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Diritto tributario - Appunti Appunti scolastici Premium

Appunti di Diritto tributario per l’esame del professor Gaffuri. Gli argomenti trattati sono i seguenti: il concetto di tributo e le sue partizioni, i principi costituzionali, le fonti normative che hanno la stessa efficacia di legge, le proprietà delle leggi tributarie.

Esame di Diritto tributario docente Prof. A. Gaffuri

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ESTRATTO DOCUMENTO

b. Dipendente quando il responsabile d'imposta che paga l'intero ammontare dell'imposta, ha un

diritto di rivalsa per l'intero.(es. Il notaio in questo caso può richiedere il pagamento anticipato

dell'imposta di registro; altrimenti, se questo non accade, può rifiutarsi di redigere l'atto).

c. la solidarietà tra condebitori in caso di accertamento quando vi sono più condebitori solidali, il fisco

può rivolgersi indifferentemente all'uno o all'altro e richiedere l'intero pagamento dell'intero

tributo, il condebitore che paga libera tutti gli altri e ha poi il diritto di rivalersi pro quota nei

confronti degli altri condebitori. Se i condebitori non pagano il dovuto, il fisco può richiedere se

emettere avviso di accertamento ad un solo, ad alcuno o a tutti i condebitori e vedere chi per primo

paga l'imposta dovuta.

Nella Sostituzione d'imposta o d'acconto vi sono due soggetti: Sostituito colui che realizza il presupposto

impositivo, e sostituto, il soggetto tenuto a versare l'imposta.

La sostituzione si giustifica perché tra sostituto e sostituito corre un rapporto di diritto privato in forza del

quale il sostituto è debitore nei confronti del sostituito di una somma di denaro, che costituisce il

presupposto e la base imponibile, dell'imposta che sarebbe dovuta dal sostituito. Generalmente si applica

nelle imposte di reddito dove tra sostituito e sostituto c'è questo rapporto di diritto privato tale che il

sostituto è debitore del sostituito che costituiscono per il sostituto il reddito imponibile. Esempio datore di

lavoro e dipendente. Questo meccanismo della ritenuta è uguale sia per la sostituzione d'imposta che per la

sostituzione d'acconto.

Nel caso della ritenuta a titolo d'imposta l'esecuzione ed il versamento della ritenuta esauriscono il

rapporto fiscale. Questo implica che il sostituito non deve dichiarare nulla al fisco e non vi sono rapporti tra

fisco e sostituito, perché tutto avviene per tramite del sostituto

Le problematiche nella ritenuta a titolo d'imposta possono essere:

- Il sostituto effettua la ritenuta, ma non la versa: il fisco può rivolgersi esclusivamente al sostituto

per ottenere il pagamento della ritenuta eseguita ma non versata. Il sostituito ha già subito l'onere

economico del tributo che gli è stato applicato con la ritenuta, ha già sostenuto il costo economico

del tributo.

- Il sostituto non effettua la ritenuta e non la versa: Responsabilità solidale tra il sostituto ed il

sostituito per il pagamento della ritenuta. Quindi l'amministrazione finanziaria può rivolgersi ad

entrambi per chiedere il pagamento della ritenuta non versata. Questo perché in questo caso il

sostituto non ha subito l'onere economico del tributo (la ritenuta). In questo caso il fisco può

rivalersi su entrambi se la banca non paga.

- Il sostituto non effettua la ritenuta ma la versa: improbabile

Nel caso della ritenuta a titolo d'acconto Il sostituito ha l'obbligo di dichiarare al fisco le somme percepite

dal sostituto (deve dichiarare l'intera somma). Tra sostituito e fisco c'è un rapporto: il rapporto è trilaterale.

Le problematiche nella ritenuta a titolo d'acconto possono essere:

- Il sostituto effettua la ritenuta ma non la versa: Anche se il sostituito ha già subito l'onere

economico del tributo (ritenuta), secondo la tesi che attualmente prevale in giurisprudenza, il fisco

può rivolgersi anche al sostituito per ottenere il pagamento della ritenuta non versata. Quindi, nel

caso il sostituito si trova a dover pagare il tributo due volte. Naturalmente il sostituito che dovesse

pagare la ritenuta una seconda volta, ha il diritto di rivalsa nei confronti del sostituto. Un caso tipico

è la ritenuta su stipendi. Questo è ammesso dalla giurisprudenza per emettere in condizioni il fisco

di incassare comunque la ritenuta. Infatti la cassazione ha autorizzato il fisco a recuperarla da chi

qualche finanza l'ha ancora esempio il datore fallito e il dipendente.

- Il sostituto non effettua la ritenuta e non la versa: se la ritenuta non viene effettuata dal sostituto, il

sostituito semplicemente non deduce nessuna ritenuta in fase di dichiarazione dei redditi, poiché

questa non c'è stata. Al sostituto rimane la responsabilità di non aver operato la ritenuta quando

necessario e per questo si vedrà applicata una sanzione.

La traslazione e la rivalsa sono due fenomeni che accadono quando un soggetto trasferisce l’onere

economico del tributo in capo ad un altro soggetto. La rivalsa è un diritto riconosciuto dall’ordinamento che

permette di recuperare l’imposta in capo ad un altro soggetto. Poi ci sarà il diritto di rivalsa del sostituto nei

confronti del sostituito. La traslazione consiste nello spostamento del carico tributario soltanto in via di

fatto cioè non c’è un diritto sancito dalla legge (es imprenditore recupera l’IRAP aumentando i prezzi).

L’accollo è la situazione in cui un soggetto si impegna a pagare il tributo dovuto da un altro soggetto, può

essere interno (accordo tra debitore e accollante, il creditore, il fisco, non è coinvolto nell’accordo) o

esterno (dichiarazione dell’accollante a pagare, se ne il debitore ne l’accollante pagano il fisco si può

rivalere su entrambi indifferentemente). L’accollante poi potrà esercitare il diritto di rivalsa sul debitore.

Ultimo caso è la successione, in questo caso un soggetto subentra nella posizione debitoria di un altro

soggetto, ciò avviene nei casi stabiliti dalla legge; il soggetto che deve pagare muore, il debito viene

trasferito agli eredi i quali devono pagare la quota di loro competenza, se uno non paga il fisco non si può

rifare sugli altri eredi (tranne per IRPEF che è solidale). Altro caso in cui avviene la successione è quando si

verificano operazioni societarie straordinarie, la società risultante dall’operazione di fusione, scissione o

altro subentra nel debito fiscale delle società che hanno partecipato all’operazione.

Federalismo fiscale:

ci sono tre articoli costituzionali che trattano l’autonomia finanziaria degli enti locali e sono:

- Art. 119 Cost. gli enti locali hanno autonomia finanziaria di entrate e di spesa

- Art. 23 Cost. nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla

legge

- Art. 117 Cost. spetta allo stato individuare quali sono i servizi pubblici essenziali che devono essere

erogati dagli enti locali

Bisogna trovare un incontro tra questi articoli. L’art. 119 dice che gli enti locali hanno autonomia finanziaria

sia di entrata sia di spesa, però entrambe vengono a meno, vediamo come: per l’autonomia d’entrata va

coordinata con la disposizione dell’art. 23 pertanto l’ente locale non può istituire un nuovo tributo perché

non ha la podestà legislativa. Per quanto riguarda l’autonomia di spesa l’ente locale deve rispettare quando

dice l’art. 117.

L’art. 117 ripartisce la podestà legislativa fra lo stato e le regioni, decidendo quale soggetto può legiferare

su quali materie:

- Di competenza esclusiva dello stato

- Di competenza concorrente di stato e regioni: (lo stato fissa i principi generali e alla regione spetta

la fissazione delle norme attuative di dettaglio)

- Per ogni materia che non rientri nella competenza esclusi iva dello stato o della competenza

concorrente,la podestà legislativa spetta alle regioni (tributi locali)

La legge delega 42/2009 fissa i principi fondamentali a cui si dovrà attenere il governo nell’emanazione di

decreti legislativi che dovranno individuare le norme cardine in materia di coordinamento tra sistema

tributario statale e sistema tributario degli enti locali. In base al soggetto che riceve il gettito del tributo

abbiamo i tributi statali e tributi regionali. Vi sono tre tipologie di tributi locali:

1. Tributi propri derivati: Sono tributi locali perché il gettito va agli enti pubblici ma sono introdotti e

disciplinati dalla legge dello stato (la regione può intervenire modificando le aliquote e può

concedere esenzioni o altri regimi di favori)

2. Addizionali: sono tributi aggiuntivi che si applicano alla stessa base imponibile di un tributo statale,

sono introdotti e disciplinati da legge dello stato. Il gettito va sempre alle regioni (es addizionale

comunale all’IRPEF)

3. Tributi propri: introdotti e disciplinati da legge regionale, non può colpire un presupposto già

soggetto a un tributo statale (divieto di doppia imposizione)

Il costo standard per i servizi pubblici essenziali è il costo medio normale per quel certo servizio pubblico. Il

costo standard generalmente è costruito come media dei costi a cui è offerto quel certo servizio nelle

regioni, provincie, comuni italiani. La somma dei tributi propri, delle addizionali e del fondo perequativo

deve coprire il costo standard dei servizi.

Il fondo perequativo è un fondo costituito dalla legge 42 che viene alimentato dalle finanze dello stato, il

quale trasferisce risorse finanziarie alle regioni meno ricche i cui abitanti hanno una minore possibilità di

contribuire alle spese pubbliche. Se una regione non riesce ad erogare il servizio al costo standard ha due

possibilità: aumenta la aliquote delle addizionali o introduce un tributo proprio inserendosi nello spazio

lasciato dalla stato.

Principali tributi vigenti nell’ordinamento

IRAP:

IRAP: imposta regionale sulle attività produttive, disciplinata dal D.Lgs. 446/1997. È un tributo proprio

regionale derivato; il gettito è destinato alle regioni ma l’imposta è stata istituita e disciplinata da una legge

dello stato. Il presupposto è l’esercizio di un’attività autonomamente organizzata diretta alla produzione di

beni o servizi. I soggetti passivi sono le imprese individuali, di persone e di capitale, gli enti commerciali, gli

enti non commerciali e coloro che svolgono un lavoro autonomo (professionisti). La base imponibile

corrisponde al valore della produzione netta (valore aggiunto della produzione). Per gli enti non

commerciali pubblici e privati la base imponibile è la somma per le retribuzioni di lavoro dipendente

(aliquota del 8.5%), per le imprese e i professionisti equivale alla differenza tra i proventi dell’attività meno i

costi inerenti all’esercizio dell’attività tipica, per determinare la base imponibile non si possono dedurre ai

proventi i costi per lavoro dipendente, gli interessi passivi e le perdite su crediti (aliquota 3.9%).

Tre maggiori critiche all’IRAP sono state risolte dalla corte costituzionale con la sentenza 156/2001, queste

problematiche erano:

1. Principio di effettività contributiva: il problema è che fare un attività economica organizzata per

produrre beni e servizi non sempre fa si che si abbiano le disponibilità finanziarie per contribuire

alla spesa pubblica quindi l’IRAP andrebbe a colpire una capacità contributiva non effettiva. La

corte costituzionale ha sentenziato che la base imponibile è da considerarsi il valore aggiungo della

produzione cioè la nuova ricchezza prodotto dall’impresa prima che venga ripartita trasformandosi

in reddito tra i soggetti che cooperano all’esercizio dell’attività.

2. Personalità della capacità contributiva: cosi facendo l’IRAP colpirebbe una ricchezza destinata

anche ad altri soggetti (es. i dipendenti) e non solo all’imprenditore. La soluzione della corte

costituzionale è che l’imprenditore recupererà l’esborso costituito dall’imposta aumentando i

prezzi dei beni e servizi venduti, così facendo annulla l’imposizione recuperandola in capo ai terzi

(non è una soluzione che giustifica il problema teorico)

3. Principio di uguaglianza legato alla capacità contributiva: l’IRAP violerebbe il principio che in caso di

stessa capacità contributiva il prelievo deve essere uguale quando assoggetta l’imposta anche ai

professionisti poiché il professionista spesso non ha un organizzazione ma svolge la propria attività

da solo con le sue personali energie. Assoggettare i professionisti viola questo principio poiché non

hanno un attività organizzata e quindi si sarebbe fuori dal presupposto dell’IRAP che non dovrebbe

colpirli. La corte costituzionale ha stabilito che L’imprenditore è sempre assoggettato ad IRAP

mentre per i professionisti bisogna distinguere se il professionista ha un organizzazione autonoma

oppure non ha un’organizzazione autonoma. Per i professionisti l’organizzazione sussiste quando

hanno almeno un dipendete o collaboratore o possiede un numero di beni strumentali eccedenti il

minimo indispensabile per esercitare l’attività di professionista ì.

IRPEF:

Imposta sul reddito delle persone fisiche disciplinata dal DPR 917/1986 del testo unico imposte sul reddito.

Il presupposto è l possesso di redditi, dove per possesso si intende la produzione, il conseguimento o la

realizzazione di un reddito rientrante in una della sei categorie. Il periodo di imposta corrisponde all’anno

solare e il 31/12 corrisponde alla realizzazione del presupposto. I soggetti passavi sono le persone fisiche

residenti che pagano l’imposta sui redditi prodotti nel mondo e le persone fisiche non residenti che pagano

l’imposta sui redditi prodotti nello stato italiano. Per essere considerati residenti basta soddisfare solo uno

dei seguenti tre criteri:

1. Iscrizione all’anagrafe della popolazione residente di un comune italiano: anche se il soggetto non

ha più alcun interesse economico in Italia però basta essere iscritti all’anagrafe per essere

considerati residenti

2. Possesso della residenza civilistica nel territorio dello stato: si intende il luogo della dimora attuale,

cioè per la maggior parte del periodo di imposta, più di 6 mesi, è fisicamente presente nel territorio

Italiano indipendentemente dall’iscrizione all’anagrafe. Si considera residente anche un soggetto

che trasferisce la propria residenza in una paradiso fiscale a meno che la persona non dimostri di

non aver più alcun rapporto sostanziale con l’ordinamento italiano.

3. Domicilio civilistico in Italia: il domicili è la sede principale degli affari e degli interessi vitali della

persona sia di natura patrimoniale che extrapatrimoniale.

La categoria dei non residenti si ricava per esclusione di questi tre criteri. Per i redditi prodotti in forma

associata bisogna fare una distinzione tra:

a. Società di persone: il reddito prodotto dalla società non viene tassato in capo alla società stessa ma

viene imputato ai soci in base alla loro partecipazione agli utili a prescindere che questo reddito sia

stato distribuito o meno. Il vantaggio di questo sistema è che il reddito della società viene tassato

solo una volta e non subisce doppia tassazione (prima alla società e poi dal soci ancora tramite

IRPEF). Lo svantaggio è che il reddito viene imputato al socio indipendentemente dalla

distribuzione, però quando verrà distribuito il scio non dovrà pagare ancora l’IRPEF in quanto è già

stata tassata. In caso di perdita viene imputata pro quota ai soci

b. Imprese famigliari: distribuzione del reddito tra imprenditore e collaboratori; a quest’ultimi viene

attribuita una quota del reddito complessivo proporzionata al lavoro effettivamente prestato ma

non può essere superiore al 49%. Il criterio di riparto degli utili non vale per le perdite che

rimangono in capo all’imprenditore.

Se l’attività svolta è illecita ma rientra in una delle 6 categorie di reddito, il reddito derivante da ciò è

tassabile. Per il calcolo dell’imposta bisogna seguire 5 passaggi:

1. Sommare i redditi percepiti derivanti dalla varie categorie:si tiene conto dei segni positivi e negativi

perché vi sono delle categorie di reddito che si possono concludere con delle perdite anziché con

degli utili. Si ottiene così la base imponibile lorda. La perdita derivante da lavoro autonomo è

compensabile con i redditi di altre categorie, ma non può essere portata a nuovo cioè in

diminuzione dei redditi percepiti negli anni successivi. La perdita derivante da attività commerciale

non è compensabile con i redditi di altre categorie ma è riportabile a nuovo per i cinque anni

successivi.

2. Oneri deducibili: dalla base imponibile lorda si deducono gli oneri deducibili (spesa mediche

sostenute in caso di invalidità, assegni di mantenimento versati al coniuge in caso di divorzio,

contributi previdenziali, e un importo pari alla metà della rendita catastale della casa di abitazione

del contribuente). Si ottiene così la base imponibile netta.

3. Aliquote: alla base imponibile si applicano le aliquote (23%, 27%, 38%, 41%, 43%), l’IRPEF è

un’imposta per scaglioni e non è dovuto per pensionati con pensione fino a 7.500€ e per i redditi

derivanti dalla prima casa. Così facendo si ottiene l’imposta lorda.

4. Detrazioni: dall’imposta lorda si scomputano le detrazioni. Vi sono quattro categorie di detrazioni:

a. Per famigliari a carico

b. Per oneri: spettano a chi è titolare di reddito di lavoro dipendente o autonomo

c. Per canoni di locazione: detraibile parte del canone d’affitto della prima casa

d. Altre detrazioni: spese deducibili per il 19% del loro valore (es. spesa funerarie, spese mediche,

interessi versati per il finanziamento ricevuto per l’acquisto della prima casa). Si ottiene così

l’imposta netta

5. Altre voci: dall’imposta netta si devono scomputare altre voci come gli acconti di imposta, le

ritenute a titolo d’acconto e il credito di imposta per redditi prodotti all’etero in quanto il residente

in Italia paga l’imposta anche sui redditi prodotti all’estero che però a loro volta sono già tassati nei

loro paesi, per evitare questa doppia tassazione si permette di dedurre le imposte già pagate

all’estero. Cosi si ottiene la somma da versare.

Certi redditi non concorrono a formare il reddito globale del soggetto ma sono tassati separatamente dagli

altri perché sono redditi a formazione pluriennale, si formano cioè nel corso di più anni ma vengono

percepiti tutti insieme in un certo periodo di imposta. Normalmente a questi redditi viene applicata

l’aliquota corrispondente allo scaglione in cui rientra la media del reddito degli ultimi due anni. Sono

soggetti ad imposta solo i redditi prodotti all’interno dello stato, quindi è necessario stabilire quando un

reddito è prodotto all’interno dello stato. Il reddito fondiario si considera prodotto all’interno se il bene

immobile da cui deriva si trova all’interno. Il reddito di capitale si considera prodotto all’interno se il

debitore della somma da cui deriva il reddito si trova all’interno. Il reddito per lavoro autonomo o

dipendente si considera prodotto all’interno se l’attività da cui deriva il reddito è svolta materialmente in

Italia. I redditi di impresa si considerano prodotti all’interni se l’attività è svolta in Italia con una stabile

organizzazione cioè mediante una sede fissa di affari attraverso cui l’imprenditore straniero svolge la sua

attività nel territorio dello stato. Il redditi diversi sono considerati prodotti all’interno se in Italia viene

materialmente svolta l’attività o si trova materialmente il bene attraverso il quale è conseguito il reddito.

Tipologie di reddito:

1. Redditi fondiari: Vanno iscritti nel catasto di terreni/fabbricati. Provengono da beni immobili che si

trovano nel territorio dello Stato, (se il bene immobile si trova fuori dal territorio dello Stato, il

reddito da esso prodotto viene classificato tra i redditi diversi). Sono imputati in base al soggetto

che possiede il bene immobile a titolo di diritto di proprietà o altro diritto reale sul bene, (detto nel

TUF). Il reddito fondiario si calcola sulla base della rendita catastale, definita dal TUF è il reddito che

va dichiarato dal possessore, anche se egli non percepisce nessun reddito dall’imponibile. I terreni

che sono una parte fondamentale del reddito fondiario, vanno iscritti nel catasto dei terreni. La

rendita catastale dei terreni si divide in reddito dominicale e reddito agrario. La distinzione viene

fatta nel caso in cui il terreno è dato in affitto e quindi il proprietario non lo coltiva, ma lo cede ad

un terzo che lo coltiva: la rendita viene divisa tra i due soggetti. La dichiarazione della parte

dominicale della rendita grava sul proprietario mentre il reddito agrario deve essere dichiarata

all’affittuario, cioè colui che esercita sul terreno l’attività agricola, ad esempio l’imprenditore

agricolo che è colui che dichiara la rendita catastale del terreno (tutta o in parte se è affittuario),

non dichiara il reddito che deriva effettivamente dall’esercizio dell’attività sul terreno. L’art.32

descrive le limitazioni e le eccezioni riguardanti i terreni. Infatti le attività agricole, sulla base delle

quali il reddito viene stabilito sulla rendita e non sul reddito effettivamente percepito si possono

dividere in coltivazione del terreno che è considerata sempre attività agricola, allevamento di

animali che è considerata un’attività agricola se il cibo che si dà agli animali proviene per almeno un

quarto dai terreni di proprietà dell’allevatore. In caso contrario l’allevamento si considera come

attività commerciale e il reddito derivante viene calcolato sulla base del risultato effettivamente

conseguito nel periodo d’imposta e trasformazione dei prodotti della terra ovvero l’attività di

trasformazione si considera attività agricola se la maggior parte dei beni che vengono trasformati

provengono dai terreni di proprietà del titolare. Un’altra parte fondamentale dei redditi fondiari

sono i fabbricati che vengono dichiarati all’interno della rendita catastale. I fabbricati possono

essere locati a terzi, se il canone di locazione, ridotto del 15% (adesso 5%), supera l’importo della

rendita catastale, il proprietario deve dichiarare il canone di locazione. La tassazione è sul canone di

locazione. Se invece un privato affitta un fabbricato ad un altro privato, si applica, sui proventi della

locazione, un’imposta sostitutiva (cedolare secca) con aliquota del 15% e 21% a seconda che il

canone di locazione sia concordato cioè conforme alla misura stabilita dal sindacato inquilini e

sindacato proprietari (equo canone del 15% solo nelle città ad alta densità di popolazione), oppure

sia un canone liberamente stabilito dalle parti e superiore (equo canone 21%).

2. Redditi di capitale: Sono quei redditi che provengono dallo sfruttamento/investimento di somme di

denaro. Non c’è una definizione generale di reddito di capitale, ma l’art.44 contiene un’elencazione

di ipotesi, possono essere interessi e altri proventi che derivano da rapporti aventi per oggetto

l’impiego di somme di denaro. Ad esempio: (mutui, obbligazioni, fidejussioni, dividendi ecc...). I

redditi di capitale vengono tassati secondo il principio di cassa, quindi quando vengono

effettivamente percepiti, sono tassati al lordo delle spese, sono assoggettate a regimi sostitutivi

tassati separatamente o a ritenuta a titolo d’acconto/d’imposta. I dividendi sono percepiti da una

società di capitali (o da altro ente assoggettato ad IRES), che vengono distribuiti ai soci a parte le

società di persone che sono tassate per cassa col sistema della trasparenza (reddito societario

tassato direttamente in capo al socio). Il dividendo quindi subisce una doppia tassazione, sia sul

reddito delle società da cui scaturisce il dividendo, sia sul dividendo stesso quando viene distribuito

ai soci; in questo caso se il soggetto non è imprenditore e vi è una partecipazione qualificata il

dividendo concorre a formare il reddito complessivo del socio in misura pari al 49,72% del suo

importo. Questa parziale esenzione è per attenuare gli effetti della doppia imposizione. La

partecipazione qualificata nelle società quotate deve essere > del 5% mentre nelle società non

quotate deve essere > del 25%. Invece per la partecipazione non qualificata la società effettua una

ritenuta a titolo d’imposta del 12,5%. Quindi il dividendo non concorre a formare il reddito globale

del socio, ma viene tassato separatamente. Se invece il soggetto è imprenditore il dividendo viene

tassato con il sistema del 49,72% indipendentemente dalla quota di partecipazione posseduta nel

capitale della società (qualificata-non qualificata).

3. Redditi da lavoro dipendente -Art. 49: Sono i redditi che derivano da rapporti di lavoro aventi per

oggetto la prestazione di lavoro alle dipendenze e sotto la direzione altrui. Significa che il soggetto

mette a disposizione le proprie energie lavorative nei confronti di un’altra persona (il datore di

lavoro) nel modo che riterrà più opportuno, eseguendo direttive e comandi che riceverà dal datore

di lavoro. Tra i redditi ci sono le pensioni che si dividono in pensioni remunerative che hanno il loro

titolo in un precedente rapporti di lavoro di cui era il titolare il soggetto che riceve la pensione

(costituiscono reddito da lavoro dipendente), e pensione di natura indennitaria il cui scopo è

indennizzare il percettore per la perdita o il danneggiamento di un bene della vita (non

costituiscono reddito da lavoro dipendente) L’art. 50 della costituzione descrivono i redditi

assimilati al lavoro dipendenti Il reddito da lavoro dipendente viene tassato col principio di cassa,

cioè concorre a formare il reddito del soggetto che lo percepisce nel periodo d’imposta in cui viene

effettivamente percepito. Quindi non concorrono solo le somme di denaro percepite ma anche i

valori e i beni in natura dati al dipendente a titolo remunerativo, detti fringe benefits, che vengono

valutati al valore di mercato. Il reddito da lavoro dipendente può derivare anche dalle stock options

ovvero azioni convertibili in azioni della società date al dipendente come integrazione della sua

remunerazione. Queste azioni non concorrono a formare il reddito del lavoro del dipendente fino al

limite di 4 milioni di lire (2065,83€), se vengono date azioni che eccedono tale limite, concorre a

formare il reddito del dipendente solo la parte che eccede tale limite. Se il dipendente vende stock

options prima che siano decorsi tre anni, l’intero valore delle azioni vendute concorre a formare

reddito da lavoro dipendente. Possiamo anche avere delle spese varie che sono sopportate dal

dipendente per svolgere la sua attività non sono deducibili del reddito. Il reddito da lavoro

dipendente è tassato al lordo delle spese in generale.

4. Reddito da lavoro autonomo: è disciplinato dall’art. 53 che dice che “sono redditi da lavoro

autonomo quelli che derivano da arti o professioni”. Per arti e professioni si intendono le attività di

lavoro autonomo diverse dalle attività commerciali. Quindi queste attività sono definite in senso

negativo, calcolate cioè per differenza: infatti arti o professioni sono quelle attività che non sono né

attività di lavoro dipendente né attività d’impresa, ad esempio: (architetto, medico, avvocato …). I

redditi di lavoro autonomo seguono il principio di cassa, proventi e costi concorrono a formare il

reddito nell’esercizio in cui si sostiene la spesa o viene percepito il provento, avviene cioè il

regolamento monetario. Le attività intellettuali che sono quelle attività per le quali è necessario un

titolo di studio particolare per le quali generalmente è richiesta l’iscrizione ad un albo danno

sempre origine a redditi da lavoro autonomo anche se il soggetto che la svolge lo fa in maniera

organizzata.

5. Reddito di attività d’impresa: L’art. 55 dice che sono attività d’impresa le attività di cui all’art. 2196

Cod. Civ. vengono descritte come attività bancarie, assicurative, di trasporto, attività di produzione

industriale di beni o servizi,… Queste attività, ai fini IRPEF, generano reddito d’impresa anche se

non sono organizzate in forma d’impresa. Quindi anche se il titolare svolge l’attività sfruttando solo

le proprie energie lavorative, senza avere alcuna organizzazione di capitale o senza avere alcun

dipendente. C’è una grossa differenza nella definizione di imprenditore ai fini civilistici e ai fini

fiscali, perché secondo il Codice Civile l’imprenditore è colui che svolge un’attività organizzata per la

produzione di beni o servizi, mentre per il TUF non è necessaria la presenza dell’organizzazione,

dove per organizzazione di intende si intende i beni strumentali o il lavoro dipendente. Quindi la

produzione industriale di beni o servizi da sempre origine a redditi d’impresa, anche se manca

l’organizzazione. Le prestazioni di servizi generano reddito d’impresa solo se organizzate in forma

d’impresa, invece danno origine a reddito di lavoro autonomo se manca l’organizzazione in forma

d’impresa. Bisogna tenere conto di un’ambiguità in materia, ovvero quali sono le prestazioni di

servizi e come le si distingue dalla produzione industriale di servizi. Infatti per produzione

industriale di servizi o di beni si intende quell’attività svolta mediante procedure standardizzate,

costanti e meccanizzate, e tutte queste imprese sono tutte attività commerciali. Invece la

prestazione di servizi è la prestazione svolta con procedure non standardizzate, che variano da caso

a caso, se non organizzate sotto forma di attività commerciale vanno a formare reddito da lavoro

autonomo. I redditi derivanti da attività d’impresa e da lavoro autonomo vengono tassati al netto

dei costi (proventi – costi). Abbiamo gli ammortamenti che sono i costi relativi ai beni strumentali e

se il costo del bene strumentale è superiore al milione di lire, deve essere imputato a più esercizi.

Le plusvalenze sono invece i differenziali positivi per la cessione di un bene strumentale.

Concorrono a formare il reddito. I redditi d’impresa seguono il principio di competenza, quindi

ricavi e costi concorrono a formare il reddito non nell’esercizio in cui avviene il pagamento, ma

nell’esercizio in cui sorge il diritto, il fatto di percepite il pagamento (ricavi) o viene ad esistenza

l’obbligo di effettuare il pagamento (costi).

6. Redditi diversi: Categoria residuale nella quale il legislatore ha inserito tutte le ipotesi che si voleva

assoggettare ad IRPEF ma che non avevano le caratteristiche oggettive per rientrare in una delle

altre 5 categorie reddituali. Un tipo di reddito diverso è il capital gains ovvero il reddito derivante

da acquisto o cessione di strumenti finanziari, esso in caso di vendita di partecipazioni è tassato con

gli stessi principi dei dividendi: Vendita partecipazione qualificata da parte di privato la plusvalenza

concorre a formare il reddito del cedente per il 49,72%, vendita partecipazione non qualificata da

parte di privato la plusvalenza è soggetta a ritenuta a titolo d’imposta del 20% e la vendita di

partecipazioni da parte di imprenditore (qualificata o meno) la plusvalenza concorre a formare il

reddito del cedente per il 49,72%. Il capital gain su vendita di obbligazioni è tassato con imposta

sostitutiva con aliquota del 20%. Un altro tipo di reddito diverso sono le plusvalenze da cessione di

beni immobili, infatti quando la vendita è da parte di privato, la plusvalenza costituisce reddito

diverso e concorre a formare il reddito del cedente, ma vi sono dei limiti: il bene immobile deve

essere posseduto da meno di 5 anni, ci deve essere l’esclusione da imposizione per la plusvalenza

conseguita con la vendita della prima casa anche se l’immobile è stato comprato entro i 5 anni e

per ultimo sono escluse le plusvalenze degli immobili acquisiti mediante successione.

Generalmente queste plusvalenze sono assoggettate ad imposta sostitutiva del 20%, quindi non

concorrono a formare il reddito complessivo del soggetto passivo. Un ultimo tipo di reddito diverso

può essere l’assegnazione di beni ai soci, infatti riguarda tutte le società, ma è stato pensato per le

società di comodo. Costituisce reddito diverso per il socio la differenza fra: il valore di mercato del

bene e l’eventuale compenso versato dal socio alla società per l’uso del bene stesso. Questa è una

norma con scopi anti elusivi.

IRES:

imposta sul reddito delle società di capitali ed enti collettivi diversi dalle società. È un’imposta residuale che

colpisce tutti i soggetti diversi dalle persone fisiche. Il presupposto è il possedimento di uno dei 6 tipi di

redditi visti sopra. La base imponibile è data dalla somma dei redditi (come per l’IRPEF). L’aliquota dell’IRES

è del 27.5%, il periodo di imposta coincide con l’esercizio sociale e non con l’anno solare. I soggetti passivi

dell’imposta sono:

- Società di capitali ed enti equiparati residenti nel territorio dello stato

- Enti commerciali diversi dalle società residenti nel territorio dello stato

- Enti non commerciali che risiedono nel territorio dello stato

- Enti commerciali o non commerciali non residenti ne territorio dello stato

I soggetti residenti pagano l’imposta sul reddito ovunque questo è prodotto nel mondo, i soggetti non

residenti pagano l’imposta sul reddito prodotto solo nel territorio italiano. Si considera residente quando si

ha in Italia la sede legale o la sede amministrava o se ha l’oggetto principale della sua attività. Un ente

assume qualifica di commerciale se svolge prevalentemente attività commerciale (non basta quello che c’è

scritto nello statuto). Ci sono 4 fattori che indicano quando un’attività è commerciale:

1. I costi relativi all’attività commerciale superano i costi relativi all’attività istituzionale

2. Le immobilizzazioni relative ad attività commerciale prevalgono sulle immobilizzazioni riguardanti

l’attività istituzionale.

3. I ricavi derivanti da attività commerciale eccedono il valore di mercato complessivo delle

prestazioni rese nell’ambito dell’attività istituzionale

4. Il reddito d’impresa, quindi il reddito derivante dalla parte di attività commerciale, supera i

contributi versati dagli associati

Quindi si guarda prima quello che dice lo statuto, se dice che è un ente commerciale ok, se indica che è un

ente non commerciale si valutano 4 punti sopra.

La tassazione delle società e degli enti commerciali parte dal risultato ante imposte indicato nel conto

economico civilistico, si introducono poi le variazioni in diminuzione ed in aumento del reddito fiscale

rispetto al risultato civilistico, queste variazioni sono imposte dalle norme del TUF. Ci sono quattro tipi di

variazione:

- Aumento:

a. Inclusione nella determinazione del reddito fiscale di componenti positive non considerate

dalla legge civilistica (es. autoconsumo)

b. Eliminazione di una componente negativa che ha concorso a formare il risultato civilistico ma

non ammissibile ai fini fiscali (es. ammortamento)

- Diminuzione:

a. Eliminazione di una componete positiva nella determinazione del reddito fiscale rispetto a

quello civilistico (es. dividendi)

b. Si tiene conto di un elemento passivo della quale non si è tenuto conto in sede civilistica (es.

ammortamento)

Applicando le variazioni al reddito d’esercizio, si ottiene il reddito fiscale su cui si applica l’IRES

Le perdite fiscali possono essere portate a nuovo cioè a compensazione di utili negli esercizi futuri senza

limiti di tempo, però esiste un limite quantitativo cioè può essere portato a nuovo massimo 80% della

perdita quindi il 20% rimane reddito imponibile soggetto a IRES. Il limite dell’80% non si applica per i primi

tre esercizi di vita dell’impresa.

Componenti positive di reddito:

- Ricavi: i beni che generano ricavi sono le materie prime, semilavorati, prodotti finiti, titoli e

strumenti finanziaria e servizi. Un ricavo emerge quando si vende a titolo oneroso un bene o

servizio, quando si fa autoconsumo, vendita a titolo gratuito e per perdita o danneggiamento del

bene merce (l’impresa riceve un indennizzo dall’assicurazione). I bei merce non venduti al termine

dell’esercizio costituiscono delle rimanenze finali (c.p.r.) ma all’inizio dell’anno successivo saranno

dell’ esistenze iniziali.

- Plusvalenze patrimoniali: i beni che generano plusvalenze sono i beni strumentali, i beni

meramente patrimoniali (bene che appartengono al patrimonio aziendale ma che non sono né beni

merce ne beni strumentali) e titoli e strumenti finanziari che sono iscritti tra le immobilizzazioni

finanziarie. Le plusvalenze emergono nelle stesse ipotesi dei ricavi (vendita, uscita a titolo gratuito

e perdita/danneggiamento). Plusvalenza = valore iniziale – valore finale

a. Valore iniziale:

Bene strumentale: costo acquisto – quote ammortamento

Bene meramente patrimoniale o strumento finanziario: costo di acquisto

b. Valore finale:

vendita: prezzo di vendita

autoconsumo/vendita gratuita: valore di mercato

perdita/danneggiamento: indennizzo versato dall’assicurazione

se il bene appartiene da più di tre anni, la società può decidere se ripartire la plusvalenza in 5 quote

costanti oppure nell’esercizio di riferimento tutto insieme.

I titoli e strumenti finanziaria generano plusvalenze (es. vendita della stessa partecipazione) ma

questa plusvalenza è tassabile solo per il 5% del suo importo e il restante 95% non è tassabile.

Questo può avvenire solo se sono rispettate tutte queste condizioni:

1. La partecipazione deve essere detenuta da almeno 12 mesi

2. La partecipazione deve essere iscritta fin dall’origine nelle immobilizzazioni finanziarie

3. La società partecipata svolge un’attività economica effettiva

4. La società partecipata non risieda all’estero in un paradiso fiscale.

- Sopravvenienze attive:

1. In senso proprio: evento che si verifica un esercizio e che modifica in senso positivo per

l’impresa il risultato economico di un evento accaduto però in un esercizio precedente.

2. In senso lato: qualsiasi somma ricevuto dall’impresa come contributo o liberalità

Sono sopravvenienze attive i ricavi o altri proventi conseguiti a fronte di spese o costi sostenuti

nell’esercizio precedente e la sopravvenuta insussistenza di perdite o oneri avvenuti nell’esercizio

precedente

- Dividendi: concorrono a formare il reddito della società solo per il 5% del loro importo. Seguono il

principio di cassa cioè il dividendo concorre a formare reddito della società che lo percepisce

nell’esercizio in cui viene materialmente percepito.

- Proventi immobiliari: derivano dal possesso di beni immobili i quali possono essere beni merce,

beni strumentali o beni meramente patrimoniali. Questi ultimi producono una rendita catastale che

la società deve dichiarare non come reddito fondiario ma come componente positiva del reddito di

impresa.

Componenti negative di reddito:

- Spesa e costi: sono deducibili nella determinazione del reddito fiscale in presenza di tre condizioni:

a. Se non inerenti e connessi allo svolgimento dell’attività d’impresa

b. Soltanto nell’esercizio d’impresa

c. Previa loro iscrizione nel conto economico

Nel caso non vengano dedotti nell’esercizio di competenza non saranno più deducibili. Se non c’è la

certezza del costo e del suo importo la deduzione sarà rinviata all’esercizio in cui ci sarà questa

certezza.

- Interessi passivi: interessi che la società paga ai soggetti finanziatori come remunerazione del

capitale prestato. Sono costi deducibili fino all’ammontare degli interessi attivi. Gli interessi passivi

che eccedono gli interessi attivi sono deducibili nel limite del 30% del risultato operativo lordo della

gestione caratteristica

- Ammortamenti: riguarda la deduzione dei costi relativi ai beni strumentali, costi che vanno ripartiti

in più esercizi a seconda del periodo di tempo in cui il bene verrà utilizzato. Fiscalmente la quota

annua di ammortamento è determinata un decreto ministeriale. Quindi se la quota

d’ammortamento civilistica decisa dall’imprenditore è differente da quella fiscale, vi saranno delle

variazioni in aumento o in diminuzione.

- Accantonamenti: rappresenta la possibilità di dedurre un costo del quale non c’è ancora la certezza

che verrà sostenuto o non c’è ancora la certezza in relazione al suo importa finale. Nonostante tale

incertezza è possibile, in via prudenziale, dedurre questo costo. È un eccezione del principio per il

quale un costo è deducibile solo se certo e nella sua quantità. Civilmente l’imprenditore può

stabilire gli accantonamenti che desidera, fiscalmente sono possibili solo alcuni accantonamenti

previsti dalla legge (TFR, Perdite sui crediti).

Trasparenza fiscale:

è un principio obbligatorio che si applica alle società di persone in forza del quale i redditi prodotti dalla

società non sono tassati in capo alla società, ma sono tassati direttamente pro quota in capo ai soci

indipendentemente dall’effettiva distribuzione. Vantaggio che il reddito della società tassato una sola volta,

svantaggio che viene tassato anche se non distribuito. Questo regime è obbligatorio per le società di

persone e facoltativo per le società di capitali. Per le società di capitali partecipate da altre società di

capitali quando si adotta questo regime il reddito della SPA partecipata viene distribuito pro quota alle SPA

che sono socie, indipendentemente dalla distribuzione. Per poter optare per questo regime ciascuna

società deve avere una partecipazione nel capitale della partecipata di almeno il 10% per un massimo del

50%. Cosi facendo si elimina la tassazione del 5% sui dividenti sui quali la partecipata non pagherà più

l’IRES. Per le SRL partecipate da persone fisiche possono optare per la trasparenza fiscale se il numero di

soci non è superiore a 10 (SRL normale) o 20 (SRL cooperativa) e se i ricavi della società rientrano nel tetto

massimo per l’applicazione degli studi di settore. Quindi la società non pagherà più l’IRES ed il reddito verrà

imputato proporzionalmente ai soci.

Consolidato fiscale:

il consolidato fiscale rappresenta la tassazione fiscale di gruppo. Optando per questo regime la società

capogruppo somma tra loro i risultati reddituali, attivi e passivi, delle società che partecipano al consolidato

fiscale. Il vantaggio è che le perdite subite da una società del gruppo vengono immediatamente utilizzate

per compensare gli utili prodotti da altre società del gruppo. Cosi il gruppo nel suo complesso si vede

ridurre l’imponibile. Tipologie di consolidato:

a. Consolidato nazionale: tutte le società che vi partecipano sono residenti in Italia, è ammesso che la

capogruppo sia all’estero ma le partecipanti devono essere tutte residenti in Italia. Dura per tre

esercizi e può essere rinnovata e le partecipate hanno la libertà di scegliere se partecipare o meno

al consolidato. I redditi o le perdite prodotti delle partecipate concorrono a formare il reddito del

gruppo in misura integrale, cioè indipendentemente dalla quota di partecipazione della

capogruppo.

b. Consolidato mondiale: solo la capogruppo deve essere residente in Italia le partecipate possono

essere società non residenti, dura per 5 anni la prima volta e se viene rinnovata dura 3 esercizi. Può

avere luogo solo se tutte le società partecipate accettano di prendere parte al consolidato. I redditi

o le perdite prodotte dalle partecipate concorrono a formare il risultato complessivo di gruppo, in

proporzione alla quota di partecipazione della capogruppo.

Aiuto alla crescita economica:

consiste nella possibilità di dedurre dall’imponibile di una società un importo pari al rendimento nozionale

degli incrementi di capitale compiuti nel corso dell’esercizio da parte della società (cap. finale 2013 > cap.

finale 2012 a questa differenza se positiva applico un valore % trovo l’importo e detraggo dalla base

imponibile). Fino al 2013 il rendimento nozionale è stato indicato nella misura del 3% dal 2014 in avanti il

rendimento nozionale sarà individuato da un apposito decreto ministeriale.

Società di comodo:

una società è considerata di comodo quando non supera il test di operatività. Si vede se la media dei ricavi

percepiti in un triennio è inferiore ad un ammontare minimo stabilito dalle norme sulle società non

operative. Si applica un certo valore % ai beni patrimoniali della società ottenendo così un ricavo minimo

che deve essere prodotto dalla società. Se la società non riesce a ottenere questo rivano minimo si

considera come non operativa. Se per 3 anni consecutivi la società è in perdita dal 4 anno si considera non

operativa. Se la società risulta essere non operativa subisce conseguenze molto sfavorevoli:

a. Deve dichiarare un ricavo minimo stabilito dalle norme sulle società di comodo

b. Aliquota IRES passa dal 27.5% al 38%

c. Eventuali perdite non sono riportabili a nuovo

d. Eventuali credito IVA non può essere chiesto a rimborso e non può essere utilizzato in

compensazione di futuri pagamenti IVA.

Sono esclusi automaticamente da questo regime:

a. Soggetti che si devono costituire per forza in società di capitali

b. Società che si trovano nel primo periodo di imposta

c. Società con un numero di socie >= 50

d. Società le cui azioni sono regolamentate in borsa

e. Società assoggettate alle procedure concorsuali

Le società che rientrano nella categorie di società di comodo, posso tentare di uscirne presentando

interpello all’agenzia delle entrate. La società deve dimostrare perché non è riuscita a raggiungere a

raggiungere il ricavo minimo e se queste ragioni sono valide l’agenzia disapplica la disciplina e la società

non sarà più assoggettate alle regole sulle società di comodo.

IVA:

Imposta sul valore aggiunto, disciplinata dal DPR 633/1972. I soggetti passivi dell’IVA sono le imprese,

individuali e collettive, ed i lavoratori autonomi. In realtà questi sono soggetti passivi solo in senso formale

perché il vero soggetto passivo, colui che viene effettivamente colpito dell’imposta, è il consumatore finale,

cioè il privato che acquista beni o servizi per le proprie esigenze personali. Il cedente ha diritto di rivalsa per

l’Iva nei confronti del cessionario (acquirente) ed esercita questo diritto indicando l’iva in fattura e facendosi

pagare dall’acquirente non solo il prezzo del bene ma anche l’iva. Iva acquisti porta un credito di imposta

ovvero l’iva a credito, mentre l’iva vendite porta a un debito d’imposta quindi iva a debito. L’imprenditore ha

il diritto di detrarre l’iva a credito dall’iva a debito. Per imprese e professionisti l’iva è un tributo neutrale, una

pera partita di giro, infatti attraverso il sistema di rivalsa e quello di detrazione, l’iva risulta assolutamente

neutrale per l’imprenditore. Quando il consumatore finale riceve la fattura o lo scontrino dove è indicato il

prezzo del bene e l’iva, ma non ha la possibilità di recuperare l’imposta nei confronti di nessuno. Pertanto il

soggetto passivo effettivo, cioè colui che realmente subisce l’imposizione fiscale, è il consumatore finale del

bene o servizio. Le aliquote iva sono minima del 4%, ridotta del 10% e normale del 22%. Le operazioni ai

fini iva possono essere:

a. Operazioni imponibili: Sono costituite da cessioni di beni o prestazioni di servizi compiute

nell’esercizio di un’attività commerciale o di lavoro autonomo nel territorio dello Stato. Le operazioni

imponibili fanno sorgere obblighi di carattere formale e sostanziale. Gli obblighi formali sono

l’emissione della fattura, annotazione delle fattura nell’apposito registro acquisti e vendite e le

liquidazioni mensili o trimestrali dell’Iva e si deve presentare la dichiarazione iva finale alla fine del

periodo d’imposta. Gli obblighi sostanziali sono quelli di versare l’imposta mensilmente o

trimestralmente e versare il conguaglio in sede di dichiarazione annuale. Iva per cassa: possono

adottare l’iva per cassa coloro che compiono operazioni imponibili all’interno dello stato italiano,

soggetti passivi b2b e imprese di cui volume di affari non supera i 2000000€. Questo regime

permette di considerare realizzata l’operazione nel momento in cui viene pagato il corrispettivo e

quindi permette di versare l’iva dopo aver incassato il pagamento e quindi l’iva stessa. All’inverso si


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia e amministrazione delle imprese
SSD:
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher a.nespoli3 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto tributario e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano Bicocca - Unimib o del prof Gaffuri Alberto Maria.

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