Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

cancelleria del giudice o presentando in udienza l'apposita dichiarazione con la procura al difensore (art. 84).

g) il pubblico ministero e l'imputato possono chiedere al giudice di ordinare la citazione per l'udienza

preliminare della persona fisica o giuridica obbligata civilmente per il pagamento della multa o

dell'ammenda in caso di insolvibilità del condannato. La citazione e la costituzione di tale soggetto sono

disciplinate dalle norme sulla citazione e costituzione del responsabile civile in quanto compatibili (art. 89).

5. La notizia di reato.

La notizia di reato (o come si suole dire la notitia ciminis) è l'informazione che un reato sarebbe stato

commesso da una o più persone non identificate (notizia generica) o identificate (notizia specifica).

L'acquisizione di una notizia di reato, sia pur generica, da parte del pubblico ministero o della polizia

giudiziaria è indispensabile perché tali organi possano iniziare le indagini preliminari.

Nell'ambito della notizia di reato così intesa si distinguono la notizia nominata o tipica o qualificata, cioè

disciplinata dalla legge, e la notizia innominata o atipica o non qualificata, cioè non disciplinata dalla legge.

La notizia di reato, così come le condizioni di procedibilità (querela, istanza, richiesta) che vedremo svolgere

anche la funzione di notizia di reato, costituisce un presupposto del procedimento penale, ma non fa parte di

questo, giacché il procedimento inizia con il primo atto d'indagine preliminare compiuto dal pubblico

ministero o dalla polizia giudiziaria dopo l'acquisizione della notizia. Per tale ragione:

a) la notizia di reato e le suddette condizioni di procedibilità non sottostanno al dettato dell'art. 109, per cui,

salve le disposizioni a favore delle minoranze linguistiche riconosciute, gli atti del procedimento penale

devono essere compiuti in lingua italiana. La notizia di reato e le suddette condizioni di procedibilità sono

efficaci anche se redatte in altra lingua;

b) i termini eventualmente stabiliti dalla legge per la presentazione della notizia di reato o delle condizioni di

procedibilità di cui sopra non sono termini processuali e quindi non sono suscettibili della restituzione

prevista dall'art. 175 né della sospensione feriale prevista dall'art. 1 l. 7 ottobre 1969, n. 742.

La notizia di reato non è fonte o mezzo di prova del reato. Disposto il rinvio a giudizio dell'imputato, essa

resta inclusa nel fascicolo del pubblico ministero.Viene immessa nel fascicolo per il dibattimento solo in

quanto costituisca anche una condizione di procedibilità (art. 431 lett. a), ma in tale caso prova soltanto

l'esistenza di quest'ultima, non la commissione del reato (art. 511 comma 4°).

6. La notizia nominata.

Il codice prevede due notizie nominate di reato:

a)la denuncia è la dichiarazione con cui una qualsiasi persona fisica, non esercente una professione sanitaria,

porta la commissione di un reato perseguibile d'ufficio a conoscenza del pubblico ministero o della polizia

giudiziaria.

I pubblici ufficiali e gli incaricati di pubblico servizio, diversi dagli ufficiali e agenti di polizia giudiziaria

(i quali ultimi come vedremo hanno un obbligo di denuncia più ampio) ed esclusi i «responsabili delle

comunità terapeutiche socio-riabilitative per fatti commessi da persone tossicodipendenti affidate per

l'esecuzione del programma definito da un servizio pubblico» (art. 362 comma 2° c.p.), hanno l'obbligo

penalmente sanzionato di fare denuncia dei reati non perseguibili a querela di cui abbiano avuto notizia

nell'esercizio o a causa delle loro funzioni o del loro servizio (artt. 361-363 c.p.).

I privati hanno analogo obbligo in alcuni casi tassativamente indicati dalla legge: tra l'altro quanto agli «atti

o fatti concernenti il delitto, anche tentato, di sequestro di persona a scopo di estorsione» (art. 3 d.l. 15

gennaio 1991, n. 8 convertito con 1. 15 marzo 1991, n. 82) e al furto di armi ed esplosivi (art. 20 comma 3°

1. 18 aprile 1975, n. 110). I cittadini italiani hanno l'obbligo di denunciare i delitti contro la personalità dello

Stato puniti con l'ergastolo (art. 364 c.p.). In ogni altro caso il fare denuncia è una facoltà del privato.

La denuncia indica gli elementi essenziali del fatto, il giorno in cui l'autore di essa ha avuto notizia del fatto

stesso, le fonti di prova già note nonché, se possibile, le generalità, il domicilio e quant'altro possa servire

all'identificazione del presunto responsabile, della persona offesa dal reato e delle persone informate dei fatti

(art. 332).

Il pubblico ufficiale e l'incaricato di pubblico servizio fanno la denuncia per iscritto.

Della denuncia anonima non può farsi alcun uso, salvo che essa costituisca corpo del reato o provenga

comunque dall'imputato (art. 333). Peraltro si ritiene comunemente che pubblico ministero e polizia

giudiziaria possano valersi di essa come presupposto della ricerca ufficiosa della notizia di reato loro

prescritta dall'art. 330.

Il difensore e gli altri soggetti che vedremo legittimati a svolgere l'investigazione difensiva non hanno

l'obbligo della denuncia in rapporto ai reati di cui abbiano preso conoscenza nel corso di tali indagini (art.

334-bis);

b) il referto è la dichiarazione con cui l'esercente una professione sanitaria (art. 99 r.d. 27 luglio 1934, n.

1265, t.u. delle leggi sanitarie) porta la commissione di un reato perseguibile d'ufficio, del quale abbia avuto

notizia in occasione della prestazione della sua opera, a conoscenza del pubblico ministero o della polizia

giudiziaria.

La presentazione del referto è un obbligo penalmente sanzionato per gli esercenti una professione sanitaria,

salvo il caso in cui il referto esporrebbe la persona assistita a procedimento penale (art. 365 c.p.). In tale

caso, poiché la legge vuole facilitare a colui, qui in re illicita versatur ed abbia bisogno di cure, l'accesso

all'assistenza sanitaria, gli esercenti la professione sanitaria hanno non l'obbligo, ma la facoltà di presentare

referto.

Questo indica la persona che è stata assistita e, se possibile, le sue generalità, il luogo dove essa attualmente

si trova e quant'altro valga ad identificarla, nonché il tempo, il luogo e le altre circostanze dell'intervento del

sanitario. Inoltre dà le notizie che servono a stabilire le circostanze del fatto.

Anche gli esercenti una professione sanitaria, allorché abbiano l'obbligo di referto, non possono nel

procedimento penale invocare il segreto professionale per astenersi dalla testimonianza (art. 200 comma 1°)

o opporsi all’esibizione ed al sequestro.

7. La notizia innominata.

La notizia innominata di reato è costituita dagli atti o fatti più vari, quali ad esempio la sorpresa in

flagranza, la notizia confidenziale, cioè fornita ad un ufficiale o agente di polizia giudiziaria da una persona

della quale costui si è impegnato a tenere segreta l'identità, la dichiarazione autoincriminante resa da un

testimone nell'esame, e non utilizzabile come prova contro il suddetto a norma dell'art. 63, e finanche la

lettura dei giornali.

8. La notizia di polizia giudiziaria.

Gli ufficiali ed agenti di polizia giudiziaria devono fare denuncia al procuratore della Repubblica dei reati

perseguibili d'ufficio di cui abbiano avuto notizia comunque, cioè anche fuori dell'esercizio e non a causa

delle loro funzioni (361 comma 2° c.p.).

Nella denuncia essi devono indicare gli elementi essenziali del fatto e gli altri elementi raccolti fino a quel

momento, il giorno e l'ora in cui hanno acquisito la notizia, le fonti di prova, le attività da essi compiute

(delle quali trasmettono la documentazione) nonché, se possibile, le generalità, il domicilio e quant'altro

valga all'identificazione del presunto autore del reato, della persona offesa e di quelle che possono riferire sui

fatti (art. 347 commi 1°, 2° e 4°).

Diversi sono i momenti in cui per gli ufficiali e agenti scatta l'obbligo di tale comunicazione:

a) quando la notizia ha per oggetto uno dei reati elencati nell'ari. 407 comma 2° lett. a n. 1-6, ed in ogni caso

di urgenza, la comunicazione va data immediatamente, anche in forma orale;

b) se, acquisita la notizia, la polizia giudiziaria ha compiuto un atto al quale il difensore dell'indagato aveva

diritto di assistere, la comunicazione va data entro 48 ore dal compimento dell'atto, salvi i termini particolari

stabiliti da altre disposizioni di legge (art. 347 comma 2-bis);

c) le denuncie contro ignoti sono trasmesse in elenchi mensili, insieme con gli atti di indagine compiuti dalla

polizia giudiziaria ai fini del-l'identificazione degli autori dei reati (art. 107-bis disp. att.);

d) in ogni altro caso la comunicazione va data senza ritardo (art. 347 comma 1°).

9. Le condizioni di procedibilità.

Di regola il pubblico ministero esercita l'azione penale d'ufficio, non appena abbia acquisito, in ordine al

reato oggetto di notizia, elementi idonei a sostenere l'accusa in giudizio. Peraltro in alcuni casi eccezionali

l'esercizio dell'azione penale è subordinato all'integrazione di una cosiddetta condizione di procedibilità

cioè di un atto o un fatto in mancanza del quale, anche se la notizia di reato appare fondata:

a) il pubblico ministero non deve esercitare l'azione penale e neppure iniziare le indagini preliminari ma

deve chiedere 1' archiviazione del notizia di reato (art. 411).

b) se il pubblico ministero comunque esercita l'azione penale, il giudice anche d'ufficio in ogni stato e grado

del processo dichiara con sentenza non doversi procedere.

Alcuni casi, in cui l'esercizio dell'azione penale è subordinato ad una condizione di procedibilità, sono

previsti dalla Costituzione o da altre norme costituzionali.

Il codice disciplina q4 condizioni di procedibilità: la querela (artt. 336-340), l'istanza di procedimento

(art. 341), la richiesta di procedimento (art. 342) e l'autorizzazione a procedere (artt. 343 e 344).

10. La querela.

La querela è la dichiarazione facoltativa con la quale la persona offesa da un reato, la cui perseguibilità la

legge appunto subordina a querela, o un altro soggetto agente nell'interesse di costei ex artt. 120 e 121 c.p.

manifesta la volontà che il pubblico ministero proceda in ordine al reato stesso (art. 336).

a) la querela è presentata, dalla persona offesa dal reato o da altro soggetto legittimato personalmente o a

mezzo di procuratore speciale, oralmente o per iscritto, al pubblico ministero, ad un ufficiale di polizia

giudiziaria o ad un agente consolare all'estero. Se proposta dal legale rappresentante di un ente dotato o

privo di personalità giuridica, deve indicare specificamente la fonte del potere di rappresentanza. La

querela scritta, purchè con firma autenticata a norma dell'art. 39 disp. att., quindi eventualmente dal

difensore nominato nell'atto stesso, può essere anche recapitata tramite un incaricato oppure spedita per

raccomandata agli organi sopra elencati.

L'autorità che riceve la querela attesta la data e il luogo della ricezione, identifica la persona che la presenta

(e che, se la presentazione è orale, deve sottoscrivere il verbale di ricezione), e trasmette il tutto al pubblico

ministero (art. 337);

b) il curatore speciale per la querela, previsto dall'art. 121 c.p. per l'offeso dal reato minore degli anni

quattordici o infermo di mente, il quale non abbia un rappresentante o il cui rappresentante si trovi in

conflitto di interesse con lui, è nominato, a richiesta del pubblico ministero o di un ente avente per scopo la

cura, l'educazione, la custodia o l'assistenza dei minori.

Se il curatore speciale è nominato ai fini della presentazione della querela, il termine per tale presentazione

decorre per lui dalla notifica del decreto di nomina. Egli può anche costituirsi parte civile nell'interesse

dell'offeso (art. 338);

c) la rinuncia espressa a proporre la querela può essere fatta personalmente o a mezzo di procuratore

speciale con dichiarazione scritta rilasciata all'interessato o ad un suo rappresentante oppure con

dichiarazione orale verbalizzata da un ufficiale di polizia giudiziaria o da un notaio e sottoscritta dal

dichiarante.

La rinuncia è inefficace se è priva di questa sottoscrizione o è sottoposta a termine o condizione. Essa può

essere accompagnata dalla rinuncia all'azione civile per le restituzioni ed il risarcimento del danno (art. 339);

d) la remissione della querela è fatta ed accettata, personalmente o a mezzo di procuratore speciale, nelle

forme stabilite per la rinuncia espressa, con dichiarazione resa all'autorità giudiziaria che procede o ad un

ufficiale di polizia giudiziaria, quale la trasmette a tale autorità.

Le spese del procedimento sono a carico del querelato, salva diversa statuizione nell'atto di remissione (art.

340).

11. L'istanza e la richiesta.

L'istanza di procedimento è la dichiarazione facoltativa con la quale la persona offesa da uno dei reati

commessi all'estero elencati negli artt. 9 commi 2° e 10 comma 1° c.p. chiede che il pubblico ministero

proceda per il reato stesso. La legge esige una tale condizione di procedibilità affinché il costo della

celebrazione in Italia di un processo per un reato commesso all'estero sia sopportato solo se l'offeso lo

richieda.

L'istanza si propone nelle stesse forme stabilite dall'art. 337 per la presentazione della querela (art. 341).

La richiesta di procedimento è la dichiarazione discrezionale con cui un organo pubblico estraneo

all'organizzazione giudiziaria manifesta la volontà che il pubblico ministero proceda per un determinato

reato.

Il potere di richiesta è conferito al ministro della giustizia per:

commessi all’estero;

-i reati

-i reati commessi in danno del PdR

di offesa alla libertà e all’onore di capi e rappresentanti di Stati esteri e di offesa alla bandiera.

-delitti

La richiesta di procedimento è sottoscritta dall’autorità competente a formularla e presentata al p.m.(art.342)

12. L'autorizzazione a procedere.

L'autorizzazione a procedere è la dichiarazione discrezionale con cui un organo pubblico estraneo

all'organizzazione giudiziaria, a richiesta del pubblico ministero, consente che nei confronti di una

determinata persona o in rapporto ad un determinato reato l'autorità giudiziaria proceda penalmente oppure

compia taluni atti limitativi di libertà (in quest'ultimo caso si parla più specificamente di autorizzazione ad

acta).

Il potere di autorizzazione è conferito:

a) all'assemblea parlamentare di appartenenza per sottoporre un membro del Parlamento a perquisizione

personale o domiciliare, ad arresto, ad altra limitazione della libertà personale o a mantenimento in

detenzione, salvo che il parlamentare sia stato colto nell'atto di commettere un delitto per il quale è

obbligatorio l'arresto in flagranza o si debba eseguire nei suoi confronti una sentenza irrevocabile di

condanna, nonché ad intercettazione di comunicazioni o sequestro di corrispondenza (art. 68 Cost.);

b) all'assemblea parlamentare di appartenenza oppure al Senato (se si procede contro persone

appartenenti a camere diverse o non appartenenti ad alcuna camera) per sottoporre il presidente del

Consiglio dei ministri o un Ministro, anche cessati dalla carica, a procedimento penale per un reato

ministeriale o per sottoporre i medesimi, in tale procedimento, a misure limitative della libertà personale;

c) alla Corte costituzionale per sottoporre un giudice ordinario o aggregato di essa a procedimento penale

nonché se il medesimo deve essere «arrestato, o altrimenti privato della libertà personale»;

d) al Parlamento europeo per sottoporre un componente italiano di esso agli atti sopra elencati sub a con

riferimento ai membri del Parlamento italiano (art. 10 comma 1° lett. a 1. 3 maggio 1966, n. 437);

e) al Ministro della giustizia per procedere per i delitti contro la personalità dello Stato elencati dall'art. 313

commi 1°, 2° e 3° c.p.;

f) alle assemblee legislative per procedere per il reato di vilipendio delle stesse (art. 313 comma 3° c.p.).

L'autorizzazione a procedere è richiesta dalle norme costituzionali o di legislazione ordinaria sopra ricordate:

a) nel procedimento per reati ministeriali, perché la camera competente possa escludere il procedimento

quando ritenga, a maggioranza assoluta dei suoi componenti, che «l'inquisito abbia agito per la tutela di un

interesse dello Stato costituzionalmente rilevante ovvero per il persegui mento di un preminente interesse

pubblico nell'esercizio della funzione di Governo» (art. 9 comma 3°1. cost. n. 1 del 1989);

b) nei procedimenti per reati di vilipendio, per consentire al Ministro della giustizia o all'assemblea offesa di

valutare se dare spazio allo strepitus fori;

c) in ogni altro caso perché, a garanzia della libertà di taluni organi pubblici o dei loro componenti, si vuole

riservare all'organo stesso la possibilità di valutare se il procedimento penale ha un'apparenza di

fondamento o invece presenta il cosiddetto fumus persecutionis.

L'autorizzazione è richiesta dal pubblico ministero all'organo legittimato a concederla (art. 343 comma 1°).

Fino a quando non venga concessa, non possono essere adottati i provvedimenti previsti dal 2° comma

dell'art. 343, salve le deroghe consentite dal successivo 3° comma. La richiesta deve indicare il fatto per il

quale il pubblico ministero intende procedere, le norme di legge che si assumono violate e gli elementi sui

quali la richiesta medesima si fonda (art. 111 disp. att.). Essa è presentata:

i. se vi è stato arresto in flagranza, immediatamente dopo questo e comunque prima dell'udienza di

convalida dell'arresto (art. 344 comma 2°);

ii. negli altri casi prima, che il pubblico ministero proceda a giudizio direttissimo o presenti la richiesta di

rinvio a giudizio o di giudizio immediato o di decreto penale di condanna o emetta il decreto di citazione

diretta, e comunque entro 30 giorni dall'iscrizione del nome della persona, per la quale l'autorizzazione è

necessaria, nel registro delle notizie di reato (art. 344 comma 1°);

iii. se la necessità dell'autorizzazione insorge dopo l'esercizio dell'azione penale (tipicamente perché dopo

tale esercizio l'imputato è assurto al pubblico ufficio che l'ordinamento tutela con la previsione

dell'autorizzazione a procedere nei confronti dei suoi titolari), subito dopo che il giudice ha disposto la

sospensione del processo per carenza di tale condizione. In pendenza della sospensione il giudice, se vi è

pericolo nel ritardo, assume le prove richieste dalle parti (art. 344 comma 3°).

In attesa di essa pubblico ministero e polizia giudiziaria possono compiere qualsiasi atto di indagine

preliminare, anche non necessario ad assicurare le fonti di prova, eccettuata nei confronti della persona

per cui l'autorizzazione è prescritta una serie di atti, quali la perquisizione personale o domiciliare,

l'ispezione personale, la ricognizione, l'individuazione, il confronto, l'intercettazione di comunicazioni, il

fermo e l'applicazione di una misura cautelare personale. Possono inoltre compiere l'interrogatorio di tale

persona solo se la stessa lo richiede (art. 343 comma 2°).

Anche gli atti testé elencati possono essere compiuti se l'interessato è stato colto nella flagranza di uno dei

delitti enumerati dall'art. 380 commi 1°e 2°.

L'autorizzazione è richiesta alla Camera dall'autorità che ha emesso il provvedimento che deve essere

eseguito. In attesa dell'autorizzazione l'esecuzione è sospesa (art. 41. 20 giugno 2003, n. 140).

Gli atti compiuti in violazione dei divieti statuiti dall'art. 343 commi 2° non possono essere utilizzati (art.

343 comma 4°). L'autorizzazione a procedere, una volta concessa, non può essere revocata (art. 343 comma

5°).

13. Il registro delle notizie di reato.

Ogni notizia di reato, comprese le condizioni di procedibilità (querela, istanza e richiesta di procedimento)

che rechino in sé la prima notizia di un reato, deve essere iscritta in un registro tenuto dalla procura della

Repubblica (art. 335 comma 1 °).

Se la notizia iscritta è generica, nel registro si iscrivono in seguito il nome o i nomi delle persone a cui il

reato venga attribuito. Nel registro si iscrivono anche, ma a titolo non di nuova iscrizione bensì di mero

aggiornamento di un'iscrizione già effettuata, il diverso nomen juris che successivamente sia attribuito al

fatto e le circostanze del reato che in seguito vengano ravvisate (art. 335 comma 2°).

L'iscrizione deve avere luogo nello stesso giorno in cui la notizia di reato perviene alla procura della

Repubblica. Essa comporta:

a) se la notizia è generica, la decorrenza del termine di 6 mesi entro il quale il pubblico ministero deve

chiedere al giudice per le indagini preliminari l'archiviazione della notizia di reato oppure l'autorizzazione a

proseguire le indagini contro ignoti (art. 415 comma 1°), nonché la decorrenza del termine di 90 giorni entro

il quale il pubblico ministero deve presentare al suddetto giudice la richiesta di giudizio immediato (art. 454

comma 1°);

b) se la notizia è specifica o diviene specifica in conseguenza della successiva iscrizione del nome del

presunto autore del reato, la decorrenza dei termini entro i quali il pubblico ministero deve chiedere

l'autorizzazione a procedere, se prescritta nei confronti di quella persona (art. 344 comma 1°), nonché

concludere le indagini preliminari chiedendo al giudice l'archiviazione (art. 408 comma 1°) o il rinvio a

giudizio (art. 405 comma 2°) o il decreto penale di condanna (art. 459 comma 1°) oppure presentando la

richiesta di giudizio direttissimo nei confronti dell'imputato che nell'interrogatorio ha reso confessione (art.

449 comma l°).

I registri delle notizie di reato tenuti dalle procure della Repubblica sono 4:

a) il registro delle notizie di reato a carico di persone ignote, nel quale vengono iscritte le notizie generiche

di reato;

b)il registro delle notizie di reato a carico di persone note: nel quale il p.m. iscrive le notizie di reato che fin

dall’origine sono specifiche o che, dopo essere state iscritte nel registro delle notizie contro ignoti,

divengono specifiche perché un possibile autore del reato è stato individuato;

c) il registro delle notizie anonime di reato, delle quali l'art. 333 comma 3° vieta l'uso nel processo;

d) il registro degli atti non costituenti notizia di reato, nel quale il pubblico ministero registra gli atti che

non gli impongono lo svolgimento di indagini preliminari ne la richiesta di archiviazione.

14. L'ispezione del registro.

Dato che le indagini preliminari sono segrete, è segreto anche il registro delle notizie di reato.

Tuttavia, a garanzia dei diritti di azione e di difesa rispettivamente della persona offesa dal reato e di quella

sottoposta alle indagini, queste due persone ed i loro difensori possono chiedere al pubblico ministero di

comunicare se risulti iscritta una notizia di reato nel registro di cui all'art. 335, il nome della persona alla

quale il reato è attribuito e eventuali aggiornamenti dell'iscrizione operati per mutamento della qualificazione

giuridica del fatto o per l'emergere di nuove circostanze (sempreché, naturalmente, essi non ne abbiano già

avuto conoscenza in forza dell'informazione di garanzia prevista dall'art. 369). A seguito di tale iniziativa, le

comunicazioni richieste devono essere fornite, salvo che l'iscrizione abbia ad oggetto uno dei delitti elencati

nell'art. 407 comma 2° lett. a.

A parte quest'ultima eventualità, il medesimo pubblico ministero può inoltre disporre con decreto motivato,

per specifiche esigenze di tutela delle indagini, il segreto sulle iscrizioni per un tempo non superiore a 3

mesi e non rinnovabile (art. 335 commi 3° e 3-bis).

Il procuratore nazionale antimafia può accedere ai registri delle notizie di reato. Il Ministro degli interni può

ottenere dall’autorità giudiziaria l’autorizzazione ad accedere ai medesimi registri.

15. Le indagini della polizia giudiziaria.

La polizia giudiziaria, dopo avere acquisito la notizia di reato ed averla eventualmente comunicata al

pubblico ministero a norma dell'art. 347, sino a quando costui non abbia assunto la direzione delle indagini

compie di propria iniziativa gli atti di indagine preliminare che risultano necessari a norma dell'art. 55

comma 1°

A tali fini la polizia giudiziaria compie sia un'attività formale d'indagine, consistente in atti specificamente

regolati dalla legge (art. 348 comma 2° lett. c), sia un'attività informale, cioè non disciplinata specificamente,

costituita da atti non implicanti l'esercizio di poteri autoritativi.

Nell'ambito delle attività del primo tipo, che la legge per lo più subordina all'urgenza o ad altri particolari

presupposti e limita nel tempo, si collocano i seguenti atti:

a) gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria identificano la persona sottoposta alle indagini e le persone

che possono fornire informazioni sui fatti oggetto delle medesime.

Nell'identificare l'indagato essi possono compiere rilievi dattiloscopici, fotografici e antropometrici,

nonché altri accertamenti, (art. 349 commi 1°-3°);

b) gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria accompagnano la persona sottoposta alle indagini o

informata dei fatti, la quale rifiuti di farsi identificare o fornisca generalità o documenti di identificazione di

cui vi sia ragione per ritenere la falsità, nei propri uffici e la trattengono qui per il tempo strettamente

necessario all'identificazione e comunque per non più di 12 ore ovvero non oltre le 24 ore, se

l'identificazione risulta particolarmente complessa.

Gli ufficiali o agenti informano immediatamente dell'accompagnamento e dell'ora in cui questo è avvenuto il

procuratore della Repubblica, il quale, se ritiene che essi abbiano agito in difetto dei presupposti indicati

dalla legge, ordina il rilascio della persona accompagnata.

c) gli ufficiali di polizia giudiziaria, a condizione che la persona sottoposta alle indagini non sia in stato di

arresto o di fermo e che il suo difensore sia presente, acquisiscono sommarie informazioni (c.d.

interrogatorio di polizia) dalla stessa persona, con le garanzie previste dall'art. 64.

d) gli ufficiali di polizia giudiziaria, sul luogo e nell'immediatezza del fatto, possono acquisire dalla persona

sottoposta alle indagini, anche se arrestata o fermata ed anche se il difensore non è presente, notizie utili

all'immediata prosecuzione delle indagini; peraltro le dichiarazioni così ottenute, qualora siano assunte

senza l'assistenza del difensore, non possono essere documentate in alcun modo, né possono essere utilizzate

se non ai fini dell'immediata prosecuzione delle indagini (art. 350 commi 5° e 6°).

e) gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria ricevono dalla persona sottoposta alle indagini, anche se

arrestata o fermata ed anche in assenza del difensore, le sue dichiarazioni spontanee, cioè non sollecitate da

domande.

Tali dichiarazioni possono però essere utilizzate in dibattimento solo a norma dell'art. 503 comma 3°, cioè

solo per le contestazioni all'imputato che sottostia all'esame, e non anche a norma dell'art. 513 comma 1°,

vale a dire se l'imputato resti assente o contumace o rifiuti di sottoporsi al-l'esame (art. 350 comma 7°).

Inoltre, una volta contestate, possono essere utilizzate dal giudice solo per valutare la credibilità

dell'imputato e non come prova dei fatti dichiarati (art. 503 comma 4°);

f) gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria assumono sommarie informazioni dalle persone informate

dei fatti osservando quanto gli artt.197-203 stabiliscono in tema di incompatibilità a testimoniare, obblighi

del testimone e facoltà o obbligo di costui di astenersi dal deporre.

Se nel corso dell'audizione la persona rende dichiarazioni dalle quali emergono indizi di reità a suo carico,

l'ufficiale o l'agente di polizia procedente interrompe l'atto, avverte la persona esaminata che indagini

potranno essere iniziate nei suoi confronti e la invita a nominarsi un difensore.

g) gli ufficiali di polizia giudiziaria assumono informazioni anche dalle persone indicate nell'art. 210, vale

a dire dalle persone indagate o imputate in un procedimento connesso a norma dell'art. 12. o di un reato

collegato a norma dell'art. 371 comma 2° lett. b a quello formante oggetto delle indagini.

h) nella flagranza del reato o in caso di evasione gli ufficiali di polizia giudiziaria (se ricorrono particolari

circostanze di necessità e urgenza, anche gli agenti: art.113 disp. att.) compiono la perquisizione della

personale sulla quale o del luogo nel quale abbiano fondato motivo di ritenere che siano occultate cose o

tracce pertinenti al reato che possono essere cancellate o disperse, nonché ove abbiano fondato motivo di

ritenere che la persona sottoposta alle indagini o l'evaso si trovi.

La polizia giudiziaria trasmette senza ritardo e comunque non oltre le 48 ore dal compimento dell'atto il

verbale della perquisizione al procuratore della Repubblica del luogo in cui lo stesso è stato compiuto. Il

procuratore pronuncia sulla convalida dell'atto entro 48 ore dalla ricezione del verbale (art 352 comma 4°);

i) gli ufficiali di polizia giudiziaria (in presenza di particolari situazioni di necessità e urgenza, anche gli

agenti: art. 113 disp. att.), se vi è pericolo che le cose pertinenti al reato o le tracce di questo si disperdano o

si alterino o che lo stato dei luoghi venga mutato e il pubblico ministero non può intervenire

tempestivamente o non ha ancora assunto la direzione delle indagini, compiono i necessari rilievi ed

accertamenti sullo stato dei luoghi, delle cose e delle persone (peraltro senza sconfinare nell'ispezione

personale) e sequestrano il corpo del reato e le cose pertinenti a questo (art. 354).

Se tali rilievi o accertamenti comportano il prelievo di materiale biologico, gli ufficiali e agenti procedono a

norma dell'art. 349 comma 2-bis, cioè previa autorizzazione scritta oppure orale, ma confermata per iscritto,

del pubblico ministero (art. 354 comma 3°).

Quando i rilievi egli accertamenti, come del resto qualsiasi altra operazione compiuta dalla polizia

giudiziaria, esigono «specifiche competenze tecniche», i funzionari possono valersi dell'ausilio di persone

idonee le quali non possono rifiutare la propria opera (art. 348 comma 4°).

L'ufficiale o agente enuncia il motivo del sequestro nel verbale, del quale consegna una copia alla persona

cui le cose sono state sequestrate e trasmette un'altra, non oltre 48 ore, al procuratore della Repubblica del

luogo dove il sequestro è stato compiuto. Entro 48 ore dalla ricezione il procuratore della Repubblica con

decreto motivato convalida il sequestro oppure ordina la restituzione delle cose sequestrate.

Copia del decreto di convalida è immediatamente notificata alla persona cui le cose sono state sequestrate.

l) gli ufficiali di polizia giudiziaria trasmettono intatti al procuratore della Repubblica, per il sequestro che

questi voglia disporre, i plichi sigillati o altrimenti chiusi che abbiano acquisito. Se hanno fondato motivo

di ritenere che gli stessi contengano elementi utili all'individuazione di fonti che potrebbero andare disperse a

causa del ritardo, informano con il mezzo più rapido il pubblico ministero, il quale può autorizzarli

all'apertura immediata (art. 353 commi 1° e 2°);

m)gli ufficiali di polizia giudiziaria, i quali rilevano la giacenza in un ufficio postale o telegrafico di lettere

pieghi, pacchi, valori, telegrammi o altri oggetti di corrispondenza che «comunque possono avere relazione

con il reato» (art. 254 comma 1°), in caso d'urgenza ordinano al preposto all'ufficio di sospendere l'inoltro e

avvertono di ciò il pubblico ministero. Se entro 48 ore questi non dispone il sequestro, gli oggetti fermati

devono essere inoltrati (art. 353 comma 3°);

n) se non è possibile attendere l'intervento del pubblico ministero, gli ufficiali di polizia giudiziaria attuano il

sequestro preventivo delle cose pertinenti al reato la cui libera disponibilità può aggravare o protrarre le

conseguenze di questo oppure agevolare la commissione di altri reati, nonché delle cose suscettibili di

confisca (art. 321 commi 1° e 3-bis).Entro 48 ore trasmettono il verbale di sequestro al p.m. del luogo in cui

il sequestro è stato eseguito.

Entro 48 ore dal ricevimento del verbale, il p.m. chiede al giudice per le indagini preliminare la convalida

dell’atto di polizia e l’emissione di un autonomo decreto di sequestro.

Il giudice emette l’ordinanza di convalida e il decreto di sequestro entro 10 giorni dalla ricezione della

richiesta a pena di decadenza.

Anche contro tale decreto le persone interessate possono richiedere il riesame al tribunale in composizione

collegiale del capoluogo della provincia nella quale ha sede il giudice che ha pronunciato.

16. Le ulteriori indagini della polizia giudiziaria.

Dopo che il procuratore della Repubblica ha assunto la direzione delle indagini, la polizia giudiziaria compie

ancora:

a) gli atti che le vengono specificamente delegati dal suddetto pubblico ministero (artt. 55 comma 2° e 348

comma 3°), compresi l'interrogatorio e il confronto della persona sottoposta alle indagini, a condizione che

costei si trovi in libertà ed il suo difensore presenzi all'atto (art. 370 comma 1°). In ogni atto delegato la

polizia giudiziaria osserva le disposizioni che vedremo dettate dagli artt. 364, 365 e 373 per gli atti di

indagine preliminare espletati dal pubblico ministero (art. 370 comma 2°);

b) gli atti necessari per ottemperare alle direttive di indagine impartite dal pubblico ministero alla stessa

polizia giudiziaria (art. 348 comma 3°);

c) gli atti non delegati ed estranei a tali direttive che risultano necessari per accertare i reati ovvero sono

richiesti dagli elementi successivamente emersi. In quest'ultimo caso la polizia giudiziaria assicura le nuove

fonti di prova e informa di esse prontamente il pubblico ministero (artt.327 e 348 comma 3°).

In nessun caso la polizia giudiziaria può assumere informazioni dalle persone che le parti del processo hanno

indicato come fonti di prova in una richiesta di incidente probatorio nonché, dopo la conclusione delle

indagini preliminari, in una richiesta di integrazione probatoria di cui all'art. 422 comma 2° o in una lista

predibattimentale a norma dell'art. 468 oppure ancora dalle persone il cui esame sia stato disposto dal giudice

a norma dell'art. 507.

17. Le indagini del pubblico ministero.

Acquisita la notizia di reato direttamente o per la comunicazione fattane dalla polizia giudiziaria, il pubblico

ministero iscritta la notizia nel registro ex art. 335, svolge le indagini preliminari necessarie a consentirgli

di determinarsi in ordine all'esercizio dell'azione penale (art. 326). Esso indaga anche su fatti e

circostanze favorevoli all'indagato (art. 358).

Nello svolgimento delle indagini preliminari il pubblico ministero:

a) compie l'interrogatorio della persona sottoposta alle indagini (art. 364 comma 1°). Quando ha ottenuto

dal giudice l'ordinanza applicativa di una misura cautelare, il pubblico ministero può interrogare l'indagato

sottoposto a tale misura, a norma dell'art. 294 comma 6°, solo dopo che il giudice abbia svolto

l'interrogatorio di garanzia di costui. L'interrogatorio dell'indagato detenuto (o perché in custodia cautelare, o

per altra causa) condotto dal pubblico ministero nel corso delle indagini preliminari è verbalizzato in forma

riassuntiva e documentato integralmente, a pena di inutilizzabilità, con la riproduzione fonografica o

audiovisiva (art. 141- bis);

b) riceve la presentazione spontanea dell'indagato e le conseguenti dichiarazioni spontanee dello stesso. Chi

ha notizia che nei suoi confronti sono svolte indagini preliminari ha infatti la facoltà di presentarsi al

pubblico ministero e rilasciare dichiarazioni. Se in occasione di tale presentazione il pubblico ministero

contesta il fatto all'indagato e lo ammette ad esporre le proprie discolpe, l'atto equivale ad interrogatorio e

deve svolgersi a norma degli artt. 64, 65 e 364.

c) compie l'esame delle persone informate dei fatti, con il divieto, sino a che la testimonianza venga

assunta o non venga ammessa o comunque non abbia luogo, di escutere persone che un'altra parte

processuale abbia indicato come fonti di prova in una richiesta di incidente probatorio o di integrazione

probatoria a norma dell'art. 422 comma 2°, in una lista predibattimentale depositata a norma dell'art. 468 o il

cui esame sia stato ammesso dal giudice del dibattimento a norma dell'art. 507 (art. 430-bis).

Inoltre il pubblico ministero osserva gli artt. 197-203 (art. 362). Pertanto esso:

1. avverte la persona esaminata della sua facoltà di non rendere dichiarazioni allorché essa sia un prossimo

congiunto della persona sottoposta alle indagini o legata alla medesima persona dagli altri rapporti indicati

nell'art. 199 comma 3° (art. 199 comma 2°);

2. nei confronti delle persone informate dei fatti che invocano il segreto professionale o d'ufficio compie gli

accertamenti necessari;

3. ordina al giornalista di rivelare il nome del suo informatore se la notizia di carattere fiduciario da lui

acquisita e indispensabile ai fini della prova del reato;

4. informa il presidente del Consiglio dei ministri dell'intervenuta opposizione del segreto di Stato;

5. prende atto della dichiarazione dell'ufficiale o agente di polizia giudiziaria o del dipendente dei servizi per

le informazioni e la sicurezza di non voler rivelare il nome del proprio informatore (art. 203).

La persona informata dei fatti, la quale esaminata dal pubblico ministero afferma il falso o nega il vero o tace

in tutto o in parte ciò che sa in ordine ai fatti su cui è escussa, commette il reato di false informazioni al

pubblico ministero, punibile con la reclusione sino a 4 anni.

Il pubblico ministero che abbia escusso una persona informata dei fatti può, con decreto motivato da

specifiche esigenze attinenti alle indagini, vietarle per un tempo non superiore a 2 mesi di comunicare a terzi

i fatti oggetto di indagine di cui essa ha conoscenza, avvertendola altresì delle conseguenze penali

dell'indebita rivelazione di notizie (art. 391-quinquies);

d) compie l'esame delle persone indicate nell'art. 210 (art. 363);

e) compie il confronto dell'indagato con altri indagati e con le persone informate dei fatti o con quelle

indicate nell'art. 210 (art. 364 comma 1°).

f) in caso di necessità per l'immediata prosecuzione delle indagini, dispone l'individuazione di una persona,

di una cosa odi quant'altro sia suscettibile di percezione sensoriale, anche sottoponendo l'oggetto «in

immagine» a chi deve individuarlo e adottando le cautele prescritte dall'art. 214 comma 2° se la persona che

deve effettuare l'individuazione può essere intimidita o altrimenti influenzata dalla presenza di quella che

deve subirla (art. 361).

g) dispone con decreto motivato l'ispezione delle persone, delle cose e dei luoghi sulle quali o nei quali

ragionevolmente ritenga di poter accertare le tracce e gli altri effetti materiali del reato (artt. 244 e 364

comma 1°);

h) compie rilievi segnaletici, descrittivi e fotografici, accertamenti ed ogni altra operazione tecnica

nominando, se tali atti richiedono «spediti che competenze», uno o più consulenti tecnici, i quali non

possono rifiutare la loro opera e possono essere autorizzati dal pubblico ministero ad assistere ad atti di

indagine (art. 359);

i) dispone con decreto motivato la perquisizione personale di colui del quale vi è fondato motivo di ritenere

che «occulti sulla persona il corpo del reato o cose pertinenti al reato» (art. 247). In caso d'urgenza dispone

per iscritto che la perquisizione di un'abitazione o dei luoghi chiusi adiacenti ad essa sia iniziata

in tempo di notte (art. 251 comma 2°). Chiede al giudice l'autorizzazione a disporre l'ispezione, la

perquisizione o il sequestro negli uffici dei difensori. Esegue personalmente tali atti, non delegabili alla

polizia giudiziaria (art. 103 comma 4°);

l) dispone con decreto motivato il sequestro probatorio del corpo del reato e delle cose pertinenti al reato

necessarie per l'accertamento dei fatti (art. 253 comma 1°) anche presso uffici postali e telegrafici (art. 254) e

banche (art. 255). Provvede sulla restituzione delle cose sequestrate con decreto motivato, contro il quale gli

interessati possono proporre opposizione al giudice (art. 263 commi 4° e 5°);

m)chiede al giudice l'autorizzazione a disporre l'intercettazione di comunicazioni (art.. 267 comma 1°).

Dispone l'intercettazione senza autorizzazione «nei casi di urgenza, quando vi è fondato motivo di ritenere

che dal ritardo possa derivare grave pregiudizio alle indagini», con decreto motivato che trasmette entro 24

ore al giudice per la convalida (art. 267 comma 2°).

n) se l'urgenza non consente di attendere il provvedimento del giudice, dispone il sequestro preventivo con

decreto motivato che entro 48 ore dall'esecuzione trasmette al giudice per la convalida;

o) al fine di compiere gli atti sopra elencati, emette invito all'indagato a presentarsi e decreto di citazione

della persona offesa dal reato, delle persone informate sui fatti, delle persone indicate nell'art. 210, del

consulente tecnico, dell'interprete e del custode di cose sequestrate, con avvertimento che lo stesso pubblico

ministero potrà disporre a norma degli artt. 132 e 133 l'accompagnamento coattivo della persona invitata o

citata la quale non compaia senza addurre un legittimo impedimento (artt. 375 e 377).

L'invito all'indagato a presentarsi contiene l'indicazione dell'atto al cui compimento l'invito è preordinato e,

se tale atto è l'interrogatorio, «la sommaria enunciazione del fatto quale risulta dalle indagini fino a quel

momento compiute», nonché «ai fini di quanto previsto dall'articolo 453 comma 1°, l'indicazione degli

elementi e delle fonti di prova e l'avvertimento che potrà essere presentata richiesta di giudizio immediato»

(art. 375 comma 3°).

L'invito a presentarsi va notificato con un anticipo di almeno 3 giorni, salvo, in caso di urgenza, un termine

minore comunque sufficiente per la comparizione (art. 375 comma 4°).

Solo su autorizzazione del giudice il pubblico ministero può disporre l'accompagnamento coattivo

dell'indagato per procedere ad interrogatorio o confronto (art. 376);

p) nell'esercizio delle sue funzioni dispone dei poteri coercitivi conferiti al giudice dall'art. 131, sicché può

chiedere l'intervento della polizia giudiziaria e, se necessario, della forza pubblica prescrivendo tutto quanto

occorre per l'ordinato compimento dei propri atti (art. 378).

18. La documentazione delle indagini.

Tutti gli atti d'indagine preliminare compiuti dalla polizia giudiziaria e dal pubblico ministero devono essere

documentati:

a)gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria redigono verbale ai sensi degli artt.134-142 di:

1-denunce, querele e istanze di procedimento presentate oralmente,

e spontanee dichiarazioni dell’indagato,

2-interrogatorio indicate nell’art210,

3-esame di persone informate dei fatti e di persone

4-perquisizioni e sequestri,

5-identificazione di persone, acquisizione e apertura di plichi, fermo di corrispondenza, rilievi e accertamenti

sullo stato di persone, cose e luoghi,

6-atti descrittivi redatti prima che il p.m. impartisse direttive per le indagini

Tutti gli altri atti della polizia giudiziaria sono documentati mediante annotazione anche sommaria, secondo

le modalità ritenute utili per le indagini (art. 357 comma 1°). L'annotazione indica l'ufficiale o agente che ha

operato, il giorno, l'ora e il luogo nonché succintamente il risultato dell'atto, le generalità e le altre

indicazioni utili all'identificazione delle persone che hanno reso dichiarazioni o della cui opera la polizia

giudiziaria si è valsa (art. 115 comma 1° disp. att.).

La polizia giudiziaria trasmette la documentazione dei propri atti al pubblico ministero (art. 357 commi 4° e

5°). Trattiene copia dei verbali e delle annotazioni trasmessi (art. 115 comma 2° disp. att.).

b) il pubblico ministero redige verbale ai sensi art. 373 commi 1° e 2° di:

1-denunce, querele e istanze di procedimento presentate oralmente,

e confronto dell’indagato,

2-interrogatorio

di persone informate dei fatti e di persone indicate nell’art 210

3-esame

4-ispezioni , perquisizioni, sequestri e accertamenti tecnici irripetibili.

Tutti gli altri atti del pubblico ministero sono documentati mediante verbale redatto in forma sommaria o,

se si tratta di atti a contenuto semplice o di limitata rilevanza, mediante annotazione (art. 373 comma 3°). La

documentazione degli atti del pubblico ministero è stesa dall'ufficiale di polizia giudiziaria o dall'ausiliario

che assiste il pubblico ministero stesso.

La notizia di reato, gli atti trasmessi dalla polizia giudiziaria e la documentazione degli atti di indagine

compiuti dal pubblico ministero sono conservati da quest'ultimo nel cosiddetto fascicolo delle indagini (art.

373 comma 5°).

19. La partecipazione del difensore.

La persona sottoposta alle indagini non può non avere notizia degli atti che, come il suo interrogatorio,

esigono la sua personale partecipazione.

Inoltre, nella fase delle indagini preliminari svolte d'iniziativa della polizia giudiziaria, il difensore della

persona sottoposta alle indagini deve presenziare all'interrogatorio di costei (rectius all'assunzione di

sommarie informazioni ai sensi dell'art. 350 comma 1°) ed ha diritto di presenziare, peraltro senza essere

preavvisato del compimento dell'atto, alla perquisizione personale o locale, ai rilievi e accertamenti sullo

stato di persone, luoghi e cose, al sequestro e all'immediata apertura di plichi autorizzata dal pubblico

ministero (art. 356).

Al fine di assicurare la partecipazione del difensore all'interrogatorio di polizia, l'ufficiale che procede avuta

la presenza dell'indagato, lo invita a nominare un difensore di fiducia e se l'indagato non provvede, dà avviso

dell'atto al difensore il cui nominativo è stato designato dall'ufficio centralizzato previsto dall'art. 97 comma

2° e 3°.

Invece l'ufficiale o l'agente di polizia giudiziaria, quando compie un atto al quale il difensore ha diritto di

assistere senza essere preavvisato, avverte la persona sottoposta alle indagini, se presente sul luogo, che ha la

facoltà di farsi assistere dal difensore di fiducia (art. 114 disp. att.) e, se la cosa non pregiudica il risultato

dell'atto, ne attende l'intervento.

I verbali degli atti ai quali il difensore dell'indagato deve o può assistere sono depositati entro 3 giorni dal

compimento dell'atto nella segreteria del pubblico ministero e qui rimangono depositati per 5 giorni, affinché

il difensore possa prenderne visione ed estrarne copia. Quando non è stato dato avviso del compimento

dell'atto, al difensore è immediatamente notificato l'avviso di deposito e il termine decorre dal ricevimento

della notificazione. ll pubblico ministero può con decreto motivato disporre «per gravi motivi», cioè per

tutelare l'efficacia delle indagini, che il deposito venga ritardato «senza pregiudizio di ogni altro diritto del

difensore», per non oltre 30 giorni.

Nel corso delle indagini preliminari svolte dal pubblico ministero, il difensore dell'indagato ha diritto di

presenziare all'interrogatorio ed al confronto del suo assistito, all'ispezione personale, all'accertamento

tecnico irripetibile e, senza avere diritto al preavviso dell'atto, alla perquisizione ed al sequestro (artt. 360,

364 comma 1° e 365).

Il pubblico ministero, allorché deve compiere un atto al quale il difensore ha diritto di assistere (si noti:

«solo» quando deve compiere un atto del genere, non prima), invia alla persona sottoposta alle indagini ed

alla persona offesa dal reato una informazione di garanzia recante l'indicazione delle norme che si

assumono violate, della data e del luogo del fatto e l'invito a nominare un difensore di fiducia.

L'informazione è spedita in plico chiuso raccomandato con ricevuta di ritorno. Il pubblico ministero, se ne

ravvisa ab initio la necessità oppure dopo che l'ufficio postale ha restituito il piego per irreperibilità del

destinatario, può disporre che l'informazione sia notificata all'indagato a norma dell'art 151 (art.369).

Secondo la giurisprudenza, l'informazione di garanzia può essere sostituita da un «equipollente».

Il p.m. fa notificare alla persona sottoposta alle indagini la comunicazione della nomina di un difensire

d’ufficio.Tale atto contiene, a norma dell’art 369-bis:

a)l’informazione che nel processo penale l’imputato dev’essere assistito da un difensore, con l’indicazione

delle facoltà e dei diritti che la legge attribuisce alla persona sottoposta alle indagini;

b)l’avviso che in mancanza del difensore sarà assistito dal difensore d’ufficio già nominato;

c)il nominativo, l’indirizzo ed il recapito telefonico di tale difensore;

d)l’indicazione delle condizioni per l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato;

e)l’avviso che l’imputato non ammesso a patrocinio ha l’obbligo di retribuire il difensore , pena l’esecuzione

forzata.

Il pubblico ministero avvisa il difensore del compimento dell'interrogatorio, dell'ispezione o del confronto

cui deve partecipare la persona sottoposta alle indagini con almeno 24 ore di anticipo. Peraltro egli può

omettere l'avviso dell'ispezione personale, impregiudicato il diritto del difensore di intervenire comunque

all'atto.

I motivi della deroga e le modalità dell'avviso devono essere indicati nel verbale a pena di nullità (art. 364

commi 5° e 6°).

Accertamento tecnico non ripetibile è disciplinato dall' art 360 comma e seguenti , in cui l'atto che si va a

compiere determina «modificazioni delle cose, dei luoghi o delle persone tali da rendere l'atto non ripetibile»

(art. 117 disp. att.). L'autopsia deve sempre compiersi con le garanzie dell'accertamento tecnico non

ripetibile (art. 116 disp. att.).

Allorché il pubblico ministero ritiene di dover compiere un tale accertamento, la persona sottoposta alle

indagini, la persona offesa ed i loro difensori sono avvertiti del tempo e del luogo di conferimento

dell'incarico al consulente tecnico del pubblico ministero e della facoltà di nominare propri consulenti

tecnici. Se prima del conferimento dell'incarico la persona sottoposta alle indagini fa riserva di chiedere al

giudice che la prova sia assunta con le forme della perizia in incidente probatorio, il pubblico ministero non

può fare luogo all'accertamento tecnico a meno che ritenga che l'atto, in caso di differimento, non sarebbe

più compiuto utilmente. Se egli fa espletare l'accertamento tecnico errando nel ravvisare questo presupposto,

i risultati dell'atto non possono essere utilizzati in dibattimento (art. 360 commi 4° e 5°).

I verbali sono depositati entro 3 giorni dal compimento dell'atto nella segreteria del pubblico ministero, dove

restano per 5 giorni a disposizione del difensore.

Costui, se non ha avuto avviso del compimento dell'atto, riceve avviso del deposito (art. 366).

Nel corso delle indagini preliminari i difensori hanno facoltà di presentare memorie e richieste scritte al

pubblico ministero (art. 367). Peraltro, a differenza di quanto l'art. 121 comma 2° stabilisce a proposito delle

richieste presentate al giudice, l'art. 367 non prevede un obbligo del pubblico ministero di pronunciare,

tantomeno entro un termine prefissato, sulle richieste presentategli dai difensori nella fase delle indagini

preliminari.

20. L'arresto e il fermo.

Nelle indagini preliminari la polizia giudiziaria e il pubblico ministero possono limitare la libertà personale

dell'indagato.

L'arresto e il fermo, in quanto provvedimenti limitativi della libertà personale adottati da organi non

giurisdizionali, sottostanno al dettato dell'art. 13 comma 3° Cost, per cui:

-possono essere emanati solo in casi eccezionali di necessità ed urgenza, indicati tassativamente;

-sono provvisori; dell’organo giurisdizionale entro 48 ore dalla

-sono soggetti a controllo e convalida loro adozione;

-se non vengono convalidati si intendono revocati e privi di ogni effetto.

L'arresto è la restrizione della libertà personale che ufficiali e agenti di polizia giudiziaria dispongono a

carico di chi è colto nella flagranza di un reato, cioè di chi «viene colto nell'atto di commettere il reato» (c.d.

flagranza propria) oppure «subito dopo il reato è inseguito dalla polizia giudiziaria, dalla persona offesa o

da altre persone ovvero è sorpreso con cose o tracce dalle quali appaia che egli abbia commesso il reato

immediatamente prima» c.d. flagranza impropria o indiziaria o quasi flagranza).

Nel reato permanente lo stato di flagranza dura fino a quando la permanenza non è cessata (art. 382).

Gli ufficiali e agenti di polizia giudiziaria hanno il dovere di arrestare chi è colto nella flagranza dei reati

elencati nell'art. 380 ed hanno la facoltà (rectius il potere discrezionale) di arrestare chi è colto nella

flagranza dei reati elencati nell'art. 381 commi 1° e 2°. L'arresto discrezionale deve essere giustificato «dalla

gravità del fatto ovvero dalla pericolosità, del soggetto desunta dalla sua personalità o dalle circostanze del

fatto» (art. 381 comma 4°).

Nei casi in cui l'arresto è obbligatorio per la polizia giudiziaria, lo stesso, sempreché si versi in flagranza di

un reato perseguibile d'ufficio, è facoltativo per il privato, il quale, se lo esegue, deve consegnare senza

ritardo l'arrestato e il corpo del reato alla polizia giudiziaria. Questa redige il verbale della consegna ,e ne

rilascia copia al privato (art. 383).

Il fermo è il provvedimento limitativo della libertà personale che il pubblico ministero dispone nei confronti

di chi non sorpreso in flagranza di un reato, risulta gravemente indiziato di un delitto per il quale la legge

stabilisce l'ergastolo o la reclusione superiore nel massimo a sei anni e non inferiore nel minimo a due anni

(art. 384 comma 1°).

Gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria possono operare il fermo prima che il pubblico ministero

abbia assunto la direzione delle indagini se ricorrono i presupposti sopra indicati (art. 384 commi 2° e 3°).

Tanto l'arresto quanto il fermo sono vietati allorché soggetto abbia agito in presenza di una causa di

giustificazione o di non punibilità (art. 385).

Gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria che hanno effettuato l'arresto o il fermo oppure hanno ricevuto

in consegna l'arrestato dal privato:

a) avvertono l'arrestato o fermato che egli ha la facoltà di nominare un difensore (art. 386 comma 1°);

b) redigono il verbale dell'arresto o del fermo, che deve contenere «l'eventuale nomina del difensore di

fiducia, l'indicazione del giorno, del l'ora e del luogo in cui l'arresto o il fermo è stato eseguito e

l'enunciazione delle ragioni che lo hanno determinato» (art. 386 comma 3°);

c) informano dell'arresto o del fermo:

- immediatamente il pubblico ministero del luogo in cui l'alto è stato compiuto (art. 386 comma 1°);

- il difensore di fiducia o quello d'ufficio designato dal pubblico ministero a norma dell'art. 97 (art. 386

comma 2°),

- con il consenso dell'arrestato o fermato, i familiari di costui (art. 387);

d) possono, assumere sommarie informazioni utili all'immediata prosecuzione delle indagini (art. 350

commi 5° e 6°);

e) liberano immediatamente l'arrestato o fermato se risulta che l'arresto o il fermo è stato effettuato per

errore di persona o fuori dei casi previsti dalla legge, informando della liberazione il pubblico ministero del

luogo dell'arresto o fermo (art. 389 comma 2°);

f) se non dispongono la liberazione, al più presto e comunque non oltre 24 ore dall'arresto o del fermo (a

pena di decadenza del provvedimento: art. 386 comma 7°) mettono l'arrestato o fermato a disposizione del

pubblico ministero conducendolo nella casa circondariale o mandamentale del luogo dell'arresto o fermo.

Inoltre trasmettono il verbale dell'arresto o del fermo allo stesso pubblico ministero, salvo che costui

autorizzi una dilazione della trasmissione (art. 386 commi 3° e 4°);

g) trasmettono il verbale di fermo anche al pubblico ministero che ha disposto la misura, se questo è

diverso da quello del luogo in cui la stessa è stata eseguita (art. 386 comma 6°).

Il pubblico ministero:

1) sino a che l'arrestato o il fermato non sia stato messo a disposizione del giudice, può con decreto motivato

per «specifiche ed eccezionali ragioni di cautela» dilazionare l'esercizio del diritto dell'arrestato o fermato di

conferire con il difensore (art. 104 commi 3° e 4°);

2) previo tempestivo avviso al difensore di fiducia o d'ufficio, può interrogare l'arrestato o fermato

informandolo, oltreché della facoltà di non rispondere alle domande diverse da quelle dirette alla sua

identificazione;

3) dispone immediatamente con decreto motivato la liberazione dell'arrestato o fermato:

-se risulta che l'arresto o fermo è stato effettuato per errore di persona o fuori dei casi previsti dalla legge,

-se l'arresto o il fermo è divenuto inefficace perché l'arrestato o fermato non è stato eseguito regolarmente

(artt. 389 comma 1° e 390 comma 3°)

ritiene di non dover chiedere al giudice l’applicazione all’arrestato o fermato di una misura coercitiva(art.

-se

121 comma l° disp. alt.);

d) ove non ordini la liberazione, entro 48 ore dall'arresto o fermo (come abbiamo testé detto, a pena di

decadenza della misura) chiede la convalida del provvedimento al giudice per le indagini preliminari del

luogo in cui lo stesso è stato eseguito (art. 390 comma l°). Con la richiesta trasmette al giudice il decreto di

fermo, il verbale di arresto o fei mo e la documentazione che l'arrestato o fermato è stato tempestivamente

condotto nel luogo di custodia (art. 122 disp. att.);

e) ove non intenda partecipare all'udienza di convalida, fa pervenire al giudice le proprie richieste in ordine

alla libertà personale dell'arrestato o fermato e gli elementi su cui queste si fondano (art, 390 comma 3-bis).

Il giudice per le indagini preliminari:

l) fissa l'udienza di convalida entro 48 ore dalla richiesta di convalida dandone avviso al pubblico

ministero, al difensore (art. 390 comma 2°) nonché all'arrestato o fermato già liberato a norma dell'art. 121

comma l ° disp. att. (art. 121 comma 2° disp. att.);

2) all'udienza, che si svolge in camera di consiglio con la presenza necessaria del difensore, nomina a norma

dell'art. 97 comma 4° un sostituto del difensore non reperito o non comparso (art. 391 commi l° e 2°). Sente

il pubblico ministero, se comparso. Quindi interroga l'arrestato o fermato, se comparso, e sente il suo

difensore (art. 391 comma 3°).Pronuncia sulla richiesta di convalida, adottando il relativo provvedimento se

l'arresto o il fermo risulta legittimo e polizia giudiziaria e pubblico ministero hanno osservato i termini

previsti dagli artt. 386 comma 3° e 390 comma 1° (art. 391 comma 4°).

L'arresto o il fermo perde efficacia se l'ordinanza di convalida non è pronunciata entro, 48 ore da quando

l'arrestato o fermato fu messo a disposizione del giudice (art. 391 comma 7°);

3) convalidato o non convalidato l'arresto o il fermo a richiesta del pubblico ministero dispone con ordinanza

la misura cautelare personale della quale ravvisi i presupposti.

Le ordinanze sulla convalida e sulla misura cautelare sono lette in udienza, e in tale caso comunicate al

pubblico ministero e notificate all'arrestato o al fermato se non comparsi oppure sono pronunciate fuori

udienza e comunicate e notificate ai soggetti di cui sopra. I termini per impugnarle decorrono dalla lettura in

udienza o dalla comunicazione o notificazione (art. 391 comma 7°).

21. L’incidente probatorio.

Il legislatore si è rappresentato l'eventualità che nel corso delle indagini preliminari debbano compiersi atti di

acquisizione probatoria sicuramente o prevedibilmente non ripetibili in dibattimento,ed il cui risultato non

potrà essere sottratto alla cognizione del giudice del giudizio. Per tale eventualità esso ha previsto l'incidente

probatorio, destinato appunto a consentire, davanti al giudice per le indagini preliminari (o anche, come si

vedrà, dell'udienza preliminare) l'assunzione nel rispetto del contraddittorio di prove destinate ad avere

piena efficacia nella fase del giudizio.

L'incidente probatorio può essere espletato per assumere:

a) una testimonianza, quando vi sia motivo di temere che la persona da escutere non potrà deporre in

dibattimento per infermità o altro grave impedimento oppure quando vi è motivo di ritenere che essa possa

subire violenza, minaccia, offerta o promessa di denaro o altra utilità;

b) l'esame della persona sottoposta alle indagini su fatti concernenti la responsabilità di altri;

c) l'esame delle persone indicate nell'art. 210;

d) il confronto fra le persone testé elencate sub a, b, c (testimoni, persone sottoposte alle indagini su fatti

concernenti la responsabilità di altri, persone già esaminate dal pubblico ministero o in un precedente

incidente probatorio, se esse hanno reso dichiarazioni divergenti su circostanze importanti e, trattandosi di

confronto fra testimoni, sussiste una delle situazioni di cui sub a;

e) una perizia o un esperimento giudiziale riguardanti una persona, una cosa o un luogo soggetti ad una

modificazione non evitabile, oppure una perizia la cui effettuazione in dibattimento potrebbe determinare la

sospensione di quest'ultimo per un tempo superiore a sessanta giorni;

f) una ricognizione, che per ragioni d'urgenza non può essere rinviata al dibattimento;

g) la testimonianza di una persona minore degli anni 16 in un procedimento per i reati contro la personalità

individuale o la libertà sessuale previsti dagli artt. 600, 600-bis, 600-ter (anche se relativo al materiale

pornografico di cui all'art. 600-quater.1), 600-quinques, 601, 602, 609-bis, 609-ter, 609-quater, 609-quinques

e 609-octies c.p. (art. 392).

L'incidente probatorio può essere richiesto al giudice per le indagini preliminari dal pubblico ministero o

dalla persona sottoposta alle indagini, fino al termine delle indagini preliminari, salvi i successivi

ampliamenti alla fase dell'udienza preliminare operati dalla giurisprudenza costituzionale.

Con riferimento alla fase delle indagini, a norma dell'art. 393 comma 4° i soggetti legittimati a promuovere

l'incidente possono chiedere, ai fini della sua esecuzione, la proroga dell'ordinario termine delle indagini

stesse.

Quanto alla persona offesa dal reato, essa non è legittimata come tale all'iniziativa incidentale ma può

sollecitare il pubblico ministero a chiedere l'incidente. Il pubblico ministero, se non accoglie la

sollecitazione, pronuncia un decreto motivato che deve essere notificato all'offeso (art. 394).

La richiesta di incidente probatorio deve indicare a pena di inammissibilità:

di cui si chiede l’assunzione, i fatti che ne costituiscono l’oggetto e le ragioni della rilevanza della

-la prova

prova stessa per la futura decisione dibattimentale;

-le persone nei confronti delle quali si procede per i fatti oggetto della prova;

-le circostanze che rendono la prova non rinviabile al dibattimento (art. 393).

La richiesta è depositata nella cancelleria del giudice per le indagini preliminari o dell'udienza preliminare

con le cose e i documenti ritenuti pertinenti. Quella proposta dal pubblico ministero nei procedimenti per i

sopra elencati reati contro la personalità individuale o la libertà sessuale è depositata con la documentazione

di tutti gli atti di indagine compiuti fino a quel momento (art. 393 comma 2-bis).

Il richiedente fa notificare la richiesta a seconda dei casi al pubblico ministero o alle persone nei cui

confronti si procede per i fatti oggetto di prova, e deposita in cancelleria la prova della notificazione (art.

395). Secondo l'insegnamento della Corte costituzionale, la richiesta di incidente probatorio proposta dal

pubblico ministero va notificata anche al difensore della persona sottoposta alle indagini.

Entro 2 giorni dalla notifica, i destinatari di questa possono depositare in cancelleria le loro deduzioni

sull’ammissibilità e fondatezza della richiesta.

La persona sottoposta alle indagini deve depositare le proprie deduzioni anche nella segreteria del pubblico

ministero (art. 396).

Entro 2 giorni dalla notifica della richiesta di incidente probatorio proposta dalla persona sottoposta alle

indagini, il pubblico ministero può chiedere al giudice il differimento dell'incidente se «la sua esecuzione

pregiudicherebbe uno o più atti di indagine preliminare».

La richiesta di differimento indica :

o gli atti di indagine che sarebbero pregiudicati dall’incidente;

-l’atto

-le ragioni del pregiudizio;

del differimento necessario ad evitare il pregiudizio.

-l’entità

Il giudice pronuncia sulla richiesta di incidente decorsi due giorni dalla notifica della stessa (art. 398 comma

1.°).

L'ordinanza di accoglimento è disciplinata dall'art. 398 comma 2°, determina:

della prova nei limiti della richiesta e delle deduzioni;

-l’oggetto

persone interessate all’assunzione della prova;

-le data dell’udienza in cui l’incidente dovrà espletarsi.

-la

L'ordinanza che invece dispone il differimento fissa l'udienza per l'incidente probatorio non oltre il tempo

strettamente necessario al compimento dell'atto o degli atti di indagine che devono essere tutelati, ed è

immediatamente comunicata al pubblico ministero e notificata per estratto alle persone nei cui confronti si

procede per i fatti oggetto della prova.

La richiesta e l'ordinanza di differimento sono depositate solo all'udienza destinata all'incidente-

probatorio (art. 397 comma 4°), affinché durante il tempo del differimento l'indagato non abbia contezza

degli atti di indagine che il pubblico ministero si propone di compiere e che l'immediato svolgimento

dell'incidente avrebbe potuto pregiudicare.

Premesso che, se si devono espletare più incidenti, questi sono assegnati ad una stessa udienza sempreché il

cumulo non comporti ritardo (art. 398 comma 4°) e che, quando l'incidente deve essere compiuto nella

circoscrizione di un altro tribunale, il giudice procedente può per ragioni d'urgenza delegarne

l'espletamento al giudice per le indagini preliminari di tale tribunale (art. 398 comma 5°), sono previsti

adempimenti tipicamente diretti alla instaurazione del contraddittorio. Più precisamente, il giudice con

almeno due giorni di anticipo la comunicare al pubblico ministero e notificare alla persona sottoposta alle

indagini, all'offeso dal reato e ai relativi difensori l'avviso di giorno, ora e luogo in cui l'incidente si svolgerà.

Ai soggetti testé elencati, diversi dal pubblico ministero, è inoltre notificato l'avvertimento che nei 2 giorni

precedenti l'udienza essi possono rendere visione e estrarre copia delle dichiarazioni già rese dalla persona

che dovrà essere esaminata (art. 398 comma 3°).

Allo stesso scopo, ma in termini assai più ampi si prevede che la persona sottoposta alle indagini ed i

difensori abbiano diritto di ottenere copia di tutti gli atti di indagine già depositai a norma dell'art. 393

comma 2-bis (art 398 comma 3-bis) .

L'udienza per l'incidente probatorio si svolge in camera di consiglio con la partecipazione necessaria del

pubblico ministero e del difensore della persona sottoposta alle indagini. Se il difensore non compare, il

giudice nomina un sostituto (art. 401 commi 1° e 2°).

Il difensore della persona offesa dal reato ha diritto di assistere all'udienza e di chiedere al giudice di

rivolgere domande alle persone esaminate. L'indagato e l'offeso hanno diritto di assistere se si deve escutere

una persona; negli altri casi possono assistere se autorizzati dal giudice (art. 401 comma 3°).

Le prove sono assunte con le forme previste per l'assunzione dibattimentale (art. 401 comma 5°).

L'assunzione della prova non può essere estesa a fatti riguardanti persone i cui difensori non presenziano

all'incidente, né si possono verbalizzare dichiarazioni che le coinvolgano (art. 401 comma 6°). Se il pubblico

ministero o il difensore della persona sottoposta alle indagini chiede che la prova si estenda a fatti o

dichiarazioni concernenti tali persone, il giudice, sempreché il rinvio dell'udienza non pregiudichi

l'assunzione della prova, dispone la notifica prevista dall'art. 398 comma 3° alle persone stesse (art. 402).

Le prove assunte in incidente probatorio sono utilizzabili solo nei confronti dell'imputato il cui difensore

abbia partecipato alla loro assunzione anche se al momento di questa il suddetto non fosse ancora indiziato,

salvo che nel momento di insorgenza dell'indizio, la ripetizione dell'atto fosse divenuta impossibile (art.

403).

La sentenza basata su una prova assunta in un incidente probatorio, al quale il danneggiato dal reato non sia

stato posto in condizione di partecipare, non fa stato nel giudizio civile di risarcimento, salvo che il

danneggiato l'abbia accettata anche tacitamente (art. 404).

22. Gli altri interventi del giudice.

Il giudice per le indagini preliminari svolge vari interventi nel corso tali indagini. Tra l'altro:

a) anche fuori dei casi in cui è chiamato a pronunciare sulla convalida di arresto o fermo, provvede in tema

di adozione, modifica, revoca e sostituzione delle misure cautelari personali (artt. 291 comma 1°, 299

commi 1° e 2°). Inoltre provvede sull'applicazione provvisoria di misure di sicurezza (artt. 312 e 313)

nonché sulla richiesta del pubblico ministero di dilazionare, per «specifiche ed eccezionali ragioni di

cautela» e per non più di cinque giorni, l'esercizio del diritto dell'indagato detenuto di conferire con il proprio

difensore (art. 104);

b) dichiara ed eventualmente rimuove l'incompatibilità della difesa di più indagati o di più dichiaranti a

carico della medesima persona da parte di uno stesso difensore (art. 106 comma 4°);

c) dispone il sequestro preventivo (art. 321 comma 1°);

d) provvede, in seguito a trasmissione da parte del pubblico ministero, sulla richiesta di sequestro

probatorio proposta da un interessato al pubblico ministero e disattesa da questo (art 368);

e) autorizza il pubblico ministero a disporre ed eseguire l'ispezione, la perquisizione ed il sequestro negli

uffici dei difensori (art. 103 comma 4°);

f) provvede in tema di autorizzazione, convalida e proroga dell'intercettazione di comunicazioni (art. 267

commi 1°-3°), differimento e proroga del deposito dei relativi verbali e registrazioni (art. 268 commi 4° e

5°), acquisizione, stralcio e trascrizione delle registrazioni (art. 268 commi 6° e 7°).

23. L'investigazione difensiva: la ricerca delle prove personali.

Pure i difensori delle parti private, e finanche della semplice persona offesa o danneggiata dal reato e di

colui che potrebbe assumere nel processo la veste di responsabile civile o di civilmente obbligato per la pena

pecuniaria, possono svolgere investigazioni per ricercare ed individuare elementi di prova a favore del

proprio assistito.

Ciascun difensore può svolgere l'indagine personalmente o tramite un sostituto, un investigatore privato

autorizzato o un consulente tecnico (art. 327-bis commi 1°, 3°).

Nello svolgimento dell'indagine difensiva il difensore può acquisire dichiarazioni dalle persone informate dei

fatti e da quelle coindagate o coimputate nello stesso procedimento o in un procedimento connesso, o per un

reato collegato (art. 391-bis commi 1° e 5°).

Sono sottratte a tale possibilità di escussione:

a) le persone incompatibili alla testimonianza a norma dell'art. 197 lett. c e d;

b) le persone alle quali il pubblico ministero, dopo averle sentite come persone informate dei fatti a norma

dell'art. 362, abbia vietato, con decreto motivato da specifiche esigenze delle indagini e per un tempo non

superiore a due mesi, di comunicare a terzi i fatti e le circostanze oggetto d'indagine, avvertendole della

responsabilità penale in cui incorrerebbero in caso di violazione del divieto (art. 391 quinquies);

c) le persone il cui esame sia stato chiesto da una parte in incidente probatorio, in sede di integrazione

probatoria nell'udienza preliminare o nella lista predibattimentale presentata a norma dell'art. 468 oppure sia

stato ammesso dal giudice a norma dell'art. 507.

Inoltre il difensore:

a) per conferire con una persona detenuta deve procurarsi l'autorizzazione del giudice che procede nei

confronti di essa;

b) per conferire con i coindagati o coimputati nello stesso procedimento o in un procedimento connesso o per

un reato collegato deve avvertire con almeno 24 ore di anticipo il loro difensore, il quale deve presenziare al

colloquio;

c) alle persone che siano già state sentite dalla polizia giudiziaria o dal pubblico ministero a norma degli artt.

351, 362 e 363 non può chiedere notizie sulle domande loro formulate da tali organi e sulle risposte che essi

hanno dato alle stesse (artt. 351 comma 1° e 362 comma 1-bis).

Il difensore può avere con la persona un semplice colloquio non documentato, oppure, ma a ciò possono

procedere solo il difensore ed il suo sostituto (non l'investigatore privato ed il consulente tecnico), ricevere

da essa un a dichiarazione scritta o svolgerne un esame documentato.

In ognuna delle menzionate ipotesi il difensore preliminarmente avverte la persona ai sensi dell'art 391-bis,

comma 3°:

-della propria qualità e dello scopo del colloquio;

-della propria intenzione di conferire con lei o di ricevere una dichiarazione scritta o di svolgere un esame

documentato; della persona esaminata di dichiarare

-dell’obbligo se essa è indagata o imputata nello stesso procedimento o

in un procedimento connesso o per un reato collegato;

-della facoltà di non rispondere alle domande e di non rendere la dichiarazione scritta;

le domande fattele dalla polizia giudiziaria o del

-del divieto che grava su di essa di rivelare all’interrogante

pubblico ministero e le risposte date a costoro;

-della responsabilità penale in cui essa incorrerebbe ove rendesse false dichiarazioni orali o scritte al

difensore.

I difensore interrompe tanto il colloquio informale quanto l'acquisizione della dichiarazione scritta, quanto

ancora l'esame documentato (tutti atti ai quali l'indagato, la persona offesa dal reato e le altre parti private del

processo non possono assistere) non appena la persona esaminata, la quale non sia indagata né imputata,

renda dichiarazioni da cui emergono indizi di reità a suo carico. In tale caso le precedenti dichiarazioni rese

dalla persona non possono essere utilizzate nei suoi confronti (art. 391-bis comma 9°).

Se la persona esaminata rilascia una dichiarazione scritta, la sua firma in calce a questa è autenticata dal

difensore, il quale redige e allega alla suddetta dichiarazione una relazione contenente:

-la data della ricezione della dichiarazione;

-le generalità del dichiarante e del difensore;

che costui ha rivolto i prescritti avvertimenti al dichiarante;

-l’attestazione

-i fatti oggetto della dichiarazione.

Dell’esame documentato il difensore redige un verbale.

Le dichiarazioni orali o scritte, acquisite dal difensore:

a) senza la previa formulazione degli avvertimenti prescritti,

b) trattandosi di coindagato o coimputato nello stesso procedimento o in un procedimento connesso o di un

reato collegato, in assenza del difensore di costui,

c) in violazione del divieto di interrogare la persona esaminata sulle domande eventualmente fattele dalla

polizia giudiziaria o dal pubblico ministero e le risposte date da essa, non possono essere utilizzate.

L'omissione degli avvertimenti di cui sopra e la violazione degli altri doveri del difensore costituiscono

illeciti disciplinari di costui, dei quali il giudice procedente dà comunicazione al titolare del relativo potere

sanzionatorio (art. 391-bis comma 6°).

Quando una persona, invitata a fornire informazioni, non abbia accettato il contatto con il difensore oppure

abbia dichiarato di volersi avvalere della facoltà di non rispondere, il difensore che svolge l'indagine può

alternativamente:

1) chiedere al pubblico ministero di compiere l'esame della suddetta, se essa è una persona informata dei fatti

e non un coindagato o coimputato nello stesso procedimento o in un procedimento connesso o per un reato

collegato; Il pubblico ministero fissa l'esame entro sette giorni dalla richiesta dandone avviso al difensore

richiedente, il quale deve intervenire e per primo formula le domande (art. 391-bis comma 10°);

2)chiedere al giudice per le indagini preliminari di svolgere l'esame della suddetta persona in incidente

probatorio anche se non ricorrono i casi previsti dall'art. 392.

L'audizione in incidente probatorio può essere richiesta nei confronti tanto della persona informata dei fatti

quanto di quella coindagata o coimputata nello stesso procedimento o in un procedimento connesso o per un

reato collegato (art. 391-bis comma 11°).

24. Segue: la ricerca delle prove reali.

Quanto alle indagini sulle cose il difensore:

a) può chiedere alla pubblica amministrazione, che ha formato o comunque detiene stabilmente un

documento, di avere visione o estrarre copia dello stesso a proprie spese.

Se l'amministrazione non accoglie la richiesta, si applicano gli artt. 367 e 368, cioè il difensore può chiedere

al pubblico ministero di disporre il sequestro del documento. (art. 391-quater);

b) può accedere ai luoghi privati o non aperti al pubblico che presentino un interesse per il procedimento,

compresi, quando sia necessario accertare le tracce e gli altri effetti materiali del reato, i luoghi di privata

abitazione e le loro pertinenze.

Se chi ha la disponibilità del luogo rifiuta l'accesso, il difensore può chiedere l'autorizzazione all'accesso al

giudice.

La persona presente sul luogo è avvertita della facoltà di farsi assistere da una persona di sua fiducia purché

idonea a norma dell'art. 120 (artt. 391-sexies e septies);

c) può compiere atti irripetibili ai quali il pubblico ministero ha facoltà di presenziare personalmente o

tramite la polizia giudiziaria (art. 391-decies commi 2° e 3°). Dell'accertamento tecnico irripetibile il

difensore deve avvertire senza ritardo il pubblico ministero, il quale può esercitare le facoltà previste dall'art.

360, in quanto compatibile (art. 391-decies comma 3°);

d) prima che l'azione penale sia esercitata, può chiedere al pubblico ministero di autorizzare il consulente

tecnico della difesa ad intervenire al-le ispezioni e ad esaminare l'oggetto delle ispezioni alle quali non è

intervenuto nonché le cose sequestrate nel luogo in cui queste si trovano. Contro il decreto del pubblico

ministero che nega l'autorizzazione il difensore può proporre opposizione al giudice, il quale decide a norma

detrai t. 127.

Dopo che l'azione penale è stata esercitata, il difensore chiede l'autorizzazione direttamente al giudice.

L'organo che concede l'autorizzazione impartisce le prescrizioni necessarie per la conservazione dello stato

dei luoghi e delle cose ed il rispetto delle persone (art. 233 commi 1-bis. e 1-ter).

25. Segue: l'utilizzazione dei risultati dell'indagine.

Il difensore di regola e libero di utilizzare o non utilizzare nel processo, e quindi di portare o non portare a

conoscenza del pubblico ministero o del giudice, i verbali e gli altri risultati dell'indagine difensiva svolta.

Le sole eccezioni a questa regola sono costituite dai verbali degli accertamenti tecnici e degli altri atti

irripetibili ex art. 391-decies comma 3°, dei quali atti il difensore se vuole conservare la possibilità di

utilizzarne i verbali nel processo, deve dare preavviso al pubblico ministero. Fatto ciò i relativi verbali sono

acquisiti dal pubblico ministero e quindi, poiché immessi nel fascicolo delle indagini, conosciuti dal giudice.

Fuori di questi casi il difensore può presentare i risultati dell'indagine difensiva che consideri favorevoli al

proprio assistito, al pubblico ministero.

Può anche presentarli direttamente al giudice per le indagini preliminari, il quale li inserisce in un fascicolo

del difensore tenuto presso il proprio ufficio Il pubblico ministero può prendere visione ed estrarre copia dei

documenti contenuti in tale fascicolo solo prima che il giudice per le indagini preliminari adotti una

decisione su richiesta di parte o con l'intervento delle parti. Dopo la chiusura delle indagini preliminari il

fascicolo del difensore viene inserito in quello delle indagini (art. 391 octies).

Si vedrà che, disposto il rinvio a giudizio:

a) i documenti delle dichiarazioni acquisite nel corso dell'indagine difensiva sono inseriti nel fascicolo del

pubblico ministero e possono essere utilizzati dalle parti in dibattimento a norma degli artt. 500, 512 e 513;

b) i verbali degli atti irripetibili compiuti dal difensore in occasione dell'accesso ai luoghi, sempreché il

pubblico ministero vi abbia assistito anche tramite la polizia giudiziaria, i verbali degli accertamenti tecnici

irripetibili e, su accordo delle parti, qualsiasi altro documento dell'indagine difensiva sono inseriti nel

fascicolo per il dibattimento e possono essere letti in dibattimento a norma dell'art. 511 (artt. 391-decies, 431

comma 2°, 493 comma 3°).

26. Segue: le ulteriori indagini.

Oltreché in pendenza delle indagini preliminari, il difensore può svolgere l'indagine difensiva testé descritta.

a) ancora prima dell'inizio di un procedimento penale, purché abbia ricevuto dalla persona assistita un

mandato ad indagare contenente la no-mina di lui come difensore, l'indicazione dei fatti ai quali il mandato si

riferisce e la sottoscrizione della suddetta persona autenticati dal difensore.

Prima dell'inizio di un procedimento penale il difensore che svolge l'indagine difensiva non può però

compiere gli atti di indagine che presuppongono l'autorizzazione o implicano la partecipazione dell'autorità

giudiziaria (art. 391 nonies);

b) una volta disposto il rinvio a giudizio, può svolgere, in vista della richiesta di ammissione di prove in

dibattimento, la stessa attività integrativa di indagine che vedremo consentita al pubblico ministero (art. 430-

bis);

c) può svolgere l'indagine difensiva anche in ogni ulteriore stato e grado del procedimento di cognizione

nonché dopo la formazione del giudicato, in vista del giudizio di revisione o dei procedimenti incidentali di

esecuzione (art. 327- bis comma 2°).

27. Segue: la tutela penale dell'indagine difensiva.

Lo svolgimento ed i risultati delle indagini difensive sono garantiti da alcune norme penali:

a) la persona informata dei fatti, la quale, richiesta di informazioni dal difensore, rende dichiarazioni false,

commette il reato di false dichiarazioni al difensore, punito con la reclusione sino a quattro anni (art. 371-ter

comma 1° c.p.). La suddetta persona non è punibile se per legge non avrebbe dovuto essere richiesta di

fornire informazioni al difensore, o avrebbe dovuto essere avvertita della facoltà di astenersi dal renderle, o

ha commesso il fatto perché costretta dalla necessità di salvare se medesima o un prossimo congiunto da un

grave ed inevitabile nocumento nella libertà o nell'onore (alt. 3M c.p.), oppure se ritratta il falso e dichiara il

vero prima della chiusura del dibattimento nel

procedimento penale in cui ha reso le dichiarazioni (art. 376 comma 1° c.p.).

Il procedimento per il reato di false dichiarazioni al difensore resta sospeso sino a che quello, in cui la

persona ha reso tali dichiarazioni, non sia sfociato nell'archiviazione, nella sentenza di non luogo a procedere

o nella sentenza conclusiva del giudizio di primo grado (art. 371-ter comma 2° c.p.);

b) la persona informata dei fatti, la quale, sentita dal pubblico ministero a richiesta del difensore, rende false

dichiarazioni oppure tace in tutto o in parte ciò che sa intorno ai fatti sui quali è esaminata, commette il reato

di false informazioni al pubblico ministero, punito con la reclusione sino a quattro anni (art. 371-bis comma

2-bis c.p.);

c) si discute se e in quali sanzioni incorra il difensore che documenta infedelmente i risultati dei suoi atti di

indagine. In giurisprudenza si è ritenuto che egli, nel momento in cui redige ed immette nel circuito

processuale il verbale documentante tali risultati, assume la qualità di pubblico ufficiale e quindi può

commettere il reato di falso ideologico in atto pubblico di cui all'art. 479 c.p. Altri ritengono invece che egli

conservi comunque la sua ordinaria qualità di esercente un servizio di pubblica necessità (art. 359 c.p.) e

pertanto possa al più commettere il reato di falsità ideologica in certificati previsto dall'art. 481 c.p.

28. Il coordinamento delle indagini.

L'istituto è disciplinato dall'art. 371.

Le indagini preliminari condotte da Procuratori della Repubblica diversi si dicono collegate se:

a norma dell’art 12,

-attengono a procedimenti connessi

-hanno per oggetto reati commessi gli uni in occasione di altri o per conseguirne o assicurarne al colpevole o

ad altri il profitto, il prezzo, il prodotto o l’impunità o commessi da più persone in danno reciproco le une

delle altre o legati dal fatto che la prova di un reato o di una sua circostanza influisce sulla prova di un altro

reato o di una circostanza di questo, o dal fatto che la prova di più reati deriva da una fonte comune.

In caso di collegamento fra le indagini gli uffici del p.m. procedenti si coordinano e perciò:

-si scambiano atti o informazioni;

-si comunicano le direttive impartite alla polizia giudiziaria;

-compiono congiuntamente singoli atti di indagine.

29. L'obbligo del segreto e il divieto di pubblicazione degli atti.

Gli atti di indagine, cioè di ricerca e di acquisizione della prova (non, per esempio, l'informazione di

garanzia ed i provvedimenti cautelari), compiuti dalla polizia giudiziaria o dal pubblico ministero nel corso

delle indagini preliminari sono segreti sino a quando la persona sottoposta alle indagini non ne possa avere

conoscenza e, comunque, non oltre la chiusura delle indagini preliminari (art. 329 comma 1°).

Chiunque rivela indebitamente notizie relative ad uno dei suddetti atti commetti il delitto di rivelazione di

segreti inerenti ad un procedimento penale, punito dall'art. 379 bis c.p. con la reclusione fino ad un anno.

Inoltre gli atti d'indagine preliminare dichiarati segreti dall'art. 329 comma 1° non possono formare oggetto,

con la stampa o altro mezzo di diffusione delle notizie, di pubblicazione totale o parziale né nel loro

contenuto ovvero per riassunto (art. 114 comma 1°).

Il divieto di pubblicazione degli atti d'indagine risponde, però, anche all'esigenza di tutelare il buon nome di

colui che è sì sottoposto alle indagini.

Pertanto, anche dopo la caduta del segreto sancita dall'art. 329 comma l° e fino alla chiusura delle indagini

preliminari o dell'udienza preliminare, gli atti d'indagine possono essere pubblicati non testualmente, in tutto

o in parte, ma solo nel loro contenuto ovvero per riassunto (art. 114 commi 2° e 7°).

La violazione del divieto integra la contravvenzione di pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento

penale prevista dall’art. 684 c.p. e l’illecito disciplinare previsto dall’art.115.

30. La durata delle indagini.

Il pubblico ministero deve chiudere le indagini preliminari con la richiesta di archiviazione o l'esercizio

dell'azione penale entro 6 mesi o, se si procede per taluno dei reati elencati nell'art. 407 comma 2° lett. a,

entro 1 anno dal giorno in cui il nome della persona sottoposta alle indagini è stato iscritto nel registro delle

notizie di reato (art. 405 comma 2°).

Se è necessaria l'autorizzazione a procedere, il termine resta sospeso.

Inoltre il termine resta sospeso durante il tempo della perizia disposta in incidente probatorio per accertare

l'attitudine della persona sottoposta alle indagini a partecipare coscientemente al processo (art. 70 comma 3°)

e, salvo che nei procedimenti per i reati di criminalità organizzata, è soggetto alla sospensione feriale.

A richiesta del pubblico ministero il suddetto termine può subire una o più proroghe, ciascuna non

eccedente i sei mesi, sino ad un massimo di 18 mesi o nei procedimenti elencati nell'art. 407 comma 2°, di 2

anni (art. 407 commi 1° e 2°).

Nei procedimenti peri reati di cui agli artt. 589 comma 2° e590 comma 3° c.p. la proroga può essere

concessa una sola volta (art. 406 comma 2-ter)

Il pubblico ministero chiede la proroga al giudice per le indagini preliminari prima della scadenza del

termine indicando la notizia di reato che è all'origine delle indagini e il motivo della proroga, il quale può

essere per la prima richiesta la «giusta causa» e per le richieste successive la «particolare complessità delle

indagini» o l'«oggettiva impossibilità di concluderle entro il termine prorogato» (art 406 commi 1° 2° e 2

bis).

La procedura per la proroga è regolata dall'art. 406: è notificata alla persona sottoposta alle indagini ed

del reato, in modo che possano presentare

all’offeso memorie al giudice entro 5 giorni dalla notifica; il

giudice pronuncia nei 10 giorni successivi concedendo con ordinanza la proroga o fissando un udienza ,

della quale fa notificare avviso al p.m., all’indagato ed alla persona offesa dal reato.

In esito all’udienza il giudice pronuncia ordinanza.

L'ordinanza che nega la proroga, se il termine per le indagini preliminari è già scaduto, fissa un termine non

superiore a 10 giorni entro il quale il pubblico ministero deve concludere le indagini chiedendo

l'archiviazione o esercitando l'azione penale (art. 406 comma 7°).

Quando la notitia criminis è generica,entro 6 mesi dall'iscrizione nel registro ex art. 335 deve chiedere al

giudice l'archiviazione della notizia per essere ignoti gli autori del reato oppure, se consideri ancora

possibile arrivare all'individuazione di un indiziato, l'autorizzazione a continuare le indagini contro ignoti

(art. 415 comma 1°).

Il giudice:

-se condivide la valutazione del p.m. , lo autorizza con decreto motivato a proseguire le indagini contro

ignoti;

ritiene che sia emerso il nome dell’autore del reato , ordina che sia iscritto nel registro delle notizie di

-se

reato;

nega l’autorizzazione a proseguire le indagini contro ignoti

-se , con ordinanza fissa un termine inferiore a 10

giorni entro il quale il p.m. deve concludere le indagini, formulando le relative richieste.

Inoltre gli atti di indagine, compiuti dal pubblico ministero dopo la scadenza del termine sono inutilizzabili

(art. 406 comma 8° e 407 comma 3°).

Le richieste di archiviazione e di rinvio a giudizio, anche se presentate al giudice dopo la scadenza del

termine originario o prorogato di durata delle indagini preliminari, sono valide ed efficaci.

per il reato di cui all’art. 589 comma 2° c.p., il pubblico ministero deve depositare la

Nei procedimenti

richiesta di rinvio a giudizio «entro 30 giorni dalla chiusura delle indagini preliminari».

31 e 32 La conclusione delle indagini e L'archiviazione.

il p.m. ritiene di dover esercitare l’azione con la richiesta di rinvio a

Le indagini preliminari si concludono se

giudizio e , nel caso contrario , con l’archiviazione.

Entrambe le richieste sono rivolte al giudice.

Fino alla chiusura delle indagini il giudice che rilevi il difetto di giurisdizioni o di competenza dispone la

restituzione degli atti al p.m. con ordinanza, mentre dopo la chiusura delle indagini preliminari il giudice

dichiara la carenza di giurisdizione o competenza con sentenza ordinando la trasmissione degli atti

all’autorità competente o al p.m. presso il giudice competente.

In esito alle indagini preliminari il pubblico ministero presenta al giudice richiesta motivata di archiviazione

della notizia di reato anzitutto se questa è infondata (art. 408 comma 1°) «perché gli elementi acquisiti nelle

indagini preliminari non sono idonei a sostenere l'accusa in giudizio» (art. 125 disp. att.). Una tale

situazione (c.d. archiviazione per inidoneità probatoria) ricorre quando le indagini hanno acquisito la prova,

che il fatto non sussiste o che l'imputato non lo ha commesso o che il fatto non costituisce reato, nonché

quando la prova che il fatto sussiste o che l'imputato lo ha commesso o che il fatto costituisce reato manca o

è insufficiente o contraddittoria e non si ritiene che essa possa venire integrata nella fase del giudizio.

L'art. 125 disp. att. si pone dunque per usare le parole della Corte come «la traduzione in chiave

accusatoria del principio di non superfluità del processo».

L'archiviazione è altresì richiesta se manca una condizione di procedibilità,se il fatto non è previsto dalla

legge come reato oppure se il reato è estinto (art. 411), ovvero se l'autore o gli autori del reato restano

ignoti (art. 415 comma 1°).

Infine pubblico ministero chiede l'archiviazione se nel corso delle indagini preliminari la Corte di cassazione

ha dichiarato l'insussistenza a carico dell'indagato dei gravi indizi di colpevolezza previsti dall'art. 273

comma l° c.p.p. ed elementi a carico di costui non sono stati acquisiti successivamente (art. 405 comma 1-

bis).

Con la richiesta di archiviazione il pubblico ministero trasmette al giudice il fascicolo delle indagini

contenente la notizia di reato, la documentazione delle indagini espletate ed i verbali degli atti compiuti

davanti al giudice per le indagini preliminari (art. 408 comma 1°).

Il giudice, se accoglie la richiesta, dispone l'archiviazione con decreto motivato e restituisce gli atti al

pubblico ministero (art. 409 comma 1°).

La richiesta ed il decreto di archiviazione per essere ignoti gli autori del reato sono rispettivamente

presentata dal pubblico ministero ed emesso dal giudice con riferimento all'elenco delle notizie di reato

contro ignoti che la polizia giudiziaria presenta mensilmente alla procura della Repubblica a norma dell'art.

107 disp. att.

Fuori dei caso di cui sopra il giudice fissa davanti a sé un'udienza in camera di consiglio a norma dell'art.

127 (art. 409 commi 2° e 3°).

Sino al giorno dell'udienza gli atti restano depositati in cancelleria a disposizione delle parti, con facoltà del

difensore di estrarre copia (art. 409 comma 2°). Tale deposito assume una speciale importanza per la

persona sottoposta alle indagini, la persona offesa ed i loro difensori, i quali grazie ad esso hanno per la

prima volta la possibilità di prendere visione (cosiddetta discovery) di tutto il fascicolo delle indagini.

In esito all'udienza il giudice pronuncia ordinanza con cui alternativamente:

a) dispone l'archiviazione (art. 409 comma 5°);

b) se ritiene incomplete le indagini indica al pubblico ministero le ulteriori indagini;

c) in caso di richiesta d'archiviazione motivata con l'essere ignoti gli autori del reato, se dissentendo dal

pubblico ministero ritiene che le indagini in realtà hanno fatto emergere un possibile autore del reato,

dispone che il nome di, costui sia iscritto nel registro di cui all'art. 335 (art. 415 comma 2°);

se ritiene che siano emersi elementi idonei a sostenere l’accusa in giudizio,

d) ordina che entro 10 giorni il

pubblico ministero formuli l'imputazione (cosiddetta imputazione coatta), cioè come dice l'art. 417 enunci

il fatto costituente reato, le circostanze aggravanti e quelle che possono comportare l'applicazione di misure

di sicurezza, nonché i relativi articoli di legge.

La sua previsione risponde alla necessità di assicurare, in attuazione dell'art. 112 Cost., un controllo

giurisdizionale sul rispetto da parte del pubblico ministero dell'obbligo di esercitare l'azione penale.

Conosciuta l'imputazione, il giudice entro 2 giorni fissa l'udienza preliminare (art. 409 comma 5°) con un

decreto che indica le generalità dell'imputato e dell'offeso dal reato, l'imputazione e le fonti di prova

acquisite ed è notificato all'imputato ed all'offeso medesimi (art. 128 disp. att.).

Il decreto di archiviazione è notificato alla persona sottoposta alle indagini, la quale nel corso di queste sia

stata sottoposta a custodia cautelare, affinché essa possa chiedere, concorrendo gli altri presupposti indicati

dalla legge, la riparazione dell'ingiusta detenzione (art. 409 comma 1"). II termine di due anni per chiedere la

riparazione decorre da tale notificazione (art. 315 comma 1°).

33. L'opposizione all'archiviazione.

Allorché la persona offesa abbia dichiarato al pubblico ministero di voler essere informata dell'eventuale

richiesta di archiviazione il pubblico ministero, il quale si proponga di chiudere le indagini preliminari con

tale richiesta, deve far notificare all'offeso un avviso della richiesta stessa con avvertimento che nei 10

giorni successivi alla notificazione egli può prendere visione in segreteria del fascicolo delle indagini e

presentare un'opposizione contenente la richiesta motivata di prosecuzione delle indagini preliminari (art.

408 commi 2° e 3°) con l'indicazione, a pena di inammissibilità, dell'oggetto del l'investigazione suppletiva e

dei relativi elementi di prova (art. 410 comma 1°).

Trascorsi 10 giorni dalla notificazione dell'avviso il pubblico ministero trasmette al giudice la richiesta di

archiviazione, il fascicolo delle indagini e l'opposizione eventualmente proposta dall'offeso (art. 126 disp.

att.).

In presenza dell'opposizione, il giudice può disporre l'archiviazione con decreto motivato, senza fare luogo

all'udienza in camera di consiglio, solo se l'opposizione risulta inammissibile e la richiesta di archiviazione

Se l’opposizione non risulta inammissibile , il giudice deve fissare l’udienza

fondata. ex art.127 dandone

l’opposizione.

avviso al p.m. , alla persona soggetta alle indagini nonché alla persona che ha proposto

In esito all’udienza il giudice pronuncia ordinanza avente i 4 possibili contenuti già menzionati.

34. L'impugnazione del provvedimento di archiviazione e la riapertura delle

indagini.

L'ordinanza di archiviazione è ricorribile per cassazione dal pubblico ministero, dalla persona sottoposta

alle indagini e dalla persona offesa dal reato per le cause di nullità elencate dall'art. 127 comma (art. 409

comma 6°).

La Corte costituzionale ha precisato che il diritto di ricorrere ex art. 409 comma 6° non solo contro

l'ordinanza, ma anche contro il decreto di archiviazione, va riconosciuto pure alla persona offesa dal reato

che avesse ritualmente chiesto di essere informata dell'eventuale richiesta di archiviazione.

Tanto il decreto quanto l'ordinanza di archiviazione possono essere revocati con decreto motivato dal

giudice per le indagini preliminari in seguito a richiesta del pubblico ministero che la che rappresenti

l'esigenza di nuove investigazioni. Poiché l'art. 414, a differenza di quanto vedremo stabilito dall'art. 434

per la revoca della sentenza di non luogo a procedere, non subordina la revoca dell'archiviazione al

sopravvenire di nuove fonti di prova.

Autorizzata dal giudice la riapertura delle indagini, il pubblico ministero iscrive di nuovo la notizia di reato

nel registro ex art. 335 (art. 414 comma 2°), con conseguente nuova decorrenza dei termini di durata delle

indagini preliminari.

Il decreto e l’ordinanza di archiviazione non hanno efficacia nei giudizi civili e amministrativi.

35. L'avocazione.

Le indagini preliminari, condotte dal procuratore della Repubblica presso il tribunale, possono essere avocate

dal procuratore generale presso la corte d'appello e, nei procedimenti per i reati elencati nell'art. 51

comma 3-bis, dal procuratore nazionale antimafia.

Il medesimo procuratore generale assunte eventualmente le informazioni necessarie, dispone con decreto

motivato l'avocazione delle indagini:

a) quando il procuratore della Repubblica non può sostituire tempestivamente il magistrato della procura da

lui designato alle indagini preliminari, il quale si sia astenuto dallo svolgerle o versi in una situazione di

incompatibilità,

b) quando, trattandosi di indagini collegate per i reati di cui agli artt. 270-bis, 280, 285, 286, 289-bis, 305,

306, 416 (nei casi comportanti obbligo di arresto in flagranza) e 422 c.p., il coordinamento «non risulta

effettivo» (art. 372 comma 1-bis);

c)d’ufficio, o su istanza della persona sottoposta alle indagini ovvero della persona offesa dal reato ex art.

413, quando il procuratore della Repubblica non ha concluso le indagini preliminari entro il termine stabilito

dalla legge o prorogato dal giudice (art. 412 comma 1°). A questo fine la segreteria della procura della

Repubblica trasmette ogni settimana al procuratore generale l'elenco delle notizie di reato a carico di persone

note in rapporto alle quali il pubblico ministero non ha richiesto l'archiviazione o esercitato l'azione penale

entro il termine di cui sopra (art. 127 disp. att.);

d) Quando il giudice per le indagini preliminari gli comunica ex art. 409 comma 3° di avere fissato l'udienza

in camera di consiglio per pronunciare sulla richiesta di archiviazione presentata dal procuratore della

Repubblica (art. 412 comma 2°) oppure, come vedremo, quando il giudice dell'udienza preliminare gli

comunica l'ordinanza con cui, ritenute incomplete le indagini preliminari svolte, ha indicato al pubblico

ministero le ulteriori indagini che si rendono necessarie (art. 421-bis).

In queste ultime ipotesi abbiamo la c.d. avocazione facoltativa.

Una specifica disciplina è dettata con riguardo al procuratore nazionale antimafia, il quale nei

procedimenti di criminalità organizzata elencati nell'art. 51 comma 3-bis, avvalendosi della DIA e dei servizi

delle forze di polizia, esercita funzioni di impulso nei confronti dei procuratori distrettuali al fine di rendere

effettivo il coordinamento delle attività di indagine e di garantire la funzionalità nell’impiego delle forze di

polizia. A tale scopo, in particolare:

a) assicura il collegamento investigativo, d'intesa con i procuratori distrettuali interessati, anche per mezzo

dei magistrati della direzione nazionale antimafia;

b) si adopera, anche attraverso applicazioni temporanee dei magistrati della direzione nazionale e delle

direzioni distrettuali antimafia, per soddisfare specifiche e contingenti esigenze investigative o processuali,

c) cura il coordinamento delle indagini collegate svolte da procure distrettuali diverse, impartendo direttive

e promuovendo riunioni tra i procuratori distrettuali

d) avoca le indagini preliminari quando le suddette riunioni non hanno avuto esito e il coordinamento non è

risultato possibile per perdurante e ingiustificata inerzia nelle indagini o reiterate violazioni dell'art. 371 (art.

371-bis).

Il decreto di avocazione, adottato dal procuratore generale presso la corte d'appello o dal procuratore

nazionale antimafia, è trasmesso in copia al CSM ed ai procuratori della Repubblica interessati. Ognuno di

questi ultimi entro 10 giorni dalla ricezione può proporre reclamo contro il decreto al procuratore generale

presso la corte di cassazione, (art. 70 commi 6° e 6-bis ord. giud.).

Il procuratore generale presso la corte d'appello, se ha disposto l'avocazione d'ufficio, svolge le indagini e

formula le richieste di archiviazione o di rinvio a giudizio entro trenta giorni dal decreto di avocazione (art.

412 comma 1°), se ha avocato ad istanza del soggetto indagato o della persona offesa, formula tali richieste

entro 30 giorni dall'istanza (art, 413 comma 2°).

36. L'avviso di conclusione delle indagini.

Alla fine delle indagini preliminari il pubblico ministero, il quale ritenga di non chiedere 1' archiviazione,

deve, prima della scadenza del termine originario o prorogato di durata delle indagini preliminari, far

notificare alla persona sottoposta alle indagini ed al suo difensore un avviso di conclusione delle medesime

contenente le indicazioni dell'art 415-bis:

-le sommarie enunciazioni del fatto per cui si procede, delle norme di legge che si assumono violate e della

data e del luogo di presunta commissione del fatto stesso.

-l’avvertimento che:

*la documentazione delle indagini è depositata nella segreteria del p.m. e l’indagato e il suo difensore hanno

facoltà di prenderne visione

*entro 20 giorni dalla notifica dell’avviso di conclusione delle indagini l’indagato può presentare memorie,

depositare la documentazione di atti dell’investigazione

produrre documenti, difensiva, chiedere al p.m. il

compimento di atti di indagine , presentarsi al p.m. per rendere dichiarazioni e chiedere di essere

interrogato.

Acquisite le dichiarazioni dell'indagato, valutati i documenti e le memorie prodotti dalla difesa e compiuti gli

atti di indagine eventualmente richiesti da questa, il pubblico ministero può chiedere l'archiviazione o il

rinvio a giudizio.

37. La richiesta di rinvio a giudizio.

Al termine delle indagini preliminari il pubblico ministero, il quale ravvisi elementi per sostenere un'accusa

in giudizio nei confronti della persona sottoposta alle indagini formula l'imputazione e, se non ritiene di

promuovere un procedimento speciale, esercita l'azione penale mediante la richiesta di rinvio a giudizio

(artt. 50 comma 1° e 405 comma 1°), salvo quanto previsto ex art 550 nei casi di citazione diretta a giudizio

dinanzi al tribunale in composizione monocratica (infra cap. VIII, § 5).

Tale richiesta è nulla se non è stata preceduta dalla notificazione alla persona sottoposta alle indagini ed al

suo difensore dell'avviso di conclusione delle indagini preliminari ex art. 415-bis, nonché quanto indicato

dall'art 416 comma 1°.

La richiesta contiene:

a) le generalità dell'imputato (o quant'altro valga ad identificarlo) e della persona offesa dal reato se

identificata;

b) l'imputazione, (art. 60 comma 1°);

c) l'indicazione delle fonti di prova acquisite;

d) la richiesta di emissione del decreto che dispone il giudizio;

e) la data e la sottoscrizione del pubblico ministero (art. 417).

La richiesta è depositata nella cancelleria del giudice per le indagini preliminari. Il magistrato che ha svolto

le funzioni di giudice per le indagini preliminari è però incompatibile a svolgere l'udienza preliminare, e

deve quindi essere sostituito, nei casi previsti dall'art. 34 commi 2-bis e 2-ter.

La richiesta è depositata insieme con il fascicolo delle indagini e recando allegati il corpo del reato e le cose

pertinenti al reato che non debbano essere custoditi altrove (art. 416 comma 2°). La Corte costituzionale ha

precisato che l'art. 416 comma 2° «non conferisce al pubblico ministero un potere di scelta degli atti da

trasmettere al giudice per le indagini preliminari insieme con la richiesta di rinvio a giudizio, imponendo allo

stesso pubblico ministero di trasmettere l'intera documentazione raccolta nel corso delle indagini».

Peraltro, se le indagini preliminari hanno riguardato più persone o più ipotesi di reato, il pubblico ministero

inserisce nel fascicolo solo gli atti relativi all'imputato ed all'imputazione per cui chiede il rinvio a giudizio.

Egli può, per le esigenze delle indagini, trattenere copia degli atti trasmessi al giudice (art. 130 disp. att.).

38. L'udienza preliminare: la convocazione delle parti.

Investito della richiesta di rinvio a giudizio, il giudice celebra l'udienza preliminare per vagliare nel

contraddittorio delle parti la sussistenza di elementi idonei a sostenere l'accusa in giudizio, e quindi per

tutelare l'imputato e l'economia processuale dalle richieste di dibattimento azzardate.

Il giudice viene individuato come organo di verifica circa la completezza delle indagini svolte dal pubblico

ministero (art. 421-bis), ed addirittura gli vengono attribuiti poteri di integrazione probatoria ex officio

(entro i limiti sanciti dall'art. 422), mentre si prevede che la sentenza di non luogo a procedere possa venire

pronunciata, tra l'altro, anche quando gli elementi acquisiti risultano insufficienti o contraddittori (art. 425).

data dell’udienza,

Entro 5 giorni dal deposito della richiesta di rinvio a giudizio il giudice fissa con decreto la

la quale deve collocarsi non oltre 30 giorni dal deposito;quindi nomina un difensore all’imputato che ne sia

privo e fissa un termine a comparire di almeno 10 giorni:

comunicare al p.m. l’avviso della data e del luogo dell’udienza;

-fa notificare l’avviso all’imputato e alla persona offesa;

-fa notificare l’avviso al difensore con invito a trasmettere la documentazione delle indagini dalui espletate e

-fa

con l’avvertimento della facoltà di esaminare in cancelleria i documenti e le cose trasmessi dal p.m. e di

presentare memorie e produrre documenti.

richiesta della parte civile e del p.m. fa notificare l’ordine

-a di citazione del responsabile civile e del

civilmente obbligato per la pena pecuniaria.

L'udienza preliminare non ha luogo :

-se l'imputato vi rinuncia presentando, almeno 3 giorni prima della data fissata, la richiesta di giudizio

immediato (art. 419 comma 5°), e propiziando così l'instaurazione di quest'ultimo procedimento speciale su

base consensuale (infra, cap. VI, § 15).

-o, più esattamente, pur essendo iniziata, è destinata a non proseguire, quando l'imputato chiede

tempestivamente la celebrazione del giudizio abbreviato.

39. La costituzione delle parti.

L'udienza preliminare si svolge in camera di consiglio con la partecipazione necessaria del pubblico

ministero e del difensore dell'imputato. Il verbale è redatto di regola in forma riassuntiva. Il giudice a

richiesta di parte dispone la riproduzione fonografica o audiovisiva dell'udienza oppure la redazione del

verbale con la stenotipia (art. 420 comma 4°).

In apertura d'udienza il giudice, nominato un sostituto al difensore non comparso dell'imputato, provvede

agli accertamenti relativi alla costituzione delle parti ordinando la rinnovazione degli avvisi, delle

citazioni, delle comunicazioni e delle notificazioni di cui rilevi la nullità. Accertata la validità dei suddetti

atti, anche d'ufficio rinvia l'udienza, ordinando l'innovazione dell'avviso all'imputato e alla persona offesa dal

reato, quando l'imputato non è comparso, né chiede o consente che l'udienza si svolga in sua assenza, né

detenuto rifiuta di assistervi (art. 420-quinquies comma l°) e:

a) è provato o appare probabile che egli senza sua colpa non abbia avuto effettiva conoscenza dell'avviso

notificatogli, sempreché la notificazione non sia avvenuta mediante consegna della copia al difensore a

norma degli artt 159, 161 comma 4° e 169.

b) risulta che l'assenza dell'imputato e dovuta ad assoluta impossibilità di comparire per caso fortuito,

forza maggiore o altro legittimo impedimento (art 420-ter commi 1°e 2°).

Il giudice rinvia l'udienza preliminare anche quando il difensore dell'imputato non è comparso per assoluta

impossibilità dovuta a legittimo impedimento prontamente comunicato al giudice stesso e l'imputato non

chiede che si proceda comunque o non ha anche un altro difensore o il difensore impedito non ha nominato

un sostituto (art. 420-ter comma 5°).

La lettura in udienza dell'ordinanza che fissa la nuova data dell'udienza preliminare sostituisce la citazione o

l'avviso per tutti coloro che sono o devono considerarsi presenti alla lettura stessa (art. 420-ter comma 4°).

Sempre nell'udienza preliminare, prima che la discussione abbia inizio, il danneggiato dal reato può

costituirsi parte civile, il responsabile civile e il civilmente obbligato per la pena pecuniaria possono

costituirsi se citati, e il responsabile civile, non citato, può intervenire.Fino a che gli accertamenti relativi alla

costituzione delle parti non sono conclusi, le parti possono presentare la dichiarazione di ricusazione del

giudice.

40. Lo svolgimento dell'udienza.

Terminati gli accertamenti relativi alla costituzione delle parti, il giudice ammette gli atti e i documenti

prodotti dalle parti stesse e dichiara aperta la discussione. Nel corso di questa il pubblico ministero espone

gli elementi di prova che giustificano la richiesta di rinvio a giudizio, l'imputato può rendere dichiarazioni

spontanee o chiedere di essere sottoposto ad interrogatorio a norma degli artt. 64 e 65 (e, in quest'ultima

ipotesi, su richiesta di parte, il giudice dispone che l'interrogatorio sia reso nelle forme previste dagli artt. 498

e 499).

Dopo ciò i difensori della parte civile, del responsabile civile, del civilmente obbligato per la pena

pecuniaria, se presenti, e quello dell'imputato espongono le loro difese. Una sola replica è consentita.

Il giudice, dichiarata chiusa la discussione, se è in grado di decidere allo stato degli atti pronuncia la

decisione (art. 421 comma 4°). Altrimenti anche d'ufficio con ordinanza:

a) se le indagini preliminari svolte risultano incomplete, indica quelle ulteriori che il pubblico ministero

deve compiere, il termine entro il quale le stesse vanno compiute e la data della nuova udienza preliminare.

L'ordinanza è comunicata al procuratore generale presso la corte d'appello, il quale può con decreto motivato

avocare le indagini (art. 421-bis);

b) dispone l'assunzione in udienza preliminare delle prove delle quali appaia evidente la decisività ai fini

della pronuncia della sentenza di non luogo a procedere (art. 422 comma 1°). Se tali prove non possono

essere assunte immediatamente il giudice fissa la data della nuova udienza.

Quest'ultima è condotta dal giudice, al quale il pubblico ministero ed i difensori, nell'ordine stabilito per la

discussione dall'art. 421 comma 2°, possono chiedere di rivolgere domande alla persona esaminata.

In ogni momento dell'udienza preliminare può essere espletato l'incidente probatorio.

Assunte le prove, si fa luogo ad una nuova discussione, nella quale le parti possono formulare e illustrare

nuove conclusioni (art. 422 commi 2a e 3°).

41. Le nuove contestazioni.

Nel corso dell'udienza preliminare, dal fascicolo delle indagini preliminari, dagli atti ammessi prima

dell'inizio della discussione, dalle indagini demandate dal giudice al pubblico ministero o dalle prove assunte

dal giudice nell'udienza stessa possono risultare a carico dell'imputato:

a) un fatto diverso da quello contestatogli nella richiesta di rinvio a giudizio risulta essere stato commesso

con modalità di tempo, luogo o altra natura diverse da quelle già contestate e rispetto alle quali l'imputato ha

presumibilmente preparato la propria difesa;

b) una circostanza aggravante, non contestata nella richiesta di rinvio a giudizio, relativa al reato contestato

in questa;

c) un reato ulteriore rispetto a quello contestato nella richiesta e connesso a questo a norma dell'art. 12 lett. b.

d) un fatto nuovo, cioè un reato perseguibile d'ufficio ulteriore rispetto a quello contestato nella richiesta e

non connesso.

Per favorire l'economia processuale ed un più compiuto accertamento dei fatti, la legge prevede che il

giudizio sulla circostanza aggravante, sul reato connesso a norma dell'art. 12 lett. b o sul fatto nuovo sia

cumulato a quello in corso, avente ad oggetto il reato contestato nella richiesta di rinvio a giudizio.

Pertanto, intervenuta una delle emergenze sopra elencate, a norma dell'art. 423 il pubblico ministero

modifica l'imputazione.

Se l'imputato non è presente, la comunica al difensore, il quale rappresenta l'imputato ai fini della

contestazione. Ove sia emerso un fatto nuovo perseguibile d'ufficio, il pubblico ministero lo contesta

all'imputato se costui, presente all'udienza, presta il suo consenso alla contestazione e il giudice, a richiesta

del pubblico ministero, la autorizza perché ritiene che il cumulo processuale non pregiudica la celere

definizione dell'udienza preliminare.

La legge non prevede che, in caso di modifica o integrazione dell'imputazione, l'imputato o il suo difensore

abbiano diritto ad un termine a difesa (art. 423).

Il giudice dell'udienza preliminare deve con ordinanza restituire gli atti al pubblico ministero ove costui

abbia eseguito una contestazione suppletiva fuori dei casi previsti dall'art. 423.

42. La contumacia e l'assenza.

In sede di accertamenti relativi alla costituzione delle parti il giudice dell'udienza preliminare, sentite le parti

stesse con ordinanza dichiara la contumacia dell'imputato e dispone che l'udienza si svolga appunto in

contumacia quando l'imputato non è comparso, la sua citazione e la relativa notificazione sono valide (art.

420-quater) e:

risulta né appare probabile che l’imputato

-non non abbia senza sua colpa avuto effettiva conoscenza

dell’avviso dell’udienza;

dell’imputato

-l’assenza non risulta dovuta ad assoluta impossibilità di comparire per caso fortuito, forza

maggiore o altro legittimo impedimento; che l’udienza si svolga in sua assenza , né detenuto

-l’imputato non ha chiesto o consentito ha rifiutato di

assistervi.

Nell'udienza preliminare svolta in contumacia l'imputato è rappresentato dal difensore (art. 420-quater

comma 2°) e il decreto che dispone il giudizio, eventualmente emesso in esito all'udienza, deve contenere

l'indicazione della contumacia dell'imputato, recare allegata l'ordinanza dichiarativa della contumacia (art.

420 quater comma 7°) ed essere notificato all'imputato (art. 429 comma 4°).

Se il contumace compare all'udienza prima che il giudice abbia emesso la sentenza di non luogo a procedere

e l’imputato può rendere

o il decreto che dispone il giudizio, l'ordinanza contumaciale è revocata

dichiarazioni spontanee o chiedere di essere sottoposto ad interrogatorio.

La suddetta ordinanza è nulla secondo quanto dispone l'art. 420 quater comma 4°, se al momento in cui fu

emessa, nel processo era già stata acquisita la prova che l’imputato non era comparso perché senza sua colpa

non aveva avuto effettiva notizia dell’avviso o perché versava in assoluta impossibilità di comparire per caso

fortuito, forza maggiore o altro legittimo impedimento.

Se la prova perviene al giudice dopo la pronuncia dell’ordinanza contumaciale ma prima della fine

dell’udienza preliminare, il giudice revoca l’ordinanza e, se l’imputato non è comparso, anche d’ufficio

rinvia l’udienza. Gli atti compiuti restano validi salvo che l’imputato dimostri che la prova è pervenuta in

ritardo senza sua colpa e ne fa richiesta, in tal caso il giudice dispone l’assunzione o la riassunzione degli atti

pronuncia conclusiva dell’udienza (art 420-quarter

rilevanti ai fini della comma 5°)

L'udienza preliminare si svolge in assenza dell'imputato se costui non compare e:

a) ancorché impedito a comparire, chiede o consente che si proceda in sua assenza;

b) detenuto, rifiuta di assistere all'udienza;

c) dopo essere comparso, si allontana dall'udienza senza essere impedito di assistervi da caso fortuito, forza

maggiore o altro legittimo impedimento.

L'imputato assente è rappresentato dal difensore (art. 420-quinquies). L'eventuale decreto che dispone il

giudizio deve recare l'indicazione che l'imputato è stato assente nell'udienza preliminare (art. 420 quater

comma 7°), ma non gli viene notificato perché, avendo egli avuto contezza della celebrazione dell'udienza

preliminare, è suo onere informarsi dei relativi esiti.

43. La sentenza di non luogo a procedere.

In esito all'udienza preliminare il giudice pronuncia sentenza di non luogo a procedere (retro , cap.11, § 10),

indicandone la causa nel dispositivo:

di procedibilità, se risulta che il fatto non sussiste o che l’imputato non lo ha

a) se manca una condizione

commesso o che il fatto non è previsto dalla legge come reato o non costituisce reato o che l’imputato è

persona non punibile per qualsiasi causa o che il reato è estinto (art. 425 comma 1°);

b) se gli elementi acquisiti risultano insufficienti, contraddittori o comunque non idonei a sostenere

l'accusa in giudizio (art. 425 comma 3°) e non si prevede che alcuna delle suddette prove possa essere

acquisita o integrata nel dibattimento.

Il giudice:

-ai fini della pronuncia della sentenza di non luogo a procedere può riconoscere la sussistenza di circostanze

attenuanti ed operare il giudizio di prevalenza o equivalenza fra quest’ultime e quelle aggravanti previsto

dall’art. 69 c.p.

può pronunciare sentenza se ritiene che al proscioglimento possa conseguire l’applicazione di una

-non

misura di sicurezza diversa dalla confisca (art.425 comma 4°)

Nel dispositivo della sentenza di non luogo a procedere il giudice può anche dichiarare la falsità di un atto o

documento acquisito al procedimento e ordinare la cancellazione totale o parziale, la ripristinazione, la

rinnovazione o la riforma dell’atto o del documento (art. 425 comma 5°).

Se si è proceduto per un reato perseguibile a querela e l'imputato viene prosciolto perché il fatto non sussiste

o egli non lo ha commesso, il giudice condanna il querelante al pagamento delle spese del procedimento

anticipate dallo Stato e alla rifusione delle spese sostenute dall’imputato.

Il querelante, se ha agito con colpa grave, può essere condannato anche a risarcire il danno all'imputato e al

responsabile civile che ne abbiano fatto domanda.

Se la sentenza dichiara l'estinzione del reato per remissione della querela, l'imputato è condannato al

pagamento delle spese del procedimento salva una diversa pattuizione tra querelante e querelato nell'atto di

remissione (art. 427).

Il giudice dà immediata lettura della sentenza in udienza e la deposita in cancelleria con diritto delle parti

di estrarne copia.

Se l'immediata redazione dei motivi non è possibile, la sentenza è depositata in cancelleria non oltre il 30°

giorno da quello della lettura del dispositivo (art. 424 commi 2°, 3° e 4°).

Essa contiene quanto dettato dall’art. 426 commi 1° e 2°:

al nome del popolo italiano e l’indicazione dell’organo che l’ha pronunciata,

-l’intestazione

generalità dell’imputato e delle altre parti private,

-le

-l’imputazione,

-la motivazione,

-il dispositivo con gli articoli di legge applicati,

-la data e la sottoscrizione del giudice (la quale può essere supplita da quella del presidente del tribunale,

previa menzione della causa di sostituzione)

La sentenza è nulla in caso di mancanza della motivazione (art. 125 comma 3°), del dispositivo o della

sottoscrizione del giudice, nonché di incompletezza del dispositivo nei suoi elementi essenziali (art. 426

comma 3°).

La pronuncia della sentenza di non luogo a procedere comporta l'immediata perdita di efficacia delle misure

cautelari in atto (art. 300 comma 1°). L'imputato detenuto è posto in libertà subito dopo la lettura del

dispositivo (art. 131-bis disp. att.).

La suddetta sentenza, che come vedremo non diviene irrevocabile, acquista forza esecutiva (per esempio

quanto alla dichiarazione di falsità di documenti e alla pronuncia su spese e danni) quando non è più soggetta

a impugnazione (art. 650 comma 2°). Nello stesso momento la qualità di imputato viene meno (art. 60

comma 2°).

44. L'impugnazione della sentenza.

La sentenza di non luogo a procedere può essere impugnata con ricorso per cassazione dal procuratore della

Repubblica e dal procuratore generale presso la corte d'appello, dall'imputato (salvo in quest'ultimo caso che

la sentenza abbia dichiarato che il fatto non sussiste o che l'imputato non lo ha commesso), nonché dalla

persona offesa dal reato costituita parte civile.

La persona offesa non costituita parte civile può impugnare la suddetta sentenza mediante ricorso per

perché l’avviso della data e del

cassazione nei soli casi di nullità previsti dall'art. 419 comma 7°, vale a dire

luogo dell’udienza preliminare non le è stato notificato con un anticipo di almeno 10 giorni.

La corte di cassazione decide sul ricorso a norma dell’art. 127.

45. Il decreto che dispone il giudizio.

In esito all'udienza preliminare il giudice, se ritiene che a carico dell'imputato sussistano elementi idonei a

sostenere un'accusa in giudizio, emette decreto che dispone il giudizio il quale contiene le prescrizioni

dell'art. 429, ossia:

dell’imputato, delle parti

- le generalità private della persona offesa ed i relativi difensori;

l’indicazione

- sommaria delle fonti di prova e dei fatti a cui esse si riferiscono;

- il dispositivo ;

- la data e la sottoscrizione del giudice.

Il decreto è nullo se l'imputato non è identificato in modo certo o se le indicazioni dell'imputazione e del

tempo e luogo della comparizione mancano o sono insufficienti (art. 429 commi 1° e 2°).

Il decreto è letto in udienza, e la lettura vale come notificazione per le parti presenti (art. 424 comma 2°),

oppure notificato a quelle che non erano presenti (artt. 429 comma 4 c.p.p. e 133 disp. att.). Tra la lettura o

notificazione del decreto e la data fissata per la comparizione deve correre un termine a comparire di almeno

20 giorni (art. 429 comma 3°).

Nei procedimenti per il reato di cui all'art. 589 comma 2° c.p. tale termine non può eccedere i sessanta giorni

(art. 429 comma 3°-bis, così come risulta dall'art. 4 l. 21 febbraio 2006, n. 102).

46. I fascicoli.

Emesso il decreto che dispone il giudizio, il giudice, immediatamente o, se una parte lo richiede, in

un'udienza fissata non oltre quindici giorni, provvede nel contraddittorio delle parti alla formazione del

fascicolo per il dibattimento, a norma dell'art. 431.

Questo fascicolo contiene i soli atti, che il codice rende incondizionatamente utilizzabili dal giudice

dibattimentale. Il giudice dell'udienza preliminare colloca in esso, prelevandoli dal fascicolo dell'udienza

stessa (art 431):

- gli atti documentanti la sussistenza della condizione di procedibilità eventualmente richiesta e quelli

relativi all’esercizio dell’azione civile;

- i verbali degli atti ontologicamente irripetibili compiuti nel corso delle indagini preliminari dalla polizia

giudiziaria, dal p.m. e dal difensore; assunti all’estero

- i documenti acquisiti ed i verbali degli atti non ripetibili mediante rogatoria

internazionale, nonché i verbali degli atti ripetibili , anch’essi assunti all’estero, ai quali i difensori sono stati

posti in grado di assistere e di esercitare le facoltà loro consentite dalla legge italiana;

- i verbali degli atti compiuti in incidente probatorio;

del casellario giudiziale relativo all’imputato e gli altri documenti indicati dall’art.

- il certificato generale

236;

- il corpo del reato e le cose pertinenti a questo che non debbano essere custoditi altrove.

In aggiunta agli atti fin qui elencati, possono essere inclusi nel fascicolo per il dibattimento gli altri atti

contenuti nel fascicolo del pubblico ministero, nonché la documentazione dell'attività di investigazione

difensiva, dei quali le parti concordino la collocazione nel suddetto fascicolo dibatti-mentale (art. 431

comma 2°).

Il fascicolo per il dibattimento, insieme con il decreto che ha disposto il giudizio ed i provvedimenti che

hanno applicato misure cautelari tuttora in esecuzione, è trasmesso alla cancelleria del giudice competente

per il giudizio (art. 432).

Gli altri atti già contenuti nel fascicolo dell'udienza preliminare ed il verbale di quest'ultima sono inseriti nel

fascicolo del pubblico ministero.

47. L'attività integrativa d'indagine.

Dopo il rinvio a giudizio, come abbiamo già detto con riguardo al difensore, il pubblico ministero può

continuare le indagini per porsi in condizione di fare richieste di ammissione di prova al giudice del

dibattimento. Nel corso di tale cosiddetta attività integrativa d'indagine esso pi compiere qualsiasi atto

consentitogli dalla legge nelle indagini preliminari, ad eccezione di quelli che involgono la partecipazione

dell'imputato o ai quali il difensore di costui ha diritto di assistere.

Neppure in questa fase il pubblico ministero può assumere informazioni dalle persone che un'altra parte del

processo abbia indicato come fonti di prova in una lista predibattimentale.

La documentazione dell'attività integrativa d'indagine è immediatamente depositata nella segreteria del

pubblico ministero ed ai difensori è notificato avviso della facoltà di prenderne visione ad estrarne copia (art.

430). Essa è conservata in un terzo fascicolo, dal quale viene trasferita in quello del pubblico ministero solo

dopo che in base ad essa le parti hanno fatto richieste di ammissione di prova al giudice e questi le ha accolte

(art. 433 comma 3°).

48. La revoca della sentenza di non luogo a procedere.

di non luogo a procedere, quand’anche divenuta inoppugnabile, non acquista il carattere

La sentenza

dell’irrevocabilità e non preclude un nuovo procedimento nei confronti della stessa persona per il medesimi

fatto.

Essa può venire revocata se, una volta inoppugnabile, sopravvengono o sono scoperti nuovi elementi che, da

soli o congiuntamente a quelli esaminati nell'udienza preliminare, dimostrano che la persona già imputata,

destinataria della predetta sentenza, deve essere rinviata a giudizio (art. 434).

Il pubblico ministero che ravvisi tali nuovi elementi chiede la revoca della sentenza di non luogo a procedere

al giudice che l'ha emessa; chiede altresì, se i nuovi elementi sono già stati acquisiti (come può accadere) il

rinvio a giudizio di tale persona oppure, se i suddetti elementi sono ancora da acquisire, la riapertura delle

indagini.

Se non dichiara l'inammissibilità, il giudice designa un difensore all'imputato che ne sia privo, fissa davanti a

sé un'udienza a norma dell'art. 127 per pronunciare sulla richiesta di revoca e ne fa dare avviso al pubblico

ministero, al già imputato, al difensore di costui e alla persona offesa dal reato (art. 435 comma 3°).

In esito all'udienza il giudice pronuncia ordinanza con la quale, se non dichiara inammissibile o infondata la

richiesta, dispone la revoca della sentenza di non luogo a procedere (con conseguente riacquisto della qualità

di imputato ex art. 60 comma 3°).

Inoltre:

a) se con la revoca della sentenza il pubblico ministero ha chiesto il rinvio a giudizio, fissa l'udienza

preliminare, dandone avviso;

b) se con la revoca il pubblico ministero ha chiesto la riapertura delle indagini, dispone tale riapertura

fissando un termine non superiore a 6 mesi entro il quale il p.m. dovrà concludere le indagini chiedendo il

rinvio a giudizio o l’archiviazione.

Il pubblico ministero può ricorrere per cassazione, per i motivi previsti dall'art. 606 comma 1° lett. b, d, e,

contro l'ordinanza che dichiara inammissibile o respinge la richiesta di revoca della sentenza di non luogo a

procedere (art. 437).

49. Il procedimento per reati ministeriali.

La l. cost. 16 gennaio 1989, n. 1 ha modificato la disciplina dei reati ministeriali, cioè dei reati che si

assumono commessi dal presidente del Consiglio dei ministri e dai ministri nell'esercizio delle loro funzioni:

a) trasferendo la loro cognizione dalla Corte costituzionale in composizione allargata all'autorità giudiziaria

ordinaria e precisamente, in primo grado, al tribunale del capoluogo del distretto di corte d'appello

competente per territorio, cioè nel quale il reato risulta commesso, a norma d gli artt. 8-11-bis e 16 c.p.p. (art.

11 comma l ° I. cost. n. I del 1989);

b) demandando le indagini su tali reati ad un collegio per i reati ministeriali, comunemente detto tribunale

dei ministri, composto di 3 membri effettivi e 3 supplenti, estratti a sorte ogni 2 anni fra tutti i magistrati

prestanti servizio nei tribunali del distretto e aventi la qualifica di magistrato di tribunale da almeno 5 anni o

una qualifica superiore. Il collegio è presieduto dal magistrato con funzioni più elevate o, a parità di funzioni,

più anziano di età (art. 7 l. Cost. n. 1 del 1989);

c) subordinando l'adozione di provvedimenti coercitivi nel corso del procedimento e il rinvio a giudizio

all'autorizzazione della camera di appartenenza dell'imputato o, se costui non appartiene ad alcuna camera

oppure si procede contro più persone appartenenti a camere diverse, del Senato della Repubblica (artt. 96

Cost. e 5 1. cost. n. 1 del 1989).

Le notizie di reato relative ai reati ministeriali devono pervenire al procuratore della Repubblica presso il

tribunale del capoluogo del distretto di corte d'appello competente per territorio. Il procuratore, omessa ogni

indagine, entro 15 giorni le trasmette al collegio per i reati ministeriali «dandone immediata comunicazione

ai soggetti interessati perché questi possano presentare memorie al collegio o chiedere di essere ascoltati»

(art. 6 comma 2° I. cost. n.1 del 1989).

Il collegio svolge le indagini preliminari esercitando i poteri che nel corso di queste il codice di procedura

penale attribuisce tanto al pubblico ministero quanto al giudice per le indagini preliminari.

Nel corso delle indagini gli inquisiti possono chiedere al collegio di avere visione degli atti, di essere

ascoltati e possono presentare memorie.

Salvo le ipotesi di flagranza il presidente del Consiglio dei ministri e i membri del Parlamento non possono

essere sottoposti a restrizione della libertà personale, a intercettazioni, sequestro o violazione di

corrispondenza, perquisizione personale o domiciliare senza l’autorizzazione della Camera competente.

Entro 90 giorni dalla ricezione della notizia di reato il collegio per i reati ministeriali, sentito il procuratore

della Repubblica, il quale può chiedere, precisando i motivi, che le indagini siano proseguite per altri 60

giorni dispone con decreto motivato l'archiviazione degli atti (art. 8 commi 2° e 3° 1. cost. n. 1 del 1989)

«se la notizia di reato è infondata, ovvero manca una condizione di procedibilità diversa dall'autorizzazione

di cui all'articolo 96 della Costituzione, se il reato è estinto, se il fatto non è previsto dalla legge come reato,

se l'indiziato non lo ha commesso ovvero e il fatto integra un reato diverso da quelli indicati nell'art. 96 della

Costituzione» (art. 2 comma 1° legge n. 219 del 1989).

Il decreto di archiviazione può essere revocato dal collegio, a richiesta del, procuratore della Repubblica,

quando sopravvengono nuove prove (art. 2 comma 2° legge n. 219 del 1989).

Se non ritiene di disporre l'archiviazione, il collegio trasmette gli atti con una relazione motivata al

procuratore della Repubblica perché a sua volta li invii immediatamente al presidente della camera

Camera può negare l’autorizzazione deliberando a

competente a concedere l'autorizzazione al giudizio.La

maggioranza assoluta che l’inquisito ha agito per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente

rilevante o per il perseguimento di un interesse pubblico nell’esercizio della funzione di Governo.

Se l'autorizzazione viene concessa la camera trasmette gli atti al collegio perché «continui il procedimento

secondo le norme vigenti» (art. 9 comma 4°l. cost. n. 1 del 1989). Il collegio li rimette senza ritardo al

procuratore della Repubblica (art. 3 comma 2° legge n. 219 del 1989) perché eserciti l'azione penale con la

richiesta di rinvio a giudizio. In seguito a questa il collegio svolge l'udienza preliminare.

Se l’autorizzazione viene negata, la Camera ne dà comunicazione al collegio, il quale dispone

l’archiviazione con provvedimento irrevocabile.

50.Conclusione e rinvio

Nel procedimento ordinario le indagini preliminari e l’udienza preliminare hanno carattere preparatorio della

fase del giudizio.

Gli atti di acquisizione probatoria compiuti nel corso delle indagini preliminari e quelli compiuti dal giudice

nell’udienza preliminare non hanno efficacia nella fase del giudizio, e non possono essere posti dal giudice

di questo a fondamento della decisione emessa in esito del dibattimento.

Tale regola di principio di separazione delle fasi del procedimento era stata offuscata da vari interventi

della Corte costituzionale e dal legislatore.

Oggi è stata ristabilita a seguito della revisione della’art 111 Cost. per cui il processo penale è regolato dal

principio del contraddittorio nella formazione della prova e l’imputato non può essere condannato sulla base

delle dichiarazioni di chi si sia sottratto all’esame del suo difensore, salvi i casi di assenso dell’imputato

di svolgere l’esame o di attività illecita volta ad impedire o inquinare lo

stesso, di impossibilità oggettiva

svolgimento dell’esame.

La legislazione ordinaria attuativa di questi principi costituzionali sarà esposta nel cap. VII.

LO VI – PROCEDIMENTI SPECIALI

1. Considerazioni introduttive sulla nozione di "specialità" del procedimento penale.

Il concetto di “procedimento speciale”, secondo il significato proprio all'espressione che

titola il libroVI, postula un riferimento alla dinamica processuale e va definito per differenza

specifica rispetto al concetto di procedimento ordinario di primo grado. Se quest'ultimo si

snoda lungo una linea complessivamente composta da 3 segmenti principali (indagini

preliminari, udienza preliminare e giudizio), il procedimento speciale si caratterizza invece per

l'assenza di almeno uno di quei segmenti.

In realtà, ogni ordinamento processuale, per quanto sensibile ai canoni di eguaglianza,

predispone, variamente giustificandole, procedure alternative a quella prevista come

ordinaria.

Recentemente la tendenza ad attuare semplificazioni dell'ordinario svolgimento processuale,

facendo leva sull'accordo delle parti o sulla conforme volontà anche di una sola di esse.

Un'esigenza economica sta al fondo delle disposizioni che regolano i vari procedimenti

speciali, i quali si differenziano in primo luogo per la diversità dei presupposti assunti dalla

legge a premessa della loro applicabilità, come ragioni idonee a giustificare risparmio di

tempo, di risorse umane e, in generale, di attività processuale.

Il libro VI del nostro codice prevede 5 tipi di procedimento speciale:

-il giudizio abbreviato,

-l'applicazione di pena su richiesta delle parti,

-il giudizio direttissimo,

-il giudizio immediato

-il procedimento per decreto.

La serie, in realtà, non va intesa come esaustiva, se si ritiene che la qualifica di «speciale»

spetti a quei tipi di procedimento la cui caratteristica essenziale risiede nell'essere privi di

una fase o sottofase, presente invece nel procedimento ordinario. Alla luce di questa nozione

meritano, infatti, di essere classificati come «speciali»:

-il procedimento di oblazione (arti. 162, 162-bis c.p. e 141 disp. att.), il cui tratto

caratteristico sta nel consentire una chiusura anticipata della vicenda processuale, evitando la

fase dibattimentale;

-il giudizio immediato richiesto dall'imputato, che consente di anticipare il dibattimento

saltando l'udienza preliminare (art. 419 comma 5° peraltro richiamato dall'art. 453 comma

3°);

-i procedimenti che traggono origine da una contestazione suppletiva nell'udienza preliminare

(art. 423) o nel dibattimento (artt. 517-518), i quali risultano privi, rispettivamente,

dell'indagine preliminare e dell'intera fase preliminare al giudizio.

-il procedimento davanti al giudice monocratico, per i reati indicatinell'art. 550 (in linea di

massima corrispondenti a quelli già appartenenti alla competenza pretorile), costituisce, a suo

modo, un caso di specialità, non foss'altro per il fatto di essere sempre privo dell'udienza

preliminare.

-il procedimento penale davanti al giudice di pace, disciplinato dal d. lgs. 28 agosto, n. 274

(infra, cap. XIII).

Non costituisce un tipo di procedimento speciale il giudizio davanti ad un giurì d’onore per i

reati di ingiuria e diffamazione: è alternativo al giudizio penale.

2. Ragioni della "specialità".

I procedimenti speciali hanno una duplice natura, che origina una triplice partizione:

- su un versante si collocano quei riti fondati su un requisito di carattere soggettivo, quale la

scelta volontaria di una o di entrambe le parti, rientrano:

1.il giudizio abbreviato,

2.l'applicazione di pena su richiesta delle parti (denominata anche «patteggiamento» nel gergo

giudiziario e forense),

3.il procedimento di oblazione

4.il giudizio immediato richiesto dall'imputato.

Espressione di una giustizia «consensuale», le normative che regolano tali procedimenti

attribuiscono alle parti la facoltà di disporre di taluni stati o situazioni processuali, essi

riconoscono una certa signoria delle parti su talune situazioni processuali e, in particolare, sul

modo di formare la prova, nonché sulle questioni attinenti alla qualificazione giuridica del

fatto e alla quantificazione della pena.

- sull'altro versante stanno i riti fondati su requisiti di carattere oggettivo (quali, ad esempio,

la scarsa gravità del reato o l'evidenza dell'accusa), imperativamente affermati dal

magistrato penale, vale a dire:

1.giudizio direttissimo,

2.giudizio immediato,

3.contestazione suppletiva del reato concorrente o del reato continuato (art. 423 comma 1°

ultima parte nonché art. 517). Espressione di un modo di concepire l'esercizio della

giurisdizione che, per contrasto con quello «consensuale», possiamo definire «autoritativo».

L'esigenza di semplificazione del rito si giustifica qui in forza di predefiniti presupposti

processuali, connotati da una certa oggettività, la cui sussistenza viene affermata d'autorità:

asserita dal pubblico ministero e poi, di regola, vagliata e confermata dal giudice.

- un gruppo "misto", la cui caratteristica è di far dipendere la semplificazione procedurale da

una scelta imperativa del magistrato penale, combinata con un atto volontario di una o di

entrambe le parti. Vi appartengono:

1. il procedimento per decreto (artt. 459-464),

2. il giudizio direttissimo esperibile col consenso delle parti (art. 449 comma 2° seconda

parte), 3. la contestazione suppletiva del fatto nuovo (artt. 423 comma 2° e 518 comma 2°).

3.Rapporti fra i procedimenti speciali

I procedimenti speciali non sono incompatibili fra loro, la scela si impone solo all’interno del

medesimo gruppo di riti speciali. ex auctoritate

E’, invece, sempre consentito il passaggio inverso, da un rito scelto (giudizio

direttissimo, giudizio immediato richiesto dal pubblico ministero, procedimento per decreto) a

uno dei riti consensuali, premiati con uno sconto di pena, come il giudizio abbreviato e il

«patteggiamento». A rendere opportuna e per certi versi doverosa questa trasformazione

concorrono essenzialmente 2 ragioni:

-una di tipo economico,

-l'altra ragione ha carattere giuridico-costituzionale e si collega all'esigenza di garantire un

trattamento uniforme degli imputati di fronte alle possibili scelte processuali verso le quali si

può orientare la strategia difensiva dell'imputato.

4. Giustizia "consensuale" e corrispondenti forme di "specialità".

Il comun denominatore dei procedimenti speciali su base consensuale risiede nella rinuncia

delle parti, in particolare dell'imputato, a giovarsi dei possibili vantaggi abbinati a

determinate situazioni processuali tipiche del procedimento ordinario.

Quando rinuncia al dibattimento, l'imputato si priva della facoltà di contrastare l'accusa con

quella dovizia di strumenti che, soprattutto nell'assunzione delle prove, la fase del giudizio

offrirebbe. Una simile rinuncia,del tutto legittima sul piano costituzionale, in quanto

espressamente giustificata da quel richiamo al "consenso" che compare nel novellato testo

dell'art. 111 comma 5° Cost., comporta un’accelerazione dello svolgimento processuale,

avvantaggiando l’accusa.

Nessun imputato farebbe ovviamente una scelta così palesemente autolesionistica, se non vi

fosse spinto dalla prospettiva di un possibile tornaconto: da qui il carattere premiale di

questi procedimenti.

Ben diversa la ragione determina la rinuncia all'udienza preliminare nel giudizio immediato

richiesto dall'imputato (art. 419 comma 5°), o all'intera fase preliminare del processo nei casi

di giudizio direttissimo consensuale (artt.449 comma 2° e 558 comma 5°): qui è assente

qualsiasi connotazione di premialità. Col consentire l'amputazione di una fase del

procedimento penale per arrivare prima al giudizio, l'imputato rinuncia sì alla possibilità di

chances

profittare di certe difensive, ma al verosimile scopo di meglio tutelare la propria

posizione in vista di un possibile proscioglimento.

5. Procedimento di oblazione.

Pur non regolata nel libro VI del codice di rito penale, l'oblazione appartiene, a pieno titolo,

alle procedure speciali di tipo consensuale, considerato che essa si risolve in una chiusura

anticipata il processo, provocata da una richiesta dell'imputato, di regolare in denaro la

propria "pendenza" penale.

Il rito in questione è esperibile unicamente per reati contravvenzionali punibili con

l'ammenda. Le cose cambiano a seconda che la pena pecuniaria costituisca la sanzione

esclusiva p er il reato o si configuri invece come alternativa all'arresto.

Nei casi del primo tipo (oblazione c.d. «obbligatoria»: art. 162 c.p.), il giudice è pressoché

tenuto ad accogliere la richiesta, se soltanto l'imputato l'ha presentata ritualmente entro il

termine prescritto: l'unica eccezione è rappresentata dai casi di reato permanente, che,

comprensibilmente, la giurisprudenza di legittimità considera insuscettibili di oblazione.

Nei casi del secondo tipo (oblazione c.d. "facoltativa": art. 162-bis c.p.), il giudice ha invece un

certo margine di discrezionalità, egli deve rigettare la richiesta:

- quando ritenga di dover applicare la pena detentiva anziché quella pecuniaria,

- quando considera grave il fatto commesso e quindi incongrua l'«offerta» dell'imputato

(comma 4°)

- nei casi di recidiva, abitualità e professionalità nel reato (comma 3°).

I 2 tipi di oblazione differiscono anche sotto altri profili:

- quella obbligatoria fissa a un 1/3 del massimo dell'ammenda prevista in via edittale, la

somma da pagare al fine di estinguere la contravvenzione (art. 162 comma 1°c.p.).

- quella facoltativa impone invece il pagamento della metà della massima ammenda prevista

(art. 162-bis comma 1° c.p.), al fine di ottenere lo stesso risultato.

Già nel corso delle indagini preliminari, l'oblazione può essere chiesta la presentata al pubblico

ministero, il quale la inoltra al giudice insieme col fascicolo dell'indagine (art. 141 disp. att.).

Iniziato il processo, la richiesta va presentata direttamente al giudice, prima che sia aperto il

dibattimento o prima che sia emesso decreto penale di condanna.

La legge prevede che il pubblico ministero, all'atto di chiedere il decreto penale, informi

l'imputato sia della possibilità di essere ammesso all'oblazione, sia dei vantaggiosi effetti

conseguibili tramite la stessa (art. 141 comma 2° disp. att.).

L'omesso avvertimento sarebbe lesivo del diritto di difesa, poiché priverebbe l'imputato di

una chance processuale. Tuttavia la legge non ne fa discendere almeno, in prima battuta, la

nullità degli atti successivi: se il pubblico ministero non adempie a questo suo dovere, l'avviso

dev'essere fatto dal giudice, contestualmente all'emissione del decreto penale per il fatto

oblazionabile.

Il termine per la richiesta di oblazione è perentorio.

Accolta la richiesta, il giudice dichiara non doversi procedere per estinzione del reato, con

sentenza appellabile (art. 593 comma 2°).

In caso di rigetto, il procedimento è destinato a proseguire nella forma ordinaria o secondo le

regole del procedimento per decreto, ma l'imputato può rinnovare la richiesta d'oblazione

anche nel corso del dibattimento di primo grado, fino all'inizio della discussione finale:

benché esplicitamente prevista per la sola oblazione facoltativa (art. 162-bis comma 4° c.p.),

tale regola viene comunemente intesa come espressione di un principio generale,sicché la

giurisprudenza è incline a farla valere anche nei procedimenti di oblazione obbligatoria.

6. Applicazione della pena su richiesta delle parti.

L’applicazione della pena su richiesta delle parti si risolve in una volontaria sottomisssione

dell’inputato alla sanzione penale.

Oggi, il patteggiamento è esperibile per una serie di reati, identificati dall'art. 444

comma 1° attraverso il riferimento alla sanzione in concreto applicabile: rientrano in

questa cerchia i delitti e le contravvenzioni con una pena pecuniaria, oppure con una

delle sanzioni sostitutive previste dalla legge n.689 del 1981 o, infine,con una pena

detentiva non superiore a 5 anni. La pena pecuniaria può essere applicata

congiuntamente alla pena detentiva, la quale va a sua volta determinata computando

le eventuali circostanze previste dalla legge penale e tenendo altresì conto della

diminuzione di pena prevista dalla legge processuale come incentivo all'imputato per

la scelta del rito speciale. Pertanto sono am messi al patteggiamento reati puniti con

pene che, in astratto, superano di gran lunga i 5 anni di reclusione.

Il patteggiamento risulta peraltro escluso — in chiave spiccatamente

specialpreventiva — nei procedimenti per delitti di criminalità organizzata (art. 51

comma 3-bis), di terrorismo (art. 51 comma 3- quater) ovvero per determinati delitti

contro la personalità individuale o contro la libertà sessuale, nonchè con riguardo a imputati

marchiati come delinquenti abituali,

professionali o per tendenza oppure risultino plurirecidivi (art. 444 comma 1-bis).

Sussiste una differenza ragguardevole, quanto a contenuto punitivo, fra la sentenza che

applica una pena concordata fino a 2 anni e quella che applica una pena da 2 a 5 anni. Donde

l'opportunità di designare con nomi diversi i due tipi di paneggiamento: attribuiremo pertanto

maius

la qualifica di " " a quello concernente i reati più gravi (gergalmente definito anche come

minus

"patteggiamento allargato"), riservando all'altro l'appellativo " ".

Il patteggiamento è inoltre ammesso nei procedimenti a carico di persone giuridiche, per

tutti gli illeciti sanzionati con pena pecuniaria, mentre per quelli sanzionati con altra pena il

rito speciale è esperibile a condizione che non debba essere applicata, in via definitiva, una

delle sanzioni interdittive previste dall'art.16 d. lgs. n. 231 del 2001 (art. 63 comma 3° d. lgs.

cit.).

Fulcro del rito speciale è l'accordo fra le parti principali del processo (imputato e pubblico

quantum

ministero): un accordo avente per contenuto il di pena da applicare.

La legge, in considerazione del carattere marcatamente obbiettivo e indisponibile della norma

penale, impone al giudice di verificare i presupposti di applicabilità dell'intesa raggiunta, alla

luce dei parametri sostanziali e processuali che saranno qui di seguito illustrati.

Dal punto di vista dell'imputato, ciò comporta una serie di rinunce a diversi diritti

che gli spetterebbero in base alle ordinarie regole processuali, rinuncia:

- ad esercitare il diritto alla prova,

- a controvertere sul fatto e sulla sua qualificazione giuridica;

- a controvertere sulla specie e sulla misura della pena da applicare.

In compenso, egli ottiene una serie di cospicui vantaggi. Taluni vantaggi sono comuni ai due

tipi di rito speciale:

-lo sconto di pena: la sanzione, che risulterebbe in concreto applicabile all'esito di un normale

dibattimento, va in ogni caso diminuita «fino a 1/3».

-l'assenza di effetti pregiudizievoli della sentenza che applica la pena concordata: infatti, a

parte l'eccezione della quale si dirà (cfr. infra § 8), essa non è idonea a irradiare effetti

vincolanti nei giudizi civili e amministrativi nei quali sia parte l'imputato.

-l'assenza di pubblicità. minus

Vantaggi ulteriori sono invece collegati al solo patteggiamento :

-l'affrancamento dell'imputato dall'obbligo di pagare le spese processuali;

-l'esenzione da pene accessorie e misure di sicurezza (art. 445 comma 1° prima parte),

eccettuata la confisca.

-la non menzione della sentenza nel certificato generale del casellario giudiziale

richiesto dal private.

-la chance di conseguire l’estinzione del reato per fatti che non rientrerebbero nell’ambito

dell’art.167 c.p.: la pena concordata che non superi i 2 anni di detenzione può essere sospesa

sub condicione e la relativa condanna è destinata a sfociare in una declaratoria di estinzione

post sententiam

del reato, se nei 5 anni l'imputato non commette un altro delitto o se, nei 2

anni successivi, non incappa in una contravvenzione della stessa indole di quella che aveva

costituito oggetto di accordo (art. 445 comma 2°).

Dal punto di vista dell'accusa, la scelta di patteggiare comporta la rinuncia a controvertere

sulle questioni di fatto e di diritto connesse col tema dell'imputazione.

Il magistrato penale è tenuto ad effettuare la propria scelta alla stregua di parametri

obbiettivi.

Benché la normativa processuale non dica alcunché al riguardo, si deve perciò ritenere che il

pubblico ministero debba qui affidarsi agli stessi criteri che la legge espressamente impone

al giudice, per stabilire se la richiesta di patteggiamento vada ammessa o rigettata il pubblico

ministero può, dunque, esprimere il proprio consenso dopo aver:

- appurato che il materiale d'indagine è sufficiente per applicare la pena richiesta

(altrimenti deve proseguire l'indagine oppure chiedere l'archiviazione della notizia di

reato o, se del caso, la sentenza di non luogo a procedere):

- verificato la corretta qualificazione giuridica assegnata al fatto dall'imputato nella

richiesta di patteggiamento o nell'atto di consenso;

- verificato se all'esperibilità del rito alternativo non ostino i motivi di esclusione

oggettiva, o soggettiva menzionati nell'art. 444 comma 1-bis;

- controllato la congruità della sanzione richiesta rispetto alla gravità del fatto e alla

personalità del suo autore.

Per verità, il pubblico ministero non dà conto delle ragioni che lo spingono a optare per il

patteggiamento,ci penserà poi il giudice a vagliare, anche, (ma non solo) alla stregua dei

suddetti criteri, se il rito speciale possa aver luogo. Prima di pronunciarsi sul merito della

questione, il giudice deve infatti condurre una, verifica sulla ammissibilità della richiesta di

patteggiamento; a meno che non ricorra una delle situazioni indicate nell'art. 129, nel qual

caso egli sarebbe tenuto a pronunciare la corrispondente sentenza di proscioglimento.

Il giudice compie l'accennato vaglio di ammissibilità:

-innanzitutto verificando che il reato rientri fra quelli suscettibili di essere definiti con

questa speciale procedura anche con riferimento alle esclusioni oggettive e soggettive

imposte dall'art. 444 comma 1-bis;

-in secondo luogo, appurando che la qualificazione giuridica prospettata dalle parti sia

corretta; -infine, valutando che la pena dalle stesse indicata sia congrua rispetto alle finalità

che le sono proprie, alla luce dell'art. 27 comma 2° Cost. (art. 444 comma 2°).

Quanto alla completezza dell'indagine, il giudice deve assolvere l'imputato, se a suo carico non

risulta alcun elemento (art. 444 comma 2°), sicché grava sul pubblico ministero il dovere (più

che l'onere) di negare il proprio consenso a fronte di un'imputazione non sufficientemente

suffragata da elementi conoscitivi acquisiti nella fase preliminare. Insomma, benché il

consenso al patteggiamento non esiga una formale motivazione, conviene che il pubblico

ministero rifletta bene prima di prestarlo onde evitare che l'insufficienza dello sforzo

investigativo sfoci in un'improvvida assoluzione.

Deve, invece, essere sempre motivato il dissenso opposto alla richiesta dell'imputato: lo esige

l'art. 446 comma 6°.

Col suo dissenso, il pubblico ministero impone la discussione dibattimentale del caso, ma non

pregiudica in alcun modo il contenuto della decisione che si sarebbe potuta (e dovuta)

applicare all'esito del patteggiamento: non preclude, cioè, una tardiva applicazione della pena

chiesta dall'imputato, ogniqualvolta il giudice del dibattimento o dell'appello, ritengano

ingiustificato il dissenso stesso. Orbene, per poter esercitare tale funzione critica i suddetti

giudici debbono essere messi in condizione di conoscere i motivi che hanno determinato

l'opposizione del pubblico ministero al patteggiamento. Ecco perché quel dissenso va

necessariamente motivato.

7. Segue: introduzione e svolgimento procedurale.

Atto introduttivo del patteggiamento è la richiesta presentata al giudice da una delle due

parti

principali del processo.

Richiesta e consenso possono essere formulati oralmente, se presentati in udienza. Debbono

avere forma scritta negli altri casi (art. 444 comma 2°). Trattandosi di atti negoziali, coi quali

le parti rinunciano a diritti e facoltà connesse a determinate situazioni processuali, ne è

requisit o indispensabile la volontarietà. Ciò comporta che l'imputato deve agire

personalmente o tramite procuratore speciale.

Per le persone giuridiche agisce il rappresentante legale, purché questi non abbia la veste di

imputato del reato da cui dipende l'illecito amministrativo.

Un vizio della volontà renderebbe invalidi tanto la richiesta quanto il consenso e sarebbe

pertanto motivo di inammissibilità del rito speciale:verificare l’assenza di vizi la richiesta di

patteggiamento può essere avanzata già nel corso dell'indagine preliminare (arg. ex art. 447

comma 1°), nonché nella successiva udienza preliminare, fino a che le parti non abbiano

concluso la relativa discussione (art. 446 comma 1° novellato dall'art.33 legge n. 479 del

1999).

Altri termini sono imposti nei procedimenti privi di udienza preliminare:

-nel procedimento monitorio, la richiesta va proposta dall'imputato contestualmente

all'opposizione contro il decreto dicondanna (art. 463 comma 3°).

-negli altri procedimenti privi dell'udienza preliminare, il termine ultimo cade sempre nella

fase predibattimentale:

a)entro 15 giorni dalla notificazione del corrispondente decreto citazione, quando si procede

con giudizio immediato (art. 458 comma 1°);

b)prima che sia dichiarato aperto il dibattimento (art. 492), nel giudizio direttissimo e in

quello conseguente a citazione diretta davanti al tribunale monocratico.

Entro questi stessi termini, la parte che non ha formulato la richiesta ha facoltà di prestare il

proprio consenso, anche se in precedenza tale consenso fosse stato espressamente negato

(art. 446 comma 4°).

Una sorta di rimessione in termini a favore della difesa è ammessa, a fronte di una

contestazione del fatto diverso o del reato concorrente (artt. 516 e 517).

La legge processuale non precisa quale debba essere il contenuto della richiesta, ma, dai

criteri imposti al giudice per verificarne l'ammissibilità, si ricava che essa deve almeno

indicare:

-il fatto da giudicare,

-la relativa qualificazione giuridiche,

-la pena ritenuta congrua. chance

L'imputato può inoltre legare la sorte del patteggiamento alla di usufruire della

sospensione condizionale della pena, subordinando l'efficaciacia della prima alla concessione

della seconda (art. 444 comma 3°).

Assume un contenuto particolare la richiesta presentata dal pubblico ministero durante

l'indagine preliminare (così come il consenso prestato dallo stesso, all'eventuale richiesta

avanzata dall'imputato in questa fase del procedimento). Qui, l'introduzione del rito coincide

sempre con l'esercizio dell'azione penale (art. 405 comma 1°), sicché la richiesta o il

consenso provenienti dall'organo requirente debbono necessariamente contenere l'atto di

imputazione. Se ne ricava, tra l'altro, che il pubblico ministero non può presentare una

richiesta di patteggiamento o prestare il proprio consenso, quando ancora l'indagine è

incompleta (nel qual caso l'imputazione sarebbe formulata con eccessiva approssimazione) né,

tanto meno, quando l'esito investigativo sia insufficiente per sostenere l'accusa in giudizio

(nel qual caso, come già accennato in precedenza, il pubblico ministero dovrebbe avviare la

procedura di archiviazione, stante la regola di giudizio espressa nell'art. 125 disp. att.).

Si ritiene che la richiesta di patteggiamento sia revocabile o modificabile dal proponente,

almeno fino a quando non sia intervenuto il consenso dell'altra parte.

L'assunto prevalente in giurisrudenza sembra in effetti confermato dalla disposizione che

prevede un (eccezionale) caso di irrevocabilità, per l'ipotesi in cui la richiesta sia presentata

durante l'indagine preliminare e il giudice abbia assegnato un termine all'altra parte per

esprimere il proprio consenso: in simile circostanza, ragionevolmente, la legge vieta alla parte

istante di revocare o modificare la richiesta, finché quel termine è in corso (art. 447 comma

3° seconda parte).

L'intesa (sotto forma di richiesta congiunta, ovvero di richiesta unilaterale seguita dal

consenso dell'altra parte) che accusa e difesa raggiungono sulla applicazione della pena

obbliga il giudice a decidere circa l'ammissibilità del rito speciale. A tal riguardo, egli è

tenuto a svolgere una serie di accurate verifiche alla stregua di criteri in parte già noti per

esser stati ripetutamente elencati in precedenza, quindi deve:

-appurare l’esistenza di un accordo fra le parti e l’effettiva volontà delle stesse di chiudere

ina nticipo il processo;

-verificare l’appartenenza del reato, oggetto della richiesta, al novero delle fattispecie

penali per le quali è ammesso il patteggiamento, secondo l’indicazione fornita dall’art

444comma 1° e 1°-bis;

-controllare la corretta qualificazione giuridica data al fatto dalle parti e la congruità della

pena dalle stesse proposta;

-verificare l’insussistenza di cause di non punibilità che, a norma dell’art.129, lo

obbligherebbero a prosciogliere l’imputato.

Più che su un accertamento positivo della responsabilità penale, il patteggiamento si fonda

quindi sull'esclusione dei possibili presupposti di proscioglimento, alla stregua del materiale di

indagine fornito dal pubblico ministero: ciò, come si dirà nel paragrafo seguente, rende

problematico inquadrare fra le sentenze di condanna la decisione applicativa della pena

concordata.

Se si conclude con esito positivo, il vaglio di ammissibilità impone una soluzione di merito

conforme all'accordo intervenuto fra le parti: in altre parole, quando accoglie la richiesta di

petitum

pena, il giudice è vincolato al espresso nella richiesta stessa (art. 448 comma 1°

prima parte).

Dove il giudice non condivida il "progetto di sentenza", deve rigettare la richiesta di

pattegiamento, provocando così la prosecuzione del procedimento lungo il normale itinerario

che conduce al dibattimento. Tuttavia la dichiarazione di inammissibilità non preclude nuove

richieste di fronte al medesimo giudice, finché è aperto il termine per la loro presentazione.

Anche la inammissibilità dichiarata dal giudice, primo destinatario della domanda di

patteggiamento, è esposta, sia pur per una sola volta, al successivo sindacato di altro giudice,

se l'imputato ne fa espressa richiesta e, precisamente:

- al sindacato del giudice dibattimentale, qualora la richiesta di patteggiamento sia stata

rigettata dal giudice dell'indagine preliminare (art. 448 comma 1°seconda parte,

novellata dalla L. n. 479/1999);

- al sindacato del giudice di appello qualora la richiesta sia stata, invece rigettata dal

giudice dibattimentale (nei casi di giudizio direttissimo e di citazione diretta davanti al

tribunale monocratico);

- al sindacato del giudice di cassazione, ancora nei casi di citazione diretta e

direttissima aventi ad oggetto reati che non ammettono l'appello (art. 448 comma 1°

terza parte, novellatadalla L.n.479/1999).

Un caso particolare di inammissibilità è quello provocato dal dissenso che il pubblico

ministero oppone alla richiesta dell'imputato. Tale dissenso impedisce, è il caso di ribadirlo,

soltanto la soluzione "patteggiaita" del rito. Non preclude, invece, l'applicazione, nella fase

del giudizio, della pena, nella specie e nella misura a suo tempo chiesta dall'imputato. Cio

accade ogniqualvolta il giudice del dibattimento (o il giudice d'appello) reputi quel dissenso

privo di adeguata giustificazione, alla stregua dei criteri processuali e sostanziali.

Sia che contesti il dissenso del pubblico ministero, sia che non condivida la declaratoria di

inammissibilità del giudice primo destinatario della domanda di patteggiamento, l'imputato

deve reiterare la richiesta davanti al giudice del dibattimento o, rispettivamente davanti a

quello dell'impugnazione.

Allo scopo di verificare la fondatezza del dissenso o della declaratoria di inammissibilità il

giudice ordina l'esibizione degli atti contenuti nel fascicolo del pubblico ministero prima di

dichiarare aperto il dibattimento (art. 135 disp. att. a sua volta rimaneggiato dalla L. n.

479/1999) e, se la verifica dà esito negativo, dopo che gli atti esibiti sono stati inseriti nel

fascicolo dibattimentale il medesimo giudice applica lo sconto di pena erroneamente escluso in

precedenza.

8. Segue: la sentenza.

L'applicazione di pena concordata non esige, come già accennato, un accertamento positivo

della responsabilità penale. La sentenza contiene infatti un semplice accertamento negativo

della non punibilità, risolvendosi nella constatata insussistenza delle cause di proscioglimento

menzionate nell'art. 129 comma 1°.

In particolare, l'insufficienza o contradditorietà di prove non sarebbe di ostacolo a una

applicazione della pena su richiesta delle parti, poiché il giudice, in sede di patteggiamento,

dovrebbe prosciogliere solo se risultasse provata una delle cause indicate nell'art. 129 comma

1°. In altre parole, la situazione di incertezza non gioca qui a favore dell'imputato, come

invece accade nel dibattimento. Per di più, nel patteggiamento la decisione è presa «allo stato

degli atti», vale a dire, sulla base del materiale raccolto nell'indagine, che non può essere

integrato con altro materiale probatorio, nemmeno per superare eventuali incertezze

dell'organo giudicante.

Nell'una e nell'altra situazione la regola di giudizio da applicare e diverso è altresì il tipo di

accertamento condotto dal giudice e dalle parti sulla questione di fatto.

Sta precisamente in questa diversità la radice dell'annoso problema riguardante la natura

della sentenza che applica la pena richiesta dalle parti. Tale problema è affrontato e risolto

con apparente linearità dalla legge, la quale equiparata suddetta sentenza «a una pronuncia di

condanna» (art. 445 comma 1-bis seconda parte).

Presa alla lettera, tale disposizione impone di ravvisare nella sentenza di patteggiamento una

condanna penale, tutte le volte che la legge collega certi effetti all'esistenza, per l'appunto,

di una sentenza condannatoria: ad esempio, in tema di esecuzione della pena (art. 656 comma

1°), o di iscrizione nel casellario giudiziale (art. 686 comma 1° lett. a n. 1) o, ancora, di effetti

«pregiudizali» nel procedimento cautelare personale (art. 300 comma 4"). In certi casi, però,

la legge (penale o processuale) connette determinati effetti alla condanna, non tanto in

ragione del fatto che esiste una sentenza di quel formale tenore, quanto piuttosto per

l'accertamento di responsabilità che la sentenza stessa racchiude e, al contempo,

documenta.

Talvolta è la legge stessa ad escludere che la sentenza in questione vada considerata come

decisione di condanna: così, è espressamente stabilito, sia pur limitatamente alle ipotesi di

minus

patteggiamento , che la sentenza in questione non può applicare pene accessorie (art.

ex lege

445 comma 2° seconda parte), nemmeno quando queste sono collegate alla condanna

per tabulas

per determinati reati (artt. 31 e 34 c.p.). È inoltre sancita , come già riferito in

precedenza, la sua inidoneità a sortire effetti vincolanti in sede civile risarcitoria (art 445

comma 1°, seconda parte), oltreché in sede amministrativa o in sede civile extra-risarcitoria

(arg. ex art. 654). Unica eccezione, l'effetto vincolante che la sentenza di patteggiamento è

capace di produrre nel procedimento disciplinare, a seguito della 1. 97/2001: l'inciso inserito

nell'art. 445 comma 1° (salvo quanto previsto dall'art. 653») impone all'autorità disciplinare di

considerare accertata la responsabilità penale di colui che patteggia.

La giurisprudenza si è andata orientando nel senso di negare la natura condannatoria delle

sentenze di patteggiamento ai fini del giudizio di revisione. La norma giurisprudenzale è stata

ribaltata dalla L.134/2003, la quale ha novellato l’art.629 includendo fra i provvedimenti

suscettibili di revisione anche le sentenze emesse ai sensi del’art.444 comma2°.

Nell’applicazione delle previsioni che associano allo status di condannato determinati effetti,

la giurisprudenza ha inizialmente negato natura condannataria alla sentenza in questione

ogniqualvolta il giudicato di condanna è dalla legge considerato, per la affermazione di

responsabilità che esso racchiude e non in ragione del suo esser titolo per eseguire una pena.

Questo spiega, ad esempio, prerché la sentenza di patteggiamento non sia considerata di

condanna ai fini della revoca di diritto della sospensione condizionale della pena (art. 168

comma 1° n. 2 c.p.). A questo riguardo va tuttavia segnalato il diverso atteggiamento che la

giurisprudenza di legittimità va assumendo in relazione alle sentenze ex art. 444, quando

maius

suggellano un patteggiamento : sentenze che applicano una pena superiore ai 2 anni

minus

sarebbero più prossime alla condanna di quelle che chiudono un patteggiamento e,

pertanto sono ritenute idonee all'effetto di far revocare la sospensione condizionale della

pena in precedenza concessa.

La inappellabilità costituisce un altro peculiare tratto della sentenza in questione.

L'unico caso di appellabilità è previsto dall'art. 448 comma 2° prima parte, a vantaggio del

pubblico ministero: quest'ultimo può appellare la sentenza con la quale il giudice del

dibattimento ha applicato la pena richiesta dall'imputato, ritenendo ingiustificato il suo

dissenso.

Non sarebbe stata la stessa cosa costringere il pubblico ministero a dolersi di un simile error

in procedendo davanti alla Corte di cassazione. Infatti, se al giudice dell'impugnazione quel

suo dissenso appariss giustificato, dovrebbe seguirne un giudizio ordinario che solo il giudice

di secondo grado può chiudere con una sentenza di merito.

A parte questo caso particolare, la sentenza ex art. 444 è impugnabile col solo mezzo del

Errores in procedendo ed

ricorso per cassazione, per uno dei motivi indicati nell'art. 606.

errores in iudicando possono esser fatti valere in sede di legittimità, anche con riguardo ai

punti della decisione su cui si formò l'accordo fra le parti (come, ad esempio, la qualificazione

giuridica del fatto) giacché spetta pur sempre alla corte di cassazione l'ultima parola

sull'esatta applicazione della legge sostanziale e processuale.

9. Segue: azione civile e patteggiamento.

Il patteggiamento è una partita a 2 fra il p.m. e l’imputato.

Il danneggiato da reato non vi può intervenire, né per esercitare in quella sede l'azione

risarcitoria, né per opporsi alla definizione anticipata del giudizio. E se, nel precedente corso

del processo egli avesse già avuto occasione di costituirsi parte civile, il sopravvenuto

accordo circa l'applicazione della pena, lo costringerebbe ad abbandonare la sede penale per

far valere la propria pretesa davanti al giudice civile.

Un procedimento definito allo stato degli atti, alla stregua di una delibazione del materiale di

indagine, non è la sede idonea per accertare la responsabilità dell'imputato, nemmeno sotto il

profilo della sua responsabilità civile per l'eventuale danno cagionato dal reato.

Al più il danneggiato già costituitosi parte civile, può esigere dall'imputato il pagamento delle

spese processuali fino a quel momento sostenute.

Il susseguente processo civile non subirebbe sospensione prevista dall'art. 75 comma 3°

(come prevede espressamente l'art. 444 comma 2°), né sarebbe in alcun modo pregiudicato

dall'esito del patteggiamento (art. 445 comma 1°, seconda parte).

Non costituisce una vera eccezione alla regola testé illustrata, il potere che la legge

riconosce al giudice dell'impugnazione di decidere sulla questione civile con la sentenza che

applica la pena richiesta dalle parti (art. 448 comma 3°). In questi casi, infatti, il giudizio di

primo grado si è svolto regolarmente, fino in fondo, sicché il giudice dell'impugnazione ha a

disposizione gli atti di una completa istruzione dibattimentale: atti reputati sufficienti a

fondare anche una decisione sulla resporsabilità civile.

10. Giudizio abbreviato. Generalità.

Così come la pena concordata fra le parti, anche il giudizio abbreviato è stato concepito per

snellire il processo in quanto, permettendo una chiusura anticipata, evitava l’approdo

dibattimentale.

La L. n.479/99 ha riscritto le regole del giudizio inmediato:

-è ora superfluo il consenso del pubblico ministero, che la normativa previgente considerava

invece quale requisito essenziale per l'ammissibilità del giudizio abbreviato.

-viene meno inoltre la definibilità allo «stato degli atti»quale ulteriore criterio di

ammissibilità del rito in questione, il quale può dunque essere disposto sulla base di una

semplice richiesta formulata dall'imputato anche in presenza di un'indagine incompleta.

-viene pressochè a sparire qualsiasi limite oggettivo di applicabilità del rito speciale, essendo

ora suscettibili di definizione anticipata con le forme del nuovo giudizio abbreviato anche i

processi aventi ad oggetto imputazioni per reati puniti con l'ergastolo.

-per sopperire ad eventuali incompletezze dell'indagine preliminare, è assicurata la possibilità

di assumere prove pure nel corso del giudizio abbreviato.

11. Segue: ambito di applicazione e presupposti.

Pur essendo stati rimossi i limiti oggettivi che ostacolavano l’applicabilità del giudizio

abbreviato a delitti di particolare gravità c'è, tuttavia, un caso in cui il giudizio abbreviato non

può essere ammesso a causa della sanzione da applicare: esso riguarda il processo a carico

delle persone

giuridiche, quando giudice ritenga di dover cancellare l'ente dal mondo dei traffici giuridici

infliggendogli la sanzione interdittiva perpetua (art. 62 comma 4° d. lgs.r n. 231/2001).

Evidentemente, l'esigenza specialpreventiva è qui avvertita in misura così intensa

epreponderante, da risultare incompatibile con sconti di pena offerti in cambio delle parziali

rinunce al diritto di difendersi provando, insite nelle richieste di questo rito speciale.

Quanto ai presupposti, il giudizio abbreviato risulta articolato in 2 diversi moduli procedurali:

-il primo modulo risulta imperniato su una richiesta semplice con la quale l'imputato si limita a

chiedere che «il processo sia definito all'udienza preliminare allo stato degli atti», come dice

l'art. 438 comma 1°.

-il secondo modulo prevede invece una richiesta complessa (o condizionata): nel chiedere il

giudizio anticipato, l'imputato pone come condizione che siano assunti taluni mezzi di prova,

deficit

allo scopo di colmare un supposto conoscitivo intorno alla questione di merito.Tale

richiesta esige — come si vedrà — un controllo di ammissibilità.

La richiesta di giudizio abbreviato (analogamente a quella presentata ex art. 444) è atto

personalissimo dell'imputato, che il difensore può dunque presentare in sua vece, solo se

munito di procura speciale (art. 438 comma 3°). Nei processi a carico delle persone

giuridiche, provvede il legale rappresentante ovvero, se questi fosse a sua volta imputato del

reato da cui dipende l'illecito attribuito all'ente, un diverso soggetto, scelto per fungere da

rappresentante processuale (art. 39 d. lgs n. 231/2001).

12. Segue: fase introduttiva.

L'imputato (o legale rappresentante dell'ente) che intende profittare del giudizio abbreviato

deve presentare la relativa richiesta durante l'udienza preliminare, “fino a che non siano

presentate le conclusioni a norma degli artt. 421 e 422” (art. 438 comma 2°).

Tipica espressione del diritto di difesa, la facoltà di richiedere il giudizio abbreviato va

ragionevolmente garantita all'imputato anche nei procedimenti privi di udienza preliminare:

-nel giudizio immediato (ma solo in quello promosso per iniziativa del pubblico ministero)

l'imputato può presentare la richiesta di giudizio, al giudice per le indagini preliminari, dopo

che questi gli abbia notificato it decreto di citazione a giudizio e, precisamente, entro 15

giorni dall'ultima notifica del decreto stesso all'imputato, o dell'avviso al difensore, della

data fissata per il giudizio. La richiesta dev'essere poi comunicata al pubblico ministero.

-in caso di giudizio direttissimo, e a seguito di citazione diretta davanti al tribunale in

composizione monocratica, dove l'accusa non è sottoposta al vaglio preliminare di un organo

giurisdiziona (g.i.p. o g.u.p.) la richiesta va presentata al giudice dibattimentale, in udienza,

prima però che sia dichiarato aperto il dibattimentale (art. 452 comma 2° prima parte e,

rispettivamente, art. 556 comma 2° combinato con l'art. 558 comma 8°).

-nei procedimenti per decreto, l'opponente può chiedere il giudizio abbreviato al giudice che

ha emesso il decreto stesso (art. 461 comma 3°), il quale fissata addirittura l'udienza per il

giudizio, dandone avviso a tutti gli interessati(pubblico ministero, imputato, parte civile,

persona offesa e relativi difensori), con almeno 5 giorni di anticipo sull'udienza medesima,

onde consentire un'adeguata preparazione del contraddittorio (art. 464 comma 1° prima

parte).

Presentata la richiesta, incombe, sul giudice che la riceve, dovere di controllarne

l'ammissibilita:

-nel caso di richiesta semplice, di regola, si limita a un controllo meramente formale dell'atto

di parte, si tratta di verificare:

a) se esso sia stato presentato nei termini prescritti (art. 438 comma 2°);

b) se sia effettivamente riconducibile a una scelta volontaria dell'imputato eventualmente

rappresento da un procuratore speciale (art. 438 comma 3°);

c) se la volonta di quest'ultimo di essere giudicato «allo stato degli atti» risulti espressa in

forma inequivoca (art. 438 comma 1°).

Soltanto per le richieste provenienti dal rappresentante legale della persona giuridica il

vaglio di ammissibilità implica una valutazione discrezionale circa la meritevolezza di una

pena, la definitive interdizione dell'ente da ogni traffico giuridico, che è ostacolo

insormontabile all'esperibilità del giudizio abbreviato (art. 62 comma 4° d.lgs. n. 231 del

2001).

Quando dà esito positivo, il controllo sulla richiesta semplice sfocia nell'ordinanza che

ammette al rito speciale (art. 438 comma 4°). In caso contrario la richiesta va rigettata e

non può più essere riproposta.

-quando è presentata una richiesta complessa, il giudice deve aggiungere al controllo

meramente formale, del quale si è appena detto, un controllo sul contenuto della domanda di

parte. Essendo, l'efficacia di tale richiesta, subordinata ad una "integrazione probatoria",

che il richiedente reputa indispensabile ai fini della decisione, il giudice deve verificare se le

prove indicate dall'imputato siano davvero «necessarie» per decidere il merito della causa e

se la loro assunzione sia “compatibile con le finalita di economia processuale proprie del

procedimento” (art. 438 comma 5° seconda parte). Benché la legge non ne faccia menzione, si

deve ritenere che il vaglio di ammissibilità di questa richiesta complessa vada condotto anche

alla stregua del criterio di validità dei mezzi di prova dei quali l'imputato esige l'assunzione,

giacchè la prova vietata (ad esempio, la testimonianza di una persona incompatibile ex art.

197) è non solo inutilizzabile, ma anche e soprattutto insuscettibile di essere acquisita pure

nel giudizio abbreviato.

Entrambi i segnalati criteri impegnano in varia misura la discrezionalità del giudice. Il

concetto di necessarietà evoca, da un lato, il nesso di pertinenza che deve collegare la

reclamata integrazione probatoria con i fatti da provare ai fini della decision di merito (art.

187 comma 1°), e dall'altro, l'idea di non superfluità della prova (art. 190 comma 1°): tutte

valutazioni demandate a un apprezzamento soggettivo e insindacabile del giudice destinatario

della richiesta.

Ancor pia elastico e, anzi, vago al punto da alimentare possibili arbitri, risultava il criterio

connesso con l'esigenza economica. Di qui i dubbi di legittimità costituzionale che questa

parte della normativa lasciava affiorare: dubbi che la Corte costituzionale ritenne

insufficienti al primo rinvio della questione, ma che reputò fondati a seguito di una nuova

prospettazione dell'asserita irragionevolezza.

A seguito di tale intervento dunque, è sindacabile dal giudice del dibattimento il rigetto che,

per ragioni di economia processuale, il giudice dell'indagine o dell'udienza preliminare dovesse

opporre alla richiesta complessa di giudizio abbreviato.Resta, invece, insindacabile l'eventuale

rigetto opposto per gli stessi motivi dal giudice del dibattimento, quando il rito abbreviate

fosse chiesto a lui dopo l'instaurazione del giudizio direttissimo o nei processi a citazione

diretta. La ragione del diverso trattamento risiede, qui, nel rilievo che il giudice del

dibattimento, primo destinatario di una richiesta complessa, non è certo il soggetto piu

indicato a sindacare la correttezza dell'eventuale provvedimento di rigetto da lui stesso

adottato.

In questi casi, pertanto, non rimane che sperare nel giudice d'appello.

Ma torniamo ai compiti del giudice destinatario della prima richiesta.

L'eventuale rigetto della domanda avanzata dall'imputato non impedisce la riproposizione di

una nuova richiesta, davanti al medesimo giudice, fino a che sia in corso l'udienza preliminare,

come stabilisce l'art. 438 comma 6°. Tale facolta, stranamente e irragionevolmente, non è

però esercitabile dagli imputati dei procedimenti privi di udienza preliminare (giudizio

direttissimo, citazione diretta davanti al giudice monocratico, giudizio immediato, decreto

penale di condanna opposto), essendo stato omesso qualsiasi riferimento alla suddetta norma.

La nuova richiesta sara accolta, se l'imputato avrà saputo riformularla in maniera rispondente

ai criteri suaccennati.

L'imputato ha la facolta di presentare simultaneamente più richieste, fra loro alternative,

ciascuna delle quali contenente un diverso "progetto" di integrazione probatoria. Ed altresì

ragionevole consentire il cumulo di una richiesta complessa con una richiesta semplice, in

modo da lasciar operare quest'ultima qualora la prima fosse rigettata. iter

Rigettata la richiesta, il procedimento e destinato a proseguire lungo l' ordinario, verso la

quantum

soluzione dibattimentale. L'ordinanza che nega accesso al rito speciale influisce sul

di pena da irrogare in caso di condanna.

L'imputato ha ora facoltà di sottoporre all'esame del giudice dibattimentale (e, se del caso,

del giudice di appello) il provvedimento che gli ha negato accesso al rito.

Esame che va condotto riportandosi alla situazione processuale nella quale fù formulata la

prima richiesta, vale a dire tenendo conto anche degli atti antecedenti la richiesta stessa e

allocati nel fascicolo del pubblico ministero che di regola dovrebbero restare inaccessibile al

giudice dibattimentale. Trova infatti applicazione qui quell'art. 135 disp. att. che regola

l'analoga situazione del giudice (dibattimentale o d'appello) che si trovi a dover decider su

una richiesta di patteggiamento ostacolata da un dissenso del pubblico ministero che

l'imputato reputa ingiustificato.

Quando, invece, la verifica di ammissibilita da immediatamente esito positivo, il giudice

dispone l'udienza di giudizio abbreviato, con un ordinanza che, come si dirà, solo

eccezionalmente potra essere revocata.

13. Segue: svolgimento procedurale.

-Il rito si svolge in camera di consiglio, in un'udienza alla quale il pubblico di regola non è

ammesso, salvo che l'imputato o, in caso di piu persone, tutti gli imputati ne facciano

unanimemente richiesta (art. 441 comma 3° seconda parte).

-La pubblicità del rito a ammessa nel solo procedimento di primo grado (non, invece, in appello

come si interesse degli imputati, i quali vantano, al riguardo un diritto assistito da una

semplice nullità relativa (arg. ex art 471 comma 1°), suscettibile peraltro di essere limitato

nei casi in cui, in linea generale, si giustificherebbe il sacrificio della pubblicità dibattimentale

(artt. 472 e 473).

-Di regola, l'udienza si svolge in camera di consiglio, con la partecipazione necessaria delle

parti principali del processo. Non è poi esclusa la presenza della parte civile, che già

costituita in precedenza ha facoltà di ricusare l'accettazione del rito abbreviato, ma non di

impedirne lo svolgimento. La non accettazione del rito speciale comporta l'uscita dal processo

penale del soggetto che si reputa danneggiato e ha l'ulteriore conseguenza di mettere in

discussione l'effetto vincolante che la sentenza conclusiva del giudizio abbreviato altrimenti

avrebbe nel separato giudizio civile risarcitorio (artt. 651 comma 2° e 652 comma 2°).

Il danneggiato può costituirsi parte civile anche dopo che è stata accolta la richiesta

presentata a norma dell'art. 438, ma in tal caso la legge non gli permette di tornare sui propri

passi, rifiutando it rito speciale.

-L’udienza di giudizio abbreviato si svolge secondo le norme riguardanti l'udienza i

preliminare, con qualche necessario adattamento. Più apparente che reale è l'eccezione

prevista dall'art. 441 comma 1°, in base alla quale sarebbero destinate a trovar applicazione

nell'udienza di giudizio abbreviato, le disposizioni che regolano l’assunzione di prove (art. 422)

e il mutamentodell’imputazione nell'udienza preliminare.

Gli ultimi due commi dell'art. 441, col riconoscere i poteri di integrazione probatoria e di

contestazione suppletiva, smentiscono l'eccezione con riguardo alla generalità dei giudizi

abbreviati.

-Il giudizio abbreviato ha svolgimenti parzialmente diversi, secondo che sia scaturito da una

richiesta semplice o, rispettivamente, da una richiesta complessa.:

a)nel primo caso, il giudice si avvia verso la decisione di merito, verificando in primo luogo se

gli atti presenti nel fascicolo a sua disposizione siano sufficienti a risolvere la questione di

fatto. Se così non fosse, vale a dire, se sussistesse qualche incertezza al riguardo, egli

avrebbe comunque il potere di assumere «anche d'ufficio gli elementi necessari ai fini della

decisione» (art. 441 comma 5°).Il giudice ha il potere di assumere le prove ritenute necessarie

a superare il dubbio in cui versa, egli può agire d’ufficio oppure su sollecitazione dell'imputato,

al quale tuttavia la legge non riserva, in questa situazione, un vero e proprio diritto alla prova:

proponendo una richiesta semplice, egli ha accettato, infatti, un giudizio «allo stato degli atti»

(art. 438 comma 1°).

Il pubblico ministero, privato a sua volta del diritto alla prova, perde il potere di svolgere

ulteriori indagini a partire dal momento in cui la richiesta semplice dell'imputato viene accolta.

Ma tornando ai poteri istruttori del giudice, va detto che ogni mezzo di prova può qui essere

assunto, indipendentemente dal dispendio di tempo che la sua formazione o acquisizione

comporta. Essendo, infatti, irrevocabile l'ordinanza di ammissione del rito speciale, il giudice

deve esperire ogni tentativo possibile per colmare le proprie lacune conoscitive, in modo non

dissimile da quel che dovrebbe fare, in analoga situazione, il giudice dibattimentale a norma

dell'art. 507. L'unica vera differenza col dibattimento sta nel modo di assumere la prova che

— nel giudizio abbreviato, segue le regole dettate per l'udienza preliminare (art. 4221

anziché quelle dell'istruzione dibattimentale (artt. 496 ss). Ciò significa che nell'udienza di

giudizio

abbreviato, come nell'udienza preliminare,eventuali testimoni, coimputati, periti o consulenti

tecnici sono interrogati direttamente dal giudice e, solo per il tramite di quest'ultimo, le

parti hanno facoltà di partecipare alla formazione dei relativi mezzi di prova, proponendo le

loro domande (art. 422 comma 3°). L'imputato ha, diritto di farsi interrogare (art. 422 comma

4° prima parte).

b)quando il rito speciale scaturisce da una richiesta complessa, la cui efficacia l'imputato ha

inteso subordinare all'integrazione probatoria evocata dall'art. 438 comma 5°. Benché la

legge non lo precisi è ragionevole ritenere che, quella richiesta — nella quale trova, a suo

modo, parziale espressione il diritto alla prova enunciato dall'art. 190 — debba indicare le

circostanze di fatto che esigono di essere chiarite e i relativi mezzi di prova dei quali

l'imputato chiede l'assunzione. Ne segue che il giudice — una volta ammesso il giudizio

abbreviato — è vincolato al contenuto di tale richiesta. Anche qui, beninteso, egli deve

escludere le prove vietate e, se lo ritiene necessario, può assumere d'ufficio le prove

indispensabili per emettere la sentenza: il 5° comma dell'art. 441.

Dal canto suo, il pubblico ministero ha non solo la facoltà di proseguire la propria attività di

indagine suppletiva (diversamente da quanto accade nel giudizio abbreviato introdotto da una

richiesta semplice), ma anche il diritto di chiedere ed ottenere l'ammissione di prove

contrarie a quelle indicate dall'imputato nella richiesta complessa (art. 438 comma 5° terza

parte).

Solo la mancata assunzione di una prova a norma del citato art. 495 costituisce motivo di

error in procedendo

annullamento della sentenza di merito (art. 606 comma 1°) . Un simile può

certo esser portato all'attenzione del giudice di secondo grado, ma questo accadrà solo di

rado, perché sono pochi i casi in cui l'accusatore è ammesso ad appellare le sentenze di un

giudizio abbreviato.

Qualsiasi tipo di integrazione probatoria rende probabile un mutameto dell'imputazione

contestata nella richiesta di rinvio a giudizio. Per questo, con gli stessi articoli che regolano

l'assunzione di prove nel giudizio abbreviato, la legge fa salvo l'art. 423.

Il legislatore del 1999 ha ravvisato nell'art. 423 la disposizione adeguata a regolare i possibili

res iudicanda

mutamenti della . In altre parole, che l'art. 423 non assicuri (espressamente)

all'imputato un termine a difesa, né un diritto alla prova calibrato sul nuovo addebito, è

tollerabile proprio per il carattere processuale dell'udienza preliminare. Ma dove, come nel

giudizio abbreviato, è in gioco il merito della causa, dove il giudice è chiamato a sciogliere

l'alternativa fra assoluzione e condanna, quella limitazione di diritti difensivi appare

irragionevole e ingiustificata. Detto altrimenti, sotto lo specifico profilo qui considerato, il

rito abbreviato appare affine al dibattimento più che all'udienza preliminare. Di qui

l'inadeguatezza del semplice richiamo all'art. 423 e la necessità di arricchire il corredo di

garanzie dell'imputato che subisce la nuova contestazione.

L'art. 441-bis (novellato dalla L. n. 144/2000) rimedia all'infortunio, con riguardo alla

contestazione di fatti diversi, circostanze aggravanti o reati concorrenti ex art. 12 lett. b.

Tale disposizione, in realtà, non si limita a tutelare le ragioni dell'imputato, garantendogli, in

ordine al nuovo addebito, il diritto alla prova e un termine a difesa. In base ad essa,

l'imputato può altresì togliere effetto alla propria precedente richiesta di giudizio

abbreviato, provocando così la prosecuzione del processo nelle forme ordinarie.

Il giudice deve assegnare all'imputato dietro sua specifica richiesta un termine non superiore

a 10 giorni (art. 441-bis comma 3°). Niente esclude, ovviamente, che questi accetti, seduta

stante, la nuova contestazione, rinunciando a quel termine. Del resto, anche nell'analoga

situazione che si verifica in dibattimento, la concessione del termine dipende da una richiesta

dell'interessato (art. 519 comma 2°).

A seguito di tale richiesta, ogni attività processuale resta sospesa.

Si apre, a questo punto, la possibilità di un duplice svolgimento, dipendente dalla scelta

dell'imputato:

-se il termine assegnato dal giudice scade senza che sia presentata richiesta di procedere per

le vie ordinarie, il giudizio abbreviato continua sulla base della nuova imputazione.

L'imputato può chiedere l'assunzione di altri mezzi di prova, oltre i limiti previsti dall'art.

438 comma 5° (come precisa l'art. 441-bis comma 5°). E altrettanto può fare il pubblico

minister.

Dal canto suo, il giudice è tenuto a valutare l'ammissibilità delle nuove prove richieste in base

a criteri analoghi a quelli menzionati nell'art. 190 (non superfluità e utilizzabilità), e dopo

averne stabilito la pertinenza rispetto al fatto descritto nella nuova contestazione. Non

viene, invece, in considerazione il particolare (e discutibile) criterio di economicità.

-quando l'imputato faccia espressa richiesta di trasformazione del rito (da abbreviato in

ordinario), questa richiesta é atto personalissimo dell'imputato.

La richiesta di trasformazione del giudizio abbreviato in ordinario provoca un provvedimento

giudiziale di revoca dell'ordinanza ammissiva del rito speciale.

La sequenza procedurale refluisce all’indietro verso l'udienza preliminare e di lì riparte,

iter

proseguendo il suo normale . A tale scopo, il giudice deve «fissare» l'udienza preliminare

oppure disporne la «prosecuzione». Egli fissa l'udienza, ogniqualvolta la trasformazione del

rito sia stata preceduta da una richiesta di sospensione del giudizio abbreviato (art. 441-bis

comma 3°), e ne ordina invece la prosecuzione, quando l'imputato abbia chiesto il giudizio

ordinario immediatamente dopo la nuova contestazione. In quest'ultimo caso, l'esordio del

giudizio abbreviato, infatti è idoneo a surrogare la fase introduttiva dell'udienza preliminare,

mentre nel primo caso, essa dovrebbe ricominciare da capo per i necessari adempimenti.

Altrimenti vanno le cose quando la trasformazione del rito avvenga nei procedimenti sforniti

di udienza preliminare. A tutti questi è dedicato l'art. 2-nonies legge n. 144/2000, il quale,

infatti, interviene, con opportune correzioni, sulle molteplici fattispecie normative che

regolano il passaggio da un procedimento speciale (privo, per l'appunto di udienza preliminare)

in giudizio abbreviato, stabilendo come debba avvenire il passaggio inverso, nei casi di nuova

contestazione ex art. 423 comma 1°.

Se il rito abbreviato era scaturito da un giudizio direttissimo, il processo deve tornare alla

fase pre-dibattimentale e il giudice è tenuto a fissare l'udienza di giudizio direttissimo (art.

452 comma 2°, novellato dall'art. 2-nonies comma 1° 1. cit.).

Analogamente, vale a dire, fissando l'udienza per il giudizio, occorre provvedere quando il

rito abbreviato era stato chiesto per uno dei reati a citazione diretta, elencati nell'art. 550

(art. 556 comma novellato dall'art. 2-nonies comma 4° 1. cit.).

Il giudice deve fissare l'udienza di giudizio immediato, aver revocato il rito abbreviato

chiesto a norma dell'art. 458, come stabilisce il comma 2° dello stesso art. 458, nella versione

emendata dall'art. 2-nonies comma 2° 1. cit.

Infine, quando è revocata l'ordinanza ammissiva del rito abbreviato che era stato chiesto nel

corso di un procedimento monitorio, il processo prosegue con la fissazione dell'udienza

normalmente provocata dall'opposizione proposta dall'imputato contro il decreto di condanna

(art. 464 comma 1°, modificato dall'art. 2-nonies comma 3° 1. cit.).

Diversamente stanno le cose quando si tratta di contestare un fatto nuovo, a norma dell'art.

423 comma 2°. Qui, come si sa (retro, cap. V, § 41), la nuova contestazione è subordinata a un

provvedimento autorizzativo del giudice e a un esplicito consenso dell'imputato questi 2 atti

debbono adeguarsi al particolare contesto del giudizio abbreviato: da un lato, il consenso

dell'imputato va formulato come richiesta (semplice o complessa) di definizione ancipata del

processo, anche in ordine al fatto nuovo; dall'altro, l'autorizzazione del giudice ha per

oggetto non solo la valutazione circa l'opportunità di cumulare la trattazione del fatto nuovo

con quello già contestato, ma anche l'ammissibilità della richiesta di giudizio abbreviato,

secondo i criteri illustrati nel paragrafo precedente.

L'ultimo atto dell'udienza che chiude il giudizio abbreviato è costituito dalle conclusioni,

formulate dalle parti.

Al fine di stabilire l'ordine di intervento nella discussione finale, conviene riferirsi alla

disciplina dibattimentale (art. 523 comma 1°), stando alla quale l'esordio è riservato al

pubblico ministero, il seguito al difensore della parte civile, mentre l'ultima parola spetta al

difensore dell'imputato stesso, se ne fa richiesta (art. 523 comma 5°).

14. Segue: la sentenza.

Terminata la discussione, il giudice si ritira per decidere il merito della causa.

La legge non dice se deve trattarsi dello stesso giudice che, in precedenza, ha accolto la

richiesta di giudizio abbreviato. Ma, al riguardo, la giurisprudenza - sia pur sotto la normativa

antecedente la riforma del 1999 - si è andata nettamente orientando in senso affermativo. Il

principio di immediatezza vale anche nel giudizio abbreviato.

All'epoca si riteneva incongruo, che la decisione di merito potesse essere adottata da un

giudice diverso da quello che aveva vagliato l'ammissibilità del rito speciale. Se così fosse

stato, il giudice, incaricato di emettere la sentenza di merito sarebbe stato costretto, per

così dire, ad adeguarsi, suo malgrado, all'apprezzamento del collega su un punto cruciale,

quale quello concernente la definibilità del processo allo stato degli atti.

In particolare, valgono le regole di giudizio dettate dagli artt. 529 ss. (espressamente

richiamati dall'art. 442 comma 1°). Pertanto, se al termine della discussione il giudice non

fosse certo della colpevolezza dell'imputato, vale a dire, se constatasse una insufficienza (o

addirittura una totale mancanza) di prove a carico, dovrebbe emettere sentenza di

proscioglimento a norma dell'art. 530 comma 2°. Dovrebbe altresì prosciogliere, con sentenza

di non doversi rocedere nei casi di dubbio sull'esistenza di una condizione di procedibilità

(art. 529 comma 2°) o di una causa di estinzione del reato (art. 531 comma 2°).

La condanna presuppone dunque - come in dibattimento - che la responsabilità penale

dell'imputato sia positivamente dimostrata.

L'art. 442 comma 1-bis elenca le fonti del convincimento giudiziale, individuandole, per

l'appunto, negli atti di indagine preliminare (quelli cioè contenuti nel «fascicolo di cui all'art.

416 comma 2°»), negli eventuali esiti dell'indagine suppletiva (vale ,a dire, «la documentazione

di cui all'art. 419 comma 3°) e nei verbali dell'attività di integrazione probatoria promossa dal

giudice o richiesta dall'imputato (vale a dire, «le prove assunte nell'udienza»).

Quando condanna, il giudice del giudizio abbreviato deve diminuire di 1/3 la pena in concreto

considerate. La legge fissa qui diversamente l'entità dello sconto, convertendo l'ergastolo con

isolamento diurno in ergastolo semplice (art 442 comma 2°, seconda parte) ovvero la pena

perpetua in pena temporanea di quantità determinata (30 anni di reclusione: art. 442 comma

2°, seconda parte).

La natura processuale di queste diminuenti impedisce che delle stesse si tenga conto per

calcolare il tempo di prescrizione del reato.

Non è escluso che la sentenza in questione contenga dei capi civili riguardanti il risarcimento

del danno da reato.

La sentenza penale, una volta divenuta definitiva, è destinata a spiegare effetti vincolanti nel

separato giudizio civile di risarcimento del danno, sempre a condizione che la parte civile

abbia accettato il giudizio abbreviato (artt. 651 comma 2° e 652 comma 2°).

Quando il giudicato è di condanna (vale a dire, quando è favorevole al danneggiato) la legge ne

sancisce comunque l'effetto vincolante per il giudice civile, salvo che non vi si opponga la parte

civile che, a suo tempo non aveva accettato il giudizio abbreviato (art. 652 comma 2°; per

ulteriori dettagli infra, cap X. §4).

Diversamente dalla sentenza di patteggiamento, quella emessa al termine del giudizio

abbreviato è appellabile, pur nei limiti fissati dall'art. 443.

Le sentenze di proscioglimento sono appellabili dal p.m. , ma non dall’imputato.

Anche le sentenze di condanna alla pena dell'ammenda (art. 593 comma 3°) sono sottratte al

giusdizione di secondo grado.

È stato invece rimosso il duplice limite all'appellabilità delle sentenze, originariamente

stabilito dal codice nei confronti dell'imputato che subiva una condanna a sanzione sostitutiva

o a pena che non doveva essere eseguita.

Restano invece in vigore i limiti imposti al pubblico ministero il quale non può proporre appello

contro le sentenze di condanna, salvo che queste riguardino un titolo di reato diverso da

quello a suo tempo specificato nell'imputazione. In giurisprudenza si ritiene che questo limite

previsto dall'art. 443 comma 3° escluda non solo l'appello in via principale contro le suddette

sentenze, ma anche quello incidentale, previsto dalla generale disposizione dell'art. 595.: il

pubblico ministero non può profittare dell'appello incidentale, per aggirare l'impedimento ad

appellare che gli deriva dall'art. 443 comma 3. Può ricorrere per Cassazione e neutralizzare il

reformatio in peius

divieto di posto a garanzia dell’imputato unico appellante (art. 597 comma

3°; nonché infra, cap. IX, § 21).

Dubbia appare invece l’appellabilità della sentenza conclusiva del giudizio abbreviato ad opera

della parte civile: privata del diritto di appellare la sentenza, la parte civile subisce

un'irragionevole compressione del suo diritto di difendersi nel processo penale giacché nel

processo civile questo diritto certamente le spetterebbe. Insomma, questo diritto va

affermato, anche per evitare collisioni con i principi costituzionali e in primo luogo, con la

ragionevole attuazione del diritto di difesa che deve assistere il danneggiato da reato, il quale

abbia scelto di costituirsi parte civile, accettando il giudizio abbreviato come sede per

l'accertamento del danno risarcibile. Sarebbe opportuno un intervento che attribbuisse alla

parte civile la facoltà di appellare le sentenze di proscioglimento e di condanna emesse a

norma dell'art. 442.

Quando è appellata una sentenza emessa a seguito di rito abbreviato, il relativo giudizio di

impugnazione è destinato a svolgersi sempre in camera di consiglio, vale a dire senza

coram populo

intervento del pubblico, anche se quello di primo grado si fosse svolto . Lo impone

l'art. 443 comma che assoggetta questo tipo di appello alle «forme previste dall'art. 599».

Nel corso dell'udienza di appello possono essere assunte nuove prove, entro i limiti ammessi

dall'art. 603.

L'imputato che ha condizionato l'ammissione del rito speciale a una determinata integrazione

probatoria mantiene, anche in grado di appello, il diritto alla riassunzione del mezzo di prova

già acquisito in primo grado, purché ciò appaia necessario ai fini della decisione (art. 603

comma 1°).

A sua volta, il pubblico ministero limitatamente ai casi in cui figuri come appellante, ha diritto

a chiedere la riassunzione, o l'assunzione per la prima volta delle prove contrarie (art. 438

comma 5° terza parte) a quelle che l'imputato aveva dedotto nella richiesta di giudizio

abbreviato.

Va risolto diversamente il caso dell'imputato il quale abbia proposto la richiesta semplice di

giudizio abbreviato, senza condizionarne l'efficacia a un'integrazione probatoria. Con questo

atto egli ha volontariamente rinunciato al diritto alla prova e non può pretendere che tale

diritto risorga nel giudizio di appello. Correlativamente, nemmeno il pubblico ministero,

qualora si presentasse nella veste di appellante, sarebbe qui titolare di un diritto alla prova.

L'integrazione probatoria è dunque affidata in via esclusiva al giudice, il quale può assumere

tutti i mezzi di prova che ritiene assolutamente «necessari» ai fini della decisione.

15. Giudizio immediato richiesto dall'imputato.

Fra i procedimenti speciali, espressione di "giustizia consensuale", il giudizio immediato

richiesto dall'imputato occupa un posto a parte. Ne è conferma la circostanza che la

disciplina di questo rito è contenuta non nel libro VI, dedicato ai procedimenti speciali, ma nel

libro V, dedicato alla fase preliminare del processo e, precisamente, in una disposizione

riguardante la fase preparatoria dell'udienza preliminare, qual è l'art. 419 comma 5°(retro,

cap. V, § 38).

La semplificazione procedurale riguarda il segmento intermedio del procedimento penale di

primo grado (l'udienza preliminare, appunto), non quello finale (vale a dire il dibattimento).

Infine la rinuncia esplicitata dall'imputato nella richiesta di giudizio immediato sortisce un

effetto meramente processuale, giacché la legge non vi collega alcuna diminuzione di pena.

Il tratto tipico del rito qui considerato risiede nella facoltà che la legge attribuisce alla

chance

parte (e, segnatamente, all'imputato) di rinunciare alla difensiva rappresentata

dall'udienza preliminare.

Presupposto del rito è la dichiarazione con la quale l'imputato rinuncia all'udienza preliminare

(art. 419 comma 5° prima parte). Essendo in gioco il diritto (individuale) di difendersi, la

rinuncia costituisce, ancora una volta, atto personalissimo dell'imputato, il quale può far agire

ad hoc

in propria vece un procuratore .

Unico requisito di ammissibilità dell'atto è il rispetto del termine per la sua presentazione:

almeno 3 giorni prima della data in cui dovrebbe tenersi l'udienza preliminare.

Inoltre, nella disciplina in vigore fino al gennaio 2000 solo nel dibattimento l'imputato era

assistito da un vero e proprio diritto alla prova (arti. 190 comma 1°, 468 e 495), mentre

nell'udienza preliminare la legge non gli riconosceva il diritto di far assumere prove utili ai fini

del proscioglimento.

Questo ulteriore possibile incentivo alla scelta del giudizio immediato è venuto meno con la

nuova formulazione dell'art. 422, che, pur non aprendo spazi al diritto alla prova, estende in

misura considerevole i poteri del giudice, giustificandone l'esercizio proprio nella prospettiva

del «non luogo a procedere».

Il giudice emette decreto di giudizio immediato (art. 419 comma 6°). Si ritiene in

giurisprudenza, che egli possa astenersi dall'emettere quel decreto e imporre la prosecuzione

del processo con le forme ordinarie, quando sia in gioco una riunione di procedimenti che la

richiesta dell'imputato finirebbe col mettere in discussione: le esigenze efficientistiche, di

sistema, prevalgono sulla volontà dell'imputato.

Infine, optando per il giudizio immediato, l'imputato si preclude la possibilità di chiedere il

giudizio abbreviato (art. 458 comma 3), ma anche l'applicazione di pena a norma dell'art.

444.

Il rinvio fatto dal novellato art. 446 comma 1° seconda parte al termine stabilito dall'art. 458

comma 1° concerne, infatti, il solo giudizio immediato promosso dal pubblico ministero, non

quello richiesto dall'imputato.

16. Procedimenti speciali espressione di giustizia "conflittuale".

Elemento comune dei procedimenti speciali che si fondano su un atto imperativo del

magistrato penale è, appunto, l'imposizione alle parti private e, in particolare, all'imputato, di

una semplificazione procedurale che coincide con l'amputazione di uno o più segmenti della

fase preliminare del procedimento di primo grado. Molteplici sono le ragioni che possono

giustificare tale semplificazione. Rilevano, a questo riguardo, fattori eterogenei quali

l'evidente fondatezza dell'accusa, l'esigenza di pervenire a una decisione dibattimentale con

esemplare celerità in ordine a reati percepiti come allarmanti, la scarsa gravità dei reati da

perseguire e l'opportunità di procedere a nuove contestazioni nell'udienza preliminare o nel

dibattimento.

In tutti questi casi la legge processuale introduce deroghe al canone di eguaglianza. Non solo.

Anche un certo modo di intendere la presunzione di non colpevolezza trova qui un suo

significativo temperamento.

E se tutti i cittadini - sotto questo profilo - sono da presumere ugualmente innocenti, sarebbe

logico che il procedimento penale constasse, per tutti gli imputati, delle stesse fasi, della

stessa progressione di accertamenti.

Discriminazione ragionevole, quando risulti basata su stati di fatto, standardizzabili con

sufficiente precisione dalla legge, più discutibile quando si fondi sù esigenze di celerità o sul

rilievo della scarsa gravità del reato per apprestare minir rispetto delle garanzie procedurali.

17.Giudizio immediato richiesto dal pubblico ministero.

Presupposto fondante questo procedimento speciale è l'evidenza della prova, come statuisce

l'art. 453 comma 1°.

A fronte di una simile evidenza di colpevolezza, sarebbe ozioso verificare la fondatezza

dell'accusa pertanto, la legge ritiene ragionevole, in tal caso, sopprimere l'udienza

preliminare, che è la fase espressamente preordinata a quella verifica.

Non basta però che la prova appaia evidente al pubblico ministero, perché si possa

direttamente passare dall'indagine preliminare al giudizio. Essa deve apparire tale anche al

giudice, al quale il pubblico ministero deve rivolgersi per ottenere la citazione a giudizio

immediato. Non solo. La legge pone condizioni ostative all'accoglimento della richiesta del

pubblico ministero, allo scopo di scongiurare il duplice rischio che la scelta del rito speciale

diventi un'ingiusta sperequazione ai

danni dell'imputato; oppure che si risolva in una scelta nociva e perciò sconsigliabile sul piano

dell'economia e dell'efficienza processuale.

Sotto il primo profilo, è chiaro che la soppressione dell'udienza preliminare — quando è voluta

dal pubblico ministero - priva forzatamente la difesa di un'occasione per contrastare il

cammino dell'accusa verso il dibattimento. Ecco perché il giudizio immediato non può essere

disposto, se non dopo che la persona sottoposta alle indagini sia stata messa incondizione di

interloquire, col magistrato penale, «sui fatti dai quali emerge l'evidenza della prova» (art.

453 comma 1°). Non è necessario che la persona sia effettivamente interrogata su quei fatti:

se così fosse, la persona indagata potrebbe "boicottare" il giudizio immediato, semplicemente

astenendosi dal comparire davanti al magistrato. È perciò sufficiente un invito a comparire

per l'interrogatorio, con un atto nel quale siano descritti i fatti che rendono evidenti i

termini dell'accusa: solo l'irreperibilità dell'imputato o un suo legittimo impedimento

sarebbero, a quel punto, di ostacolo all'instaurazione del giudizio immediato (art. 453 comma

1°).

Sotto il profilo dell'economia processuale e dell'efficienza la scelta del giudizio immediato

potrebbe risultare controproducente in caso di connessione, quando si procede

cumulativamente anche per reati la cui prova "non appare evidente". Favorevole alla iter

separazione dei processi, il codice impone in questi casi che il rito speciale segua il suo

scindendosi dalle vicende connesse. Tuttavia, se il giudice ritenesse «indispensabile»

mantenere il cumulo processuale, dovrebbe rigettare la richiesta di guidizio immediate.

Infine, la legge condiziona l'ammissibilità della richiesta proveniente dal pubblico ministero

all'osservanza di un limite temporale, fissato in 90 giorni dalla registrazione della notizia di

reato (art. 454 comma 1°).

L'instaurazione di questa specie di giudizio immediato coincide sempre con l'esercizio

dell'azione penale (art. 405), Il pubblico ministero formula l'imputazione con un atto

(richiesta) che chiama in causa il giudice dell'indagine preliminare. A quest'ultimo va

contestualmente trasmesso il fascicolo dell'indagine con la corrispondente notizia di reato

(art. 454 comma 2°).

L'iniziativa del pubblico ministero fa scattare l'obbligo del giudice di pronunciarsi

sull'ammissibilità del rito speciale: questione che va risolta entro il termine (meramente

ordinatorio) di 5 giorni da quella richiesta.

Se la prova non appare evidente o se manca una delle altre condizioni il giudice rigetta la

richiesta con decreto non motivato (art. 455).

Egualmente privo di motivazone è il decreto con il quale il giudice – sussistendo i presupposti e

le condizioni testé ricordati — accoglie la richiesta di giudizio immediato.

L'assenza di motivazione rende insindacabili, nel merito, entrambi questi provvedimenti

processuali.

Non è invece esclusa una critica, sotto il profilo della legittimità, del decreto che accoglie la

richiesta del pubblico ministero, quando questo sia stato emesso senza il previo

interrogatorio (o l'equipollente invito a comparire) della persona indagata. In questo errore

procedurale la giurisprudenza è giustamente incline a ravvisare una lesione del diritto di

difesa, riconducibile all'art. 178 lett. c: nullità a regime intermedio, idonea a contaminare la

validità del decreto di giudizio immediato (art. 185 comma 1°), del quale il giudice del

dibattimento dovrebbe dunque constatare e dichiarare l'invalidità, restituendo poi gli atti al

pubblico ministero (art. 185 comma 3°) per l'ulteriore, regolare corso della procedura.

Il decreto che accoglie la richiesta del pubblico ministero introduce al contempo il giudizio

immediato. L'assenza di motivazione nel decreto di giudizio immediate è requisite negativo,

volto non solo a rendere insindacabile l'atto ma altresì a preservare l'imparzialità del giudice

dibattimentale, proprio come accade per il decreto emesso a norma del citato art. 429

(retro, cap. V, § 45).

Si entra così nella fase degli atti preliminari al dibattimento (artt. 465 ss.).

Disposto il giudizio immediato, l'imputato può, innanzitutto, chiedere il giudizio abbreviato o il

patteggiamento. In relazione ad entrambi questi riti alternativi si esige che la richiesta sia

presentata, a pena di decadenza, nei 15 giorni che seguono la notificazione del decreto di

giudizio immediato (art. 458 comma 1° e, rispettivamente art. 446 comma 1° seconda parte):

-per il giudizio inmediato il termine decorre dall’ultima notificazione all’imputato o al

difensore del decreto che dispone il giudizio o dell’avviso della data fissata per il

dibattimento; la richiesta è sufficiente a mettere il giudice dell’indagine preliminare , in

condizione di doverne vagliare la fondatezza.

-per il patteggiamento le cose stanno diversamente, perché la richiesta di una parte non é

nemmeno presa in considerazione dal giudice, se manca il consenso dell'altra parte. Il

problema e che le norme da ultimo indicate non prevedono il termine entro il quale tale

consenso dev'essere prestato.

Caduta, con la riforma del 1999, la parte della norma che riguardava il consenso del pubblico

ministero alla richiesta di giudizio abbreviato è stato soppresso anche il riferimento al

termine che l'art. 458 istituiva per la prestazione di tale consenso. Oggi, la norma in

questione vale anche per il patteggiamento, ma — privata di quell'inciso divenuto superfluo

solo per il giudizio abbreviato — non fornisce alcuna indicazione circa il termine entro il quale

dovrebbe essere prestato il consenso per il patteggiamento.

Di fronte al silenzio della legge, sarà il giudice ad assegnare un termine alla parte, come

accade, del resto, nell'analoga situazione in cui il patteggiamento è chiesto con l'opposizione

al decreto penale di condanna (art. 464 comma 1° terza parte: cfr. infra, § 27).

Se accoglie la richiesta di giudizio abbreviato, o quella di patteggiamento, il giudice

dell'indagine preliminare fissa l'udienza.

Il rigetto di quelle richieste avrebbe invece come conseguenza la prosecuzione del processo

iter

lungo l'ordinario .

Tanto la richiesta di patteggiamento (art. 448 comma 1°, seconda parte) quanto la richiesta

complessa di giudizio abbreviato possono essere tuttavia rinnovate davanti al giudice del

limine litis

dibattimento, in .

18.Segue:giudizio inmediato “custodiale”(art.453 comma 1 bis)

Un nuovo caso di giudizio inmediato è stato introdotto dalla L.125/2008.

Esso va instaurato quando la persona sottoposta alle indagini “si trova in stato di custodia

cautelare” e a condizione che la scelta del rito speciale non “pregiudichi gravemente le

indagini”(art.453 comma1-bis).

La richiesta va presentata dopo che la valutazione dei “gravi indizi di colpevolezza” ha

acquisito una certa solidità: cioè quando il tribunale del riesame ha confermato la misura o

dopo che è inutilmente decorso il termine per impugnare il provvedimento che la dispone.

Se poi i gravi indizi di colpevolezza vengono meno prima che il giudice per le indagini

preliminari decida sulla richiesta di giudizio inmediato, il provvedimento cautelare va

revocato o annullato e la richiesta di rito speciale rigettata.

Il rigetto si impone ogniqualvolta il giudice ritenga l’instaurazione del giudizio inmediato

pregiudizievole per l’indagine.

Il termine per la richiesta è di 180 giorni che decorrono dalla data di esecuzione della

misura custodiale, non dalla registrazione della notizia di reato.Ciò significa che può essere

chiesto anche al termine di un’indagine protrattasi a lungo.

L’intento è di incoraggiare il ricorso al giudizio inmediato, ma la soluzione solleva dubbi sia

sotto il profilo della sua opportunità, sia sotto quello della sua legittimità costituzionale:

status chances

-il presupposto dello di persona in custodia, priva di fatto il soggetto della

difensiva esercitabile a seguito dell’avviso di chiusura delle indagini e nell’udienza preliminare;

-comporta un sacrificio del diritto di difesa , in violazione dell’art.24 comma 2° Cost.

Infatti, la scelta del giudizio inmediato non può essere revocata, quando l’insussistenza dei

gravi indizi affiora dopo l’accoglimento della richiesta e se il giudizio inmediato si giustifica in

presenza di una misura custodiale erroneamente disposta, la sua instaurazione risulta irrituale

e lesiva di un diritto fondamentale.

19.Segue: giudizio immediato "obbligatorio". ex lege

Merita di essere considerato a parte il caso di giudizio immediato imposto quando vi

sia stata opposizione al decreto penale di condanna. Presupposto del rito speciale non è qui

l'evidenza della prova.

Nel contesto del procedimento per decreto, l'udienza preliminare è ritenuta superflua non

solo perché l'accusa appare saldamente ancorata a fatti incontestabili (al punto che il giudice

per le indagini preliminari li aveva ritenuti sufficienti addirittura a giustificare un

provvedimento di condanna), ma anche perché essa (accusa) ha per oggetto reati di scarsa

gravità, i quali non sempre sono agevoli da provare.

Un criterio essenzialmente politico, basato sulla tenuità del trattamento sanzionatorio, sta

dunque al fondo di questa speciale ipotesi di giudizio immediato. Evidentemente il legistatore

chances

ha ritenuto che le offerte dall'udienza preliminare possano essere sacrificate,

quando la posta in gioco è una semplice pena pecuniaria.

Bisogna tuttavia considerare che la maggior parte di questi reati rientra in quel settore di

cognizione del giudice monocratico soggetto alle regole della «citazione diretta» (art. 550),

iter

affidato a un procedurale di per sé privo dell'udienza preliminare. Ne segue che il

giudizio immediato obbligatorio (art. 464 comma 1°) impone, di fatto, il sacrificio di questa

fase di garanzia ai procedimenti riguardanti una ristretta cerchia di reati (fra questi, ad

esempio taluni dei reati previsti dagli artt. 2621 e seguenti c c., possibile oggetto di decreto

penale in quanto punibili, in concreto, con sanzioni sostitutive di pene detentive: appartenendo

alla cognizione del tribunale collegiale, il processo relativo a questi reati annovera, infatti,

anche l'udienza preliminare, nel suo svolgimento ordinario).

Le caratteristiche procedurali del giudizio immediato obbligatorio sono pressoché identiche a

quelle descritte nel paragrafo precedente con riferimento al giudizio immediato, per così

dire, ordinario, regolato dagli arti. 453-458. L'unica differenza di rilievo sta nell'atto

introduttivo del rito: non una richiesta del pubblico ministero, bensì un decreto di citazione,

che il giudice dell'indagine preliminare emette d'ufficio quando abbia constatato che ogni via

a una soluzione anticipata del processo è ormai preclusa.

20.Giudizio direttissimo.

La specialità di questo rito risiede nella soppressione pressoché totale dell'intera fase

preliminare e in una significativa semplificazione della fase predibattimentale.

Ad esso si ricorre, esclusivamente per atto imperativo del magistrato, quando il fondamento

dell'accusa è a tal punto evidente da rendere superflua, non solo la verifica dell'udienza

preliminare, ma addirittura la ricerca di mezzi di prova solitamente attuata nell'indagine

preliminare. Si può dire che, se il giudizio immediato esige una generica evidenza dei fatti

descritti nell'accusa, il giudizio direttissimo presuppone una evidenza "qualificata" degli

stessi fatti.

Rilevano, a questo riguardo, due classiche situazioni processuali e, precisamente, l'arresto in

flagranza e la confessione resa a brevissima distanza dall'inizio dell'indagine.

Si danno tuttavia due modalità di svolgimento del giudizio direttissimo, leggermente diverse,

secondo che l'imputato sia privo della libertà personale o sia invece libero:

-l'imputato arrestato o in custodia cautelare, una volta chiusa l'udienza di convalida per

l'arresto,è presentato direttamente dal pubblico ministero al giudice dibattimentale (art. 450

comma 1°). Qui l'imputazione è contestata oralmente in udienza questo prima che il

dibattimento sia aperto. Con la contestazione del fatto, il pubblico ministero provvede a

formare il fascicolo del dibattimento a norma dell'art. 431 e a consegnarlo al giudice (art. 138

disp. att.).

Il predibattimento non esiste.

I testimoni possono essere presentati direttamente nell'udienza, senza bisogno di previa

citazione (art. 451 comma 4°). L'imputato può chiedere un termine (non superiore a 10 giorni)

per meglio organizzare la propria strategia difensiva.

Durante questo lasso di tempo, il dibattimento resta sospeso e il difensore può prendere

visione sia di eventuali atti di indagine esistenti presso la segreteria del pubblico ministero

(art. 450 comma 6°), sia degli atti inseriti nel fascicolo del dibattimento.

-l'imputato libero o vale a dire, quello rimesso in libertà dopo l'udienza di convalida o quello

che, pur avendo confessato la propria responsabilità penale entro i 15 giorni dalla

registrazione della notizia di reato, non si trova in stato di custodia cautelare, è invece citato

a comparire all'udienza di giudizio direttissimo, convocata dal pubblico ministero nel rispetto

di un termine dilatorio di 3 giorni (art. 450 comma 2°). In questi casi, l'imputazione è

contestata per iscritto, nel decreto di citazione a giudizio. C'è, in questi casi, il tempo per una

pur breve indagine

preliminare, che il pubblico ministero può condurre con la consueta ampiezza di mezzi (artt.

358 ss.), fino al decreto di giudizio direttissimo. In attesa del dibattimento, c'è spazio anche

per qualche essenziale adempimento predibattimentale:

- il fascicolo del dibattimento è formato, ancora una volta, dal pubblico ministero,

subito dopo l'emissione del suddetto decreto (art. 450 comma 4°);

- il difensore ha diritto di essere avvertito della data fissata per il giudizio (art. 450

comma 5°); egli ha inoltre facoltà di vedere, nonché acquisire in copia, gli atti di

indagine esistenti presso la segreteria del pubblico ministero (art. 450 comma 6°).

Costituisce un diritto dell'imputato, sanzionato apena di nullità (art. 178 lett. c), quello di

essere avvertito della facoltà di chiedere il giudizio abbreviato o il patteggiamento (art. 451

comma 5°), prima che sia dichiarato aperto il dibattimento (art. 446 comma 1° prima parte).

Anche la richiesta di giudizio direttissimo, peraltro, subisce un vaglio di ammissibilità. La

scelta di questo rito speciale si regge su presupposti che postulano un'accusa seriamente

fondata.

Nei casi di arresto in flagranza, il giudizio direttissimo è subordinato all'ulteriore condizione

che l'imputato permanga in stato di privazione della libertà personale, talché la praticabilità

del rito speciale resta preclusa senza un esplicito atto di consenso dell'imputato a piede

libero (art. 449 comma 2°: il punto sarà ripreso infra, § 28).

La posta in gioco è tale da esigere un controllo giurisdizionale sull'instaurazione del rito

speciale.

L'atto col quale il pubblico ministero introduce il giudizio direttissimo costituisce un «modo, di

esercitare l'azione penale», sul quale il giudice è, chiamato a escrcitare il suo sindacato, se, a

fronte di un'iniziativa del pubblico ministero volta a promuovere il giudizio direttissimo, il

giudice ritiene che non sussista alcuna delle situazioni assunte dalla legge a presupposto del

procedimento speciale, quest'ultimo non può aver luogo.

Non c'è traccia nel codice di un provvedimento di inammissibilità, anche perché manca qui una

formale richiesta del pubblico ministero cui riferire la valutazione di ammissibilità o di

inammissibilità. Semplicemente la legge impone la restituzione degli atti al pubblico

ministero.

Ed è chiaro che nel provvedimento (motivato ma insindacabile) col quale il giudice ordina la

restituzione degli atti al pubblico ministero è implicitamente contenuta una statuizione

d'inammissbilità del giudizio direttissimo.

Un ulteriore limite al promovimento del rito speciale può discendere dall'opportunità di

mantenere riuniti diversi procedimenti penali, quando fra questi ve ne sia alcuno che il

pubblico ministero intende definire "per direttissima". Tale scelta comporta, di regola, fa

separazione del procedimento speciale rispetto alle altre vicende connesse. Se, però, ragioni

di convenienza legate al complessivo buon esito delle indagini sconsigliano la separazione il

giudice ordina che si proceda cumulativamente e nei modi ordinari in relazione a tutte le

regiudicande (art. 449 comma 6°).

21.Segue: giudizio direttissimo davanti al giudice monocratico.

Il giudizio direttissimo può essere promosso davanti al giudice monocratico per li stessi casi,

per i quali risulta ammissibile davanti a quello collegiale.

Restano alcune differenze: la presentazione in udienza della, persona arrestata è fatta, di

regola, dall'organo di polizia giudiziaria (art. 558 commi 1° e 2°), il quale è altresì autorizzato

dal giudice a svolgere una breve relazione orale, finalizzata principalmente a porre le

premesse conoscitive per il giudizio di convalida. Solo eccezionalmente vi provvede il pubblico

ministero: ciò succede quando egli ordina alla polizia giudiziaria che l’arrestato sia posto a sua

disposizione.

A norma dell'art. 558 comma 7° l'imputato facoltà di chiedere un termine a difesa più breve

(fino a 5 giorni) di quello assicurato davanti al giudice collegiale (10 giorni), ma non ha diritto

ad essere avvertito dal giudice della possibilità di avvalersi di tale facoltà, come invece

prevede l'art. 451 comma 6°.

Grazie al generale rinvio operato dall'art. 549, trovano perciò applicazione le corrispondenti

norme previste negli artt. 450 e 451 e valgono dunque le osservazioni già svolte a questo

riguardo, nel paragrafo precedente circa gli adempimenti preparatori del dibattimento e i

modi in cui va esercitata l’azione penale.

22.Segue: giudizi direttissimi c.d.atipici.

In crti, eccezionali casi, il giudizio direttissimo può essere promosso senza che ricorrano i

presupposti indicati negli artt. 449 e 558 e, dunque, sulla base di altra causa giustificativa.

Il fondamento di questi particolari casi di giudizio direttissimo risiede non già in una supposta

facilità della prova, bensì nell'esigenza, essenzialmente politica, di giudicare con celerità reati

per lo più percepiti come gravi e allarmanti.

Previsti da leggi speciali, i giudizi direttissimi atipici derivano dalla legislazione dell’emergenza

degli anni fra il 1974 e il 1979. La riforma del 1989 ha soppresso la maggior parte di tali

giudizi, ma nonostante l’illeggittimità rilevata dalla Corte Costituzionale, il lrgislatore ha

riprestinato il giudizio direttissimo per reati concernenti armi ed esplosivi e ha introdotto

ulteriori esemplari di questa tipologia procedimentale: segnatamente per i reati di

discriminazione etnica, razziale e religiosa (art. 6 comma 50 L.205/1993); per taluni reati

commessi in occasione di manifestazioni sportive (art. 8-bis L.377/2001); per molti reati

collegati all'illegale ingresso e permanenza degli stranieri nel territorio dello

Stato(L.271/2004).

In relazione a tutti questi reati, il giudizio direttissimo costituisce il modo ordinario di

procedere derogabile solo in quanto siano necessarie «speciali indagini», nel qual caso si

reputa ragionevole far regredire il procedimento alla fase preliminare. Una simile deroga non

viene tuttavia prevista per taluni casi di giudizio direttissimo introdotti dalla L. n. 189 del

2002, forse perché relativi a reati, quali quelli relativi al reingresso dello straniero espulso,

considerati di facile e quindi, rapido accertamento. Sta di fatto però che, per simili reati non

c'è alternativa al giudizio direttissimo.

In tutti gli altri casi, invece, la necessità di «speciali indagini» legittima il pubblico ministero

iter

a scegliere il normale processuale, con atto che la giurisprudenza ritiene insindacabile. É

invece sindacabile, da parte del giudice dibattimentale, l'apprezzamento negativo circa la

necessità di speciali indagini, implicitamente contenuto nell'atto col quale il giudizio

direttissimo atipico viene instaurato: soltanto quando le investigazioni da compiere si rivelino

incompatibili, per complessità e durata, con la speditezza che deve pur cotrassegnare anche il

giudizio direttissimo cosiddetto atipico. Ne segue che questo rito speciale può comportare

una preliminare fase investigativa, destinata a protrarsi per un periodo ben, superiore a

quello (15 giorni) consentito, nei casi previsti dall'art. 449commi 4° e 5° in relazione

all'ordinario giudizio direttissimo.

Ciò nonostante, la sequenza procedurale resta priva della fase predibattimentale.

Le modalità di svolgimento sono quelle previste dagli artt.450 e 451.

Anche il rito direttissimo atipico può subire la trasformazione in giudizio abbreviato o in

patteggiamento: la relativa richiesta va presentata prima che sia dichiarato aperto il

dibattimento.

23.Contestazione suppletiva del reato concorrente e del reato continuato.

Pur estranea all'elenco di procedimenti contenuto nel libro VI, la contestazione suppletiva del

reato concorrente e del reato continuato presenta in realtà tutte le caratteristiche del

ex auctoritate

indizio speciale promosso .

Invero, quando avviene nell'udienza preliminare (art. 423), essa realizza un singolare caso di

esercizio dell'azione penale, senza previa indagine preliminare. Quando, invece, avviene nel

dibattimento (art. 517), essa comporta addirittura l'amputazione dell'intera fase preliminare

del processo, oltre che di quella predibattimentale.

L'istituto in questione trova la sua ragione d'essere nell'opportunità di giudicare insieme,

cumulativamente, le regiudicande connesse a norma dell'art. 12 lett. b. L'affiorare,

nell'udienza preliminare o nel dibattimento, di un fatto che appaia in rapporto di

continuazione o di concorso formale con quello già contestato pone un problema di

applicazione della legge penale.

Se per tutti questi fatti fosse riconosciuta la responsabilità dell'imputato, la relativa pena

dovrebbe essere quantificata nel rispetto della proporzione stabilita dall'art. 81 c.p. Uno

svolgimento separato delle vicende processuali riguardanti le regiudicande in questione

renderebbe comprensibilmente difficoltoso, se non addirittura impossibile, questo calcolo. È

vero che la legge processuale offre un rimedio esperibile in sede esecutiva (art. 671), contro

l’errore di commisurazione della pena. Ma si capisce come sia preferibile prevenire l'errore.

La legge impone una nuova contestazione senza esigere né il consenso dell'imputato, né

l'autorizzazione del giudice, che sono invece richiesti per la contestazione di fatti nuovi

nell'udienza preliminare(art. 423 comma 2°) o nel dibattimento(art. 518) e dei quali ci si

occuperà in seguito (infra, § 29).

L’atto col quale il p.m. contesta un reato concorrente o continuato comporta la soppressione

dell’indagine preliminare, se la nuova contestazione avviene nell’udienza preliminare; la

soppressione dell’intera fase preliminare del processo e del predibattimento, se essa avviene

nel dibattimento.

A compensare questa perdita di garanzie, la normativa processuale riconosce comunque alle

parti, nei casi previsti dall'art. 519 comma 1°, il diritto di ottenere una sospensione del

dibattimento per preparare la difesa in ordine al nuovo addebito, analogamente a quanto

accade nel giudizio direttissimo, il quale a sua volta si caratterizza per l'assenza della fase

predibattimentale(art. 451 comma). Anche il diritto alla prova è salvagurdato, col

riconoscere a tutte le parti il diritto all'assunzione di nuove prove in ragione della mutata

regiudicanda.

È fatto salvo, infine, il diritto dell'imputato di essere ammesso all'oblazione; così come il

diritto di accedere al patteggiamento.

Resta invece escluso il diritto dell'imputato di accedere al giudizio abbreviato, in ordine al

reato concorrente o continuato che siano stati contestati in dibattimento.

24.Procedure speciali di carattere misto.

Si tratta, come già anticipato nelle prime pagine di questo capitolo, di quelle situazioni

complesse, nelle quali la semplificazione procedurale scaturisce da un atto imperativo del

magistrato penale, combinato con il consenso dell'imputato o con l'accordo delle parti

principali del processo.

È sempre l'autorità giudiziaria, e segnatamente il pubblico ministero, ad assumere l'iniziativa

ufficiale volta a semplificare il rito ma tale iniziativa sortisce l'esito voluto, solo se ad essa

procedimento

segue un'accettazione del rito speciale da parte dell'imputato. Così funziona: il

per decreto giudizio direttissimo contestazione

, il esperibile previo consenso delle parti e la

suppletiva del fatto nuovo .

25.Procedimento per decreto.

Quando è in questione l'accertamento di reati di lievissima entità,legge ammette che il

provvedimento di condanna possa essere emesso al termine dell'indagine preliminare, senza

previo contraddittorio. La forma del decreto assunta qui dal provvedimento di condanna è,

per l'appunto, il riflesso formale di questa assenza del contraddittorio.

Tratto essenziale del rito è, dunque, l'eliminazione della fase dibattimentale, attuata in via

autoritativa dal giudice (su richiesta del pubblico ministero), alla stregua di un parametro

oggettivo, identificato nella applicabilità in concreto di una pena pecuniaria.

Il condannato (impuato o persona civilmente obbligata per la pena pecuniaria)ha però facoltà

di opporsi al decreto penale.

Da qui la natura mista del procedimento per decreto: instaurato d’autorità, sula base di un

criterio improntato a un parametro obiettivo (punibilità del reato con pena pecuniaria), esso

ha bisogno di una manifestazione di volontà per concludersi.

L'ambito di operatività di questo procedimento speciale è stato esteso ai reati per i quali la

pena pecuniaria fosse applicata in sostituzione di una breve pena detentiva (art. 53 L.689/81).

È stato altresì introdotto un "incentivo premiale" - vale a dire, una riduzione della pena sino

alla metà rispetto al minimo edittale.

I reati assoggettabili a decreto penale,ora ricomprendono pure quelli perseguibili a querela

della persona offesa: non più soltanto quelli procedibili d'ufficio. Infine, anche gli illeciti

imputabili alle persone giuridiche, in quanto, a loro volta, sanzionabili con pena pecuniaria,

possono essere definiti con questa rapida procedura (art. 64 d. lgs. n. 231 del 2001).

26.Segue: fase introduttiva e svolgimento procedurale.

Atto introduttivo del rito è una richiesta che il pubblico ministero presenta al giudice delle

indagini preliminari, allegandovi il fascicolo con gli esiti delle sue investigazioni, entro 6 mesi

dalla registazione della notizia di reato.

La richiesta è atto di esercizio dell'azione penale: deve pertanto contenere tutti i dati idonei

a identificare l'imputato e la correlativa imputazione (art. 459 comma 1°). Essa deve inoltre

indicare la pena da applicare, che il pubblico ministero può quantificare — come già detto —

con una generosa diminuzione (fino alla metà del minimo della pena edittale), per invogliare

l'imputato ad accettare la condanna.

La richiesta va innanzitutto rigettata se, dagli atti presenti nel fascicolo dell'indagine, risulta

che l'imputato dev'essere prosciolto.

In tutti. gli altri casi, il rigetto della richiesta comporta la restituzione degli atti al pubblico

ministero, con atto insindacabile del giudice.

Il rito speciale non è ammesso per ragioni eminentemente procedurali, quando la relativa

richiesta è stata presentata fuori termine oppure quando, nei reati perseguibili a querela, la

persona offesa si sia opposta al procedimento per decreto (art. 459 comma 1°).

Ma l'inammissibilità di questo rito speciale può fondarsi anche su ragioni legate all'esigenza di

assicurare l'esatta applicazione della legge penale sostanziale e, precisamente, quando il

giudice ritiene che vada applicata misura di sicurezza personale (che non può essere disposta

con decreto penale: art. 459 comma 4°), oppure quando reputa incongrua la pena proposta

nella richiesta del pubblico ministero.

Il giudice dell'indagine non può modificare l'entità della pena quantificata dal pubblico

ministero.

Se la richiesta del pubblico ministero merita di essere accolta, il giudice emette decreto di

condanna, e caratterizzato da una motivazione sommaria sulle ragioni della decisione (art. 460

comma 10 lett. c), il decreto è tuttavia idoneo a divenire irrevocabile e a costituire titolo per

eseguire la pena inflitta, a meno che la parte non vi si opponga entro 15 giorni dalla relativa

notifica.

A tale scopo, il giudice deve inserire nel decreto, a pena di nullità (art. 178 lett. c), un avviso

agli interessati (imputato, difensore, civilmente ob- bligato per la pena pecuniaria), per

ricordar loro ex art. 460 comma 1° lett. e ed f, il diritto di opporsi al provvedimento di

condanna, optando per uno dei riti speciali ivi indicati, e per avvertirli altresì che la mancata

opposizione nel termine suddetto renderebbe esecutiva la condanna.

Sempre a pena di nullità, l'imputato va avvertito della facoltà di nominare un difensore (art.

460 comma 1° lett. g).

La singolarità si spiega se si pensa che l'imputato potrebbe essere del tutto ignaro del

procedimento a suo carico, culminato nel decreto di condanna.

Basta questo cenno per capire quale importanza rivesta, in simile contesto, il problema della

notificazione del decreto. A questo fine, la legge allestisce un rimedio preventivo vietando -

perché troppo rischiosa - la notificazione del decreto penale secondo la procedura

normalmente seguita per l'imputato irreperibile (art. 159): perciò, di fronte all'impossibilità

di rintracciare quest'ultimo, il giudice deve addirittura revocare il decreto di condanna e

restituire gli atti al pubblico ministero.

E lo stesso accade quando la notificazione del decreto all'imputato risulti impossibile, per

essere inidonea o insufficiente la dichiarazione di domicilio ex art. 161 la legge appresta un

rimedio esperibile successivamente all'emissione del decreto penale e consistente nel rendere

particolarmente agevole la restituzione in termini per proporre opposizione, tutte le volte

che l'interessato dimostri di non aver avuto conoscenza effettiva del decreto stesso, per

ragioni non imputabili a sua colpa(artt. 462 e 175 comma 2° prima parte).

Ritualmente effettuata la notifica, la mancata opposizione equivale ad accettazione della

condanna inflitta col decreto.

27.Il decreto penale.

Scaduto il termine per l'opposizione, il decreto penale diventa definitivo e costituisce titolo

per eseguire la condanna, salvo che l'opposizione proposta da altri coimputati, condannati con

decreto per il medesimo reato, produca l'effetto estensivo previsto dall'art. 463 comma 1°,

che può sfociare in una revoca del provvedimento di condanna.

ne bis in idem

Sotto il profilo del (art. 649) e ai fini del giudizio di revisione (art. 629), il

decreto penale vale come una normale sentenza di condanna.

L'accertamento contenuto nel decreto penale — al pari di quello contenuto nella sentenza di

patteggiamento — è inidoneo a sortire effetti vincolanti, a norma degli artt. 651- 654 nei

giudizi civili e amministrativi (art. 460 comma 5°). Inoltre, il procedimento per decreto non

può sfociare nell'applicazione di una misura di sicurezza personale.

A seguito della riforma del 1999 il condannato per decreto non subisce più l'obbligo di pagare

le spese processuali, né gli possono essere applicate le sanzioni accessorie previste dalla

legge penale (art. 460 comma 5° prima parte).

Inoltre, il reato oggetto del decreto di condanna è destinato ad estinguersi, se nei 5 anni

successivi (ridotti a 2 per gli illeciti contravvenzionali), l'imputato non ne commette un altro

della medesima indole (art. 460 comma 5° seconda parte).

Ancora, l'art. 460 comma 5° stabilisce che il decreto di condanna non è d'ostacolo a una

successiva sospensione condizionale (art. 164 c.p.), né, si direbbe, può giustificare una revoca

della sospensione stessa (art. 168 c.p. ).

Infine, la condanna inflitta con decreto, pur iscritta nel casellario giudiziale, non dev'essere

più menzionata nei corrispondenti certificati richiesti dai privati (art. 689 comma 2° lett. a n.

5).

Insomma, l’imputato-condannato è fortemente incentivato dalla legge ad accettare la

decisione fissata nel decreto: egli debe avere ragioni davvero solide per opporvisi, rinunciando

a tutti quei vantaggi e col rischio di subire una condanna più grave.

28.Opposizione a decreto penale.

Opponendosi al decreto penale, l'imputato (ovvero il civilmente responsabile per la pena

pecuniaria o, ancora, la persona giuridica per il tramite del suo rappresentante) consegue

simultaneamente un duplice risultato:

-da un lato, sospende l'esecuzione della condanna,

-dall'altro impone che l'accertamento del fatto avvenga in forme diverse da quelle del

procedimento per decreto.

L'atto di opposizione ha perciò un duplice contenuto:

-esso vale come dissenso dell'interessato rispetto al rito speciale;

-ma vale anche come impugnazione rispetto alla condanna inflitta col decreto penale.

In quanto atto che ripudia il rito speciale, l'opposizione è prerogativa dell'imputato oltre che

degli altri soggetti suindicati. Ciò spiega perché la legge attribuisca principalmente a questi

ultimi la facoltà di manifestare la propria contraria volontà. Essi, tuttavia, possono agire

anche attraverso il proprio difensore. Sussiste quindi un'autonoma facoltà del difensore di

proporre opposizione, analogamente a quel che accade nella generale disciplina delle

impugnazioni (571 comma 3°).

In quanto atto di impugnazione, l'opposizione è priva del c.d. effetto devolutivo, poiché - una

volta proposta — il processo è destinato a proseguire davanti al giudice di primo grado, non

davanti a un giudice di grado superiore. Inoltre, l'opponente non deve necessariamente

indicare i motivi della sua doglianza: per veder ammesso il suo gravame, è sufficiente che,

nella relativa dichiarazione egli indichi gli estremi del provvedimento di condanna, oltre alla

data dello stesso e che identifichi il giudice del decreto.

reformatio in peius

Il giudice non è qui assoggettato nemmeno al divieto di (art. 597 comma

3°),

Infine, l'opposizione sortisce un effetto estensivo, limitatamente ai casi in cui il decreto di

condanna sia stato pronunciato contro una pluralità di imputati per il medesimo fatto: se

presentata da uno di essi vale anche per gli altri, sicchè l’esecuzione del decreto resta

sospesa per tutti, fini a che il processo non si concluda con “pronuncia irrevocabile”.

Solo se tale giudizio si conclude con certe formule di proscioglimento («il fatto non sussiste»,

«il fatto non è previsto dalla legge come reato», «il fatto non costituisce reato per la

presenza di una causa di giustificazione») l'imputato non opponente può lucrare il buon esito

dell'iniziativa altrui. In tali casi, il decreto di condanna (la cui esecuzione è rimasta sospesa

anche nei confronti del non opponente, grazie al suaccennato effetto estensivo) è revocato

dal giudice (art. 464 comma 5°).

Con la sua opposizione, l'imputato ripristina l'ordinaria situazione processuale subito

successiva all'esercizio dell'azione penale, nella quale è ancora possibile effettuare la scelta

di un altro rito speciale. In particolare, egli può chiedere il giudizio immediato ovvero il

giudizio abbreviato, il patteggiamento allo stesso giudice (delle indagini preliminari) che ha

emesso il decreto penale (art. 461 comma 3°). L'eventuale richiesta d'oblazione (art. 464

comma 2°) va invece indirizzata al giudice procedente, da individuare nel giudice dell'indagine

preliminare finché il fascicolo, formato a norma dell'art. 431, non sia trasmesso al giudice

dibattimentale (art. 464 comma 2°).

La scelta di una fra queste procedure alternative va fatta con l'atto d'opposizione. Per

nessuna ragione può essere fatta nel corso del giudizio successivo all'opposizione stessa.

Il giudice che riceve la dichiarazione di opposizione è innanzitutto tenuto a vagliarne

l'ammissibilità, alla luce dei pochi requisiti imposti dalla legge: legittimazione dell'opponente;

osservanza del termine; estremi e data del decreto di condanna; identificazione del giudice

che lo adottò.

Il difetto di uno di questi requisiti comporta l'inammissibilità dell'atto di parte, con la

conseguenza che il decreto penale diventa esecutivo: non prima però che la relativa ordinanza

diventi, a sua volta, definitiva. E l'attesa potrebbe prolungarsi, dal momento che l'ordinanza in

parola è ricorribile per cassazione (art 461 comma 6°).

Se non c'è consenso o accordo fra le parti per una definizione anticipata del processo, si

procede con citazione a giudizio immediato, secondo le regole già illustrate in precedenza

(retro, § 18).

Nel giudizio conseguente all'opposizione, il decreto penale deve essere revocato (art. 464

comma 3°): ma, anche se il giudice non provvedesse con atto formale, l'effetto di revoca si

ex lege

produrrebbe , a seguito del semplice accoglimento dell'opposizione.

Il dibattimento si svolge secondo le regole ordinarie.

Non si capisce bene quale ruolo possa avere il querelante nel giudizio conseguente ad

opposizione. La legge impone che gli sia data comunicazione del decreto penale (art. 459

comma 4°).

In linea generale la persona offesa vanta un diritto (adeguatamente tutelato) di essere citata

in giudizio (art. 178 lett. c) per esercitare in quella sede le facoltà che la legge le attribuisce

(artt. 90 ss.). Inoltre, se intendesse esser presente con maggior peso nel giudizio penale, essa

avrebbe pur sempre il diritto di costituirsi parte civile, in modo da potersi avvalere della

facoltà di intervento e delle maggiori garanzie che la legge processuale attribuisce a questo

soggetto.

29.Giudizio direttissimo su accordo delle parti.

Costituisce un caso eccezionale di giudizio direttissimo quello previsto dall'art. 449 comma 2°,

nonché, per il procedimento davanti al giudice monocratico, dall'art. 558 comma 5°.

Come già rilevato in precedenza, la mancata convalida dell'arresto, di regola, è d'ostacolo

all'instaurazione del giudizio direttissimo. Di fronte a simile eventualità, il giudice deve

restituire gli atti al pubblico ministero affinché proceda in altra maniera (art. 449 comma 2°

prima parte e art. 558 comma 5° prima parte). Tuttavia, si affretta a precisare la legge, il

giudizio direttissimo può ancora essere ammesso, se «l'imputato e il pubblico ministero vi

consentono» (art. 449 comma 2° seconda parte e art. 558 comma 5° seconda parte).

Ciò che cambia è il presupposto, non più limitato all'ordinario requisito oggettivo (l'arresto in

flagranza) che legittima il ricorso al rito speciale, ma tale da comprendere anche un requisito

soggettivo (il consenso delle parti).

Partiamo dalla considerazione che la legge processuale istituisce una sorta di rapporto

pregiudiziale fra giudizio di convalida e instaurazione del giudizio direttissimo.

L'esito positivo della prima — tutte le volte che vi sia stata presentazione dell'arrestato in

dibattimento — impone di procedere «immediatamente al giudizio», come recita l'art. 449

comma 3°; la convalida dell'arresto è condizione necessaria per il protrarsi di quello stato. Ma

non è condizione sufficiente, giacché potrebbe ben darsi il caso che l'arresto sia stato

legittimamente operato e che, ciò nonostante, l'imputato vada restituito alla sua libertà,

perché, ad esempio, difettano le esigenze cautelari indicate nell'art. 274.

Che si sia fatto riferimento all'esito del giudizio di convalida, significa che si è inteso

enfatizzare l'affermazione di «evidenza probatoria» insita in quel giudizio. La convalida di un

arresto in flagranza acquista qui il senso di un'ulteriore conferma del quadro indiziario: è

superfluo muovere alla ricerca di elementi idonei a sostenere un'accusa che, anche dopo il

giudizio di convalida, appare seriamente fondata. Poco importa che l'imputato, una volta

convalidato l'arresto, sia rimesso in libertà, perché ciò non sposta di un millimetro la diagnosi

a suo carico. Reciprocamente, la mancata convalida pone il problema dell'inopportunità del

giudizio direttissimo, a sua volta per ragioni legate, stavolta in negativo, alla situazione di

evidenza probatoria.

La mancata convalida potrebbe riguardare un arresto effettuato sì nei confronti di un autore

sorpreso in flagrante ma per un reato escluso dagli elenchi contenuti negli artt. 380 e 381.

Poiché — lo si e già detto — l'esito negativo del giudizio di convalida non esclude necessaria

mente l'evidenza dell'accusa il giudizio direttissimo può ancora essere promosso, purché però

lo vogliano le due parti principali del processo.

Non sono previste forme particolari per la prestazione del consenso. Il pubblico ministero

potrà manifestarlo, semplicemente citando l'imputato a comparire (art. 450 comma 2°).

Il consenso dell'imputato può essere presentato iin qualsiasi forma (orale o scritta), anche dal

ad hoc

suo difensore pur privo di procura a (arg. ex art. 99); può anche essere dedotto, per

facta concludentia , dal comportamento dell'imputato che accetti l'iniziativa del pubblico

ministero, volta a instaurare il giudizio direttissimo.

30.Contestazione suppletiva del «fatto nuovo».

Il consenso dell'imputato gioca un ruolo centrale, anche in quel singolare caso di

semplificazione procedurale, che si realizza quando il pubblico ministero contesta all'imputato

un nuovo fatto, mentre è in corso il processo per altra imputazione a carico del medesimo

imputato. Deve ovviamente trattarsi di un fatto non connesso, altrimenti il consenso

dell’imputato sarebbe superfluo.

Il tipo di «nuove contestazioni» qui considerate è principalmente orientato ad esigenze di

economia processuale. E, siccome tali esigenze non possono essere soddisfatte a scapito dei

diritti dell'imputato, il consenso di quest'ultimo diventa condizione essenziale per questa

specie di semplificazione del rito.

Occorre distinguere secondo che il nuovo capo di imputazione sia contestato nell'udienza

preliminare (art. 423 comma 2°), oppure nel dibattimento (art. 518).

Nel primo caso, la sequenza procedurale risulta priva della fase dell'indagine preliminare.

Ben diversamente stanno le cose nel dibattimento, dove la contestazione di un fatto nuovo

(art. 518 comma 2°) comporta la soppressione dell'intera fase preliminare del processo, oltre

che della fase predibattimentale, dimostrandosi così strutturalmente affine al giudizio

direttissimo. Il diritto di difesa è tutelato alla stessa maniera che negli altri casi di modifica

della regiudicanda dibattimentale (artt. 516 e 513): sospensione del processo (da 20 a 40

giorni) e ammissione di prove in ordine al nuovo addebito sono assicurate all'imputato che ne

fa richiesta.

Accettando tale contestazione, l'imputato non solo rinuncia a, contrastare l'accusa

nell'udienza preliminare, ma si preclude altresì quella variegata gamma di scelte che la legge

impone di fare fra udienza preliminare e apertura del dibattimento: giudizio abbreviato,

patteggiamento e oblazione non possono essere richiesti in relazione al reato contestato a

norma dell'art. 518 comma 2°.

Perciò la legge esige che il consenso provenga direttamente dall'imputato presente nel

dibattimento.

La contestazione suppletiva in parola dev'essere accompagnata da un atto autorizzativo del

giudice.

La subordinandone l'esercizio non solo alla constatata manifestazione di personale consenso

dell'imputato, ma altresì alla verifica che essa (contestazione) non nuoccia alla speditezza del

procedimento. L'aggiunta di un nuovo capo di imputazione a quello già contestato si risolve

necessariamente in un cumulo di regiudicande, che – secondo la regola generale contenuta

nell'art. 17 comma 1° – è soggetto al vaglio di opportunità del giudice procedente.

31 e 32 La conclusione delle indagini e L'archiviazione. l’azione con la richiesta di rinvio a

Le indagini preliminari si concludono se il p.m. ritiene di dover esercitare

giudizio e , nel caso contrario , con l’archiviazione.

Entrambe le richieste sono rivolte al giudice.

Fino alla chiusura delle indagini il giudice che rilevi il difetto di giurisdizioni o di competenza dispone la

restituzione degli atti al p.m. con ordinanza, mentre dopo la chiusura delle indagini preliminari il giudice

dichiara la carenza di giurisdizione o competenza con sentenza ordinando la trasmissione degli atti

all’autorità competente o al p.m. presso il giudice competente.

In esito alle indagini preliminari il pubblico ministero presenta al giudice richiesta motivata di archiviazione

della notizia di reato anzitutto se questa è infondata (art. 408 comma 1°) «perché gli elementi acquisiti nelle

indagini preliminari non sono idonei a sostenere l'accusa in giudizio» (art. 125 disp. att.). Una tale

situazione (c.d. archiviazione per inidoneità probatoria) ricorre quando le indagini hanno acquisito la prova,

che il fatto non sussiste o che l'imputato non lo ha commesso o che il fatto non costituisce reato, nonché

quando la prova che il fatto sussiste o che l'imputato lo ha commesso o che il fatto costituisce reato manca o

è insufficiente o contraddittoria e non si ritiene che essa possa venire integrata nella fase del giudizio.

L'art. 125 disp. att. si pone dunque per usare le parole della Corte come «la traduzione in chiave

accusatoria del principio di non superfluità del processo».

L'archiviazione è altresì richiesta se manca una condizione di procedibilità,se il fatto non è previsto dalla

legge come reato oppure se il reato è estinto (art. 411), ovvero se l'autore o gli autori del reato restano

ignoti (art. 415 comma 1°).

Infine pubblico ministero chiede l'archiviazione se nel corso delle indagini preliminari la Corte di cassazione

ha dichiarato l'insussistenza a carico dell'indagato dei gravi indizi di colpevolezza previsti dall'art. 273

comma l° c.p.p. ed elementi a carico di costui non sono stati acquisiti successivamente (art. 405 comma 1-

bis).

Con la richiesta di archiviazione il pubblico ministero trasmette al giudice il fascicolo delle indagini

contenente la notizia di reato, la documentazione delle indagini espletate ed i verbali degli atti compiuti

davanti al giudice per le indagini preliminari (art. 408 comma 1°).

Il giudice, se accoglie la richiesta, dispone l'archiviazione con decreto motivato e restituisce gli atti al

pubblico ministero (art. 409 comma 1°).

La richiesta ed il decreto di archiviazione per essere ignoti gli autori del reato sono rispettivamente

presentata dal pubblico ministero ed emesso dal giudice con riferimento all'elenco delle notizie di reato

contro ignoti che la polizia giudiziaria presenta mensilmente alla procura della Repubblica a norma dell'art.

107 disp. att.

Fuori dei caso di cui sopra il giudice fissa davanti a sé un'udienza in camera di consiglio a norma dell'art.

127 (art. 409 commi 2° e 3°).

Sino al giorno dell'udienza gli atti restano depositati in cancelleria a disposizione delle parti, con facoltà del

difensore di estrarre copia (art. 409 comma 2°). Tale deposito assume una speciale importanza per la

persona sottoposta alle indagini, la persona offesa ed i loro difensori, i quali grazie ad esso hanno per la

prima volta la possibilità di prendere visione (cosiddetta discovery) di tutto il fascicolo delle indagini.

In esito all'udienza il giudice pronuncia ordinanza con cui alternativamente:

a) dispone l'archiviazione (art. 409 comma 5°);

b) se ritiene incomplete le indagini indica al pubblico ministero le ulteriori indagini;

c) in caso di richiesta d'archiviazione motivata con l'essere ignoti gli autori del reato, se dissentendo dal

pubblico ministero ritiene che le indagini in realtà hanno fatto emergere un possibile autore del reato,

dispone che il nome di, costui sia iscritto nel registro di cui all'art. 335 (art. 415 comma 2°);

se ritiene che siano emersi elementi idonei a sostenere l’accusa in giudizio,

d) ordina che entro 10 giorni il

pubblico ministero formuli l'imputazione (cosiddetta imputazione coatta), cioè come dice l'art. 417 enunci

il fatto costituente reato, le circostanze aggravanti e quelle che possono comportare l'applicazione di misure

di sicurezza, nonché i relativi articoli di legge.

La sua previsione risponde alla necessità di assicurare, in attuazione dell'art. 112 Cost., un controllo

giurisdizionale sul rispetto da parte del pubblico ministero dell'obbligo di esercitare l'azione penale.

Conosciuta l'imputazione, il giudice entro 2 giorni fissa l'udienza preliminare (art. 409 comma 5°) con un

decreto che indica le generalità dell'imputato e dell'offeso dal reato, l'imputazione e le fonti di prova

acquisite ed è notificato all'imputato ed all'offeso medesimi (art. 128 disp. att.).

Il decreto di archiviazione è notificato alla persona sottoposta alle indagini, la quale nel corso di queste sia

stata sottoposta a custodia cautelare, affinché essa possa chiedere, concorrendo gli altri presupposti indicati

dalla legge, la riparazione dell'ingiusta detenzione (art. 409 comma 1"). II termine di due anni per chiedere la

riparazione decorre da tale notificazione (art. 315 comma 1°).

33. L'opposizione all'archiviazione.

Allorché la persona offesa abbia dichiarato al pubblico ministero di voler essere informata dell'eventuale

richiesta di archiviazione il pubblico ministero, il quale si proponga di chiudere le indagini preliminari con

tale richiesta, deve far notificare all'offeso un avviso della richiesta stessa con avvertimento che nei 10

giorni successivi alla notificazione egli può prendere visione in segreteria del fascicolo delle indagini e

presentare un'opposizione contenente la richiesta motivata di prosecuzione delle indagini preliminari (art.

408 commi 2° e 3°) con l'indicazione, a pena di inammissibilità, dell'oggetto del l'investigazione suppletiva e

dei relativi elementi di prova (art. 410 comma 1°).

Trascorsi 10 giorni dalla notificazione dell'avviso il pubblico ministero trasmette al giudice la richiesta di

archiviazione, il fascicolo delle indagini e l'opposizione eventualmente proposta dall'offeso (art. 126 disp.

att.).

In presenza dell'opposizione, il giudice può disporre l'archiviazione con decreto motivato, senza fare luogo

all'udienza in camera di consiglio, solo se l'opposizione risulta inammissibile e la richiesta di archiviazione

Se l’opposizione non risulta inammissibile , il giudice deve fissare l’udienza

fondata. ex art.127 dandone

avviso al p.m. , alla persona soggetta alle indagini nonché alla persona che ha proposto l’opposizione.

In esito all’udienza il giudice pronuncia ordinanza avente i 4 possibili contenuti già menzionati.

34. L'impugnazione del provvedimento di archiviazione e la riapertura delle

indagini.

L'ordinanza di archiviazione è ricorribile per cassazione dal pubblico ministero, dalla persona sottoposta

alle indagini e dalla persona offesa dal reato per le cause di nullità elencate dall'art. 127 comma (art. 409

comma 6°).

La Corte costituzionale ha precisato che il diritto di ricorrere ex art. 409 comma 6° non solo contro

l'ordinanza, ma anche contro il decreto di archiviazione, va riconosciuto pure alla persona offesa dal reato

che avesse ritualmente chiesto di essere informata dell'eventuale richiesta di archiviazione.

Tanto il decreto quanto l'ordinanza di archiviazione possono essere revocati con decreto motivato dal

giudice per le indagini preliminari in seguito a richiesta del pubblico ministero che la che rappresenti

l'esigenza di nuove investigazioni. Poiché l'art. 414, a differenza di quanto vedremo stabilito dall'art. 434

per la revoca della sentenza di non luogo a procedere, non subordina la revoca dell'archiviazione al

sopravvenire di nuove fonti di prova.

Autorizzata dal giudice la riapertura delle indagini, il pubblico ministero iscrive di nuovo la notizia di reato

nel registro ex art. 335 (art. 414 comma 2°), con conseguente nuova decorrenza dei termini di durata delle

indagini preliminari.

Il decreto e l’ordinanza di archiviazione non hanno efficacia nei giudizi civili e amministrativi.

35. L'avocazione.

Le indagini preliminari, condotte dal procuratore della Repubblica presso il tribunale, possono essere avocate

dal procuratore generale presso la corte d'appello e, nei procedimenti per i reati elencati nell'art. 51

comma 3-bis, dal procuratore nazionale antimafia.

Il medesimo procuratore generale assunte eventualmente le informazioni necessarie, dispone con decreto

motivato l'avocazione delle indagini:

a) quando il procuratore della Repubblica non può sostituire tempestivamente il magistrato della procura da

lui designato alle indagini preliminari, il quale si sia astenuto dallo svolgerle o versi in una situazione di

incompatibilità,

b) quando, trattandosi di indagini collegate per i reati di cui agli artt. 270-bis, 280, 285, 286, 289-bis, 305,

306, 416 (nei casi comportanti obbligo di arresto in flagranza) e 422 c.p., il coordinamento «non risulta

effettivo» (art. 372 comma 1-bis);

c)d’ufficio, o su istanza della persona sottoposta alle indagini ovvero della persona offesa dal reato ex art.

413, quando il procuratore della Repubblica non ha concluso le indagini preliminari entro il termine stabilito

dalla legge o prorogato dal giudice (art. 412 comma 1°). A questo fine la segreteria della procura della

Repubblica trasmette ogni settimana al procuratore generale l'elenco delle notizie di reato a carico di persone

note in rapporto alle quali il pubblico ministero non ha richiesto l'archiviazione o esercitato l'azione penale

entro il termine di cui sopra (art. 127 disp. att.);

d) Quando il giudice per le indagini preliminari gli comunica ex art. 409 comma 3° di avere fissato l'udienza

in camera di consiglio per pronunciare sulla richiesta di archiviazione presentata dal procuratore della

Repubblica (art. 412 comma 2°) oppure, come vedremo, quando il giudice dell'udienza preliminare gli

comunica l'ordinanza con cui, ritenute incomplete le indagini preliminari svolte, ha indicato al pubblico

ministero le ulteriori indagini che si rendono necessarie (art. 421-bis).

In queste ultime ipotesi abbiamo la c.d. avocazione facoltativa.

Una specifica disciplina è dettata con riguardo al procuratore nazionale antimafia, il quale nei

procedimenti di criminalità organizzata elencati nell'art. 51 comma 3-bis, avvalendosi della DIA e dei servizi

delle forze di polizia, esercita funzioni di impulso nei confronti dei procuratori distrettuali al fine di rendere

effettivo il coordinamento delle attività di indagine e di garantire la funzionalità nell’impiego delle forze di

polizia. A tale scopo, in particolare:

a) assicura il collegamento investigativo, d'intesa con i procuratori distrettuali interessati, anche per mezzo

dei magistrati della direzione nazionale antimafia;

b) si adopera, anche attraverso applicazioni temporanee dei magistrati della direzione nazionale e delle

direzioni distrettuali antimafia, per soddisfare specifiche e contingenti esigenze investigative o processuali,

c) cura il coordinamento delle indagini collegate svolte da procure distrettuali diverse, impartendo direttive

e promuovendo riunioni tra i procuratori distrettuali

d) avoca le indagini preliminari quando le suddette riunioni non hanno avuto esito e il coordinamento non è

risultato possibile per perdurante e ingiustificata inerzia nelle indagini o reiterate violazioni dell'art. 371 (art.

371-bis).

Il decreto di avocazione, adottato dal procuratore generale presso la corte d'appello o dal procuratore

nazionale antimafia, è trasmesso in copia al CSM ed ai procuratori della Repubblica interessati. Ognuno di

questi ultimi entro 10 giorni dalla ricezione può proporre reclamo contro il decreto al procuratore generale

presso la corte di cassazione, (art. 70 commi 6° e 6-bis ord. giud.).

Il procuratore generale presso la corte d'appello, se ha disposto l'avocazione d'ufficio, svolge le indagini e

formula le richieste di archiviazione o di rinvio a giudizio entro trenta giorni dal decreto di avocazione (art.

412 comma 1°), se ha avocato ad istanza del soggetto indagato o della persona offesa, formula tali richieste

entro 30 giorni dall'istanza (art, 413 comma 2°).

36. L'avviso di conclusione delle indagini.

Alla fine delle indagini preliminari il pubblico ministero, il quale ritenga di non chiedere 1' archiviazione,

deve, prima della scadenza del termine originario o prorogato di durata delle indagini preliminari, far

notificare alla persona sottoposta alle indagini ed al suo difensore un avviso di conclusione delle medesime

contenente le indicazioni dell'art 415-bis:

-le sommarie enunciazioni del fatto per cui si procede, delle norme di legge che si assumono violate e della

data e del luogo di presunta commissione del fatto stesso.

-l’avvertimento che:

*la documentazione delle indagini è depositata nella segreteria del p.m. e l’indagato e il suo difensore hanno

facoltà di prenderne visione

*entro 20 giorni dalla notifica dell’avviso di conclusione delle indagini l’indagato può presentare memorie,

depositare la documentazione di atti dell’investigazione

produrre documenti, difensiva, chiedere al p.m. il

compimento di atti di indagine , presentarsi al p.m. per rendere dichiarazioni e chiedere di essere

interrogato.

Acquisite le dichiarazioni dell'indagato, valutati i documenti e le memorie prodotti dalla difesa e compiuti gli

atti di indagine eventualmente richiesti da questa, il pubblico ministero può chiedere l'archiviazione o il

rinvio a giudizio.

37. La richiesta di rinvio a giudizio.

Al termine delle indagini preliminari il pubblico ministero, il quale ravvisi elementi per sostenere un'accusa

in giudizio nei confronti della persona sottoposta alle indagini formula l'imputazione e, se non ritiene di

promuovere un procedimento speciale, esercita l'azione penale mediante la richiesta di rinvio a giudizio

(artt. 50 comma 1° e 405 comma 1°), salvo quanto previsto ex art 550 nei casi di citazione diretta a giudizio

dinanzi al tribunale in composizione monocratica (infra cap. VIII, § 5).

Tale richiesta è nulla se non è stata preceduta dalla notificazione alla persona sottoposta alle indagini ed al

suo difensore dell'avviso di conclusione delle indagini preliminari ex art. 415-bis, nonché quanto indicato

dall'art 416 comma 1°.

La richiesta contiene:

a) le generalità dell'imputato (o quant'altro valga ad identificarlo) e della persona offesa dal reato se

identificata;

b) l'imputazione, (art. 60 comma 1°);

c) l'indicazione delle fonti di prova acquisite;

d) la richiesta di emissione del decreto che dispone il giudizio;

e) la data e la sottoscrizione del pubblico ministero (art. 417).

La richiesta è depositata nella cancelleria del giudice per le indagini preliminari. Il magistrato che ha svolto

le funzioni di giudice per le indagini preliminari è però incompatibile a svolgere l'udienza preliminare, e

deve quindi essere sostituito, nei casi previsti dall'art. 34 commi 2-bis e 2-ter.

La richiesta è depositata insieme con il fascicolo delle indagini e recando allegati il corpo del reato e le cose

pertinenti al reato che non debbano essere custoditi altrove (art. 416 comma 2°). La Corte costituzionale ha

precisato che l'art. 416 comma 2° «non conferisce al pubblico ministero un potere di scelta degli atti da

trasmettere al giudice per le indagini preliminari insieme con la richiesta di rinvio a giudizio, imponendo allo

stesso pubblico ministero di trasmettere l'intera documentazione raccolta nel corso delle indagini».

Peraltro, se le indagini preliminari hanno riguardato più persone o più ipotesi di reato, il pubblico ministero

inserisce nel fascicolo solo gli atti relativi all'imputato ed all'imputazione per cui chiede il rinvio a giudizio.

Egli può, per le esigenze delle indagini, trattenere copia degli atti trasmessi al giudice (art. 130 disp. att.).

38. L'udienza preliminare: la convocazione delle parti.

Investito della richiesta di rinvio a giudizio, il giudice celebra l'udienza preliminare per vagliare nel

contraddittorio delle parti la sussistenza di elementi idonei a sostenere l'accusa in giudizio, e quindi per

tutelare l'imputato e l'economia processuale dalle richieste di dibattimento azzardate.

Il giudice viene individuato come organo di verifica circa la completezza delle indagini svolte dal pubblico

ministero (art. 421-bis), ed addirittura gli vengono attribuiti poteri di integrazione probatoria ex officio

(entro i limiti sanciti dall'art. 422), mentre si prevede che la sentenza di non luogo a procedere possa venire

pronunciata, tra l'altro, anche quando gli elementi acquisiti risultano insufficienti o contraddittori (art. 425).

Entro 5 giorni dal deposito della richiesta di rinvio a giudizio il giudice fissa con decreto la data dell’udienza,

giorni dal deposito;quindi nomina un difensore all’imputato che ne sia

la quale deve collocarsi non oltre 30

privo e fissa un termine a comparire di almeno 10 giorni:

comunicare al p.m. l’avviso della data e del luogo dell’udienza;

-fa notificare l’avviso all’imputato e alla persona offesa;

-fa notificare l’avviso al difensore con invito a trasmettere la documentazione delle indagini dalui espletate e

-fa

con l’avvertimento della facoltà di esaminare in cancelleria i documenti e le cose trasmessi dal p.m. e di

presentare memorie e produrre documenti.

richiesta della parte civile e del p.m. fa notificare l’ordine

-a di citazione del responsabile civile e del

civilmente obbligato per la pena pecuniaria.

L'udienza preliminare non ha luogo :

-se l'imputato vi rinuncia presentando, almeno 3 giorni prima della data fissata, la richiesta di giudizio

immediato (art. 419 comma 5°), e propiziando così l'instaurazione di quest'ultimo procedimento speciale su

base consensuale (infra, cap. VI, § 15).

-o, più esattamente, pur essendo iniziata, è destinata a non proseguire, quando l'imputato chiede

tempestivamente la celebrazione del giudizio abbreviato.

39. La costituzione delle parti.

L'udienza preliminare si svolge in camera di consiglio con la partecipazione necessaria del pubblico

ministero e del difensore dell'imputato. Il verbale è redatto di regola in forma riassuntiva. Il giudice a

richiesta di parte dispone la riproduzione fonografica o audiovisiva dell'udienza oppure la redazione del

verbale con la stenotipia (art. 420 comma 4°).

In apertura d'udienza il giudice, nominato un sostituto al difensore non comparso dell'imputato, provvede

agli accertamenti relativi alla costituzione delle parti ordinando la rinnovazione degli avvisi, delle

citazioni, delle comunicazioni e delle notificazioni di cui rilevi la nullità. Accertata la validità dei suddetti

atti, anche d'ufficio rinvia l'udienza, ordinando l'innovazione dell'avviso all'imputato e alla persona offesa dal

reato, quando l'imputato non è comparso, né chiede o consente che l'udienza si svolga in sua assenza, né

detenuto rifiuta di assistervi (art. 420-quinquies comma l°) e:

a) è provato o appare probabile che egli senza sua colpa non abbia avuto effettiva conoscenza dell'avviso

notificatogli, sempreché la notificazione non sia avvenuta mediante consegna della copia al difensore a

norma degli artt 159, 161 comma 4° e 169.

b) risulta che l'assenza dell'imputato e dovuta ad assoluta impossibilità di comparire per caso fortuito,

forza maggiore o altro legittimo impedimento (art 420-ter commi 1°e 2°).

Il giudice rinvia l'udienza preliminare anche quando il difensore dell'imputato non è comparso per assoluta

impossibilità dovuta a legittimo impedimento prontamente comunicato al giudice stesso e l'imputato non

chiede che si proceda comunque o non ha anche un altro difensore o il difensore impedito non ha nominato

un sostituto (art. 420-ter comma 5°).

La lettura in udienza dell'ordinanza che fissa la nuova data dell'udienza preliminare sostituisce la citazione o

l'avviso per tutti coloro che sono o devono considerarsi presenti alla lettura stessa (art. 420-ter comma 4°).

Sempre nell'udienza preliminare, prima che la discussione abbia inizio, il danneggiato dal reato può

costituirsi parte civile, il responsabile civile e il civilmente obbligato per la pena pecuniaria possono

costituirsi se citati, e il responsabile civile, non citato, può intervenire.Fino a che gli accertamenti relativi alla

costituzione delle parti non sono conclusi, le parti possono presentare la dichiarazione di ricusazione del

giudice.

40. Lo svolgimento dell'udienza.

Terminati gli accertamenti relativi alla costituzione delle parti, il giudice ammette gli atti e i documenti

prodotti dalle parti stesse e dichiara aperta la discussione. Nel corso di questa il pubblico ministero espone

gli elementi di prova che giustificano la richiesta di rinvio a giudizio, l'imputato può rendere dichiarazioni

spontanee o chiedere di essere sottoposto ad interrogatorio a norma degli artt. 64 e 65 (e, in quest'ultima

ipotesi, su richiesta di parte, il giudice dispone che l'interrogatorio sia reso nelle forme previste dagli artt. 498

e 499).

Dopo ciò i difensori della parte civile, del responsabile civile, del civilmente obbligato per la pena

pecuniaria, se presenti, e quello dell'imputato espongono le loro difese. Una sola replica è consentita.

Il giudice, dichiarata chiusa la discussione, se è in grado di decidere allo stato degli atti pronuncia la

decisione (art. 421 comma 4°). Altrimenti anche d'ufficio con ordinanza:

a) se le indagini preliminari svolte risultano incomplete, indica quelle ulteriori che il pubblico ministero

deve compiere, il termine entro il quale le stesse vanno compiute e la data della nuova udienza preliminare.

L'ordinanza è comunicata al procuratore generale presso la corte d'appello, il quale può con decreto motivato

avocare le indagini (art. 421-bis);

b) dispone l'assunzione in udienza preliminare delle prove delle quali appaia evidente la decisività ai fini

della pronuncia della sentenza di non luogo a procedere (art. 422 comma 1°). Se tali prove non possono

essere assunte immediatamente il giudice fissa la data della nuova udienza.

Quest'ultima è condotta dal giudice, al quale il pubblico ministero ed i difensori, nell'ordine stabilito per la

discussione dall'art. 421 comma 2°, possono chiedere di rivolgere domande alla persona esaminata.

In ogni momento dell'udienza preliminare può essere espletato l'incidente probatorio.

Assunte le prove, si fa luogo ad una nuova discussione, nella quale le parti possono formulare e illustrare

nuove conclusioni (art. 422 commi 2a e 3°).

41. Le nuove contestazioni.

Nel corso dell'udienza preliminare, dal fascicolo delle indagini preliminari, dagli atti ammessi prima

dell'inizio della discussione, dalle indagini demandate dal giudice al pubblico ministero o dalle prove assunte

dal giudice nell'udienza stessa possono risultare a carico dell'imputato:

a) un fatto diverso da quello contestatogli nella richiesta di rinvio a giudizio risulta essere stato commesso

con modalità di tempo, luogo o altra natura diverse da quelle già contestate e rispetto alle quali l'imputato ha

presumibilmente preparato la propria difesa;

b) una circostanza aggravante, non contestata nella richiesta di rinvio a giudizio, relativa al reato contestato

in questa;

c) un reato ulteriore rispetto a quello contestato nella richiesta e connesso a questo a norma dell'art. 12 lett. b.

d) un fatto nuovo, cioè un reato perseguibile d'ufficio ulteriore rispetto a quello contestato nella richiesta e

non connesso.

Per favorire l'economia processuale ed un più compiuto accertamento dei fatti, la legge prevede che il

giudizio sulla circostanza aggravante, sul reato connesso a norma dell'art. 12 lett. b o sul fatto nuovo sia

cumulato a quello in corso, avente ad oggetto il reato contestato nella richiesta di rinvio a giudizio.

Pertanto, intervenuta una delle emergenze sopra elencate, a norma dell'art. 423 il pubblico ministero

modifica l'imputazione.

Se l'imputato non è presente, la comunica al difensore, il quale rappresenta l'imputato ai fini della

contestazione. Ove sia emerso un fatto nuovo perseguibile d'ufficio, il pubblico ministero lo contesta

all'imputato se costui, presente all'udienza, presta il suo consenso alla contestazione e il giudice, a richiesta

del pubblico ministero, la autorizza perché ritiene che il cumulo processuale non pregiudica la celere

definizione dell'udienza preliminare.

La legge non prevede che, in caso di modifica o integrazione dell'imputazione, l'imputato o il suo difensore

abbiano diritto ad un termine a difesa (art. 423).

Il giudice dell'udienza preliminare deve con ordinanza restituire gli atti al pubblico ministero ove costui

abbia eseguito una contestazione suppletiva fuori dei casi previsti dall'art. 423.

42. La contumacia e l'assenza.

In sede di accertamenti relativi alla costituzione delle parti il giudice dell'udienza preliminare, sentite le parti

stesse con ordinanza dichiara la contumacia dell'imputato e dispone che l'udienza si svolga appunto in

contumacia quando l'imputato non è comparso, la sua citazione e la relativa notificazione sono valide (art.

420-quater) e:

risulta né appare probabile che l’imputato

-non non abbia senza sua colpa avuto effettiva conoscenza

dell’avviso dell’udienza;

dell’imputato

-l’assenza non risulta dovuta ad assoluta impossibilità di comparire per caso fortuito, forza

maggiore o altro legittimo impedimento; che l’udienza si svolga in sua assenza , né detenuto ha rifiutato di

-l’imputato non ha chiesto o consentito

assistervi.

Nell'udienza preliminare svolta in contumacia l'imputato è rappresentato dal difensore (art. 420-quater

comma 2°) e il decreto che dispone il giudizio, eventualmente emesso in esito all'udienza, deve contenere

l'indicazione della contumacia dell'imputato, recare allegata l'ordinanza dichiarativa della contumacia (art.

420 quater comma 7°) ed essere notificato all'imputato (art. 429 comma 4°).

Se il contumace compare all'udienza prima che il giudice abbia emesso la sentenza di non luogo a procedere

e l’imputato può rendere

o il decreto che dispone il giudizio, l'ordinanza contumaciale è revocata

dichiarazioni spontanee o chiedere di essere sottoposto ad interrogatorio.

La suddetta ordinanza è nulla secondo quanto dispone l'art. 420 quater comma 4°, se al momento in cui fu

processo era già stata acquisita la prova che l’imputato non era comparso perché senza sua colpa

emessa, nel

non aveva avuto effettiva notizia dell’avviso o perché versava in assoluta impossibilità di comparire per caso

fortuito, forza maggiore o altro legittimo impedimento.

Se la prova perviene al giudice dopo la pronuncia dell’ordinanza contumaciale ma prima della fine

dell’udienza preliminare, il giudice revoca l’ordinanza e, se l’imputato non è comparso, anche d’ufficio

rinvia l’udienza. Gli atti compiuti restano validi salvo che l’imputato dimostri che la prova è pervenuta in

ritardo senza sua colpa e ne fa richiesta, in tal caso il giudice dispone l’assunzione o la riassunzione degli atti

rilevanti ai fini della pronuncia conclusiva dell’udienza (art 420-quarter comma 5°)

L'udienza preliminare si svolge in assenza dell'imputato se costui non compare e:

a) ancorché impedito a comparire, chiede o consente che si proceda in sua assenza;

b) detenuto, rifiuta di assistere all'udienza;

c) dopo essere comparso, si allontana dall'udienza senza essere impedito di assistervi da caso fortuito, forza

maggiore o altro legittimo impedimento.

L'imputato assente è rappresentato dal difensore (art. 420-quinquies). L'eventuale decreto che dispone il

giudizio deve recare l'indicazione che l'imputato è stato assente nell'udienza preliminare (art. 420 quater

comma 7°), ma non gli viene notificato perché, avendo egli avuto contezza della celebrazione dell'udienza

preliminare, è suo onere informarsi dei relativi esiti.

43. La sentenza di non luogo a procedere.

In esito all'udienza preliminare il giudice pronuncia sentenza di non luogo a procedere (retro , cap.11, § 10),

indicandone la causa nel dispositivo: o che l’imputato non lo ha

a) se manca una condizione di procedibilità, se risulta che il fatto non sussiste

commesso o che il fatto non è previsto dalla legge come reato o non costituisce reato o che l’imputato è

persona non punibile per qualsiasi causa o che il reato è estinto (art. 425 comma 1°);

b) se gli elementi acquisiti risultano insufficienti, contraddittori o comunque non idonei a sostenere

l'accusa in giudizio (art. 425 comma 3°) e non si prevede che alcuna delle suddette prove possa essere

acquisita o integrata nel dibattimento.

Il giudice:

-ai fini della pronuncia della sentenza di non luogo a procedere può riconoscere la sussistenza di circostanze

attenuanti ed operare il giudizio di prevalenza o equivalenza fra quest’ultime e quelle aggravanti previsto

dall’art. 69 c.p. proscioglimento possa conseguire l’applicazione di una

-non può pronunciare sentenza se ritiene che al

misura di sicurezza diversa dalla confisca (art.425 comma 4°)

Nel dispositivo della sentenza di non luogo a procedere il giudice può anche dichiarare la falsità di un atto o

documento acquisito al procedimento e ordinare la cancellazione totale o parziale, la ripristinazione, la

rinnovazione o la riforma dell’atto o del documento (art. 425 comma 5°).

Se si è proceduto per un reato perseguibile a querela e l'imputato viene prosciolto perché il fatto non sussiste

o egli non lo ha commesso, il giudice condanna il querelante al pagamento delle spese del procedimento

anticipate dallo Stato e alla rifusione delle spese sostenute dall’imputato.

Il querelante, se ha agito con colpa grave, può essere condannato anche a risarcire il danno all'imputato e al

responsabile civile che ne abbiano fatto domanda.

Se la sentenza dichiara l'estinzione del reato per remissione della querela, l'imputato è condannato al

pagamento delle spese del procedimento salva una diversa pattuizione tra querelante e querelato nell'atto di

remissione (art. 427).

Il giudice dà immediata lettura della sentenza in udienza e la deposita in cancelleria con diritto delle parti

di estrarne copia.

Se l'immediata redazione dei motivi non è possibile, la sentenza è depositata in cancelleria non oltre il 30°

giorno da quello della lettura del dispositivo (art. 424 commi 2°, 3° e 4°).

Essa contiene quanto dettato dall’art. 426 commi 1° e 2°:

al nome del popolo italiano e l’indicazione dell’organo che l’ha pronunciata,

-l’intestazione

generalità dell’imputato e delle altre parti private,

-le

-l’imputazione,

-la motivazione,

-il dispositivo con gli articoli di legge applicati,

-la data e la sottoscrizione del giudice (la quale può essere supplita da quella del presidente del tribunale,

previa menzione della causa di sostituzione)

La sentenza è nulla in caso di mancanza della motivazione (art. 125 comma 3°), del dispositivo o della

sottoscrizione del giudice, nonché di incompletezza del dispositivo nei suoi elementi essenziali (art. 426

comma 3°).

La pronuncia della sentenza di non luogo a procedere comporta l'immediata perdita di efficacia delle misure

cautelari in atto (art. 300 comma 1°). L'imputato detenuto è posto in libertà subito dopo la lettura del

dispositivo (art. 131-bis disp. att.).

La suddetta sentenza, che come vedremo non diviene irrevocabile, acquista forza esecutiva (per esempio

quanto alla dichiarazione di falsità di documenti e alla pronuncia su spese e danni) quando non è più soggetta

a impugnazione (art. 650 comma 2°). Nello stesso momento la qualità di imputato viene meno (art. 60

comma 2°).

44. L'impugnazione della sentenza.

La sentenza di non luogo a procedere può essere impugnata con ricorso per cassazione dal procuratore della

Repubblica e dal procuratore generale presso la corte d'appello, dall'imputato (salvo in quest'ultimo caso che

la sentenza abbia dichiarato che il fatto non sussiste o che l'imputato non lo ha commesso), nonché dalla

persona offesa dal reato costituita parte civile.

La persona offesa non costituita parte civile può impugnare la suddetta sentenza mediante ricorso per

dall'art. 419 comma 7°, vale a dire perché l’avviso della data e del

cassazione nei soli casi di nullità previsti

luogo dell’udienza preliminare non le è stato notificato con un anticipo di almeno 10 giorni.

La corte di cassazione decide sul ricorso a norma dell’art. 127.

45. Il decreto che dispone il giudizio.

In esito all'udienza preliminare il giudice, se ritiene che a carico dell'imputato sussistano elementi idonei a

sostenere un'accusa in giudizio, emette decreto che dispone il giudizio il quale contiene le prescrizioni

dell'art. 429, ossia:

dell’imputato, delle parti private della persona offesa ed i relativi difensori;

- le generalità

l’indicazione

- sommaria delle fonti di prova e dei fatti a cui esse si riferiscono;

- il dispositivo ;

- la data e la sottoscrizione del giudice.

Il decreto è nullo se l'imputato non è identificato in modo certo o se le indicazioni dell'imputazione e del

tempo e luogo della comparizione mancano o sono insufficienti (art. 429 commi 1° e 2°).

Il decreto è letto in udienza, e la lettura vale come notificazione per le parti presenti (art. 424 comma 2°),

oppure notificato a quelle che non erano presenti (artt. 429 comma 4 c.p.p. e 133 disp. att.). Tra la lettura o

notificazione del decreto e la data fissata per la comparizione deve correre un termine a comparire di almeno

20 giorni (art. 429 comma 3°).

Nei procedimenti per il reato di cui all'art. 589 comma 2° c.p. tale termine non può eccedere i sessanta giorni

(art. 429 comma 3°-bis, così come risulta dall'art. 4 l. 21 febbraio 2006, n. 102).

46. I fascicoli.

Emesso il decreto che dispone il giudizio, il giudice, immediatamente o, se una parte lo richiede, in

un'udienza fissata non oltre quindici giorni, provvede nel contraddittorio delle parti alla formazione del

fascicolo per il dibattimento, a norma dell'art. 431.

Questo fascicolo contiene i soli atti, che il codice rende incondizionatamente utilizzabili dal giudice

dibattimentale. Il giudice dell'udienza preliminare colloca in esso, prelevandoli dal fascicolo dell'udienza

stessa (art 431):

- gli atti documentanti la sussistenza della condizione di procedibilità eventualmente richiesta e quelli

all’esercizio dell’azione civile;

relativi

- i verbali degli atti ontologicamente irripetibili compiuti nel corso delle indagini preliminari dalla polizia

giudiziaria, dal p.m. e dal difensore; all’estero

- i documenti acquisiti ed i verbali degli atti non ripetibili assunti mediante rogatoria

internazionale, nonché i verbali degli atti ripetibili , anch’essi assunti all’estero, ai quali i difensori sono stati

posti in grado di assistere e di esercitare le facoltà loro consentite dalla legge italiana;

- i verbali degli atti compiuti in incidente probatorio;

del casellario giudiziale relativo all’imputato e gli altri documenti indicati dall’art.

- il certificato generale

236;

- il corpo del reato e le cose pertinenti a questo che non debbano essere custoditi altrove.

In aggiunta agli atti fin qui elencati, possono essere inclusi nel fascicolo per il dibattimento gli altri atti

contenuti nel fascicolo del pubblico ministero, nonché la documentazione dell'attività di investigazione

difensiva, dei quali le parti concordino la collocazione nel suddetto fascicolo dibatti-mentale (art. 431

comma 2°).

Il fascicolo per il dibattimento, insieme con il decreto che ha disposto il giudizio ed i provvedimenti che

hanno applicato misure cautelari tuttora in esecuzione, è trasmesso alla cancelleria del giudice competente

per il giudizio (art. 432).

Gli altri atti già contenuti nel fascicolo dell'udienza preliminare ed il verbale di quest'ultima sono inseriti nel

fascicolo del pubblico ministero.

47. L'attività integrativa d'indagine.

Dopo il rinvio a giudizio, come abbiamo già detto con riguardo al difensore, il pubblico ministero può

continuare le indagini per porsi in condizione di fare richieste di ammissione di prova al giudice del

dibattimento. Nel corso di tale cosiddetta attività integrativa d'indagine esso pi compiere qualsiasi atto

consentitogli dalla legge nelle indagini preliminari, ad eccezione di quelli che involgono la partecipazione

dell'imputato o ai quali il difensore di costui ha diritto di assistere.

Neppure in questa fase il pubblico ministero può assumere informazioni dalle persone che un'altra parte del

processo abbia indicato come fonti di prova in una lista predibattimentale.

La documentazione dell'attività integrativa d'indagine è immediatamente depositata nella segreteria del

pubblico ministero ed ai difensori è notificato avviso della facoltà di prenderne visione ad estrarne copia (art.

430). Essa è conservata in un terzo fascicolo, dal quale viene trasferita in quello del pubblico ministero solo

dopo che in base ad essa le parti hanno fatto richieste di ammissione di prova al giudice e questi le ha accolte

(art. 433 comma 3°).

48. La revoca della sentenza di non luogo a procedere.

La sentenza di non luogo a procedere, quand’anche divenuta inoppugnabile, non acquista il carattere

dell’irrevocabilità e non preclude un nuovo procedimento nei confronti della stessa persona per il medesimi

fatto.

Essa può venire revocata se, una volta inoppugnabile, sopravvengono o sono scoperti nuovi elementi che, da

soli o congiuntamente a quelli esaminati nell'udienza preliminare, dimostrano che la persona già imputata,

destinataria della predetta sentenza, deve essere rinviata a giudizio (art. 434).

Il pubblico ministero che ravvisi tali nuovi elementi chiede la revoca della sentenza di non luogo a procedere

al giudice che l'ha emessa; chiede altresì, se i nuovi elementi sono già stati acquisiti (come può accadere) il

rinvio a giudizio di tale persona oppure, se i suddetti elementi sono ancora da acquisire, la riapertura delle

indagini.

Se non dichiara l'inammissibilità, il giudice designa un difensore all'imputato che ne sia privo, fissa davanti a

sé un'udienza a norma dell'art. 127 per pronunciare sulla richiesta di revoca e ne fa dare avviso al pubblico

ministero, al già imputato, al difensore di costui e alla persona offesa dal reato (art. 435 comma 3°).

In esito all'udienza il giudice pronuncia ordinanza con la quale, se non dichiara inammissibile o infondata la

richiesta, dispone la revoca della sentenza di non luogo a procedere (con conseguente riacquisto della qualità

di imputato ex art. 60 comma 3°).

Inoltre:

a) se con la revoca della sentenza il pubblico ministero ha chiesto il rinvio a giudizio, fissa l'udienza

preliminare, dandone avviso;

b) se con la revoca il pubblico ministero ha chiesto la riapertura delle indagini, dispone tale riapertura

fissando un termine non superiore a 6 mesi entro il quale il p.m. dovrà concludere le indagini chiedendo il

rinvio a giudizio o l’archiviazione.

Il pubblico ministero può ricorrere per cassazione, per i motivi previsti dall'art. 606 comma 1° lett. b, d, e,

contro l'ordinanza che dichiara inammissibile o respinge la richiesta di revoca della sentenza di non luogo a

procedere (art. 437).

49. Il procedimento per reati ministeriali.

La l. cost. 16 gennaio 1989, n. 1 ha modificato la disciplina dei reati ministeriali, cioè dei reati che si

assumono commessi dal presidente del Consiglio dei ministri e dai ministri nell'esercizio delle loro funzioni:

a) trasferendo la loro cognizione dalla Corte costituzionale in composizione allargata all'autorità giudiziaria

ordinaria e precisamente, in primo grado, al tribunale del capoluogo del distretto di corte d'appello

competente per territorio, cioè nel quale il reato risulta commesso, a norma d gli artt. 8-11-bis e 16 c.p.p. (art.

11 comma l ° I. cost. n. I del 1989);

b) demandando le indagini su tali reati ad un collegio per i reati ministeriali, comunemente detto tribunale

dei ministri, composto di 3 membri effettivi e 3 supplenti, estratti a sorte ogni 2 anni fra tutti i magistrati

prestanti servizio nei tribunali del distretto e aventi la qualifica di magistrato di tribunale da almeno 5 anni o

una qualifica superiore. Il collegio è presieduto dal magistrato con funzioni più elevate o, a parità di funzioni,

più anziano di età (art. 7 l. Cost. n. 1 del 1989);

c) subordinando l'adozione di provvedimenti coercitivi nel corso del procedimento e il rinvio a giudizio

all'autorizzazione della camera di appartenenza dell'imputato o, se costui non appartiene ad alcuna camera

oppure si procede contro più persone appartenenti a camere diverse, del Senato della Repubblica (artt. 96

Cost. e 5 1. cost. n. 1 del 1989).

Le notizie di reato relative ai reati ministeriali devono pervenire al procuratore della Repubblica presso il

tribunale del capoluogo del distretto di corte d'appello competente per territorio. Il procuratore, omessa ogni

indagine, entro 15 giorni le trasmette al collegio per i reati ministeriali «dandone immediata comunicazione

ai soggetti interessati perché questi possano presentare memorie al collegio o chiedere di essere ascoltati»

(art. 6 comma 2° I. cost. n.1 del 1989).

Il collegio svolge le indagini preliminari esercitando i poteri che nel corso di queste il codice di procedura

penale attribuisce tanto al pubblico ministero quanto al giudice per le indagini preliminari.

Nel corso delle indagini gli inquisiti possono chiedere al collegio di avere visione degli atti, di essere

ascoltati e possono presentare memorie.

Salvo le ipotesi di flagranza il presidente del Consiglio dei ministri e i membri del Parlamento non possono

essere sottoposti a restrizione della libertà personale, a intercettazioni, sequestro o violazione di

senza l’autorizzazione

corrispondenza, perquisizione personale o domiciliare della Camera competente.

Entro 90 giorni dalla ricezione della notizia di reato il collegio per i reati ministeriali, sentito il procuratore

della Repubblica, il quale può chiedere, precisando i motivi, che le indagini siano proseguite per altri 60

giorni dispone con decreto motivato l'archiviazione degli atti (art. 8 commi 2° e 3° 1. cost. n. 1 del 1989)

«se la notizia di reato è infondata, ovvero manca una condizione di procedibilità diversa dall'autorizzazione

di cui all'articolo 96 della Costituzione, se il reato è estinto, se il fatto non è previsto dalla legge come reato,

se l'indiziato non lo ha commesso ovvero e il fatto integra un reato diverso da quelli indicati nell'art. 96 della

Costituzione» (art. 2 comma 1° legge n. 219 del 1989).

Il decreto di archiviazione può essere revocato dal collegio, a richiesta del, procuratore della Repubblica,

quando sopravvengono nuove prove (art. 2 comma 2° legge n. 219 del 1989).

Se non ritiene di disporre l'archiviazione, il collegio trasmette gli atti con una relazione motivata al

procuratore della Repubblica perché a sua volta li invii immediatamente al presidente della camera

Camera può negare l’autorizzazione deliberando a

competente a concedere l'autorizzazione al giudizio.La

assoluta che l’inquisito ha agito per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente

maggioranza

rilevante o per il perseguimento di un interesse pubblico nell’esercizio della funzione di Governo.

Se l'autorizzazione viene concessa la camera trasmette gli atti al collegio perché «continui il procedimento

secondo le norme vigenti» (art. 9 comma 4°l. cost. n. 1 del 1989). Il collegio li rimette senza ritardo al

procuratore della Repubblica (art. 3 comma 2° legge n. 219 del 1989) perché eserciti l'azione penale con la

richiesta di rinvio a giudizio. In seguito a questa il collegio svolge l'udienza preliminare.

Se l’autorizzazione viene negata, la Camera ne dà comunicazione al collegio, il quale dispone

l’archiviazione con provvedimento irrevocabile.

50.Conclusione e rinvio

Nel procedimento ordinario le indagini preliminari e l’udienza preliminare hanno carattere preparatorio della

fase del giudizio.

Gli atti di acquisizione probatoria compiuti nel corso delle indagini preliminari e quelli compiuti dal giudice

nell’udienza preliminare non hanno efficacia nella fase del giudizio, e non possono essere posti dal giudice

di questo a fondamento della decisione emessa in esito del dibattimento.

Tale regola di principio di separazione delle fasi del procedimento era stata offuscata da vari interventi

della Corte costituzionale e dal legislatore.

Oggi è stata ristabilita a seguito della revisione della’art 111 Cost. per cui il processo penale è regolato dal

e l’imputato non può essere condannato sulla base

principio del contraddittorio nella formazione della prova

delle dichiarazioni di chi si sia sottratto all’esame del suo difensore, salvi i casi di assenso dell’imputato

stesso, di impossibilità oggettiva di svolgere l’esame o di attività illecita volta ad impedire o inquinare lo

svolgimento dell’esame.

La legislazione ordinaria attuativa di questi principi costituzionali sarà esposta nel cap. VII.

TOLO VI – PROCEDIMENTI SPECIALI

1. Considerazioni introduttive sulla nozione di "specialità" del procedimento penale.

Il concetto di “procedimento speciale”, secondo il significato proprio all'espressione che

titola il libroVI, postula un riferimento alla dinamica processuale e va definito per differenza

specifica rispetto al concetto di procedimento ordinario di primo grado. Se quest'ultimo si

snoda lungo una linea complessivamente composta da 3 segmenti principali (indagini

preliminari, udienza preliminare e giudizio), il procedimento speciale si caratterizza invece per

l'assenza di almeno uno di quei segmenti.

In realtà, ogni ordinamento processuale, per quanto sensibile ai canoni di eguaglianza,

predispone, variamente giustificandole, procedure alternative a quella prevista come

ordinaria.

Recentemente la tendenza ad attuare semplificazioni dell'ordinario svolgimento processuale,

facendo leva sull'accordo delle parti o sulla conforme volontà anche di una sola di esse.

Un'esigenza economica sta al fondo delle disposizioni che regolano i vari procedimenti

speciali, i quali si differenziano in primo luogo per la diversità dei presupposti assunti dalla

legge a premessa della loro applicabilità, come ragioni idonee a giustificare risparmio di

tempo, di risorse umane e, in generale, di attività processuale.

Il libro VI del nostro codice prevede 5 tipi di procedimento speciale:

-il giudizio abbreviato,

-l'applicazione di pena su richiesta delle parti,

-il giudizio direttissimo,

-il giudizio immediato

-il procedimento per decreto.

La serie, in realtà, non va intesa come esaustiva, se si ritiene che la qualifica di «speciale»

spetti a quei tipi di procedimento la cui caratteristica essenziale risiede nell'essere privi di

una fase o sottofase, presente invece nel procedimento ordinario. Alla luce di questa nozione

meritano, infatti, di essere classificati come «speciali»:

-il procedimento di oblazione (arti. 162, 162-bis c.p. e 141 disp. att.), il cui tratto

caratteristico sta nel consentire una chiusura anticipata della vicenda processuale, evitando la

fase dibattimentale;

-il giudizio immediato richiesto dall'imputato, che consente di anticipare il dibattimento

saltando l'udienza preliminare (art. 419 comma 5° peraltro richiamato dall'art. 453 comma

3°);

-i procedimenti che traggono origine da una contestazione suppletiva nell'udienza preliminare

(art. 423) o nel dibattimento (artt. 517-518), i quali risultano privi, rispettivamente,

dell'indagine preliminare e dell'intera fase preliminare al giudizio.

-il procedimento davanti al giudice monocratico, per i reati indicatinell'art. 550 (in linea di

massima corrispondenti a quelli già appartenenti alla competenza pretorile), costituisce, a suo

modo, un caso di specialità, non foss'altro per il fatto di essere sempre privo dell'udienza

preliminare.

-il procedimento penale davanti al giudice di pace, disciplinato dal d. lgs. 28 agosto, n. 274

(infra, cap. XIII).

Non costituisce un tipo di procedimento speciale il giudizio davanti ad un giurì d’onore per i

reati di ingiuria e diffamazione: è alternativo al giudizio penale.

2. Ragioni della "specialità".

I procedimenti speciali hanno una duplice natura, che origina una triplice partizione:

- su un versante si collocano quei riti fondati su un requisito di carattere soggettivo, quale la

scelta volontaria di una o di entrambe le parti, rientrano:

1.il giudizio abbreviato,

2.l'applicazione di pena su richiesta delle parti (denominata anche «patteggiamento» nel gergo

giudiziario e forense),

3.il procedimento di oblazione

4.il giudizio immediato richiesto dall'imputato.

Espressione di una giustizia «consensuale», le normative che regolano tali procedimenti

attribuiscono alle parti la facoltà di disporre di taluni stati o situazioni processuali, essi

riconoscono una certa signoria delle parti su talune situazioni processuali e, in particolare, sul

modo di formare la prova, nonché sulle questioni attinenti alla qualificazione giuridica del

fatto e alla quantificazione della pena.

- sull'altro versante stanno i riti fondati su requisiti di carattere oggettivo (quali, ad esempio,

la scarsa gravità del reato o l'evidenza dell'accusa), imperativamente affermati dal

magistrato penale, vale a dire:

1.giudizio direttissimo,

2.giudizio immediato,

3.contestazione suppletiva del reato concorrente o del reato continuato (art. 423 comma 1°

ultima parte nonché art. 517). Espressione di un modo di concepire l'esercizio della

giurisdizione che, per contrasto con quello «consensuale», possiamo definire «autoritativo».

L'esigenza di semplificazione del rito si giustifica qui in forza di predefiniti presupposti

processuali, connotati da una certa oggettività, la cui sussistenza viene affermata d'autorità:

asserita dal pubblico ministero e poi, di regola, vagliata e confermata dal giudice.

- un gruppo "misto", la cui caratteristica è di far dipendere la semplificazione procedurale da

una scelta imperativa del magistrato penale, combinata con un atto volontario di una o di

entrambe le parti. Vi appartengono:

1. il procedimento per decreto (artt. 459-464),

2. il giudizio direttissimo esperibile col consenso delle parti (art. 449 comma 2° seconda

parte), 3. la contestazione suppletiva del fatto nuovo (artt. 423 comma 2° e 518 comma 2°).

3.Rapporti fra i procedimenti speciali

I procedimenti speciali non sono incompatibili fra loro, la scela si impone solo all’interno del

medesimo gruppo di riti speciali. ex auctoritate

E’, invece, sempre consentito il passaggio inverso, da un rito scelto (giudizio

direttissimo, giudizio immediato richiesto dal pubblico ministero, procedimento per decreto) a

uno dei riti consensuali, premiati con uno sconto di pena, come il giudizio abbreviato e il

«patteggiamento». A rendere opportuna e per certi versi doverosa questa trasformazione

concorrono essenzialmente 2 ragioni:

-una di tipo economico,

-l'altra ragione ha carattere giuridico-costituzionale e si collega all'esigenza di garantire un

trattamento uniforme degli imputati di fronte alle possibili scelte processuali verso le quali si

può orientare la strategia difensiva dell'imputato.

4. Giustizia "consensuale" e corrispondenti forme di "specialità".

Il comun denominatore dei procedimenti speciali su base consensuale risiede nella rinuncia

delle parti, in particolare dell'imputato, a giovarsi dei possibili vantaggi abbinati a

determinate situazioni processuali tipiche del procedimento ordinario.

Quando rinuncia al dibattimento, l'imputato si priva della facoltà di contrastare l'accusa con

quella dovizia di strumenti che, soprattutto nell'assunzione delle prove, la fase del giudizio

offrirebbe. Una simile rinuncia,del tutto legittima sul piano costituzionale, in quanto

espressamente giustificata da quel richiamo al "consenso" che compare nel novellato testo

dell'art. 111 comma 5° Cost., comporta un’accelerazione dello svolgimento processuale,

avvantaggiando l’accusa.

Nessun imputato farebbe ovviamente una scelta così palesemente autolesionistica, se non vi

fosse spinto dalla prospettiva di un possibile tornaconto: da qui il carattere premiale di

questi procedimenti.

Ben diversa la ragione determina la rinuncia all'udienza preliminare nel giudizio immediato

richiesto dall'imputato (art. 419 comma 5°), o all'intera fase preliminare del processo nei casi

di giudizio direttissimo consensuale (artt.449 comma 2° e 558 comma 5°): qui è assente

qualsiasi connotazione di premialità. Col consentire l'amputazione di una fase del

procedimento penale per arrivare prima al giudizio, l'imputato rinuncia sì alla possibilità di

chances

profittare di certe difensive, ma al verosimile scopo di meglio tutelare la propria

posizione in vista di un possibile proscioglimento.

5. Procedimento di oblazione.

Pur non regolata nel libro VI del codice di rito penale, l'oblazione appartiene, a pieno titolo,

alle procedure speciali di tipo consensuale, considerato che essa si risolve in una chiusura

anticipata il processo, provocata da una richiesta dell'imputato, di regolare in denaro la

propria "pendenza" penale.

Il rito in questione è esperibile unicamente per reati contravvenzionali punibili con

l'ammenda. Le cose cambiano a seconda che la pena pecuniaria costituisca la sanzione

esclusiva p er il reato o si configuri invece come alternativa all'arresto.

Nei casi del primo tipo (oblazione c.d. «obbligatoria»: art. 162 c.p.), il giudice è pressoché

tenuto ad accogliere la richiesta, se soltanto l'imputato l'ha presentata ritualmente entro il

termine prescritto: l'unica eccezione è rappresentata dai casi di reato permanente, che,

comprensibilmente, la giurisprudenza di legittimità considera insuscettibili di oblazione.

Nei casi del secondo tipo (oblazione c.d. "facoltativa": art. 162-bis c.p.), il giudice ha invece un

certo margine di discrezionalità, egli deve rigettare la richiesta:

- quando ritenga di dover applicare la pena detentiva anziché quella pecuniaria,

- quando considera grave il fatto commesso e quindi incongrua l'«offerta» dell'imputato

(comma 4°)

- nei casi di recidiva, abitualità e professionalità nel reato (comma 3°).

I 2 tipi di oblazione differiscono anche sotto altri profili:

- quella obbligatoria fissa a un 1/3 del massimo dell'ammenda prevista in via edittale, la

somma da pagare al fine di estinguere la contravvenzione (art. 162 comma 1°c.p.).

- quella facoltativa impone invece il pagamento della metà della massima ammenda prevista

(art. 162-bis comma 1° c.p.), al fine di ottenere lo stesso risultato.

Già nel corso delle indagini preliminari, l'oblazione può essere chiesta la presentata al pubblico

ministero, il quale la inoltra al giudice insieme col fascicolo dell'indagine (art. 141 disp. att.).

Iniziato il processo, la richiesta va presentata direttamente al giudice, prima che sia aperto il

dibattimento o prima che sia emesso decreto penale di condanna.

La legge prevede che il pubblico ministero, all'atto di chiedere il decreto penale, informi

l'imputato sia della possibilità di essere ammesso all'oblazione, sia dei vantaggiosi effetti

conseguibili tramite la stessa (art. 141 comma 2° disp. att.).

L'omesso avvertimento sarebbe lesivo del diritto di difesa, poiché priverebbe l'imputato di

una chance processuale. Tuttavia la legge non ne fa discendere almeno, in prima battuta, la

nullità degli atti successivi: se il pubblico ministero non adempie a questo suo dovere, l'avviso

dev'essere fatto dal giudice, contestualmente all'emissione del decreto penale per il fatto

oblazionabile.

Il termine per la richiesta di oblazione è perentorio.

Accolta la richiesta, il giudice dichiara non doversi procedere per estinzione del reato, con

sentenza appellabile (art. 593 comma 2°).

In caso di rigetto, il procedimento è destinato a proseguire nella forma ordinaria o secondo le

regole del procedimento per decreto, ma l'imputato può rinnovare la richiesta d'oblazione

anche nel corso del dibattimento di primo grado, fino all'inizio della discussione finale:

benché esplicitamente prevista per la sola oblazione facoltativa (art. 162-bis comma 4° c.p.),

tale regola viene comunemente intesa come espressione di un principio generale,sicché la

giurisprudenza è incline a farla valere anche nei procedimenti di oblazione obbligatoria.

6. Applicazione della pena su richiesta delle parti.

L’applicazione della pena su richiesta delle parti si risolve in una volontaria sottomisssione

dell’inputato alla sanzione penale.

Oggi, il patteggiamento è esperibile per una serie di reati, identificati dall'art. 444

comma 1° attraverso il riferimento alla sanzione in concreto applicabile: rientrano in

questa cerchia i delitti e le contravvenzioni con una pena pecuniaria, oppure con una

delle sanzioni sostitutive previste dalla legge n.689 del 1981 o, infine,con una pena

detentiva non superiore a 5 anni. La pena pecuniaria può essere applicata

congiuntamente alla pena detentiva, la quale va a sua volta determinata computando

le eventuali circostanze previste dalla legge penale e tenendo altresì conto della

diminuzione di pena prevista dalla legge processuale come incentivo all'imputato per

la scelta del rito speciale. Pertanto sono am messi al patteggiamento reati puniti con

pene che, in astratto, superano di gran lunga i 5 anni di reclusione.

Il patteggiamento risulta peraltro escluso — in chiave spiccatamente

specialpreventiva — nei procedimenti per delitti di criminalità organizzata (art. 51

comma 3-bis), di terrorismo (art. 51 comma 3- quater) ovvero per determinati delitti

contro la personalità individuale o contro la libertà sessuale, nonchè con riguardo a imputati

marchiati come delinquenti abituali,

professionali o per tendenza oppure risultino plurirecidivi (art. 444 comma 1-bis).

Sussiste una differenza ragguardevole, quanto a contenuto punitivo, fra la sentenza che

applica una pena concordata fino a 2 anni e quella che applica una pena da 2 a 5 anni. Donde

l'opportunità di designare con nomi diversi i due tipi di paneggiamento: attribuiremo pertanto

maius

la qualifica di " " a quello concernente i reati più gravi (gergalmente definito anche come

minus

"patteggiamento allargato"), riservando all'altro l'appellativo " ".

Il patteggiamento è inoltre ammesso nei procedimenti a carico di persone giuridiche, per

tutti gli illeciti sanzionati con pena pecuniaria, mentre per quelli sanzionati con altra pena il

rito speciale è esperibile a condizione che non debba essere applicata, in via definitiva, una

delle sanzioni interdittive previste dall'art.16 d. lgs. n. 231 del 2001 (art. 63 comma 3° d. lgs.

cit.).

Fulcro del rito speciale è l'accordo fra le parti principali del processo (imputato e pubblico

quantum

ministero): un accordo avente per contenuto il di pena da applicare.

La legge, in considerazione del carattere marcatamente obbiettivo e indisponibile della norma

penale, impone al giudice di verificare i presupposti di applicabilità dell'intesa raggiunta, alla

luce dei parametri sostanziali e processuali che saranno qui di seguito illustrati.

Dal punto di vista dell'imputato, ciò comporta una serie di rinunce a diversi diritti

che gli spetterebbero in base alle ordinarie regole processuali, rinuncia:

- ad esercitare il diritto alla prova,

- a controvertere sul fatto e sulla sua qualificazione giuridica;

- a controvertere sulla specie e sulla misura della pena da applicare.

In compenso, egli ottiene una serie di cospicui vantaggi. Taluni vantaggi sono comuni ai due

tipi di rito speciale:

-lo sconto di pena: la sanzione, che risulterebbe in concreto applicabile all'esito di un normale

dibattimento, va in ogni caso diminuita «fino a 1/3».

-l'assenza di effetti pregiudizievoli della sentenza che applica la pena concordata: infatti, a

parte l'eccezione della quale si dirà (cfr. infra § 8), essa non è idonea a irradiare effetti

vincolanti nei giudizi civili e amministrativi nei quali sia parte l'imputato.

-l'assenza di pubblicità. minus

Vantaggi ulteriori sono invece collegati al solo patteggiamento :

-l'affrancamento dell'imputato dall'obbligo di pagare le spese processuali;

-l'esenzione da pene accessorie e misure di sicurezza (art. 445 comma 1° prima parte),

eccettuata la confisca.

-la non menzione della sentenza nel certificato generale del casellario giudiziale

richiesto dal private.

-la chance di conseguire l’estinzione del reato per fatti che non rientrerebbero nell’ambito

dell’art.167 c.p.: la pena concordata che non superi i 2 anni di detenzione può essere sospesa

sub condicione e la relativa condanna è destinata a sfociare in una declaratoria di estinzione

post sententiam

del reato, se nei 5 anni l'imputato non commette un altro delitto o se, nei 2

anni successivi, non incappa in una contravvenzione della stessa indole di quella che aveva

costituito oggetto di accordo (art. 445 comma 2°).

Dal punto di vista dell'accusa, la scelta di patteggiare comporta la rinuncia a controvertere

sulle questioni di fatto e di diritto connesse col tema dell'imputazione.

Il magistrato penale è tenuto ad effettuare la propria scelta alla stregua di parametri

obbiettivi.

Benché la normativa processuale non dica alcunché al riguardo, si deve perciò ritenere che il

pubblico ministero debba qui affidarsi agli stessi criteri che la legge espressamente impone

al giudice, per stabilire se la richiesta di patteggiamento vada ammessa o rigettata il pubblico

ministero può, dunque, esprimere il proprio consenso dopo aver:

- appurato che il materiale d'indagine è sufficiente per applicare la pena richiesta

(altrimenti deve proseguire l'indagine oppure chiedere l'archiviazione della notizia di

reato o, se del caso, la sentenza di non luogo a procedere):

- verificato la corretta qualificazione giuridica assegnata al fatto dall'imputato nella

richiesta di patteggiamento o nell'atto di consenso;

- verificato se all'esperibilità del rito alternativo non ostino i motivi di esclusione

oggettiva, o soggettiva menzionati nell'art. 444 comma 1-bis;

- controllato la congruità della sanzione richiesta rispetto alla gravità del fatto e alla

personalità del suo autore.

Per verità, il pubblico ministero non dà conto delle ragioni che lo spingono a optare per il

patteggiamento,ci penserà poi il giudice a vagliare, anche, (ma non solo) alla stregua dei

suddetti criteri, se il rito speciale possa aver luogo. Prima di pronunciarsi sul merito della

questione, il giudice deve infatti condurre una, verifica sulla ammissibilità della richiesta di

patteggiamento; a meno che non ricorra una delle situazioni indicate nell'art. 129, nel qual

caso egli sarebbe tenuto a pronunciare la corrispondente sentenza di proscioglimento.

Il giudice compie l'accennato vaglio di ammissibilità:

-innanzitutto verificando che il reato rientri fra quelli suscettibili di essere definiti con

questa speciale procedura anche con riferimento alle esclusioni oggettive e soggettive

imposte dall'art. 444 comma 1-bis;

-in secondo luogo, appurando che la qualificazione giuridica prospettata dalle parti sia

corretta; -infine, valutando che la pena dalle stesse indicata sia congrua rispetto alle finalità

che le sono proprie, alla luce dell'art. 27 comma 2° Cost. (art. 444 comma 2°).

Quanto alla completezza dell'indagine, il giudice deve assolvere l'imputato, se a suo carico non

risulta alcun elemento (art. 444 comma 2°), sicché grava sul pubblico ministero il dovere (più

che l'onere) di negare il proprio consenso a fronte di un'imputazione non sufficientemente

suffragata da elementi conoscitivi acquisiti nella fase preliminare. Insomma, benché il

consenso al patteggiamento non esiga una formale motivazione, conviene che il pubblico

ministero rifletta bene prima di prestarlo onde evitare che l'insufficienza dello sforzo

investigativo sfoci in un'improvvida assoluzione.

Deve, invece, essere sempre motivato il dissenso opposto alla richiesta dell'imputato: lo esige

l'art. 446 comma 6°.

Col suo dissenso, il pubblico ministero impone la discussione dibattimentale del caso, ma non

pregiudica in alcun modo il contenuto della decisione che si sarebbe potuta (e dovuta)

applicare all'esito del patteggiamento: non preclude, cioè, una tardiva applicazione della pena

chiesta dall'imputato, ogniqualvolta il giudice del dibattimento o dell'appello, ritengano

ingiustificato il dissenso stesso. Orbene, per poter esercitare tale funzione critica i suddetti

giudici debbono essere messi in condizione di conoscere i motivi che hanno determinato

l'opposizione del pubblico ministero al patteggiamento. Ecco perché quel dissenso va

necessariamente motivato.

7. Segue: introduzione e svolgimento procedurale.

Atto introduttivo del patteggiamento è la richiesta presentata al giudice da una delle due

parti

principali del processo.

Richiesta e consenso possono essere formulati oralmente, se presentati in udienza. Debbono

avere forma scritta negli altri casi (art. 444 comma 2°). Trattandosi di atti negoziali, coi quali

le parti rinunciano a diritti e facoltà connesse a determinate situazioni processuali, ne è

requisit o indispensabile la volontarietà. Ciò comporta che l'imputato deve agire

personalmente o tramite procuratore speciale.

Per le persone giuridiche agisce il rappresentante legale, purché questi non abbia la veste di

imputato del reato da cui dipende l'illecito amministrativo.

Un vizio della volontà renderebbe invalidi tanto la richiesta quanto il consenso e sarebbe

pertanto motivo di inammissibilità del rito speciale:verificare l’assenza di vizi la richiesta di

patteggiamento può essere avanzata già nel corso dell'indagine preliminare (arg. ex art. 447

comma 1°), nonché nella successiva udienza preliminare, fino a che le parti non abbiano

concluso la relativa discussione (art. 446 comma 1° novellato dall'art.33 legge n. 479 del

1999).

Altri termini sono imposti nei procedimenti privi di udienza preliminare:

-nel procedimento monitorio, la richiesta va proposta dall'imputato contestualmente

all'opposizione contro il decreto dicondanna (art. 463 comma 3°).

-negli altri procedimenti privi dell'udienza preliminare, il termine ultimo cade sempre nella

fase predibattimentale:

a)entro 15 giorni dalla notificazione del corrispondente decreto citazione, quando si procede

con giudizio immediato (art. 458 comma 1°);

b)prima che sia dichiarato aperto il dibattimento (art. 492), nel giudizio direttissimo e in

quello conseguente a citazione diretta davanti al tribunale monocratico.

Entro questi stessi termini, la parte che non ha formulato la richiesta ha facoltà di prestare il

proprio consenso, anche se in precedenza tale consenso fosse stato espressamente negato

(art. 446 comma 4°).

Una sorta di rimessione in termini a favore della difesa è ammessa, a fronte di una

contestazione del fatto diverso o del reato concorrente (artt. 516 e 517).

La legge processuale non precisa quale debba essere il contenuto della richiesta, ma, dai

criteri imposti al giudice per verificarne l'ammissibilità, si ricava che essa deve almeno

indicare:

-il fatto da giudicare,

-la relativa qualificazione giuridiche,

-la pena ritenuta congrua. chance

L'imputato può inoltre legare la sorte del patteggiamento alla di usufruire della

sospensione condizionale della pena, subordinando l'efficaciacia della prima alla concessione

della seconda (art. 444 comma 3°).

Assume un contenuto particolare la richiesta presentata dal pubblico ministero durante

l'indagine preliminare (così come il consenso prestato dallo stesso, all'eventuale richiesta

avanzata dall'imputato in questa fase del procedimento). Qui, l'introduzione del rito coincide

sempre con l'esercizio dell'azione penale (art. 405 comma 1°), sicché la richiesta o il

consenso provenienti dall'organo requirente debbono necessariamente contenere l'atto di

imputazione. Se ne ricava, tra l'altro, che il pubblico ministero non può presentare una

richiesta di patteggiamento o prestare il proprio consenso, quando ancora l'indagine è

incompleta (nel qual caso l'imputazione sarebbe formulata con eccessiva approssimazione) né,

tanto meno, quando l'esito investigativo sia insufficiente per sostenere l'accusa in giudizio

(nel qual caso, come già accennato in precedenza, il pubblico ministero dovrebbe avviare la

procedura di archiviazione, stante la regola di giudizio espressa nell'art. 125 disp. att.).

Si ritiene che la richiesta di patteggiamento sia revocabile o modificabile dal proponente,

almeno fino a quando non sia intervenuto il consenso dell'altra parte.

L'assunto prevalente in giurisrudenza sembra in effetti confermato dalla disposizione che

prevede un (eccezionale) caso di irrevocabilità, per l'ipotesi in cui la richiesta sia presentata

durante l'indagine preliminare e il giudice abbia assegnato un termine all'altra parte per

esprimere il proprio consenso: in simile circostanza, ragionevolmente, la legge vieta alla parte

istante di revocare o modificare la richiesta, finché quel termine è in corso (art. 447 comma

3° seconda parte).

L'intesa (sotto forma di richiesta congiunta, ovvero di richiesta unilaterale seguita dal

consenso dell'altra parte) che accusa e difesa raggiungono sulla applicazione della pena

obbliga il giudice a decidere circa l'ammissibilità del rito speciale. A tal riguardo, egli è

tenuto a svolgere una serie di accurate verifiche alla stregua di criteri in parte già noti per

esser stati ripetutamente elencati in precedenza, quindi deve:

-appurare l’esistenza di un accordo fra le parti e l’effettiva volontà delle stesse di chiudere

ina nticipo il processo;

-verificare l’appartenenza del reato, oggetto della richiesta, al novero delle fattispecie

penali per le quali è ammesso il patteggiamento, secondo l’indicazione fornita dall’art

444comma 1° e 1°-bis;

-controllare la corretta qualificazione giuridica data al fatto dalle parti e la congruità della

pena dalle stesse proposta;

-verificare l’insussistenza di cause di non punibilità che, a norma dell’art.129, lo

obbligherebbero a prosciogliere l’imputato.

Più che su un accertamento positivo della responsabilità penale, il patteggiamento si fonda

quindi sull'esclusione dei possibili presupposti di proscioglimento, alla stregua del materiale di

indagine fornito dal pubblico ministero: ciò, come si dirà nel paragrafo seguente, rende

problematico inquadrare fra le sentenze di condanna la decisione applicativa della pena

concordata.

Se si conclude con esito positivo, il vaglio di ammissibilità impone una soluzione di merito

conforme all'accordo intervenuto fra le parti: in altre parole, quando accoglie la richiesta di

petitum

pena, il giudice è vincolato al espresso nella richiesta stessa (art. 448 comma 1°

prima parte).

Dove il giudice non condivida il "progetto di sentenza", deve rigettare la richiesta di

pattegiamento, provocando così la prosecuzione del procedimento lungo il normale itinerario

che conduce al dibattimento. Tuttavia la dichiarazione di inammissibilità non preclude nuove

richieste di fronte al medesimo giudice, finché è aperto il termine per la loro presentazione.

Anche la inammissibilità dichiarata dal giudice, primo destinatario della domanda di

patteggiamento, è esposta, sia pur per una sola volta, al successivo sindacato di altro giudice,

se l'imputato ne fa espressa richiesta e, precisamente:

- al sindacato del giudice dibattimentale, qualora la richiesta di patteggiamento sia stata

rigettata dal giudice dell'indagine preliminare (art. 448 comma 1°seconda parte,

novellata dalla L. n. 479/1999);

- al sindacato del giudice di appello qualora la richiesta sia stata, invece rigettata dal

giudice dibattimentale (nei casi di giudizio direttissimo e di citazione diretta davanti al

tribunale monocratico);

- al sindacato del giudice di cassazione, ancora nei casi di citazione diretta e

direttissima aventi ad oggetto reati che non ammettono l'appello (art. 448 comma 1°

terza parte, novellatadalla L.n.479/1999).

Un caso particolare di inammissibilità è quello provocato dal dissenso che il pubblico

ministero oppone alla richiesta dell'imputato. Tale dissenso impedisce, è il caso di ribadirlo,

soltanto la soluzione "patteggiaita" del rito. Non preclude, invece, l'applicazione, nella fase

del giudizio, della pena, nella specie e nella misura a suo tempo chiesta dall'imputato. Cio

accade ogniqualvolta il giudice del dibattimento (o il giudice d'appello) reputi quel dissenso

privo di adeguata giustificazione, alla stregua dei criteri processuali e sostanziali.

Sia che contesti il dissenso del pubblico ministero, sia che non condivida la declaratoria di

inammissibilità del giudice primo destinatario della domanda di patteggiamento, l'imputato

deve reiterare la richiesta davanti al giudice del dibattimento o, rispettivamente davanti a

quello dell'impugnazione.

Allo scopo di verificare la fondatezza del dissenso o della declaratoria di inammissibilità il

giudice ordina l'esibizione degli atti contenuti nel fascicolo del pubblico ministero prima di

dichiarare aperto il dibattimento (art. 135 disp. att. a sua volta rimaneggiato dalla L. n.

479/1999) e, se la verifica dà esito negativo, dopo che gli atti esibiti sono stati inseriti nel

fascicolo dibattimentale il medesimo giudice applica lo sconto di pena erroneamente escluso in

precedenza.

8. Segue: la sentenza.

L'applicazione di pena concordata non esige, come già accennato, un accertamento positivo

della responsabilità penale. La sentenza contiene infatti un semplice accertamento negativo

della non punibilità, risolvendosi nella constatata insussistenza delle cause di proscioglimento

menzionate nell'art. 129 comma 1°.

In particolare, l'insufficienza o contradditorietà di prove non sarebbe di ostacolo a una

applicazione della pena su richiesta delle parti, poiché il giudice, in sede di patteggiamento,

dovrebbe prosciogliere solo se risultasse provata una delle cause indicate nell'art. 129 comma

1°. In altre parole, la situazione di incertezza non gioca qui a favore dell'imputato, come

invece accade nel dibattimento. Per di più, nel patteggiamento la decisione è presa «allo stato

degli atti», vale a dire, sulla base del materiale raccolto nell'indagine, che non può essere

integrato con altro materiale probatorio, nemmeno per superare eventuali incertezze

dell'organo giudicante.

Nell'una e nell'altra situazione la regola di giudizio da applicare e diverso è altresì il tipo di

accertamento condotto dal giudice e dalle parti sulla questione di fatto.

Sta precisamente in questa diversità la radice dell'annoso problema riguardante la natura

della sentenza che applica la pena richiesta dalle parti. Tale problema è affrontato e risolto

con apparente linearità dalla legge, la quale equiparata suddetta sentenza «a una pronuncia di

condanna» (art. 445 comma 1-bis seconda parte).

Presa alla lettera, tale disposizione impone di ravvisare nella sentenza di patteggiamento una

condanna penale, tutte le volte che la legge collega certi effetti all'esistenza, per l'appunto,

di una sentenza condannatoria: ad esempio, in tema di esecuzione della pena (art. 656 comma

1°), o di iscrizione nel casellario giudiziale (art. 686 comma 1° lett. a n. 1) o, ancora, di effetti

«pregiudizali» nel procedimento cautelare personale (art. 300 comma 4"). In certi casi, però,

la legge (penale o processuale) connette determinati effetti alla condanna, non tanto in

ragione del fatto che esiste una sentenza di quel formale tenore, quanto piuttosto per

l'accertamento di responsabilità che la sentenza stessa racchiude e, al contempo,

documenta.

Talvolta è la legge stessa ad escludere che la sentenza in questione vada considerata come

decisione di condanna: così, è espressamente stabilito, sia pur limitatamente alle ipotesi di

minus

patteggiamento , che la sentenza in questione non può applicare pene accessorie (art.

ex lege

445 comma 2° seconda parte), nemmeno quando queste sono collegate alla condanna

per tabulas

per determinati reati (artt. 31 e 34 c.p.). È inoltre sancita , come già riferito in

precedenza, la sua inidoneità a sortire effetti vincolanti in sede civile risarcitoria (art 445

comma 1°, seconda parte), oltreché in sede amministrativa o in sede civile extra-risarcitoria

(arg. ex art. 654). Unica eccezione, l'effetto vincolante che la sentenza di patteggiamento è

capace di produrre nel procedimento disciplinare, a seguito della 1. 97/2001: l'inciso inserito

nell'art. 445 comma 1° (salvo quanto previsto dall'art. 653») impone all'autorità disciplinare di

considerare accertata la responsabilità penale di colui che patteggia.

La giurisprudenza si è andata orientando nel senso di negare la natura condannatoria delle

sentenze di patteggiamento ai fini del giudizio di revisione. La norma giurisprudenzale è stata

ribaltata dalla L.134/2003, la quale ha novellato l’art.629 includendo fra i provvedimenti

suscettibili di revisione anche le sentenze emesse ai sensi del’art.444 comma2°.

Nell’applicazione delle previsioni che associano allo status di condannato determinati effetti,

la giurisprudenza ha inizialmente negato natura condannataria alla sentenza in questione

ogniqualvolta il giudicato di condanna è dalla legge considerato, per la affermazione di

responsabilità che esso racchiude e non in ragione del suo esser titolo per eseguire una pena.

Questo spiega, ad esempio, prerché la sentenza di patteggiamento non sia considerata di

condanna ai fini della revoca di diritto della sospensione condizionale della pena (art. 168

comma 1° n. 2 c.p.). A questo riguardo va tuttavia segnalato il diverso atteggiamento che la

giurisprudenza di legittimità va assumendo in relazione alle sentenze ex art. 444, quando

maius

suggellano un patteggiamento : sentenze che applicano una pena superiore ai 2 anni

minus

sarebbero più prossime alla condanna di quelle che chiudono un patteggiamento e,

pertanto sono ritenute idonee all'effetto di far revocare la sospensione condizionale della

pena in precedenza concessa.

La inappellabilità costituisce un altro peculiare tratto della sentenza in questione.

L'unico caso di appellabilità è previsto dall'art. 448 comma 2° prima parte, a vantaggio del

pubblico ministero: quest'ultimo può appellare la sentenza con la quale il giudice del

dibattimento ha applicato la pena richiesta dall'imputato, ritenendo ingiustificato il suo

dissenso.

Non sarebbe stata la stessa cosa costringere il pubblico ministero a dolersi di un simile error

in procedendo davanti alla Corte di cassazione. Infatti, se al giudice dell'impugnazione quel

suo dissenso appariss giustificato, dovrebbe seguirne un giudizio ordinario che solo il giudice

di secondo grado può chiudere con una sentenza di merito.

A parte questo caso particolare, la sentenza ex art. 444 è impugnabile col solo mezzo del

Errores in procedendo ed

ricorso per cassazione, per uno dei motivi indicati nell'art. 606.

errores in iudicando possono esser fatti valere in sede di legittimità, anche con riguardo ai

punti della decisione su cui si formò l'accordo fra le parti (come, ad esempio, la qualificazione

giuridica del fatto) giacché spetta pur sempre alla corte di cassazione l'ultima parola

sull'esatta applicazione della legge sostanziale e processuale.

9. Segue: azione civile e patteggiamento.

Il patteggiamento è una partita a 2 fra il p.m. e l’imputato.

Il danneggiato da reato non vi può intervenire, né per esercitare in quella sede l'azione

risarcitoria, né per opporsi alla definizione anticipata del giudizio. E se, nel precedente corso

del processo egli avesse già avuto occasione di costituirsi parte civile, il sopravvenuto

accordo circa l'applicazione della pena, lo costringerebbe ad abbandonare la sede penale per

far valere la propria pretesa davanti al giudice civile.

Un procedimento definito allo stato degli atti, alla stregua di una delibazione del materiale di

indagine, non è la sede idonea per accertare la responsabilità dell'imputato, nemmeno sotto il

profilo della sua responsabilità civile per l'eventuale danno cagionato dal reato.

Al più il danneggiato già costituitosi parte civile, può esigere dall'imputato il pagamento delle

spese processuali fino a quel momento sostenute.

Il susseguente processo civile non subirebbe sospensione prevista dall'art. 75 comma 3°

(come prevede espressamente l'art. 444 comma 2°), né sarebbe in alcun modo pregiudicato

dall'esito del patteggiamento (art. 445 comma 1°, seconda parte).

Non costituisce una vera eccezione alla regola testé illustrata, il potere che la legge

riconosce al giudice dell'impugnazione di decidere sulla questione civile con la sentenza che

applica la pena richiesta dalle parti (art. 448 comma 3°). In questi casi, infatti, il giudizio di

primo grado si è svolto regolarmente, fino in fondo, sicché il giudice dell'impugnazione ha a

disposizione gli atti di una completa istruzione dibattimentale: atti reputati sufficienti a

fondare anche una decisione sulla resporsabilità civile.

10. Giudizio abbreviato. Generalità.

Così come la pena concordata fra le parti, anche il giudizio abbreviato è stato concepito per

snellire il processo in quanto, permettendo una chiusura anticipata, evitava l’approdo

dibattimentale.

La L. n.479/99 ha riscritto le regole del giudizio inmediato:

-è ora superfluo il consenso del pubblico ministero, che la normativa previgente considerava

invece quale requisito essenziale per l'ammissibilità del giudizio abbreviato.

-viene meno inoltre la definibilità allo «stato degli atti»quale ulteriore criterio di

ammissibilità del rito in questione, il quale può dunque essere disposto sulla base di una

semplice richiesta formulata dall'imputato anche in presenza di un'indagine incompleta.

-viene pressochè a sparire qualsiasi limite oggettivo di applicabilità del rito speciale, essendo

ora suscettibili di definizione anticipata con le forme del nuovo giudizio abbreviato anche i

processi aventi ad oggetto imputazioni per reati puniti con l'ergastolo.

-per sopperire ad eventuali incompletezze dell'indagine preliminare, è assicurata la possibilità

di assumere prove pure nel corso del giudizio abbreviato.

11. Segue: ambito di applicazione e presupposti.

Pur essendo stati rimossi i limiti oggettivi che ostacolavano l’applicabilità del giudizio

abbreviato a delitti di particolare gravità c'è, tuttavia, un caso in cui il giudizio abbreviato non

può essere ammesso a causa della sanzione da applicare: esso riguarda il processo a carico

delle persone

giuridiche, quando giudice ritenga di dover cancellare l'ente dal mondo dei traffici giuridici

infliggendogli la sanzione interdittiva perpetua (art. 62 comma 4° d. lgs.r n. 231/2001).

Evidentemente, l'esigenza specialpreventiva è qui avvertita in misura così intensa

epreponderante, da risultare incompatibile con sconti di pena offerti in cambio delle parziali

rinunce al diritto di difendersi provando, insite nelle richieste di questo rito speciale.

Quanto ai presupposti, il giudizio abbreviato risulta articolato in 2 diversi moduli procedurali:

-il primo modulo risulta imperniato su una richiesta semplice con la quale l'imputato si limita a

chiedere che «il processo sia definito all'udienza preliminare allo stato degli atti», come dice

l'art. 438 comma 1°.

-il secondo modulo prevede invece una richiesta complessa (o condizionata): nel chiedere il

giudizio anticipato, l'imputato pone come condizione che siano assunti taluni mezzi di prova,

deficit

allo scopo di colmare un supposto conoscitivo intorno alla questione di merito.Tale

richiesta esige — come si vedrà — un controllo di ammissibilità.

La richiesta di giudizio abbreviato (analogamente a quella presentata ex art. 444) è atto

personalissimo dell'imputato, che il difensore può dunque presentare in sua vece, solo se

munito di procura speciale (art. 438 comma 3°). Nei processi a carico delle persone

giuridiche, provvede il legale rappresentante ovvero, se questi fosse a sua volta imputato del

reato da cui dipende l'illecito attribuito all'ente, un diverso soggetto, scelto per fungere da

rappresentante processuale (art. 39 d. lgs n. 231/2001).

12. Segue: fase introduttiva.

L'imputato (o legale rappresentante dell'ente) che intende profittare del giudizio abbreviato

deve presentare la relativa richiesta durante l'udienza preliminare, “fino a che non siano

presentate le conclusioni a norma degli artt. 421 e 422” (art. 438 comma 2°).

Tipica espressione del diritto di difesa, la facoltà di richiedere il giudizio abbreviato va

ragionevolmente garantita all'imputato anche nei procedimenti privi di udienza preliminare:

-nel giudizio immediato (ma solo in quello promosso per iniziativa del pubblico ministero)

l'imputato può presentare la richiesta di giudizio, al giudice per le indagini preliminari, dopo

che questi gli abbia notificato it decreto di citazione a giudizio e, precisamente, entro 15

giorni dall'ultima notifica del decreto stesso all'imputato, o dell'avviso al difensore, della

data fissata per il giudizio. La richiesta dev'essere poi comunicata al pubblico ministero.

-in caso di giudizio direttissimo, e a seguito di citazione diretta davanti al tribunale in

composizione monocratica, dove l'accusa non è sottoposta al vaglio preliminare di un organo

giurisdiziona (g.i.p. o g.u.p.) la richiesta va presentata al giudice dibattimentale, in udienza,

prima però che sia dichiarato aperto il dibattimentale (art. 452 comma 2° prima parte e,

rispettivamente, art. 556 comma 2° combinato con l'art. 558 comma 8°).

-nei procedimenti per decreto, l'opponente può chiedere il giudizio abbreviato al giudice che

ha emesso il decreto stesso (art. 461 comma 3°), il quale fissata addirittura l'udienza per il

giudizio, dandone avviso a tutti gli interessati(pubblico ministero, imputato, parte civile,

persona offesa e relativi difensori), con almeno 5 giorni di anticipo sull'udienza medesima,

onde consentire un'adeguata preparazione del contraddittorio (art. 464 comma 1° prima

parte).

Presentata la richiesta, incombe, sul giudice che la riceve, dovere di controllarne

l'ammissibilita:

-nel caso di richiesta semplice, di regola, si limita a un controllo meramente formale dell'atto

di parte, si tratta di verificare:

a) se esso sia stato presentato nei termini prescritti (art. 438 comma 2°);

b) se sia effettivamente riconducibile a una scelta volontaria dell'imputato eventualmente

rappresento da un procuratore speciale (art. 438 comma 3°);

c) se la volonta di quest'ultimo di essere giudicato «allo stato degli atti» risulti espressa in

forma inequivoca (art. 438 comma 1°).

Soltanto per le richieste provenienti dal rappresentante legale della persona giuridica il

vaglio di ammissibilità implica una valutazione discrezionale circa la meritevolezza di una

pena, la definitive interdizione dell'ente da ogni traffico giuridico, che è ostacolo

insormontabile all'esperibilità del giudizio abbreviato (art. 62 comma 4° d.lgs. n. 231 del

2001).

Quando dà esito positivo, il controllo sulla richiesta semplice sfocia nell'ordinanza che

ammette al rito speciale (art. 438 comma 4°). In caso contrario la richiesta va rigettata e

non può più essere riproposta.

-quando è presentata una richiesta complessa, il giudice deve aggiungere al controllo

meramente formale, del quale si è appena detto, un controllo sul contenuto della domanda di

parte. Essendo, l'efficacia di tale richiesta, subordinata ad una "integrazione probatoria",

che il richiedente reputa indispensabile ai fini della decisione, il giudice deve verificare se le

prove indicate dall'imputato siano davvero «necessarie» per decidere il merito della causa e

se la loro assunzione sia “compatibile con le finalita di economia processuale proprie del

procedimento” (art. 438 comma 5° seconda parte). Benché la legge non ne faccia menzione, si

deve ritenere che il vaglio di ammissibilità di questa richiesta complessa vada condotto anche

alla stregua del criterio di validità dei mezzi di prova dei quali l'imputato esige l'assunzione,

giacchè la prova vietata (ad esempio, la testimonianza di una persona incompatibile ex art.

197) è non solo inutilizzabile, ma anche e soprattutto insuscettibile di essere acquisita pure

nel giudizio abbreviato.

Entrambi i segnalati criteri impegnano in varia misura la discrezionalità del giudice. Il

concetto di necessarietà evoca, da un lato, il nesso di pertinenza che deve collegare la

reclamata integrazione probatoria con i fatti da provare ai fini della decision di merito (art.

187 comma 1°), e dall'altro, l'idea di non superfluità della prova (art. 190 comma 1°): tutte

valutazioni demandate a un apprezzamento soggettivo e insindacabile del giudice destinatario

della richiesta.

Ancor pia elastico e, anzi, vago al punto da alimentare possibili arbitri, risultava il criterio

connesso con l'esigenza economica. Di qui i dubbi di legittimità costituzionale che questa

parte della normativa lasciava affiorare: dubbi che la Corte costituzionale ritenne

insufficienti al primo rinvio della questione, ma che reputò fondati a seguito di una nuova

prospettazione dell'asserita irragionevolezza.

A seguito di tale intervento dunque, è sindacabile dal giudice del dibattimento il rigetto che,

per ragioni di economia processuale, il giudice dell'indagine o dell'udienza preliminare dovesse

opporre alla richiesta complessa di giudizio abbreviato.Resta, invece, insindacabile l'eventuale

rigetto opposto per gli stessi motivi dal giudice del dibattimento, quando il rito abbreviate

fosse chiesto a lui dopo l'instaurazione del giudizio direttissimo o nei processi a citazione

diretta. La ragione del diverso trattamento risiede, qui, nel rilievo che il giudice del

dibattimento, primo destinatario di una richiesta complessa, non è certo il soggetto piu

indicato a sindacare la correttezza dell'eventuale provvedimento di rigetto da lui stesso

adottato.

In questi casi, pertanto, non rimane che sperare nel giudice d'appello.

Ma torniamo ai compiti del giudice destinatario della prima richiesta.

L'eventuale rigetto della domanda avanzata dall'imputato non impedisce la riproposizione di

una nuova richiesta, davanti al medesimo giudice, fino a che sia in corso l'udienza preliminare,

come stabilisce l'art. 438 comma 6°. Tale facolta, stranamente e irragionevolmente, non è

però esercitabile dagli imputati dei procedimenti privi di udienza preliminare (giudizio

direttissimo, citazione diretta davanti al giudice monocratico, giudizio immediato, decreto

penale di condanna opposto), essendo stato omesso qualsiasi riferimento alla suddetta norma.

La nuova richiesta sara accolta, se l'imputato avrà saputo riformularla in maniera rispondente

ai criteri suaccennati.

L'imputato ha la facolta di presentare simultaneamente più richieste, fra loro alternative,

ciascuna delle quali contenente un diverso "progetto" di integrazione probatoria. Ed altresì

ragionevole consentire il cumulo di una richiesta complessa con una richiesta semplice, in

modo da lasciar operare quest'ultima qualora la prima fosse rigettata. iter

Rigettata la richiesta, il procedimento e destinato a proseguire lungo l' ordinario, verso la

quantum

soluzione dibattimentale. L'ordinanza che nega accesso al rito speciale influisce sul

di pena da irrogare in caso di condanna.

L'imputato ha ora facoltà di sottoporre all'esame del giudice dibattimentale (e, se del caso,

del giudice di appello) il provvedimento che gli ha negato accesso al rito.

Esame che va condotto riportandosi alla situazione processuale nella quale fù formulata la

prima richiesta, vale a dire tenendo conto anche degli atti antecedenti la richiesta stessa e

allocati nel fascicolo del pubblico ministero che di regola dovrebbero restare inaccessibile al

giudice dibattimentale. Trova infatti applicazione qui quell'art. 135 disp. att. che regola

l'analoga situazione del giudice (dibattimentale o d'appello) che si trovi a dover decider su

una richiesta di patteggiamento ostacolata da un dissenso del pubblico ministero che

l'imputato reputa ingiustificato.

Quando, invece, la verifica di ammissibilita da immediatamente esito positivo, il giudice

dispone l'udienza di giudizio abbreviato, con un ordinanza che, come si dirà, solo

eccezionalmente potra essere revocata.

13. Segue: svolgimento procedurale.

-Il rito si svolge in camera di consiglio, in un'udienza alla quale il pubblico di regola non è

ammesso, salvo che l'imputato o, in caso di piu persone, tutti gli imputati ne facciano

unanimemente richiesta (art. 441 comma 3° seconda parte).

-La pubblicità del rito a ammessa nel solo procedimento di primo grado (non, invece, in appello

come si interesse degli imputati, i quali vantano, al riguardo un diritto assistito da una

semplice nullità relativa (arg. ex art 471 comma 1°), suscettibile peraltro di essere limitato

nei casi in cui, in linea generale, si giustificherebbe il sacrificio della pubblicità dibattimentale

(artt. 472 e 473).

-Di regola, l'udienza si svolge in camera di consiglio, con la partecipazione necessaria delle

parti principali del processo. Non è poi esclusa la presenza della parte civile, che già

costituita in precedenza ha facoltà di ricusare l'accettazione del rito abbreviato, ma non di

impedirne lo svolgimento. La non accettazione del rito speciale comporta l'uscita dal processo

penale del soggetto che si reputa danneggiato e ha l'ulteriore conseguenza di mettere in

discussione l'effetto vincolante che la sentenza conclusiva del giudizio abbreviato altrimenti

avrebbe nel separato giudizio civile risarcitorio (artt. 651 comma 2° e 652 comma 2°).

Il danneggiato può costituirsi parte civile anche dopo che è stata accolta la richiesta

presentata a norma dell'art. 438, ma in tal caso la legge non gli permette di tornare sui propri

passi, rifiutando it rito speciale.

-L’udienza di giudizio abbreviato si svolge secondo le norme riguardanti l'udienza i

preliminare, con qualche necessario adattamento. Più apparente che reale è l'eccezione

prevista dall'art. 441 comma 1°, in base alla quale sarebbero destinate a trovar applicazione

nell'udienza di giudizio abbreviato, le disposizioni che regolano l’assunzione di prove (art. 422)

e il mutamentodell’imputazione nell'udienza preliminare.

Gli ultimi due commi dell'art. 441, col riconoscere i poteri di integrazione probatoria e di

contestazione suppletiva, smentiscono l'eccezione con riguardo alla generalità dei giudizi

abbreviati.

-Il giudizio abbreviato ha svolgimenti parzialmente diversi, secondo che sia scaturito da una

richiesta semplice o, rispettivamente, da una richiesta complessa.:

a)nel primo caso, il giudice si avvia verso la decisione di merito, verificando in primo luogo se

gli atti presenti nel fascicolo a sua disposizione siano sufficienti a risolvere la questione di

fatto. Se così non fosse, vale a dire, se sussistesse qualche incertezza al riguardo, egli

avrebbe comunque il potere di assumere «anche d'ufficio gli elementi necessari ai fini della

decisione» (art. 441 comma 5°).Il giudice ha il potere di assumere le prove ritenute necessarie

a superare il dubbio in cui versa, egli può agire d’ufficio oppure su sollecitazione dell'imputato,

al quale tuttavia la legge non riserva, in questa situazione, un vero e proprio diritto alla prova:

proponendo una richiesta semplice, egli ha accettato, infatti, un giudizio «allo stato degli atti»

(art. 438 comma 1°).

Il pubblico ministero, privato a sua volta del diritto alla prova, perde il potere di svolgere

ulteriori indagini a partire dal momento in cui la richiesta semplice dell'imputato viene accolta.

Ma tornando ai poteri istruttori del giudice, va detto che ogni mezzo di prova può qui essere

assunto, indipendentemente dal dispendio di tempo che la sua formazione o acquisizione

comporta. Essendo, infatti, irrevocabile l'ordinanza di ammissione del rito speciale, il giudice

deve esperire ogni tentativo possibile per colmare le proprie lacune conoscitive, in modo non

dissimile da quel che dovrebbe fare, in analoga situazione, il giudice dibattimentale a norma

dell'art. 507. L'unica vera differenza col dibattimento sta nel modo di assumere la prova che

— nel giudizio abbreviato, segue le regole dettate per l'udienza preliminare (art. 4221

anziché quelle dell'istruzione dibattimentale (artt. 496 ss). Ciò significa che nell'udienza di

giudizio

abbreviato, come nell'udienza preliminare,eventuali testimoni, coimputati, periti o consulenti

tecnici sono interrogati direttamente dal giudice e, solo per il tramite di quest'ultimo, le

parti hanno facoltà di partecipare alla formazione dei relativi mezzi di prova, proponendo le

loro domande (art. 422 comma 3°). L'imputato ha, diritto di farsi interrogare (art. 422 comma

4° prima parte).

b)quando il rito speciale scaturisce da una richiesta complessa, la cui efficacia l'imputato ha

inteso subordinare all'integrazione probatoria evocata dall'art. 438 comma 5°. Benché la

legge non lo precisi è ragionevole ritenere che, quella richiesta — nella quale trova, a suo

modo, parziale espressione il diritto alla prova enunciato dall'art. 190 — debba indicare le

circostanze di fatto che esigono di essere chiarite e i relativi mezzi di prova dei quali

l'imputato chiede l'assunzione. Ne segue che il giudice — una volta ammesso il giudizio

abbreviato — è vincolato al contenuto di tale richiesta. Anche qui, beninteso, egli deve

escludere le prove vietate e, se lo ritiene necessario, può assumere d'ufficio le prove

indispensabili per emettere la sentenza: il 5° comma dell'art. 441.

Dal canto suo, il pubblico ministero ha non solo la facoltà di proseguire la propria attività di

indagine suppletiva (diversamente da quanto accade nel giudizio abbreviato introdotto da una

richiesta semplice), ma anche il diritto di chiedere ed ottenere l'ammissione di prove

contrarie a quelle indicate dall'imputato nella richiesta complessa (art. 438 comma 5° terza

parte).

Solo la mancata assunzione di una prova a norma del citato art. 495 costituisce motivo di

error in procedendo

annullamento della sentenza di merito (art. 606 comma 1°) . Un simile può

certo esser portato all'attenzione del giudice di secondo grado, ma questo accadrà solo di

rado, perché sono pochi i casi in cui l'accusatore è ammesso ad appellare le sentenze di un

giudizio abbreviato.

Qualsiasi tipo di integrazione probatoria rende probabile un mutameto dell'imputazione

contestata nella richiesta di rinvio a giudizio. Per questo, con gli stessi articoli che regolano

l'assunzione di prove nel giudizio abbreviato, la legge fa salvo l'art. 423.

Il legislatore del 1999 ha ravvisato nell'art. 423 la disposizione adeguata a regolare i possibili

res iudicanda

mutamenti della . In altre parole, che l'art. 423 non assicuri (espressamente)

all'imputato un termine a difesa, né un diritto alla prova calibrato sul nuovo addebito, è

tollerabile proprio per il carattere processuale dell'udienza preliminare. Ma dove, come nel

giudizio abbreviato, è in gioco il merito della causa, dove il giudice è chiamato a sciogliere

l'alternativa fra assoluzione e condanna, quella limitazione di diritti difensivi appare

irragionevole e ingiustificata. Detto altrimenti, sotto lo specifico profilo qui considerato, il

rito abbreviato appare affine al dibattimento più che all'udienza preliminare. Di qui

l'inadeguatezza del semplice richiamo all'art. 423 e la necessità di arricchire il corredo di

garanzie dell'imputato che subisce la nuova contestazione.

L'art. 441-bis (novellato dalla L. n. 144/2000) rimedia all'infortunio, con riguardo alla

contestazione di fatti diversi, circostanze aggravanti o reati concorrenti ex art. 12 lett. b.

Tale disposizione, in realtà, non si limita a tutelare le ragioni dell'imputato, garantendogli, in

ordine al nuovo addebito, il diritto alla prova e un termine a difesa. In base ad essa,

l'imputato può altresì togliere effetto alla propria precedente richiesta di giudizio

abbreviato, provocando così la prosecuzione del processo nelle forme ordinarie.

Il giudice deve assegnare all'imputato dietro sua specifica richiesta un termine non superiore

a 10 giorni (art. 441-bis comma 3°). Niente esclude, ovviamente, che questi accetti, seduta

stante, la nuova contestazione, rinunciando a quel termine. Del resto, anche nell'analoga

situazione che si verifica in dibattimento, la concessione del termine dipende da una richiesta

dell'interessato (art. 519 comma 2°).

A seguito di tale richiesta, ogni attività processuale resta sospesa.

Si apre, a questo punto, la possibilità di un duplice svolgimento, dipendente dalla scelta

dell'imputato:

-se il termine assegnato dal giudice scade senza che sia presentata richiesta di procedere per

le vie ordinarie, il giudizio abbreviato continua sulla base della nuova imputazione.

L'imputato può chiedere l'assunzione di altri mezzi di prova, oltre i limiti previsti dall'art.

438 comma 5° (come precisa l'art. 441-bis comma 5°). E altrettanto può fare il pubblico

minister.

Dal canto suo, il giudice è tenuto a valutare l'ammissibilità delle nuove prove richieste in base

a criteri analoghi a quelli menzionati nell'art. 190 (non superfluità e utilizzabilità), e dopo

averne stabilito la pertinenza rispetto al fatto descritto nella nuova contestazione. Non

viene, invece, in considerazione il particolare (e discutibile) criterio di economicità.

-quando l'imputato faccia espressa richiesta di trasformazione del rito (da abbreviato in

ordinario), questa richiesta é atto personalissimo dell'imputato.

La richiesta di trasformazione del giudizio abbreviato in ordinario provoca un provvedimento

giudiziale di revoca dell'ordinanza ammissiva del rito speciale.

La sequenza procedurale refluisce all’indietro verso l'udienza preliminare e di lì riparte,

iter

proseguendo il suo normale . A tale scopo, il giudice deve «fissare» l'udienza preliminare

oppure disporne la «prosecuzione». Egli fissa l'udienza, ogniqualvolta la trasformazione del

rito sia stata preceduta da una richiesta di sospensione del giudizio abbreviato (art. 441-bis

comma 3°), e ne ordina invece la prosecuzione, quando l'imputato abbia chiesto il giudizio

ordinario immediatamente dopo la nuova contestazione. In quest'ultimo caso, l'esordio del

giudizio abbreviato, infatti è idoneo a surrogare la fase introduttiva dell'udienza preliminare,

mentre nel primo caso, essa dovrebbe ricominciare da capo per i necessari adempimenti.

Altrimenti vanno le cose quando la trasformazione del rito avvenga nei procedimenti sforniti

di udienza preliminare. A tutti questi è dedicato l'art. 2-nonies legge n. 144/2000, il quale,

infatti, interviene, con opportune correzioni, sulle molteplici fattispecie normative che

regolano il passaggio da un procedimento speciale (privo, per l'appunto di udienza preliminare)

in giudizio abbreviato, stabilendo come debba avvenire il passaggio inverso, nei casi di nuova

contestazione ex art. 423 comma 1°.

Se il rito abbreviato era scaturito da un giudizio direttissimo, il processo deve tornare alla

fase pre-dibattimentale e il giudice è tenuto a fissare l'udienza di giudizio direttissimo (art.

452 comma 2°, novellato dall'art. 2-nonies comma 1° 1. cit.).

Analogamente, vale a dire, fissando l'udienza per il giudizio, occorre provvedere quando il

rito abbreviato era stato chiesto per uno dei reati a citazione diretta, elencati nell'art. 550

(art. 556 comma novellato dall'art. 2-nonies comma 4° 1. cit.).

Il giudice deve fissare l'udienza di giudizio immediato, aver revocato il rito abbreviato

chiesto a norma dell'art. 458, come stabilisce il comma 2° dello stesso art. 458, nella versione

emendata dall'art. 2-nonies comma 2° 1. cit.

Infine, quando è revocata l'ordinanza ammissiva del rito abbreviato che era stato chiesto nel

corso di un procedimento monitorio, il processo prosegue con la fissazione dell'udienza

normalmente provocata dall'opposizione proposta dall'imputato contro il decreto di condanna

(art. 464 comma 1°, modificato dall'art. 2-nonies comma 3° 1. cit.).

Diversamente stanno le cose quando si tratta di contestare un fatto nuovo, a norma dell'art.

423 comma 2°. Qui, come si sa (retro, cap. V, § 41), la nuova contestazione è subordinata a un

provvedimento autorizzativo del giudice e a un esplicito consenso dell'imputato questi 2 atti

debbono adeguarsi al particolare contesto del giudizio abbreviato: da un lato, il consenso

dell'imputato va formulato come richiesta (semplice o complessa) di definizione ancipata del

processo, anche in ordine al fatto nuovo; dall'altro, l'autorizzazione del giudice ha per

oggetto non solo la valutazione circa l'opportunità di cumulare la trattazione del fatto nuovo

con quello già contestato, ma anche l'ammissibilità della richiesta di giudizio abbreviato,

secondo i criteri illustrati nel paragrafo precedente.

L'ultimo atto dell'udienza che chiude il giudizio abbreviato è costituito dalle conclusioni,

formulate dalle parti.

Al fine di stabilire l'ordine di intervento nella discussione finale, conviene riferirsi alla

disciplina dibattimentale (art. 523 comma 1°), stando alla quale l'esordio è riservato al

pubblico ministero, il seguito al difensore della parte civile, mentre l'ultima parola spetta al

difensore dell'imputato stesso, se ne fa richiesta (art. 523 comma 5°).

14. Segue: la sentenza.

Terminata la discussione, il giudice si ritira per decidere il merito della causa.

La legge non dice se deve trattarsi dello stesso giudice che, in precedenza, ha accolto la

richiesta di giudizio abbreviato. Ma, al riguardo, la giurisprudenza - sia pur sotto la normativa

antecedente la riforma del 1999 - si è andata nettamente orientando in senso affermativo. Il

principio di immediatezza vale anche nel giudizio abbreviato.

All'epoca si riteneva incongruo, che la decisione di merito potesse essere adottata da un

giudice diverso da quello che aveva vagliato l'ammissibilità del rito speciale. Se così fosse

stato, il giudice, incaricato di emettere la sentenza di merito sarebbe stato costretto, per

così dire, ad adeguarsi, suo malgrado, all'apprezzamento del collega su un punto cruciale,

quale quello concernente la definibilità del processo allo stato degli atti.

In particolare, valgono le regole di giudizio dettate dagli artt. 529 ss. (espressamente

richiamati dall'art. 442 comma 1°). Pertanto, se al termine della discussione il giudice non

fosse certo della colpevolezza dell'imputato, vale a dire, se constatasse una insufficienza (o

addirittura una totale mancanza) di prove a carico, dovrebbe emettere sentenza di

proscioglimento a norma dell'art. 530 comma 2°. Dovrebbe altresì prosciogliere, con sentenza

di non doversi rocedere nei casi di dubbio sull'esistenza di una condizione di procedibilità

(art. 529 comma 2°) o di una causa di estinzione del reato (art. 531 comma 2°).

La condanna presuppone dunque - come in dibattimento - che la responsabilità penale

dell'imputato sia positivamente dimostrata.

L'art. 442 comma 1-bis elenca le fonti del convincimento giudiziale, individuandole, per

l'appunto, negli atti di indagine preliminare (quelli cioè contenuti nel «fascicolo di cui all'art.

416 comma 2°»), negli eventuali esiti dell'indagine suppletiva (vale ,a dire, «la documentazione

di cui all'art. 419 comma 3°) e nei verbali dell'attività di integrazione probatoria promossa dal

giudice o richiesta dall'imputato (vale a dire, «le prove assunte nell'udienza»).

Quando condanna, il giudice del giudizio abbreviato deve diminuire di 1/3 la pena in concreto

considerate. La legge fissa qui diversamente l'entità dello sconto, convertendo l'ergastolo con

isolamento diurno in ergastolo semplice (art 442 comma 2°, seconda parte) ovvero la pena

perpetua in pena temporanea di quantità determinata (30 anni di reclusione: art. 442 comma

2°, seconda parte).

La natura processuale di queste diminuenti impedisce che delle stesse si tenga conto per

calcolare il tempo di prescrizione del reato.

Non è escluso che la sentenza in questione contenga dei capi civili riguardanti il risarcimento

del danno da reato.

La sentenza penale, una volta divenuta definitiva, è destinata a spiegare effetti vincolanti nel

separato giudizio civile di risarcimento del danno, sempre a condizione che la parte civile

abbia accettato il giudizio abbreviato (artt. 651 comma 2° e 652 comma 2°).

Quando il giudicato è di condanna (vale a dire, quando è favorevole al danneggiato) la legge ne

sancisce comunque l'effetto vincolante per il giudice civile, salvo che non vi si opponga la parte

civile che, a suo tempo non aveva accettato il giudizio abbreviato (art. 652 comma 2°; per

ulteriori dettagli infra, cap X. §4).

Diversamente dalla sentenza di patteggiamento, quella emessa al termine del giudizio

abbreviato è appellabile, pur nei limiti fissati dall'art. 443.

Le sentenze di proscioglimento sono appellabili dal p.m. , ma non dall’imputato.

Anche le sentenze di condanna alla pena dell'ammenda (art. 593 comma 3°) sono sottratte al

giusdizione di secondo grado.

È stato invece rimosso il duplice limite all'appellabilità delle sentenze, originariamente

stabilito dal codice nei confronti dell'imputato che subiva una condanna a sanzione sostitutiva

o a pena che non doveva essere eseguita.

Restano invece in vigore i limiti imposti al pubblico ministero il quale non può proporre appello

contro le sentenze di condanna, salvo che queste riguardino un titolo di reato diverso da

quello a suo tempo specificato nell'imputazione. In giurisprudenza si ritiene che questo limite

previsto dall'art. 443 comma 3° escluda non solo l'appello in via principale contro le suddette

sentenze, ma anche quello incidentale, previsto dalla generale disposizione dell'art. 595.: il

pubblico ministero non può profittare dell'appello incidentale, per aggirare l'impedimento ad

appellare che gli deriva dall'art. 443 comma 3. Può ricorrere per Cassazione e neutralizzare il

reformatio in peius

divieto di posto a garanzia dell’imputato unico appellante (art. 597 comma

3°; nonché infra, cap. IX, § 21).

Dubbia appare invece l’appellabilità della sentenza conclusiva del giudizio abbreviato ad opera

della parte civile: privata del diritto di appellare la sentenza, la parte civile subisce

un'irragionevole compressione del suo diritto di difendersi nel processo penale giacché nel

processo civile questo diritto certamente le spetterebbe. Insomma, questo diritto va

affermato, anche per evitare collisioni con i principi costituzionali e in primo luogo, con la

ragionevole attuazione del diritto di difesa che deve assistere il danneggiato da reato, il quale

abbia scelto di costituirsi parte civile, accettando il giudizio abbreviato come sede per

l'accertamento del danno risarcibile. Sarebbe opportuno un intervento che attribbuisse alla

parte civile la facoltà di appellare le sentenze di proscioglimento e di condanna emesse a

norma dell'art. 442.

Quando è appellata una sentenza emessa a seguito di rito abbreviato, il relativo giudizio di

impugnazione è destinato a svolgersi sempre in camera di consiglio, vale a dire senza

coram populo

intervento del pubblico, anche se quello di primo grado si fosse svolto . Lo impone

l'art. 443 comma che assoggetta questo tipo di appello alle «forme previste dall'art. 599».

Nel corso dell'udienza di appello possono essere assunte nuove prove, entro i limiti ammessi

dall'art. 603.

L'imputato che ha condizionato l'ammissione del rito speciale a una determinata integrazione

probatoria mantiene, anche in grado di appello, il diritto alla riassunzione del mezzo di prova

già acquisito in primo grado, purché ciò appaia necessario ai fini della decisione (art. 603

comma 1°).

A sua volta, il pubblico ministero limitatamente ai casi in cui figuri come appellante, ha diritto

a chiedere la riassunzione, o l'assunzione per la prima volta delle prove contrarie (art. 438

comma 5° terza parte) a quelle che l'imputato aveva dedotto nella richiesta di giudizio

abbreviato.

Va risolto diversamente il caso dell'imputato il quale abbia proposto la richiesta semplice di

giudizio abbreviato, senza condizionarne l'efficacia a un'integrazione probatoria. Con questo

atto egli ha volontariamente rinunciato al diritto alla prova e non può pretendere che tale

diritto risorga nel giudizio di appello. Correlativamente, nemmeno il pubblico ministero,

qualora si presentasse nella veste di appellante, sarebbe qui titolare di un diritto alla prova.

L'integrazione probatoria è dunque affidata in via esclusiva al giudice, il quale può assumere

tutti i mezzi di prova che ritiene assolutamente «necessari» ai fini della decisione.

15. Giudizio immediato richiesto dall'imputato.

Fra i procedimenti speciali, espressione di "giustizia consensuale", il giudizio immediato

richiesto dall'imputato occupa un posto a parte. Ne è conferma la circostanza che la

disciplina di questo rito è contenuta non nel libro VI, dedicato ai procedimenti speciali, ma nel

libro V, dedicato alla fase preliminare del processo e, precisamente, in una disposizione

riguardante la fase preparatoria dell'udienza preliminare, qual è l'art. 419 comma 5°(retro,

cap. V, § 38).

La semplificazione procedurale riguarda il segmento intermedio del procedimento penale di

primo grado (l'udienza preliminare, appunto), non quello finale (vale a dire il dibattimento).

Infine la rinuncia esplicitata dall'imputato nella richiesta di giudizio immediato sortisce un

effetto meramente processuale, giacché la legge non vi collega alcuna diminuzione di pena.

Il tratto tipico del rito qui considerato risiede nella facoltà che la legge attribuisce alla

chance

parte (e, segnatamente, all'imputato) di rinunciare alla difensiva rappresentata

dall'udienza preliminare.

Presupposto del rito è la dichiarazione con la quale l'imputato rinuncia all'udienza preliminare

(art. 419 comma 5° prima parte). Essendo in gioco il diritto (individuale) di difendersi, la

rinuncia costituisce, ancora una volta, atto personalissimo dell'imputato, il quale può far agire

ad hoc

in propria vece un procuratore .

Unico requisito di ammissibilità dell'atto è il rispetto del termine per la sua presentazione:

almeno 3 giorni prima della data in cui dovrebbe tenersi l'udienza preliminare.

Inoltre, nella disciplina in vigore fino al gennaio 2000 solo nel dibattimento l'imputato era

assistito da un vero e proprio diritto alla prova (arti. 190 comma 1°, 468 e 495), mentre

nell'udienza preliminare la legge non gli riconosceva il diritto di far assumere prove utili ai fini

del proscioglimento.

Questo ulteriore possibile incentivo alla scelta del giudizio immediato è venuto meno con la

nuova formulazione dell'art. 422, che, pur non aprendo spazi al diritto alla prova, estende in

misura considerevole i poteri del giudice, giustificandone l'esercizio proprio nella prospettiva

del «non luogo a procedere».

Il giudice emette decreto di giudizio immediato (art. 419 comma 6°). Si ritiene in

giurisprudenza, che egli possa astenersi dall'emettere quel decreto e imporre la prosecuzione

del processo con le forme ordinarie, quando sia in gioco una riunione di procedimenti che la

richiesta dell'imputato finirebbe col mettere in discussione: le esigenze efficientistiche, di

sistema, prevalgono sulla volontà dell'imputato.

Infine, optando per il giudizio immediato, l'imputato si preclude la possibilità di chiedere il

giudizio abbreviato (art. 458 comma 3), ma anche l'applicazione di pena a norma dell'art.

444.

Il rinvio fatto dal novellato art. 446 comma 1° seconda parte al termine stabilito dall'art. 458

comma 1° concerne, infatti, il solo giudizio immediato promosso dal pubblico ministero, non

quello richiesto dall'imputato.

16. Procedimenti speciali espressione di giustizia "conflittuale".

Elemento comune dei procedimenti speciali che si fondano su un atto imperativo del

magistrato penale è, appunto, l'imposizione alle parti private e, in particolare, all'imputato, di

una semplificazione procedurale che coincide con l'amputazione di uno o più segmenti della

fase preliminare del procedimento di primo grado. Molteplici sono le ragioni che possono

giustificare tale semplificazione. Rilevano, a questo riguardo, fattori eterogenei quali

l'evidente fondatezza dell'accusa, l'esigenza di pervenire a una decisione dibattimentale con

esemplare celerità in ordine a reati percepiti come allarmanti, la scarsa gravità dei reati da

perseguire e l'opportunità di procedere a nuove contestazioni nell'udienza preliminare o nel

dibattimento.

In tutti questi casi la legge processuale introduce deroghe al canone di eguaglianza. Non solo.

Anche un certo modo di intendere la presunzione di non colpevolezza trova qui un suo

significativo temperamento.

E se tutti i cittadini - sotto questo profilo - sono da presumere ugualmente innocenti, sarebbe

logico che il procedimento penale constasse, per tutti gli imputati, delle stesse fasi, della

stessa progressione di accertamenti.

Discriminazione ragionevole, quando risulti basata su stati di fatto, standardizzabili con

sufficiente precisione dalla legge, più discutibile quando si fondi sù esigenze di celerità o sul

rilievo della scarsa gravità del reato per apprestare minir rispetto delle garanzie procedurali.

17.Giudizio immediato richiesto dal pubblico ministero.

Presupposto fondante questo procedimento speciale è l'evidenza della prova, come statuisce

l'art. 453 comma 1°.

A fronte di una simile evidenza di colpevolezza, sarebbe ozioso verificare la fondatezza

dell'accusa pertanto, la legge ritiene ragionevole, in tal caso, sopprimere l'udienza

preliminare, che è la fase espressamente preordinata a quella verifica.

Non basta però che la prova appaia evidente al pubblico ministero, perché si possa

direttamente passare dall'indagine preliminare al giudizio. Essa deve apparire tale anche al

giudice, al quale il pubblico ministero deve rivolgersi per ottenere la citazione a giudizio

immediato. Non solo. La legge pone condizioni ostative all'accoglimento della richiesta del

pubblico ministero, allo scopo di scongiurare il duplice rischio che la scelta del rito speciale

diventi un'ingiusta sperequazione ai

danni dell'imputato; oppure che si risolva in una scelta nociva e perciò sconsigliabile sul piano

dell'economia e dell'efficienza processuale.

Sotto il primo profilo, è chiaro che la soppressione dell'udienza preliminare — quando è voluta

dal pubblico ministero - priva forzatamente la difesa di un'occasione per contrastare il

cammino dell'accusa verso il dibattimento. Ecco perché il giudizio immediato non può essere

disposto, se non dopo che la persona sottoposta alle indagini sia stata messa incondizione di

interloquire, col magistrato penale, «sui fatti dai quali emerge l'evidenza della prova» (art.

453 comma 1°). Non è necessario che la persona sia effettivamente interrogata su quei fatti:

se così fosse, la persona indagata potrebbe "boicottare" il giudizio immediato, semplicemente

astenendosi dal comparire davanti al magistrato. È perciò sufficiente un invito a comparire

per l'interrogatorio, con un atto nel quale siano descritti i fatti che rendono evidenti i

termini dell'accusa: solo l'irreperibilità dell'imputato o un suo legittimo impedimento

sarebbero, a quel punto, di ostacolo all'instaurazione del giudizio immediato (art. 453 comma

1°).

Sotto il profilo dell'economia processuale e dell'efficienza la scelta del giudizio immediato

potrebbe risultare controproducente in caso di connessione, quando si procede

cumulativamente anche per reati la cui prova "non appare evidente". Favorevole alla iter

separazione dei processi, il codice impone in questi casi che il rito speciale segua il suo

scindendosi dalle vicende connesse. Tuttavia, se il giudice ritenesse «indispensabile»

mantenere il cumulo processuale, dovrebbe rigettare la richiesta di guidizio immediate.

Infine, la legge condiziona l'ammissibilità della richiesta proveniente dal pubblico ministero

all'osservanza di un limite temporale, fissato in 90 giorni dalla registrazione della notizia di

reato (art. 454 comma 1°).

L'instaurazione di questa specie di giudizio immediato coincide sempre con l'esercizio

dell'azione penale (art. 405), Il pubblico ministero formula l'imputazione con un atto

(richiesta) che chiama in causa il giudice dell'indagine preliminare. A quest'ultimo va

contestualmente trasmesso il fascicolo dell'indagine con la corrispondente notizia di reato

(art. 454 comma 2°).

L'iniziativa del pubblico ministero fa scattare l'obbligo del giudice di pronunciarsi

sull'ammissibilità del rito speciale: questione che va risolta entro il termine (meramente

ordinatorio) di 5 giorni da quella richiesta.

Se la prova non appare evidente o se manca una delle altre condizioni il giudice rigetta la

richiesta con decreto non motivato (art. 455).

Egualmente privo di motivazone è il decreto con il quale il giudice – sussistendo i presupposti e

le condizioni testé ricordati — accoglie la richiesta di giudizio immediato.

L'assenza di motivazione rende insindacabili, nel merito, entrambi questi provvedimenti

processuali.

Non è invece esclusa una critica, sotto il profilo della legittimità, del decreto che accoglie la

richiesta del pubblico ministero, quando questo sia stato emesso senza il previo

interrogatorio (o l'equipollente invito a comparire) della persona indagata. In questo errore

procedurale la giurisprudenza è giustamente incline a ravvisare una lesione del diritto di

difesa, riconducibile all'art. 178 lett. c: nullità a regime intermedio, idonea a contaminare la

validità del decreto di giudizio immediato (art. 185 comma 1°), del quale il giudice del

dibattimento dovrebbe dunque constatare e dichiarare l'invalidità, restituendo poi gli atti al

pubblico ministero (art. 185 comma 3°) per l'ulteriore, regolare corso della procedura.

Il decreto che accoglie la richiesta del pubblico ministero introduce al contempo il giudizio

immediato. L'assenza di motivazione nel decreto di giudizio immediate è requisite negativo,

volto non solo a rendere insindacabile l'atto ma altresì a preservare l'imparzialità del giudice

dibattimentale, proprio come accade per il decreto emesso a norma del citato art. 429

(retro, cap. V, § 45).

Si entra così nella fase degli atti preliminari al dibattimento (artt. 465 ss.).

Disposto il giudizio immediato, l'imputato può, innanzitutto, chiedere il giudizio abbreviato o il

patteggiamento. In relazione ad entrambi questi riti alternativi si esige che la richiesta sia

presentata, a pena di decadenza, nei 15 giorni che seguono la notificazione del decreto di

giudizio immediato (art. 458 comma 1° e, rispettivamente art. 446 comma 1° seconda parte):

-per il giudizio inmediato il termine decorre dall’ultima notificazione all’imputato o al

difensore del decreto che dispone il giudizio o dell’avviso della data fissata per il

dibattimento; la richiesta è sufficiente a mettere il giudice dell’indagine preliminare , in

condizione di doverne vagliare la fondatezza.

-per il patteggiamento le cose stanno diversamente, perché la richiesta di una parte non é

nemmeno presa in considerazione dal giudice, se manca il consenso dell'altra parte. Il

problema e che le norme da ultimo indicate non prevedono il termine entro il quale tale

consenso dev'essere prestato.

Caduta, con la riforma del 1999, la parte della norma che riguardava il consenso del pubblico

ministero alla richiesta di giudizio abbreviato è stato soppresso anche il riferimento al

termine che l'art. 458 istituiva per la prestazione di tale consenso. Oggi, la norma in

questione vale anche per il patteggiamento, ma — privata di quell'inciso divenuto superfluo

solo per il giudizio abbreviato — non fornisce alcuna indicazione circa il termine entro il quale

dovrebbe essere prestato il consenso per il patteggiamento.

Di fronte al silenzio della legge, sarà il giudice ad assegnare un termine alla parte, come

accade, del resto, nell'analoga situazione in cui il patteggiamento è chiesto con l'opposizione

al decreto penale di condanna (art. 464 comma 1° terza parte: cfr. infra, § 27).

Se accoglie la richiesta di giudizio abbreviato, o quella di patteggiamento, il giudice

dell'indagine preliminare fissa l'udienza.

Il rigetto di quelle richieste avrebbe invece come conseguenza la prosecuzione del processo

iter

lungo l'ordinario .

Tanto la richiesta di patteggiamento (art. 448 comma 1°, seconda parte) quanto la richiesta

complessa di giudizio abbreviato possono essere tuttavia rinnovate davanti al giudice del

limine litis

dibattimento, in .

18.Segue:giudizio inmediato “custodiale”(art.453 comma 1 bis)

Un nuovo caso di giudizio inmediato è stato introdotto dalla L.125/2008.

Esso va instaurato quando la persona sottoposta alle indagini “si trova in stato di custodia

cautelare” e a condizione che la scelta del rito speciale non “pregiudichi gravemente le

indagini”(art.453 comma1-bis).

La richiesta va presentata dopo che la valutazione dei “gravi indizi di colpevolezza” ha

acquisito una certa solidità: cioè quando il tribunale del riesame ha confermato la misura o

dopo che è inutilmente decorso il termine per impugnare il provvedimento che la dispone.

Se poi i gravi indizi di colpevolezza vengono meno prima che il giudice per le indagini

preliminari decida sulla richiesta di giudizio inmediato, il provvedimento cautelare va

revocato o annullato e la richiesta di rito speciale rigettata.

Il rigetto si impone ogniqualvolta il giudice ritenga l’instaurazione del giudizio inmediato

pregiudizievole per l’indagine.

Il termine per la richiesta è di 180 giorni che decorrono dalla data di esecuzione della

misura custodiale, non dalla registrazione della notizia di reato.Ciò significa che può essere

chiesto anche al termine di un’indagine protrattasi a lungo.

L’intento è di incoraggiare il ricorso al giudizio inmediato, ma la soluzione solleva dubbi sia

sotto il profilo della sua opportunità, sia sotto quello della sua legittimità costituzionale:

status chances

-il presupposto dello di persona in custodia, priva di fatto il soggetto della

difensiva esercitabile a seguito dell’avviso di chiusura delle indagini e nell’udienza preliminare;

-comporta un sacrificio del diritto di difesa , in violazione dell’art.24 comma 2° Cost.

Infatti, la scelta del giudizio inmediato non può essere revocata, quando l’insussistenza dei

gravi indizi affiora dopo l’accoglimento della richiesta e se il giudizio inmediato si giustifica in

presenza di una misura custodiale erroneamente disposta, la sua instaurazione risulta irrituale

e lesiva di un diritto fondamentale.

19.Segue: giudizio immediato "obbligatorio". ex lege

Merita di essere considerato a parte il caso di giudizio immediato imposto quando vi

sia stata opposizione al decreto penale di condanna. Presupposto del rito speciale non è qui

l'evidenza della prova.

Nel contesto del procedimento per decreto, l'udienza preliminare è ritenuta superflua non

solo perché l'accusa appare saldamente ancorata a fatti incontestabili (al punto che il giudice

per le indagini preliminari li aveva ritenuti sufficienti addirittura a giustificare un

provvedimento di condanna), ma anche perché essa (accusa) ha per oggetto reati di scarsa

gravità, i quali non sempre sono agevoli da provare.

Un criterio essenzialmente politico, basato sulla tenuità del trattamento sanzionatorio, sta

dunque al fondo di questa speciale ipotesi di giudizio immediato. Evidentemente il legistatore

chances

ha ritenuto che le offerte dall'udienza preliminare possano essere sacrificate,

quando la posta in gioco è una semplice pena pecuniaria.

Bisogna tuttavia considerare che la maggior parte di questi reati rientra in quel settore di

cognizione del giudice monocratico soggetto alle regole della «citazione diretta» (art. 550),

iter

affidato a un procedurale di per sé privo dell'udienza preliminare. Ne segue che il

giudizio immediato obbligatorio (art. 464 comma 1°) impone, di fatto, il sacrificio di questa

fase di garanzia ai procedimenti riguardanti una ristretta cerchia di reati (fra questi, ad

esempio taluni dei reati previsti dagli artt. 2621 e seguenti c c., possibile oggetto di decreto

penale in quanto punibili, in concreto, con sanzioni sostitutive di pene detentive: appartenendo

alla cognizione del tribunale collegiale, il processo relativo a questi reati annovera, infatti,

anche l'udienza preliminare, nel suo svolgimento ordinario).

Le caratteristiche procedurali del giudizio immediato obbligatorio sono pressoché identiche a

quelle descritte nel paragrafo precedente con riferimento al giudizio immediato, per così

dire, ordinario, regolato dagli arti. 453-458. L'unica differenza di rilievo sta nell'atto

introduttivo del rito: non una richiesta del pubblico ministero, bensì un decreto di citazione,

che il giudice dell'indagine preliminare emette d'ufficio quando abbia constatato che ogni via

a una soluzione anticipata del processo è ormai preclusa.

20.Giudizio direttissimo.

La specialità di questo rito risiede nella soppressione pressoché totale dell'intera fase

preliminare e in una significativa semplificazione della fase predibattimentale.

Ad esso si ricorre, esclusivamente per atto imperativo del magistrato, quando il fondamento

dell'accusa è a tal punto evidente da rendere superflua, non solo la verifica dell'udienza

preliminare, ma addirittura la ricerca di mezzi di prova solitamente attuata nell'indagine

preliminare. Si può dire che, se il giudizio immediato esige una generica evidenza dei fatti

descritti nell'accusa, il giudizio direttissimo presuppone una evidenza "qualificata" degli

stessi fatti.

Rilevano, a questo riguardo, due classiche situazioni processuali e, precisamente, l'arresto in

flagranza e la confessione resa a brevissima distanza dall'inizio dell'indagine.

Si danno tuttavia due modalità di svolgimento del giudizio direttissimo, leggermente diverse,

secondo che l'imputato sia privo della libertà personale o sia invece libero:

-l'imputato arrestato o in custodia cautelare, una volta chiusa l'udienza di convalida per

l'arresto,è presentato direttamente dal pubblico ministero al giudice dibattimentale (art. 450

comma 1°). Qui l'imputazione è contestata oralmente in udienza questo prima che il

dibattimento sia aperto. Con la contestazione del fatto, il pubblico ministero provvede a

formare il fascicolo del dibattimento a norma dell'art. 431 e a consegnarlo al giudice (art. 138

disp. att.).

Il predibattimento non esiste.

I testimoni possono essere presentati direttamente nell'udienza, senza bisogno di previa

citazione (art. 451 comma 4°). L'imputato può chiedere un termine (non superiore a 10 giorni)

per meglio organizzare la propria strategia difensiva.

Durante questo lasso di tempo, il dibattimento resta sospeso e il difensore può prendere

visione sia di eventuali atti di indagine esistenti presso la segreteria del pubblico ministero

(art. 450 comma 6°), sia degli atti inseriti nel fascicolo del dibattimento.

-l'imputato libero o vale a dire, quello rimesso in libertà dopo l'udienza di convalida o quello

che, pur avendo confessato la propria responsabilità penale entro i 15 giorni dalla

registrazione della notizia di reato, non si trova in stato di custodia cautelare, è invece citato

a comparire all'udienza di giudizio direttissimo, convocata dal pubblico ministero nel rispetto

di un termine dilatorio di 3 giorni (art. 450 comma 2°). In questi casi, l'imputazione è

contestata per iscritto, nel decreto di citazione a giudizio. C'è, in questi casi, il tempo per una

pur breve indagine

preliminare, che il pubblico ministero può condurre con la consueta ampiezza di mezzi (artt.

358 ss.), fino al decreto di giudizio direttissimo. In attesa del dibattimento, c'è spazio anche

per qualche essenziale adempimento predibattimentale:

- il fascicolo del dibattimento è formato, ancora una volta, dal pubblico ministero,

subito dopo l'emissione del suddetto decreto (art. 450 comma 4°);

- il difensore ha diritto di essere avvertito della data fissata per il giudizio (art. 450

comma 5°); egli ha inoltre facoltà di vedere, nonché acquisire in copia, gli atti di

indagine esistenti presso la segreteria del pubblico ministero (art. 450 comma 6°).

Costituisce un diritto dell'imputato, sanzionato apena di nullità (art. 178 lett. c), quello di

essere avvertito della facoltà di chiedere il giudizio abbreviato o il patteggiamento (art. 451

comma 5°), prima che sia dichiarato aperto il dibattimento (art. 446 comma 1° prima parte).

Anche la richiesta di giudizio direttissimo, peraltro, subisce un vaglio di ammissibilità. La

scelta di questo rito speciale si regge su presupposti che postulano un'accusa seriamente

fondata.

Nei casi di arresto in flagranza, il giudizio direttissimo è subordinato all'ulteriore condizione

che l'imputato permanga in stato di privazione della libertà personale, talché la praticabilità

del rito speciale resta preclusa senza un esplicito atto di consenso dell'imputato a piede

libero (art. 449 comma 2°: il punto sarà ripreso infra, § 28).

La posta in gioco è tale da esigere un controllo giurisdizionale sull'instaurazione del rito

speciale.

L'atto col quale il pubblico ministero introduce il giudizio direttissimo costituisce un «modo, di

esercitare l'azione penale», sul quale il giudice è, chiamato a escrcitare il suo sindacato, se, a

fronte di un'iniziativa del pubblico ministero volta a promuovere il giudizio direttissimo, il

giudice ritiene che non sussista alcuna delle situazioni assunte dalla legge a presupposto del

procedimento speciale, quest'ultimo non può aver luogo.

Non c'è traccia nel codice di un provvedimento di inammissibilità, anche perché manca qui una

formale richiesta del pubblico ministero cui riferire la valutazione di ammissibilità o di

inammissibilità. Semplicemente la legge impone la restituzione degli atti al pubblico

ministero.

Ed è chiaro che nel provvedimento (motivato ma insindacabile) col quale il giudice ordina la

restituzione degli atti al pubblico ministero è implicitamente contenuta una statuizione

d'inammissbilità del giudizio direttissimo.

Un ulteriore limite al promovimento del rito speciale può discendere dall'opportunità di

mantenere riuniti diversi procedimenti penali, quando fra questi ve ne sia alcuno che il

pubblico ministero intende definire "per direttissima". Tale scelta comporta, di regola, fa

separazione del procedimento speciale rispetto alle altre vicende connesse. Se, però, ragioni

di convenienza legate al complessivo buon esito delle indagini sconsigliano la separazione il

giudice ordina che si proceda cumulativamente e nei modi ordinari in relazione a tutte le

regiudicande (art. 449 comma 6°).

21.Segue: giudizio direttissimo davanti al giudice monocratico.

Il giudizio direttissimo può essere promosso davanti al giudice monocratico per li stessi casi,

per i quali risulta ammissibile davanti a quello collegiale.

Restano alcune differenze: la presentazione in udienza della, persona arrestata è fatta, di

regola, dall'organo di polizia giudiziaria (art. 558 commi 1° e 2°), il quale è altresì autorizzato

dal giudice a svolgere una breve relazione orale, finalizzata principalmente a porre le

premesse conoscitive per il giudizio di convalida. Solo eccezionalmente vi provvede il pubblico

ministero: ciò succede quando egli ordina alla polizia giudiziaria che l’arrestato sia posto a sua

disposizione.

A norma dell'art. 558 comma 7° l'imputato facoltà di chiedere un termine a difesa più breve

(fino a 5 giorni) di quello assicurato davanti al giudice collegiale (10 giorni), ma non ha diritto

ad essere avvertito dal giudice della possibilità di avvalersi di tale facoltà, come invece

prevede l'art. 451 comma 6°.

Grazie al generale rinvio operato dall'art. 549, trovano perciò applicazione le corrispondenti

norme previste negli artt. 450 e 451 e valgono dunque le osservazioni già svolte a questo

riguardo, nel paragrafo precedente circa gli adempimenti preparatori del dibattimento e i

modi in cui va esercitata l’azione penale.

22.Segue: giudizi direttissimi c.d.atipici.

In crti, eccezionali casi, il giudizio direttissimo può essere promosso senza che ricorrano i

presupposti indicati negli artt. 449 e 558 e, dunque, sulla base di altra causa giustificativa.

Il fondamento di questi particolari casi di giudizio direttissimo risiede non già in una supposta

facilità della prova, bensì nell'esigenza, essenzialmente politica, di giudicare con celerità reati

per lo più percepiti come gravi e allarmanti.

Previsti da leggi speciali, i giudizi direttissimi atipici derivano dalla legislazione dell’emergenza

degli anni fra il 1974 e il 1979. La riforma del 1989 ha soppresso la maggior parte di tali

giudizi, ma nonostante l’illeggittimità rilevata dalla Corte Costituzionale, il lrgislatore ha

riprestinato il giudizio direttissimo per reati concernenti armi ed esplosivi e ha introdotto

ulteriori esemplari di questa tipologia procedimentale: segnatamente per i reati di

discriminazione etnica, razziale e religiosa (art. 6 comma 50 L.205/1993); per taluni reati

commessi in occasione di manifestazioni sportive (art. 8-bis L.377/2001); per molti reati

collegati all'illegale ingresso e permanenza degli stranieri nel territorio dello

Stato(L.271/2004).

In relazione a tutti questi reati, il giudizio direttissimo costituisce il modo ordinario di

procedere derogabile solo in quanto siano necessarie «speciali indagini», nel qual caso si

reputa ragionevole far regredire il procedimento alla fase preliminare. Una simile deroga non

viene tuttavia prevista per taluni casi di giudizio direttissimo introdotti dalla L. n. 189 del

2002, forse perché relativi a reati, quali quelli relativi al reingresso dello straniero espulso,

considerati di facile e quindi, rapido accertamento. Sta di fatto però che, per simili reati non

c'è alternativa al giudizio direttissimo.

In tutti gli altri casi, invece, la necessità di «speciali indagini» legittima il pubblico ministero

iter

a scegliere il normale processuale, con atto che la giurisprudenza ritiene insindacabile. É

invece sindacabile, da parte del giudice dibattimentale, l'apprezzamento negativo circa la

necessità di speciali indagini, implicitamente contenuto nell'atto col quale il giudizio

direttissimo atipico viene instaurato: soltanto quando le investigazioni da compiere si rivelino

incompatibili, per complessità e durata, con la speditezza che deve pur cotrassegnare anche il

giudizio direttissimo cosiddetto atipico. Ne segue che questo rito speciale può comportare

una preliminare fase investigativa, destinata a protrarsi per un periodo ben, superiore a

quello (15 giorni) consentito, nei casi previsti dall'art. 449commi 4° e 5° in relazione

all'ordinario giudizio direttissimo.

Ciò nonostante, la sequenza procedurale resta priva della fase predibattimentale.

Le modalità di svolgimento sono quelle previste dagli artt.450 e 451.

Anche il rito direttissimo atipico può subire la trasformazione in giudizio abbreviato o in

patteggiamento: la relativa richiesta va presentata prima che sia dichiarato aperto il

dibattimento.

23.Contestazione suppletiva del reato concorrente e del reato continuato.

Pur estranea all'elenco di procedimenti contenuto nel libro VI, la contestazione suppletiva del

reato concorrente e del reato continuato presenta in realtà tutte le caratteristiche del

ex auctoritate

indizio speciale promosso .

Invero, quando avviene nell'udienza preliminare (art. 423), essa realizza un singolare caso di

esercizio dell'azione penale, senza previa indagine preliminare. Quando, invece, avviene nel

dibattimento (art. 517), essa comporta addirittura l'amputazione dell'intera fase preliminare

del processo, oltre che di quella predibattimentale.

L'istituto in questione trova la sua ragione d'essere nell'opportunità di giudicare insieme,

cumulativamente, le regiudicande connesse a norma dell'art. 12 lett. b. L'affiorare,

nell'udienza preliminare o nel dibattimento, di un fatto che appaia in rapporto di

continuazione o di concorso formale con quello già contestato pone un problema di

applicazione della legge penale.

Se per tutti questi fatti fosse riconosciuta la responsabilità dell'imputato, la relativa pena

dovrebbe essere quantificata nel rispetto della proporzione stabilita dall'art. 81 c.p. Uno

svolgimento separato delle vicende processuali riguardanti le regiudicande in questione

renderebbe comprensibilmente difficoltoso, se non addirittura impossibile, questo calcolo. È

vero che la legge processuale offre un rimedio esperibile in sede esecutiva (art. 671), contro

l’errore di commisurazione della pena. Ma si capisce come sia preferibile prevenire l'errore.

La legge impone una nuova contestazione senza esigere né il consenso dell'imputato, né

l'autorizzazione del giudice, che sono invece richiesti per la contestazione di fatti nuovi

nell'udienza preliminare(art. 423 comma 2°) o nel dibattimento(art. 518) e dei quali ci si

occuperà in seguito (infra, § 29).

L’atto col quale il p.m. contesta un reato concorrente o continuato comporta la soppressione

dell’indagine preliminare, se la nuova contestazione avviene nell’udienza preliminare; la

soppressione dell’intera fase preliminare del processo e del predibattimento, se essa avviene

nel dibattimento.

A compensare questa perdita di garanzie, la normativa processuale riconosce comunque alle

parti, nei casi previsti dall'art. 519 comma 1°, il diritto di ottenere una sospensione del

dibattimento per preparare la difesa in ordine al nuovo addebito, analogamente a quanto

accade nel giudizio direttissimo, il quale a sua volta si caratterizza per l'assenza della fase

predibattimentale(art. 451 comma). Anche il diritto alla prova è salvagurdato, col

riconoscere a tutte le parti il diritto all'assunzione di nuove prove in ragione della mutata

regiudicanda.

È fatto salvo, infine, il diritto dell'imputato di essere ammesso all'oblazione; così come il

diritto di accedere al patteggiamento.

Resta invece escluso il diritto dell'imputato di accedere al giudizio abbreviato, in ordine al

reato concorrente o continuato che siano stati contestati in dibattimento.

24.Procedure speciali di carattere misto.

Si tratta, come già anticipato nelle prime pagine di questo capitolo, di quelle situazioni

complesse, nelle quali la semplificazione procedurale scaturisce da un atto imperativo del

magistrato penale, combinato con il consenso dell'imputato o con l'accordo delle parti

principali del processo.

È sempre l'autorità giudiziaria, e segnatamente il pubblico ministero, ad assumere l'iniziativa

ufficiale volta a semplificare il rito ma tale iniziativa sortisce l'esito voluto, solo se ad essa

procedimento

segue un'accettazione del rito speciale da parte dell'imputato. Così funziona: il

per decreto giudizio direttissimo contestazione

, il esperibile previo consenso delle parti e la

suppletiva del fatto nuovo .

25.Procedimento per decreto.

Quando è in questione l'accertamento di reati di lievissima entità,legge ammette che il

provvedimento di condanna possa essere emesso al termine dell'indagine preliminare, senza

previo contraddittorio. La forma del decreto assunta qui dal provvedimento di condanna è,

per l'appunto, il riflesso formale di questa assenza del contraddittorio.

Tratto essenziale del rito è, dunque, l'eliminazione della fase dibattimentale, attuata in via

autoritativa dal giudice (su richiesta del pubblico ministero), alla stregua di un parametro

oggettivo, identificato nella applicabilità in concreto di una pena pecuniaria.

Il condannato (impuato o persona civilmente obbligata per la pena pecuniaria)ha però facoltà

di opporsi al decreto penale.

Da qui la natura mista del procedimento per decreto: instaurato d’autorità, sula base di un

criterio improntato a un parametro obiettivo (punibilità del reato con pena pecuniaria), esso

ha bisogno di una manifestazione di volontà per concludersi.

L'ambito di operatività di questo procedimento speciale è stato esteso ai reati per i quali la

pena pecuniaria fosse applicata in sostituzione di una breve pena detentiva (art. 53 L.689/81).

È stato altresì introdotto un "incentivo premiale" - vale a dire, una riduzione della pena sino

alla metà rispetto al minimo edittale.

I reati assoggettabili a decreto penale,ora ricomprendono pure quelli perseguibili a querela

della persona offesa: non più soltanto quelli procedibili d'ufficio. Infine, anche gli illeciti

imputabili alle persone giuridiche, in quanto, a loro volta, sanzionabili con pena pecuniaria,

possono essere definiti con questa rapida procedura (art. 64 d. lgs. n. 231 del 2001).

26.Segue: fase introduttiva e svolgimento procedurale.

Atto introduttivo del rito è una richiesta che il pubblico ministero presenta al giudice delle

indagini preliminari, allegandovi il fascicolo con gli esiti delle sue investigazioni, entro 6 mesi

dalla registazione della notizia di reato.

La richiesta è atto di esercizio dell'azione penale: deve pertanto contenere tutti i dati idonei

a identificare l'imputato e la correlativa imputazione (art. 459 comma 1°). Essa deve inoltre

indicare la pena da applicare, che il pubblico ministero può quantificare — come già detto —

con una generosa diminuzione (fino alla metà del minimo della pena edittale), per invogliare

l'imputato ad accettare la condanna.

La richiesta va innanzitutto rigettata se, dagli atti presenti nel fascicolo dell'indagine, risulta

che l'imputato dev'essere prosciolto.

In tutti. gli altri casi, il rigetto della richiesta comporta la restituzione degli atti al pubblico

ministero, con atto insindacabile del giudice.

Il rito speciale non è ammesso per ragioni eminentemente procedurali, quando la relativa

richiesta è stata presentata fuori termine oppure quando, nei reati perseguibili a querela, la

persona offesa si sia opposta al procedimento per decreto (art. 459 comma 1°).

Ma l'inammissibilità di questo rito speciale può fondarsi anche su ragioni legate all'esigenza di

assicurare l'esatta applicazione della legge penale sostanziale e, precisamente, quando il

giudice ritiene che vada applicata misura di sicurezza personale (che non può essere disposta

con decreto penale: art. 459 comma 4°), oppure quando reputa incongrua la pena proposta

nella richiesta del pubblico ministero.

Il giudice dell'indagine non può modificare l'entità della pena quantificata dal pubblico

ministero.

Se la richiesta del pubblico ministero merita di essere accolta, il giudice emette decreto di

condanna, e caratterizzato da una motivazione sommaria sulle ragioni della decisione (art. 460

comma 10 lett. c), il decreto è tuttavia idoneo a divenire irrevocabile e a costituire titolo per

eseguire la pena inflitta, a meno che la parte non vi si opponga entro 15 giorni dalla relativa

notifica.

A tale scopo, il giudice deve inserire nel decreto, a pena di nullità (art. 178 lett. c), un avviso

agli interessati (imputato, difensore, civilmente ob- bligato per la pena pecuniaria), per

ricordar loro ex art. 460 comma 1° lett. e ed f, il diritto di opporsi al provvedimento di

condanna, optando per uno dei riti speciali ivi indicati, e per avvertirli altresì che la mancata

opposizione nel termine suddetto renderebbe esecutiva la condanna.

Sempre a pena di nullità, l'imputato va avvertito della facoltà di nominare un difensore (art.

460 comma 1° lett. g).

La singolarità si spiega se si pensa che l'imputato potrebbe essere del tutto ignaro del

procedimento a suo carico, culminato nel decreto di condanna.

Basta questo cenno per capire quale importanza rivesta, in simile contesto, il problema della

notificazione del decreto. A questo fine, la legge allestisce un rimedio preventivo vietando -

perché troppo rischiosa - la notificazione del decreto penale secondo la procedura

normalmente seguita per l'imputato irreperibile (art. 159): perciò, di fronte all'impossibilità

di rintracciare quest'ultimo, il giudice deve addirittura revocare il decreto di condanna e

restituire gli atti al pubblico ministero.

E lo stesso accade quando la notificazione del decreto all'imputato risulti impossibile, per

essere inidonea o insufficiente la dichiarazione di domicilio ex art. 161 la legge appresta un

rimedio esperibile successivamente all'emissione del decreto penale e consistente nel rendere

particolarmente agevole la restituzione in termini per proporre opposizione, tutte le volte

che l'interessato dimostri di non aver avuto conoscenza effettiva del decreto stesso, per

ragioni non imputabili a sua colpa(artt. 462 e 175 comma 2° prima parte).

Ritualmente effettuata la notifica, la mancata opposizione equivale ad accettazione della

condanna inflitta col decreto.

27.Il decreto penale.

Scaduto il termine per l'opposizione, il decreto penale diventa definitivo e costituisce titolo

per eseguire la condanna, salvo che l'opposizione proposta da altri coimputati, condannati con

decreto per il medesimo reato, produca l'effetto estensivo previsto dall'art. 463 comma 1°,

che può sfociare in una revoca del provvedimento di condanna.

ne bis in idem

Sotto il profilo del (art. 649) e ai fini del giudizio di revisione (art. 629), il

decreto penale vale come una normale sentenza di condanna.

L'accertamento contenuto nel decreto penale — al pari di quello contenuto nella sentenza di

patteggiamento — è inidoneo a sortire effetti vincolanti, a norma degli artt. 651- 654 nei

giudizi civili e amministrativi (art. 460 comma 5°). Inoltre, il procedimento per decreto non

può sfociare nell'applicazione di una misura di sicurezza personale.

A seguito della riforma del 1999 il condannato per decreto non subisce più l'obbligo di pagare

le spese processuali, né gli possono essere applicate le sanzioni accessorie previste dalla

legge penale (art. 460 comma 5° prima parte).

Inoltre, il reato oggetto del decreto di condanna è destinato ad estinguersi, se nei 5 anni

successivi (ridotti a 2 per gli illeciti contravvenzionali), l'imputato non ne commette un altro

della medesima indole (art. 460 comma 5° seconda parte).

Ancora, l'art. 460 comma 5° stabilisce che il decreto di condanna non è d'ostacolo a una

successiva sospensione condizionale (art. 164 c.p.), né, si direbbe, può giustificare una revoca

della sospensione stessa (art. 168 c.p. ).

Infine, la condanna inflitta con decreto, pur iscritta nel casellario giudiziale, non dev'essere

più menzionata nei corrispondenti certificati richiesti dai privati (art. 689 comma 2° lett. a n.

5).

Insomma, l’imputato-condannato è fortemente incentivato dalla legge ad accettare la

decisione fissata nel decreto: egli debe avere ragioni davvero solide per opporvisi, rinunciando

a tutti quei vantaggi e col rischio di subire una condanna più grave.

28.Opposizione a decreto penale.

Opponendosi al decreto penale, l'imputato (ovvero il civilmente responsabile per la pena

pecuniaria o, ancora, la persona giuridica per il tramite del suo rappresentante) consegue

simultaneamente un duplice risultato:

-da un lato, sospende l'esecuzione della condanna,

-dall'altro impone che l'accertamento del fatto avvenga in forme diverse da quelle del

procedimento per decreto.

L'atto di opposizione ha perciò un duplice contenuto:

-esso vale come dissenso dell'interessato rispetto al rito speciale;

-ma vale anche come impugnazione rispetto alla condanna inflitta col decreto penale.

In quanto atto che ripudia il rito speciale, l'opposizione è prerogativa dell'imputato oltre che

degli altri soggetti suindicati. Ciò spiega perché la legge attribuisca principalmente a questi

ultimi la facoltà di manifestare la propria contraria volontà. Essi, tuttavia, possono agire

anche attraverso il proprio difensore. Sussiste quindi un'autonoma facoltà del difensore di

proporre opposizione, analogamente a quel che accade nella generale disciplina delle

impugnazioni (571 comma 3°).

In quanto atto di impugnazione, l'opposizione è priva del c.d. effetto devolutivo, poiché - una

volta proposta — il processo è destinato a proseguire davanti al giudice di primo grado, non

davanti a un giudice di grado superiore. Inoltre, l'opponente non deve necessariamente

indicare i motivi della sua doglianza: per veder ammesso il suo gravame, è sufficiente che,

nella relativa dichiarazione egli indichi gli estremi del provvedimento di condanna, oltre alla

data dello stesso e che identifichi il giudice del decreto.

reformatio in peius

Il giudice non è qui assoggettato nemmeno al divieto di (art. 597 comma

3°),

Infine, l'opposizione sortisce un effetto estensivo, limitatamente ai casi in cui il decreto di

condanna sia stato pronunciato contro una pluralità di imputati per il medesimo fatto: se

presentata da uno di essi vale anche per gli altri, sicchè l’esecuzione del decreto resta

sospesa per tutti, fini a che il processo non si concluda con “pronuncia irrevocabile”.

Solo se tale giudizio si conclude con certe formule di proscioglimento («il fatto non sussiste»,

«il fatto non è previsto dalla legge come reato», «il fatto non costituisce reato per la

presenza di una causa di giustificazione») l'imputato non opponente può lucrare il buon esito

dell'iniziativa altrui. In tali casi, il decreto di condanna (la cui esecuzione è rimasta sospesa

anche nei confronti del non opponente, grazie al suaccennato effetto estensivo) è revocato

dal giudice (art. 464 comma 5°).

Con la sua opposizione, l'imputato ripristina l'ordinaria situazione processuale subito

successiva all'esercizio dell'azione penale, nella quale è ancora possibile effettuare la scelta

di un altro rito speciale. In particolare, egli può chiedere il giudizio immediato ovvero il

giudizio abbreviato, il patteggiamento allo stesso giudice (delle indagini preliminari) che ha

emesso il decreto penale (art. 461 comma 3°). L'eventuale richiesta d'oblazione (art. 464

comma 2°) va invece indirizzata al giudice procedente, da individuare nel giudice dell'indagine

preliminare finché il fascicolo, formato a norma dell'art. 431, non sia trasmesso al giudice

dibattimentale (art. 464 comma 2°).

La scelta di una fra queste procedure alternative va fatta con l'atto d'opposizione. Per

nessuna ragione può essere fatta nel corso del giudizio successivo all'opposizione stessa.

Il giudice che riceve la dichiarazione di opposizione è innanzitutto tenuto a vagliarne

l'ammissibilità, alla luce dei pochi requisiti imposti dalla legge: legittimazione dell'opponente;

osservanza del termine; estremi e data del decreto di condanna; identificazione del giudice

che lo adottò.

Il difetto di uno di questi requisiti comporta l'inammissibilità dell'atto di parte, con la

conseguenza che il decreto penale diventa esecutivo: non prima però che la relativa ordinanza

diventi, a sua volta, definitiva. E l'attesa potrebbe prolungarsi, dal momento che l'ordinanza in

parola è ricorribile per cassazione (art 461 comma 6°).

Se non c'è consenso o accordo fra le parti per una definizione anticipata del processo, si

procede con citazione a giudizio immediato, secondo le regole già illustrate in precedenza

(retro, § 18).

Nel giudizio conseguente all'opposizione, il decreto penale deve essere revocato (art. 464

comma 3°): ma, anche se il giudice non provvedesse con atto formale, l'effetto di revoca si

ex lege

produrrebbe , a seguito del semplice accoglimento dell'opposizione.

Il dibattimento si svolge secondo le regole ordinarie.

Non si capisce bene quale ruolo possa avere il querelante nel giudizio conseguente ad

opposizione. La legge impone che gli sia data comunicazione del decreto penale (art. 459

comma 4°).

In linea generale la persona offesa vanta un diritto (adeguatamente tutelato) di essere citata

in giudizio (art. 178 lett. c) per esercitare in quella sede le facoltà che la legge le attribuisce

(artt. 90 ss.). Inoltre, se intendesse esser presente con maggior peso nel giudizio penale, essa

avrebbe pur sempre il diritto di costituirsi parte civile, in modo da potersi avvalere della

facoltà di intervento e delle maggiori garanzie che la legge processuale attribuisce a questo

soggetto.

29.Giudizio direttissimo su accordo delle parti.

Costituisce un caso eccezionale di giudizio direttissimo quello previsto dall'art. 449 comma 2°,

nonché, per il procedimento davanti al giudice monocratico, dall'art. 558 comma 5°.

Come già rilevato in precedenza, la mancata convalida dell'arresto, di regola, è d'ostacolo

all'instaurazione del giudizio direttissimo. Di fronte a simile eventualità, il giudice deve

restituire gli atti al pubblico ministero affinché proceda in altra maniera (art. 449 comma 2°

prima parte e art. 558 comma 5° prima parte). Tuttavia, si affretta a precisare la legge, il

giudizio direttissimo può ancora essere ammesso, se «l'imputato e il pubblico ministero vi

consentono» (art. 449 comma 2° seconda parte e art. 558 comma 5° seconda parte).

Ciò che cambia è il presupposto, non più limitato all'ordinario requisito oggettivo (l'arresto in

flagranza) che legittima il ricorso al rito speciale, ma tale da comprendere anche un requisito

soggettivo (il consenso delle parti).

Partiamo dalla considerazione che la legge processuale istituisce una sorta di rapporto

pregiudiziale fra giudizio di convalida e instaurazione del giudizio direttissimo.

L'esito positivo della prima — tutte le volte che vi sia stata presentazione dell'arrestato in

dibattimento — impone di procedere «immediatamente al giudizio», come recita l'art. 449

comma 3°; la convalida dell'arresto è condizione necessaria per il protrarsi di quello stato. Ma

non è condizione sufficiente, giacché potrebbe ben darsi il caso che l'arresto sia stato

legittimamente operato e che, ciò nonostante, l'imputato vada restituito alla sua libertà,

perché, ad esempio, difettano le esigenze cautelari indicate nell'art. 274.

Che si sia fatto riferimento all'esito del giudizio di convalida, significa che si è inteso

enfatizzare l'affermazione di «evidenza probatoria» insita in quel giudizio. La convalida di un

arresto in flagranza acquista qui il senso di un'ulteriore conferma del quadro indiziario: è

superfluo muovere alla ricerca di elementi idonei a sostenere un'accusa che, anche dopo il

giudizio di convalida, appare seriamente fondata. Poco importa che l'imputato, una volta

convalidato l'arresto, sia rimesso in libertà, perché ciò non sposta di un millimetro la diagnosi

a suo carico. Reciprocamente, la mancata convalida pone il problema dell'inopportunità del

giudizio direttissimo, a sua volta per ragioni legate, stavolta in negativo, alla situazione di

evidenza probatoria.

La mancata convalida potrebbe riguardare un arresto effettuato sì nei confronti di un autore

sorpreso in flagrante ma per un reato escluso dagli elenchi contenuti negli artt. 380 e 381.

Poiché — lo si e già detto — l'esito negativo del giudizio di convalida non esclude necessaria

mente l'evidenza dell'accusa il giudizio direttissimo può ancora essere promosso, purché però

lo vogliano le due parti principali del processo.

Non sono previste forme particolari per la prestazione del consenso. Il pubblico ministero

potrà manifestarlo, semplicemente citando l'imputato a comparire (art. 450 comma 2°).

Il consenso dell'imputato può essere presentato iin qualsiasi forma (orale o scritta), anche dal

ad hoc

suo difensore pur privo di procura a (arg. ex art. 99); può anche essere dedotto, per

facta concludentia , dal comportamento dell'imputato che accetti l'iniziativa del pubblico

ministero, volta a instaurare il giudizio direttissimo.

30.Contestazione suppletiva del «fatto nuovo».

Il consenso dell'imputato gioca un ruolo centrale, anche in quel singolare caso di

semplificazione procedurale, che si realizza quando il pubblico ministero contesta all'imputato

un nuovo fatto, mentre è in corso il processo per altra imputazione a carico del medesimo

imputato. Deve ovviamente trattarsi di un fatto non connesso, altrimenti il consenso

dell’imputato sarebbe superfluo.

Il tipo di «nuove contestazioni» qui considerate è principalmente orientato ad esigenze di

economia processuale. E, siccome tali esigenze non possono essere soddisfatte a scapito dei

diritti dell'imputato, il consenso di quest'ultimo diventa condizione essenziale per questa

specie di semplificazione del rito.

Occorre distinguere secondo che il nuovo capo di imputazione sia contestato nell'udienza

preliminare (art. 423 comma 2°), oppure nel dibattimento (art. 518).

Nel primo caso, la sequenza procedurale risulta priva della fase dell'indagine preliminare.

Ben diversamente stanno le cose nel dibattimento, dove la contestazione di un fatto nuovo

(art. 518 comma 2°) comporta la soppressione dell'intera fase preliminare del processo, oltre

che della fase predibattimentale, dimostrandosi così strutturalmente affine al giudizio

direttissimo. Il diritto di difesa è tutelato alla stessa maniera che negli altri casi di modifica

della regiudicanda dibattimentale (artt. 516 e 513): sospensione del processo (da 20 a 40

giorni) e ammissione di prove in ordine al nuovo addebito sono assicurate all'imputato che ne

fa richiesta.

Accettando tale contestazione, l'imputato non solo rinuncia a, contrastare l'accusa

nell'udienza preliminare, ma si preclude altresì quella variegata gamma di scelte che la legge

impone di fare fra udienza preliminare e apertura del dibattimento: giudizio abbreviato,

patteggiamento e oblazione non possono essere richiesti in relazione al reato contestato a

norma dell'art. 518 comma 2°.

Perciò la legge esige che il consenso provenga direttamente dall'imputato presente nel

dibattimento.

La contestazione suppletiva in parola dev'essere accompagnata da un atto autorizzativo del

giudice.

La subordinandone l'esercizio non solo alla constatata manifestazione di personale consenso

dell'imputato, ma altresì alla verifica che essa (contestazione) non nuoccia alla speditezza del

procedimento. L'aggiunta di un nuovo capo di imputazione a quello già contestato si risolve

necessariamente in un cumulo di regiudicande, che – secondo la regola generale contenuta

nell'art. 17 comma 1° – è soggetto al vaglio di opportunità del giudice procedente.

31.Deferimento del giudizio ad un giurì d’onore.

Per i soli reati di diffamazione e ingiuria, la legge offre ai soggetti interessati (offeso &

offensore)la possibilità di “deferire a un giurì d’onore il giudizio sulla verità del fatto”

diffamatorio o ingiurioso(art. 596 comma 2° c.p.).

Tale giudizio non rientra nel concetto di specialità nel senso di semplificare la sequenza

processuale e non è neppure un giudizio penale, tant’è che il suo promuovimento comporta

l’abbandono della giurisdizione penale.

Ingiuria e diffamazione sono reati perseguibili a querela di parte, la cui cognizione spetta

all’autorità giudiziaria. Ma quando l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato,

le parti possono deferire a un giurì d’onore il giudizio sulla “verità del fatto”.

Tale facoltà può essere attivata solo se il giudizio penale non sia ancora stato accertato con

sentenza irrevocabile. Il diferimento è , quindi, alternativo all’esercizio della giurisdizione

penale e comporta la rinuncia o l’abbandono definitivo di questa.

Non si chiude con una decisione penale ma con un verdetto privo di dispositivo.

L’unica decisione condannatoria riguarda il risarcimento del danno provocato dall’asserto

ingiurioso o diffamatorio, sul quale il giurì può pronunciarsi in via equitativa.Ma si tratta di una

condanna civile, non penale.

Nomina dei membri e del giurì e svolgimenti procedurali sono regolati dagli artt.177-180 di

attuazione del nostro codice.

La nomina spetta al presidente del tribunale o ad associazioni legalmente riconosciute quali

enti morali. Sollecitati da una specifica richiesta uno di quest’ultimi soggetti provvede a

nominare i membri del giurì, scegliendoli tra le persone iscritte in appositi albi formati dalle

stesse associazioni e approvati dal presidente del tribunale.

Una volta nominati, i giurati devono accettare per iscritto l’atto di nomina, nel momento in cui

tutti hanno accettato si considera consumata quella facoltà di deferire il giudizio d’onore , al

cui esercizio la legge ricollega l’effetto di estinguere il reato o di renderlo improcidibile

(art.597 c.p.).

E’ ammesso il giurì in composizione monocratica, ma in caso di formazione collegiale il numero

dei membri non è definito.

Il giurì ha un limitato potere istruttorio: può esaminare testimoni, convocandoli pure di propia

iniziativa e può acquisire documenti e informazioni dalle p.a.

Comunque dagli accertamenti che il giurì può compiere è esclusa l’attribuzione di poteri

coercitivi.

L’intero procedimento è dominato dalla segretezza: divieto di pubblicare in documenti e gli

atti del procedimento e persino il contenuto degli stessi.

Le sedute sono chiuse al pubblico.

Solo il verdetto può essere pubblicato, entro 3 mesi dall’insediazione del giurì (termine

prorogabile di altri 3 mesi dal presidente del tribunale).

Il termine è ordinatorio, ma la sua inosservanza espone i membri del giurì a possibili sanzioni

pecuniarie. CAPITOLO VII – GIUDIZIO

1.La fase del giudizio.

Con il giudizio si apre una nuova fase del procedimento ovvero, più precisamente, del processo;

il quale, come si sa, ha inizio dal momento della domanda del pubblico ministero al giudice di

pronunciarsi sull'imputazione (domanda che prende il nome di esercizio dell'azione penale).

Il giudizio viene instaurato in base:

- al decreto che il giudice emette al termine dell'udienza preliminare (art. 429),

- a un decreto di giudizio immediato (art. 456).

Tuttavia l'imputato può anche essere citato a giudizio:

- con atto del pubblico ministero, come accade nei casi previsti, dall'art. 550, davanti al

tribunale in composizione monocratica

- se si trova in stato di libertà, quando si procede con giudizio direttissimo (art. 450

comma 2°);

- dal pubblico ministero direttamente all'udienza dibattimentale (nel giudizio

direttissimo in caso di arresto o di custodia cautelare: art. 450 comma 1°).

Le disposizioni del libro VII sono dettate per il tribunale in composizione collegiale e per la

corte d’assise (a parte la disciplina sulla competenza e la composizione), e per il rinvio

dell’art.549 anche per il procedimento davanti al tribunale in composizione monocratica.

Perciò, il libro VII concerne il giudizio ordinario di primo grado, che culmina nel dibattimento

pubblico, nel quale le parti si affrontano per porre le basi probatorie della decisione finale.

Secondo il nuovo codice è il giudizio di 1° e, in particolare, il dibattimento il momento centrale

del processo.

2. Caratteristiche del giudizio nel sistema accusatorio.

Nel dibattimento è richiesta la puntuale attuazione dei “caratteri del sistema accusatorio”,

cui fa riferimento la legge delega per il nuovo codice. Tale affermazione di principio è uno

strumento interpretativo e un criterio unificatore delle direttive particolari.

L'art. 111 Cost. ribadisce testualmente alcuni punti fermi (peraltro già prima desumibili

implicitamente da altre disposizioni costituzionali), con lo stabilire che «ogni processo si

svolge nel contraddittorio delle parti, in condizioni di parità, davanti a un giudice terzo e

imparziale» (comma 2°) e in particolare, per il processo penale, che lo stesso «è regolato dal

principio del contraddittorio nella formazione della prova» (comma 4°).

Il giudizio si può considerare di tipo accusatorio quando la formazione delle prove avviene

pubblicamente nel contraddittorio delle parti, sul tema posto dall'accusatore, davanti al

giudice che ha il compito di decidere il merito(mentre nel processo inquisitorio le prove

vengono formate unilateralmente, fuori dall’udienza pubblica, dallo stesso organo che svolge

l’indagine e formula l’accusa).

I requisiti minimi del sistema sono:

- la parità delle parti (art. 2 n. 3 della legge delega), sancita attraverso la prevista

«partecipazione dell'accusa e della difesa su basi di parità in ogni stato e grado del

procedimento».

- l'oralità, intesa come oralità-immediatezza, essa va intesa, più propriamente, come rapporto

diretto tra il giudice e le prove (immediatezza): colui che ascolta, che assume le prove, deve

decidere.

L'oralità in senso stretto può esistere anche senza l'immediatezza: nel caso dell'incidente

probatorio, ad esempio, è presente il contraddittorio, è presente l'oralità, ma viene meno

l'immediatezza.

Per il dibattimento al principio di immediatezza si accompagna il principio della

concentrazione: cioè la tendenziale unità di tempo nella quale va celebrato il giudizio,

destinato a svolgersi in una sola udienza o in udienze contigue, in modo che la decisione sia il

più possibile vicina alla rappresentazione dei fatti da ricostruire.

Ulteriore corollario del modello accusatorio è la distinzione delle funzioni del giudice da

quelle dell'organo dell'accusa e dell'investigazione: al fine da assicurare l’equidistanza dalle

parti (c.d. terzietà del giudice).

Quello prefiguarato dalla delega e realizzato nel codice non è un autentico processo di parti,

in quanto vige il principio costituzionale di obbligatorietà dell’azione penale(art.112 Cost).

Il giudice, infine, pur non avendo compiti di indagine, non è privo di poteri di iniziativa, anche

se l’intervento d’ufficio del giudice è sempre configurato in chiave di eccezione rispetto il

diritto alla prova, che l’art. 190 attribuisce, di regola, alle parti.

3. Indagini preliminari e dibattimento.

Il nodo centrale è rappresentato dai rapporti tra le indagini preliminari e il dibattimento.

Oggi la questione è superata perché la disciplina vigente trova il suo parametro di riferimento

nell'art. 111 Cost. dopo aver ribadito che nel processo penale la prova deve essere formata in

contraddittorio (comma 4°), indica tassativamente (comma 5°) le possibili eccezioni alla

regola: consenso dell'imputato, impossibilità oggettiva di realizzare il contraddittorio,

provata condotta illecita (diretta ad impedire o ad alterare la prova).

Per quanto riguarda le prove che possono essere poste alla base della decisione finale, nel

codice esistono 2 chiavi interpretative generali, destinate ad assicurare la conformità al

modello accusatorio:

- l'art. 187, che fa parte delle disposizioni generali sulle prove (retro, cap. III, § 3), e

rappresenta il contraltare del già ricordato art. 299 del codice abrogato, delimitando in modo

preciso l'oggetto della prova: sono oggetto di prova i fatti che si riferiscono all'imputazione,

thema

alla punibilità e alla determinazione della pena o della misura di sicurezza. Il

decidendum è quindi delineato dal pubblico ministero nel momento in cui esercita l'azione

penale, e ad esso si deve far capo nell'applicare i criteri di pertinenza e rilevanza ai fini della

decisione sull'ammissione delle prove.

- l'art. 526 comma 1°, secondo il quale il giudice non può utilizzare ai fini della deliberazione

prove diverse da quelle legittimamente acquisite nel dibattimento. Questa norma (infra, § 19)

codifica un principio di legalità della prova, che consente di tener conto nella decisione

conclusiva soltanto di ciò che è stato acquisito nelle forme previste dalla legge. Il riferimento

alle prove «legittimamente» acquisite intende includere anche le letture consentite, in via di

eccezione, dei verbali di indagine.

L'art. 526 va a sua volta collegato con l'art. 191 (anche questa è una norma di carattere

generale: retro, cap. III, § 6), per cui le prove acquisite, in violazione dei divieti stabiliti dalla

legge non possono essere utilizzate. E l'inutilizzabilità è rilevabile d'ufficio in ogni stato e

grado del procedimento, oltre a trovare riscontro in uno specifico motivo di ricorso per

cassazione (art. 606 comma 1° lett. c).

4.Dal”principio di non dispersione della prova” alla modifica dell’art.111 Cost.

La centralità del dibattimento era stata smentita da 2 interventi della Corte Costituzionale

nel 1992 e dalle modifiche legislative dello stesso anno che ne avevano snaturato l’aspetto di

sede quasi esclusiva per l’acquisizione delle prove.

Le suddette sentenze si rifacevano a un principio di non dispersione dei mezzi di prova,

stando al quale nessuna dichiarazione a contenuto probatorio deve sfuggire alla valutazione

del giudice, essendo indifferente il momento in cui le dichiarazioni sono raccolte. A seguito di

tali interventi il baricentro del processo si era spostato dal dibattimento alle indagini

preliminari.

Il recupero della centralità del dibattimento è stato lungo:

-la L.267/97 aveva restituito la priorità all’acquisizione dibattimentale della prova limitandola,

però alle dichiarazioni dell’imputato nei confronti di altre persone;

-legge costituzionale 2/99 che ha inserito nell’art.111 Cost. i principi del giusto processo, e in

particolare quello del contraddittorio nella formazione della prova.

Quindi, ora, trova riconoscimento a livello costituzionale quella nozione di giusto processo

che sul piano normativo era stata introdotta nel nostro ordinamento solo per il tramite delle

convenzioni internazionali.

Sono inoltre ribaditi, per ogni tipo di processo, il principio del contraddittorio, della parità

delle parti, della terzietà e della imparzialità del giudice, nonché della durata ragionevole.

Per il processo penale vengono poi richiamate le disposizioni della Convenzione Europea dei

diritti dell’uomo: che sarebbe opportuno costituzionalizzare.

L’intervento più significativo è rappresentato dall’affermazione per il processo penale, del

principio del contraddittorio nella formazione della prova (art.111 comma 4° Cost.): ne segue

che si considera prova utilizzabile per la decisione solo quella assunta davanti al giudice con

l’intervento delle parti.

Poiché un’applicazione rigida non sarebbe stata possibile, la Costituzione prefigura delle

eccezioni, rinviando alla legislazione ordinaria la loro disciplina. L’art. 111 comma 5° consente

che si possa derogare al contraddittorio:

-“per consenso dell’imputato (ci si riferisce ai procedimenti speciali consensuali)

o

-per accertata impossibilità di natura oggettiva (per legittimare l’acquisizione come prova

degli atti non ripetibili nel contraddittorio dibattimentale)

o

-per effetto di provata condotta illecita”(per salvaguardare il valore probatorio delle

dichiarazioni, anche se non acquisite in contraddittorio, di coloro che siano stato oggetto di

pressioni per ritrattarle).

5.La legge di attuazione del “giusto processo”e l’attuale ruolo del dibattimento

Il nuovo art.111 Cost. ha imposto di rivedere la disciplina concernente l’utilizzazione

dibattimentale degli atti d’indagine e, quindi,il valore probatorio degli elementi acquisiti al di

fuori del giudizio.

La L.63/2001 ha riformulato l’art.500 sulle contestazioni nell’esame testimoniale.

L’obiettivo di ripristinare la centralità del dibattimento non è stato, però, esente da costi:

-l’inutilizzabilità delle dichiarazioni precedenti ha indotto il legislatore a limitare il diritto al

silenzio dell’imputato che abbia riferito fatti concernenti la responsabilità altrui.

-gli egual poteri di formazione della prova attribuito alle parti ha comportato che le stesse

possano consensualmente sottrarre al contraddittorio elementi raccolti, da ognuna delle

parti, fuori dall’udienza, unilateralmente e senza la presenza del giudice.

Che il contraddittorio rischi di assumere un ruolo residuale è confermato dalla modifiche al

giudizio abbreviato: trasformato da giudizio consensuale allo stato degli atti, in un vero e

proprio giudizio ordinario di primo grado, con possibilità di acquisizione di prove e

controprove.

L’auspicata centralità del dibattimento sembra almeno parzialmente smentita dagli interventi

strutturali che hanno accompagnato la riforma del giusto processo.

6.Atti preliminari al dibattimento: estensione e contenuti della fase.

Secondo uno schema consueto, nel giudizio si distinguono gli atti preliminari, il dibattimento

vero e proprio, gli atti successivi al dibattimento (che comprendono la deliberazione e la

pubblicazione della sentenza).

Il codice ha distribuito i 3 momenti nei 3 titoli del libro VII:

- la fase degli atti preliminari al dibattimento si estende dalla conclusione dell'udienza

preliminare agli atti introduttivi del dibattimento.

L'interpretazione sistematica suggerisce di assumere come momento iniziale la ricezione del

decreto che dispone il giudizio (art. 465) e come momento finale la costituzione delle parti

(art. 484).

È preposto alla fase, ha cioè competenza funzionale per la medesima, il presidente del

collegio giudicante (tribunale o corte d'assise). Il compito di fissare l'udienza dibattimentale

è stato invece assegnato (retro, cap. V, § 45), allo stesso giudice che dispone il giudizio,

nell'intento di favorire l'eliminazione dei tempi morti e una più rapida instaurazione del

dibattimento. Il decreto va notificato all'imputato contumace all'udienza preliminare (art.

429 comma 4°) e alle altre parti private che non erano presenti (art. 133 disp. att.) con

l'indicazione del luogo, del giorno e dell'ora della comparizione (art. 429 comma 1° lett. f).

In vista dei prevedibili problemi di coordinamento sul piano operativo, l'art. 132 comma 2°

disp. att. stabilisce che il giudice per le indagini preliminari (oggi, giudice dell'udienza

preliminare), richieda il giorno e l'ora della comparizione al presidente del tribunale.

L'art. 465 consente che il presidente, ricevuto il decreto che dispone il giudizio, anticipi o

differisca l'udienza per giustificati motivi, con decreto da notificare tempestivamente alle

parti.

A norma dell'art. 467, spetta inoltre al presidente, a richiesta di parte, l'assunzione di prove

non rinviabili, negli stessi casi che, in sede di indagini preliminari o di udienza preliminare,

consentirebbero un incidente probatorio.

È, invece, di competenza del collegio l'eventuale sentenza anticipata di proscioglimento, se

l’azione penale è improcedibile o il reato estinto.

Viene tuttavia confermata la prevalenza del proscioglimento nel merito su quello per

estinzione del reato, essendo espressamente fatta salva la previsione dell'art. 129 comma 2°.

E siccome nel predibattimento non è contemplato il proscioglimento nel merito, in tale ipotesi

la sentenza non può essere anticipata, ma occorre procedere al dibattimento.

Il proscioglimento anticipato, comunque, non è in nessun caso possibile se il pubblico ministero

o l'imputato, che devono essere sentiti, si oppongono. Viene così esplicitamente riconosciuto

all'imputato, almeno nella fase in esame, un vero e proprio diritto al giudizio di merito.

La sentenza è pronunciata in camera di consiglio, ed è inappellabile (ferma restando la

ricorribilità per cassazione ex art. 568 comma 2°) essendo intervenuta con il consenso delle

parti.

Durante il termine per comparire il fascicolo per il dibattimento rimane depositato nella

cancelleria del giudice competente per il giudizio (art. 432), e le parti hanno facoltà di

prenderne visione e di estrarne copia (art 466), Quanto al fascicolo del pubblico ministero,

esso è visibile nella segreteria dello stesso (art. 433). Non sarebbe stato inopportuno,

peraltro, che fra le indicazioni da includere nel decreto che dispone il giudizio, in forza

dell'art. 429, fosse previsto anche l'avvertimento delle facoltà suindicate, considerato tra

l'altro che alle parti private non va nemmeno notificato l'avviso di deposito degli atti di

indagine al momento dell'udienza preliminare, avviso spettante solo al pubblico ministero e ai

difensori (art. 419 comma 2°).

Almeno 7 giorni prima della data fissata per il dibattimento, le parti presentano le liste dei

testimoni, periti e consulenti tecnici, nonché delle persone indicate dall'art. 210, con

indicazione delle circostanze su cui deve vertere l'esame (art. 468). Ciò a pena di

inammissibilità (salvo, come si vedrà, il disposto dell'art. 493 comma 2°), poiché non sono

consentite prove a sorpresa.

Il decreto del presidente, che deve essere richiesto espressamente, ha il solo scopo di

autorizzare la citazione delle persone indicate (art. 468 comma 2°), rendendone obbligatoria

la presentazione (i testimoni e i consulenti tecnici, purché indicati nelle liste, possono anche

essere presentati direttamente all'udienza). La citazione può essere negata solo per le

testimonianze vietate dalla legge e per quelle manifestamente sovrabbondanti.

L'art. 468 non menziona l'esame delle parti. Se ne deduce che le prove di quest'ultimo tipo

sono ammissibili senza bisogno di preavviso.

Ciò comunque non vale per l'esame dell'imputato in un procedimento connesso o collegato che

venga svolto ai sensi dell'art. 210, visto l'espresso riferimento al medesimo.

Identica disciplina dovrebbe ritenersi applicabile anche all'esame dell'imputato nello stesso

procedimento, che sia chiamato a rendere dichiarazioni nei confronti di altre persone senza

assumere la veste di testimone. Il presidente ha il potere di disporre la citazione delle

persone suddette, anziché per la data d'inizio del dibattimento, per le udienze successive.

Il comma 4-bis dell'art. 468, prescrive che insieme alle liste sia depositata la richiesta di

acquisizione dei verbali di prova provenienti da altri procedimenti ai sensi dell'art. 238: lo

scopo è rimandare l'eventuale citazione delle persone delle cui dichiarazioni si tratta, anche

se indicate nelle liste, al momento dell'ammissione della prova. È evidente infatti il

collegamento con la modifica all'art. 495 comma 1° (introdotta dallo stesso decreto), che, a

sua volta, richiama l'art. 190-bis: l'ammissione della prova orale deve seguire l'acquisizione

del documento ex art. 238, e può anche essere rifiutata dal giudice, nei procedimenti per i più

gravi delitti di mafia e di criminalità organizzata (di cui all'art. 51 comma 3-bis),

ratio

La di questa tortuosa disciplina va ricercata nell'intento di evitare la cosiddetta "usura"

dei testimoni, tuttavia, rappresenta un limite al diritto alla prova, il quale si esplica anche

mediante l'esame diretto e il controesame dei testimoni.

Consente di derogare alle sopra descritte regole sul deposito delle liste testimoniali

l'esercizio del diritto alla prova contraria: la facoltà può del resto essere esercitata, com'è

ovvio, solo dopo la conoscenza delle liste presentate dalle altre parti.

È invece disposta d'ufficio dal presidente la citazione del perito nominato nell'incidente

probatorio. In dibattimento, dunque, il perito dovrà essere sempre esaminato oralmente,

prima dell'eventuale lettura della sua relazione a norma dell'art. 511 comma 3°.

7.Pubblicità e disciplina dell'udienza dibattimentale.Sospensione e rinvio.

Le disposizioni generali sul dibattimento (capo I del titolo II) riguardano le modalità di

svolgimento dell’udienza, che si conformano ai principi della pubblicità e della concentrazione,

ed hanno lo scopo di realizzare pienamente il diritto dell’imputato di partecipare e di

difendersi.

Il potere ordinatorio, nell'udienza dibattimentale, è ripartito tra il presidente e l'intero

collegio (a quest'ultimo fanno riferimento le norme che parlano di «giudice»). La disciplina

dell'udienza e la direzione del dibattimento spettano al presidente, il quale può avvalersi della

forza pubblica (art. 470).

Quando la legge non prevede una forma determinata, i provvedimenti sono dati oralmente,

senza formalità e senza motivazione.

La discrezionalità del presidente risulta vincolata quando si tratta di disciplinare l'accesso

all'aula, poiché in tal caso entra in gioco il principio di pubblicità dell'udienza. Divieti o

limitazioni di carattere particolare possono infatti essere imposti nei soli casi indicati

dall'art. 471.

Per la decisione di procedere a porte chiuse, è invece competente il collegio il quale decide

con ordinanza revocabile, sentite le parti (art. 473).

Nel solco di tale normativa, particolare attenzione è stata dedicata alla tutela della

riservatezza delle parti private e dei testimoni, limitatamente all'assunzione di specifici

mezzi di prova (intercettazioni, per esempio, ma anche perizie o testimonianze, in relazione

all'oggetto delle stesse), nonché alla tutela dei minori (art. 472 commi 2° e 40). Vengono

enunciati, inoltre, i tradizionali parametri del buon costume e del segreto nell'interesse dello

Stato (da non confondersi col segreto di Stato la cui conoscenza sarebbe vietata non solo al

pubblico, ma allo stesso giudice);

Mentre la tutela dell'ordine pubblico, sebbene riconosciuta dalla normativa internazionale,

non trova spazio come tale, ma solo in quanto si traduca in tutela, da un lato, della pubblica

igiene ovvero, dall'altro, del regolare svolgimento delle udienze. Sempre nell'ottica del

possibile pregiudizio per gli «interessi della giustizia» (artt. 6 comma 1° Conv. eur. e 14 comma

1° Patto int., citati poco sopra) va inquadrata anche l'esigenza di salvaguardare la sicurezza

di testimoni o di imputati. In questo caso però, come nei 2 precedenti, non dev'essere

necessariamente esclusa la pubblicità «mediata», cioè la presenza della stampa, che ai sensi

dell'art. 473 comma 2° il giudice può consentire.

E' inoltre doveroso procedere a porte chiuse alla ricognizione delle persone che abbiano

cambiato le generalità.

Infine, ma solo se la persona offesa lo chiede, il dibattimento si svolge in tutto o in parte a

ter

porte chiuse quando si procede per i delitti di pedofilia previsti dagli artt. 600- e 600-

quinques , di violenza sessuale previsti dagli artt. 609-bis, 609-ter e 609-octies c.p., e per i

delitti concernenti la tratta delle persone previsti dagli artt. 600, 601 e 602 c.p. Se la

persona offesa è minorenne, per gli stessi delitti si procede sempre a porte chiuse.

Al presidente, nell'ambito dei compiti di disciplina dell'udienza è attribuito il potere di

ammonire l'imputato che si comporti in modo da impedirne il regolare svolgimento e di

allontanarlo qualora persista (art. 475). L'allontanamento è disposto con ordinanza, ma può

essere revocato in ogni momento.

Direttamente dalla legge delega (art. 2 n. 74) discende il divieto di arresto del testimone in

udienza, di cui all'art. 476 comma 2°.

Una forma, peculiare di pubblicità, è quella rappresentata dalle riprese audiovisive del

dibattimento per fini di divulgazione. L'art 147 disp. att. prevede che il giudice, con

ordinanza, autorizzi, in, tutto o in parte, la ripresa fotografica, fonografica o audiovisiva

ovvero la trasmissione radiofonica o televisiva.

La regola cardine (art. 147 comma 1° disp. att) è che l'accesso dei mezzi audiovisivi ha bisogno

del consenso delle parti in vista della protezione dei diritti della personalità di ciascuna di

esse, in primo luogo dell'imputato.

Spetta pertanto al giudice farsi carico dell'interesse pubblico, vietando le riprese o le

trasmissioni quando ne derivi pregiudizio al sereno e regolare svolgimento dell'udienza o

alla decisione, soprattutto, per tutelare la genuinità della testimonianza ed il libero al

convincimento del giudice.

Il consenso delle parti non è necessario (art. 147 comma 2° disp. att.) quando «sussista un

interesse sociale particolarmente rilevante alla conoscenza del dibattimento».

Si configuri o no un simile interesse, l'ordinamento si preoccupa di tutelare, in ogni caso quel

profilo del diritto alla riservatezza che può dirsi il diritto all'immagine. Così il presidente del

collegio interdice la ripresa «delle immagini di parti, testimoni, periti, consulenti tecnici,

interpreti e di ogni altro soggetto che deve essere presente, se i medesimi non vi consentono

o la legge ne fa divieto» (come accade, ad esempio, per i minorenni testimoni). La garanzia non

si estende al pubblico, che è presente volontariamente in aula.

Il principio di concentrazione è uno dei caratteri fondamentali del sistema accusatorio.

Tuttavia molto spesso il dibattimento si dovrà svolgere nell’arco di più udienze.

Fra le ipotesi di sospensione del dibattimento riconosciute dalla legge, vi è l’art.479, per la

soluzione di una questione pregiudiziale da parte del giudice civile o amministrativo: la

sospensione è a tempo indeterminata ma può essere revocata se il giudizio non si è concluso

nel termine di 1 anno.

L’art.477 prescrive che quando non è possibile esaurire il dibattimento in una sola udienza, il

presidente ne dispone la prosecuzione nel giorno seguente o sospende il dibattimento, per

ragioni di assoluta necessità per un termine massimo non superiore a 10 giorni.Tale articolo

non menziona però il rinvio a nuovo ruolo, che si distingue dalla sospensione perché non

implica la prosecuzione del dibattimento dal punto in cui era stato interrotto, ma determina il

rinnovamento della citazione e il ricominciare dall’inizio.

Una diversa disciplina è prevista per il differimento di processi, diversi da quelli alla cui

trattazione è assicurata “priorità assoluta”per effetto dell’art.132-bis.disp.att.,per reati

commessi fino al 2 maggio 2006, in ordine ai quali ricorrono le condizioni per l’applicazione

dell’indulto, e sempreché la pena da infliggere possa venire contenuta nei limiti della legge

sull’indulto.

Per individuare i criteri di rinvio, i dirigenti degli uffici devono tener conto:

-della gravità e della concreta offensività del reato

-del pregiudizio che può derivare dal ritardo per la formazione della prova e per

l’accertamento dei fatti

-dell’interesse della persona offesa.

Quanto alle modalità, il rinvio non può avere durata superiore ai 18 mesi, non può essere

disposto se l’imputato vi si opponga o quando sia stato dichiarato chiuso il dibattimento.

E’ poi prevista una estensione della possibilità di formulare richiesta di patteggiamento nella

prima udienza successiva alla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto

legge, allorché si tratti di processi relativi a reati per i quali sarebbe applicabile l’indulto

(L.241/2006).

8. Partecipazione al dibattimento ed esame a distanza.

Con la L.11/1998 è stata introdotta la disciplina della partecipazione al procedimento penale

a distanza dell'imputato detenuto, quando sia opportuno evitare la sua traduzione nel luogo

dell'udienza (art. 146-bis disp. att.); istituto che si affianca all'esame a distanza delle

persone che collaborano con la giustizia.

L'obiettivo è quello di ridurre, nel primo caso, i rischi connessi con i frequenti spostamenti dei

detenuti, nel secondo caso invece, si intende garantire la sicurezza del dichiarante.

In entrambe le ipotesi la presenza all'udienza dibattimentale è sostituita da un collegamento

audiovisivo che assicuri la «contestuale visibilità» delle persone che si trovano nel luogo

collegato con l'aula di udienza.

La reciproca visibilità è dunque doverosa solo quando il collegamento riguarda l'imputato, o se

si tratta di esame a distanza (art. 147-bis comma 4° disp. att.), «un persona che deve essere

assistita dal difensore».

La partecipazione a distanza dell'imputato detenuto (per qualsiasi motivo) è prevista

dall'art. 146-bis disp. att. Il presidente, nella fase degli atti preliminari, o il collegio, nel corso

del dibattimento (comma 3°), la dispongono quando si proceda per un delitto di cui all'art. 51

comma 3-bis (delitti di stampo mafioso) o all' art. 407 comma 2° lett a n.4 (delitti aventi

finalità di terrorismo) e al tempo stesso sussistano <<gravi ragioni di sicurezza o di ordine

pubblico» (le quali possono evidentemente riguardare anche l'incolumità dell'imputato

medesimo), ovvero sia necessario «evitare ritardi» nello svolgimento del dibattimento,

essendo questo «di particolare complessità».

Indipendentemente dal reato per cui si procede invece, è disposta la partecipazione a

distanza nel caso che il detenuto sia sottoposto alle misure di cui all'art. 41-bis

dell'ordinamento penitenziario.

Con l'eccezione di quest'ultima ipotesi, è sempre richiesta una valutazione discrezionale, in

base alla quale è possibile che venga consentita invece la comparizione personale: quando sia

indispensabile la presenza dell'imputato, se occorre procedere a confronto o a ricognizione o

ad altro atto che implichi l'osservazione della sua persona (per esempio, un'ispezione

personale).

Nel luogo dove si trova l'imputato deve essere presente un ausiliario del giudice.

E' sempre ammessa la presenza del difensore o di un suo sostituto, mentre il difensore che

si trova nell'aula di udienza e l'imputato debbono potersi consultare riservatamente.

L’esame a distanza riguarda soprattutto le persone ammesse a programmi di protezione e è

doverosa per l’assunzione della deposizione di un testimone o di un perito che si trovi

all’estero.

9. Verbale di udienza.

La verbalizzazione dell’udienza dibattimentale è un’attività fondamentale che richiede che i

verbali siano riprodotti con la massima fedeltà e completezza.

La funzione prevalente del verbale è di promemoria e conforto per il giudice che deve

decidere, da accludere al fascicolo per il dibattimento (art. 480 comma 2° e 515).

L'art. 510 comma 2° prescrive che nel verbale di assunzione dei mezzi di prova siano

riprodotte integralmente in forma diretta le domande e le risposte.

Una verbalizzazione integrale, nei dibattimenti di qualche complessità, può aver luogo

soltanto con appositi strumenti meccanici. Le norme generali sulla documentazione degli atti

processuali(artt. 134-142) prevedono come mezzo ordinario la stenotipia, e solo in subordine

la scrittura manuale.

In base all'art. 140 è consentita la verbalizzazione soltanto in forma riassuntiva non solo nel

caso in cui gli atti abbiano contenuto semplice o limitata rilevanza, ma pure quando si

verifichi una contingente indisponibilità degli strumenti di riproduzione.

Le parti hanno poteri di controllo sulla correttezza della documentazione. A tal fine possono

chiedere (art. 482 comma 2°) che sia data lettura di singoli brani (lettura che può essere

disposta dal presidente anche d'ufficio), e proporre domande di rettificazione o

cancellazione, sulle quali il presidente decide con ordinanza (immediatamente, trattandosi di

questione incidentale, a norma dell'art. 478). Nello stesso modo il presidente decide sulle

dichiarazioni che le parti intendono far inserire nel verbale ai sensi dell'art. 482 comma 1°.

10.Costituzione delle parti e contumacia.

A norma dell'art. 484 il presidente, prima di dare inizio al dibattimento, controlla la regolare

costituzione delle parti.

Per l’imputato risulta fondamentale essere presente al dibattimento,anzi può diventare

indispensabile per l'assunzione di determinate prove (si pensi ad una ricognizione o ad una

ispezione personale): a tal fine l'art. 490 consente che sia sempre disposto

l’accompagnamento coattivo.

Per garantire in concreto il diritto dell’imputato a partecipare al dibattimento il codice ha

dedicato particolare attenzione alla disciplina della contumacia.

Ricapitolando, il regime della contumacia – che si completa con le norme sulla restituzione nel

termine per impugnare (art. 175 comma 2°) e sulla rinnovazione dell'istruzione dibattimentale

in appello (art. 603 comma 4°) — resta imperniato, anche per quanto riguarda il dibattimento,

sul dovere del giudice di controllare l'efficacia della citazione a giudizio e su una rigorosa

verifica dei presupposti dell'ordinanza contumaciale.

Si può allora sommariamente ricordare che il giudice, in applicazione dell'art. 420- bis,

dispone la rinnovazione della citazione anche d'ufficio, quando è provato o appare probabile

che l'imputato non ne abbia avuto effettiva conoscenza.

Se non risulta, neanche a livello di probabilità, che sia mancata la conoscenza della citazione,

ma l'imputato non si è presentato all'udienza, occorre accertare la causa dell'assenza.

Quando essa è dovuta a caso fortuito, forza maggiore o altro legittimo impedimento, il

giudice, anche d'ufficio, dispone che sia rinnovata la citazione (art. 420-ter comma 1°).

In maniera analoga è disciplinato l'impedimento a comparire del difensore, contemplato

dall'art. 420-ter comma 5°.

L'ordinanza di contumacia, prevista dall'art. 420-quater, va pronunciata dopo aver sentito le

parti, ed è nulla se al momento della pronuncia vi è la prova della mancata conoscenza della

citazione, o la prova dell'impossibilità a comparire (comma 4°).

Dichiarata la contumacia, si procede senza l'imputato, che è «rappresentato» dal difensore

(art. 420-quater comma 2°): ma si tratta di una rappresentanza limitata, perché non si

estende agli atti personali. In ogni caso, al contumace va notificato l'avviso di deposito della

sentenza nonché l'estratto della stessa (omessa cioè la motivazione), per consentirgli di

esercitare la facoltà di impugnazione (artt. 548 comma 3° e 585 comma 2° lett. d).

Se il contumace compare prima della decisione, può rendere dichiarazioni spontanee e

chiedere di essere sottoposto ad esame (art. 420-quater comma 3°).

Il diritto dell'imputato di essere sentito, qualora provi di non aver avuto conoscenza del

procedimento a suo carico, è riconosciuto anche nel giudizio di cassazione e di revisione,

nonché nella fase dell'esecuzione: in proposito, la disciplina è quella dettata nell'art. 489.

Per il giudizio d’appello, come già accennato occorre fare, invece, riferimento all'art.603

comma 4°.

Diversa dalla contumacia è l'assenza, che si verifica quando l'imputato manifesta

espressamente la volontà di non assistere al dibattimento, ovvero, dopo essere comparso, si

allontana dall'aula dell'udienza (art. 420-quinquies). All'imputato assente non si applicano le

garanzie previste per il contumace, e la legge lo considera presente: ciò in particolare per gli

avvisi dati in udienza (art. 477 comma 3°) e per la pubblicazione della sentenza (art. 545

comma 3°).

Infine, la contumacia e l'assenza non vanno confuse con la latitanza, che si realizza su piano

differente e sovrapponibile, essendo la situazione di chi si sottrae a determinate misure

coercitive o a un ordine di carcerazione (art. 296).

11. Questioni preliminari, esposizione introduttiva e richieste di prova.

Dopo l'accertamento della costituzione delle parti e della formale apertura del dibattimento

ai sensi dell'art. 492, si colloca il momento delle questioni preliminari.

Si tratta, infatti, di questioni che coinvolgono la regolare instaurazione del dibattimento o la

sua organizzazione.

Le questioni preliminari debbono essere proposte subito dopo il compimento «per la prima

volta» delle formalità previste dall'art. 484, altrimenti sono «precluse» (art. 491 comma 1°).

Ciò significa che il termine predetto è stabilito a pena di decadenza e non viene ripristinato

nemmeno se per qualsiasi motivo occorre tornare alla fase precede e rinnovare gli atti

introduttivi del dibattimento.

-Un primo gruppo di questioni riguarda:

a) la competenza per territorio o per connessione (a cui si deve aggiungere l'incompetenza

per materia, se per eccesso, ex art. 23 comma 2°);

b) le nullità relative degli atti delle fasi anteriori non ancora sanate, oppure eccepite

nell'udienza preliminare e non dichiarate dal giudice;

c) la costituzione e l'intervento delle parti diverse degli enti rappresentativi degli interessi

lesi dal reato.

Entro il medesimo termine deve essere rilevata o eccepita:

1-l'inosservanza delle disposizioni sulla composizione monocratica o collegiale del tribunale

quando non si sia tenuta l'udienza preliminare o, in quella sede, l'eccezione sia stata respinta

(art. 33- quinquies);

2-nonché,a quanto pare (anche se in realtà qui la decadenza non risulta comminata

espressamente), l'omissione dell'udienza preliminare, nel procedimento davanti al giudice

monocratico, per un reato che la preveda (art. 550 comma 3", intra, cap. VIII, § 5).

-Un secondo gruppo riguarda il contenuto del fascicolo per il dibattimento (su cui si tornerà

tra breve) e la riunione o la separazione dei giudizi: tali questioni possono essere proposte

anche successivamente, se la possibilità di proporle sorge soltanto nel corso del dibattimento

(art. 491 comma 2°).

La discussione delle questioni preliminari è sintetica, e il giudice decide immediatamente con

ordinanza (art. 491 commi 3° e 5°).

Momento, fondamentale del dibattimento è l'esposizione introduttiva.

La sua importanza si comprende facilmente ove si consideri che il giudice non conosce nulla

delle indagini preliminari ad eccezione dell'imputazione e di quel numero limitato di atti che

come vedremo sono contenuti nel fascicolo per il dibattimento. in limine litis

Il tema della discussione, dunque, non può che essere fissato dalle parti .

Il giudice non è in grado di svolgere un ruolo attivo, né di stabilire le modalità di assunzione

delle prove: almeno in questa fase, interviene solo come destinatario delle iniziative del

pubblico ministero e dei difensori, i quali debbono renderlo edotto della materia del

processo nel modo che ritengono più efficace.

Prima il pubblico ministero, poi, nell'ordine, i difensori delle parti private e dell'imputato,

indicando i fatti che intendono provare e le prove di cui chiedono l'ammissione.

Non è escluso, stando alle regole generali (art. 121), che le parti possano accompagnare

l'esposizione introduttiva con memorie scritte: le memorie sono consentite esclusivamente in

funzione argomentativa o esplicativa, e non possono riprodurre il contenuto dei verbali di

indagine o di documenti non acquisibili (o non ancora acquisiti).

L'ammissione delle prove ha luogo al termine dell'esposizione introduttiva, con ordinanza

del giudice, in seguito alle richieste formulate dalle parti. Le regole generali sono dettate

dall'art. 190 (richiamato dall'art. 495 comma 1°), sotto l'eloquente rubrica «diritto alla

prova»: le prove sono ammesse a richiesta di parte e solo eccezionalmente, nei casi stabiliti

dalla legge, d'ufficio; il giudice deve provvedere sulla richiesta immediatamente ed

espressamente, non può riservarsi di decidere né ricorrere alla motivazione implicita. I

provvedimenti sull'ammissione della prova possono essere revocati solo in contraddittorio

(art. 495 comma 4° seconda parte).

Il giudizio di ammissibilità si basa su criteri predeterminati, che limitano la discrezionalità

del giudice rafforzando i poteri delle parti.

Le prove possono essere escluse solo se vietate dalla legge o «manifestamente» superflue o

irrilevanti. Il parametro della rilevanza è rappresentato dall'oggetto della prova come

individuato dall'art. 187.

Come si è visto (retro, § 6), l'art. 190-bis limita il diritto alla prova nei processi per gravi

delitti di mafia e di criminalità organizzata.

Se la parte dimostra di non averle potute indicare tempestivamente, possono essere ammesse

le prove non incluse nelle liste depositate prima del dibattimento (art. 493 comma 2°).

Ai sensi dell'art. 507 nuove prove possono essere assunte anche al termine dell'istruzione

dibattimentale, e persino dopo l'inizio della discussione (art. 523 comma 6°), ma la portata del

diritto in queste ipotesi si restringe, poiché l'ammissione è subordinata all'assoluta necessità.

Che l'art. 507, parlando di «nuove prove» alluda esclusivamente a quelle sopravvenute (di cui

non si conosceva l'esistenza) ma in generale a quelle non ammesse in precedenza, ciò è stato

confermato dalle Sezioni unite e dalla della Corte di cassazione.

Il 3° comma dell'art. 493 prevede che le parti, a questo punto (come già dopo l'udienza

preliminare: art. 431 comma 2°), possano concordare l'acquisizione al fascicolo per il

dibattimento di atti contenuti nel fascicolo del pubblico ministero, come pure della

documentazione delle indagini difensive.

L'inserzione nel fascicolo per il dibattimento comporta l'acquisizione dell'atto come prova,

previa lettura o indicazione ex art. 511, e la diretta utilizzabilità ai fini della decisione (infra,

§ 12).

L'accordo delle parti al riguardo, che includerà verosimilmente anche la rinuncia a chiedere

l'escussione dibattimentale delle corrispondenti prove orali (si conviene ad esempio di

avvalersi di un verbale di sommarie informazioni invece di sottoporre ad esame il testimone).

L'applicazione dell'art. 190 sembra fuori discussione sebbene per l'acquisizione al fascicolo

non sia prevista un'esplicita richiesta di parte: si deve comunque ritenere che l'accertamento

dell'ammissibilità vada effettuato d'ufficio del giudice del dibattimento (o dal giudice

dell'udienza preliminare, qualora l'inserzione nel, fascicolo sia avvenuta, a norma del citato

art. 431 comma 2°, prima del dibattimento).

È previsto espressamente invece, che nell'ipotesi in esame il giudice, al termine

dell'istruzione dibattimentale, possa disporre d'ufficio l'effettiva assunzione dei mezzi di

prova, indipendentemente dalle scelte delle parti (art. 507 comma 1-bis).

A norma dell'art. 495 comma 2°, in ogni caso debbono essere ammesse le prove a discarico

sui fatti costituenti oggetto delle prove a carico e viceversa.

La prova contraria, come si è visto, non è soggetta ai termini stabiliti per le liste dei

testimoni.

L'ammissione coincide con l'acquisizione, si può osservare, quando si tratti di prove reali, fra

le quali una menzione particolare spetta ai documenti (categoria che include gli scritti ed ogni

altro strumento rappresentativo di fatti, persone o cose, in forza dell'art. 234). Per i

documenti, infatti, l'art. 495 comma 3° prevede che le parti possano esaminarli prima del

provvedimento del giudice sulla domanda di ammissione: dopo di ciò, se non vengono esclusi,

restano acquisiti al processo, e a norma dell'art. 515 vanno inseriti nel fascicolo per il

dibattimento. Se ne deduce, fra l'altro, che i documenti così ammessi non sono assoggettati al

regime delle letture ex art. 511.

È invece espressamente prevista la lettura (art. 511-bis), allo stesso modo degli atti contenuti

nel fascicolo per il dibattimento (infra § 12), per i verbali di prove di altri procedimenti, che

l'art. 238 consente di acquisire.

Fra le questioni preliminari di cui all'art.491, sono incluse quelle concernenti il contenuto del

fascicolo per il dibattimento e il trasferimento nello stesso di atti inclusi nel fascicolo del

pubblico ministero, o viceversa (art. 491 comma 4°; art. 148 disp. att.): questioni che sono

decisive ai fini della possibilità di lettura e conseguente utilizzazione (l'eventuale

inutilizzabilità di un atto che non doveva essere inserito nel fascicolo per il dibattimento,

tuttavia, può essere sempre fatta valere, in forza dell'art. 191 comma 2°, indipendentemente

dalla sua collocazione). Eccezioni in ordine all'ammissibilità delle prove possono essere

sollevate, inoltre, anche nel corso dell'istruzione dibattimentale, poiché l'ordinanza

pronunciata in apertura del dibattimento è revocabile, ed in ipotesi del genere il giudice deve

provvedere immediatamente (art. 495 comma 4°).

12.Il fascicolo per il dibattimento: lettura-acquisizione dei verbali.

Una delle novità più significative introdotte con il codice del 1988 consiste nella previsione del

doppio fascicolo: quello del pubblico ministero a disposizione delle parti, e quello per il

dibattimento conosciuto anche dal giudice competente per il giudizio (retro, cap. V, § 46).

Il fascicolo per il dibattimento, a norma dell'art. 431, viene formato in contraddittorio dal

giudice dell'udienza preliminare, salvo eccezioni (in caso di giudizio direttissimo ad esempio, il

compito spetta al pubblico ministero, ai sensi dell'art. 450 comma 4°).

Degli atti appartenenti alla fase delle indagini preliminari, contiene solamente:

- quelli relativi alla procedibilità e all'esercizio dell'azione civile,

- i verbali degli atti non ripetibili compiuti dalla polizia giudiziaria e dal pubblico

ministero,

- i verbali degli atti assunti nell'incidente probatorio,

- il certificato penale

- i documenti relativi al giudizio sulla personalità,

- le cose pertinenti al reato.

- i documenti acquisiti e i verbali degli atti assunti all'estero mediante rogatoria

internazionale: questi ultimi possono essere inclusi solo se si tratta di atti non

ripetibili o compiuti nel rispetto delle garanzie difensive previste dalla legge italiana.

Tutti gli atti sono dirottati nel fascicolo del pubblico ministero (art 433), ma già in questa fa-

se le parti possono preventivamente concordare l'acquisizione degli stessi, come pure della

documentazione delle indagini difensive, al fascicolo per il dibattimento (art. 431 comma 2°,

retro, § 11).

Infine, nel fascicolo per il dibattimento sono inseriti i verbali delle prove urgenti assunte dal

presidente del tribunale o della corte d'assise nella fase degli atti preliminari, ai sensi

dell'art. 467. ex

Gli atti «non ripetibili» sono caratterizzati da una irripetibilità intrinseca, non da valutarsi

post, poiché l'irripetibilità sopravvenuta ha un regime diverso.

La relativa questione, può essere sollevata davanti al giudice del dibattimento, come questione

preliminare (art. 491 comma 4°).

Quanto ai documenti diversi da quelli indicati nelle lett. d e g dell'ai l. 431, essi non

andrebbero inseriti nel fascicolo per il dibattimento, perché vanno sottoposti al giudizio di

ammissibilità che si colloca al termine dell'esposizione introduttiva.

Nel fascicolo per il dibattimento sono destinati necessariamente a confluire anche i verbali

degli atti compiuti in sede dibattimentale dal giudice astenutosi o ricusato, che a seguito

dell'accoglimento della relativa istanza conservino efficacia (retro, cap. I, § 11).

Gli atti contenuti nel fascicolo per il dibattimento, non sono per ciò stesso utilizzabili ai fini

della decisione, fin tanto che non vengano acquisiti mediante lettura. La lettura può essere

disposta d'ufficio o su richiesta di parte, secondo quanto stabilito dall'art. 511.

Invece che letti possano essere semplicemente «indicati», sono comunque considerati letti.

Se c'è richiesta di parte, debbono in ogni caso essere letti i verbali di dichiarazioni, mentre

per gli altri atti la lettura viene disposta solo quando ci sia disaccordo sul loro contenuto.

La lettura degli atti, contenenti dichiarazioni non può comunque precedere l'esame della

persona che le ha rese (salvo che l'esame non abbia luogo); lo stesso vale per la relazione

peritale.

La lettura delle dichiarazioni di querela o di istanza vale solo ad accertare la

condizione di procedibilità (art. 511 comma 4°). Ciò significa che di questi atti non può essere

utilizzato ai fini della decisione il contenuto narrativo, nemmeno se ha luogo, in qualsiasi

forma, l'esame del suo autore.

13.Il fascicolo del pubblico ministero e le contestazioni.

Completamente diversa è la funzione del fascicolo del pubblico ministero, nel quale vengono

raccolti gli atti delle indagini preliminari non inseriti nel fascico-lo per il dibattimento. Va

ricordato che nel fascicolo del pubblico ministero confluisce inoltre il fascicolo del difensore

contenente gli «elementi difensivi» presentati direttamente al giudice nel corso delle indagini

preliminari (art. 391-octies).

Questo fascicolo è noto alle parti, ma non al giudice del dibattimento, poiché resta

depositato nella segreteria del pubblico ministero, con facoltà per i difensori di prenderne

visione ed estrarne copia (art. 433). Anche la documentazione concernente l'eventuale

attività integrativa di indagine compiuta dal pubblico ministero e dal difensore dopo

l'emissione del decreto che dispone il giudizio va depositata in segreteria (art. 430 comma

2°), ma può essere inserita nel fascicolo solo in quanto da essa sia conseguita l'ammissione di

prove in dibattimento (art. 433 comma 3°):

In un primo momento le parti se ne serviranno per formulare la propria ricostruzione dei

fatti e per mettere a punto la strategia processuale.

Come regola, e salve le eccezioni che vedremo, gli atti contenuti nel fascicolo del pubblico

ministero non possono essere acquisiti nel dibattimento. Sono però utilizzabili per le

contestazioni: se una parte o un testimone rendono una dichiarazione che si discosta da quella

risultante dalla documentazione redatta nelle fasi precedenti.

La contestazione va intesa in senso stretto. Per mezzo di essa, cioè, possono farsi rilevare

variazioni o contraddizioni rispetto alle «dichiarazioni precedentemente rese» dalla persona

sottoposta ad esame, ma non è consentito il riferimento ad altri atti, o a dichiarazioni di

persone diverse, contenuti nel fascicolo del pubblico ministero.

Ciò non esclude che nel corso dell'esame possano essere utilizzati, senza alcun limite, i

risultati delle prove precedentemente acquisite nel dibattimento, anche mediante domande

dirette, le quali però non costituiscono, propriamente, una «contestazione».

Con riferimento alle prove già acquisite, anzi, è previsto anche un potere d'ufficio del

presidente di far rilevare al testimone l'eventuale contrasto con le stesse.

La disciplina delle contestazioni è contenuta nell'art. 500 con riferimento all'esame dei

testimoni, e nell'art. 503 con riferimento all'esame delle parti. Requisito fondamentale,

dunque, è che si tratti di dichiarazioni, e pertanto gli altri atti di indagine compiuti dal

pubblico ministero non possono per questa via essere portati a conoscenza del giudice.

La contestazione può aver luogo solo sui fatti e sulle circostanze in ordine alle quali il

testimone o la parte abbia già deposto. Si vuole cioè evitare che la lettura possa essere

strumentalizzata al fine di suggerire o condizionare le risposte.

Si può immediatamente sottoporre a contestazione qualsiasi affermazione, anche durante

l'esame.

14. Contestazioni nell'esame testimoniale.

Nella sua versione originaria l’art.500 comma 3° stabiliva che la precedente dichiarazione del

testimone “non può costituire prova dei fatti in essa affermati”, ma “può essere valutata dal

giudice per stabilire la credibilità della persona esaminata”.

Di norma la lettura degli atti a scopo di contestazione non corrisponde all’acquisizione come

prova degli stessi, diversamente di come è per la lettura degli atti del fascicolo per il

dibattimento, ma ha una funzione di verifica e di controllo: la prova è di norma solo quella

formata in contraddittorio.

In realtà l'art. 500, nonostante la precisa indicazione contenuta nella rubrica (contestazioni

nell'esame testimoniale), contiene previsioni del tutto eterogenee unificate soltanto dalla

comune caratteristica di disciplinare il regime di utilizzazione probatoria delle dichiarazioni

del testimone non acquisite in contraddittorio.

L'attuale comma 2° ribadisce che le dichiarazioni «lette» per le contestazioni possono essere

valutate ai fini della credibilità del teste.

Il comma 3°, invece, non riguarda le contestazioni. L'ipotesi, secondo quanto si può desumere,

è quella del testimone che, dopo aver risposto alle domande di una parte, rifiuti di sottoporsi

all'esame di un'altra. In questo caso non può nemmeno dirsi acquisita una prova poiché manca

un elemento fondamentale per la realizzazione del contraddittorio: è dunque logico che anche

le dichiarazioni che fino a quel momento sono state rese siano considerate inutilizzabili, salvo

il consenso della parte medesima.

Dato che sono nominate le parti in genere anziché le persone cui le dichiarazioni si

riferiscono, si deve ritenere che l'inutilizzabilità operi anche nel caso di rifiuto di rispondere

all'esame del pubblico ministero.

Non viene poi specificato cosa accade se la sottrazione all'esame o al controesame non derivi

da un rifiuto, ma sia involontaria. Trattandosi di un caso di impossibilità sopravvenuta sarebbe

applicabile come vedremo (infra, § 17), l'art. 512, che però si riferisce alla lettura delle

dichiarazioni precedenti (contenute nel fascicolo del pubblico ministero). Tuttavia, anche la

parziale testimonianza dibattimentale resa fino a quel momento dovrebbe restare utilizzabile,

non essendo operante lo specifico divieto, che riguarda una fattispecie diversa (il rifiuto).

Le eccezioni espressamente previste all'inutilizzabilità delle dichiarazioni di chi rifiuta

l'esame o il controesame sono ugualmente ricollegabili all'art. 111 comma 5° Cost.: oltre al già

menzionato consenso della parte interessata, rileva in particolare l'intimidazione o la

subordinazione del testimone, ai sensi dell'art. 500 comma 4° (di cui subito si dirà), in quanto

«provata condotta illecita».

Le restanti disposizioni dell'art. 500 elencano le ipotesi in cui — sempre come eccezione — le

dichiarazioni contenute nel fascicolo del pubblico ministero sono acquisite al fascicolo per il

dibattimento.

L'art. 500 comma 4° contiene una previsione di carattere generale, con la quale si stabilisce

che la violenza, la minaccia e le altre interferenze illecite sulla libertà morale del testimone

consentano in ogni caso di acquisire al fascicolo per il dibattimento, in occasione dell'esame, le

dichiarazioni precedentemente rese dal testimone.

La formula è ricalcata testualmente su quella che nell'art. 392 comma 1° lett. b, definisce uno

dei presupposti dell'acquisizione anticipata della testimonianza mediante incidente probatorio.

Il solo fatto che il testimone sia stato indebitamente condizionato è sufficiente per rendere

acquisibili le precedenti dichiarazioni contenute nel fascicolo del pubblico ministero.

La nuova disciplina, per come è configurata, lascia supporre che al fascicolo per il

dibattimento vada allegato l'intero verbale dell'atto di indagine, e non solo la dichiarazione

effettivamente utilizzata, come era possibile desumere dal 4° comma del vecchio art. 500.

Sempre a prescindere dalla contestazione, ai sensi dell'art. 500 comma 7° le precedenti

dichiarazioni dei testimone contenute nel fascicolo del pubblico ministero possono essere

acquisite al fascicolo per il dibattimento su accordo delle parti.

La situazione è analoga a quella già contemplata dagli artt. 431 comma 2° e 493 comma 3°, che

consentono l'acquisizione consensuale degli atti del pubblico ministero e del difensore.

La differenza consiste nel fatto che l'art. 500 comma 7° è riferito all'assunzione dell'esame

testimoniale: l'accordo, dunque, potrà intervenire anche dopo le fasi della formazione del

fascicolo e delle richieste di prova, cioè nel corso dell'esame; e riguarda solo le precedenti

dichiarazioni del testimone, non altri atti.

Occorre inoltre ricordare come fra le dichiarazioni che possono essere utilizzate ai sensi

dell'art. 500 e, nei casi previsti, acquisite al fascicolo per il dibattimento, sono

espressamente incluse quelle ricevute nel corso delle investigazioni difensive e contenute nel

fascicolo del difensore (art. 391-decies comma 1°).

Le dichiarazioni assunte dal giudice nell'udienza preliminare possano essere acquisite solo in

quanto siano state utilizzate per le contestazioni; ma l'acquisizione al fascicolo per il

dibattimento ne consente la valutazione a fini probatori esclusivamente nei confronti delle

parti che hanno partecipato alla loro assunzione. La circostanza che la dichiarazione sia stata

resa davanti ad un giudice consente di prescindere dai requisiti di cui all'art. 500 commi 4° e

7°, ma solamente se nell'udienza preliminare si sia realizzato il contraddittorio.

15. I limiti di utilizzabilità delle precedenti dichiarazioni.

L’art. 500 non stabilisce esplicitamente quale sia il valore probatorio delle precedenti

dichiarazioni.

In base all'interpretazione sistematica sembra doversi concludere che le dichiarazioni

acquisite al fascicolo per il dibattimento valgono come prova, mentre quelle usate per le

contestazioni, ma non acquisite, possono essere valutate solamente per stabilire la credibilità

del testimone.

Con l’ultima riforma si è voluta ristabilire la corrispondenza esclusiva tra acquisizione al

fascicolo per il dibattimento e utilizzazione probatoria, con la conseguenza che gli atti di

cui è consentita l'acquisizione sono utilizzabili come prova, mentre gli atti che non possono

essere acquisiti sono utilizzabili soltanto in quanto ciò sia stabilito da un'espressa

disposizione, e nei limiti dalla stessa previsti: per esempio, «ai fini della credibilità del teste»

(art. 500 comma 2°). Ciò è confermato, oltre che dall'evoluzione normativa, da ragioni di

carattere sistematico, derivanti dall'esistenza del doppio fascicolo.

Questa impostazione è in coerente con l'art. 526, che come sappiamo (retro, § 3) subordina

l'utilizzabilità delle prove ai fini della deliberazione della sentenza alla loro legittima

acquisizione nel dibattimento (e l'uso per la contestazione, salvo che sia diversamente

stabilito, non equivale ad acquisizione). La linearità della ricostruzione è però, a prima vista,

complicata dall'introduzione nello stesso art. 526 di un comma 1-bis che, come si è

accennato, riproduce testualmente la seconda parte dell'art. 111 comma 4° Cost., vietando

espressamente l'utilizzazione come prova della colpevolezza delle dichiarazioni di chi si è

sempre volontariamente sottratto all'esame dell'imputato.

L'art. 526 comma 1-bis, funge semplicemente da norma di chiusura. In questa prospettiva,

l’effetto ulteriore derivante dall'art. 526 comma 1-bis è quello di rendere inutilizzabili per la

prova della colpevolezza le dichiarazioni di chi si è voluto sottrarre al contraddittorio, anche

quando le stesse, alla stregua delle regole generali sull'esame e sulle letture, potrebbero

essere acquisite: come ad esempio nel caso di accordo delle parti (ma non anche nel caso di

condizionamento del testimone, perché mancherebbe il requisito della «libera scelta»); o nel

caso di irripetibilità sopravvenuta ex art. 512 (infra, § 17).

16.Contestazioni e letture nell'esame delle parti e dell'imputato in procedimento

separato.

A norma dell'art. 503 comma 5° sono acquisite al fascicolo per il dibattimento le

dichiarazioni assunte dal pubblico ministero cui il difensore aveva diritto di assistere; a

questa ipotesi è stata successivamente aggiunta (dal citato d.l. n. 306 del 1992) la menzione

delle dichiarazioni assunte dalla polizia giudiziaria su delega del pubblico ministero, che

sono sostanzialmente equiparabili, mentre restano escluse le informazioni raccolte dalla

polizia giudiziaria di propria iniziativa. Infine, la stessa disposizione si applica, ai sensi

dell'art. 503 comma 6°, alle dichiarazioni rese al giudice nel corso del procedimento cautelare

o in sede di integrazione probatoria nell'udienza preliminare ex art. 422.

Una situazione completamente diversa si realizza nel caso in cui l'imputato sia contumace o

assente, ovvero rifiuti di sottoporsi all'esame.

In conclusione, la disciplina attuale dell'esame dell'imputato va ricostruita nel modo

seguente:

a) L'esame dell'imputato su fatto proprio resta facoltativo. L'imputato può rifiutare di

sottoporvisi ovvero restare assente o contumace, e non può esserne disposto

l'accompagnamento coattivo (art. 490). In tal caso, in applicazione dell'art. 513 comma 1°, può

essere data lettura del verbale delle precedenti dichiarazioni, mentre se l'imputato accetta

l'esame si applica la disciplina delle contestazioni di cui all'art. 503. Da notare che se

l'imputato nel corso dell'esame rifiuta di rispondere (anziché all'intero esame) alle singole

domande, l'art. 513 comma 1° non pare applicabile e, mancando un'espressa previsione al

riguardo, non è nemmeno possibile la contestazione (su questa premessa interpretativa si

basava l'incostituzionalità dichiarata con la sentenza n. 361 del 1998): del silenzio, dunque, si

può solo far menzione nel verbale ai sensi dell'art. 209 comma 2°.

b) L'imputato che abbia precedentemente reso, nel medesima procedimento, dichiarazioni

concernenti la responsabilità di altri ha l'obbligo di sottoporsi ad esame (e può essere

accompagnato coattivamente) se l'esame viene richiesto sul fatto altrui alla stregua delle

circostanze indicate ex art. 468 comma 1°. In tal caso, infatti, all'esame si estende la

disciplina prevista dall'art. 210

Ove invece l'esame non venga richiesto sul fatto altrui, l'imputato ha facoltà di rifiutarlo o

di restare assente o contumace, e ciò permette la lettura del verbale delle dichiarazioni rese

in precedenza, ma queste non possono essere utilizzate nei confronti di altri senza il loro

consenso.

Le precedenti dichiarazioni possono essere utilizzate senza limiti se l'imputato,

analogamente a quanto previsto per il testimone, sia stato sottoposto a intimidazione o a

subordinazione perché si sottragga all'esame.

c) Quanto all'imputato in un procedimento separato, non c'è motivo di distinguere fra esame

sul fatto proprio e sul fatto altrui: ha sempre l'obbligo di presentarsi al giudice (art. 210

comma 2°). L'art. 513 comma 2° indica in primo luogo gli strumenti idonei a consentire lo

svolgimento dell'esame, includendo fra le opzioni del giudice, accanto ad accompagnamento

coattivo, esame a domicilio e rogatoria internazionale, anche «qualunque altro modo previsto

dalla legge con le garanzie del contraddittorio», con una trasparente allusione all'esame a

distanza previsto dall'art.147-bis disp. att. L'esame si svolge secondo le modalità stabilite

dall'art. 210 comma 5°.

Se invece l'esame non può avere luogo, la lettura delle precedenti dichiarazioni è permessa

solo in caso di impossibilità sopravvenuta e imprevedibile ai sensi dell'art. 512 (infra, § 17),

Se l'esame ha luogo, ma la persona esaminata esercita la facoltà di non rispondere, può

essere disposta la lettura, ma solo con l'accordo delle parti.

d) Quanto all’imputato di un reato connesso ai sensi della lett. c dell'art. 12 (connessione

teleologica) o semplicemente collegato ex art. 371 comma 2° lett. b (retro, cap. III, § 8 e 9).

Nel secondo caso infatti, l'imputato che abbia precedentemente reso dichiarazioni

concernenti la responsabilità di altri, essendo stato debitamente avvertito assumerà la veste

formale di testimone e verrà quindi esaminato come tale — sia pure con le garanzie previste

dall'art. 197-bis — con la conseguente inapplicabilità dell'art. 513.

Lo stesso soggetto può essere esaminato sia in qualità di imputato, sul fatto proprio, sia in

qualità di testimone, sul fatto altrui.

Nel caso di connessione di cui all'art. 12 lett. a, ovvero quando, negli altri casi,

l'incompatibilità a testimoniare non viene meno, il dichiarante mantiene la, veste di imputato

anche nell'esame su fatto altrui, con le conseguenze che si sono viste sopra.

17.Le altre letture consentite e le letture vietate.

Sono previste ulteriori ipotesi di lettura:

1- riguarda gli atti di cui sia sopravvenuta l'impossibilità di ripetizione in dibattimento.

Per l’art.512 la lettura è consentita quando la ripetizione sia divenuta impossibile”per fatti o

a

circostanze imprevedibili”: l’ammissibilità della lettura dipende da una valutazione

posteriori delle condizioni esistenti nel momento in cui l'atto è stato compiuto. Per fare un

esempio classico, l'irripetibilità sopravvenuta non ricorre tutte le volte in cui il pubblico

ministero avrebbe potuto richiedere l'incidente probatorio.

All'originaria previsione dell'art. 512, concernente i soli atti assunti dal pubblico ministero,

ovvero dal giudice nel corso dell'udienza preliminare, è stato aggiunto anche il riferimento a

quelli assunti dalla polizia giudiziaria, in precedenza esclusi nonché agli atti assunti dai

difensori delle parti private.

La L.281/2006 ha introdotto l’art.512 1-bis, che consente la lettura del verbale di

distruzione dei documenti formati mediante intercettazioni illegali o raccolta illegale di

informazioni.

Sono altresì acquisiti mediante lettura i verbali di prove di altri procedimenti, nei casi

consentiti dall'art. 238, ferma restando la precedenza dell'esame orale: l'art. 238 (dovuto

alla legge n. 63 del 2001) subordina l'acquisizione dei verbali di dichiarazioni alla realizzazione

a quo

del contraddittorio nel procedimento , o al consenso dell'imputato (retro, cap. III, § 12).

Infine, l'art. 512-bis (come modificato dalla legge n. 479 del 1999) consente la lettura dei

verbali di dichiarazioni rese da persona residente all'estero, che sia stata citata e non sia

comparsa, ma solo nel caso in cui l'esame, dibattimentale sia assolutamente impossibile.

L'art. 514 ribadisce la tassatività delle letture consentite a fini di acquisizione probatoria.

Un’ulteriore modifica ha introdotto la possibilità di dare lettura delle dichiarazioni che siano

state rese nell’udienza preliminare alla presenza dell’imputato o del suo difensore. Ma anche

limitandola all’interrogatorio, la norma non sembra comprendere le dichiarazioni dell’imputato

sul fatto proprio ma solo per fatti concernenti la responsabilità di altri che, se hanno diritto

di partecipare all’udienza, possono essere solo i coimputati.

18. L'escussione della prova.

Nell’escussione delle prove in dibattimento un ruolo determinante spetta alle parti.

L'art.496 stabilisce, anzitutto, l'ordine di assunzione delle prove. Se le parti non si

accordano diversamente, sono assunte per prime quelle indicate dal pubblico ministero, e poi

quelle indicate dai difensori della parte civile del responsabile civile, del civilmente

obbligato, dell'imputato.

L'esame dei testimoni avviene in modo c.d. incrociato: la legge prevede che l'esame sia

condotto in prima persona dal pubblico ministero e dai difensori, riservando al presidente,

oltre alla direzione e alla vigilanza, soltanto poteri suppletivi.

A norma dell'art. 498 l'esame diretto viene condotto dalla parte che ha chiesto l'esame del

testimone, alla quale dunque spetta di interrogarlo per prima. Successivamente, le altre parti

effettueranno il controesame, al termine del quale chi ha chiesto l'esame può proporre altre

domande. È controverso se a queste ulteriori domande possa seguire un nuovo controesame,

ma pare ragionevole ammetterlo, sempre ovviamente nel rispetto dei limiti di pertinenza delle

domande ai sensi dell'art. 499 comma 6°, che ne restringeranno progressivamente l'ambito.

Va ricordato che sono inutilizzabili le dichiarazioni del testimone che rifiuti di sottoporsi

all'esame o al controesame di una delle parti (art. 500 comma 3°: retro, § 14).

Il codice disciplina le modalità dell’esame:

- l'art. 499 prevede che l'esame si svolga mediante domande su fatti specifici.

- l'ambito della testimonianza risulta definito dall'art. 194, il quale richiede che l'esame

avvenga sui fatti che costituiscono oggetto di prova: i fatti che si riferiscono

all'imputazione.

-spetta al presidente assicurare la pertinenza delle domande, e a tal fine il medesimo ha il

potere di escluderle; dev'essere inoltre garantita la genuinità delle risposte, la lealtà

dell'esame, la correttezza delle contestazioni. Il presidente può intervenire direttamente,

anche d'ufficio; altrimenti, sulle opposizioni formulate dalle parti, decide immediatamente e

senza formalità (art. 504).

Domande espressamente vietate sono anche quelle che possono nuocere alla sincerità delle

risposte (art. 499 comma 2°). La «sincerità» non coincide con la «genuinità» delle risposte: il

primo requisito si riferisce alla corrispondenza tra la dichiarazione e i fatti percepiti, il

secondo tutela l'intenzione del testimone, il quale non deve essere condizionato o fuorviato

nella sua descrizione. Fra le domande nocive, in senso lato, un trattamento particolare è

riservato alle domande suggestive (quelle, cioè, che «tendono a suggerire le risposte»), le

quali sono vietate solo nell'esame diretto, non nel controesame (art. 499 comma 3°).

-nel controesame, ma nulla vieta che ciò avvenga anche nell'esame diretto, si farà uso della

facoltà di estendere l'interrogazione, ai sensi dell'art. 194 comma 2°, alle circostanze il cui

accertamento è necessario per valutare la credibilità del testimone. Resta comunque sancito

un limite invalicabile, rappresentato dal rispetto della persona.

-particolari cautele sono prescritte quando il testimone è un minorenne: in tal caso l'esame

viene condotto di regola dal presidente, il quale può avvalersi dell'ausilio di un familiare del

minore o di un esperto in psicologia infantile (art. 498 comma 4°).

Da notare che, secondo quanto stabilito dalla Corte costituzionale, anche nel caso di

maggiorenne infermo di mente deve essere il presidente a condurre l'esame.

Nel caso, su richiesta di parte o d'ufficio, l'esame del minore di 16 anni e del maggiore

infermo di mente (equiparazione, questa, dovuta ancora una volta alla Corte costituzionale)

può svolgersi con le modalità particolari previste dall'art. 398 comma 5-bis, anche in luogo

diverso dal tribunale (art. 498 comma 4-bis). Inoltre, quando si procede per i delitti di

pedofilia e di violenza sessuale o concernenti la tratta di persone, il minore vittima del reato

(nonché l'infermo di mente, stando alla giurisprudenza costituzionale appena citata) viene

esaminato, su richiesta sua e del difensore, mediante l'uso di un vetro specchio con impianto

citofonico(art. 498 comma 4-ter).

Sempre nei procedimenti relativi ai summenzionati delitti risultano espressamente vietate, se

non necessarie alla ricostruzione del fatto, domande sulla vita privata o sulla sessualità della

persona offesa, le quali non sono ammesse nemmeno allo scopo di definirne la personalità.

-dopo l'esame dei testimoni, periti e consulenti tecnici, vengono esaminate le parti che ne

abbiano fatto richiesta o che vi abbiano consentito (art. 503).

L'imputato non può sottrarsi all'esame se citato a rendere dichiarazioni su fatti concernenti

la responsabilità di altre, persone. Non viene meno, comunque, la facoltà di non rispondere

alle domande.

L'esame dell'imputato su fatto proprio resta invece soltanto eventuale. Occorre tuttavia

prendere atto che la dichiarata volontarietà dello stesso è più apparente che reale. Dal

momento, infatti, che l'esame può essere richiesto anche dalle altre parti, l'imputato è

tenuto ad opporre un rifiuto, se non vuole esservi assoggettato. In tal caso, per come si è

visto (retro, § 16), a norma dell'art. 513 comma 1° diventano leggibili, e quindi utilizzabili per

la decisione, i verbali delle dichiarazioni rese in precedenza al pubblico ministero o alla polizia

giudiziaria da questi delegata o al giudice per le indagini preliminari o dell'udienza preliminare.

D'altro canto, gli stessi verbali possono essere utilizzati per le contestazioni e allegati al

fascicolo per il dibattimento, se l'imputato accetta l'esame, a norma dell'art. 503 commi 5° e

6°. Resta ferma, naturalmente, la facoltà di non rispondere alle singole domande: della

mancata risposta deve farsi menzione nel verbale, come stabilito dall'art. 209 comma 2°,

disposizione dalla quale gli interpreti in prevalenza desumono il potere del giudice di tenere

conto del silenzio come argomento utile per la decisione.

L'imputato può limitarsi a rendere dichiarazioni spontanee, che gli sono consentite, ai sensi

dell'art. 494, in ogni stato del dibattimento. Le dichiarazioni spontanee non sono contemplate

fra i mezzi di prova; per l'imputato presentano il notevole vantaggio di non essere

condizionate dalle domande,che qui non sono previste, e, soprattutto, di non essere seguite da

un controesame che potrebbe metterlo in difficoltà.

Secondo l'art. 150 disp. att., l'esame delle parti ha luogo appena terminata l'assunzione

delle prove a carico.

- poteri di iniziativa probatoria sono attribuiti anche al giudice, senza però che si

sovrappongano al normale impulso delle parti (artt. 506 e 507). In primo luogo il presidente

può indicare temi di prova nuovi o più ampi, sui quali spetta comunque alle parti, ovviamente

nei limiti di pertinenza sopra segnalati, condurre l'esame (ed eventualmente chiedere

l'ammissione di ulteriori mezzi di prova). Tale potere verrà esercitato solo al termine

dell'istruzione dibattimentale.

- ancora il presidente, poi, può rivolgere domande alle persone già esaminate, salvo il diritto

delle parti di concludere l'esame. Anche in questo caso si tratta di una integrazione

dell'attività delle parti, che interviene quando queste ultime hanno esaurito le loro domande,

per contribuire alla completezza dell'escussione, anche mediante la richiesta di precisazioni o

chiarimenti.

. in via eccezionale, è consentita l'acquisizione d'ufficio di nuovi mezzi di prova (art. 507).

Il potere spetta non più al presidente, ma al collegio (funzionalmente competente per le

decisioni sull'ammissione e l'esclusione delle prove e la revoca delle stesse) e nei soli casi in

cui ciò risulti assolutamente necessario.

-Il comma 1 -bis dell'articolo in esame, introdotto dalla legge n. 479/99, prevede inoltre che

possa essere disposta d'ufficio anche l'assunzione di mezzi di prova relativi agli atti acquisiti

al fascicolo per il dibattimento su accordo delle parti: ciò nel caso in cui il giudice ritenga di

dover verificare direttamente le prove risultanti dai verbali del pubblico ministero o dalla

documentazione del difensore.

Il potere di assumere le prove d'ufficio dovrebbe considerarsi meramente integrativo.

Le Sezioni unite della Cassazione, le quali hanno affermato che il potere di assunzione ex

officio di nuove prove riconosciuto al giudice dibattimentale dall'art. 507 sussiste anche nel

caso in cui non vi sia stata in precedenza alcuna acquisizione delle prove.

- se la prova, ai sensi dell'art. 507, non è stata richiesta dalle parti, resta da determinare chi

deve condurre l'esame diretto. L'art. 151 comma 2° disp. att. dispone, al riguardo, che sia il

presidente ad iniziare l'esame, allo scopo di verificare se la prova — in ragione del suo

contenuto — debba essere attribuita all'accusa o alla difesa, e di stabilire,

conseguentemente, a chi spetti l'esame diretto e a chi il controesame.

19. Divieti di utilizzazione.

Ai sensi dell'art. 191 le prove ammesse dal giudice in violazione dei divieti stabiliti dalla

legge non possono essere utilizzate.

Non si tratta, propriamente, di un vizio dell'atto, al pari di una nullità, ma di una regola di

condotta per il giudice che, se non osservata, vizia se mai la decisione. Nella sostanza,

tuttavia, il congegno opera sempre allo stesso modo: le prove inutilizzabili non possono essere

considerate nella motivazione della sentenza che, in caso contrario, sarà soggetta ad

annullamento da parte della Corte di cassazione.

Che la violazione delle norme sulla prova consenta senz'altro il ricorso per cassazione,

secondo il menzionato art. 606 comma 1° lett. c, è comunque significativo.

L'art. 191 risulta direttamente applicabile alla violazione delle norme concernenti

l'acquisizione della prova in giudizio per il tramite dell'art. 526 comma 1°, che vieta di

utilizzare ai fini della deliberazione prove diverse da quelle legittimamente acquisite,

escludendo perciò gli elementi raccolti fuori del dibattimento che non vi abbiano trovato

ingresso nelle forme consentite.

Per la decisione, dunque, il giudice potrà utilizzare, oltre alle prove escusse nell'istruzione

dibattimentale, gli atti contenuti nel fascicolo per il dibattimento, a condizione che siano

stati effettivamente acquisiti mediante lettura o indicazione, nonché i verbali delle

dichiarazioni impiegate per le contestazioni, nei casi di allegazione al fascicolo, e le altre

letture consentite dalla legge; ed ancora, i documenti ammessi, inclusi i verbali di prove di

altri procedimenti acquisiti ex art. 238, le sentenze irrevocabili acquisite ex art. 238-bis, e le

prove reali (corpo del reato e cose pertinenti al reato).

Dell'art. 526 comma 1-bis, che riproduce lo specifico divieto introdotto dall'art. 111 comma 4°

Cost., si è detto a suo tempo (retro, § 15). Anche questo divieto comporta l'inutilizzabilità

della prova ai sensi dell'art. 191, operando in particolare nei casi in cui le dichiarazioni indicate

sarebbero state acquisibili secondo le regole generali.

20. Modificazioni dell'accusa.

Principio fondamentale inerente alla fase del giudizio è da sempre quello della correlazione

tra accusa e sentenza, condizione indispensabile per l'effettivo esercizio della difesa. Il

giudice, cioè, non può pronunciarsi su un fatto che non sia stato preventivamente portato a

conoscenza dell'imputato nei modi stabiliti dalla legge; e corrispondentemente l'imputato ha

diritto di essere giudicato solo per il fatto che gli è stato formalmente addebitato. Se

l'accertamento conclusivo non coincide con i termini dell'accusa, che costituiscono il punto di

riferimento obbligato per la sentenza il giudice deve esimersi dal decidere, trasmettendo gli

atti al pubblico ministero affinché provveda a formulare una nuova imputazione (art. 521

comma 2°). E, in tal caso, il processo ricomincia dall'inizio.

Tuttavia, nel corso del dibattimento precisamente, nel corso dell'istruzione dibattimentale,

che fornisce gli elementi per la ricostruzione giudiziale del fatto, è consentito al pubblico

ministero di modificare e integrare l'accusa.

La retrocessione del procedimento, infatti, si ridurrebbe ad una semplice formalità.

Ciò vale, però, a condizione che il fatto storico, sebbene, diversamente configurato, rimanga

sostanzialmente lo stesso, o comunque che la contestazione sia «inerente ai fatti oggetto di

giudizio», come prescrive una specifica direttiva della legge delega (art. 2 n. 78).

La modifica della contestazione è un potere esclusivo del pubblico ministero, secondo

quanto dispone l'art. 516. Poiché si tratta di un mutamento dell'accusa, e quindi dell'oggetto

del processo, essa va effettuata personalmente all'imputato: se l'imputato è contumace o

assente, deve essergli portata a conoscenza mediante la notifica per estratto del verbale del

dibattimento (art. 520).

Sulla contestazione effettuata del pubblico ministero il giudice non esercita un controllo,

preventivo, ma potrà pronunciarsi solo al momento della decisione. Com'è logico, tuttavia, la

nuova contestazione non può mai consentire al giudice di eccedere dai limiti della propria

competenza.

Una disciplina analoga è riservata al tradizionale istituto della contestazione suppletiva, che

si caratterizza per introdurre un ampliamento dell'oggetto del giudizio. L'art. 517 la limita ai

casi in cui emerga un reato connesso con quello per cui si procede — perché in concorso

formale o in rapporto di continuazione — ovvero emerga una circostanza aggravante.

Va peraltro tenuto presente che, anche in mancanza della contestazione nel corso del

dibattimento (comunque preferibile: retro, cap. VI), qualora per i reati concorrenti si dovesse

pervenire all'emanazione di più sentenze irrevocabili di condanna, la disciplina sostanziale del

concorso formale e della continuazione sarebbe applicabile, a vantaggio del condannato, nella

fase dell'esecuzione(art. 671 comma 1°). Ciò non vale, invece per le circostanze aggravanti,

che se non contestate non possono più essere prese in considerazione: vi si oppone, con

espresso riferimento alle medesime, la preclusione dell'art. 649, ai sensi del quale è vietato

un secondo giudizio per lo stesso fatto, anche se diversamente circostanziato.

Nel caso di modifica dell'imputazione o di contestazione suppletiva l'imputato potrebbe avere

interesse ad ottenere il giudizio abbreviato o il patteggiamento.

Al momento delle nuove contestazioni, però con l'istruzione dibattimentale già in corso, il

potere di formulare le relative richieste risulta venuto meno.

Tuttavia, quando la valutazione è stata condizionata dall'erroneità della imputazione o dalla

sua incompletezza, addebitabile al pubblico ministero perché il fatto, come contestato in

dibattimento, risultava già dagli atti di indagine al momento dell'esercizio dell'azione penale,

non può parlarsi di libera assunzione del rischio del dibattimento da parte dell'imputato,

indotto ad una scelta non consapevole.

Analogamente, nulla si può rimproverare all'imputato il quale abbia tempestivamente

formulato una richiesta di patteggiamento che sia stato ingiustificatamente negato, ove la

congruità della pena a suo tempo richiesta fosse venuta meno in conseguenza della

contestazione dibattimentale.

Limitatamente a queste due ipotesi, e con esclusivo riferimento all'applicazione della pena a

norma dell'art. 444, la Corte costituzionale ha dichiarato illegittimi gli artt. 516 e 517,

affermando che il giudice, accertati i presupposti di cui s'è detto, deve pronunciarsi sulla

eventuale richiesta di applicazione della pena che l'imputato abbia avanzato relativamente alla

nuova contestazione.

L'incostituzionalità degli artt. 516 e 517 è stata dichiarata anche con riferimento all'omessa

previsione della facoltà dell'imputato di proporre domanda di oblazione per il reato

concorrente o per il fatto diverso risultante dalla modifica dell'imputazione, poiché tale

facoltà non può che sorgere nel momento stesso in cui il reato viene contestato.

La disciplina cambia quando risulta dal dibattimento un fatto totalmente diverso, per il quale

sarebbe possibile instaurare un procedimento separato.

Un utile criterio orientativo si può rinvenire nella constatazione che il fatto nuovo può

coesistere con quello per cui si procede, laddove il fatto soltanto diverso risulta incompatibile

con la ricostruzione iniziale: per fare un esempio, è naturalisticamente impossibile aver

cagionato la morte del medesimo uomo in giorni differenti (fatto diverso); al contrario,

l'offesa all'onore di una persona può cumularsi con la minaccia nei confronti della stessa

(fatto nuovo).

A norma dell'art. 518 comma 2°, il fatto nuovo può essere contestato dal pubblico ministero

solo con il consenso dell'imputato, e sempre che non ne derivi pregiudizio per la speditezza

dei procedimenti. In questo caso, perciò, la contestazione dev'essere autorizzata dal

presidente, e non può comunque essere effettuata se l'imputato non è presente. Se la

contestazione non ha luogo, si procede, separatamente nelle forme ordinarie.

In ragione della facoltà riconosciuta all'imputato di non consentire alla contestazione in

udienza va ritenuto quindi inapplicabile il principio enunciato dalla Corte costituzionale circa la

possibilità di chiedere il patteggiamento in caso di fatto diverso o di contestazione suppletiva.

Quando è avvenuta, nelle varie forme, una contestazione dibattimentale, l'imputato ha diritto,

se lo richiede, ad un termine a difesa non inferiore a quello per comparire in giudizio (art.

519). E, dal canto suo, la persona danneggiata dal reato contestato in via suppletiva ha diritto

di costituirsi parte civile «in apertura della nuova udienza» successiva a tale contestazione

(retro, cap. I, § 26).

In ogni caso è possibile l'ammissione di nuove prove. L'art. 519 comma 2° riservava l'iniziativa

al solo imputato, rinviando peraltro 507, il quale come si è visto riguarda le prove che possono

essere eccezionalmente assunte al termine, dell'istruzione dibattimentale, dunque secondo un

criterio di ammissibilità particolarmente restrittivo («se risulta assolutamente necessario»).

La Corte costituzionale ha stabilito che le prove sono sempre ammissibili secondo le regole

generali (art. 495 in relazione agli artt.190 e 190-bis); mentre il potere di formulare la

relativa richiesta spetta a tutte le parti.

Ai sensi dell'art. 522 la violazione delle norme sulle nuove contestazioni è causa di nullità

della sentenza (riconducibile alle nullità generali di cui all'art. 178 comma 1° lett. b e c). La

nullità è parziale — si riferisce cioè soltanto ai fatti o alle circostanze non regolarmente

contestate, mentre resta valida la decisione sull'accusa principale— quando la condanna sia

pronunciata in relazione ad un fatto nuovo, ad un reato concorrente o ad una circostanza

aggravante.

Si è già detto che il giudice non può controllare preventivamente la correttezza della

contestazione, sulla quale ha comunque il dovere di decidere. Se però questa è avvenuta fuori

dei casi consentiti (art. 521 comma 3°), il giudice dispone con ordinanza la restituzione degli

atti al pubblico ministero, il quale sarà tenuto a conformarsi alla pronuncia, riformulando

l'imputazione.

La stessa disposizione si applica, in ottemperanza al menzionato principio della correlazione

tra accusa e sentenza, se il giudice ritenga il fatto diverso da come descritto nel decreto

che dispone il giudizio, senza che il p.m. abbia modificato l’accusa, o quando l’accusa sia stata

erroneamente modificata.

Tale potere d'ufficio, che introduce una connotazione inquisitoria nel sistema, non sarebbe

ammissibile in un processo di parti in senso proprio. A livello teorico sarebbe stato più

coerente non consentire la restituzione degli atti, imponendo così, per la diversità del fatto,

l'assoluzione nel merito per essere l'accusa, nei termini definitivamente formulati dal

pubblico ministero risultata infondata. Una sentenza del genere però, una volta passata in

bis in idem

giudicato, precluderebbe, in forza del divieto di di cui all'art. 649, l'instaurazione

di un nuovo procedimento sull'imputazione corretta.

Nella medesima logica, al giudice è anche riconosciuta la possibilità di dare al fatto una

qualificazione giuridica diversa da quella enunciata nell'imputazione (art. 521 comma 1°).

21.Deliberazione e pubblicazione della sentenza.

Alla discussione finale è dedicato l'art 521. Le parti intervengono nello stesso ordine stabilito

per l'esposizione introduttiva e per l'assunzione delle prove; il presidente dirige e modera la

discussione.

Subito dopo la chiusura del dibattimento è deliberata la sentenza. L'art. 525 enuncia il

principio dell'immediatezza della deliberazione e quello, strettamente connesso,

dell'immutabilità del giudice.

Una volta conclusa la deliberazione si dovrebbe, di regola, procedere subito dopo a redigere

una concisa esposizione dei motivi di fatto e di diritto su cui la sentenza è fondata (art. 544

comma 1°), in modo che possano essere letti o esposti riassuntivamente in udienza assieme al

dispositivo, a norma dell'art. 545 comma 2°.

La redazione immediata dei motivi in camera di consiglio, è tuttavia semplicemente

facoltativa. Infatti il giudice, «qualora non sia possibile», può provvedere alla redazione dei

motivi non oltre il 15° giorno da quello della pronuncia, depositando la sentenza in

cancelleria secondo le statuizioni dell'art. 548, assai rilevanti ai fini dell'esercizio del diritto

di impugnazione (infra, cap. IX, § 11). In casi di particolare complessità, il medesimo giudice

può anche indicare un termine più lungo, non eccedente i 90 giorni (art. 544 comma 3°).

I termini per la stesura della motivazione e peri il deposito della sentenza non sono perentori,

per cui dal loro mancato rispetto non deriva alcuna conseguenza sul piano processuale.

Fra i requisiti della sentenza elencati dall'art. 546 comma 1°, speciale rilievo assumono

l'indicazione delle conclusioni delle parti (lett. d), nonché, nella motivazione, l'indicazione

delle prove poste alla base della decisione e l'enunciazione delle ragioni per le quali il giudice

ritiene non attendibili le prove contrarie (lett. e) .

La mancanza della motivazione — oltre alla mancanza o incompletezza del dispositivo e alla

mancanza della sottoscrizione — è causa di nullità della sentenza (art.546 comma 3°), e

comunque costituisce un autonomo motivo di ricorso per cassazione (ai sensi dell'art. 606

comma 1° lett. e) .

22.Contenuto della decisione

La legge delega impone la previsione di diverse formule di assoluzione o di proscioglimento e

abolisce l’assoluzione per insufficienza di prove, prescrivendo che la prova insufficiente o

contraddittoria sia equiparata alla mancanza totale di prova.

Il codice, disciplina anzitutto il proscioglimento nel merito, che comporta una sentenza di

assoluzione (art. 530), separatamente dal proscioglimento per improcedibilità o per

estinzione del reato, che comporta una sentenza di non doversi procedere (arti. 529 e 531).

Elenca poi le formule di assoluzione tradizionali, che compongono un numero chiuso, e delle

quali è richiesta la specificazione nel dispositivo. Le formule «il fatto non sussiste» e

«l'imputato non ha commesso il fatto» configurano l'assoluzione più ampia, poiché negano il

presupposto storico dell'accusa: perciò la sentenza è dichiarata ex art. 593 comma 2°

inappellabile dall'imputato, non essendo possibile un esito a lui più favorevole.

Invece, si assolve perché il fatto «non costituisce reato» quando il fatto stesso sussiste ed è

stato commesso dall'imputato, ma manca uno degli elementi della fattispecie, ovvero risulta

presente una causa di giustificazione. Solo se è accertato un fatto costituente reato, poi, si

può assolvere «perché il reato è stato commesso da persona non imputabile o non punibile

per un'altra ragione».

Tra le formule di assoluzione elencate dall'art. 530 è infine inclusa quella relativa al fatto non

«previsto dalla legge come reato», che è stabilita per il caso in cui l'accusa non corrisponda

abolitio criminis

ad alcuna fattispecie legale (ad esempio, per essere intervenuta una ), e

precede, logicamente, l'assoluzione perché «il fatto non costituisce reato».

Quanto alla decisione sul fatto incerto, è prescritta l'assoluzione qualora la prova manchi,

sia insufficiente o contraddittoria (art. 530 comma 2°). L'insufficienza di prove non è

logicamente differente dalla mancanza di prove.

La contraddittorietà, invece, va riferita all'ipotesi in cui sussistano sufficienti prove a carico

dell'imputato, alle quali però si contrappongono prove a discarico.

L'impossibilità di giungere ad un accertamento della colpevolezza conduce alla pronuncia di

una formula che corrisponde ad un accertamento positivo dell'innocenza: alla luce della

presunzione di non colpevolezza di cui all'art. 27 comma 2° Cost..

La scelta dichiarata in favore dell'assoluzione, anche nel caso di dubbio concernente

l'esistenza di una causa di giustificazione o di una causa personale di non punibilità (art.

530 comma 3°) risolve normativamente un problema su cui la giurisprudenza era orientata in

senso contrario: non spetta al pubblico ministero provare l'inesistenza di tutte le possibili

cause di giustificazione (o, più precisamente, di quella in concreto allegata dalla difesa);

tuttavia, all'imputato è sufficiente far sorgere il dubbio sulla presenza di una di esse,

fornendone una prova incompleta, per aver diritto all'assoluzione.

Analoga disciplina è riservata al dubbio sull'esistenza di una condizione di procedibilità (art.

529 comma 2°), o sull'esistenza di una causa di estinzione del reato (art. 531 comma 2°). Il

dubbio, naturalmente, non è riferito alle questioni di diritto, ma ai presupposti di fatto.

L'estinzione, del reato, in, ogni, caso, non può essere dichiarata quando risulta evidente una

causa di assoluzione nel merito.

L'art. 533, infine, si occupa della sentenza di condanna, e contiene l'indicazione in positivo

del suo presupposto (che, cioè, l'imputato risulti «colpevole» del reato contestatogli).

L'art. 5 l. 20 febbraio 2006, n. 46, introduce, tra i presupposti della sentenza di condanna, la

necessità che l'imputato risulti colpevole «al di là di ogni ragionevole dubbio». A parte il suo

valore simbolico, la previsione non aggiunge nulla, sul piano, prescrittivo a quanto si ricava dalle

norme sull'assoluzione per mancanza, insufficienza o contraddittorietà della prova di cui al

sopra citato art. 530.

«Ragionevole dubbio» non vuol dire «minimo dubbio» posto che nella ricostruzione del fatto

storico l'assoluta certezza non è mai raggiungibile, ma solo un alto grado di probabilità.

Con la sentenza di condanna il giudice decide anche sull'azione civile esercitata nel processo

penale. Quando condanna l'imputato (e l'eventuale responsabile civile) al risarcimento del

danno, è tenuto a provvedere contestualmente alla liquidazione (art. 538 comma 2°), ma se le

prove acquisite non lo consentono può pronunciare condanna generica. Solo in quest'ultima

ipotesi gli è consentito rimettere le parti davanti al giudice civile (art. 539 comma 1°): la

parte civile può allora ottenere la condanna al pagamento di una provvisionale (art. 539 comma

2°), che per legge è immediatamente esecutiva (art. 540 comma 2°). La condanna alle

restituzioni e al risarcimento del danno, viceversa, può essere dichiarata provvisoriamente

esecutiva, a richiesta della parte civile, quando ricorrono «giustificati motivi», valutati

discrezionalmente (art. 540 comma 1°).

CAPITOLO VIII – PROCEDIMENTO DAVANTI AL TRIBUNALE

IN COMPOSIZIONE MONOCRATICA

1.Premessa.

Il libro VIII dal 1998 è intitolato “Procedimento davanti al tribunale in composizione

monocratica”.

Già con la L.400/1984 era ricondotta alla cognizione del pretore una serie di reati, la cui pena

edittale superava il limite di 3 anni di reclusione.

La legge delega puntava inoltre a potenziale ulteriormente tali competenze e, quanto alle

forme del procedimento imponeva criteri di massima semplificazione, con esclusione

dell’udienza preliminare e con possibilità di incidenti probatori solo in casi eccezionali.

La L.254/97 si è delegato il governo a ristrutturare gli uffici giudiziari secondo il modello del

giudice unico: si è soppresso l’ufficio della procura della Repubblica presso la pretura e sia

l’ufficio del pretore, trasferendone le funzioni alla procura della Repubblica presso il

tribunale .

Con la L.479/99 sono state rese operative le nuove regole sul giudice unico: è stato ridotto a

10 anni di reclusione il limite massimo entro cui i delitti potranno essere oggetto di cognizione

davanti al giudice monocratico.

E’ stata prevista l’udienza preliminare per le ipotesi di reato che non possono essere oggetto

di citazione diretta a giudizio da parte del p.m.. Quindi,vi sono 2 moduli:

- uno ordinario quindi omogeneo a quello stabilito per il tribunale collegiale:

- uno speciale per l’assenza dell’udienza preliminare e per la possibilità del p.m. di

mandare l’imputato a giudizio senza alcuna verifica giurisdizionale.

2.Le norme applicabili al procedimento davanti al tribunale in composizione monocratica.

Nel procedimento davanti al tribunale in composizione monocratica, per tutto ciò che non è

previsto nel libro VIII o in altre disposizioni, si osservano le norme stabilite nei libri che

precedono, in quanto compatibili (art. 549).

Quindi la disciplina del procedimento ordinario, potrà essere richiamata, se risultano

soddisfatte 2 condizioni:

-che la materia non sia regolata dagli artt.550-559 o altrove (norme di attuazione relative al

tribunale in composizione monocratica, ed alle sezioni del tribunale e quelle in tema di

organizzazione giudiziaria);

-la verifica della compatibilità delle norme con la struttura del procedimento davanti al

tribunale in composizione monocratica.

3.La fase delle indagini preliminari.

Rispetto a tale fase non sono riscontrabili differenze tra i procedimenti attribuiti al tribunale

in composizione collegiale e quelli attribuiti al tribunale in composizione monocratica.

Mentre prima, anche all’interno della disciplina della durata delle indagini preliminari nei

procedimenti affidati al giudice monocratico, contenuta nel titolo II, si individuavano profili di

diversità rispetto a quella stabilita nel libro V.

Così, oggi anche davanti al tribunale in composizione monocratica si deve osservare il termine

ordinario di durata delle indagini preliminari, fissato in 6 mesi nell'art. 405 commi 2°, 3° e

4°, ove si determina altresì la decorrenza del termine in presenza di fattispecie perseguibili a

querela, ad istanza od a richiesta di procedimento e la sospensione dello stesso termine in


ACQUISTATO

9 volte

PAGINE

297

PESO

1.87 MB

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in giurisprudenza
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher elisa.gastino di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto processuale penale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Piemonte Orientale Amedeo Avogadro - Unipmn o del prof Bargis Marta.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Corso di laurea in giurisprudenza

Riassunto esame Diritto dell'Unione Europea, prof. Rubino, libro consigliato Elementi di Diritto dell'Unione Europea, Draetta
Appunto
Appunti di filosofia del diritto
Appunto
Diritto Commerciale - Riassunto esame, prof. Barcellona
Appunto
Domande di diritto costituzionale
Appunto