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Diritto romano - Appunti (seconda parte)

Appunti di Istituzioni di diritto romano per l'esame del professor Gagliardi. Gli argomenti trattati sono i seguenti: le manomissioni, il possesso, la capacità, la cittadinanza, lo schiavo manager, il diritto di famiglia, la successione, il matrimonio.

Esame di Diritto romano docente Prof. L. Gagliardi

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GLI SCHIAVI

Il pater familias poteva liberare il proprio schiavo. Questo processo veniva definito manomissione

civile (latino: manumissionis).(Civile poiché in età arcaica esisteva solo lo ius civile). Le

manomissioni avevano un effetto fondamentale cioè facevano acquistare allo schiavo la libertà e la

cittadinanza. Lo schiavo manomesso, quindi un liberto, si trovava ad essere libero e cittadino

romano. Queste manomissioni erano tre:

1) manomissio testamento, che era prevista all’interno del testamento del padrone. Aveva la

sua efficacia solo dopo la morte del pater familias.

2) Manomissio censu, consisteva nella iscrizione dello schiavo nelle liste del

censimento(preparato dai censori ogni cinque anni). Il pater familas si rivolgeva al censore

chiedendogli di poter iscrivere nelle liste di censimento il suo schiavo. Ovviamente, lo

schiavo veniva iscritto nella quinta classe. (I censori erano nominati ogni anno e mezzo).

Essendo iscritto nelle liste del censo, lo schiavo acquistava cittadinanza e libertà. Poteva

votare. Lo schiavo(liberto) rimane comunque legato al suo padrone(un ex padrone è

denominato patrono) tramite un rapporto definito rapporto di patronato in base al quale lo

schiavo deve fare delle azioni ( come la salutatio mattutina, salutare tutte le mattine il

padrone); è sottoposto ad un obbligo: deve prestare un certo numero di ore settimanali al

padrone; non può fare causa al patrono; il patrono è erede del liberto se e solo se il liberto

muore senza aver dato luce a figli (figli del liberto sono ingenui).

3) Manomissio vindicta, che al contrario della precedente che poteva essere fatta ogni cinque

anni, poteva essere condotta ogni anno. Si basa su un principio simile a quello della iure

cessio (finto processo). Il pater familias trova un amico che si presti a fare da adsertor in un

processo di libertà. Il padrone dello schiavo, essendo appunto un finto processo, tace e

acconsente tramite il silenzio assenzio la libertà dello schiavo. Il pretore tocca lo schiavo

con una bacchetta e lo rende libero. Questa bacchetta prende il nome di vindicta. Lo schiavo

rimane comunque legato al suo padrone tramite un rapporto definito rapporto di

patronato(stesse cose del caso precedente).

Da dove derivano gli schiavi?

1) cattura in guerra dei nemici che vengono portati a Roma e poi venduti all’asta. Anche i

romani potevano essere trasformati in schiavi dagli stranieri. Esisteva a loro favore il

postliminium, ovvero un istituto che riguardava il romano che era stato fatto schiavo

all’estero dai nemici, riusciva a liberarsi e ritornava a Roma. Riacquistava tutti i diritti sul

patrimonio che era rimasto ai suoi figli e riacquistava anche la patria potestas. Si perdevano

solo due cose: il matrimonio e il possesso

2) nascita da una donna schiava. Esisteva una regola a Roma per cui se un bimbo nasce da due

persone sposate, questo segue lo status del padre al momento del concepimento. Se la donna

è schiava e non ha quindi marito, sarà lei a dare lo status al figlio. (gli schiavi non potevano

sposarsi)

3) per debiti del pater familias che non riesce a pagarli. Il fallito a Roma diventava schiavo,

veniva preso dai creditori e veniva venduto da schiavo. Non potevano tenerlo come schiavo

a Roma ma dovevano venderlo fuori dalla città poiché un cittadino Romano non poteva

essere schiavo in patria. Veniva venduto trans tiberim, ovvero nei territori a nord del Tevere

dove c’erano gli etruschi

MANOMISSIONI E CITTADINANZA

In età classica abbiamo notevoli cambiamenti. La prima e la più importante novità è che Roma

inizia la sua espansione conquistando una serie di territori: da prima i territori italici (con la guerra

civile che porterà dentro i confini tutta l’Italia) e successivamente a partire dal III secolo, le

province (Sicilia, Sardegna, Corsica, Spagna, Tunisia Grecia e tutto il resto dell’Europa, Nord

Africa, Egitto e infine verso oriente). A seguito dell’espansione, Roma ha modo di sottomettere

numerosi popoli i cui abitanti vengono, in una certa misura, resi schiavi. La maggior parte degli

abitanti rimangono liberi e diventano semplicemente sudditi provinciali. I popoli sconfitti nelle

battaglie, invece, diventano prigioniere di guerra, portati a Roma e venduti come schiavi.

Gli schiavi divennero così molto numerosi. Su questi si fondava gran parte dell’economia romana.

I grandi proprietari romani non hanno più uno o due schiavi ma bensì centinaia di schiavi. Gli

schiavi sono l’ossatura dell’economia (coltivano la terra) ma sono anche educatori dei figli (per gli

schiavi dotti soprattutto provenienti dalla Grecia). Il valore economico della merce schiavo,

diminuisce notevolmente poiché gli schiavi iniziano ad essere facilmente reperibili. Questo porta a

delle importanti novità sulle manomissioni: per i padroni che hanno numerosi schiavi non è più un

grande problema manometterli(renderli liberi). Ecco quindi che le manomissioni iniziano a

diventare molto frequenti.

Per questo motivo, durante il principato di Augusto (27 a.C. – 14 d.C.) iniziamo a trovare delle leggi

che limitano le manomissioni. Augusto fu fautore di una politica fortemente demografica. Voleva

che il numero dei cittadini romani aumentasse cosi da far aumentare l’importanza di Roma. Tuttavia

Augusto voleva l’aumento dei cittadini romani per nascita e non attraverso le manomissioni.

Augusto, al contrario, voleva limitare le manomissioni facendo si che queste portassero solo alla

libertà e non alla cittadinanza poiché gli schiavi non erano persone appartenenti alla cultura romana

(ricordiamo che la manomissioni civile faceva si che uno schiavo diventasse libero e cittadino).

Ecco, quindi, che la politica di Augusto era concentrata sul limitare la possibilità di far diventare

uno schiavo un libero cittadino. Creò due leggi che limitavano le manomissioni, nel loro aspetto

testamentario(poiché le manomissioni testamentarie permettevano di liberare un gran numero di

schiavi. Le manomissioni inter vivos, invece, erano molto meno frequenti). La prima legge prende il

nome di LEX FUFIA CANINIA (ricordiamo che il nome della legge deriva dai loro propositori, in

questo caso due consoli Fufio e Caninio). Si tratta di una legge del 2 a.C. che sostiene che più sono

gli schiavi che uno ha in proprietà, minore è la possibilità di poterli manomettere. La legge

disponeva, per esempio, che se un padrone aveva fra 2 e 10 schiavi poteva manometterli solo la

metà, se erano fra 100 e 500, poteva manometterli solo un quinto del numero. Si tratta di una legge

limitatrice delle manomissioni e fa parte del gruppo delle lex perfectae (le lex perfectae erano le

leggi perfette che stabilivano la nullità degli atti compiuti in violazione della legge stessa) le

manomissioni successive al limite previsto dalla legge erano considerate nulle.

La seconda legge, invece, è la LEX AELIA SENTIA del 4 d.C. la quale disponeva che per

manomettere uno schiavo era necessario che il padrone avesse compiuto almeno venti anni e che lo

schiavo, invece, avesse compiuto almeno trenta anni. Se viene meno una di queste condizioni, la

manomissione non è nulla ma prevede che gli schiavi siano liberi ma non cittadini. Gli schiavi

manomessi in violazione di tale legge acquistano lo status di latini aeliani (proprio perché non

prevede l’annullamento si tratta di una lex imperfectae: vieta determinati fatti ma non prevede la

nullità per quei fatti svolti contro la legge)

LATINI

storicamente (nell’età arcaica) erano gli abitanti del Lazio. I romani sono anche

essi latini ma si definiscono romani e non latini. I latini, per i romani, erano

degli stranieri (ricordiamo che l’Italia era organizzata in città-stato). I latini

erano degli stranieri che avevano una cultura, una tradizione, una storia molto

vicina a quella dei romani. Appartenevano, infatti, alla stessa etnia. Parlavano

la stessa lingua, avevano le stesse divinità e le stesse tradizioni. Proprio per

questo motivo, i romani riconobbero sempre ai latini una posizione di stranieri

privilegiati. I latini venivano denominati Prisci. I romani avevano fatto con

questi abitanti Prisci una lega, la lega latina (483 a.c – 338). La lega latina era

un’alleanza per cui i romani e i latini dovevano prestarsi una reciproca

assistenza in caso di guerra. Naturalmente la potenza militare era Roma, quindi

le altre città avevano l’interesse ad essere difese. Roma, però, al contrario delle

altre città aveva la libertà di condurre guerre di conquista (tutto ciò che veniva

conquistato era solo di Roma quindi i popoli Prisci dovevano fornire aiuto ma

non ottenevano niente in cambio). Questa situazione durò finché i popoli latini

non decisero di ribellarsi per accedere alla cittadinanza romana (nel 338 a.c ).

Si sciolse così la lega latina e i latini Prisci divennero cittadini.

DIRITTI DEI PRISCI

Roma riconosceva ai latini prisci una serie di diritti:

4) ius migrandi: il diritto di trasferirsi a Roma acquistando cosi la

cittadinanza Romana;

5) ius suffragii: diritto di voto. Questo vuol dire che quando dei latini si

trovavano a Roma avevano il diritto di partecipare ai comizi e votare;

6) ius commercii: il diritto di partecipare allo ius civile romano in particolar

modo erano ammessi alla mancipatio (negozio giuridico che permetteva

di acquistare la res mancipi e di avere il dominio ex iure quiritiium)

7) ius conubii: diritto di sposare dei cittadini romani. I romani, quindi,

potevano sposarsi solo con altri romani o con i latini Prisci. Il figlio che

nasceva tra un uomo romano e una donna latina era romano (se sono

sposati il figlio segue lo status del padre)

i latini Prisci scompaiono nel 338 con la fine dell’alleanza e la concessione della

cittadinanza. I latini, però, non scompaiono del tutto poiché Roma, nel corso del

IV secolo, inizia la fondazione di colonie in Italia. Le colonie sono degli

stanziamenti romani in terre lontane da Roma. Le colonie erano città

dipendenti da Roma. Prima del 90 Roma si limitava a fondare solo delle colonie.

Esistevano due tipi di colonie: le colonie romane, in cui i cittadini che si

trasferivano in queste colonie mantenendo la cittadinanza romana (erano casi

molto rari); colonie latine, in cui i cittadini che andavano a vivere li perdevano

la cittadinanza romana e acquistavano uno status di latini. Erano dei latini finti

poiché non avevano nulla a che vedere con i vecchi latini Prisci. Erano i romani

più poveri, che non avendo terra, accettavano di spostarsi e andare in luoghi

lontani per fondare delle nuove città. I Romani segnavano le due strade

principali (il cargo ed decumano) e successivamente dividevano i terreni

assegnati in proprietà. Questi latini erano chiamati latini coloniarii. Questi latini

non erano più romani ma non erano comunque totalmente stranieri. Avevano

infatti alcuni determinati privilegi ma non tutti quelli che erano una volta dei

latini Prisci: mantenevano soltanto lo ius commercii e lo ius conubii. Le colonie

erano amministrate al loro interno da magistrati locali (due, si chiamavano

duoviri).

Quando augusto stabilisce l’approvazione alla lex aelia sentia, stabilisce che i manomessi abbiano

questo status artificiale di latini (non sono i latini prisci ne i latini coloniali) ma sono gli schiavi

manomessi in violazione della lex aelia sentia. Questi avevano solo il privilegio dello ius

commercii.

Un’altra novità di età classica in ambito di manomissioni riguarda il loro svolgimento. Per non

dover ricorrere alle antiche procedure, i romani iniziano a compiere delle manomissioni informali

che avvengono in via privata (il padrone dice allo schiavo “vai, sei libero”). Attraverso il passare del

tempo per consuetudine si stabiliscono delle tipologie di manomissioni informali come:

8) inter amicos, cioè alla presenza di alcuni amici come testimoni

9) per epistulam, inviando una lettere allo schiavo

10) per mensam, quando lo schiavo viene invitato a partecipare alla mensa con il padrone, la

famiglia ed alcuni amici.

Che valore avevano queste manomissioni informali? Conferivano la libertà e la cittadinanza come

le manomissioni civili? Per lo ius civile, le manomissioni informali non conferivano ne la

cittadinanza ne tanto meno la libertà. Questo comporta che il padrone, dopo aver manomesso gli

schiavi, poteva cambiare idea e ricondurre lo schiavo sotto il suo potere poiché lo schiavo non

avrebbe potuto opporsi a tale decisione. Poiché queste manomissioni divennero sempre più

frequenti, il pretore decise di porre una regola per tali manomissioni. La regola era che le

manomissioni anche se informali, purché compiute in uno dei tre modi prima elencati (inter amicos,

per epistulam, per mensam) o tramite la forma in ecclesia (nata durante il periodo post classica

nella quale si affermò il cristianesimo), sono irrevocabili nonostante non abbiano valore per lo ius

civile. Ecco quindi che queste manomissioni, denominate pretorie, permettono allo schiavo di non

poter essere ritrasformati in schiavi. Ma qual era il loro status? Non erano cittadini ma neanche

schiavi. Questi venivano chiamati morantes in liberate che vuol dire “che si trovavano in condizione

di fatto di libertà”. Avevano una condizione di fatto di libertà ma non di diritto. Questa nuova

condizione era regolata da una legge, la lex iunia norbana del 19 d.C. questa legge disponeva che gli

schiavi manomessi tramite le manomissioni pretorie ottengano lo stato di latini, precisamente latini

iuniani.

GLI INDIGENI

Quando i romani fondavano una colonia, la colonia era formata dalla città (dove erano situate le

case) e dal territorio circostante (dove stavano le terre degli abitanti). Poteva accadere che la colonia

era già abitata dagli indigeni. Cosa succedeva a questi indigeni? Abbiamo due possibilità:

11) in alcuni casi gli indigeni ricevevano delle terre all’interno dell’aria centuriata e diventavano

quindi abitanti della città. Diventavano “incolae” ovvero non cittadini della colonia ma

residenti (non romani, non latini ma indigeni). Usufruivano dei servizi della città, erano

sottoposti ai magistrati della città (erano assoggettati alla giurisdizione della colonia),

pagavano le tasse alla colonia (come le pagavano i cittadini della coloni). Gli incolae

dovevano versare dei tributi, riscossi dai magistrati della colonia. Perdevano l’autonomia.

12) Il modello più frequente invece prevedeva che gli indigeni, nel momento in cui veniva

fondata la colonia, dovevano andarsene. In alcuni casi dovevano andarsene dall’area della

colonia, in altri casi ricevevano un territorio nell'area circostante alla colonia (solitamente

nelle terre peggiori). Quando veniva messo in atto questo secondo modello, gli indigeni non

erano dipendenti dalla colonia ma mantenevano una loro organizzazione politica

(mantenevano la loro res publica). Avevano un loro stato autonomo all’interno della colonia.

Dovevano versare dei tributi alla colonia che venivano riscossi dai loro magistrati.

Mantenevano la loro autonomia politica. Tuttavia, il rischio di questo secondo modello, era

che non avevano nessuna garanzia che le terre sarebbero state loro lasciate. In qualunque

momento la colonia avrebbe potuto sottrarre queste terre agli indigeni per ricacciarli da

un’altra parte.

 questo problema esiste tutt’oggi per gli stati moderni sorti a seguito della colonizzazione.

SCHIAVO MANAGER

Una cosa molto importante che riguarda gli schiavi in età classica era la possibilità, molto

frequente, che i padroni utilizzassero gli schiavi nell’ambito dell’esercizio delle loro attività

imprenditoriali. È quello che viene chiamato dai moderni la figura dello “schiavo manager”. A

Roma non esistevano le società a responsabilità illimitata. Esisteva la società ma si trattava di un

contratto consensuale.

società moderna: si tratta di una persona giuridica, può essere soggetto di diritti e di obblighi. È un

centro di imputazione di interessi. Si dice che ha personalità giuridica. Esistono diversi tipi di

società fra cui i più importanti sono la società per azione e la società a responsabilità limitata che

servono al raggiungimento di uno scopo, quello dell’autonomia patrimoniale che nel caso di questi

due esempi è perfetta (autonomia patrimoniale perfetta vuol dire che nella società il patrimonio

della società stessa è totalmente separato dal patrimonio dei soci. C’è, quindi, insensibilità del

patrimonio sociale per i debiti gravanti sui singoli soci e viceversa. Totale separazione). Nel

moderno diritto commerciale, le società vengono costituite proprio con lo scopo primario che i soci

non debbano rispondere personalmente con il loro patrimonio qualora le attività dell’associazione

vadano male. La società è formata da un capitale conferito dai singoli soci che effettuano un

versamento. Qualora ci siano eventuali debiti contratti da uno dei soci ma nell’interesse della

società, essi graverànno solo ed esclusivamente sul patrimonio della società. Le società moderne

sono a responsabilità limitata ovvero nel momento in cui la società ha un debito, il creditore potrà

estinguere tale debito colmandolo tramite il patrimonio della società. Se questo non basta, il

creditore non può andare ad aggredire il patrimonio dei singoli.

A Roma esistevano le società ma avevano una natura diversa: le società erano un contratto

consensuale con cui due o più persone mettevano insieme beni o attività lavorative allo scopo di

svolgere un’attività in comune e raggiungere un risultato vantaggioso. La società prendeva il nome

di societas. È quindi l’accordo con cui i soci stabiliscono quanto ogni socio debba conferire e con

cui stabiliscono come andranno divise le eventuali perdite e gli eventuali guadagni per ogni singolo

socio. Non era possibile costituire la cosiddetta società leonina in cui, nel caso di perdite, queste

gravino solo su uno dei soci. La società romana, come è stata appena descritta, era una società che

non aveva rilevanza esterna (era un rapporto esclusivamente interno fra i soci) e non aveva

personalità giuridica (non era quindi soggetto di diritti e di obblighi). Queste caratteristiche avevano

delle conseguenze molto diverse rispetto alle società moderne. Non potendo essere soggetto di

diritti, la società romana non poteva avere un proprio patrimonio: il patrimonio sociale restava di

proprietà del singolo socio. Ogni singolo conferimento dei vari soci, non diventava di proprietà

della società, intesa come una terza persona, ma restava di proprietà dei vari soci. Allo stesso modo

non può essere soggetto di obblighi. Per l’esterno, che la società esista o non esista non cambia

nulla. Se un socio agisce, anche se di fatto agisce nell’interesse della società, non importa niente a

nessuno. Se ha creato un debito, il creditore potrà agire solo nei confronti del singolo che ha chiesto

il debito e non nei confronti della società o nei confronti di un altro socio. La banca può agire solo

nei confronti della persona che ha chiesto il prestito. Per i soci, però, la società esiste. Quindi nel

momento in cui la banca agisce sul singolo, questo, dopo aver pagato, potrà poi rivalersi nei

confronti degli altri soci per dividere la perdita fra i vari membri della società. Si tratta della

cosiddetta azione di regresso nei confronti degli altri soci. Questa vale per le perdite cosi come per i

profitti. La società, quindi, al suo interno ha rilevanza mentre non ne ha per l’ambiente esterno.

La società romana si estingueva con il consenso, qualunque socio poteva ritirarsi dalla società.

Questo faceva venir meno l’obbligazione di stare insieme. Anche la società antica aveva la

esigenze di limitare la responsabilità, come avviene per quella moderna, cosi da preservare il

patrimonio dei singoli. Ma come facevano?

Gli schiavi non avevano la capacità giuridica, poiché erano privi dello status libertatis, ma avevano

una limitata capacità di agire: se uno schiavo era maschio, pubere e sano di mente, veniva usato dal

padrone per compiere determinati atti giuridici per il padrone stesso. Gli atti compiuti da tali

schiavi,sono validi. Nel momento in cui lo schiavo compra una determinata cosa, questa diventa di

proprietà del padrone. Allo stesso modo, se lo schiavo riceve un regalo, questo diventa proprietà del

padrone. Lo schiavo, come abbiamo già detto, non ha capacità giuridica e non può quindi avere un

patrimonio (non è soggetto di diritti ne di obblighi). Il padrone poteva anche lasciare in mano allo

schiavo un’attività imprenditoriale, come un’azienda agricola. Era poi compito dello schiavo quello

di compiere tutti gli atti per mantenere tale attività. Fra gli atti condotti dagli schiavi sono validi

solo quelli che arricchiscono il padrone; non sono validi, invece, quelli che riguardano i debiti a

meno che non ci sia la prepositio, ovvero il padrone deve formalmente e pubblicamente porre lo

schiavo a capo di una determinata impresa. In caso di prepositio c’è una responsabilità del padrone

illimitata, deve rispondere di tutti i debiti che lo schiavo contrae nell’esercizio di quella determinata

impresa. Esistevano poi quelle situazioni in cui i padroni concedevano allo schiavo un peculio,

ovvero un insieme di denaro o di altri beni che venivano consegnati dal padrone a un suo schiavo. Il

peculio è una parte del patrimonio del padrone quindi è di sua proprietà e non di proprietà dello

schiavo (lo schiavo non può avere proprietà). il peculio è separato dal patrimonio del padrone e

affidato allo schiavo per esercitare l’impresa. Nel momento in cui uno schiavo che possiede un

peculio va a chiedere un prestito in banca, il banchiere concede il prestito sapendo che potrà

soddisfare il suo credito sul peculio. Se c’è peculio, il creditore potrà soddisfarsi solo ed

esclusivamente sul peculio e non sul patrimonio principale del padrone (sono separati). L’impresa

concessa allo schiavo dal padrone corrisponde con il peculio. Nella situazione del peculio, quindi,

abbiamo una responsabilità limitata: se il debito è maggiore rispetto alla disponibilità del peculio, il

creditore dovrò accontentarsi del peculio stesso. Esaurito questo, infatti, il creditore non ha più un

patrimonio sul quale soddisfarsi.

 riassumendo quindi nel primo caso lo schiavo agisce ma tutto quello che fa ha effetto sul

patrimonio del padrone come se questo agisse personalmente. Non c’è un patrimonio dell’impresa

separato da quello dell’imprenditore; al contrario, il secondo modello, prevede un patrimonio

dell’impresa separato da quello del padrone che permette la responsabilità limitata.

Fin ora abbiamo parlato della situazione in cui il padrone ha uno schiavo che gestisce un’impresa.

Può accadere che più persone vogliano mettersi insieme creando una sorta di società a

responsabilità limitata. Ecco quindi che più persone si uniscono, comprano in comproprietà uno

schiavo e lo utilizzano per la gestione della loro attività. A questo schiavo veniva affidato un

peculio. Questo peculio (che corrisponde all’impresa) veniva costituito da tutti i padroni. Lo

schiavo esercitava tale impresa. Poteva creare debiti a cui avrebbero risposto i padroni ma entro il

limite del peculio. Ecco che quindi nell’antica Roma, anche se non esisteva la società a

responsabilità limitata, veniva messa comunque in atto tramite il peculio: patrimonio separato dal

patrimonio dei singoli soci che rappresenta il limite massimo entro il quale gli imprenditore

rispondono dei debiti. Per limitare la responsabilità non si usava la società ma con la comproprietà

di uno schiavo al quale si assegnava un peculio. Questo schiavo è definito schiavo manager.

ETA’ POST CLASSICA: DA SCHIAVI A COLONI

La situazione cambia drasticamente. Gli schiavi iniziano a diminuire con l’età post classica(periodo

che va dalla morte dell’imperato Alessandro Severo 235 d.C. in poi ). In questo periodo termina

l’espansione romana con la conseguente diminuzione di schiavi che non arrivano più dalle frontiere

di Roma. Un altro meccanismo che provocò la diminuzione degli schiavi fu l’ influenza della

filosofia stoica, che nacque a partire dal II secolo, e il cristianesimo (che divenne una religione

lecita con Costantino nel 313). Questi due elementi causarono gravi cambiamenti riguardo la

schiavitù. Innanzitutto fu imposto il divieto di uccidere gli schiavi e di usarli nei combattimenti.

L’uccisione di schiavi altrui non era più un danneggiamento ma era ritenuto un vero e proprio reato.

Da adesso in poi il padrone che vendeva un schiava poteva farlo solo tramite la causola del

“ne prostiteatur ” ovvero l’impossibilità alla prostituzione. Si tratta di una clausola erga omnes,

ovvero opponibile a chiunque. Si diffuse il divieto di far dividere le famiglie degli schiavi in caso

di divisione ereditaria. Furono abolite le leggi fufia caninia e aelia sentia (leggi limitatrici della

manomissione civile). Sparirono le manomissioni pretorie. Da adesso in poi tutte le manomissioni

portavano alla libertà e alla cittadinanza romana. Compare, invece, la manomissioni in ecclesia.

Il cristianesimo in età classica inizia a divenire sempre più importante: la società romana esce dal

paganesimo abbandonando le sue divinità tradizionali (come Giove, Marte o Minerva) e inizia a

divenire un impero cristiano. Il cristianesimo non tollera la schiavitù. Questo comportò una larga

manomissione degli schiavi da parte di tutti quei padroni che si erano convertiti al cristianesimo.

Ecco che come conseguenza, il numero di schiavi diminuì drasticamente rendendo quasi

impossibile trovare uno schiavo.

Ecco quindi che iniziano a diffondersi vari sistemi come quello dell’enfiteusi o come quello

escogitato dagli imperatori per permettere ai ricchi latifondisti di trovare la manodopera essenziale.

Si tratta di un sistema, definito “colonato”, che risale all’epoca di Costantino, che consente ai

latifondisti di trovare manodopera a buon mercato. Il termine colonato fa riferimento ai coloni (che

non centrano niente con i coloni delle colonie : romani che vanno via da Roma e vanno a fondare

una colonia, sono padroni delle loro terre ecc.. ) ovvero quelle persone che non hanno proprietà di

terra e che lavorano alle dipendenze. Questi sono i coloni appartenenti all’istituito del colonato. La

parola colonia ha un doppio significato: città fondata dai romani o azienda agricola. Questi coloni

vengono anche definiti, in un latino post tardo, serviterrae. Per evitare che questi lavoratori

dipendenti possano liberarsi da un datore di lavoro per cercare migliori condizioni lavorative,

Costantino stabilì, tramite una costituzione, che queste persone dovevano avere uno status di coloni.

I coloni, quindi, sono dei cittadini romani poveri, che lavorano la terra per un latifondista. Sono

cittadini romani, liberi, con un lavoro retribuito.. tuttavia non sono liberi di rivendicare le condizioni

economiche che desiderano ma la retribuzione è stabilita dallo stato. Non possono, quindi, andare a

cercare un lavoro migliore ma sono vincolati alla terra, sono inseparabili dalla terra. La costituzione

imperiale quindi vincola i lavoratori alla terra. I coloni, non essendo schiavi, possono sposarsi solo

con colone cosi che i loro figli saranno a loro volta coloni e, quindi, vincolati alla terra. Se si

sposano coloni di due famiglie diverse, il figlio sarà colono della terra per cui lavora il padre. Sono

coloni coloro che nascono da coloni ma anche i mendicanti, che vengono trasformati

dall’imperatore in coloni. Se il padrone vende la terra, questa viene venduta insieme ai coloni. I

padroni possono liberare i coloni solo in due situazioni:

13) se il padrone gli regala la terra per cui i coloni lavoravano 

14) se i coloni ricoprono cariche ecclesiastiche (la chiesa, quindi, può liberare una persona

grande influenza della chiesa in età post classica).

Giustiniano aveva riconquistato l’occidente. Alla sua morte, i regni barbari cacciano nuovamente i

Romani e riprendono il comando. La storia romana finisce e così finisce anche l’applicazione del

diritto romano di cui si perdono le tracce. Verrà riscoperto solo nel 1130 con Ernelio che scoprì il

corpus iuris civilis a Bologna e fonderà l’Università di Bologna. In occidente ci sono i vari regni

barbarici che applicavano le consuetudini barbariche e non il diritto romano (anche se rimane

comunque la personalità del diritto per cui si applicava qualche cenno di diritto romano per i

romani). L’istituto del colonato, però, sopravvive alla disgregazione dell’impero romano. Questo

perché si trattava di un istituto basato sui grandi fondi. I proprietari di tali fondi erano importanti

personalità, i cosiddetti feudatari che nell’assenza di uno stato esercitavano una sorta di potere di

controllo (sostituendo, appunto lo stato) . Attraverso tale potere, i feudatari avevano la forza di

mantenerne sottomessi i lavoratori alle loro dipendenze in una condizione di servi della gleba. I

servi della gleba, quindi, sono i discendenti del colonato tardo antico.

DIRITTO DI FAMIGLIA ROMANO

Ricordiamo che la famiglia era formata dai soggetti sui iure (pater familias) e da soggetti alieni iuri

(donne, figli, schiavi). Nonno

Padre

Figlio 1 figlia

figlio 2

La famiglia era legata dalla adgnatio ovvero la parentela di giuridica, ovvero la parentela che ha

rilevanza per il diritto. La cognatio, invece, è la parentela di sangue.

La parentela giuridica (adgnatio) deriva dal padre ovvero si trasmette per linea esclusivamente

maschile. Sono adgnati tra di loro tutti coloro che sono sottoposti a uno stesso pater familas o che

comunque sarebbero sottoposti allo stesso pater familias se questo fosse in vita entro il limite del

sesto grado. L’adgnatio si calcola in linea retta e in linea collaterale: la prima è quella che si

trasmette di padre in figlio; la seconda è quella che si calcola nel momento in cui i soggetti

discendono tutti da un comune avo (=ascendente). Esistono i gradi di adgnatio. Per la linea retta

ogni generazione rappresenta un grado (esempio: nonno e figlio sono adgnati in linea retta per

secondo grado. Figlio 1 e figlia 2 sono adgnati (la donna non può trasmettere l’adgnatio ma può

riceverla –> se una donna ha figli non saranno adgnati della famiglia della madre ma della famiglia

del padre. ). Per l’adgnatio in linea collaterale si sale al capostitite comune e si riscende. Ogni

passaggio in salita e in discesa rappresenta un grado. (l’adgnatione collaterale è minimo di primo

grado poiché bisogna sempre salire e discendere).

In base all’adgnatio si trasmette l’eredità.

Cosa succede se una donna si sposa? Succede che la donna esce dalla propria famiglia ed entro in

quella del marito. Va a sottoporsi alla manus del marito. Questa è definita loco filiae, ovvero come

una figlia, è alieni iuris del marito, sottoposta a lui in adgnatione in linea retta. Se questi due hanno

un figlio, questo sarà adgnato di suo padre in linea retta ma nei confronti di sua madre è adgnato in

linea collaterale in grado secondo

Adozione :

4) adrogatio: adozione di un pater da parte di una altro pater. Nel caso della adrogatio succede

che il pater familias P1 adotta il pater familias P2 che diventa, quindi, un suo sottoposto. La

adrogatio può essere fatta solo da un pater familias di cinquant’anni e senza figli. P2 nel

momento in cui viene adottato subisce una diminuzione dello stato in quanto da soggetto sui

iuris diventa soggeto alieni iuris. Questo passaggio si chiama capitis deminutio minima.

Questo tipo di adozione è fatta per l’eredità e andava fatto davanti ai comizi. Al termine

dell’adrogatio, P1 e P2 non sono cognati ma hanno il legame adgantitio.

LA SUCCESSIONE

Si parla di successione quando una persona subentra nella sfera giuridica che era di un altro

soggetto. Si parla principalmente della successione per causa di morte, ovvero quando un soggetto

muore e un altro soggetto subentra nella sfera giuridica di quest'ultimo. Nel diritto romano non

esiste solo la successione per causa di morte ma esiste anche la successione inter vivos che si

verificava nell’adrogatio, quando un pater familias adotta un altro pater familias che diventava

alieni iuris. Il pater che rimaneva sui iuris subentrava in tutti i rapporti, attivi e passivi, del pater

familias sottomesso. L’adottante succedeva all’adottato in tutti i suoi rapporti. Ad oggi questo tipo

di successione non esiste più ma si verifica solo in certe dinamiche societarie nel momento in cui

una società si unisce ad un’altra. La successione inter vivos, quindi, è rimasta solo per le società.

SUCESSIONE PER CAUSA DI MORTE

Esistono due grandi tipi di successione per causa di morte:

15) La successione a titolo universale, quando il successore subentra globalmente nella

posizione giuridica del defunto. Questa successione è denominata eredità, il successore

prende il nome di erede. L’erede subentra globalmente in quando subentra in tutti i diritti

reali, in tutti i diritti di crediti e in tutti i debiti che appartenevano al defunto. È globale

perché si riferisce alla totalità di tutto l’attivo e il passivo del morto. L’eredità, quindi, non è

solo attiva ma include anche il passivo. Parlare di un erede che subentra a titolo globale, non

implica che l’erede debba essere uno solo. Nel caso di un doppio erede, ciascuno di essi

subentra secondo la quota ereditaria (per esempio 50%) sia nell’attivo che nel passivo.

L’eredità potrebbe essere anche solo ed esclusivamente passiva. In alcuni casi si ha il potere

di decidere se accettare o meno l’eredità.

16) la successione a titolo particolare, (molto più rara) si verifica quando un soggetto subentra

solo nella titolarità di un diritto reale del defunto (solo in un singolo rapporto attivo). Non

subentra nell’attivo e nel passivo ma solo in uno specifico bene. Questa successione è

definita legato, il successore a titolo particolare prende il nome di legatario. Questo tipo di

successione esiste solo se c’è un testamento e solo se in questo testamento il defunto ha

deciso di dare un particolare bene a un determinato soggetto. In assenza di testamento e in

assenza di un legato, la successione a titolo particolare non si verifica.

 Esempio: uno fa testamento nominando erede Tizio ma lasciando la casa a Caio. In questo caso,

Tizio è successore a titolo universale (erede) e subentra quindi in tutto l’attivo e in tutto il passivo.

La casa, invece, deve essere dato a Caio, il legatario, successore a titolo particolare.

In assenza di testamento, quando muore un soggetto, vengono nominati solo i successori a titolo

universale.

SUCCESSIONE A TITOLO UNIVERSALE

Esistono due tipologie differenti:

17) successione intestata, nel caso di assenza di testamento. (oggi definita anche successione

legittima, poiché gli eredi sono determinati dalla legge)

18) successione testamentaria, nel caso di testamento fatto dal defunto.

[ il defunto è chiamato dai giuristi de cuius =abbreviazione di “is de cuius ereditate agitur”, ovvero

“colui della cui eredità si tratta”]

Età arcaica: P


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2014-2015

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