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DIFESA DEI DIRITTI: IL PROCESSO PRIVATO (cap. IV)

Il processo privato romano arcaico e classico era caratterizzato dalla rilevanza che assumeva

l’iniziativa di parte e dal fatto che la sentenza era pronunziata da un privato, designato dai

contendenti. Solo nella più tarda procedura (età imperiale) si assiste ad una pubblicizzazione del

procedimento. Le legis actiones

La forma più antica del processo privato romano è quella delle legis actiones, che, in vigore

all’epoca delle XII tavole, si conservò per tutta l’età repubblicana, fino ad essere ufficialmente

abolita nel 17 a. C., dalla lex Iulia iudiciorum privatorum. Il fine cui mira l’actio è vario: le parti

potevano tendere all’accertamento di un fatto (azioni dichiarative) o alla realizzazione di una

pretesa gia accertata (azioni esecutive): la legis actio era una solenne affermazione del proprio

diritto, compiuta di regola davanti al magistrato (in iure) e secondo uno schema precostituito.

L’intervento del magistrato era soltanto simbolico e si limitava ad effettuare un controllo

sull’attività delle parti e tentava di conciliare i contendenti. Questi era originariamente il rex, poi il

dittatore, in seguito i due pretori e, infine, nel IV sec. a.C., il praetor minor. La decisione finale della

controversia non spettava, però, al magistrato, ma era rimessa ad un iudex che poteva essere anche

un cittadino privato. Il processo dichiarativo, pertanto, era diviso in due fasi:

- la prima fase, detta in iure, davanti al magistrato;

- la seconda detta apud iudicem, davanti al giudice privato.

la fase in iure aveva lo scopo di fissare con certezza e precisione i termini della controversia, e

richiedeva la necessaria presenza di entrambe le parti. Chi intende assumere l’iniziativa del

processo (l’attore) deve convocare in giudizio l’avversario, intimandogli di seguirlo dinanzi al

magistrato e adoperando a questo scopo anche la forza ma secondo modalità rigorosamente

stabilite. Lo scambio tra le parti delle dichiarazioni avviene davanti a testimoni, perciò lo si designa

come litis contestatio e con essa si chiude il primo stadio processuale. A questo segue un secondo

stadio apud iudicem dove la presenza delle due parti non era più necessaria: in caso di assenza di

una di esse, la sentenza era emessa a favore di chi era presente; e il posto del magistrato è preso da

un giudice privato, unico o collettivo, che emana la sentenza. Veri e propri collegi giudicanti stabili

sono quelli dei:

- centumviri che avevano competenza in tema di eredità;

- decemviri litibus iudicandis avevano competenza in tema di libertà e schiavitù.

Gaio enumera 5 legis actiones:

1) legis actio sacramenti;

2) legis actio per iudicis arbitrive postulationem;

3) legis actio per condictionem;

4) legis actio per manus iniectionem;

5) legis actio per pignoris capionem.

Le prime tre sono azioni dichiarative, le ultime due sono azioni esecutive. Di tutte la più antica è la

manus iniectio. Suo presupposto era il mancato pagamento da parte del convenuto di una somma di

denaro, quando l’esistenza del debito fosse certa. Il creditore, trascorsi 30 giorni dalla sentenza,

conduceva anche con la forza il debitore insolvente dinanzi al magistrato e pronunciava la formula

tradizionale. Il condannato non poteva respingere la manus iniectio, ma poteva richiedere

l’intervento di un terzo, il vindex, che contestava le ragioni del creditore. Con l’intervento del

vindex il debitore è messo fuori causa. Se però il vindex risultava sconfitto il debitore era

condannato al pagamento del duplum. La mancata presenza del vindex autorizzava il magistrato a

confermare la dichiarazione del creditore mediante l’addictio. Il creditore aveva diritto di condurre

il debitore a casa sua e di tenerlo legato per 60 giorni con catene del peso di 15 libbre, nutrendolo

con una libbra di farro al giorno, durante i quali doveva presentarlo in pubblico in 3 mercati

consecutivi, dicendo del debito e del suo ammontare. Ove in queste occasioni nessuno si presenti a

riscattare il malcapitato, trascorsi i 60 giorni, egli poteva essere ucciso o venduto come schiavo

fuori del territorio romano. Se vi erano più creditori poteva essere ucciso ed il suo corpo sarebbe

stato diviso tra di loro. Col tempo la manus iniectio andò sempre più trasformandosi da processo

esecutivo in processo dichiarativo: al debitore fu concessa la possibilità di respingere la manus

iniectio e di iniziare un giudizio per accertarne la illegittimità (senza l’intervento di un vindex ma

sempre sotto la minaccia dell’esecuzione in duplum in caso di soccombenza): manus iniectio pura;

una lex Vallia fece della manus iniectio pura la regola, lasciando la vecchia procedura per il solo

caso di esecuzione del giudicato.

La legis actio sacramenti aveva origini molto antiche; essa consisteva in una sorta di scommessa

fatta dalle parti in lite. Fissati, infatti, i termini della controversia, ciascuna delle parti faceva un

giuramento solenne (sacramentum), di pagare all’erario una somma determinata di denaro in caso di

soccombenza; toccava poi ad un iudex stabilire quale delle parti avesse ragione. Si distinguevano

una l.a.s. in rem (per la tutela dei diritti reali su una cosa), ed una l.a.s. in personam (per la tutela di

rapporti obbligatori). Nella l.a. sacramenti in rem entrambe le parti si affermano proprietarie della

stessa cosa: attore e convenuto comparivano davanti al magistrato portando la cosa controversa o

una parte simbolica di essa, se si trattava di una cosa non trasportabile. La cosa veniva da entrambe

le parti toccata con una festuca, sostitutiva della lancia che è il simbolo di ogni dominio o potestà.

Dopo l’ordine ad entrambe le parti di lasciare libera la cosa il magistrato ne assegna il possesso

interinale (c.d. vindiciae) alla parte che a suo avviso sembra dare miglior affidamento: è però

necessario che la restituzione della cosa e dei frutti in caso di soccombenza sia garantita alla

controparte mediante la nomina di garanti (c.d. praedes litis et vindiciarum). Subito dopo seguiva la

reciproca scommessa fatta dalle parti e la somma oggetto della sfida era chiamata sacramentum che

è di 50 assi se la cosa vale meno di 1000, di 500 se 1000 o più: anche per il pagamento delle somme

si presentano al magistrato dei garanti, c.d. praedes sacramenti. Successivamente, nominato il iudex,

si passava alla fase apud iudicem, nella quale ciascuna parte produceva le prove poste a fondamento

delle proprie pretese ed il giudice, dopo averle valutate, emetteva la sua sentenza, con la quale

proclamava quale sacramentum fosse iustum e quale iniustum.

Un po’ diverso è l’andamento della l.a. sacramenti in personam . A differenza della l.a.s. in rem, in

cui le parti affermavano per se lo stesso diritto, nella l.a.s. in personam una parte affermava il

credito e l’altra lo negava (negava il debito corrispondente). Mancava inoltre la fase di attribuzione

del possesso interinale, non essendoci una res oggetto della controversia. Le parti non si presentano

al magistrato di comune accordo, ma è l’attore che in ius vocat il convenuto, e questo è tenuto a

seguirlo. In iure l’attore afferma l’esistenza del debito, il convenuto la nega, e sopra queste

dichiarazioni si fonda il consueto sacramentum, con l’intervento dei relativi praedes.

La legis actio per iudicis arbitrive postulationem consiste nella richiesta di un giudice o di un

arbitro. La richiesta doveva essere presentata d’accordo dai vari condividenti al magistrato, senza

che vi fosse luogo a distinguere fra attori e convenuti, ne fra pretesa e difesa. Vi si ricorreva per far

valere un credito da stipulazione o quando più coeredi o più condomini di una cosa o i proprietari di

fondi confinanti chiedevano in iure che fosse dato loro un giudice per la divisione dell’eredità o

della cosa comune o per il regolamento dei confini. Il creditore affermava il suo credito e, in caso di

contestazione del debitore, si rivolgeva tanto a lui che al pretore dicendo: poiché tu neghi, chiedo a

te, pretore di dare un giudizio. La procedura, quindi, si caratterizza per il fatto che l’attore chiedeva

immediatamente la nomina dell’iudex o dell’arbiter che avrebbe deciso la questione.

La legis actio per condictionem fu introdotta per i debiti di somme determinate di denaro da una

lex Calpurnia. La condictio costituì probabilmente un adattamento della l.a. sacramenti, in quanto

sostituì al pagamento della somma di denaro all’erario, il pagamento di una penale al vincitore della

lite. La procedura era molto simile a quella della l.a. sacramenti. L’attore affermava davanti al

convenuto che questi era debitore verso di lui di una data somma di denaro e gli chiedeva di

riconoscere il suo debito. Una risposta affermativa sarebbe stata una confessio in iure, con tutte le

sue conseguenze. Se il convenuto negava, l’attore lo invitava a comparire dopo 30 giorni davanti al

pretore per la nomina del giudice, il cui compito era di decidere circa l’esistenza del debito.

La pignoris capio consiste nell’atto del creditore che s’impadronisce egli stesso, senza l’intervento

di nessun organo statuale, di un bene che appartiene al debitore, o per indurlo ad adempiere o per

soddisfarsi del credito: non sappiamo se della cosa egli divenisse proprietario, o se dovesse venderla

e poi restituire al debitore la parte del prezzo eccedente la soddisfazione del credito. La pignoris

capio era accompagnata dalla pronuncia di parole solenni. Gaio menziona alcuni casi, i quali hanno

tutti riferimento a relazioni pubbliche o sacre, in cui si ricorreva a tale azione: i soldati potevano

agire con la pignoris capio contro colui che era tenuto a pagar loro lo stipendium o l’orzo per il

cavallo; i pubblicani potevano agire con la pignoris capio contro i debitori di imposte.

Il processo formulare

Secondo quanto riferisce il giurista Gaio, il processo formulare si sarebbe affermato per i vantaggi

che presentava rispetto alle legis actiones, fruibili soltanto dai cittadini romani e, per di più,

caratterizzate da un rigoroso formalismo. Nelle legis actiones, infatti, ogni errore, anche minimo,

nella pronuncia dei certa verba o nel compimento dei gesti previsti dal rituale, avrebbe comportato

la perdita della lite. Il processo per formulas non si basava sulla pronuncia di precise ed immutabili

parole (certa verba) bensì sulla pronuncia di verba concepta, parole concepite di volta in volta dal

pretore giusdicente e modellate sulla controversia concreta, grazie alle quali si perveniva ad affidare

il giudizio ad un giudice. Le procedure per formulas o per concepta verba sorsero in epoca

preclassica e convissero a lungo col sistema delle legis actiones. Queste si affermarono nell’ambito

della iurisdictio del praetor peregrinus, quando entrarono in vigore i negozi del ius gentium (la

tutela giurisdizionale di simili negozi non poteva, infatti, svolgersi in forma di legis actio).

Successivamente le procedure per formulas furono utilizzate dal praetor urbanus nelle controversie

tra romani relativi agli istituti del ius civile. L’estensione anche ai rapporti del ius civile avvenne

con la lex Aebutia, della seconda metà del II sec. a. C., che ammise il nuovo processo come

facoltativo rispetto alle legis actiones, finchè non fu reso obbligatorio dalla lex Iulia iudiciorum

privatorum di Augusto del 17 a. C. Il processo per formulas, dunque, prende il nome da un

documento scritto, detto appunto formula o iudicium, a cui le parti si sottopongono con la litis

contestatio. Nella formula il magistrato riassume in termini precisi la controversia, dopo un libero

dibattito fra le parti dinanzi a lui. In questo modo forniva al giudice lo schema o il programma per la

decisione della sentenza. La riforma delle leggi Ebuzia e Giulia, per cui non si ebbero più pochi tipi

di dichiarazioni solenni da pronunciarsi dalle parti (actiones), adattabili ciascuno a una vasta

categoria di controversie, bensì tante formule esposte nell’editto quante erano le pretese tipiche

riconosciute dal diritto oggettivo, produsse anche un altro risultato: cioè che le actiones, da 5 che

erano, divennero innumerevoli. Le formule sono tutte redatte secondo pochi schemi grammaticali,

facilmente riconoscibili. Da ciò la possibilità di individuare i loro elementi costitutivi (partes

formulae) che sono:

- demonstratio è la parte della formula che viene inserita all’inizio, affinché sia indicato

l’oggetto della controversia;

- intentio è la frase in cui si esprime la pretesa dell’attore;

- adiudicatio con la quale si permetteva al giudice di assegnare l’oggetto della controversia ad

una delle parti. Essa è propria dei giudizi divisorii;

- condemnatio con la quale si dava al giudice il potere di condannare o di assolvere, e fissare

l’ammontare della condanna o il modo di determinarlo.

Intentio e condemnatio sono certae o incertae, secondo che la pretesa dell’attore o la somma della

condanna siano rigidamente fissate nella formula o destinate a precisarsi apud iudicem.

Gaio precisò che non tutte queste parti si trovano in ogni formula: vi sono azioni di mero

accertamento, dirette per lo più a fissare i presupposti di un giudizio futuro e perciò chiamate

praeiudicia, la cui formula si riduce alla semplice intentio. Quindi mentre l’intentio poteva figurare

da sola, ciò non era possibile per le altre parti (demonstratio, adiudicatio, condemnatio).

La formula è un importante mezzo per l’evoluzione del d. processuale e materiale. Esse ebbero

quella facilità di adattamento ad ipotesi nuove, che mancava alle legis actiones. Un caso tipico se ne

ha nelle formulae ficticiae le quali proteggono rapporti sconosciuti al diritto civile, ponendoli sotto


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2009-2010

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto privato romano e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Briguglio Filippo.

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