sei mesi, dall'esercizio di attività di

lavoro autonomo o di impresa diverse da quelle citate al punto precedente.

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Un caso tipico di irrogazione di sanzione accessoria è quello previsto dal secondo

comma dell’art. 12 del D.Lgs. n. 471 del 1997, che stabilisce che qualora nel corso di

un quinquennio siano state contestate quattro distinte violazioni dell'obbligo di

emettere la ricevuta fiscale o lo scontrino fiscale è disposta la sospensione della

licenza o dell'autorizzazione all'esercizio dell'attività per un periodo da tre giorni ad

un mese.

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LA RISCOSSIONE

(il presente capitolo sostituisce le parti del manuale dedicate alla riscossione il cui studio è richiesto

dal programma presente nella giuda dello studente)

Introduzione.

La riscossione è la fase finalizzata a consentire all’Erario di incassare i tributi dovuti

dal contribuente.

Si tratta di una fase che sottostà al principio di tipicità, nel senso che gli obblighi di

versamento in capo ai contribuenti e i poteri di riscossione, anche forzata, da parte

dell’Amministrazione finanziaria, seguono procedure ben precise, stabilite dalla

legge.

Essa è disciplinata da diverse norme, che peraltro hanno subito pesanti modifiche nel

tempo: il nucleo centrale delle disposizioni applicabili in materia si ritrova nel D.P.R.

n. 602 del 1973. Ulteriori importanti disposizioni sono recate dal D.Lgs. n. 241 del

1997 e dai D.Lgs. n. 46, 112 e 237 del 1999.

In materia si usa distinguere la riscossione spontanea, che si concretizza nel

versamento spontaneo da parte del contribuente di quanto dovuto, dalla riscossione

forzata (o coattiva), che si rende necessaria nei casi in cui il contribuente non

adempia volontariamente alla propria obbligazione tributaria.

Vi sono diverse forme attraverso cui realizzare la riscossione: vediamole.

La ritenuta diretta.

La ritenuta diretta è una forma di riscossione che viene impiegata nel campo delle

imposte dirette nei casi in cui una Pubblica Amministrazione corrisponda ad un

contribuente determinati compensi.

La somma pagata dalla Pubblica Amministrazione viene decurtata «a monte» di una

ritenuta, che può essere a titolo di acconto (ritenuta diretta a titolo d’acconto) o a

titolo di imposta (ritenuta diretta a titolo definitivo).

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Nel primo caso, la ritenuta operata non esaurisce il rapporto tributario, poiché il

contribuente dovrà dichiarare il compenso percepito, liquidare le relative imposte e

versarle al netto della ritenuta subita.

Nel secondo caso, invece, il prelievo operato – mediante il pagamento del

contribuente da parte dell’Amministrazione al netto dell’intera imposta dovuta in

relazione alla somma percepita – è definitivo.

A titolo esemplificativo, vengono riscosse con ritenuta diretta le imposte sui redditi

di lavoro dipendente del personale delle Pubbliche Amministrazioni e le imposte

sulle vincite e sui premi del lotto e delle lotterie nazionali.

La ritenuta diretta va tenuta distinta dalla «ordinaria» ritenuta alla fonte che si

ricollega al fenomeno della «sostituzione» di cui all’art. 64 del D.P.R. n. 600 del

1973: nel primo caso, infatti, il sostituto d’imposta coincide con il soggetto creditore

dell’imposta (lo Stato); mentre, nel secondo caso, il sostituto d’imposta non coincide

con il soggetto creditore dell’imposta (lo Stato) sicché, una volta effettuata la ritenuta

sulla somma versata al sostituito, egli è tenuto a versare la ritenuta stessa all’Erario.

Il versamento diretto.

Il versamento diretto è il metodo di riscossione volontario più diffuso e consiste nello

spontaneo versamento da parte del contribuente all’Erario.

In gran parte dei casi esso si concretizza nel versamento alla Tesoreria dello Stato

attraverso una delega irrevocabile ad una Banca o alle Poste Italiane.

Tale delega per le imposte dirette, l’IRAP, l’IVA e molti altri tributi, è

concretamente costituita dal modello F24.

Il versamento diretto è divenuto nel tempo il sistema principale attraverso il quale i

contribuenti versano tributi (ma anche contributi previdenziali ed altre tipologie di

somme) all’Erario.

Il metodo del versamento diretto trova applicazione, tra l’altro, per i versamenti degli

acconti e dei saldi delle imposte sui redditi indicate nella dichiarazione, delle relative

addizionali e dell’IRAP, per i versamenti periodici e a saldo dell’IVA e per il

versamenti delle ritenute operate dai sostituti d’imposta.

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Nell’ambito dell’adempimento tramite versamento diretto va altresì segnalato

l’adempimento mediante compensazione, istituto disciplinato in ambito civilistico

dagli artt. 1241 e ss del c.c. («Quando due persone sono obbligate l'una verso l'altra,

i due debiti si estinguono per le quantità corrispondenti, secondo le norme degli

articoli che seguono»).

La compensazione nei rapporti tra contribuente ed Erario, invero, è ammessa solo nei

casi espressamente disciplinati dalla legge. Negli ultimi anni, invero, si sono

estremamente ampliate le fattispecie in cui il contribuente può saldare un debito

tributario mediante la sua compensazione con posizioni creditizie vantate verso il

Fisco.

A questo proposito, si usa distinguere la compensazione verticale dalla

compensazione orizzontale.

La compensazione verticale è quella che avviene all’interno di una singola imposta

(per esempio, utilizzo di un credito IRPEF di un anno per saldare il debito IRPEF

dell’anno successivo).

La compensazione orizzontale è quella che avviene tra tributi diversi (per esempio,

utilizzo di un saldo IVA a credito per regolare un debito IRES).

Il ruolo.

Il ruolo è un sistema di riscossione impiegato per la riscossione coattiva (e, in certi

casi, anche per la riscossione spontanea: ad esempio, per il pagamento della tariffa di

asporto rifiuti).

Il ruolo è un elenco predisposto dall’Ufficio impositore contenente le generalità di

diversi contribuenti residenti nella sua circoscrizione ed i dati relativi ai tributi da

questi dovuti (ammontare, periodo d’imposta di riferimento, ecc.).

Tale elenco viene inviato al Concessionario della riscossione (oggi alla società

Equitalia S.p.A.) seguendo particolari procedure automatizzate. Dopodiché,

quest’ultimo soggetto forma, per ogni contribuente, un apposito atto, denominato

«cartella di pagamento», che viene notificato al contribuente stesso. Con la cartella di

pagamento viene chiesto il pagamento delle somme dovute (così come risultanti dal

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ruolo) entro il termine di sessanta giorni, con l’avvertenza che in caso di mancato

pagamento verrà attivata la procedura di riscossione forzata.

Questa metodologia di riscossione tramite ruolo viene adottata per le imposte relative

ad alcuni redditi assoggettati a tassazione separata (trattamento di fine rapporto,

arretrati, ecc.), nei casi di liquidazione effettuata in base ai c.d. controlli

automatizzati di cui all’art. 36-bis e 36-ter del D.P.R. n. 600 del 1973 (tra cui rientra

anche il caso delle imposte indicate in dichiarazione dei redditi dal contribuente e da

questi non versate) ed anche – tema di particolare importanza – per le somme dovute

a seguito dell’elevazione di avvisi di accertamento, allorquando il contribuente non

voglia pagare spontaneamente le maggiori imposte accertate e le relative sanzioni.

(segue) I ruoli definitivi ed i ruoli provvisori.

È necessario distinguere i ruoli definitivi (in cui viene iscritta la totalità delle

imposte, sanzioni ed interessi dovuti) dai ruoli provvisori (in cui viene iscritta una

parte di quanto dovuto dal contribuente).

I ruoli definitivi vengono formati nei casi in cui vi sia una sostanziale certezza in

ordine alla sussistenza del credito dell’Amministrazione, come accade qualora il

debito d’imposta risulti direttamente dalla dichiarazione del contribuente

(dichiarazione dei redditi, sostituti d’imposta, IVA, ecc.) o da un avviso di

accertamento divenuto definitivo, in quanto non impugnato entro i termini da parte

del contribuente.

I ruoli provvisori, invece, sono formati nel caso in cui il credito non possa

ragionevolmente ritenersi consolidato, ovverosia qualora si sia in presenza di avvisi

di accertamento impugnati dal contribuente e non ancora definiti con sentenza

passata in giudicato. Ebbene, in tali fattispecie è previsto che l’Ufficio iscriva a ruolo

solamente una parte delle somme contestate negli avvisi di accertamento.

In base all’art. 15 del D.P.R. n. 602 del 1973, i tributi corrispondenti agli imponibili

accertati ma non ancora definitivi, nonché i relativi interessi (ma non le sanzioni),

sono iscritti a titolo provvisorio nei ruoli, dopo la notifica dell'atto di accertamento,

per la metà degli ammontari corrispondenti agli imponibili o ai maggiori imponibili

accertati.

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Nelle more della decisione del giudizio tributario, dunque, l’Ufficio ha la possibilità

di iscrivere a ruolo il 50% delle maggiori imposte dovute in base all’avviso di

accertamento ed i relativi interessi.

Ai sensi dell’art. 68 del D.Lgs. n. 546 del 1992, poi, la maggiore imposta e gli

interessi debbono essere pagati:

a) per i due terzi, dopo la sentenza della Commissione Tributaria Provinciale

che respinge il ricorso;

b) per l'ammontare risultante dalla sentenza della Commissione Tributaria

Provinciale, e comunque non oltre i due terzi del totale, se la stessa accoglie

parzialmente il ricorso;

c) per il residuo ammontare determinato nella sentenza della Commissione

Tributaria Regionale: il contribuente, quindi, una volta depositata la

sentenza di secondo grado, sarà chiamato a pagare la totalità delle imposte,

interessi e sanzioni dovuti in base alla decisione della Commissione

Tributaria Regionale.

I ruoli si distinguono altresì in ruoli ordinari e ruoli straordinari: questi ultimi sono

formati al di fuori delle tempistiche ordinarie, nei casi in cui vi sia un fondato

pericolo per la riscossione.

Altri metodi di riscossione.

Ulteriori procedure di riscossione che meritano di essere segnalate sono quelle

relative all’imposta di bollo, che può essere pagata, oltre che con versamento diretto,

attraverso l’utilizzo di apposita carta filigranata o con l’apposizione e l’annullamento

di marche da bollo.

L’esecuzione forzata.

Qualora il contribuente non paghi quanto richiesto con la cartella di pagamento, nel

termine di 60 giorni dalla stessa previsto, si avvia la fase della esecuzione forzata.

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia aziendale
SSD:
Docente: Tosi Loris
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher niobe di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto tributario e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Ca' Foscari Venezia - Unive o del prof Tosi Loris.

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