Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

formule di merito rispetto a quelle estintive, contempla tutte le formule enunciate nel primo comma

ad eccezione di quella di improcedibilità, il che non può non sottolineare come quest'ultima formula

prevalga su qualunque altra.

Il principio del contraddittorio trova la sua espressa enunciazione nell'articolo 111 della

costituzione che ha provveduto a collocarlo al vertice dei principi cardine del nostro sistema

processuale penale. Il principio del contraddittorio, può essere inteso ed interpretato in un duplice

senso. In primo luogo, il legislatore riconosce al contraddittorio una valenza importante come

metodo di conoscenza: il contraddittorio infatti si forma attraverso i contrapposti interventi delle

parti con un giudice. Al principio del contraddittorio però è riconducibile anche una valenza

diversa, essendo lo stesso principio assolutamente idoneo a tutelare gli interessi ed i diritti

dell'imputato o accusato. Il dibattimento è la fase che disegna meglio il processo penale ma si tratta

di un procedimento complesso ed è per questo che il legislatore si è preoccupato di arricchire tale

fase di un complesso di norme che tendono ad assicurare la giustizia della decisione e la libertà

degli individui. Questa ratio si sottende ai 5 principi che informano il dibattimento:

 Contraddittorio

 Pubblicità

 Oralità

 Immediatezza

 Concentrazione

Per la pubblicità occorre, oltre al naturale intervento degli interessati, i quali prendono parte al

processo perché indotti dal diverso principio del contraddittorio, anche quello del popolo nella sua

generalità. In tale contesto i testimoni, i periti e l'imputato sentono maggiormente l'obbligo di dire la

verità, gli stessi magistrati e i difensori sono spinti ad adempiere con massima attenzione ai loro

rispettivi compiti, cosicchè la loro opera di giustizia possa ispirare fiducia. Il nostro sistema conosce

due tipologie di pubblicità: quella immediata e quella mediata. La prima consiste nella possibilità

per il pubblico di assistere al suo svolgimento percependo tutto ciò che si dice, si compie da coloro i

quali agiscono all'interno di ciascuna udienza dibattimentale. Vi sono però eccezioni per le quali il

giudice dispone che si proceda a porte chiuse in presenza di ipotesi previste tassativamente dalla

legge. Questo avviene:

- Nel caso in cui la pubblicità possa nuocere al buon costume

- Nel caso in cui la pubblicità possa comportare la diffusione di notizie da mantenere segrete

nell'interesse dello Stato e purché l'autorità competente chieda di procedere a porte chiuse

- Nel caso in cui l'assunzione di determinate prove possa causare pregiudizio alla riservatezza

dei testimoni ovvero delle parti private" in ordine ai fatti che non costituiscono oggetto

dell'imputazione".

Diversamente, le ipotesi nelle quali si procede a porte chiuse ma con la possibilità di pubblicazione

degli atti del dibattimento ricorrono:

- nel caso in cui la pubblicità possa nuocere alla pubblica igiene

- nel caso in cui avvengano da parte del pubblico manifestazioni che turbino il regolare svolgimento

delle udienze

- nel caso in cui sia necessario salvaguardare la sicurezza dei testimoni o gli imputati

Quando la persona offesa è minorenne inoltre si procede sempre a porte chiuse.

La pubblicità mediata è invece quella che deriva per la conoscenza del dibattimento che il pubblico

viene ad avere attraverso i mezzi di informazione collettiva quali la stampa, la radio e la televisione.

La ragione della pubblicità è collegata all'oralità delle prove e della discussione; difatti qualora

queste fossero presentate per iscritto il principio della pubblicità non avrebbe ragion d'essere. La

sentenza deve essere poi deliberata dagli stessi giudici che hanno presenziato alla fase

dell'istruzione dibattimentale. Questa esigenza è garantita dal c.d. Principio dell'immediatezza che si

esplica nell'esigenza che il dibattimento si attui con la diretta e costante partecipazione di tutte le

persone che integrano l'ufficio della decisione, di modo che la decisione stessa sia il frutto della

completa percezione ed esperienza di coloro che hanno presenziato allo svolgimento del

dibattimento. Da questo principio derivano due corollari. Nel primo deve esservi identità fisica tra il

giudice che decide e il giudice che ha presenziato a tutte le udienze dipartimentali (articolo 525

comma 2, c.p.p.), nel secondo la decisione deve essere basata sulle prove che sono state acquisite in

tale fase. Qualora si verifichi un impedimento di uno o più giudici e vengano inseriti nel collegio i

giudici supplenti, a norma dell'articolo 525 comma 2, i provvedimenti già emessi conservano

efficacia se non espressamente revocati. L'ulteriore corollario del principio dell'immediatezza è

quello sancito nell'articolo 526 che stabilisce che il giudice non può utilizzare ai fini della

deliberazione prove diverse da quelle legittimamente acquisite nel dibattimento. Il codice vigente

sebbene abbia una preferenza per le prove raccolte oralmente in dibattimento, non disconosce forme

di acquisizione di prove precostituite. L'altro principio che informa il dibattimento è quello della

concentrazione. In virtù di siffatto principio, il complesso degli atti del dibattimento deve svolgersi

quanto è più possibile concentrato sia nello spazio che nel tempo. In ordine allo spazio, la

concentrazione si sostanzia nel subordinato principio della localizzazione, in virtù del quale il

dibattimento deve normalmente svolgersi in un luogo "appositamente predisposto ed attrezzato allo

scopo (sala di udienza)" nel quale devono trovarsi tutti coloro che devono o possono partecipare al

dibattimento quali i giudici, parti, difensori e, se presente, il pubblico. Con riguardo al tempo, la

concentrazione si specifica nell'ulteriore principio di continuità per il quale, una volta iniziato, il

dibattimento deve svolgersi senza soluzione di continuità per giungere alla sua chiusura. Il giudice

può sospendere il dibattimento soltanto per ragioni di assoluta necessità e per un termine massimo

di 10 giorni non festivi. Le ipotesi di sospensione possono ripartirsi in tre gruppi. Un primo gruppo

è quello che contempla la necessità di accordare un termine ulteriore per la preparazione della

difesa. Il secondo gruppo riguarda tutti quei casi nei quali non sono presenti all'udienza persone

delle quali occorre la presenza. Ed infine, il terzo gruppo riguarda quelle ipotesi nelle quali occorre

attendere l'eliminazione di un ostacolo temporaneo.

Per analizzare il diritto di difesa occorre partire dall'articolo 24 comma 2 Cost.: "La difesa è diritto

inviolabile in ogni stato e grado del procedimento". Proclamando l'inviolabilità del diritto di difesa

si è inteso cancellare gli abusi del regime totalitario. L'articolo 111 della costituzione al terzo

comma della norma novellata contempla un decalogo di garanzie riconosciute alla persona

"accusata". Tra queste si segnala il diritto dell'imputato ad essere informato della natura e dei motivi

dell'accusa elevata a suo carico, il diritto di disporre del tempo e delle condizioni necessarie per

preparare la difesa, il diritto di interrogare o di fare interrogare le persone che rendono dichiarazioni

a suo carico... La lettura delle garanzie difensive contemplate in questa norma indurrebbe a credere

che il diritto di difesa penale sia ancor più rafforzato dall'opera integrativa del legislatore

costituzionale. La caratteristica principale del nuovo articolo 111 comma secondo è di essere

riuscito a tradurre il principio astratto (diritto di difesa) in un complesso di diritti tutelati in concreto

e suscettibili di piena attuazione. A differenza della formulazione generica con cui l'articolo 24

comma secondo della costituzione tutela il diritto di difesa, la norma novellata immette una vera e

propria serie di regole processuali funzionali alla difesa. Questa norma si configura come una

enunciazione generale perché pone una direttiva che necessita di un successivo intervento

legislativo per riprodurre il principio in tutte le fattispecie in cui dovrebbe operare e questo perché il

legislatore non ha voluto irrigidire la norma, ma al tempo stesso, il prezzo da pagare è una sorta di

indeterminatezza che necessita di un lavoro di specificazione.

Nel gruppo dei principi fondamentali per il corretto svolgimento di un processo penale merita

un'attenzione particolare la non considerazione di colpevolezza dell'imputato sino alla definitiva

pronuncia di condanna nei suoi confronti (articolo 27 comma secondo della costituzione). La nostra

costituzione ha concepito il processo penale come accertamento della colpevolezza e non

dell’innocenza e quindi in una simile ottica non considerare colpevole sino al passaggio in giudicato

vuol dire negare la sua colpevolezza.

Uno degli aspetti più problematici della considerazione di non colpevolezza è rappresentato dal

rapporto con l’esigenza delle misure cautelari, infatti l’art. 27 Cost si intende come limite per il

legislatore in questo ambito, in quanto la presunzione di non colpevolezza è finalizzata ad arginare

gli eccessi in materia cautelare personale.

A conclusione della fase dibattimentale, dopo la discussione finale ha inizio il momento

fondamentale del processo: quello decisorio, quello della valutazione delle prove, quello, insomma,

in cui si decide della penale responsabilità o dell'innocenza dell'imputato. Il modo di operare viene

affidato alla libera scelta del magistrato. Il cardine di riferimento del momento valutativo delle

prove nel processo penale è il principio del libero convincimento del giudice. L'idea di fondo è

quella del personale convincimento del giudice nell'attività valutativa della prova, che deve essere

effettuata secondo le regole proprie della razionalità, senza che il magistrato subisca pressioni

esterne ed estranee; così da una parte si esclude qualsiasi predeterminazione legale delle prove e

dall'altra si vincola l'operato del giudice alla necessaria accettabilità razionale della decisione. Nel

nostro sistema non è prevista alcuna disposizione normativa, equivalente all'articolo 116 c.p.p. , che

disciplini o anche solo enunci il principio del libero convincimento; sono rinvenibili, invece, nel

codice solo vaghi riferimenti al principio in questione o rinvii al contrario. In primo luogo il

legislatore ha statuito nell'articolo 190 c.p.p. che sono le parti a chiedere l'ammissione delle prove

che riguardano un oggetto ben definito. Certo sarà il giudice, secondo il suo convincimento, a

decidere rispetto all'assunzione di una prova, perché è nella sua discrezionalità ritenerla rilevante e

pertinente ma sempre nei limiti indicati dall'articolo 187. Altro limite alla discrezionalità del giudice

è dato dall'assunzione delle prove tramite ordinanza, provvedimento che similmente alla sentenza e

a differenza del decreto, deve necessariamente essere motivato e che potrà evidentemente essere

impugnato per qualsiasi ragione di fatto di diritto. L'articolo 192 c.p.p. afferma che il giudice valuta

la prova dando conto nella motivazione dei risultati acquisiti e dei criteri adottati; si evince quindi la

volontà del legislatore di circoscrivere l'apprezzamento del giudice al momento valutativo e di

effettuare un controllo sul suo operato attraverso l'onere della motivazione, ove dovrebbe essere

indicato il percorso logico effettuato dal giudice nella valutazione dei mezzi di prova assunti in

dibattimento. L'obbligo di motivare i provvedimenti giurisdizionali, la specificazione che la

motivazione deve contenere, l'indicazione delle prove poste alla base della decisione e

l'enunciazione delle ragioni per le quali il giudice non ritiene attendibili le prove contrarie, così

come stabilito dall'articolo 546, indicano la volontà del legislatore di sorvegliare l'operato

dell'organo decidente, al fine di garantire che le decisioni siano adottate nel rispetto della legalità e

secondo la logica. La motivazione diventa la linea di confine del libero convincimento e dovrebbe

impedire al giudice di fuggire dalla propria razionalità. Ne consegue che la valutazione delle prove

deve essere un'attività legale razionale, legale perché si deve esercitare su prove legittimamente

acquisite, razionale perché il giudice è tenuto ad utilizzare criteri di ragionevolezza. Il giudice ha a

sua disposizione dei risultati probatori che sono l'esito del dibattimento, non può riprodurre l'evento,

può solo tentare di ricostruire il fatto costitutivo dell'ipotesi dell'accusa con l'ausilio dei risultati

suddetti attraverso la verifica delle prove. Qualsiasi sia il metodo utilizzato il risultato non porterà

alla certezza assoluta propria della logica, ma ad un giudizio di alta credibilità. Quindi il giudice

quando decide lo fa senza ignorare che le cose potrebbero essere andate diversamente e questo in

dottrina è noto come PUNTO DI CONVINCIMENTO cioè un momento che sfugge alle regole

della logica.

Cap.2 : Processo penale e informazione

Per sistema informativo si intende quella serie di strumenti processuali che vengono utilizzati nei

confronti dei soggetti coinvolti in un procedimento penale per informarli circa le modalità relative

alla loro partecipazione all'atto processuale. Il segreto investigativo, ossia il segreto posto a presidio

degli atti compiuti dall'autorità giudiziaria nel corso delle indagini preliminari, ha come finalità la

promozione dell'interesse proprio del processo penale: proteggere la ricerca della verità contro gli

atti che possono mettere in pericolo l'acquisizione o la genuinità della prova. Ai sensi dell'articolo

329 c.p.p. per gli atti di indagine compiuti dal pubblico ministero e della polizia giudiziaria è

prevista come regola generale, l'obbligo del segreto. Tale vincolo comporta che l'atto di indagine

non debba essere rilevato; essa opera in modo oggettivo, nei confronti di tutti i soggetti che siano a

conoscenza dell'atto segreto. Questi ultimi sono comunque obbligati a non rivelare l'atto, a

prescindere dalla loro qualifica di parte o di possibile testimone. Il soggetto che rileva

illegittimamente la notizia coperta dal segreto incorrere in una sanzione variabile secondo la

qualifica da esso ricoperta. Il divieto di rivelazione permane fino a che l'atto coperto dal segreto

cioè fino a quando l'imputato non ne possa avere conoscenza e, comunque, non oltre la chiusura

delle indagini preliminari. Il segreto, si è detto, è funzionale al buon esito delle indagini svolte dal

magistrato del pubblico ministero e dalla polizia giudiziaria; essa costituisce una tutela contro il

pericolo di inquinamento della prova. Infatti nell'arco di tempo necessario per svolgere le indagini

preliminari, la conoscenza dei primi risultati potrebbe consentire al responsabile del reato o ai suoi

complici la possibilità di influire sugli elementi ancora da ricercare o compromettere le fonti di

prova già acquisite. Ci sono invece, alcuni atti, espressamente indicati nel codice, il cui compimento

richiede il necessario preavviso del difensore e il diritto di quest'ultimo di assistere al compimento

dello stesso. Si tratta dell'interrogatorio, dell'ispezione e del confronto ai quali partecipa all'indagato

e dell'ispezione su persone diverse dal medesimo. Questi sono detti “atti Vi è poi una

garantiti”.

seconda categoria, definibile come "atti a sorpresa"; in essa rientrano gli atti ai quali il difensore ha

facoltà di assistere senza tuttavia avere diritto al preavviso. Si tratta delle perquisizioni e dei

sequestri, che sono per loro natura non ripetibili (articolo 365 codice procedura penale). Sullo

sfondo degli atti conoscibili dall'indagato, si pone il nuovo comma 3 dell'articolo 111 della

costituzione, in base al quale l'accusato ha diritto di essere informato riservatamente nel più breve

tempo possibile della natura e dei motivi dell'accusa elevata a suo carico. Il codice, tenendo

presente la necessità di proteggere la ricerca della verità, ha previsto delle ipotesi nelle quali è

possibile per i magistrati del pubblico ministero ampliare l'oggetto del segreto.

 La prima ipotesi, prevista nell'articolo 329, comma 3 lettera a), tiene conto della possibilità

che si presenti in concreto l'esigenza di rendere segreti atti che per legge sarebbero

conoscibili. In tal caso il magistrato del pubblico ministero esercita il potere di segretazione,

a condizione che l'indagato lo consenta o che la conoscenza dell'atto possa ostacolare le

indagini.

 La legge numero 397 del 2000 ha introdotto un'ulteriore ipotesi di estensione del segreto

investigativo: il magistrato del pubblico ministero infatti può esercitare il potere di

segretazione anche su un fatto storico oggetto dell'atto (che di per sé è già segreto secondo

l'articolo 329).

L'esigenza di partecipazione si coordina con il principio della parità delle armi fra le parti. Perché

si abbia una partecipazione personale attiva al processo e non più intesa come una sola presenza

fisica è necessario che l'accusato sia messo nelle condizioni di conoscere l'andamento del processo.

È indispensabile che l'indagato venga informato tempestivamente dell'esistenza di un procedimento

a suo carico, affinché disponga del tempo necessario per organizzare la propria diffidenza e reperire

gli elementi a proprio favore. Questa prerogativa è stata riconosciuta nel comma 3 dell'articolo 111.

Fondamentale per una piena ed attiva partecipazione dell'imputato è la possibilità, da parte di

quest'ultimo, di prendere visione degli elementi raccolti dall'accusa nei suoi confronti.

Con la legge Carotti viene introdotto nel nostro ordinamento l'articolo 415-bis c.p.p. e con esso

l'avviso di conclusione delle indagini nell'ordinamento, finalizzato a consentire all'indagato il pieno

espletamento del diritto di "difendersi provando" dalle accuse mossegli. Questi infatti, permette alla

persona sottoposta alle indagini di valutare l'intero compendio probatorio raccolto dal magistrato

del pubblico ministero a suo carico, di effettuare così le proprie valutazioni e di ponderare le

iniziative da intraprendere; il tutto dopo essere venuto a conoscenza del contenuto del fascicolo

relativo alle indagini espletate e, cosa essenziale, gli permette di esercitare il proprio diritto di difesa

senza attendere l'inizio della fase giurisdizionale, bensì prima, quando l'azione penale non è stata

ancora esercitata. L'avvertimento di conclusione delle indagini oltre a contenere l'enunciazione del

fatto per il quale si procede, delle norme che si presumono violate, della data, del luogo del fatto,

include una serie di avvertimenti che hanno il compito di informare l'indagato di alcune facoltà che

la legge gli riconosce. Prima fra tutte, la possibilità di prendere visione del fascicolo delle indagini.

Una volta presa conoscenza del contenuto di tale fascicolo, all'indagato e al suo difensore è data la

possibilità di intraprendere una serie di iniziative garantite dallo stesso articolo 415-bis c.p.p. :

presentare, entro 20 giorni, memorie difensive, di produrre o depositare documenti, di chiedere di

poter rilasciare dichiarazioni o di essere interrogato e di domandare al magistrato del pubblico

ministero il compimento di ulteriori atti di indagine e, infine, di depositare la documentazione

relativa alle investigazioni difensive espletate. Emerge quindi la funzione dell'avvertimento di cui

all'articolo 415-bis c.p.p. : informare il destinatario dei diritti di cui egli dispone, cosicché la sua

partecipazione, esigenza imprescindibile di ogni sistema processuale di stampo accusatorio, sia

davvero effettiva. Gli avvisi assolvono a un'esigenza propria del processo penale, quella cioè di

fornire ai soggetti che vengono coinvolti nel processo penale (non solo ed esclusivamente nella

veste di indagato o imputato), i mezzi per poter contribuire in maniera più efficace al processo

medesimo. Essa è quindi una funzione strumentale al diritto di informazione che accompagna tutti

coloro che entrano in contatto con il processo penale. In relazione alla funzione dell'informazione è

possibile procedere alla distinzione degli avvisi in:

- avvertimenti

- ammonizioni

- esortazioni

In particolare i primi hanno il compito di porre all'attenzione del destinatario la situazione giuridica

in cui questi viene a trovarsi. Diversamente, gli altri mirano a stimolare o ad impedire un

determinato comportamento da parte di un soggetto. Gli avvertimenti sono gli strumenti più incisivi

per combattere l'ignoranza della legge processuale penale. Partendo quindi, dalla considerazione

che il destinatario di queste siano privi di conoscenze tecnico-giuridiche, il legislatore si fa carico

delle esigenze di tutela di cui questi abbisognano; d'altro canto, essendo il processo un complesso di

garanzie preordinate a salvaguardia dell'individuo, se non si rendesse il soggetto a conoscenza delle

facoltà di cui dispone si ridurrebbe il sistema di tutela predisposto perché non basta conferire al

singolo la titolarità per legge di certi diritti e guarentigie di libertà, occorrendo altresì, che di tali

diritti egli sia posto a conoscenza affinché possa praticamente esercitarli. Con la riforma del '99,

l'articolo 111 della costituzione è stato profondamente modificato prevedendo, tra l'altro, al terzo

comma che nel processo penale, la legge assicuri che la persona accusata di un reato sia, nel più

breve tempo possibile, informata riservatamente della natura e dei motivi dell'accusa elevata a suo

carico. È innegabile come in questa norma vi sia l'esigenza di scongiurare che il trascorrere del

tempo dal momento in cui inizia il procedimento penale a carico di un soggetto e il momento in cui

quest'ultimo ne viene a conoscenza, abbia riflessi negativi sulla sua difesa. Stabilito che gli

avvertimenti sono finalizzati a scongiurare l'ignorantia iuris, è logico ritenere che essi non siano

rivolti solo nei confronti dell'imputato, ma anche nei confronti di "soggetti processuali" diversi

dall'imputato. Così che potremo suddividere gli avvertimenti contenuti nel codice in due categorie:

- quelli che riguardano esclusivamente la persona nei cui confronti si procede, i quali

coinvolgono in maniera diretta il diritto di difesa costituzionalmente protetto e in cui l'esigenza di

tutela del destinatario è maggiormente sentita

- quelli che vengono rivolti nei confronti di soggetti diversi rispetto all'accusato.

Il primo degli avvertimenti da analizzare che si pone in una zona di confine tra le due categorie

sopra citate è quello previsto dall'articolo 63 c.p.p. Questa norma prevede che qualora una persona

non sottoposta ad indagini, né imputata rilasci, dinanzi all'autorità giudiziaria o alla polizia

giudiziaria, dichiarazioni dalle quali emergono indizi di reità a suo carico, l'autorità procedente deve

interrompere l'esame e provvede ad avvertire il dichiarante che a seguito di tali dichiarazioni

potranno essere svolte indagini nei suoi confronti e lo invita a nominare un difensore. Appare chiara

la finalità della norma: salvaguardare le garanzie della persona che magari inconsapevolmente,

abbia rilasciato delle dichiarazioni che potrebbero far sorgere un procedimento penale a suo carico,

mettendola a conoscenza delle situazioni venutesi a creare con le informazioni da essa rilasciate e

delle garanzie che per legge le spettano. Il più discusso degli avvertimenti della categoria

riguardante l'indagato è quello contenuto nell'articolo 64 in tema di interrogatorio. Il comma 3

prevede che l'indagato riceva una serie di informazioni prima che l'interrogatorio abbia inizio.

Preliminarmente l'indagato è avvertito che le sue dichiarazioni potranno sempre essere utilizzate nei

suoi confronti. Il secondo avvertimento, che l'autorità procedente deve effettuare, riguarda la facoltà

di non rispondere ad alcuna domanda e all'obbligo, penalmente sanzionato di rispondere secondo

verità solo alle domande riguardanti la sua identità personale. Viene così pienamente riconosciuto il

diritto dell'indagato a restare in silenzio. Ma perché si abbia una completa garanzia del diritto al

silenzio occorre che l'indagato medesimo, prima dell'inizio dell'atto, venga reso edotto dell'esistenza

di questo diritto per esercitarlo. Il terzo ed ultimo avvertimento riguardante l'interrogatorio consiste

nell'avvertire l'indagato che se renderà dichiarazioni su fatti concernenti la responsabilità di altri,

assumerà, in ordine a tali fatti, l'ufficio di testimone. Va subito detto che tale avvertimento va rivolto

a chiunque indagato, anche nell'ipotesi in cui le sue dichiarazioni potrebbero vertere sulla

responsabilità di un coimputato nel medesimo reato, fattispecie che è incompatibile con l'ufficio di

testimone. Il perché consiste nel fatto che nel momento in cui l'indagato è chiamato, se vuole, a

rendere delle dichiarazioni, non è ancora chiara la posizione giuridica che andrà ad assumere nei

confronti del coimputato, difatti i coimputati del medesimo reato e gli imputati in un procedimento

connesso a norma dell’art.12 comma 1 lett. a) sono radicalmente incompatibili con la qualifica di

testimone, fino a quando è pendente il procedimento a loro carico. I coimputati nel medesimo reato

hanno diritto al silenzio e non hanno l'obbligo di dire la verità; possono quindi accusare e

successivamente sottrarsi al contraddittorio in sede dibattimentale. Il primo problema posto dal

diritto di difesa riguarda il momento in cui il soggetto viene a conoscenza del processo a suo carico

di modo che possa cercare le fonti tempestivamente e difendersi. L'informazione di garanzia

prevista dall'articolo 369 c.p.p. ha lo scopo di rendere edotto l'indagato circa l'esistenza di un

procedimento penale a suo carico. Questo viene predisposto soltanto quando il magistrato del

pubblico ministero intende compiere un atto cosiddetto "garantito" nei confronti dell'indagato

ovvero quando il PM deve compiere un atto a cui il difensore ha diritto di assistere. Tale

informativa deve essere inviata anche alla persona offesa dal reato. Di recente introduzione è

l'informazione della persona sottoposta alle indagini sul diritto di difesa (articolo 369-bis c.p.p.),

comunicazione contenente una serie di elementi che hanno la funzione di rendere edotto l'indagato

di tutti gli obblighi e le facoltà che sono connesse alla difesa tecnica nel processo penale. Questo

avvertimento deve essere inviato prima dell'esplicazione di un atto garantito, di modo che l'indagato

abbia il tempo necessario per concertare le soluzioni più opportune per la propria difesa. Altro

avviso di esclusiva pertinenza dell'indagato è l'avviso di conclusione delle indagini (articolo 415-bis

c.p.p.). Tale avvertimento deve essere inviato prima che le indagini preliminari siano concluse e

solo nell'eventualità che il magistrato del pubblico ministero non debba formulare richiesta di

archiviazione ai sensi degli articoli 400 e 411. Si tratta di una norma di chiusura delle indagini

preliminari, che è stata inserita dalla legge Carotti; questo avvertimento, impropriamente definito

avviso, ha il compito di mettere l'indagato nelle condizioni di rendere conoscenza dei fatti che gli

sono contestati e degli elementi di accusa raccolti a suo carico dal magistrato del pubblico

ministero, nel corso delle indagini preliminari, con la finalità di realizzare quel procedimento

partecipato che comporta una maggiore consapevolezza dei diritti delle parti. All'indagato è data

opportunità di esercitare una serie di facoltà (presentare memorie, produrre documenti, depositare

documentazione relativa ad indagini difensive, rilasciare dichiarazioni...) necessarie per la più

completa ricostruzione dei fatti in oggetto. La disposizione in esame impone al PM di “scoprire le

carte” prima di formulare l’atto imputativo al fine di evitare l’equivocità del materiale raccolto.

Infatti l’art. 415 bis dispone che il PM se non deve formulare la richiesta di archiviazione, fa

notificare alla persona sottoposta alle indagini e al difensore avviso della conclusione delle indagini

preliminari. Risulta quindi uno strumento di collaborazione per la buona riuscita del processo

rispondendo all’esigenza dell’indagato di prendere coscienza delle contestazioni e degli elementi

raccolti dal PM per realizzare un processo partecipato . L’avviso contiene una enunciazione del

fatto per il quale si procede, le norme che si assumono violate nonché data e luogo

dell’avvertimento. Si allega inoltre l’avvertimento che la documentazione è depositata presso la

segreteria del PM e che l’indagato ed il difensore possono prenderne visione (co.2). L’avviso

contiene anche l’avvertimento per l’imputato del fatto che entro 20 giorni può presentare memorie,

produrre documentazioni del difensore e rilasciare dichiarazioni, ovvero sottoporsi ad interrogatorio

L’informazione di conclusione delle indagini preliminari si

(il PM sarà obbligato a procedervi).

colloca tra due momenti importanti ai fini della conoscenza dell’accusa: informazione di garanzia

(rispetto alla quale ha qualcosa in più ) e richiesta di rinvio a giudizio (rispetto alla quale ha un

qualcosa in meno) quindi si configura come una informazione intermedia. È opportuno prestare

particolare attenzione alla funzione dell'avvertimento che, nella scansione per comma dell'articolo

415-bis c.p.p., assume note differenti. L'avvertimento di cui al comma uno, infatti, esprime il

contenuto di un atto con valore di informazione, funzionale ad allertare i destinatari circa la

conclusione delle indagini preliminari. Dalla lettura del primo capoverso già si evidenzia un

differente contenuto dell'avvertimento che va ben oltre la semplice informazione e si estrinseca in

un avvertimento, relativo all'acquisizione degli atti di indagine da parte dell'indagato e del suo

difensore, per l'esercizio del diritto di difesa. Ancora più in particolare nel comma tre

dell'avvertimento assolve ad una più specifica funzione di garanzia in quanto atto indicativo

dell'esistenza di situazioni giuridiche che un soggetto normalmente sfornito di cognizioni tecnico-

giuridica altrimenti non sarebbe in grado di conoscere di esercitare. Tale istituto quindi consente di

corredare di nuove garanzie la posizione della persona sottoposta a indagine, anche attraverso la

richiesta o la presentazione di nuove prove, dirette ad assicurare una maggiore completezza delle

indagini. La categoria degli avvertimenti che invece sono rivolti a coloro che non sono indagati ma

che comunque sono coinvolti nel compimento di un determinato atto processuale, non hanno come

obiettivo quello di tutelare diritti di difesa del destinatario, non avendo questi nessuna esigenza di

difendersi; bensì di evitare l'ignoranza delle leggi .Si pensi, per la persona sottoposta ad ispezione

personale, all'avvertimento secondo l'articolo 245, comma 1, c.p.p. , dove è detto che l'interessato

deve essere avvertito circa la facoltà di farsi assistere da persona di fiducia per un atto tanto delicato

e incidente sulla sfera di riservatezza e sul pudore dell' ispezionando. Per i prossimi congiunti

dell'accusato, invece, vi è l'avvertimento secondo l'articolo 199, comma due, dove è detto che questi

debbano essere avvertiti in ordine alla facoltà di astenersi dal deporre, allo scopo di evitare che

possano insorgere angosciosi dubbi derivanti dal contrasto fra l'obbligo di dire il vero ,quali

testimoni, e il vincolo di solidarietà familiare. In forza di tale avvertimenti, l'ordinamento cerca di

apporre un rimedio adeguato alla questione dell'ignorantia iuris , cercando di garantire a tutti coloro

che, a qualunque titolo, vengono coinvolti in un procedimento penale, la piena conoscenza dei loro

diritti e obblighi, di modo che la loro partecipazione sia moralmente libera. Per quanto riguarda le

conseguenze giuridiche dell’omesso avvertimento sono diverse le norme che contengono

disposizioni a riguardo:

 

ART. 64 CO.3 cpp. prevede una duplice conseguenza innanzitutto le dichiarazioni rese

dell’indagato sui fatti che concernono la responsabilità di terzi non sono utilizzabili ed in

secondo luogo l’indagato non potrà assumere la qualità di testimone sulle dichiarazioni rese

assenza dell’avvertimento.

in

 

ART. 416 cpp. prevede la nullità del rinvio a giudizio

Cap. 3 : La giurisdizione

Tramite la giurisdizione, l'astrattezza e la generalità della norma si traducono in precetti concreti.

Con riguardo alla giurisdizione si può delineare un sistema giurisdizionale in base al quale la figura

del giudice deve essere dotata dei requisiti della imparzialità e dell'indipendenza ( art.102 co.3 Cost.

- i giudici sono soggetti soltanto alla legge - principi di indipendenza e autonomia del giudice ). La

giurisdizione penale è esercitata da giudici ordinari e giudici speciali. I primi hanno una

competenza generale a giudicare tutte le persone, sono istituiti e regolati dalle norme

sull'ordinamento giudiziario (articolo 102 Cost., co.1, c.p.p.). Sono giudici penali ordinari di primo

grado la corte di assise, il tribunale, il giudice di pace e il tribunale per i minorenni. Giudici di

secondo grado sono la corte di assise di appello, la corte di appello e le sezioni delle corti di appello

per i minorenni. Al vertice della giurisdizione ordinaria viene la corte suprema di cassazione, con

sede a Roma, che ha competenza su tutto il territorio nazionale e davanti alla quale possono essere

impugnate tutte le sentenze per motivi di legittimità. In forza dell'articolo 106, comma 1 della

costituzione, la giurisdizione ordinaria è formata da magistrati professionali appartenenti in maniera

permanente all'ordine giudiziario, la cui nomina avviene per concorso pubblico. Tuttavia, lo stesso

articolo, al comma 2, consente la nomina di magistrati "elettivi", c.d. onorari, per tutte le funzioni

attribuite a singoli giudici. I giudici speciali, invece, non appartengono all'ordinamento giudiziario,

hanno competenza a giudicare solo talune persone in ragione delle loro caratteristiche soggettive.

Giudici penali speciali sono i giudici militari e la corte costituzionale, i primi competenti per i reati

militari. La corte costituzionale invece è competente a giudicare i delitti di alto tradimento e di

attentato alla costituzione commessi dal presidente della Repubblica. L'accertamento della

responsabilità penale può richiedere in via preliminare la soluzione di questioni di natura non

prettamente penale dal cui esito dipende però l'esistenza del reato stesso ( questioni pregiudiziali ).

Si tratta di questioni di carattere civile o amministrativo che costituiscono un antecedente logico-

giuridico della decisione del processo penale concernente la responsabilità penale, dalla cui

soluzione dipende o meno l'esistenza di un elemento costitutivo della fattispecie incriminatrice per

la quale si procede. Si pensi al reato di appropriazione indebita rispetto al quale si ponga il

problema circa la titolarità del diritto di proprietà dell'accusa oggetto del reato. A tal fine la regola

generale stabilisce che il giudice penale risolvere ogni questione da cui dipende la decisione, con i

poteri di accertamento che sono propri del processo penale, senza osservare gli eventuali limiti

probatori previsti in ambito civile o amministrativo. Il perché sta nel fatto che il processo penale

coinvolge dei beni giuridici di primaria importanza, come ad esempio la libertà personale, dinanzi ai

quali l'imputato deve essere messo nelle condizioni di poter esplicare al meglio il diritto di

difendersi senza essere ostacolato da limitazioni probatorie che nell'ambito civile o amministrativo

hanno la loro ragion d'essere nell'esigenza di garantire la certezza del diritto esigenza che viene

accantonata di fronte alla necessità di difendersi nell'ambito del processo penale. Pertanto anche le

questioni civili ed amministrative che normalmente non sono di competenza del giudice penale,

possono essere risolte da quest'ultimo con la sostanziale limitazione che la decisione assunta

nell'ambito del processo penale che risolve una questioni civili amministrativa, non ha efficacia

vincolante in nessun altro processo. La persona offesa quindi potrà intentare una nuova causa civile

per far valere ad esempio il proprio diritto di proprietà su tale oggetto. Se la regola generale è

l'estensione della cognizione del giudice penale anche alle questioni pregiudiziali di carattere civile

amministrativo, vi sono alcune eccezioni che sono dettate dall'esigenza di evitare che si possano

verificare fenomeni di contrasto logico di giudicati (tra il giudicato penale e quello amministrativo o

civile) cosicchè se:

- la questione civile o amministrativa si presenta di particolare complessità

- sia già in corso un procedimento nella sede civile o amministrativa competente

- non siano imposti limiti di prova nel procedimento amministrativo civile, il giudice penale

può sospendere, con ordinanza, il dibattimento fino a che la questione non sia decisa con sentenza

passata in giudicato .

Se il processo civile o amministrativo, però, non si conclude nel termine di un anno, le esigenze di

speditezza processuale danno la possibilità al giudice di revocare l'ordinanza di sospensione. Con la

legge Carotti la figura del pretore è stata sostituita con quella del giudice unico. Al giudice unico

penale (chiamato anche tribunale in composizione monocratica) sono affidati tutti i processi relativi

a reati la cui pena arriva fino a 10 anni, purché non di competenza del giudice di pace. Al tribunale

in composizione collegiale (formato da tre giudici togati) sono assegnati i processi aventi ad oggetto

reati puniti con pena massima superiore ai 10 anni nonché quelli previsti da specifiche disposizioni

di legge. Il processo davanti al giudice in composizione monocratica si può svolgere secondo dei

modelli procedurali:

 Il primo, riguardante i reati di minore gravità, è caratterizzato dall'assenza dell'udienza

preliminare. L'udienza preliminare rappresenta, tra le altre cose, una garanzia per l'imputato

che, in questi procedimenti, viene esclusa in ragione della minore gravità del reato

commesso e della facilità di accertamento in dibattimento.

 Il secondo modello processuale relativo al giudice monocratico, previsto per reati più gravi,

prevede lo svolgimento dell'udienza preliminare, al pari di quanto accade per i reati di

competenza del tribunale in composizione collegiale.

L'articolo 25 Cost. stabilisce che "nessuno può essere distolto dal giudice naturale precostituito per

legge", ove per giudice naturale si deve intendere il giudice più idoneo a trattare la causa. Tutto ciò

si collega con il più ampio generale concetto di competenza è determinato da norme di legge

piuttosto rigide. Il codice individua tre criteri di individuazione della competenza:

 la competenza per materia, riguardo alle qualità del reato commesso; la determinazione

della qualità del reato si effettua prendendo in considerazione il titolo del reato o la pena

prevista per il reato medesimo. In questo modo, al vertice avremo la corte di assise, la cui

competenza comprende i reati per i quali è comminata la pena dell'ergastolo o della

reclusione non inferiore ai 24 anni e per determinati delitti di forte impatto sociale. Al

vertice opposto vi è il giudice di pace che si occupa dei reati di microconflittualità.

L'obiettivo della sua introduzione è quello di snellire i tribunali ordinari e favorire la

conciliazione tra le parti in causa. Fra la corte di assise e il giudice di pace vi è il tribunale,

il quale possiede una competenza residuale, nel senso che è si occupa dei reati che non sono

di competenza né della corte di assise né del giudice di pace.

il difetto di attribuzione del tribunale può essere eccepito dalla parte o rilevato d'ufficio dal

giudice entro il termine della conclusione dell'udienza preliminare, se prevista, o dagli atti

preliminari al dibattimento. Le situazioni che si potrebbero venire a creare sono due:

 la prima relativa ai procedimenti assegnati al tribunale in composizione

monocratica riguarda lo svolgimento dell'udienza preliminare; il procedimento di

competenza del giudice unico penale può essere sprovvisto di udienza preliminare

se riguarda reati di tenue entità. Se il magistrato del pubblico ministero per un

reato di norma sprovvisto di udienza preliminare, invece di disporre la citazione

diretta a giudizio, chiede il rinvio a giudizio (atto che implica lo svolgimento

dell'udienza preliminare), il giudice dell'udienza preliminare, rilevando il vizio

d'ufficio o su eccezione di parte,trasmette gli atti al magistrato del pubblico

ministero perché vi proceda con citazione diretta a giudizio. Viceversa qualora il

procedimento che avrebbe dovuto prevedere l'udienza preliminare giunge al

dibattimento tramite la citazione diretta disposta dal magistrato del pubblico

ministero. Si verificherà così, una regressione del processo al momento

antecedente all'esercizio dell'azione penale perché l'udienza preliminare

rappresenta una garanzia per l'imputato, la cui violazione si traduce in una lesione

dei suoi interessi.

 La seconda situazione è rappresentata dall'assegnazione del processo al

tribunale in composizione collegiale per procedimenti che dovrebbero essere

trattati dal tribunale in composizione monocratica o viceversa. Il giudice del

tribunale rivela d'ufficio o accogliere l'eccezione di parte in relazione al vizio di

attribuzione, deve trasmettere gli atti al giudice del tribunale nella composizione

corretta senza che ciò implichi la regressione del processo. In tutti i casi,

l’inosservanza delle disposizioni sulla composizione collegiale o monocratica del

tribunale non determina l'invalidità degli atti del procedimento già posti in essere,

né l'inutilizzabilità degli elementi di prova già acquisiti (art.33-nonies c.p.p.).

 La competenza per territorio :Una volta stabilito il giudice competente per materia, si dovrà

procedere all'individuazione della sede giudiziaria in cui, nell'ambito del territorio

nazionale, tale processo dovrà essere trattato. La regola generale è che questa deve essere

svolta nel luogo in cui il reato è stato consumato ( art.8 c.p.p.). Se da un fatto di reato ne è

derivata la morte di una o più persone, la competenza sarà determinata con riguardo al

luogo in cui si è verificata la condotta (azione o omissione) e non dove si è verificata la

morte. Nel caso di reato permanente invece, competente sarà il giudice del luogo in cui ha

avuto inizio la consumazione del reato. Se si tratta di reato tentato, la competenza sarà del

giudice del luogo in cui è stato compiuto l'ultimo atto diretto a commettere il delitto. Può

accadere però che nessuno dei criteri stabiliti dall'articolo 8 possa essere applicato, perché

egli elementi del fatto di reato sono oscuri o di difficile accertamento. In tal caso, il

legislatore ha previsto dalle regole supplettive che consentono l'individuazione del giudice

territorialmente competente. Cosicché, per l'individuazione della competenza per territorio

si dovrà avere riguardo al luogo in cui è avvenuta solo una parte della condotta e se neanche

questo risulta individualizzabile, si prenderà in considerazione il luogo di residenza o

domicilio o dimora dell'imputato (articolo 9 c.p.p.).

 Quanto alla competenza per connessione, vi è da dire che, determinati reati non sono

commessi da una singola persona, essendo possibile che uno stesso reato sia commesso in

concorso da più persone, o che una stessa persona con una singola azione od omissione si

sia reso responsabile di più fatti di reato o che abbia compiuto più azioni o omissioni

nell'ambito del medesimo disegno criminoso. In tutti questi casi, se non vi fosse la

connessione, ci sarebbero tanti procedimenti penali per quanti sono gli imputati o le ipotesi

di reato contestate. Di qui la necessità che tutti i reati commessi da una persona con tutti gli

imputati concorrenti nel medesimo reato siano giudicati in un unico processo davanti ad un

solo organo giudicante. Quest'ultimo, in relazione alla competenza per materia, verrà

individuato nel giudice che offre maggiori garanzie rispetto agli altri giudici che senza la

connessione sarebbero competenti. Pertanto, se alcuni dei procedimenti connessi

appartengono alla competenza della corte d'assise e altri a quella del tribunale, è

competente per tutti la corte di assise.

Nel processo penale potrebbe rendersi opportuno che procedimenti iniziati separatamente,

vengano riuniti per essere trattati congiuntamente. Le ragioni di tale opportunità sono simili a

quelle in tema di competenza per connessione. Il giudice può disporre la riunione dei processi

purché ciò non comporti un ritardo nella definizione degli stessi. La riunione dei processi è

possibile nelle stesse ipotesi della competenza per connessione e nel caso di reati collegati

perché commessi gli uni in occasione degli altri, o per conseguire o assicurare al colpevole o ad

altri un profitto, ovvero se vi è collegamento probatorio. Potrebbe accadere però il caso

esattamente inverso, che un procedimento con una pluralità di accusati o con una pluralità di

capi d'imputazione, per via dei diversi tempi di trattazione delle singole posizioni in esso

contenute, comporti una dispersione di energie processuali. In tal caso il legislatore impone al

giudice la separazione dei processi. In questo caso, la necessità di economizzare le energie

processuali lascia il passo all'interesse all'accertamento del fatto. Anche le parti possono

chiedere al giudice la separazione dei processi il quale la disporrà se lo ritiene utile. La rigidità

del sistema di attribuzione della competenza nel processo penale richiede un sistema

sanzionatorio altrettanto rigoroso capace di ovviare ad eventuali errori che si potrebbero

verificare nell'attribuire il processo a un giudice diverso da quello precostituito per legge

secondo l'articolo 25 della costituzione. Se l'incompetenza per materia si concretizza

nell'assegnazione del processo a un giudice inferiore rispetto a quello che per legge dovrebbe

conoscere la causa, l'incompetenza è rilevabile dal giudice o può essere eccepita dalle parti del

processo. Se invece il procedimento è stato assegnato a un giudice superiore rispetto a quello

che per legge dovrebbe trattarlo, l'incompetenza è comunque rilevabile sia dal giudice che dalle

parti, ma contrariamente all'ipotesi precedente, è previsto un termine dopo il quale la questione

non potrà più essere sollevata. Questa diversità è dovuta dal fatto che se il processo viene

trattato da un giudice superiore rispetto a quello che dovrebbe conoscere la causa si realizzano

maggiori garanzie per l'imputato rispetto a quelle che di norma gli spetterebbero. Il giudice che

dovesse accorgersi, d'ufficio o su eccezione sollevata dalla parte, che la competenza spetta ad

altro giudice dichiara con sentenza la propria incompetenza indicando, nel medesimo

provvedimento, il giudice ritenuto competente a conoscere la causa. Con lo stesso

provvedimento ordina la trasmissione degli atti. In qualsiasi stato e grado del processo potrebbe

verificarsi che uno o più giudici ordinari e uno o più giudici speciali (conflitto di giurisdizione)

ovvero due o più giudici ordinari (conflitto di competenza), contemporaneamente, assumono di

essere competenti in relazione al medesimo fatto reato, contestato agli stessi soggetti.

Avremmo, in questo caso, il c.d. Conflitto di giurisdizione o di competenza positivo, dato che

più giudici vorrebbero pronunciarsi sullo stesso fatto. Viceversa, qualora neghino di essere

competenti in relazione al medesimo reato contestate nei confronti della medesima persona, si

avrà il c.d. Conflitto negativo di competenza o di giurisdizione. Nessuno dei due conflitti può

essere ammesso dall'ordinamento, in quanto il conflitto positivo implicherebbe una violazione

del principio del ne bis in idem, secondo il quale un soggetto non può essere sottoposto al

giudizio per lo stesso fatto e invece, il conflitto negativo, rappresenterebbe una contraddizione

del sistema, oltre che una violazione dell'obbligatorietà dell'azione penale. La regola generale è

che ogni organo giudicante è il giudice della propria competenza, sicché le situazioni di

conflitto cessano nel momento in cui uno dei giudici dichiara la propria competenza (in caso di

conflitto negativo) con la propria incompetenza (conflitto positivo). Ma se ciò non avviene il

conflitto perdura e si renderà necessario, da parte del giudice, rimettere la questione, tramite

ordinanza, alla corte suprema di cassazione. Potrebbe accadere che il giudice non sia a

conoscenza che un altro giudice abbia assunto la cognizione dello stesso procedimento a carico

delle medesime persone in questo caso le parti possono segnalare la situazione di conflitto,

depositando una dichiarazione scritta immotivata con la documentazione necessaria nella

cancelleria di uno dei giudici di conflitto. Questi provvede avvisando gli altri giudici in

conflitto e trasmettendo gli atti alla corte di cassazione. I conflitti sono decisi in camera di

consiglio senza la presenza del pubblico ma con la possibilità per le parti di essere sentite se

compaiono. Il provvedimento conclusivo ha la forma della sentenza che viene immediatamente

notificata ai giudici, al magistrato del pubblico ministero e alle parti processuali. La terzietà e

l'imparzialità devono accompagnare la figura del giudice in tutti i momenti del processo penale.

Il giudice deve sempre essere in una posizione equidistante rispetto alle parti processuali e, se

si verifica una situazione idonea a pregiudicare tale equilibrio, non può giudicare, pena la

violazione di uno dei principi cardine del giusto processo. L'imparzialità del giudice potrebbe

essere minata sia da situazioni soggettive facenti capo alla persona del giudice, sia da

condizioni oggettive, legate all'ambiente in cui il processo si svolge le quali, riverberandosi su

di esso, ne potrebbero ledere il corretto e sereno funzionamento. Il legislatore, ha predisposto

delle ipotesi tassative che, qualora dovessero nella pratica verificarsi, impongono al giudice di

astenersi. Queste ipotesi sono:

 quando il giudice ha interesse nel procedimento o se alcuna delle parti private o un difensore

è debitore o creditore di lui, del coniuge o dei figli

 se è tutore, curatore, procuratore o datore di lavoro di una delle parti private ovvero se il

difensore, procuratore o curatore di una di dette parti è prossimo congiunto di lui o del

coniuge

 se ha dato consigli o manifestato il suo parere sull'oggetto del procedimento fuori

dell'esercizio delle funzioni giudiziarie

 se vi è l'inimicizia grave fra lui e un suo prossimo congiunto e una delle parti private

 se alcuno dei prossimi congiunti di lui o del coniuge è offeso o danneggiato dal reato o parte

privata

 se un prossimo congiunto di lui o del coniuge svolge o ha svolto funzioni di pubblico

ministero

 se si trova in talune delle situazioni di incompatibilità stabilite dagli articoli 34 e 35 e dalle

leggi di ordinamento giudiziario

 se esistono altre gravi ragioni di convenienza.

Qualora il giudice, nonostante abbia l'obbligo giuridico di astenersi nell'ipotesi contemplate

dall'articolo 36 non lo fa ovvero, pur non essendovi una causa di estinzione, manifesta

indebitamente il proprio convincimento sui fatti oggetto dell'imputazione nell'esercizio delle

funzioni e prima che sia pronunciata sentenza, può essere ricusato dalle parti. Tra i motivi per i

quali la parte può ricusare il giudice non vi è quello per gravi motivi di convenienza il quale è una

sorta di clausola aperta che permette al giudice di sottrarsi alle funzioni per motivi diversi rispetto a

quelli contemplati nelle altre ipotesi, ma che il giudice ritiene seriamente compromettenti per la sua

terzietà e imparzialità. La ricusazione può essere chiesta dalle parti entro determinati termini

previsti a pena di decadenza. Tuttavia, se la causa di ricusazione è sorta o è divenuta nota dopo tali

termini, la richiesta di ricusazione può essere proposta entro tre giorni dalla conoscenza della causa

che ha dato origine alla richiesta. La necessità di prevedere dei termini entro i quali proporre la

richiesta di ricusazione deriva dalla necessità di evitare che le parti utilizzino tale strumento in

maniera impropria per invalidare le attività processuali. Competente a decidere sulla richiesta di

ricusazione è la corte d'appello, se riguarda un giudice del tribunale o della corte di assise o della

corte di assise di appello; sulla richiesta di un giudice della corte di appello invece decide una

sezione della corte stessa, diversa da quella cui appartiene il giudice ricusato. Se invece si tratta di

un giudice della corte di cassazione, decide una sezione della stessa corte diversa da quella cui

appartiene il giudice nei cui confronti è stata presentata la richiesta. Dal momento in cui il giudice

riceve comunicazione del provvedimento di ricusazione, non può più compiere nessun atto del

procedimento, mentre sarà lo stesso provvedimento che accoglie la ricusazione a stabilire quale

degli atti posti in essere dal giudice prima della sua astensione o ricusazione conservano efficacia. Il

giudice astenuto o ricusato sarà sostituito da altro giudice dello stesso ufficio giudiziario.

Cap. 4: Le parti processuali

Il magistrato del pubblico ministero è il soggetto processuale a cui viene affidato l'esercizio

dell'azione penale. Si tratta di un magistrato, nettamente distinto dal giudice che, in ragione delle

funzioni che gli sono attribuite, diviene parte del processo, rappresentando la pubblica accusa. Nel

corso delle indagini preliminari e nel giudizio di primo grado le funzioni di magistrato del pubblico

ministero sono esercitate da magistrati della procura della Repubblica al cui vertice vi è un

procuratore della Repubblica coadiuvato, nell'esercizio delle sue funzioni, dal procuratore aggiunto

e dai sostituti procuratori della Repubblica, nel giudizio di secondo grado, l'azione penale è

esercitata dai magistrati del pubblico ministero della procura generale della Repubblica presso la

corte d'appello con a capo un procuratore generale che esercita il suo ufficio con l'ausilio di un

avvocato generale dello stato e dei sostituti procuratori generali della Repubblica. Presso la corte di

cassazione è istituita la procura generale, diretta dal procuratore generale e composta da un

avvocato generale dello Stato e dai sostituti procuratori generali. Le caratteristiche di parte

processuale del magistrato del pubblico ministero lo differenziano sensibilmente dal giudice. Questa

considerazione implica quindi la non estensibilità dei principi di terzi tra ed imparzialità propri della

figura del giudice. Sebbene non sia terzo nel processo, il magistrato del pubblico ministero è

chiamato a valutare gli elementi probatori raccolti nelle indagini preliminari in modo obiettivo,

affinché si possa effettuare la valutazione dell'idoneità degli elementi raccolti a sostenere l'accusa.

L'individuazione della competenza per territorio del pubblico ministero segue i medesimi criteri di

ripartizione della competenza stabiliti per gli organi giurisdizionali. Anche tra i magistrati del

pubblico ministero si possono verificare dei conflitti di competenza. Potrebbe accadere infatti che

un magistrato del pubblico ministero, ritenendo che la competenza appartenga ad un altro

magistrato del pubblico ministero, facente capo a un diverso ufficio, trasmette agli atti a questo

l'ultimo. Qualora quest'ultimo ritenga che la competenza sia invece di colui che ha trasmesso gli

atti, si verifica un conflitto di attribuzione il quale è affidato al procuratore generale presso la corte

di appello.

Nel corso delle indagini preliminari, il magistrato del pubblico ministero si avvale della polizia

giudiziaria per lo svolgimento delle attività indicate nell'articolo 55 ovvero impedire che i reati

vengano portati a conseguenze ulteriori, ricercarne gli autori, raccogliere quanto possa servire per

l'applicazione della legge penale... Le funzioni di polizia giudiziaria sono svolte dagli ufficiali e

dagli agenti appartenenti alle forze dell'ordine (polizia, carabinieri e guardia di finanza) e dai

soggetti indicati nell'articolo 57. La natura giuridica della funzioni di polizia giudiziaria è alla base

del rapporto tra magistrato del pubblico ministero, ufficiali ed agenti della polizia giudiziaria stessa.

L'articolo 56 infatti afferma che le funzioni di polizia giudiziaria sono svolte alla dipendenza e sotto

la direzione dell'autorità giudiziaria. Si tratta di dipendenza funzionale in quanto questa si esplica

nel momento in cui gli ufficiali e gli agenti assumono la qualità di soggetti di polizia giudiziaria.

Sotto l'aspetto gerarchico invece gli agenti ufficiali di polizia giudiziaria sono parte integrante delle

forze dell'ordine.

L'imputato rappresenta uno dei protagonisti necessari del processo penale la cui posizione è tutelata

dalla costituzione che all'articolo 27 della costituzione comma 2 prevede la non considerazione di

colpevolezza per l'imputato fino a sentenza definitiva. Tale principio determina la nascita in capo

all'accusato del diritto di essere trattato senza pregiudizi legati alla sua posizione di imputato, sino

L’art. 60 cpp. Prevede che la veste d’imputato sia ricoperta

all'atto conclusivo del procedimento.

solo da colui nei cui riguardi il PM ha esercitato l’azione penale, infatti prima che l’azione venga

esercitata la persona non ha la qualità di imputato. Lo status di imputato si conserva in ogni stato e

grado del procedimento fino a che il procedimento non sia passato in giudicato. L'inviolabilità del

diritto di difesa, costituzionalmente garantita dall'articolo 24 cost., si fonda sulla necessità che

l'imputato disponga di un’ efficiente difesa in ogni stato e grado del processo.

Con il termine difesa dobbiamo intendere quel complesso di attività volta a sostenere le ragioni di

una parte e a controbattere quelle ad essa contrarie. La difesa tecnica si distingue dalla difesa

personale direttamente esercitata dall'imputato che si realizza per il tramite di una serie di facoltà

che possono essere esercitate direttamente dall'imputato (facoltà di non rispondere, facoltà di

chiedere di essere esaminato nel corso dell'udienza preliminare del dibattimento...). La difesa

tecnica invece si traduce nel diritto dell'imputato ad essere assistito dal difensore, sia esso di fiducia

o di ufficio. Al difensore competono tutte le facoltà e tutti diritti che la legge riconosce all'imputato,

a meno che essi non siano riservati personalmente a quest'ultimo. Le caratteristiche della difesa

tecnica assumono i tratti dell'attività di assistenza o di rappresentanza a seconda dei casi. L'attività

di assistenza consistente nell'attività consultiva fuori dal processo oppure, durante il processo, con

la cooperazione dell'imputato nel compimento di atti processuali alla cui esecuzione sono presenti

entrambi. L'attività di rappresentanza invece, è costituita da quella che il difensore compie per conto

del proprio assistito assente o nell'esercizio di operazioni di cui all'esclusiva competenza (si pensi

alla facoltà di effettuare domande al teste). L'autodifesa è inammissibile nel nostro sistema

processuale. Qualora l'imputato sia sprovvisto del proprio difensore di fiducia, il codice impone la

nomina di un difensore d'ufficio.

La persona offesa dal reato è quel soggetto titolare del bene giuridico tutelato dalla norma

incriminatrice violata e che, nel caso di specie, si assume essere stato leso. Non è necessario che la

persona offesa dal reato sia una persona fisica, potrebbe accadere infatti che titolare del bene

giuridico sia una persona giuridica. Numerose sono le facoltà riconosciute alla persona offesa dal

reato in ordine alla possibilità di dare impulso al processo penale. Questa infatti oltre a poter

presentare memorie e indicare elementi di prova può nominare un difensore, presentare querela,

proporre l'istanza... alla persona offesa spettano alcuni fondamentali diritti di informazione e

partecipazione al procedimento penale, come il diritto a ricevere l'informazione di garanzia, il

diritto a essere informata della richiesta di archiviazione avanzata dal magistrato del pubblico

ministero... l'articolo 185 del codice penale stabilisce che ogni reato che abbia cagionato un danno

patrimoniale o non patrimoniale obbliga al risarcimento il colpevole e le persone che debbono

rispondere per il fatto di lui. Le ragioni per le quali il legislatore ha permesso l'inserimento nel

processo penale di un soggetto portatore di un interesse civilistico, vanno riscontrate, oltre che nel

risparmio di energie processuali anche nella necessità di evitare il contrasto di giudicati tra giudizio

civile e giudizio penale. Il danno per essere risarcibile deve essere ingiusto cioè deve derivarvi dalla

lesione di un interesse tutelato da una norma giuridica. L'azione civile può essere esercitata solo da

colui che è capace, ossia da chi ha il libero esercizio dei diritti coinvolti nel processo penale.

Di conseguenza le altre persone non potranno costituirsi parte civile se non sono rappresentate,

autorizzate o assistite per l'esercizio delle azioni civili. La dichiarazione di costituzione di parte

civile può essere presentata direttamente in udienza o depositata nella cancelleria del giudice che

procede. Tale dichiarazione deve contenere una serie di formalità indicate nell'articolo 78 il cui

scopo è quello di individuare la persona che intende costituirsi, l'imputato nei cui confronti si

intende agire civilmente e la causa della propria richiesta risarcitoria. La parte civile partecipa al

processo penale per il tramite di un difensore.

Altri soggetti eventuali nel processo penale, insieme alla parte civile, sono il responsabile civile e la

persona civilmente obbligata per la pena pecuniaria o per l'ammenda. Per quanto concerne il

responsabile civile, vi sono casi in cui colui che ha posto in essere la condotta illecita che ha causato

la lesione del diritto soggettivo giuridicamente tutelato non è la stessa che, in caso di accertamento

delle responsabilità, dovrà accollarsi le conseguenze civili di tale condotta. Si pensi al caso del

proprietario del veicolo, responsabile in solido con il conducente del danno prodotto persone o

accuse dalla circolazione del veicolo. La presenza di un soggetto, pronto ad assumersi le

conseguenze civili del fatto di reato una volta accertato, implica la presenza necessaria di un

soggetto portatore di una richiesta di carattere civile al risarcimento del danno, tant'è che se la

costituzione di parte civile è revocata o ne è ordinata l'esclusione da parte del giudice, la citazione

del responsabile civile perde efficacia.

Cap. 5 : gli atti del processo

L'atto processuale è contraddistinto da due essenziali caratteristiche, una, di carattere soggettivo,

indica la provenienza da un soggetto processuale legittimato a porre in essere tale atto, l'altra, di

carattere oggettivo, mette in evidenza come l'atto, in quanto tale, è inserito nella dinamica

processuale e che, pertanto, è finalizzato all'emissione di un provvedimento giurisdizionale. La

disciplina prescrive un modello legale (art. 125 c.pp.) in cui si stabilisce che gli atti del giudice

devono avere forma di sentenza, ordinanza o decreto.

 

SENTENZA La sentenza è pronunciata in nome del popolo ed è la forma di

procedimento con cui il giudice si spoglia del processo. Dopo la sentenza il giudice non

può più conoscere della causa. La sentenza è sempre motivata vale a dire deve contenere

una esposizione delle argomentazioni che hanno condotto il giudice ad adottare la

decisione. L'obbligo di motivazione è anche sancito dalla stessa costituzione all'articolo

111, comma 6, dove è stato sancito che tutti provvedimenti giurisdizionali sono motivati.

 

ORDINANZA è la forma del provvedimento con cui il giudice risolvere singole

questioni che possono sorgere nell'ambito del procedimento penale. Con essa il giudice non

definisce il procedimento, essendo essa la forma del provvedimento con il quale il giudice

risolvere singole questioni, permettendo al procedimento di giungere alla decisione finale.

Anche l'ordinanza deve essere motivata a pena di nullità e il più delle volte può essere

revocata da parte dello stesso giudice che l'ha emessa.

 

DECRETO infine è la forma dei provvedimenti che hanno carattere meramente

processuale e che in quanto tali consentono al giudice di impartire degli ordini, al fine di

dare impulso al procedimento penale. I decreti sono motivati, a pena di nullità, nei casi in

cui la motivazione è espressamente prescritta dalla legge. Se la legge non prescrive alcuna

delle forme descritte per l'adozione di un determinato provvedimento, il giudice è libero di

adottare l'atto senza l'osservanza di particolari formalità, anche oralmente, se non è stabilito

altrimenti.

Per quanto riguarda gli atti eseguibili dalle parti è necessario effettuare una distinzione tra atti di

carattere processuale e atti di natura probatoria. Nel primo gruppo rientrano tutti quegli atti di

carattere ordinario il cui fine è quello di dare impulso al procedimento penale. Questi, se hanno

come destinatario il giudice, assumono la forma di istanze o richieste che, una volta eseguite,

implicano l'obbligo da parte del giudice di pronunciarsi. Si pensi alla richiesta di rinvio a giudizio

formulata al termine delle indagini preliminari del magistrato del pubblico ministero. Gli atti di

natura probatoria invece attengono alla ricerca ed acquisizione degli elementi di prova e possono

essere effettuati solo dalle parti e non dal giudice che essendo terzo ed imparziale, non deve

usufruire di alcun potere di iniziativa in ordine alla prova.

Il processo penale deve essere celebrato entro determinati periodi di tempo. L'articolo 172 c.p.p.

fissa le regole principali in tema di termini processuali prevedendo che essi siano stabiliti in ore, i

giorni, in mesi o in anni. Tali termini vengono classificati in:

 Perentori

 Ordinatori

 Dilatori

I termini perentori sono quelli che impongono un limite temporale al compimento di una

determinata attività. Passato tale termine si verificherà la decadenza del diritto o dalla facoltà in

capo al suo titolare (ad esempio la costituzione di parte civile). I termini si considerano perentori

soltanto nei casi previsti per legge sancendo quindi il principio di tassatività dei termini perentori. I

termini ordinatori prescrivono che il compimento di un atto avvenga entro un determinato termine,

la cui decorrenza al contrario di quanto avviene per i termini perentori, non determina la decadenza

dal diritto di esercitare l'attività processuale sottoposta a termine. I termini dilatori invece

impongono che un atto non possa essere compiuto prima del decorso di un determinato arco di

tempo. In considerazione delle gravi conseguenze della decadenza, il legislatore ha previsto un

rimedio eccezionale per consentire l’esercizio dei diritti altrimenti perduti, si tratta della

RESTITUZIONE IN TERMINI EX ART. 175. Se la parte prova di non aver potuto rispettare il

termine perentorio per caso fortuito o forza maggiore, può chiedere al giudice che il termine gli

venga restituito consentendo alla parte l’esercizio del diritto. I presupposti quindi sono l’esistenza di

caso fortuito (impossibilità di osservare il termine per fatto non previsto né prevedibile) o forza

(insorgenza di accadimento naturale o umano che provoca l’impossibilità di adempiere).

maggiore

Il meccanismo della restituzione in termini è stata utilizzata dal legislatore anche per le situazioni in

cui il processo è giunto a sentenza definitiva senza che l’imputato sia intervenuto (PROCESSO IN

CONTUMACIA). Il nostro sistema processuale consente che il processo si svolga anche in assenza

dell’imputato con la garanzia però della presenza del difensore nel processo. Può infatti accadere

che l’imputato, non per precisa volontà ma perché ignorava l’esistenza del procedimento, non sia

è all’estero). Le disposizioni in materia sono cambiate a seguito del

intervenuto al processo (es.

Il testo originale dell’art.175 prevedeva due ipotesi di restituzione nel

D.l.60/2005. termine:

l’imputato prova di non aver avuto,senza sua colpa, conoscenza effettiva della sentenza e

1. l’impugnazione non fosse stata proposta dal difensore.

l’imputato dimostra di non aver conoscenza della decisione notificata per estratto al

2. difensore ,risultando egli irreperibile o impossibile provvedere alla notificazione nel

domicilio dichiarato o eletto.

Questo rimedio però si è dimostrato di scarsa efficacia perché si ponevano problemi per dimostrare

atti processuali. D’altronde il breve termine per

la non volontarietà della mancata conoscenza degli

presentare la richiesta di restituzione in termine ( 10 giorni ) rendeva questo meccanismo di difficile

applicazione. Da qui si pose l’esigenza delle modifiche alla disciplina:

 Eliminazione della distinzione tra le due ipotesi di restituzione nel termine introducendo

un’unica ipotesi e cioè quando l’imputato non abbia avuto conoscenza del procedimento o

del provvedimento e abbia rinunciato volontariamente a comparire o proporre

impugnazione. Pertanto, se il giudice riesce a provare che il soggetto richiedente abbia avuto

effettivamente conoscenza del procedimento penale a proprio carico e della volontaria

rinuncia a comparire, a nulla servirà ai fini della restituzione nel termine, l'accertamento

della mancata conoscenza del provvedimento perché per legge è sufficiente la conoscenza

del procedimento penale per impedire la restituzione nel termine. Il legislatore ha quindi

posto un obbligo per l'imputato di preoccuparsi una volta venuto a conoscenza del

procedimento a suo carico delle sorti del medesimo.

 Il precedente termine di 10 giorni inoltre viene sostituito da un termine di 30 giorni, a pena

di decadenza, da quando l'imputato ha avuto effettiva conoscenza del provvedimento.

 La nuova disciplina prescrive che l’autorità giudiziaria possa

Accertamento dei presupposti:

procedere ad ogni verifica necessaria.

Questo ha portato la dottrina ad affermare che con la nuova disciplina, sia stata introdotta una

notevole limitazione al diritto alla prova delle parti nonché, dall'altro lato, un'esaltazione del potere

probatorio di ufficio del giudice.

sono lo strumento con cui l’atto compiuto nel corso del procedimento penale viene

Le notificazioni

portato a conoscenza dei soggetti coinvolti nel procedimento penale , i quali possono esercitare

quindi le facoltà e i diritti ad esso collegati. Il legislatore prevede un modello legale di notificazione

che però può variare sia in ragione del soggetto che effettua la notifica, sia del destinatario. Secondo

questo modello legale le notificazioni degli atti devono essere eseguite dall'ufficiale giudiziario o da

chi esercita le funzioni, salvo che la legge disponga altrimenti. Come detto, vi possono però essere

delle variazioni a seconda del soggetto che effettua la notificazione o in base al destinatario:

 se il mittente è rappresentato dal magistrato del pubblico ministero, le notificazioni

sono eseguite dalla polizia giudiziaria. Possono aversi anche forme equivalenti

come la consegna di copia dell'atto all'interessato, da parte della segreteria del

magistrato del pubblico ministero o la lettura dei provvedimenti alle persone

presenti e gli avvisi che sono dati dal magistrato del pubblico ministero verbalmente

alla presenza degli interessati; questi dunque hanno il medesimo valore delle

notificazioni. Se l'atto deve essere notificato a cura delle parti private e la legge non

dispone altrimenti, è consentito l'uso dello strumento postale mediante

raccomandata con avviso di ricevimento.

 per quanto riguarda il destinatario delle notificazioni invece , le comunicazioni al

magistrato del pubblico ministero, sono eseguite, anche direttamente dalle parti o

dei difensori, mediante consegna di copia dell'atto nella segreteria del magistrato del

pubblico ministero. La notificazione che ha per destinatari l'imputato, a sua volta,

può variare in ragione dello status di questi, se è libero o sottoposto a regime

restrittivo della libertà personale. Se l'imputato infatti è sottoposto a regime

restrittivo della libertà personale, le notificazioni sono eseguite nel luogo di

detenzione, mediante consegna di copia dell'atto da notificare se viceversa,

l'imputato non è detenuto, occorre che la notifica sia effettuata al domicilio

dichiarato dallo stesso nel primo atto processuale compiuto con il suo intervento.

Le notificazioni sono nulle se:

 L’atto è notificato in modo incompleto

 Se vi è incertezza assoluta sull’autorità, sul mittente o il destinatario

 Se nella copia notificata manca la sottoscrizione di chi ha eseguito la notificazione

 Se sono violate le disposizioni circa la persona a cui deve essere consegnata la copia

 Se non è stato effettuato l’avvertimento

 Se è stata omessa l’affissione

 Se non sono state osservate le modalità dell’art.150 e l’atto non è giunto a conoscenza del

destinatario.

Il nostro sistema prevede un rigido sistema sanzionatorio in caso di difformità dell’atto processuale

rispetto al modello sancito dal legislatore. A seconda della difformità possono prevedersi tre

categorie di invalidità: è il massimo della difformità dell’atto rispetto al modello

1. INESISTENZA GIURIDICA

sancito dal legislatore ( è l’equivalente della nullità nel diritto civile ) che si concretizza

nella c.d. inesistenza giuridica.

(assimilabile all’annullabilità di diritto civile)

2. NULLITA’ che non ha conseguenze in termini di validità dell’atto processuale.

3. IMPERFEZIONE

Fino a quando non viene accertata e dichiarata la nullità gli atti producono gli effetti. L’art. 177

DI TASSATIVITA’

enuncia il PRINCIPIO cioè affinché un atto possa essere sanzionato è

necessaria una previsione di legge; le conseguenze sono quindi il divieto di interpretazione


PAGINE

42

PESO

624.32 KB

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Giurisprudenza
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2006-2007

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Daniel Bre di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto processuale penale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Garofoli Vincenzo.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Diritto processuale penale

Diritto processuale penale minorile - Appunti
Appunto
Diritto processuale penale - concetti
Appunto
Riassunto esame Diritto Processuale Penale, prof. Garofoli
Appunto
Riassunto esame Diritto, prof. Garofoli, libro consigliato Manuale di Diritto processuale penale
Appunto