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Appunti di diritto pubblico basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Simoncini dell’università degli Studi di Firenze -Unifi, facoltà di economia, Corso di laurea in economia aziendale. Scarica il file in formato PDF! voto preso: 28

Esame di Diritto pubblico docente Prof. A. Simoncini

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che sono norme giuridiche più specifiche e per questo sono soggette ad applicazione categorica, e

principi, che sono norme più generiche, che quindi sono aperte a diverse modalità applicative. Se due

regole sono in contraddizione tra di loro, per definire quale delle norme debba essere applicata, si

utilizzano i criteri prima analizzati. Nel caso di due o più principi tra di loro in conflitto, la situazione è

diversa. In questo caso infatti, si cercherà di bilanciare i due principi in contraddizione, cercando di

applicare entrambi nella misura maggiore possibile. Una seconda considerazione importante è che i

principi generano le regole, proprio per la loro naturale generale, dalla quale si possono estrapolare

diverse nozioni specifiche (regole appunto). Dunque, possiamo dire che i principi rappresentano i valori

di riferimento del sistema normativo; essi dunque, sono in grado, da un lato, di orientare l'attività di

interpretazione delle regole, dall'altro di generare le regole concrete. Infine, è utile fare un'ultima

distinzione all'interno delle norme, le quali possono essere: speciali o generali. In caso di contrasto tra

una norma speciale ed una generale, l'interprete deve preferire la prima, anche se anteriore. Possiamo

concludere dicendo che l'ordinamento giuridico è composto da norme e non da disposizioni; dunque il

sistema giuridico non è composto da leggi, testi, codici o Costituzioni, bensì dai significati di tali

documenti, in quanto solo questi sono in grado di orientare il comportamento delle persone.

CAPITOLO V - Le singole fonti del diritto

La Costituzione italiana è stata approvata dall'Assemblea costituente il 2 Giugno 1946, data in cui si è

svolto il referendum costituzionale per la scelta tra repubblica e monarchia. Essa è la risultante di un

patto tra le forze antifasciste protagoniste della Resistenza, riconducibili a tre tradizioni culturali: quella

cattolica, quella marxista e quella liberal-democratica. La Costituzione italiana è una Costituzione

rigida, che si pone al vertice del sistema delle fonti. La sua rigidità si può dedurre da varie disposizioni:

 innanzitutto, per la seconda parte dell'art. 1 comma 2, va detto che la sovranità appartiene al

popolo, ma deve essere esercitata nelle forme e nei limiti della Costituzione;

 poi, per l'art.117 comma 1, la legge statale e regionale deve rispettare la Costituzione;

 infine, per la XVIII disposizione comma 4, la Costituzione deve essere fedelmente osservata

come Legge fondamentale della Repubblica, da tutti i cittadini e dagli organi dello Stato.

La Costituzione prevede poi, all'art. 138, un procedura speciale attraverso la quale viene prodotta una

fonte che prende il nome di legge costituzionale, la quale può servire a:

a. modificare il testo della Costituzione;

b. soddisfare le riserve di legge costituzionale (ovvero disciplinare quelle materie che la Costituzione

stessa affida esclusivamente a tali fonti);

c. irrigidire la disciplina di certe materie, che quindi viene sottratta alla disponibilità del legislatore

ordinario.

Il procedimento per le leggi costituzionali prevede una doppia deliberazione da parte di ciascuna

Camera e, inoltre, tra le due deliberazioni deve intercorrere un intervallo di tempo (non meno di tre

mesi). Nella seconda deliberazione poi, è necessaria la maggioranza dei due terzi dei componenti di

ciascuna Camera (le leggi si possono comunque approvare nel caso in cui i due terzi non siano

raggiunti, ma vi è comunque la maggioranza assoluta, in questo caso però le leggi possono essere

sottoposte a referendum popolare). Come visto dunque, la Costituzione non è immodificabile, ma va

anche detto che lo sono invece alcuni suoi principi, senza i quali (o modificando i quali) si darebbe

origine ad un nuovo ordinamento costituzionale.

Il sistema delle fonti italiano non è chiuso rispetto all'esterno, anzi, esso si apre alle fonti provenienti da

altri ordinamenti, essendo così coerentemente integrato con il concetto di Stato contemporaneo. In

particolar modo, l'art. 10 Cost. si riferisce alle norme di diritto internazionale generalmente riconosciute,

stabilendo che l'ordinamento italiano si conforma ad esse. Scopo di tale norma è l'esigenza che lo Stato

italiano non si estranei rispetto a tali tendenze, ma, viceversa, vi si adegui. Anche l'art. 11 Cost. svolge

un importante ruolo in tale ambito: esso afferma infatti che l'Italia consente alle limitazioni di sovranità

necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le Nazioni, dunque, promuove e

favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo. Sulla base di tale principio, l'Italia è

entrata a far parte di numerose organizzazioni internazionali, come: ONU, NATO e il Consiglio

d'Europa. Infine, l'art. 117 Cost. comma 1, stabilisce i principi costituzionali relativi al rapporto tra le

fonti interne e le fonti internazionali ed europee. Una volta che un trattato internazionale è stato

negoziato e concluso, esso deve essere ratificato, ovvero approvato dall'organo competente, che, in

Italia, è il Presidente della Repubblica. Ci sono tre tipologie di trattati per cui è necessaria una previa

autorizzazione del Parlamento, con apposita legge di autorizzazione alla ratifica. Essi sono: trattati di

natura politica; trattati che prevedono arbitrati o regolamenti giudiziari; trattati che importano variazioni

del territorio od oneri alle finanze o modificazioni di leggi.

I trattati internazionali sono vincolati per le fonti primarie successive; in caso di antinomia tra le due

fonti, si procede con il criterio della gerarchia, di conseguenza la norma primaria è invalida e deve

essere annullata.

Le fonti del diritto europeo si dividono in:

 fonti di diritto originario, sono i trattati istitutivi delle Comunità europee e quelli che li hanno

modificati. Essi possono essere considerati le basi costituzionali dell'UE: ne disciplinano i principi

ispiratori, le fonti, gli organi e sono gerarchicamente sovraordinati rispetto al diritto derivato;

 fonti di diritto derivato, sono adottate dagli organi dell'UE e si dividono in: a) regolamenti,

costituiscono le fonti più rilevanti nell'ordinamento dell'UE, sono dotati dei caratteri della

generalità e dell'astrattezza. Una volta approvati essi entrano in vigore automaticamente e

impongono a tutti obblighi di comportamento; b) direttive, queste non hanno diretta applicabilità,

dunque non producono automaticamente effetti giuridici nei confronti dei soggetti all'interno degli

Stati membri. Esse hanno come destinatari gli Stati, ai quali impongono un obbligo di risultato ed

un termine entro il quale adempiere. Talvolta le direttive possono contenere il carattere dell'effetto

diretto, questo purché siano incondizionate e sufficientemente precise (queste sono le cosiddette

direttive self-executing); c) decisioni, queste, come i regolamenti, sono obbligatorie in tutti i loro

elementi e non richiedono alcun atto interno di recepimento da parte degli Stati; sono però

sprovviste dei caratteri di generalità e astrattezza, rivolgendosi esclusivamente a destinatari

specifici; d) raccomandazioni e pareri, sono le uniche fonti di diritto derivato a non essere

vincolanti. Attraverso le prime gli organi dell'UE invitano gli Stati a conformarsi ad un

determinato comportamento; mentre con i pareri, essi fanno conoscere il loro punto di vista su una

determinata materia.

La legge n. 234/2012 prevede che l'intervento statale si realizzi attraverso due distinti provvedimenti

legislativi:

 legge di delegazione europea, la quale ha cadenza annuale e contiene: le deleghe al governo per

approvare decreti legislativi; autorizzazioni al governo per il recepimento delle direttive attraverso

regolamenti; i principi fondamentali a cui si debbono attenere le regioni nell'esercizio delle loro

competenze legislative nelle materie previste dall'art. 117 comma 3 Cost. Questo è dunque il

mezzo con cui il Parlamento interviene in tutti quei casi in cui l'adempimento degli obblighi

europei, richieda un ulteriore intervento normativo da parte di un altro soggetto;

 legge europea, tramite questa il Parlamento realizza direttamente gli interventi normativi

necessari all'adempimento degli obblighi europei.

Nel caso in cui si verifichino antinomie tra una legge italiana e una fonte europea, si deve vedere se

quest'ultima sia o no self-executing. Nel caso in cui si verifichi un'antinomia tra fonte interna e fonte

europea self-executing, si deve procedere con la disapplicazione del diritto interno, incompatibile con

quello europeo, e procedere con la diretta applicazione di quest'ultimo. Va precisato che le fonti interne

non compatibili non vengono annullate, ma non sono semplicemente applicate da tutti gli operatori del

diritto. Questa subordinazione dello Stato italiano al diritto europeo non è però assoluta. Infatti la Corte

precisa che tale subordinazione sia inammissibile qualora il diritto europeo violi i principi fondamentali

dell'ordinamento costituzionale e i diritti inviolabili della persona umana. Diverso è il caso di antinomia

tra fonte interna e fonte europea non direttamente applicabile. In questo caso, le direttive si configurano

come norme interposte tra il diritto nazionale e gli art. 11 e 117 Cost., dunque le fonti primarie interne

con esse incompatibili devono essere dichiarate incostituzionali. La Corte di giustizia è l'istituzione

competente a risolvere le questioni di interpretazione del diritto europeo; essa svolge anche un'altra

azione, cioè quella del rinvio pregiudiziale, tramite la quale, se i giudici dovessero avere un dubbio

sull'interpretazione di una norma europea durante un processo, essi possono sospendere il giudizio e

sollevare una questione pregiudiziale innanzi alla Corte di giustizia.

Passando ora alle fonti nazionali, è opportuno analizzare il cambiamento subito da parte della legge, nel

passaggio da Stato liberale a Stato contemporaneo. In questa transizione, infatti, la legge passa da un

atto normativo generale ed astratto, ad un strumento privilegiato per la realizzazione dell'indirizzo

politico governativo, da un lato, e ad un mezzo per eliminare quegli ostacoli che impediscono il pieno

sviluppo della persona e la sua partecipazione alla vita dello Stato. Alla legge spetta comunque un posto

di rilievo nell'ampio panorama delle fonti primarie statali.

Con il termine legge, o più precisamente legge formale ordinaria, si intende l'atto normativo,

deliberato dalle due Camere del Parlamento in un identico testo, promulgato dal Presidente della

Repubblica e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, che trova le sue norme sulla produzione negli artt. 70 e

seguenti della Costituzione. L'art. 70 attribuisce il potere legislativo esclusivamente alle Camere, di

conseguenza esso impedisce di istituire altri tipi di fonti aventi forza di legge. Da ciò si fanno derivare

due principi per comprendere la natura della legge come fonte primaria:

 principio del numero "chiuso" delle fonti primarie, esse sono cioè, solo quelle stabilite dalla

Costituzione; da ciò deriva il fatto che per creare nuove fonti che abbiano forza attiva e/o passiva

primaria è necessaria una fonte costituzionale;

 gli unici limiti che valgono per il legislatore sono quelli stabiliti direttamente dalla Costituzione

o da fonti pari ordinate, oppure da queste richiamate.

La Costituzione non si pronuncia sul contenuto della legge, ma si limita a riservare ad essa la disciplina

di alcune materie attraverso l'istituto denominato, riserva di legge, che si ha quando una norma della

Costituzione riserva alla legge la disciplina di una determinata materia, escludendo che essa possa

essere oggetto di altre fonti normative. Esistono tre tipi diversi di riserva di legge:

 riserva rinforzata, in questo caso i vincoli sono ancora più stringenti, infatti in essi il legislatore

deve limitare la sua discrezionalità in attuazione di istituti e limiti specifici già fissati dalle

disposizioni costituzionali. Tali riserve si possono a loro volta dividere in due sottotipi: il primo è

quello in cui la discrezionalità è limitata sotto il profilo del procedimento; il secondo riguarda i

casi in cui la discrezionalità riguarda il contenuto della legge;

 riserva relativa, si ha quando la legge deve intervenire solo a definire gli aspetti generali e

qualificanti della disciplina;

 riserva assoluta, qui l'intera materia deve essere disciplinata da fonti primarie.

Va in oltre detto che nel nostro sistema costituzionale, non vi è un obbligo per cui la legge deve essere

generale ed astratta. Tuttavia, il legislatore deve rispettare il canone della ragionevolezza: le scelte

legislative devono essere coerenti, in modo tale da non porsi in contrasto con il principio di uguaglianza,

sia formale che sostanziale. Il tema dell'oggetto della legge non è frequentemente affrontato dalla

Costituzione per imporre un certo procedimento di approvazione o per escluderla dalla possibilità di

essere sottoposta a referendum abrogativo. Sono poi sempre più numerosi, i casi di leggi a cadenza

annuale, come:

 legge di bilancio, è l'unica legge di questo tipo ad esser prevista dalla Costituzione. Impone alle

camere di approvare ogni anno i bilanci e il rendiconto consuntivo presentati dal Governo

 legge di stabilità, ha lo scopo di attuare il programma di politica economica del Governo e di

fissare il limite complessivo di entrate e spese, per l'attuazione del patto di stabilità europeo;

 legge di delegazione europea;

 legge europea;

 legge annuale di semplificazione, ha lo scopo di realizzare misure di semplificazione normativa

e amministrativa a livello nazionale;

 legge annuale per il mercato e la concorrenza, ha lo scopo di rimuovere gli ostacoli regolatori,

di carattere normativo o amministrativo, all'apertura dei mercati, di promuovere lo sviluppo della

concorrenza e di garantire la tutela dei consumatori;

 legge annuale per le micro, piccole e medie imprese, la quale è volta a definire gli interventi da

adottare nell'anno successivo per la tutela e lo sviluppo delle medesime.

Analizziamo ora il procedimento legislativo. L'art. 70 Cost. prevede che la funzione legislativa sia

esercitata collettivamente dalle due Camere. L'iter formativo di una legge può essere suddiviso in tre

fasi:

1. iniziativa, essa spetta soprattutto al Governo, a ciascun parlamentare e agli altri organi ed enti a

cui è conferita nella Costituzione, ed anche al popolo (con requisiti particolari). Nonostante il

maggior numero di leggi sia presentato dai parlamentari, l'iniziativa governativa è quella che ha

maggior probabilità di andare in porto, questo perché i disegni di legge governativi sono spesso

attuazione del programma politico della maggioranza, programma su cui si fonda il rapporto

fiduciario, e anche perché alcune tipologie di leggi possono essere presentate solo dal Governo;

2. fase costitutiva, essa attiene all'esame, alla discussione e alla votazione. Questa fase deve

svolgersi nelle commissioni permanenti che compongono ciascun ramo del Parlamento, inoltre

ogni disegno di legge è affidato alla commissione competente per materia. Si distinguono quattro

sub-procedimenti di approvazione delle leggi ordinarie: I. procedura normale, in questo caso la

commissione opera in sede referente, dunque una volta esaminato e, nel caso, modificato il

progetto, la commissione stessa presenta all'Assemblea una relazione in cui propone di accoglierlo

o respingerlo. Durante la fase di esame nelle commissioni, queste possono chiedere informazioni

al Governo e svolgere un'attività istruttoria e conoscitiva. Segue poi la fase della discussione, che

si svolge in Assemblea e comprende la discussione articolo per articolo e la discussione finale.

Segue infine l'approvazione finale del progetto di legge nel suo complesso; II. procedura

abbreviata, qui i tempi della discussione e della votazione si riducono drasticamente; III.

procedura decentrata, questa procedura si caratterizza per un diverso ruolo delle commissioni, le

quali infatti, sostituiscono l'Assemblea in tutto e per tutto, in quanto sono il luogo in cui il progetto

di legge viene esaminato, discusso e approvato. Da questo provvedimento sono esclusi i disegni di

legge in materia costituzionale ed elettorale e quelli di delegazione legislativa, di autorizzazione a

ratificare trattati internazionali, di approvazione di bilanci e consuntivi; IV. procedura redigente,

è regolata solo nei regolamenti parlamentari. Consiste nell'affidare alle commissioni la redazione

del progetto di legge, cioè la sua definitiva formulazione in articoli, riservando però l'approvazione

finale all'Assemblee;

3. fase integrativa, essa si divide in: promulgazione, disposta dal Presidente della Repubblica,

consiste in un atto di controllo da parte del Presidente stesso, che può anche rifiutarsi di

promulgare la legge, esercitando il potere di rinvio; pubblicazione nelle Gazzetta Ufficiale della

Repubblica italiana. La pubblicazione serve a rendere gli atti normativi conoscibili; le leggi

entrano in pieno vigore dopo che siano trascorsi quindici giorni dalla loro pubblicazione (durante

questo periodo gli effetti della legge sono sospesi). Il soggetto competente a inserire le leggi nella

Gazzetta Ufficiale è il ministro della giustizia.

La Costituzione attribuisce il potere legislativo anche al Governo, che può emanare due tipi di atti

aventi forza di legge: il decreto legislativo e il decreto-legge. Le Camere in questi casi non si spogliano

del potere legislativo; il Governo esercita un potere legislativo diverso, essendo esso limitato. L'istituto

della delegazione legislativa si realizza attraverso l'unione di due procedimenti diversi: il primo è un

procedimento legislativo che termina con una legge del Parlamento, la legge delega; il secondo è

l'approvazione di un atto normativo redatto sulla base delle indicazioni della legge delega e che

costituisce il decreto legislativo. La delega consiste nel trasferimento temporaneo della funzione

legislativa in capo al Governo. Essa deve determinare:

 l'oggetto, ovvero la precisa materia da disciplinare;

 i principi, dunque le norme generali di carattere sostanziale, e i criteri direttivi, ovvero norme

strumentali di carattere procedurale che guidano l'esercizio in concreto del potere delegato;

 il termine, non si può infatti effettuare una delega permanente o senza scadenza.

È richiesto inoltre, che il Governo, prima di esercitare la delega, ottenga un parere dalle competenti

commissioni parlamentari, sullo schema di decreto. Per quanto riguarda le materie delegabili, il

Governo non può essere delegato a modificare o integrare la Costituzione, come pure non può essere

abilitato ad adottare determinazioni legislative che realizzano una funzione di indirizzo o di controllo

parlamentare.

Il decreto-legge, invece, è un atto del Governo con forza di legge, adottato in casi straordinari di

necessità e urgenza. Il Governo, nello stesso giorno in cui il decreto-legge è emanato, ha l'obbligo di

trasmetterlo alle Camere chiedendone la conversione in legge, la quale deve avvenire entro sessanta

giorni dalla pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale. Se ciò non avviene, il decreto perde efficacia fin dal

momento in cui è stato adottato. Di conseguenza, dopo sessanta giorni, il decreto-legge scompare, o

perché convertito in legge, o perché non è convertito e dunque è come se non fosse mai stato emanato.

Le Camere possono però, regolare con legge i rapporti giuridici sorti sulla base dei decreti non

convertiti, dando vita alla cosiddetta legge sanatoria, la quale ha il compito di salvare gli effetti prodotti

dal decreto-legge decaduto, sollevando il Governo dalla responsabilità alle quali sarebbe tenuto. Il

Parlamento, poi, apporta normalmente numerosi emendamenti al decreto-legge in sede di conversione,

spesso travolgendo il testo dell'originario decreto. Le modifiche in vigore entreranno comunque in

vigore il giorno successivo a quello della pubblicazione di conversione.

Il referendum abrogativo è un istituto attraverso il quale il corpo elettorale è chiamato a pronunciarsi

direttamente circa l'abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge, dello

Stato. Dunque tramite questo atto si determina la perdita di efficacia, non retroattiva, delle leggi e degli

atti aventi forza di legge. Sono però escluse da questo procedimento alcune categorie di leggi: tributarie

e di bilancio, di amnistia e indulto, di autorizzazione alla ratifica dei trattati internazionali. Il

procedimento referendario si articola in sei fasi:

1. l'iniziativa spetta a cinque consigli regionali o a 500.000 elettori (in questo caso si deve formare un

comitato promotore, composto da almeno dieci cittadini). La richiesta deve essere depositata

presso un apposito ufficio della Corte di cassazione entro il 30 Dicembre di ogni anno;

2. l'Ufficio centrale per il referendum effettua un controllo sulla legittimità delle richieste; se l'ufficio

rileva irregolarità, assegna un termine ai proponenti per sanarle o per contestarne l'esistenza;

3. la Corte costituzionale giudica sull'ammissibilità delle richieste dichiarate legittime;

4. se le richieste sono ammesse, il Presidente della Repubblica indice il referendum, fissando la data

della votazione in una domenica compresa tra il 15 Aprile e il 15 Giugno;

5. sono previsti poi due quorum: uno strutturale ed un altro circa l'esito;

6. nel caso di abrogazione, essa è dichiarata dal Presidente della Repubblica con decreto;

conseguenza dell'abrogazione referendaria è che il Paramento non può approvare una disciplina

che sia sostanzialmente riproduttiva di quella abrogata se non è intervenuto alcun mutamento né

del quadro politico, né delle circostanze di fato, tale da giustificarlo.

La Corte costituzionale ha poi enucleato, oltre ai limiti espliciti dell'art. 75 Cost., dei limiti impliciti,

seguendo sostanzialmente due direttrici. La prima riguardante la collocazione del referendum nel

complesso delle fonti ed è consistita nell'assimilarlo a una legge ordinaria meramente abrogativa; la

seconda direttrice fa perno, invece, sul requisito della libertà del voto, ovvero, affinché il cittadino possa

esprimere un voto libero, il quesito che gli viene proposto deve essere omogeneo, chiaro, univoco e non

contraddittorio.

Passiamo adesso a considerare le fonti di carattere secondario. Vanno sotto questa categoria, i

regolamenti adottati dal Governo, attraverso i quali, il Governo stesso, pone regole di carattere

sostanziale, organizzativo, procedurale oppure provvede a disporre quanto necessario per dare

attuazione ed esecuzione alle leggi. Il potere regolamentare del Governo va inquadrato a partire dal

principio di gerarchia delle fonti, in base al quale è nella legge ordinaria che occorre ricercare il

fondamento dei regolamenti, cioè le loro fonti sulla produzione. È importante sottolineare la differenza

tra fonti primarie e fonti secondarie: mentre le primarie sono a numero chiuso, quelle secondarie sono a

numero aperto, sono cioè modellabili dal potere legislativo; inoltre, mentre le fonti primarie hanno uno

spazio definito, le fonti secondarie non hanno una tale garanzia, ma anzi il loro spazio è fortemente

limitato dall'esistenza delle riserve di legge previste in Costituzione. Vanno poi distinti i regolamenti

governativi, deliberati dal Consiglio dei ministri ed emanati con decreto dal Presidente della

Repubblica, dai regolamenti ministeriali e interministeriali, emanati dal singolo ministro o di

concerto con uno o più ministri. Vi è poi un'altra categoria di regolamenti, ovvero quella dei

regolamenti indipendenti, i quali sono emanati in materie non riservate alla legge e non disciplinate da

leggi o atti con forza di legge. Ai regolamenti spetta comunque il compito della delegificazione, cioè

quell'istituto mediante il quale una legge, da un lato, attribuisce al potere regolamentare del Governo il

compito di regolare una certa materia, e, dall'altro, dispone l'abrogazione di tale disciplina precedente a

decorrere dall'entrata in vigore dei regolamenti di delegificazione.

Infine, completiamo il quadro normativo con le fonti regionali e locali. Secondo la costituzione infatti,

ai comuni, alle province e alle regioni sono attribuite una serie di competenze normative. Va precisato

però che le competenze delle regioni a statuto speciale (Sardegna, Sicilia, Trentino-Alto Adige, Valle

d'Aosta e Friuli-Venezia Giulia) non sono disciplinate dalla Costituzione, ma dai rispettivi statuti,

approvati con leggi costituzionali. Contrariamente, alle quindici regioni a statuto ordinario, è la

Costituzione che attribuisce la potestà normativa, primaria e secondaria. Questi enti, per l'art. 123 Cost.,

devono dotarsi di uno statuto, ovvero di una fonte primaria del diritto, con cui la regione disciplina

rilevanti aspetti della sua organizzazione e struttura interna: forma di governo, principi fondamentali di

organizzazione e funzionamento, diritto di iniziativa e referendum su leggi e provvedimenti

amministrativi della regione e pubblicazione di leggi e regolamenti regionali. Lo statuto deve essere

approvato per due volte dal Consiglio regionale, a maggioranza assoluta dei componenti dell'organo e

con un intervallo tra la prima e la seconda approvazione di almeno due mesi. Dopo le approvazioni, la

legge viene pubblicata a fini notiziali sul Bollettino Ufficiale della regione e da quel momento

decorrono i tre mesi entro i quali può esser chiesto un referendum sullo statuto. Decorsi i tre mesi, la

legge viene promulgata, ripubblicata ed entra in vigore. Le regioni hanno poi potestà legislativa in

riferimento ad ogni materia non espressamente riservata alla legislazione dello Stato, spetta dunque a

loro, la cosiddetta competenza legislativa residuale, nella quale, l'unico vincolo per le regioni, è

rappresentato dalla Costituzione. Questa competenza si differenzia dalle altre due, che sono: la

competenza legislativa esclusiva statale, la quale rappresenta quell'insieme di materie in cui il

soggetto legittimato a porre le fonti legislative è lo Stato (dunque il Parlamento e il Governo); la

competenza legislativa corrente, che, invece, si riferisce a quell'insieme di materie in cui i soggetti

legittimati a porre le fonti legislative sono due: lo Stato, al quale spetta la determinazione dei principi

fondamentali di ciascuna materia; e le regioni, alle quali spetta la potestà legislativa di dettaglio.

CAPITOLO VI - Diritti e doveri

La garanzia dei diritti acquista una posizione centrale soprattutto a partire dal Secondo Dopoguerra,

dopo l’avvento dei totalitarismi. Le Costituzioni del XX secolo, si allontanano profondamente da quelle

ottocentesche liberali, in quanto tentano di trovare una soluzione attraverso la superiorità del patto

costituzionale e la sottrazione delle regole e dei principi in esso contenuti alla disponibilità delle

maggioranze. Nascono così le Costituzioni rigide, che tutelano le libertà positive (ovvero quelle che

richiedono un intervento attivo dei poteri pubblici per la loro garanzia) e le libertà negative

ottocentesche. È per questo che le Costituzioni del secondo dopoguerra sono Costituzioni lunghe,

ovvero sono corredate da un catalogo completo in ogni ambito, compresi i diritti fondamentali

(categoria specifica dei diritti costituzionali). Nei decenni più recenti, si è poi accentuato sempre di più

il processo di internazionalizzazione della garanzia dei diritti.

La Costituzione Italiana rappresenta un modello per le nuove Costituzioni approvate dopo la II Guerra

Mondiale. Per quanto riguarda la composizione della Costituzione, essa è così suddivisa: i primi 12

articoli riguardano i Principi fondamentali; segue poi la parte prima, composta da 42 articoli,

intitolata Diritti e doveri dei cittadini, che è suddivisa in quattro titoli dedicati ai: rapporti civili,

rapporti etico-sociali, rapporti economici ed ai rapporti politici; vi è infine la parte seconda, contente

l'Ordinamento della Repubblica.

Prendiamo ora in analisi, l'art. 2 Cost., nel quale, la Repubblica, "riconosce e garantisce i diritti

inviolabili dell'uomo". L’ordinamento, dunque, pone al centro la protezione dei diritti fondamentali della

persona (si parla perciò di “principio personalista”): la persona non è soltanto l’individuo come singolo,

bensì è anche l'individuo inteso nella sua proiezione sociale, in cui sviluppa e fiorisce la sua identità,

individualità. Nello stabilire che la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili, si ammette che

i diritti preesistono allo Stato, di conseguenza, il proprietario del diritto è originalmente la persona e non

l’ordinamento giuridico. I diritti, poi, sono inviolabili, dunque essi non solo non possono mai essere

ingiustificatamente compressi dall'autorità pubblica al di fuori delle previsioni della legge, ma neanche

eliminati; ciò non significa però che la legge non possa introdurre limiti ai diritti, né modificare la

disciplina già posta, bensì che la legge non potrà in nessun caso eliminare un diritto costituzionale,

ovvero svuotarlo sostanzialmente di contenuto. Sono riconosciuti dalla Costituzione come diritti

inviolabili: la libertà personale, la libertà di domicilio, la libertà e segretezza della corrispondenza e il

diritto di difesa, ma questo attributo va riconosciuto anche ad altri diritti, come il diritto alla salute, alla

vita, al pensiero, ad associarsi, riunirsi, al matrimonio, ecc. Infine, i doveri sono visti come

controprestazione dei diritti, nel senso che , dal momento che ciascuno di noi usufruisce della protezione

di un certo numero di diritti , “paga” questa protezione che riceve obbedendo ad una serie di doveri

inderogabili, legati ad un valore, la solidarietà, che è ritenuto anch'esso una dotazione originaria

dell'uomo e della sua propensione alla socialità.

Prendiamo ora in esame, l'art. 3 Cost., il cui oggetto principale è il principio di uguaglianza. Oggi,

l’uguaglianza è uno dei punti cardine della Costituzione, è frutto dell’incontro in Assemblea costituente

del pensiero liberale, cattolico e social-comunista. In questo articolo, si possono distinguere due

interpretazioni dell'uguaglianza: l’uguaglianza in senso formale, per la quale tutti i cittadini hanno pari

dignità sociale e sono eguali davanti alla legge; l’uguaglianza in senso sostanziale, nella quale la

Repubblica si impegna ad abbattere e rimuovere gli ostacoli socio-economici, che limitano

l’uguaglianza e la libertà dei cittadini e impediscono il pieno sviluppo della persona umana. Essere

uguali nel diritto non significa essere identici nella realtà dei fatti. L’uguaglianza giuridica presuppone

infatti la diversità. È necessario trattare in maniera eguale situazioni uguali ed in maniera

ragionevolmente differenziata situazioni diverse. Si ha lesione del principio di uguaglianza, dunque, se

situazioni eguali sono trattate in modo diverso o se situazioni diverse sono irragionevolmente trattate

allo stesso modo. Il giudizio di uguaglianza tende spesso a configurarsi come un giudizio di

ragionevolezza, termine col quale si indica l’adeguatezza delle decisioni del legislatore alla realtà

concreta, alla loro proporzionalità ed equità. Va inoltre rilevato che, al giudizio di uguaglianza, si è

andato poco a poco preferendo un altro tipo di giudizio: il giudizio di non discriminazione, il quale

altro non è che la versione “internazionale” del nostro principio di uguaglianza, in quanto afferma lo

stesso valore di equità, vietando le differenziazioni irragionevoli.

Vediamo ora più da vicino, le due tipologie di uguaglianza, postulate nell'art. 3 Cost.:

 uguaglianza formale, si intende l'uguaglianza di fronte alla legge, sulla quale si fonda lo stesso

Stato di diritto, concetto questo strettamente connesso con il principio di legalità, che determina

un vincolo dei poteri pubblici rispetto al diritto e il divieto che essi si comportino in modo

difforme da quanto previsto dalla legge. In concreto, l'uguaglianza formale si traduce nel divieto

per il legislatore, di adottare trattamenti irragionevolmente differenziati tra i cittadini o nella

tendenziale generalità ed astrattezza delle norme. Dunque, questo principio non postula l'esistenza

di un obbligo assoluto di trattamento uniforme, ma anzi esso deve essere inteso come divieto di

introdurre discriminazioni irragionevoli. È utile in questo contesto, operare un elenco dei divieti di

discriminazione, che sono basati su: il sesso, è un divieto ritenuto "meno forte" in quanto esistono

differenze fisico-biologiche e, inoltre, norme costituzionali che postulano una differenza in

relazione al sesso; la razza, divieto che raramente ha trovato riscontro in sede applicativa, in

quanto è una tipologia di discriminazione che spiega un divieto usato nel passato; la lingua,

insieme all'articolo che tutela le minoranze linguistiche, prevede il diritto di poter usare la lingua

materna e a ricevere risposta in tale lingua nei rapporti con le autorità pubbliche; la religione, in

questo caso è utile fare un'integrazione con le normative che prevedono di regolare i rapporti tra

Chiesa cattolica e altre religioni, in questa direzione si è vista una evoluzione di tale concezione,

arrivando a riconoscere il principio di laicità; le opinioni politiche, per comprendere la portata di

tale divieto basta far riferimento a quelle norme da cui si trae la tutela dell'esistenza di movimenti

politici o partiti; le condizioni personali e sociali, questa clausola completa l'elenco delle

distinzioni vietate, tra le quali il divieto di leggi ad personam.

 uguaglianza sostanziale, tramite questa recente concezione, il compito della Repubblica non è

più solo quello di riconoscere che tutti sono uguali davanti alla legge, ma di aiutare coloro che si

trovano in condizioni svantaggiate a poter raggiungere la piena promozione della loro personalità,

al pari di chi si trova in condizioni migliori. Di conseguenza, l'uguaglianza sostanziale, giustifica il

riconoscimento dei diritti sociali, quali il diritto al lavoro, alla salute, all'istruzione, ecc.

Prendiamo ora in considerazione la parte prima della Costituzione, la quale si compone, come già detto,

di quattro titoli, i quali prescrivono il riconoscimento e la garanzia dei diritti secondo una logica che

presuppone una classificazione dei diritti. La distinzione di questi titoli, si basa sulla tipologia dei

rapporti che vengono presi in considerazione per identificare la tutela:

 titolo I, rapporti civili, gli artt. 13-16 disciplinano i diritti a matrice individuale costituiti sui

principi di: libertà personale, libertà di domicilio, libertà di comunicazione, libertà di circolazione.

È contenuta poi, un'altra categoria di diritti, ovvero quella dei diritti che attengono alla sfera

pubblica della vita, che sono: il diritto di riunirsi, di associarsi e la libertà di manifestazione del

pensiero;

 titolo II, rapporti etico sociali, gli artt. 29-34 disciplinano questa tipologia di diritti,

comprendendo: il diritto alla famiglia, alla salute, alla sfera della cultura e dell'istruzione. Questi

diritti, come quelli civili, sono inviolabili, ma si differenziano per le caratteristiche della tutela e

per il diretto riferimento alla sfera dell'uguaglianza sostanziale;

 titolo III, rapporti economici, [cap. VII];

 titolo IV, rapporti politici, questa parte, oltre a regolare diritti come quello di voto, di essere

eletti e così via, prevede anche i doveri costituzionali (che sono: dovere di contribuire al progresso

materiale e spirituale della società; dovere di concorrere alle spese pubbliche; dovere di difesa

della Patria; dovere di fedeltà alla Repubblica e rispetto delle leggi).

Nel tempo, la Costituzione è stata sottoposta ad un'interpretazione evolutiva, attraverso la quale sono

stati attratti nella sfera dei diritti costituzionali nuovi diritti, legati tanto alla sfera individuale quanto

alla sfera sociale (sono un esempio il diritto alla privacy, all'abitazione, e i diritti interessanti l'ambiente).

In conclusione, si possono considerare come forme principali di garanzia costituzionale, la riserva di

legge e la riserva di giurisdizione, dove con quest’ultima, ogni atto che incide sulla libertà, non solo

deve ritrovare nella legge la sua astratta previsione, ma deve anche essere autorizzato da un giudice.

Vediamo ora più da vicino, i singoli diritti costituzionali, che sono:

 libertà personale (art. 13), la sua disciplina è posta in apertura della parte prima della

Costituzione. Essa tutela la libertà fisica e psichica della persona. Il fulcro centrale di questo

articolo, è costituito dalle due garanzie della riserva di legge e di giurisdizione, per le quali, non

sono ammesse restrizioni della libertà personale, quali detenzione, ispezione e perquisizione

personale o qualsiasi altra forma che lederebbe la dignità e l'integrità della persona, sono previste

però, delle deroghe a queste garanzie, le quali prevedono i casi di arresto obbligatorio o

facoltativo in flagranza e il fermo di indiziati di reato. Infine, il sistema di tutela si completa con la

previsione di due ulteriori principi: quello che impone al legislatore di punire ogni violenza fisica e

morale sulle persone e quello che impone alla legge di stabilire i limiti massimi della carcerazione

preventiva.

 libertà di domicilio (art. 14), riguarda la protezione dello spazio primario di vita. Per domicilio

si intende il luogo in cui la persona, fisica o giuridica, abbia legittimamente la disponibilità per

attività connesse alla vita privata. Quanto al meccanismo di tutela scelto, sono previste due

garanzie: la prima prevede il regime ordinario di tutela, per il quale non si possono eseguire

ispezioni o perquisizioni o sequestri nel domicilio; la seconda, invece, definisce il regime speciale,

per il quale sono ammessi accertamenti ed ispezioni per motivi di sanità e incolumità pubblica.

Dunque, si può vedere come gli interessi pubblici prevalgano su quelli privati, anche se sono

previsti interventi di natura conoscitiva, come accertamenti ed ispezioni, e no interventi di natura

coercitiva, come perquisizioni e sequestri.

 libertà e segretezza della corrispondenza (art. 15), si riferisce alla garanzia dei modi con i

quali si entra in contatto con altri soggetti specificatamente individuati. Essa deve essere intesa sia

come diritto di ciascuno di comunicare con altri soggetti sia come diritto di ricevere tali

comunicazioni. Vengono perciò assicurate, con questo diritto, la segretezza, la confidenzialità e la

riservatezza. Per quanto riguarda gli strumenti di garanzia, sono previsti una riserva di legge

rinforzata e una riserva di giurisdizione, per le quali la legge deve prevedere le garanzie mediante

le quali l'autorità giudiziaria può agire a limitazione di questa libertà.

 libertà di circolazione e soggiorno (art. 16), essa si riferisce alla protezione contro quei

provvedimenti obbligatori che pongono dei limiti alla libertà di circolare e soggiornare sul

territorio della Repubblica o condizionano a determinati obblighi il diritto di lasciarlo o tornarvi. È

inoltre impossibile determinare una restrizione per ragioni politiche, mentre è concessa la libertà

d'espatrio, che è garantita senza alcun limite specifico salvo l'adempimento degli obblighi di legge.

 libertà di riunione (art. 17), entriamo ora, nella parte dei diritti civili, attenenti alla sfera

pubblica della vita. La libertà in questione, è garantita con limiti molto ampi, prevedendo solo il

requisito che le riunioni si debbano svolgere in modo pacifico e senz'armi. Sono dunque libere e

consentite le riunioni in luoghi privati, in luoghi aperti al pubblico, in luoghi pubblici, per i quali

però, occorre dare preavviso, il quale si configura come un mero obbligo di notificare determinate

informazioni alla pubblica autorità, per consentire una valutazione preventiva degli eventuali rischi

che possono derivare alla collettività dalla manifestazione.

 libertà di associazione (art. 18), grazie a tale disciplina, i cittadini hanno il diritto di associarsi

liberamente, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale. Sono

vietate, invece, le associazioni segrete e quelle che perseguono scopi politici mediante

organizzazioni di carattere militare. Infine, possiamo dire che il diritto di associazione trova

disciplina in altre due disposizioni specifiche che prevedono la libertà di associazione sindacale e

la libertà di formazione dei partiti.

 libertà di manifestazione del pensiero (art. 21), oggetto di tale diritto sono le manifestazioni

del proprio pensiero verso un pubblico ampio di persone o tutte le ipotesi di manifestazione del

pensiero orali, scritte e espresse attraverso ogni possibile altro mezzo di comunicazione a una

platea di destinatari indeterminata. La Costituzione si preoccupa di individuare tre principi

fondamentali che formano l'architettura della libertà di stampa: 1. divieto di sottoporre la stampa

ad autorizzazioni o censure; 2. l'obbligo di sottoporre la stampa a sequestro soltanto per atto

motivato dell'autorità giudiziaria nel caso di delitti; 3. la possibilità che il legislatore imponga che

siano resi noti i mezzi di finanziamento della stampa periodica. Unico limite esplicito per tutte le

forme di manifestazione del pensiero è il buon costume, dunque è doveroso osservare una giusta

condotta, in osservanza del pudore e della pubblica decenza. Vi sono poi dei limiti impliciti, tra i

quali compaiono il diritto all'onore e alla reputazione, il diritto alla riservatezza, alla sicurezza

dello Stato. Infine, il tema della libertà di manifestazione del pensiero comprende la tutela della

libertà di informare e di essere informati. Dunque, si è venuto a creare un ulteriore diritto, che è il

diritto all'informazione.

 diritti sociali, sono quelli che nascono dai bisogni della persona e che trovano soddisfazione in

quegli ambiti di vita sociale o comunitaria necessari al libero sviluppo della persona umana, fino a

richiedere l'azione della Repubblica laddove sia necessario rimuovere gli ostacoli che impediscono

tale piena e libera soddisfazione. I principali diritti sociali sono: il diritto alla salute, il diritto

all'istruzione e alla scuola. Per quanto riguarda il diritto alla salute (art. 32), esso comprende sia

il singolo individuo che la collettività. Deriva infatti proprio da quest'ultima la concezione di

diritto alla salubrità dell'ambiente, il quale implica la promozione, la tutela e la conservazione di

condizioni ambientali idonee a tutelare la salute delle persone. Per quanto riguarda il diritto

all'istruzione e alla scuola (artt. 33-34), esso è collegato in particolar modo ai diritti relativi alla

famiglia e alla filiazione. Inoltre, si parla soprattutto di libertà dell'arte e della scienza e del loro

insegnamento, il quale non deve essere soggetto ad una dottrina statale. La cultura, dunque, deve

essere libera.

 diritti politici, rappresentano quei diritti mediante i quali i cittadini contribuiscono alla

formazione della volontà dello Stato. I principali diritti politici sono: il diritto di voto e il diritto di

associazione partitica. Il diritto di voto (art. 48) è definito dalla Costituzione come un dovere

civico, non essendo, il suo adempimento un obbligo giuridico, ma piuttosto un sentimento di

appartenenza e partecipazione alla vita pubblica della comunità nel momento di maggior

espressione della sovranità popolare. Il voto, per essere definito tale, deve essere: personale,

ovvero non può essere esercitato né per delega né per procura; uguale; libero, nel senso che non

può esser sottoposto a nessun tipo di violenza; segreto, requisito strumentale a renderlo libero.

Infine possiamo dire che il diritto di voto spetta ai cittadini italiani che abbiano raggiunto la

maggiore età. Il diritto di associazione partitica (art. 18), invece, tratta dei partiti politici,

ovvero associazioni alle quali l'art. 49 Cost. riserva una tutela ulteriore rispetto a quella prevista

all'art. 18 Cost. per via dell'importanza della loro funzione nel consentire ai consociati di

partecipare alla gestione della "cosa pubblica". La loro funzione è quella di determinare la vita

politica attraverso una libera concorrenza, fondata su di un metodo democratico. Quanto alla

disciplina costituzionale dei partiti, il primo dato che emerge è il diritto di non iscriversi ad alcun

partito; viceversa, non tutti coloro che vorrebbero iscriversi possono farlo, essendo previste delle

limitazioni a tale diritto per alcune categorie di consociati (magistrati, militari di carriera in

servizio attivo, agenti di polizia, ecc.). Il secondo dato è il pluralismo di partiti, attraverso il quale

si impedisce la minaccia di dar vita a uno Stato monopartitico.

Nella Costituzione, esistono poi i doveri costituzionali dei cittadini, i quali sono per lo più norme di

principio che si riferiscono a comportamenti dovuti indipendentemente dall'esistenza di un

corrispondente diritto altrui, in funzione della tutela di un interesse pubblico. Essi sono:

 il dovere di contribuire al progresso materiale e spirituale della società (art. 4), attraverso lo

svolgimento di un'attività, in relazione alle proprie possibilità e alle proprie scelte;

 l'art. 23 fissa il principio per il quale nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere

imposta se non in base alla legge;

 il dovere di difesa della Patria (art. 52), è una specificazione immediata del precedente

articolo;

 il dovere di concorrere alle spese pubbliche (art. 53), in ragione della propria capacità

contributiva. Anche questo è "figlio" dell'art. 23;

 il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi (art. 54).

Analizziamo ora, più da vicino, l'interpretazione che la costituzione dà al termine cittadinanza. Essa,

innanzitutto, in una concezione più antica, indica la partecipazione attiva ad una comunità politica. In

una seconda accezione, invece, più propriamente giuridica, la cittadinanza sta ad indicare un legame di

appartenenza allo Stato, dal quale deriva la titolarità dei diritti e di doveri. Di conseguenza, lo Stato

individua i cittadini come i soggetti del proprio ordinamento e li distingue dagli stranieri, ai quali è

attribuita una posizione diversa. Di conseguenza si crea una barriera tra cittadini e non cittadini, in

quanto solo i primi contribuiscono alle decisioni politiche. La barriera è costituita dalla legge sulla

cittadinanza, la quale determina chi sta da una parte e chi sta dall'altra e come si passa da una parte

all'altra. La seguente legge, tende a far coincidere il popolo con la nazione, termine col quale si fa

riferimento però, a discipline non giuridiche, come la teoria politica o la storia delle dottrine politiche.

Secondo tali discipline, per nazione si intende un'entità pregiuridica, costituita da una comunità umana

caratterizzata da legami capaci di produrre unità. Si può però anche in questo caso, come in quello della

cittadinanza, distinguere due distinti definizioni della nazione, che sono: la nazione etnos, che fa

riferimento a elementi di tipo materiale, come la lingua, la religione, la cultura , la storia o la razza, e

che quindi esistono a prescindere da ogni aspetto volontaristico. Nella Costituzione, vi sono almeno due

articoli che fanno riferimento alla nazione in senso etnico. Secondo l'art. 51 la legge può parificare ai

cittadini gli italiani non appartenenti alla Repubblica, nel caso di ammissione a pubblici uffici e cariche

elettive. L'altro è l'art. 6 Cost., il quale fa riferimento alle minoranze linguistiche, evidenziando dunque

il fatto che la Costituzione consideri gli elementi materiali di differenziazione nazionale. L'altra

definizione di nazione è la nazione demos, la quale fa riferimento all'elemento volontaristico. È dunque

costituita da quei soggetti che manifestano la volontà di vivere insieme, di condividere una serie di

principi e di valori comuni, in altre parole di dar vita ad una unità nazionale.

Le due concezioni di nazioni influenzano inoltre i criteri di acquisto della cittadinanza. Possiamo

distinguere infatti, due principali criteri:

 ius soli (diritto della terra), secondo questo criterio, sono considerati cittadini solo quelli che

nascono sul territorio dello Stato. Di conseguenza, tale criterio, consente agli immigrati di seconda

generazione di diventare cittadini. Dunque, gli ordinamenti che accettano tale criterio, sono più

aperti dal punto di vista etnico e coincidono con gli Stati che hanno sperimentato una forte

immigrazione;

 ius sanguinis (diritto del sangue), in questo caso, la cittadinanza si acquisisce per nascita da

genitori cittadini, dunque c'è la volontà di far coincidere il popolo con la nazione etnos. Di

conseguenza, i paesi (come l'Italia) che ammettono tale criterio, sono sistemi chiusi, nei quali la

cittadinanza si trasmette come un'eredità.

In Italia, la Costituzione non disciplina come si acquista, o si perde, la cittadinanza, ma ci informa

dicendo che tale argomento è materia di studio riservata alla legge statale e sottratta a quella regionale e

che non si può perdere per motivi politici (art. 22). La cittadinanza italiana si acquisisce secondo due

principali modalità:

 per fatto naturale, ovvero per nascita da genitori italiani (anche se basta che solo uno lo sia),

che dunque attribuisce automaticamente la cittadinanza. Di conseguenza, la regola portante di tutto

il nostro sistema di acquisto della cittadinanza è lo ius sanguinis. Son previste però, alcune limitate

ipotesi di acquisto della cittadinanza per nascita sul territorio, indipendentemente dalla

cittadinanza dei genitori, relativamente a chi: a. è figlio di ignoti; b. è figlio di apolidi; c. è figlio di

genitori cittadini di uno Stato che segue esclusivamente lo ius soli.

 per fatto volontario, ovvero a seguito di richiesta. In questa categoria rientrano molteplici

ipotesi, tra le quali: a. il coniuge di un cittadino/a italiano/a, che dopo il matrimonio risieda

legalmente da almeno due anni nel territorio della Repubblica, oppure dopo tre anni dalla data del

matrimonio se residente all'estero; b. lo straniero nato in Italia, che vi abbia risieduto legalmente

senza interruzioni fino al raggiungimento della maggiore età; c. lo straniero che risiede legalmente

da almeno dieci anni nel territorio della Repubblica.

L'acquisto della cittadinanza italiana, comunque, non implica l'eliminazione della cittadinanza del paese

natale, è cioè permesso il mantenimento della doppia cittadinanza. Le cause, invece, previste per la

perdita della cittadinanza sono poche e di difficile realizzazione. La cittadinanza italiana si perde se

durante la guerra con uno Stato estero, il cittadino italiano presta servizio militare per lo Stato estero,

oppure se mantiene l'impiego pubblico che prestava nei confronti di quello Stato. Infine, la cittadinanza

italiana può essere riacquisita molto facilmente, infatti basta risiedere per un anno sul territorio della

Repubblica.

Negli anni più recenti, la nozione di cittadinanza è stato oggetto di alcune tendenze evolutive nel diritto

positivo italiano. C'è stata un'evoluzione di tipo interpretativo che ha riguardato l'estensione di

molteplici disposizioni costituzionali che usano la parola cittadini ai non cittadini. La Corte ha perciò

accolto il punto di vista che il principio di uguaglianza debba ritenersi esteso agli stranieri allorchè si

stratti della tutela dei diritti inviolabili dell'uomo. La Corte ha comunque ritenuto legittimo introdurre

norme applicabili soltanto nei confronti di chi sia in possesso del requisito di cittadinanza, purchè tali da

non compromettere l'esercizio dei diritti inviolabili. Quel che rimane fermo è l'interpretazione

sull'elettorato, attivo e passivo: opinione prevalente resta quella di ritenere che i diritti politici sono

riservati solo ai cittadini. Un secondo profilo evolutivo è costituito dall'introduzione della nozione di

cittadinanza europea, la quale si aggiunge alla cittadinanza nazionale (non la sostituisce). Infine, un

terzo profilo evolutivo ha trovato riconoscimento nella Costituzione nella definizione della categoria dei

cittadini italiani residenti all'estero. Questi soggetti, essendo cittadini italiani, continuano a possedere il

diritto di voto, che si esprime, in questo caso, nell'elezione di 12 deputati e 6 senatori per le due Camere

(circoscrizione estero).

CAPITOLO VII – La Costituzione economica

La Costituzione economica è l'insieme delle norme costituzionali che riguardano le posizioni o le

relazioni degli individui e della Repubblica, intesi come soggetti economici. Il suo ambito non si riduce

esclusivamente alle regole costituzionali sull'economia privata, ma essa comprende anche il rapporto tra

l'individuo, la collettività e lo Stato; per tale ragione la considerazione va estesa alle previsioni che si

riferiscono al fisco e alla moneta, nonché alle disposizioni costituzionali in materia di finanza

pubblica.

Gli articoli con cui si apre il titolo III sui rapporti economici sono dedicati alla condizione dei lavoratori

e alle connesse garanzie tipiche di una forma di Stato sociale. Quest'ordine prova che al centro

dell'attenzione c'è, ancora una volta, la persona umana, in questo caso individuata nella figura del

lavoratore. Il lavoro, dunque, è, come dice l'art. 1 Cost., il fondamento principale della Repubblica ed è

inteso come attività o funzione che concorre al progresso materiale e spirituale della società. Non ci si

limita dunque a considerare unicamente il lavoro dipendente, ma ci si riferisce al lavoro in quanto

mezzo espressivo della persona umana e dunque fattore costitutivo della società e del suo benessere nel

suo complesso (proprio per questo motivo è riconosciuto anche il volontariato, il quale è un'attività

gratuita). Il lavoro non è però solo un diritto, ma bensì anche un dovere di solidarietà sociale ed

economica. L'art. 35 stabilisce che la Repubblica cura la formazione e l'elevazione professionale dei

lavoratori, secondo un disegno in cui mondo dell'istruzione e mondo del lavoro s'incrociano in interventi

per la diffusione delle conoscenze teoriche e pratiche indispensabili allo svolgimento del lavoro. Inoltre,

lo stesso articolo, stabilisce la promozione degli accordi e delle organizzazioni internazionali per

l'affermazione dei diritti del lavoro (la più importante organizzazione è l'Organizzazione internazionale

del lavoro, ILO, incaricata di promuovere la giustizia sociale e i diritti attinenti al lavoro). Infine, l'art.

35 tutela anche la libertà di emigrazione, prevista come diritto sociale in quanto avviene per ragioni

lavorative, e le situazioni di assenza di lavoro. L'art. 36, invece, costituisce il fondamento

costituzionale della legislazione sulle retribuzioni, sugli orari giornalieri (sottoposti a riserva di legge),

sui riposi e le ferie (diritti irrinunciabili), rappresentando così la norma basilare dello statuto giuridico

del lavoratore. Secondo la Costituzione, al lavoratore deve essere garantita una retribuzione

proporzionata al lavoro svolto, dunque essa, da un lato deve rispettare il criterio minimo della

sufficienza, dall'altro il criterio ragionevole di proporzione tra remunerazione e lavoro svolto.

Continuando, l'art. 37 ha per destinatari le donne e i minori, categorie ritenute vulnerabili. Obiettivo

dell'articolo, in pratica, è quello di garantire l'uguaglianza sostanziale, ovvero dare pari opportunità alla

donna lavoratrice, la quale ha gli stessi diritti e retribuzioni, a parità di lavoro dell'uomo. Da tutto ciò, è

seguita l'emancipazione legislativa e culturale del lavoro femminile. Infine, obiettivo dell'articolo è

quello di garantire alla donna lavoratrice l'adempimento della sua funzione familiare, dunque deve

essere garantita alla madre e ai figli una speciale ed adeguata protezione. L'art. 38, invece, introduce

l'essenza della sicurezza sociale, ovvero di quei diritti sociali di previdenza e assistenza che hanno

come destinatari i cittadini e i lavoratori in un'ottica solidaristica. Per questo motivo, l'articolo ha per

destinatari in primo luogo i lavoratori, richiedendo che vengano assicurati mezzi adeguati alle loro

esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità, vecchiaia, disoccupazione involontaria. Per

questi motivi, per tutelare i lavoratori, sono previsti "strumenti" quali: la previdenza, che attribuisce

alle persone il diritto ad un'adeguata pensione conseguente al lavoro prestato durante gli anni di attività

lavorativa; l'assistenza, invece, aiuta i soggetti in stato di bisogno, ma non solo da un punto di vista

economico, ma anche da un punto di vista educativo. Le principali misure previdenziali sono: le

pensioni sociali, le pensioni e gli assegni di invalidità, la cassa integrazione, gli assegni di

accompagnamento.

Gli art. 39, 40 e 46 Cost. riconoscono ai lavoratori il diritto a partecipare alla politica economica o alle

scelte aziendali. In particolare, l'art. 39 riconosce ai lavoratori il diritto di organizzazione sindacale, il

quale prevede un'organizzazione sindacale libera e l'unico obbligo imponibile ai sindacati è quello della

registrazione previa verifica del carattere democratico dell'ordinamento interno. Tuttavia la

registrazione, che conferirebbe potere erga omnes tra i lavoratori e i datori di lavoro, non è stata mai

effettuata, in quanto i sindacati vogliono restare semplici associazioni libere. La libertà sindacale è

vista come libertà della persona, il cui esercizio è finalizzato a correggere le asimmetrie tra forze

economiche. L'inattuazione della registrazione dei sindacati ha comportato numerosi problemi

relativamente all'efficacia dei contratti collettivi, che sono accordi di natura privata, ma ed effetti

generali, grazie alla rappresentatività dei soggetti stipulanti delle categorie di lavoratori e datori di

lavoro. Questi contratti, stabiliscono una regolamentazione minima del rapporto di lavoro che i contratti

aziendali e individuali dovranno rispettare. Il ruolo dei sindacati è stato comunque rilevante in politica

economica, grazie ai meccanismi di concertazione con le istituzioni pubbliche e con le controparti

sociali. La concertazione si concretizza nella negoziazione sui contesti macroeconomici, piuttosto che

sulle clausole contrattuali. Di conseguenza, i sindacati diventano anche attori politici, finendo per

decidere sulla legislazione statale. L'art. 40, invece, riconosce il diritto di sciopero, ovvero il diritto

all'astensione collettiva dal lavoro finalizzata al conseguimento di un comune interesse dei lavoratori. Al

contrario, non è riconosciuto il diritto di "serrata" per i datori di lavoro, in quanto vi è un'asimmetria dei

ruoli tra datore di lavoro e dipendenti ed un'asimmetria degli effetti tra sciopero e serrata. La Corte

costituzionale ha individuato il limite del diritto di sciopero, il quale si identifica col conseguimento di

un comune interesse dei lavoratori. Ci sono comunque dei limiti per l'esercizio del diritto di sciopero, in

particolar modo per la prestazione di servizi pubblici essenziali, che garantisco dunque una minima

efficienza a favore dei cittadini che "subiscono" lo sciopero stesso. Per l'art. 46, i lavoratori hanno

diritto di collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione dell'aziende. L'esercizio del

diritto è considerato funzionale sia all'elevazione economica sia all'elevazione sociale. Questo articolo

non ha avuto però grande attuazione, a causa di due motivi: il primo è dovuto alla scomparsa dei

consigli di gestione dopo la II guerra mondiale, ovvero sedi di collaborazione tecnica tra direzione

aziendale e lavoratori, per le finalità della produzione; il secondo motivo è invece dovuto all'affermarsi

del modello sindacale nella gestione dei rapporti fra lavoratori e datori di lavoro.

Cuore della Costituzione economica sono gli artt. 41 e 42 relativi al diritto di iniziativa economica e il

diritto di proprietà, i quali costituiscono le premesse costituzionali del diritto commerciale e di una

parte del diritto privato. Le libertà economiche sono perciò strumenti per la promozione della persona e

sono suscettibili di essere limitate laddove un esercizio privo di regolazione e controllo comprometta

tale finalità.

L'art. 41 riconosce la libertà di iniziativa economica; il termine iniziativa va interpretato in senso

ampio, come intrapresa economica, ovvero attività d'impresa, come ogni attività occasionale di chi

utilizza la ricchezza per produrne di nuova. L'attività non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale,

non deve inoltre recare danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana. Inoltre, l'articolo affida

alla legge la determinazione dei controlli e dei programmi affinchè l'attività economica pubblica o

privata sia indirizzata e coordinata a fini sociali. Di conseguenza, la preferenza del costituente è quella

di un'iniziativa volta a concorrere alla ricchezza materiale e spirituale del paese. Per questi motivi, tale

libertà del cittadino risulta essere non inviolabile. L'attività economica, sia privata che pubblica, deve

sottostare a regole comuni che limitano la direzione politica dello sviluppo economico e costituiscono il

parametro di condotta anche per l'attività economica pubblica. Nell'art. 41 è poi possibile riscontrarvi

alcuni dei principi ritenuti fondamentali nel mercato unico, che sono: il diritto di proprietà, la libertà

contrattuale e la libertà di concorrenza. L'art. 43, in questo ambito, completa l'art. 41, in quanto

consente la riserva originaria o il trasferimento allo Stato, a enti pubblici o a comunità di lavoratori o

utenti di determinate imprese o categorie di imprese. La giustificazione della nazionalizzazione deve

rispettare una duplice condizione: il perseguimento di fini di utilità generale e l'oggetto dell'attività

economica, individuato in servizi pubblici essenziali, fonti d'energia o situazioni di monopolio che

abbiano carattere di preminente interesse generale. A fianco del modello previsto nell'art. 43, l'intervento

pubblico nell'economia ha seguito anche un'altra via, ovvero quella della creazione di enti pubblici

incaricati di acquistare e gestire partecipazioni in società private.

L'art. 42 riconosce il diritto di proprietà, il cui limite costituzionale è la funzione sociale. La

proprietà, individuata come pubblica o privata, è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i

modi di acquisto e di godimento e i limiti, allo scopo di assicurare, appunto, la funzione sociale e di

renderla accessibile a tutti. Il diritto di proprietà non è un diritto assoluto né tantomeno inviolabile. La

tipologia più rilevante di limitazione è costituita dall'espropriazione, che rappresenta il prototipo dei

trasferimenti coattivi della proprietà. Ci sono tre condizioni perché la proprietà privata possa essere

espropriata: 1. la presenza di un titolo espropriativo; 2. la sussistenza di un interesse generale che deve

essere esplicitato nella legge; 3. l'obbligo di indennizzo. Il calco dell'indennizzo, che non equivale

all'integrale valore di mercato del bene, tradisce la visione del diritto di proprietà come un diritto privato

funzionale alla esistenza di interessi superiori della società. L'indennizzo, benché debba essere effettivo

e non meramente simbolico, non deve reintegrare completamente il patrimonio dell'espropriato, proprio

perché il perseguimento dell'interesse generale può richiedere l'imposizione di un sacrificio. Infine,

possiamo dire che l'art. 44 integra l'art. 42, occupandosi della proprietà privata terriera, prevedendo

quindi una riserve di legge per l'imposizione di obblighi e vincoli alla proprietà stessa, la fissazione dei

limiti sulla estensione, la promozione e l'imposizione della bonifica, etc.

Infine, l'art. 47 è dedicato ad una forma particolare di proprietà: il risparmio. L'articolo fa riferimento

alla tutela del credito e del risparmio, proclamando che la Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in

tutte le sue forme e disciplina, coordina e controlla l'esercizio del credito. L'attività di risparmio è

tutelata in modo particolare dalla Costituzione come bene in sé, in quanto risorsa indispensabile alla

ricchezza delle persone e del paese. Per questo motivo, gli istituti bancari sono sottoposti ad un

controllo particolare, attraverso la vigilanza svolta dalla Banca d'Italia. Il risparmio viene ritenuto una

modalità di garanzia degli investimenti e uno strumento di distribuzione della proprietà e della

ricchezza. Infine, anche se l'articolo non fa esplicito riferimento alla moneta, lo si desume comunque

sulla base del legame fra tutela del risparmio ed esercizio del credito.

Oltre all'economia diretta dallo Stato o quella lasciata alla libera intrapresa privata, la Costituzione

prevede anche un'altra via, basata sulla formula cooperativa e sull'artigianato. L'art. 45 riconosce la

funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata. Le

cooperative dunque, non hanno come unico scopo quello della distribuzione degli utili e dunque non

perseguono una finalità puramente speculativa; in esse, infatti, è centrale l'elemento personale a

discapito di una minore rilevanza di quello patrimoniale. Affinchè il modello cooperativo sia rispettato,

la Costituzione richiede la presenza di due elementi: il carattere di mutualità e l'assenza di fini di

speculazione privata. Quanto alla mutualità, essa significa che lo scopo della cooperativa è la fornitura

ai soci di quei beni e servizi per i quali essa è sorta; invece, l'assenza di fini di speculazione privata

non va intesa in senso stretto (ovvero che la cooperativa di per sé non può perseguire utili da distribuire

ai soci): quello che è vietato è l'intento del singolo socio di realizzare un suo utile personale rispetto agli

altri. Infine, un altro modello di iniziativa economica riconosciuto dalla Costituzione, è l'impresa

artigiana, la quale si distingue per la centralità dell'elemento personale, il quale è dato dall'apporto

lavorativo dei titolari d'impresa, che sono al tempo stesso gli artigiani che vi lavorano. L'artigianato,

comunque, resta nell'area dell'impresa privata che cerca la massimizzazione del profitto economico, ma

in vista della sua natura, viene tutelato in quanto rappresenta un modello alternativo alle grande imprese

private e limitativo dei rischi di monopoli o concentrazioni del mercato.

Gli artt. 23, 53 e 119 compongono quella che è definita Costituzione fiscale, in quanto si tratta di una

parte della Costituzione economica diretta ad incidere sul patrimonio economico dei soggetti

dell'ordinamento, spostando flussi finanziari da questi allo Stato, con la finalità di contribuire alle spese

pubbliche. Tale prelievo, diviene tanto più cospicuo e rilevante quanto più le spese pubbliche crescono.

Di conseguenza, gli articoli in esame, hanno lo scopo di garantire un sistema tributario efficiente che,

attraverso le entrate fiscali, adempia alla essenziale funzione di mantenimento dello Stato sociale e

dunque contribuisca alla rimozione degli ostacoli che impediscono il raggiungimento dell'uguaglianza

sostanziale di cui la Repubblica si fa carico. L'art. 23 prevede che lo Stato possa, attraverso la legge,

imporre al cittadino sia l'obbligo di prestazioni personali che di prestazioni patrimoniali.

Quest'ultime si giustificano nell'ottica solidaristica, per cui agli individui può essere richiesto un

sacrificio economico se motivato dall'esigenza di solidarietà nei confronti dei consociati; in un'ottica

mutualistica, invece, le prestazioni patrimoniali costituiscono un obbligo di dare in cambio

dell'erogazione pubblica di taluni beni e servizi di cui il soggetto obbligato alla prestazione può

avvantaggiarsi. L'art. 53, invece, esplicita l'obbligo di contribuzione come categoria delle prestazioni

patrimoniali. Quello di concorrere alle spese pubbliche è un dovere da esercitare secondo due parametri:

la capacità contributiva e il criterio della progressività. Il dovere di contribuzione deriva quindi

dall'interesse dello Stato ad acquisire le risorse finanziarie necessarie a erogare i servizi e a garantire lo

sviluppo della collettività. Con la capacità contributiva, si afferma che presupposto del pagamento dei

tributi deve essere l'esistenza di eventi che possono aver conferito una certa forza economica al

contribuente e che debbono rimanere per una parte nella sua disponibilità e essere destinati in una certa

quota alle casse dello Stato. La determinazione del minimo vitale (ovvero ciò che deve restare al

cittadino) è fortemente discrezionale, risultando da una valutazione media dei mezzi occorrenti peri

bisogni elementari della vita. Infine, la soglia di indisponibilità per l'erario statale viene misurata dal

legislatore col criterio della progressività, che determina il rapporto di parte a tutto tra la quota

destinata all'erario e la quota di ricchezza lasciata al contribuente. Infine, l’art. 119 riconosce una

autonoma capacità impositiva delle regioni; i tributi che le regioni possono istituire con legge sono

tributi regionali e locali. Per evitare un’eccesiva disparità di trattamento tra gli enti, l’articolo prevede

comunque l’esistenza di un fondo perequativo statale per i territori con minore capacità fiscale per

abitante e di risorse aggiuntive statali, se necessarie alla rimozione degli squilibri economici e sociali.

Vediamo adesso, alcune considerazioni finali sui principi costituzionali in materia di finanza pubblica.

Uno dei punti di maggior debolezza, in tale contesto, è stato identificato nell'assenza di un esplicito

obbligo di pareggio del bilancio, che avrebbe consentito di evitare un disavanzo sproporzionato quale

quello che oggi grava sulle casse dello Stato e sugli italiani. Infatti, l'art. 81 si limita a prevedere

l'obbligo di copertura per ogni legge che abbia introdotto nuove o maggiori spese, non producendo

alcun limite automatico di spesa. La necessità di individuare un limite invalicabile al disavanzo ed alle

manovre monetarie è tuttavia venuto dall'esterno, con i principi di rigore finanziario e la competenza in

materia monetaria dell'Unione europea. Nello stesso articolo è poi previsto il divieto all'indebitamento,

consentito unicamente con autorizzazione delle Camere a maggioranza assoluta, al solo fine di

considerare gli effetti del ciclo economico e al verificarsi di eventi eccezionali.

Il costituente ha inteso garantire l'obiettivo finale fissato nella combinazione del principio personalista

col principio di uguaglianza sostanziale. Di certo, non può nascondersi la fiducia del costituente nelle

capacità dello Stato di rimediare ai fallimenti del mercato tramite i suoi interventi in economia. Dunque,

un tale rapporto flessibile tra intervento pubblico e libera iniziativa economica, ha permesso alla nostra

Costituzione di restare coerente e immodificata. Nel tempo, però, siamo passati da un modello

interventista all'avvio di un processo di privatizzazioni e liberalizzazioni a Costituzione invariata. Fino

agli anni '90, lo Stato è intervenuto con vigore sia in via diretta, sia in via indiretta. Gli interventi

diretti erano regolati da un apposito ministero, che si occupava delle partecipazioni statali e dunque

degli indirizzi e degli orientamenti della gestione diretta di alcuni settori economici da parte dello Stato.

Questi interventi potevano avvenire tramite due modelli: o lo Stato gestiva il settore direttamente,

tramite enti che fossero organi del ministero competente, o tramite enti di gestione di cui aveva il

controllo. Tra gli interventi indiretti, invece, rientrano i finanziamenti che consistevano in contributi a

fondo perduto, premi, crediti agevolati. A partire dagli anni '90, la globalizzazione dei mercati e le

innovazioni tecnologiche hanno reso più vani i controlli statali e più superabili gli ostacoli dettati dai

monopoli naturali. In questo periodo però, la lira è instabile, occorre dunque garantire equilibrio

attraverso il risanamento del bilancio. Il tutto però si complica in quanto il disavanzo pubblico continua

a crescere, fino a che non sfocia nella crisi valutaria del 1992. per fronteggiare tale crisi, si procedette a

consistenti tagli alle spese. Fu dunque questa l'occasione nella quale ripensare al ruolo dello Stato in

economia, avviando così il processo di smantellamento della presenza pubblica nella produzione e nello

scambio di beni e servizi. L'intervento della comunità europea è essenziale per il cambiamento della

Costituzione economica italiana, la quale vira verso una forma di neoliberalismo in cui il principio di

libertà di concorrenza e la creazione di un mercato unico aperto hanno inciso fortemente sul governo

dell'economia. La Comunità economica europea fissa quindi l'obiettivo della promozione di uno

sviluppo armonioso delle attività economiche nell'insieme della Comunità; per raggiungere tale

obiettivo, sono necessarie le quattro libertà di circolazione: delle persone, dei servizi, delle merci e

dei capitali. Di conseguenza, la libertà di concorrenza diventa la nuova pietra miliare della

Costituzione economica, creando un sistema economico assai regolato. L'adesione all'ordinamento

comunitario ha indotto un cambiamento nel governo italiano dell'economia in due direzioni principali:

da un lato, il divieto di aiuti di Stato e l'obbligo di apertura dei mercati hanno provocato la questione

della compatibilità dei monopoli pubblici e degli interventi diretti dello Stato; d'altra parte, i principi di

rigore finanziario hanno imposto un risanamento dei conti pubblici ed un controllo dell'equilibrio

finanziario che hanno obbligato gli Stati con un disavanzo eccessivo, a cercare di fare cassa anche

attraverso la cessione delle proprie partecipazioni azionarie. Inoltre, l'inglobamento della politica

monetaria tra le competenze europee ha chiuso la possibilità per gli Stati di utilizzare la leva

inflazionistica per abbassare nominalmente i debiti. Possiamo dunque concludere dicendo che la

privatizzazione degli enti pubblici economici e la liberalizzazione dei mercati hanno rappresentato una

necessità per il risanamento pubblico ma anche un obbligo nei confronti del sistema comunitario.

CAPITOLO VIII - Le forme di governo

La forma di governo indica le modalità con le quali la funzione di indirizzo politico è ripartita tra gli

organi costituzionali e le relazioni che intercorrono tra questi. Per funzione di indirizzo politico si

intende la determinazione delle finalità da perseguire da parte dei poteri pubblici in un preciso momento

storico; essa trova il suo quadro di riferimento ed i suoi limiti nella Costituzione, la quale individua

direttamente i fini dello stato. Quando tutti i poteri sono concentrati in un unico soggetto, la forma di

governo coincide con la forma di Stato.

Esistono diverse forme di governo, che hanno seguito diversi periodi storici, che sono:

 forma di governo costituzionale pura, essa è la prima reale forma di governo, storicamente

parlando, essendosi sviluppata alla fine del XVII secolo, in Inghilterra. Vi è una netta separazione

dei poteri: al re e al suo Governo spetta il potere esecutivo, al Parlamento quello legislativo, alla

magistratura quello giudiziario. Per quanto riguarda il potere legislativo, esso sì spettava al

Parlamento, ma il sovrano aveva un diritto di veto sulle leggi tramite l'apposizione della sanzione

regia (dunque le leggi non erano valide senza la firma del re).

 forma di governo parlamentare, questa forma di governo deriva da quella costituzionale pura.

In questo caso, esiste un rapporto di fiducia tra il Parlamento ed il Governo; di conseguenza, c'è

uno "spostamento" da parte del Governo, dalla sfera del re a quella del Parlamento. Anche in

questo casi i primi passi per questa forma di governo, furono mossi dall'ordinamento britannico,

sotto re Giorgio I. Inizialmente, dunque, si creò una forma di governo parlamentare dualista, nella

quale il Governo aveva una doppia fiducia, essendo legato sia al re che al Parlamento. Fu in un

secondo momento, che si passò ad una forma di governo parlamentare monista, dove cioè il re

perde la possibilità di incidere sulla composizione del Governo, che è determinata unicamente dal

Parlamento, ormai divenuto l'unico titolare della funzione di indirizzo politico. Con l'avvenire del

XX secolo, i Parlamenti si trasformarono in teatri del conflitto sociale, divenendo così sempre più

difficile assicurare la stabilità governativa. Per questo motivo, si iniziò a sviluppare il tentativo di

rendere più funzionale la forma di governo parlamentare, attraverso la sua razionalizzazione,

ovvero un processo che prevedeva la scrittura nella Costituzione delle regole sul rapporto di

fiducia. Obbiettivo primario quindi, era quello di assicurare la governabilità, cioè la stabilità e

l'efficienza del Governo. Per questo motivo, fu valorizzata in particolar modo la figura del primo

ministro (o cancelliere), il quale è l'unico destinatario della fiducia ed è l'unico che propone la

nomina e la revoca dei ministri al capo dello Stato. Per tali ragioni, questa forma di governo è

anche definita premierato (o cancellierato). In conclusione, per assicurare la stabilità

dell'Esecutivo, è prevista la mozione di sfiducia costruttiva, secondo la quale il Parlamento può

votare la sfiducia al primo ministro, solo se ne elegge contestualmente un altro.

 forma di governo presidenziale, questa fu introdotta negli Stati Uniti d'America alla fine del

XVIII secolo. Si basa anch'essa, come la costituzionale pura, su di una rigida separazione dei beni.

In questo caso, il Presidente della Repubblica, non è solo capo dello Stato, ma anche capo del

Governo. Di conseguenza, l'Esecutivo è monocratico, anche se il Presidente si avvale dei segretari

di Stato. Essendo il Presidente, eletto direttamente dal popolo (così come il Parlamento e i

Magistrati), risulta superfluo l'istituto della fiducia tra Governo e Parlamento. È però doveroso dire

che la separazione tra esecutivo e legislativo non è assoluta; infatti, i rapporti tra gli organi sono

strutturati in modo da creare un sistema di pesi e contrappesi che eviti i comportamenti arbitrari.

Inoltre, tutte le nomine che il Presidente può compiere sono soggette a ratifica da parte del Senato,

che può in tal modo incidere profondamente su tali scelte.

 forma di governo direttoriale, essa prende il nome da Direttorio, ovvero l'organo di governo

che venne ideato nell'ultima fase della Rivoluzione francese. La caratteristica principale, è

l'assenza di figure monocratiche di rilievo costituzionale (come Presidente della Repubblica o il

primo ministro) e la divisione del potere politico, tra un Parlamento eletto e un Governo che svolge

sia le funzioni di Esecutivo, che di capo dello Stato ed è composto da ministri individuati dal

Parlamento. Oggi, uno dei pochi stati che presenta questa forma di governo, è la Svizzera, la quale

affianca al Parlamento, un direttorio composto da sette membri, che vengono eletti dal Parlamento

stesso, ma non sono da questo revocabili.

 forma di governo semipresidenziale, essa è la risultante di un tentativo di fusione tra più forme

di governo; in particolar modo si è voluto evitare, da una parte, lo strapotere del Parlamento tipico

degli ordinamenti con una forma di governo parlamentare, mentre dall'altra parte, di scongiurare le

derive presidenzialistiche che hanno caratterizzato il funzionamento della forma di governo

presidenziale. Di conseguenza, si è innestato nella forma parlamentare, un tipico elemento di

quella presidenziale, ovvero l'elezione diretta dell'esecutivo. Dunque, in questa particolare forma

di governo, convivono un Presidente della Repubblica dotato di legittimazione popolare diretta ed

un Governo collegiale condizionato all'esistenza di un rapporto di fiducia col Parlamento, anche

questo eletto direttamente dal popolo.

 forma di governo neoparlamentare, anche questa rappresenta un tentativo di creare una forma

di governo mista. Essa si basa sulla elezione diretta del vertice dell'esecutivo, che è però vincolato

allo stesso tempo, dal rapporto di fiducia con l'assemblea legislativa. I due organi sono legati da un

principio per il quale, se uno dei due viene meno, allora anche l'altro è costretto a dimettersi e si

torna a votare per entrambi. Questa forma di governo è stata adottata in Italia, a partire dal 1993

per i comuni e le province e dal 1995 anche per le regioni

I sistemi politici sono ulteriormente influenzati dalle diverse legislazioni elettorali, le quali regolano le

modalità mediante le quali il popolo esprime la sovranità, attraverso l'elezione dei propri rappresentanti.

Parte centrale della legislazione elettorale è il sistema elettorale, ovvero il meccanismo volto a

trasformare i voti in seggi. I sistemi elettorali si dividono in:

 sistema maggioritario, un sistema lo è quando chi ottiene più voti all'interno di una

circoscrizione conquista tutti i seggi assegnati alla circoscrizione stessa. Questo sistema può

essere: a turno unico o a doppio turno, in quest'ultimo caso il candidato più votato viene eletto al

primo turno solo se conquista almeno una certa percentuale di voti, la quale, se non viene

raggiunta, è seguita da una seconda votazione, detta ballottaggio, alla quale partecipano quei

candidati che al primo turno hanno ottenuto il maggior numero di voti. Questo sistema si sposa con

un collegio uninominale, ovvero un collegio dove viene assegnato un solo posto, e dove dunque, la

competizione è tra singoli candidati.

 sistema proporzionale, esso prevede circoscrizioni più grandi, nel senso che in esse sono eletti

numerosi rappresentanti. I seggi sono dunque attribuiti alle liste in proporzione ai voti che

ottengono. Questo sistema è adatto invece ai collegi plurinominali, dove quindi la competizione è

tra diverse liste. In assenza di una maggioranza chiara risultante dalle elezioni, è necessario

formare un governo di coalizione, il quale risulta essere però molto instabile, essendo dipendente

dal potere di ricatto dei partiti minori.

 sistema misto, esso punta a minimizzare i difetti dei due sistemi precedenti, introducendo

correttivi di tipo maggioritario all'interno del sistema proporzionale. I correttivi più usati sono: la

soglia di sbarramento, con la quale non sono ammesse alla ripartizione dei seggi le forze politiche

che non ottengono almeno una certa percentuale di voti, e il premio di maggioranza, che consiste

nell'assegnazione di un numero di seggi supplementare rispetto a quello ottenuto con il sistema

proporzionale a favore della forza politica che ha ottenuto più voti.

CAPITOLO IX - Il circuito della decisione politica

Il circuito della decisione politica è quel processo attraverso il quale la funzione di indirizzo politico si

forma e si attua, attraverso la formazione del Parlamento e dell'Esecutivo e lo svolgimento dell'attività

di Governo. Fanno parte di questo circuito il Parlamento, il Governo e il Presidente della Repubblica.

Analizziamoli uno ad uno.

Il Parlamento è l'organo legislativo dello Stato italiano ed è formato da due assemblee: la Camera dei

deputati e il Senato della Repubblica. Storicamente, il momento decisivo per quest'organo è stato in

Inghilterra, dove si è assistito alla progressiva affermazione della sua autonomia dalla corona. In tale

processo, il Parlamento acquisì il potere di riunirsi periodicamente (anche autoconvocandosi) ed ampliò

la sua sfera dei poteri, potendo: concedere e revocare la fiducia al Governo; rappresentare i grandi

orientamenti dell'elettorato e della pubblica opinione; votare le leggi e decidere delle finanze statali. La

forma del Parlamento italiano è basata su di un sistema bicamerale perfetto, il quale comprende due

Camere elette a suffragio universale diretto, dotate di pari funzioni, ma con una composizione in parte

differente: sono infatti previsti 630 deputati contro i 315 senatori (a cui si aggiungono 5 senatori a vita

nominati dal Presidente della Repubblica); vi è una differenza nell'elettorato attivo e passivo (18 e 25

anni per la Camera, 25 e 40 anni per il Senato); c'è una disuguaglianza nella formazione delle

circoscrizioni elettorali (Camera eletta su base nazionale, Senato su base regionale). Le fonti del

Parlamento sono tre:

 Costituzione (artt. 55-82);

 regolamenti parlamentari (art. 64 Cost.), devono essere adottati da ciascuna Camera a

maggioranza assoluta dei componenti;

 consuetudini e prassi.

Ciascuna camera ha una durata di cinque anni, periodo che prende il nome di legislatura e che può

essere più breve nel caso in cui il Presidente della Repubblica decida di sciogliere le Camere, dopo aver

sentito i rispettivi presidenti. Si distingue in questo caso la proroga, atto tramite il quale le Camere

sciolte continuano il loro esercizio, ma ciò avviene solo in caso di guerra, dalla prorogatio, la quale

serve ad evitare discontinuità nell'esercizio dei poteri parlamentari nel periodo che intercorre tra lo

scioglimento delle Camere e le nuove elezioni. La Costituzione, poi, indica un numero minimo di

sedute ordinarie e la possibilità per ciascuna Camera di riunioni straordinarie per iniziativa del suo

presidente, del Presidente della Repubblica o di un terzo dei suoi componenti. La Costituzione prevede

inoltre il principio della pubblicità delle sedute, tuttavia ciascuna delle due Camere e il Parlamento in

seduta comune possono deliberare di adunarsi in seduta privata. In Assemblea è poi necessaria la

presenza della maggioranza dei componenti per la validità delle sedute, quorum strutturale, mentre le

decisioni sono assunte con la maggioranza dei presenti, quorum funzionale. Un altro organo del

Parlamento, distinto dalle Camere, è il Parlamento in seduta comune, il quale è un organo collegiale

composto da tutti i parlamentari (dunque deputati e senatori), per lo svolgimento di funzioni

tassativamente individuate dalla Costituzione, che riguardano per lo più l'elezione di alcune cariche

dello Stato e la funzione accusatoria. Esso è presieduto dal presidente della Camera.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia aziendale
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alessandro.dimattia di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto pubblico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Simoncini Andrea.

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