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Le ipotesi principali di atipicità sono:

a) Dotate di una forza passiva potenziata (es. escludono il referendum abrogativo);

b) Sono atipiche le leggi meramente formali, ossia atti che hanno la forma tipica della legge ma un contenuto

normativo non tipico (es. approvazione del bilancio, leggi di approvazione alla ratifica dei trattati internazionali

etc…).

LEGGE DI DELEGA E DECRETO LEGISLATIVO DELEGATO

1. Legge di delega è la legge con cui le Camere possono attribuire al Governo l’esercizio del proprio potere legislativo;

2. Decreto legislativo delegato è il conseguente atto avente forza di legge emanato dal Governo in esercizio della

delega conferitagli dalla legge.

Lo strumento di delega è utilizzato soprattutto per far fronte ad argomenti tecnicamente complessi e tecnici.

La legge di delega permette quindi di delegare le funzioni legislative al Governo ed è un’eccezione alla regola generale

stabilita dall’art.70 della Costituzione (“La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere”).

La particolarità della legge delega e del decreto legislativo è che il trasferimento dal Parlamento al Governo del potere

legislativo avviene prima che esso emani il decreto legislativo.

Al fine di limitare il potere di delega, la Costituzione ha previsto alcuni vincoli precisi alla legge di delegazione, il mancato

rispetto di questi vincoli comporta un vizio di illegittimità costituzionale della legge e dei decreti con essa emanati.

a) La delega può essere concessa solo con legge formale (coperta da riserva di legge formale) e deve essere

approvata con procedimento ordinario;

b) La delega può essere conferita solo al Governo e non ai singoli organi che lo costituiscono;

c) Sono prescritti dei contenuti necessari che la legge delega deve avere:

Deve restringere l’ambito tematico indicando un oggetto definito;

• Deve restringere l’ambito temporale indicando un tempo limitato entro il quale il decreto deve essere

• emanato;

Deve restringere l’ambito di discrezionalità del Governo indicando i principi e i criteri direttivi che servono

• da guida per l’esercizio del potere delegato.

N.B è sempre ammessa la revoca della delega da parte del Parlamento.

Il decreto legislativo delegato è il mezzo attraverso cui il Governo esercita la funzione legislativa che gli è stata concessa

dal Parlamento mediante la legge di delega.

La formazione del decreto legislativo prevede un iter di diversi step:

a) Proposta del ministro (o dei ministri) competenti;

b) Delibera del Consiglio dei Ministri;

c) Eventuali adempimenti ulteriori se prescritti dalla legge delega o dalla legge 400/88;

d) Eventuale deliberazione definitiva del Consiglio dei Ministri, dopo aver ascoltato i pareri dei soggetti consultati;

e) Emanazione da parte del Presidente della Repubblica.

N.B per capire se il d.lgs. rispetti o meno i limiti temporali imposti dalla legge delega è importante osservare il momento

di emanazione da parte del PDR.

N.B spesso la delega è concessa non per il principale contenuto della legge ma solo per il suo completamento, ad

esempio la delega accessoria è quella che autorizza il Governo a coordinare le leggi esistenti in una certa materia al fine

di raccoglierle in un testo unico, questo però non gli concede di cambiarle.

DECRETO LEGGE E LEGGE DI CONVERSIONE

Il decreto legge è un atto avente forza di legge che il Governo può adottare “in casi di necessità e urgenza”, questo

entra in vigore subito dopo la sua pubblicazione, tuttavia gli effetti prodotti sono provvisori perché i decreti legge

perdono efficacia sin dall’inizio se il Parlamento non li converte in legge entro 60 giorni dalla loro pubblicazione.

N.B Nei casi di necessità ed urgenza, il Governo appena insediato, può emanare dei decreti legge anche prima di aver

presentato la mozione di fiducia al Parlamento.

Il decreto legge ha dei limiti disciplinati dall'art. 77 della Costituzione:

Non può essere emanato per le materie coperte da riserva di assemblea;

• Non può conferire deleghe legislative;

La procedura per la nascita di un decreto legge consta di 2 diversi passaggi:

1) Emanazione del decreto legge attraverso una deliberazione del Consiglio dei Ministri, emanato poi con un DPR e

pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale (niente vacatio legis, sempre);

2) Approvazione della legge di conversione (ordinaria) da parte del Parlamento, in modo da confermare

l’impostazione originaria del decreto legge. Questo deve avvenire entro 60gg (non esiste un ordine secondo cui

una delle due Camere debba esprimersi per prima perché è una legge ordinaria che non gode di nessun

procedimento particolare).

La legge di conversione è una legge ordinaria e segue quindi il procedimento ordinario con l’eccezione che, se le

Camere sono sciolte, esse devono riunirsi entro 5 giorni dalla presentazione del decreto (l’iter deve concludersi

entro 60gg dall’emanazione del decreto). Questa legge si compone di un articolo che inizia con “è convertito in

legge il decreto legge…”. La Camera, come il Senato, può modificare il testo del decreto attraverso emendamenti.

Nel caso il decreto non venga convertito dal Parlamento (almeno una delle due Camere vota contro la legge di

conversione) esso perde di efficacia sin dall’inizio, ossia retroattivamente (ex tunc, dall’origine), la perdita di efficiacia

di un decreto legge è detta decadenza.

La decadenza è un fenomeno che vale solo per i decreti legge ed è ben diverso dall’abrogazione o dall’annullamento,

perché esso cancella tutti gli effetti prodotti dal decreto legge.

Poiché in alcuni casi le situazioni che si verrebbero a creare dopo la decadenza sarebbero quasi insostenibili, alle Camere

è concesso il potere di regolare, attraverso 2 diversi strumenti, i rapporti giuridici sorti sulla base dei decreti non

convertiti:

a) Legge sanatoria degli effetti del decreto legge decaduto, è una legge riservata alle Camere che permette di

regolare i rapporti giuridici sorti sulla base dei decreti non convertiti. È necessario considerare che:

Se il decreto legge non è approvato, il Parlamento non è obbligato ad approvare una legge sanatoria;

• Non è una soluzione praticabile sempre e comunque.

Reiterazione quando un decreto legge non veniva confermato e la sanatoria neppure, prima non ci si poneva

à

il problema e si approvava un nuovo decreto legge uguale (di contenuto analogo e completamento identico) a

quello decaduto. Era una prassi diffusa fino al 1996 ma fu dichiarata incostituzionale a meno che:

Decreto reiterato basato su nuovi presupposti di necessità e urgenza;

• Nuove disposizioni diverse da quelle contenute dal decreto non convertito.

b) Il Governo si prende la responsabilità, non solo politica, ma anche giuridica nelle sue varie declinazioni:

Penale: i ministri che hanno partecipato al CdM approvando il decreto-legge senza mettere a verbale il

• proprio dissenso, rispondono singolarmente degli eventuali reati commessi commessi con l’emanazione

del decreto legge;

Civili: i ministri rispondono solidalmente degli eventuali danni prodotti ai terzi secondo l’articolo 2043 del

• codice civile.;

Amministrativo-contrabile: i ministri che hanno espresso voto favorevole al decreto-legge rispondono

• solidalmente degli eventuali danni prodotto allo stato (danno erariale).

REGOLAMENTI PARLAMENTARI

Sono gli atti attraverso cui ogni Camera disciplina la sua organizzazione e il funzionamento. Essi sono approvati a

maggioranza assoluta e sono pubblicati in Gazzetta Ufficiale.

I regolamenti parlamentari sono fonti primarie, inferiori solo alla Costituzione, dotate di un ambito di competenza

riservato, attraverso di essi si manifesta l’autonomia e l’indipendenza delle Camere.

N.B non rientrano nella categoria “atti aventi forza di legge” perché, al fine di esserlo dovrebbero avere forza attiva e

passiva ma per questo dovrebbero avere relazioni con altri atti, cosa che invece non hanno.

REFERENDUM ABROGATIVO

Il referendum è una richiesta fatta al corpo elettorale di esprimersi direttamente su una determinata questione. Esso è

quindi un elemento di democrazia diretta ossia una delle forme che la Costituzione prevede affinché il popolo eserciti il

suo potere sovrano senza interposizione di rappresentanti.

Un particolare tipo di referendum è il referendum abrogativo, esso è uno strumento con cui il corpo elettorale può

incidere direttamente sull’ordinamento giuridico attraverso l’abrogazione di leggi o atti con forza di legge dello Stato,

oppure su singole disposizioni in essi contenute.

Il referendum abrogativo è un atto-fonte dell’ordinamento giuridico dello stesso rango di una legge ordinaria.

Il procedimento al fine di arrivare ad un referendum abrogativo è lungo e difficile:

1) Per prima cosa questo si differenzia a seconda di chi lo propone:

Richiesta popolare iniziativa parte dai promotori, un gruppo di almeno 10 cittadini iscritti nelle liste elettorali

à

• che depositano presso la Cancelleria della Corte di cassazione il quesito che intendono sottoporre. Entro 3 mesi

devono essere raccolte 500.000 firme che devono essere depositate presso la Cancelleria;

Richiesta regionale almeno 5 Consigli Regionali devono approvare, a maggioranza assoluta, la richiesta di

à

• referendum indicando il quesito che poi dovrà essere depositato presso la Cancelleria della Corte di cassazione.

2) Si costituisce presso al Cassazione l’Ufficio centrale per il referendum che esamina le richieste al fine di valutarne

la conformità alla legge. Alla conclusione di questa fase la decisione dell’Ufficio viene assunta con un’ordinanza;

3) I quesiti sono trasmessi alla Corte Costituzionale per il giudizio di ammissibilità secondo la Costituzione (alcune

materie come: imposte, bilancio, amnistia etc… sono escluse dal referendum);

4) Se il quesito viene dichiarato ammissibile allora il PDR deve fissare la data del voto;

5) Se viene raggiunto il quorum (50%+1 degli aventi diritto) e se i sì vincono sui no allora il referendum passa e quello

che veniva richiesto viene abrogato, al contrario il referendum non passa e non si può riproporre lo stesso quesito

prima di 5 anni;

6) Se il referendum passa allora il PDR con apposito decreto dichiara l’abrogazione della legge, atto o disposizione,

pubblicandolo immediatamente sulla Gazzetta Ufficiale (il Governo può chiedere di posticipare l’entrata in vigore

fino a 60 giorni).

N.B il procedimento si interrompe se:

Vengono sciolte le Camere (si riprende dopo un anno dall’elezione);

• Nel caso in cui la legge venga abrogata prima del referendum.

REGOLAMENTI

In alcuni casi il termine regolamento indica atti tipici, fonti dell’ordinamento giuridico generale, questo è il caso dei

regolamenti amministrativi. In questa categoria rientrano: i regolamenti dell’esecutivo, i regolamenti regionali e i

regolamenti degli enti locali.

Regolamenti dell’esecutivo

Sono atti normativi spesso complessi, suddivisi in articoli, capi etc… emanati dagli organi dell’esecutivo attraverso un

procedimento sottratto al controllo parlamentare. Questo può accadere per il regolamento dell’esecutivo è una fonte

secondaria sottoposta quindi, per la gerarchia delle fonti, alle leggi e agli atti aventi forza di legge (fonti primarie).

Alcune caratteristiche dei regolamenti dell’esecutivo e delle fonti secondarie in generale sono:

La tipologia degli atti non è tassativamente definita dalla Costituzione e, per questo motivo, sono modellabili dalla

• legislazione ordinaria;

Esistono molte riserve di legge necessarie a limitare il potere dei regolamenti amministrativi;

• I regolamenti non possono disporre in modo retroattivo.

La disciplina fondamentale del potere regolamentare è contenuta in:

Preleggi del codice civile;

• Legge 400/88.

I regolamenti dell’esecutivo si dividono in:

1) Regolamenti governativi sono proposti da uno o più ministri e deliberati dal CdM previo parere (obbligatorio

à

ma non vincolante) del Consiglio di Stato. Il regolamento viene emanato dal Presidente della Repubblica con

apposito decreto e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale.

La legge 400/88 distingue anche diverse tipologie di regolamenti governativi:

Regolamenti di esecuzione delle leggi possono avere funzione interpretativa-applicativa della legge

à

• oppure disciplinare le modalità procedurali per la sua applicazione nel rispetto delle riserve assolute di legge;

Regolamenti di attuazione sono emanati per l’attuazione e l’integrazione delle leggi e dei decreti

à

• legislativi ad esclusione di quelli riservati alla competenza regionale;

Regolamenti indipendenti sono emanati nelle materie in cui manchi la disciplina da parte delle leggi o di

à

• atti aventi forza di legge, sempre che non si tratti di materie riservate alla legge;

Regolamenti di organizzazione;

2) Regolamenti ministeriali sono proposti ed emanati dal ministro, sempre previo parere del Consiglio di Stato;

à

3) Regolamenti interministeriali hanno lo stesso procedimento dei regolamenti ministeriali ma vengono emanati

à

con decreto interministeriale perché riguardano materie di competenza di diversi ministeri.

FONTI EUROPEE

La distinzione fondamentale da cui partire per analizzare le fonti europee è quella tra:

Diritto convenzionale trattati con cui l’Unione è stata istituita e, successivamente, modificata e sviluppata e nei

à

• quali sono disciplinati gli organi dell’UE e i loro poteri normativi (spesso infatti i trattati sono definiti la Costituzione

dell’Unione Europea, poiché sono fonti gerarchicamente superiori alle altre ed esiste un apposito organo, la Corte

di giustizia dell’Unione Europea, per garantire questa prevalenza).

Questi trattati stabiliscono la ripartizione delle competenze tra UE e Stat membri e definiscono, inoltre, il quadro

giuridico all’interno del quale le istituzioni dell’UE attuano politiche europee.

Diritto derivato atti normativi. La principale distinzione interna alle fonti di diritto derivato è tra atti vincolanti e

à

• atti non vincolanti.

Gli atti NON vincolanti sono: raccomandazioni UE (inviti rivolti agli Stati a conformarsi ad un certo comportamento)

e i pareri (esprimono il punto di vista di un organo su un determinato oggetto) che ogni organo dell’Unione può

emanare. Sono atti del tutto privi di efficacia giuridica, questi atti non esprimono quindi norme tradizionali

vincolanti e sanzionabili.

Gli atti vincolanti sono invece pienamente atti normativi e si distinguono in 3 tipologie:

1) Regolamenti UE hanno le tipiche caratteristiche di una legge nell’ordinamento italiano, hanno portata

à

generale (non si rivolgono ad un soggetto determinato) ma pongono norme generali e astratte. Sono

obbligatori per tutti gli stati e hanno diretta applicabilità, ossia non è necessario un atto dello Stato che ne

ordini l’esecuzione nell’ordinamento nazionale;

2) Direttive UE sono atti normativi che hanno come destinatario uno o più Stati membri e li vincolano per

à

quanto riguarda il risultato da raggiungere mentre hanno totale libertà sulla scelta delle forme e dei mezzi per

raggiungere i risultati prefissati (spesso le direttive sono molto particolareggiate al fine di limitare la totale

discrezionalità).

N.B al contrario dei regolamenti, le direttive NON sono direttamente applicabili;

3) Decisioni UE sono atti che hanno caratteristiche tipiche del provvedimento amministrativo nell’ordinamento

à

italiano. Sono obbligatorie in tutti i loro elementi e sono direttamente applicabili. A differenza dei regolamenti

UE non hanno portata generale ma particolare, ossia si rivolgono a soggetti specifici (uno Stato o anche una

persona giuridica).

Diretta applicabilità

È una qualità di determinati atti europei e significa che questi producono immediatamente i loro effetti giuridici

nell’ordinamento nazionale senza che ci sia bisogno di un atto normativo nazionale.

Questa qualità è, in particolare, una caratteristica dei regolamenti che “sforano” la sovranità di ogni Stato e si

impongono “per forza propria” nell’ordinamento nazionale.

La diretta applicabilità è definita dai Trattati.

Effetto diretto

Non è definita dei trattati ma dall’interprete (in questo caso dalla Corte di giustizia europea). L’effetto diretto è la

capacità di una norma (e non un atto) europea di creare direttamente diritti in capo ai singoli, anche senza

l’intermediazione dell’atto normativo statale.

Questa capacità discende non dalla tipologia dell’atto ma dalla struttura della singola disposizione e della norma che

può esserne ricavata, è quindi l’interprete a riconoscere le cosiddette norme self-executing, ossia le norme che possono

avere effetto diretto senza la necessità di intermediazione da parte di altri atti.

N.B l’effetto diretto è stato introdotto per evitare situazioni di paralisi interna dovuta alla mancata applicazione della

norma interna.

Si possono, in definitiva, avere 4 tipologie di atti europei:

1) Norme direttamente efficaci espresse da atti direttamente applicabili di regola sono i regolamenti UE;

à

2) Norme non direttamente efficaci espresse da atti direttamente applicabili es. alcuni regolamenti UE che

à

definiscono il quadro normativo che deve essere attuato o da altri regolamenti UE o da norme nazionali;

3) Norme direttamente efficaci espresse da atti non direttamente applicabili divieti posti da direttive UE o dagli

à

stessi Trattati;

4) Norme non direttamente efficaci espresse da atti non direttamente applicabili di regola derivano dalle direttive

à

UE.

Con l’ingresso in UE l’Italia ha accettato che le leggi europee entrassero nel proprio ordinamento direttamente, senza

intermediazione del legislatore nazionale. Inoltre questo comporta anche che le norme europee prevalgono sulle norme

interne contrastanti.

Al contrario di altri paesi, nei quali prima dell’ingresso nell’Unione si è assistito ad una forte revisione costituzionale, in

Italia l’adesione è stata segnata con la legge di autorizzazione della ratifica del Trattato di Roma e successivi

Il quadro attuale sui contrasti tra norme interne ed europee è costituito da vari punti:

a) Contrasto tra legge ordinaria e norme Ue self-executing si applica la norma europea e non quella italiana

à

tendendo conto che:

Questa regola vale solo per le norme UE con effetto diretto;

§ Questa regola si applica a tutti i soggetti dell’applicazione del diritto.

§

b) Contrasto tra legge ordinaria e norme UE non self-executing se la norma europea non ha effetto diretto vuol

à

dire che non possiede quelle caratteristiche che la rendono immediatamente operativa nell’ordinamento. Se un

giudice ritiene che una norma self-executing sia in contrasto con una norma italiana dovrà sollevare davanti alla

Corte costituzionale;

c) Contrasto tra norme sub-legislative e norme UE si applica il criterio gerarchico;

à

d) Contrasto tra norme costituzionali e norme europee conflitto molto improbabile.

à

Attuazione delle norme europee

Il Governo italiano approva ogni anno, la legge di delegazione europea che contiene una delega del Governo per il

recepimento delle direttive e degli altri atti dell’UE (disegno di legge presentato il 28 febbraio di ogni anno).

Ogni anno viene anche approvata la legge europea, ossia una legge che serve ad adeguare le norme italiane a quelle

europee con lo scopo dir rendere più agevole l’adeguamento del Paese alle procedure UE.

REGIONI E GOVERNO LOCALE

La Costituzione del 1948 prevedeva uno Stato regionale basato su Regioni dotate di:

Autonomia politica capacità di darsi un proprio indirizzo politico, anche diverso da quello dello Stato;

à

• Autonomia legislativa e amministrativa nelle materie espressamente indicate dalla costituzione;

à

• Autonomia finanziaria capacità di attribuire da sé le risorse finanziarie necessarie per esercitare le loro

à

• competenze, anche attraverso tributi regionali.

Le Regioni previste dalla Costituzione del 1948 erano 15 ordinarie più 5 Regioni speciali dotate di un’autonomia

differenziata, più ampia di quella della altre e definita da uno statuto approvato con legge costituzionale.

N.B Condizioni particolari di autonomia sono state riconosciute anche alle Provincie autonome di Treno e Bolzano.

Nonostante la previsione costituzionale, le regioni ordinarie sono state istituite concretamente solo nel 1970 (mentre

quelle a statuto speciale erano già operative dal 1948) e, per esercitare effettivamente le funzioni, sono stati necessari

dei decreti di trasferimento che passassero le funzioni amministrative, insieme al personale per esercitarle, dallo Stato

alle Regioni.

Una svolta nella ripartizione delle funzioni amministrative è stata la Legge Bassanini del 1997, la quale introduceva

un’interpretazione nuova dell’art.118 in virtù della quale le funzioni amministrative venivano attribuite in linea di

principio alle Regioni anche nelle materie in cui lo Stato aveva titolarità della funzione legislativa.

Nel 2001 la Riforma del Titolo V ha decentrato fortemente il potere politico disegnando una Repubblica delle

Autonomie, articolata su più livelli territoriali (Regioni, Città metropolitane, Province, Ragioni) di governo, ciascuno

dotato di autonomia politica costituzionalmente garantita.

Prima del 2001, un’altra riforma del 1999 aveva modificato la forma di governo regionale introducendo l’elezione diretta

del Presidente della Regione e ampliando l’autonomia statutari in materia di forma di governo.

RIPARTIZIONE DELLE COMPETENZE

Il riparto di competenze tra Stato e Regioni ha seguito, nella storia della Repubblica, due modelli:

1948: alle Regioni sono attribuite competenze su materie enumerate in Costituzione, allo Stato le competenze

• residuali (tutto ciò che non specificato);

2001: allo Stato sono attribuite competenze su materie enumerate in Costituzione, alle Regioni le competenze

• residuali.

Il nuovo art.114 ha disegnato una Repubblica articolata in: Comuni, Province, Città metropolitane, Regioni e Stato, tutti

costituzionalmente dotati di autonomia. Questo ha quindi posto sullo stesso piano lo Stato con gli altri enti territoriali

minori.

La scelta per una Repubblica delle autonomie ha comportato conseguenze sul modo in cui sono ripartite le competenze.

In un sistema in cui è prevista la parità di rango degli enti territoriali, la legge statale e quella regionale sono pari-ordinate

e la prima ha quindi perso la posizione di prevalenza che aveva nel precedente sistema.

Potestà legislativa la competenza dello Stato è circoscritta alle materie identificate esclusivamente dalla

à

• Costituzione ed espressamente a lui riservate, la potestà residuale è invece in mano alle Regioni.

Prima della riforma la potestà legislativa delle Regioni si articolava in 3 tipologie:

1) Esclusiva (solo per le Regioni speciali) è esercitata su materie elencate negli Statuti speciali e i limiti

à

sono posti da: principi generali dell’ordinamento giuridico dello Stato, norme fondamentali delle riforme

economico sociali della Repubblica e obblighi internazionali dello Stato;

2) Concorrente esercitata sulle materie previste dalla costituzione;

à

3) Attuativa-integrativa.

Potestà regolamentare la competenza dello Stato è limitata alle materie di competenza legislativa esclusiva.

à

La prima stesura della Costituzione prevedeva che vigesse il principio del parallelismo delle funzioni (le funzioni

amministrative erano in mano alle Regioni per le materie di loro competenza legislativa mentre erano in mano allo Stato

per il resto) ma, con la legge Bassanini, si è superato questo e si è attribuito ai Comuni la generalità delle funzioni

amministrative con la sola eccezione di quelle che, per esercitare l’esercizio unitario, siano conferite a Province, città

metropolitane, Regioni e Stato sulla base dei principi di:

Sussidiarietà (livello di governo superiore interviene solo quando l’amministrazione più vicina ai cittadini non

• possa assolvere al compito);

Differenziazione (enti dello stesso livello possono avere competenze diverse) e;

• Adeguatezza (le funzioni devono essere affidate ad enti che abbiano requisiti sufficienti di efficienza).

RACCORDI TRA ENTI TERRITORIALI

Non è possibile pensare che tutti gli enti territoriali operino in autonomia senza minimamente pensare a ciò che viene

fatto dagli altri, devono perciò esistere degli organi di raccordo tra i diversi enti:

1) Commissione parlamentare per le questioni regionali

È una commissione bicamerale prevista dalla Costituzione che serve a svolgere compiti consultivi, limitati

essenzialmente all’ipotesi di scioglimento anticipato dei Consigli regionali.

N.B I Consigli Regionali sono sciolti attraverso un decreto motivato del PDR, che si confronta prima con la commissione,

per diversi possibili motivi:

Atti contrari alla Costituzione e gravi violazioni di legge;

• Ragioni di sicurezza nazionale.

Oppure in seguito alle dimissioni della Giunta per:

Approvazione di una mozione di sfiducia nei confronti del Presidente;

• Rimozione, impedimento permanente, morte o dimissioni volontarie del Presidente.

2) Conferenza Stato-Regione e le altre conferenze

Il nucleo fondamentale è la Conferenza permanente tra lo Stato, le Regioni e le Provincie autonome di Treno e Bolzano

(Conferenza Stato-Regioni) a cui è affiancata Conferenza Stato, Città e autonomie locali (quando si riuniscono insieme

si dicono Conferenza unificata).

Sono conferenze presiedute dal Presidente del Consiglio o da un ministro da lui delegato e sono sedi di confronto tra il

governo e le istituzioni regionali e locali coinvolte nell’elaborazione del contenuto di alcuni atti del Governo che incidono

sugli interessi e le competenze delle Regioni.

N.B La giurisprudenza ritiene che la collaborazione tra Stato e Regioni deve basarsi sul principio di leale collaborazione

ENTI LOCALI

Con l’ultima riforma, culminata con la Legge Delrio del 2014, si è profondamente rivisto l’ordinamento dell’ente

intermedio, ossia quello che si colloca tra il Comune e la Regione. Da questa ultima revisione il sistema degli enti locali

si basa dunque su:

Comune: ente locale rappresentativo della propria comunità, di cui cura gli interessi e promuove lo sviluppo,

• dotato di autonomia statutaria, normativa, organizzativa e amministrativa, nonché di autonomia impositiva e

finanziaria nell’ambito delle leggi della finanza pubblica. I suoi organi (sindaco e consiglio) sono direttamente

eletti dai cittadini;

Provincia: ente intermedio tra Comune e Regione, i suoi organi (presidente e consiglio) sono eletti dai sindaci e

• dai consiglieri dei comuni compresi nell’area. La provincia ha funzioni di “area vasta” di coordinamento

(urbanistica, ambiente etc…) ma anche di gestione (strade, edilizia scolastica etc…);

Città metropolitana: istituita soltanto nelle città maggiori. In linea di principio sostituisce la Provincia ed è

• governata da un sindaco metropolitano, da un consiglio di sindaci e consiglieri comunali compresi nell’area. La

città metropolitana si occupa del coordinamento dei servizi e della mobilità principalmente;

Unioni di comuni: enti locali costituiti da due o più comuni per esercizio associato di funzioni o servizi di

• competenza.

Prima della riforma costituzionale del 2001 l’autonomia degli enti locali non era rimandata alla Costituzione ma al

legislatore, dopo la riforma invece si ottiene più ampia garanzia costituzionale tanto che questi enti vengono posti sullo

stesso piano di Regione e Stato. Ciascuno di questi enti perciò ha il potere di darsi uno statuto che stabilisca le norme

fondamentali dell’organizzazione dell’ente etc…

L’innovazione più importante della riforma del 2001 consiste nella previsione costituzionale secondo la quale

l’amministrazione pubblica deve essere, in linea tendenziale, un’amministrazione locale tranne per alcune funzioni per

le quali lo stato ha potestà legislativa esclusiva.

Al fine invece di creare un raccordo tra Regioni ed Enti locali, la Regione nel suo statuto deve disciplinare il Consiglio

delle autonomie locali in cui siedono i rappresentanti degli enti locali e che funziona come organo consultivo.

FINANZA

Nei sistemi federali, l’autonomia degli enti territoriali riguarda anche la parte finanziaria. Si parla di federalismo fiscale

per indicare un sistema di finanza pubblica che riconosce tanto l’autonomia finanziaria degli enti territoriali (imposizione

tributaria e determinazione risorse) quanto l’esistenza di interventi finanziari centrali sotto forma di trasferimenti.

La Costituzione italiana garantisce l’autonomia finanziaria sia sulla parte delle entrate sia su quella delle uscite a favore

delle Regioni e degli enti locali. Questo significa che:

Devono avere entrate proprie e il potere di concorrere a determinare la composizione e la quantità;

• Devono poter stabilire liberamente come spendere le proprie risorse.

Le Regioni e gli enti locali hanno quindi una finanza alimentata sia con entrate proprie sia con trasferimenti statali. Lo

Stato tuttavia ha il potere di intervenire in materia di coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario e

ha potestà esclusiva sull’armonizzazione dei bilanci e la distribuzione delle risorse.

Al fine di evitare che si creino troppe differenze tra Regioni o enti più ricchi (che quindi hanno un gettito fiscale maggiore)

e altre, si è previsto un fondo perequativo che serve a favorire i territori con minore capacità fiscale per abitante. Inoltre

lo Stato può destinare risorse aggiuntive a chi ritiene siano necessarie.

Gli enti locali e le Regioni hanno anche un loro patrimonio e possono ricorrere all’indebitamento, solo però per

finanziare spese di investimento.

FORMA DI GOVERNO: Regioni

La legge costituzionale del 1999 ha modificato la forma di governo regionale basandola sull’elezione popolare diretta

del Presidente della Regione (questo è stato previsto fino a che la Regione non disciplinerà la sua forma di governo

attraverso uno statuto e una legge elettorale).

Prima della riforma del ’99 le Regioni avevano una forma di governo parlamentare a predominanza assembleare e un

sistema elettorale di tipo parlamentare.

Questo sistema favoriva l’instabilità e ha determinato diverse crisi dovute alla rottura degli accordi tra i partiti di

coalizione. Nel 1993 si introduce un sistema per rafforzare il Governo regionale e accrescerne la stabilità:

Premio di maggioranza alla lista o alla coalizione con più voti;

• Capolista designato per la Presidenza della Giunta;

• Clausola di sbarramento.

La riforma del 1999 ha introdotto un mutamento della forma di governo regionale, questa dovrà infatti essere definita

dagli Statuti delle Regioni stesse. Nel frattempo la forma di governo transitoria si basa alcuni organi regionali:

1) Consiglio regionale (organo legislativo monocamerale): eletto dagli elettori regionali, titolare della funzione

legislativa, del potere di far proposte alle Camere e delle altre funzioni che le sono date dalla Costituzione e i

suoi membri godono dell’insindacabilità per le opinioni espresse e i voti dati;

2) Presidente della Regione: eletto a suffragio universale diretto all’intero corpo elettorale regionale.

Rappresenta la Regione, dirige la politica della Giunta e ne è responsabile, promulga le leggi ed emana

regolamenti regionali, oltre a dirigere le funzioni amministrative delegate alla Regione;

3) Giunta regionale: è l’organo esecutivo della Regione (titolare della funzione amministrativa), è diretta dal

Presidente che ha il potere di nominare i componenti e revocarli.

La forma di governo regionale si può ricondurre ad una neoparlamentare, infatti il Consiglio può esprimere sfiducia nei

confronti del Presidente mediante una mozione motivata sottoscritta da almeno 1/5 dei suoi componenti e approvata

per appello nominale a maggioranza assoluta. La sua approvazione comporta lo scioglimento del Consiglio e le dimissioni

della Giunta con conseguenti elezioni.

La forma di governo regionale è prevista dalla Costituzione, tuttavia questa affida allo Statuto di ciascuna Regione la

competenza a determinare, in armonia con la Costituzione, la forma di governo e i principi fondamentali di

organizzazione e di funzionamento (lo Statuto ragionale potrà integrare e modificare il modello).

FORMA DI GOVERNO: enti locali

La forma di governo di Provincie e Comuni è stata modellata dalla legge del 1993 e modificata nel 1999.

N.B dopo la riforma Delrio gli organi della Provincia non sono più eletti direttamente dai cittadini e anche i rapporti tra

organi della Provincia hanno persona “politicità”, per questo motivo si analizzano solo i Comuni.

La forma di governo dei Comuni si basa sull’elezione popolare diretta del Sindaco. Per quanto riguarda i Consigli

comunali invece è prevista la combinazione di elementi del maggioritario e del proporzionale, che si realizza con

modalità diverse a seconda che i comuni abbiano più o meno di 15.000 abitanti.

Il Sindaco ha un mandato di 5 anni e non può ricoprire 2 mandati consecutivi (a meno che il primo non sia durato meno

di 2 anni e 6 mesi).

Comuni > 15.000 abitanti

Ogni candidato Sindaco deve essere collegato ad una o più liste di candidati a consigliere comunale. L’elettore vota

contemporaneamente per il Sindaco e per una lista (può essere anche diversa da quella del sindaco, voto disgiunto). Il

candidato sindaco che ha ottenuto la maggioranza assoluta viene eletto, se nessuno la ottiene allora si va al ballottaggio

tra i due candidati con il maggior numero di voti, in questo turno viene eletto colui che riceve la maggioranza dei voti.

È previsto un premio di maggioranza alla lista o alle liste collegate al sindaco e anche una clausola di sbarramento al 3%

per le liste.

Comuni < 15.000 abitanti

Ogni candidato deve essere collegato ad una lista di candidati a consigliere. L’elettore esprime un voto per il candidato

e per la lista oppure per uno dei candidati della lista. È eletto chi ottiene il maggior numero di voto (maggioranza

relativa). In caso di parità si va al ballottaggio. La lista che risulta vincitrice ottiene i 2/3 dei seggi.

FONTI DELLE AUTONOMIE

STATUTI REGIONALI

Sono fonti dell’ordinamento regionale: lo Statuto, la legge regionale e il regolamento regionale. In Italia tutte le Regioni

hanno uno Statuto, ma gli statuti non sono tutti uguali tra loro. Si possono distinguere 2 tipologie di statuto:

Speciale servono a disciplinare i loro “poteri”, infatti le 5 Regioni a statuto speciale previste dal Titolo V della

à

• Costituzione hanno ciascuna una propria particolare disciplina, derogatoria rispetto a quella delle Regioni a

statuto ordinario. Per queste Regioni lo Statuto corrisponde quindi al fondamento stesso dell’autonomia e di

queste definisce i modi e i limiti d’esercizio. Gli statuti speciali sono adottati attraverso una legge costituzionale.

Ordinario per le Regioni a statuto ordinario le forme e le condizioni dell’autonomia sono già dettate dalla

à

• Costituzione, tuttavia dopo la riforma del 1999 anche questi Statuti hanno assunto una forte rilevanza (es. ora è

demandato agli Statuti di ridefinire integralmente la forma di Governo della Regione). In seguito alla riforma del

2001 anche alle Regioni a statuto speciale è stata concessa la facoltà di scegliersi la forma di governo e la legge

elettorale.

Il procedimento di formazione di uno statuto regionale è composto di alcuni passaggi e caratteristiche diverse a seconda

del tipo di statuto di cui si sta parlando:

1) Lo Statuto delle regioni speciali è, dopo la riforma, una legge costituzionale un po’ particolare perché:

a. Alcune delle sue disposizioni sono derogabili attraverso una legge regionale “rafforzata” si può descrivere

à

questo come un “depotenziamento” di alcune parti dello Statuto (es. forma di Governo);

b. Anche il processo di revisione degli Statuti è “depotenziato”, infatti dal 2001 è previsto che le modifiche degli

Statuti speciali non siano sottoposti a referendum costituzionale.

2) Dopo la riforma del 1999 lo Statuto delle regioni ordinarie ha radicalmente cambiato il proprio processo di

formazione. Adesso è sufficiente, al fine di apporre modifiche allo statuto, che si voti nel Consiglio Regionale a

maggioranza dei suoi componenti con 2 deliberazioni successive nell’intervallo non minore di 2 mesi.

Entro 30 giorni dalla sua pubblicazione il Governo si può rivolgere alla Corte costituzionale per una verifica e, inoltre,

può essere proposto un referendum dai cittadini della Regione (almeno 1/50) o dai consiglieri regionali (almeno

1/5).

Gli statuti delle regioni ordinarie sono quindi leggi regionali rinforzate, ad essi è riservata la disciplina di alcuni

importanti aspetti come:

Forma di Governo regionale;

• Principi fondamentali di organizzazione e di funzionamento;

• Diritto di iniziati va legislativa e di referendum;

• Etc…

N.B dopo la riforma costituzionale si è dato molto spazio di scelta alle Regioni (es. adesso gli unici limiti alla riforma

statutaria sono quelli derivanti dal “puntuale rispetto di ogni disposizione della Costituzione”). La legge dello Stato

non può incidere sulla materia riservata agli statuti, essi quindi sono un limite sia per le leggi ordinarie dello Stato

che non possono invadere la competenza riservata alla costituzione, sia per le leggi regionali rispetto a cui sono in

una posizione gerarchicamente superiore.

Gli statuti devono contenere, come indicato dall’art.123 Costituzione:

Forma di governo che la regione decide di preferire;

• Principi fondamentali (solo generali perché poi con uno o più regolamenti sarà disciplinato il dettaglio) di

• organizzazione e funzionamento;

Referendum regionali;

• Pubblicazione di leggi e regolamenti.

Gli organi in ambito regionale sono:

Presidente della Giunta regionale (presidente della Regione), è l’organo di vertice che rappresenta la Regione;

• Giunta, organo esecutivo formato da i diversi assessori regionali e diretto dal Presidente;

• N.B l’organo esecutivo esiste anche negli enti locali (la Giunta Comunale), oggi invece le Province sono in una

situazione di sospensione in salvaguardia per via della Legge Delrio quindi, ad eccezione di alcune province che

vedranno la fine del loro mandato nel 2016, le province non hanno organo esecutivo.

Consiglio, organo legislativo monocamerale che esercita funzioni legislative ha potestà statutaria.

Secondo le leggi costituzionali dal 1995 e del 1999 il Presidente della Regione è diretta e funziona mediante un sistema

maggioritario mentre il Consiglio regionale viene eletto secondo un sistema proporzionale con premio di maggioranza.

L’art. 122 Costituzione prevede che il sistema elettorale regionale deve essere disciplinato con una legge regionale nei

limiti e principi fondamentali previsti con legge statale.

LEGGI REGIONALI

È una legge ordinaria formale, la cui “forma” è data dal procedimento che rispecchia quello di formazione delle leggi

statali. È collocata tra le fonti primarie perché:

La competenza della legge regionale è garantita dalla Costituzione;

• È posta dalla Costituzione su un piano di concorrenza e di separazione di competenza con la legge statale;

• Parificata alla legge statale per quanto riguarda il controllo di legittimità, riservato alla Corte costituzionale.

N.B alle leggi regionali sono equiparate le leggi provinciali emanate dalle Province di Trento e Bolzano per via della

particolare autonomia a loro riconosciuta.

Il procedimento di formazione della legge regionale è disciplinato solo in minima parte dalla Costituzione, in parte dalla

Statuto e per il resto dal regolamento interno del Consiglio Regionale.

Le fasi principali dell’iter di formazione di una legge elettorale sono:

1) Iniziativa oltre alla Giunta e ai consiglieri, spetta anche ai soggetti individuati dagli Statuti (di solito si estende

à

al corpo elettorale e agli enti locali);

2) Approvazione in Consiglio Regionale è previsto generalmente il ruolo delle Commissioni consiliari in sede

à

referente, ma alcuni statuti prevedono anche quella in sede redigente. La legge è approvata, dopo le tre letture

in Assemblea, a maggioranza relativa anche se si possono prevedere maggioranze rinforzate.

3) Promulgazione da parte del Presidente della Regione e, successivamente, pubblicazione sul Bollettino Ufficiale

à

Regionale (B.U.R.).

N.B allo Stato è concesso di impugnare le leggi regionale solo dopo la loro pubblicazione (entro 60 giorni) quando esse

sono già entrate in vigore.

La riforma del Titolo V ha completamente cambiato l’autonomia legislativa delle Regioni. Tra le cose più rilevanti c’è

stato il rovescio delle competenze legislative (art.117).

Uno degli elementi che distinguono uno stato federale da uno regionale è che, nello stato federale, sono gli stati sovrani

che cedono parte dei loro poteri originali ad un’unità centrale, al contrario in uno stato regionale è lo stato centrale che

devolve parte dei suoi poteri originali ad entità periferiche.

Nella costituzione federale sono i poteri dell’entità centrale ad essere elencati perché, tutti gli altri, sono in mano al

detentore originale (stato membro), al contrario nella costituzione regionale sono i poteri devoluti agli stati regionali

che vengono elencati perché gli altri rimangono allo stato centrale.

Con la riforma del Titolo V il nuovo art. 117 prevede:

Un elenco di materie sottoposte alla potestà legislativa esclusiva dello Stato;

• Un elenco di materie su cui le Regioni hanno potestà legislativa concorrente (ossia lo Stato determina i principi

• fondamentali della materia mentre il resto è in mano alle Regioni);

Una clausola residuale per cui tutte in le materie non comprese nei due elenchi precedenti spetta alle Regioni la

• potestà legislativa (potestà legislativa residuale delle Regioni).

Vi sono ancora alcune questioni ancora non chiaramente definite dalla giurisprudenza riguardanti le Regioni:

1) Obblighi internazionali

Adesso si ritiene che non è la sola legge regionale a dover essere confrontata con gli obblighi internazionali contratti

dallo Stato ma anche la stessa legge statale è da considerarsi illegittima se in contrasto con i trattati internazionali.

Inoltre viene consentito alle Regioni di stipulare accordi con Stati e intese con enti territoriali interni ad un altro Stato

rinviando alla legge statale la definizione dei casi e delle forme in cui ciò è possibile.

2) Interferenze statali nelle materie regionali

Alla Corte Costituzionale sono stati concessi poteri al fine di risolvere, di volta in volta, le controversie al fine di decidere

quale sia l’interesse prevalente e quindi quale sia l’ente competente oppure se l’intreccio renda o meno indispensabile

la collaborazione tra i due enti.

3) Sussidiarietà

Essa è introdotta quale criterio di distribuzione delle funzioni amministrative dall’art.118. Spesso però questo principio

ha attratto verso lo Stato un numero sempre maggiore di competenze (es. funzioni di programmazione e

coordinamento) tanto che, in alcuni casi, la Corte Costituzionale si è dovuta esprimere affinché si rispettasse il principio

di leale collaborazione tra Stato e Regioni al fine di coinvolgere queste ultime nel processo decisionale.

4) Successione delle leggi nel tempo

Rimane il dubbio sul fatto che lo Stato possa o meno obbligare la Regione ad applicare una legge statale pur se questa

si trovi in contrasto con una legge regionale.

5) Potestà legislativa delle Regioni speciali

Le competenze delle Regioni a statuto speciale rimangono regolate dalla logica precedente alla riforma del Titolo V del

2001. Tra questi si trovano:

a) Potestà esclusiva: la più ampia e caratteristica in quanto, le Regioni ordinarie ne sono sprovviste;

b) Potestà concorrente

c) Potestà integrativa: consente alle Regioni a statuto speciale di emanare norme, in alcune specifiche materie,

per adeguare la legislazione dello Stato alle particolari esigenze regionali;

REGOLAMENTI REGIONALI

Le recenti riforme costituzionali hanno inciso profondamento sulla funzione regolamentare delle Regioni, sia per la

competenza degli organi sia per l’estensione del potere.

Inizialmente (prima della riforma del 1999) la Costituzione dettava una norma secondo la quale il potere regolamentare

era attribuito ai Consigli Regionali (organo legislativo) e non alla Giunta regionale (organo esecutivo). Per le Regioni

speciali invece era lo Statuto a disciplinare l’argomento (in genere il potere regolamentare era dato alla Giunta).

Con la riforma del Titolo V si è introdotto la principio del parallelismo tra funzioni legislative e funzioni regolamentare,

limitando la potestà del Governo di emanare regolamenti alle sole materie sulle quali lo Stato ha potestà legislativa

esclusiva e riservando alle Regioni il potere regolamentare in tutte le altre materie.

DIRITTI E LIBERTÀ

Una delle componenti essenziali, presenti in tutte le costituzioni moderne è la disciplina dei diritti e delle libertà, che

costituisce un elemento fondamentale per la definizione della stessa forma di Stato, in quanto influenza i rapporti tra lo

Stato e la società civile.

Situazioni giuridiche soggettive: posizioni giuridiche attive (o di vantaggio) quali le libertà e i diritti, e posizioni giuridiche

passive (o di svantaggio) quali i doveri e gli obblighi, che la Costituzione disciplina.

Le situazioni giuridiche soggettive si distinguono tradizionalmente in:

Libertà, termine che sottolinea l’aspetto negativo, di non costrizione, tipico delle rivendicazioni del costituzionalismo

• liberale, volte a escludere lo Stato dalle scelte individuali (c.d. libertà negative);

Diritti, termine che privilegia l’aspetto positivo, di pretesa, con riferimento alle rivendicazioni sociali più recenti, che

• ispirano il principio stesso di eguaglianza sostanziale e si esprimono nella richiesta di servizi sociali.

Si tratta di una distinzione che ha un rilievo prettamente ideologico, piuttosto che un significato tecnico: per il diritto

costituzionale l’aspetto positivo e quello negativo sono sempre strettamente legati (es. nel diritto alla salute è compresa sia

la pretesa di ricevere dal potere pubblico prestazioni sanitarie adeguate, sia la libertà in merito alla scelta dei trattamenti

sanitari). Tutti i diritti e le libertà necessitano dell’intervento dell’autorità pubblica: anche la tutela della libertà personale,

ossia la libertà da coercizioni fisiche, è possibile solo in presenza di un apparato di pubblica sicurezza a protezione di essa.

Le Costituzioni rigide, oltre ad avere ampliato il catalogo delle libertà e dei diritti, pongono anche nuovi strumenti per

garantirli.

1) Riserva di legge: alla legge è riservata la disciplina dei casi e dei modi con cui le libertà possono essere limitate. Può

essere assoluta, relativa, rinforzata per contenuto a seconda dell’intensità di tutela;

2) Riserva di giurisdizione: ogni provvedimento restrittivo delle libertà individuali deve essere autorizzato da parte del

giudice con sentenza motivata, o in caso d’urgenza prontamente convalidato;

3) Tutela giurisdizionale: tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi (art. 24 Cost.). Il

diritto alla difesa, come i principi costituzionali sulla giurisdizione (naturalità e precostituzione del giudice, imparzialità

e indipendenza dei giudici, principio del contraddittorio, il doppio grado di giurisdizione, la presunzione di innocenza,

il principio della parità delle armi tra le parti) garantiscono l'efficacia della tutela giurisdizionale;

4) Responsabilità del funzionario: responsabilità diretta dei funzionari e dei dipendenti pubblici per gli atti compiuti in

violazione dei diritti;

5) Sindacato di legittimità costituzionale: la Corte costituzionale controlla che la legislazione ordinaria non travalichi e

comprima le garanzie costituzionali in tema di diritti. Inoltre, la concreta individuazione delle garanzie costituzionali

dipendono dalle interpretazioni fornite dalla giurisprudenza della Corte.

BILANCIAMENTO DEI DIRITTI E “NUOVI DIRITTI”

La Corte costituzionale ha affermato che le nozioni costituzionali non devono essere intese nel senso in cui venivano

impiegate dai giuristi o dalla legislazione precedente, bensì si evolvono di pari passo con la coscienza sociale, la legislazione

ordinaria, la giurisprudenza di merito, la tecnologia e le convenzioni internazionali (c.d. interpretazione evolutiva). Quando

il costituente o il legislatore approvano un testo normativo e questo viene promulgato, esso si estranea da chi l’ha posto in

essere e vive di vita propria.

Bilanciamento dei diritti: tecnica impiegata dalle Corti costituzionali per risolvere questioni di costituzionalità in cui si

registri un contrasto tra diritti e interessi diversi. Le motivazioni con cui la Corte giustifica la sentenza seguono un certo

procedimento logico:

1) Individuazione della ratio legis e valutazione la legittimità del fine della legge impugnata;

2) Valutazione della congruità del mezzo rispetto al fine, ossia la capacità della disposizione impugnata di servire alla

tutela dell’interesse che il legislatore ha inteso proteggere. In caso di mancanza di congruità, vi sarebbe difetto di

ragionevolezza, e quindi una ingiustificata compressione dell’interesse antagonista;

3) In base al principio di proporzionalità valutazione del costo della tutela accordata ad un interesse, verificando se vi

sia uno strumento che comporti un minor sacrifico degli interessi coinvolti e se il limite imposto all’interesse

concorrente consenta comunque un sufficiente esercizio di tale diritto (c.d. operatività minima).

La tecnica del bilanciamento degli interessi consente alla Corte anche di prendere in considerazione interessi che non

hanno uno specifico riconoscimento in Costituzione (c.d. nuovi diritti): es. diritto fondamentale all’abitazione, diritto

all’identità sessuale. Parte della dottrina ritiene che tali diritti abbiano un fondamento nell’art. 2 Cost., “la Repubblica

riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo”, che costituirebbe un catalogo aperto dei diritti, che consente di

importare nel novero dei diritti tutelati, tutti quegli interessi che l’evoluzione della coscienza sociale porta ad

accreditare. Ciò nonostante, la Corte costituzionale stessa, ha più volte affermato che i “diritti inviolabili” siano gli

stessi di cui gli articoli successivi trattano.

PRINCIPIO DI EGUAGLIANZA (ART.3)

Principio di eguaglianza formale: si devono trattare in modo eguale situazioni eguali e in modo diverso situazioni

• diverse (“tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge”). Si tratta di una formula astratta

che si rivolge al legislatore, impedendogli di creare privilegi o discriminazioni ingiustificate. Tale necessità si impose in

epoca moderna, per superare il particolarismo giuridico di derivazione feudale (differenziazioni in base agli status sociali

e dei privilegi corporativi).

Principio di eguaglianza sostanziale: mira a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che “limitano di di fatto

• la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di

tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Il legislatore nello Stato sociale ha il compito

di eliminare gli handicap sociali, spesso derogando al principio di eguaglianza formale tipico dello Stato liberale;

Divieti di discriminazione (c.d. nucleo forte dell’eguaglianza) per sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche,

• condizioni personali e sociali. Esistono delle eccezioni, che consistono nella disciplina di favore per una certa categoria

di soggetti, al fine di impedire che si creino discriminazioni di fatto, motivo di un handicap sociale: es. legislazione a

favore dell’occupazione femminile.

Per trovare un equilibrio tra tutela dell’eguaglianza formale e dell’eguaglianza sostanziale, la Corte adopera il giudizio di

ragionevolezza. Prima di tutto la Corte pone a confronto due norme: la norma impugnata e la norma assunta a confronto

(c.d. tertium comparationis). La Corte deve comprendere quale è il fine della norma presa a paragone, qual è l’interesse che

essa intende proteggere e valutare se sia giustificabile la diversa disciplina normativa data alla norma impugnata rispetto a

quella prevista dal tertium comparationis. Es. legge consente alla madre lavoratrice di assentarsi dal lavoro per malattia del

figlio, è legittimo che dalla sua applicazione sia escluso il padre? Le due norme a confronto sono la norma impugnata (norma

implicita che esclude il padre dal beneficio) e la norma che consente alla madre di assentarsi dal lavoro (tertium

comparationis). Ratio della disciplina è la tutela dell’interesse del minore: da questo punto di vista nessuna distinzione può

essere fatta tra il padre e la madre, e pertanto le due fattispecie debbono essere trattate nel medesimo modo.

Il principio di eguaglianza opera come regola di coerenza dell’intero ordinamento: il legislatore è libero di scegliere le finalità,

il programma, il principio da sviluppare con le sue disposizioni, ma deve svilupparlo con coerenza, senza escludere dalla

fattispecie situazioni in essa ragionevolmente sussumibili e senza includervi situazioni ragionevolmente distinguibili.

I DIRITTI NELLA SFERA INDIVIDUALE

La libertà personale

Nella sua accezione più ristretta e storica coincide con la libertà dagli arresti (c.d. habeas corpus). Nucleo fondamentale è

dunque la libertà fisica, ossia la disponibilità della propria persona, inizialmente affermata contro i poteri repressivi dello

Stato, che negli ordinamenti moderni ha assunto il monopolio dell’uso legittimo della forza.

Nella prassi giurisprudenziale la nozione di libertà personale si è ampliata fino ad includere altre forme di limitazione fisica

degli individui (detenzione, ispezione, perquisizione personale), escluse quelle di entità tale da non ledere la dignità

personale (prelievi di sangue, immobilizzazione della persona per assumere impronte digitali o rilievi fotografici ai fini di

pubblica sicurezza).

Nella tutela della libertà personale, è incluso il divieto di violenza morale, che consiste in qualsiasi coercizione che offenda

la dignità della persona e ne comporti la degradazione giuridica.

Art. 13 Cost. prevede come mezzi di tutela la riserva assoluta di legge e la riserva di giurisdizione, per limitare ogni

discrezionalità dell’autorità pubblica.

Art. 111 Cost. stabilisce che contro tutti i provvedimenti giurisdizionali che incidono sulla libertà personale sia sempre

ammesso ricorso davanti alla Cassazione. In casi eccezionali di necessità ed urgenza, indicati tassativamente dalla legge, la

pubblica sicurezza può adottare provvedimenti provvisori che devono essere comunicati all'autorità giudiziaria entro 48 ore

e da questa convalidati nelle 48 ore successive, altrimenti vengono revocati.

Sempre in base al principio di libertà personale, la riserva di legge opera per l’individuazione del tipo di restrizione cui può

essere sottoposta la libertà personale: le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità (la pena

di morte è vietata), devono tendere alla rieducazione del condannato (art. 27) ed essere proporzionate rispetto alla gravità

del reato commesso.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia aziendale e management
SSD:
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher NiccoloMP di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto pubblico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bocconi - Unibocconi o del prof Ferrari Giuseppe Franco.

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