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Diritto privato - la cognomizzazione dei predicati nobiliari

Appunti di Diritto privato sulla cognomizzazione dei predicati nobiliari. Gli argomenti trattati sono i seguenti: la cognomizzazione dei predicati nobiliari, il diritto nobiliare contemporaneo, il diritto alla cognomizzazione, il giudice competente a conoscere del diritto alla cognomizzazione del predicato nobiliare.

Esame di Diritto privato docente Prof. R. Cecchetti

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di un titolo nobiliare con predicato non comportava soltanto la

concessione di un titolo onorifico, ma anche di un secondo cognome, In

quanto il predicato diveniva il cognome d'uso della famiglia. Tale

predicato, come secondo cognome trapassava dal concessionario del

titolo a tutti i suoi discendenti, non soltanto in forza delle leggi

araldiche, ma soprattutto in forza delle leggi sul nome; tant'è che il

predicato continuava a competere ai discendenti anche nel caso di

perdita del feudo o di ritorno del titolo alla Corona. E', quindi, l'atto di

concessione del titolo che fonda il legittimo uso del predicato nobiliare

ancorchè l'annesso titolo sia stato a suo tempo ufficialmente

riconosciuto dalla Consulta Araldica del Regno d'Italia. Sul punto,

tuttavia, è intervenuta la Corte Costituzionale (sentenza n.101 dell'8

luglio 1967) che ha viceversa ritenuto non sufficiente la semplice

esistenza del titolo nobiliare al 28 ottobre 1922.

La Corte ha ritenuto che il reale significato della norma costituzionale

in esame non possa essere accertato se non alla luce del principio

espresso dal primo comma della disposizione, secondo il quale

l'ordinamento repubblicano non riconosce i titoli nobiliari. Ed infatti

l'incertezza intorno all'interpretazione della qualifica esistente riferita ai

titoli anteriori al 28 ottobre 1922 non può essere superata da

considerazioni meramente letterali. Vero è che nel passato

ordinamento un titolo nobiliare era da considerare esistente

indipendentemente dal riconoscimento amministrativo o

giurisdizionale, che aveva solo una funzione di accertamento (peraltro

necessario al legittimo uso ufficiale del titolo), ma è da escludere che la

lettera della norma costituzionale si riferisca all'esistenza del titolo in

contrapposto al suo riconoscimento: la contrapposizione, invero, è solo

fra titoli anteriori e titoli posteriori al 28 ottobre 1922, e la proposizione

normativa esprime in forma lessicalmente positiva la esclusione dei

secondi dal c.d. diritto alla cognomizzazione. Sicchè, equivalendo la

frase "esistenti prima del 28 ottobre 1922" a quella "non conferiti dopo

il 28 ottobre 1922", è chiaro che l'interpretazione letterale non è

idonea alla risoluzione del diverso problema qui in esame, che va,

perciò raggiunta con l'impiego di altri canoni ermeneutici: ed anzitutto

attraverso il coordinamento dei due primi commi della disposizione, nel

senso che al secondo deve essere attribuito quel significato che

maggiormente si concili col primo. E' questo, infatti, ad esprimere la

scelta di fondo operata dal costituente, e con essa ogni altra norma

relativa alla materia va di necessità coordinata.

Ciò posto, è da mettere in rilievo che il divieto di riconoscimento dei

titoli nobiliari per l'accertamento ed il conseguente legittimo uso di un

titolo già di per se esistente non attiene solo all'attività giudiziaria o

amministrativa necessaria, come accadeva nel precedente

ordinamento, ma comporta che i titoli nobiliari non costituiscono

contenuto di un diritto e, più ampiamente, non conservano alcuna

rilevanza: in una parola, essi restano "fuori del mondo giuridico". Da

questa premessa che nessuno contesta, inevitabilmente discende che

l'ordinamento non può contenere norme che impongano ai pubblici

poteri di dirimere controversie intorno a pretese alle quali la

Costituzione disconosce ogni carattere di giuridicità. E perciò, una volta

attribuita al primo comma quel contenuto e queste conseguenze, è

certo da escludere che il secondo possa essere interpretato in un senso

che con l'uno e con le altre sarebbe in contrasto. Ciò accadrebbe ove si

accogliesse la tesi che, al fine della cognomizzazione, il giudice debba

accertare l'esistenza del titolo in capo a questo o a quel soggetto,

valutarne le vicende alla stregua delle regole proprie del regime

successorio nobiliare e dare piena applicazione alla legislazione araldica

fino al punto - secondo la teoria che appare più coerente con le

premesse - da potersi pronunziare solo previo contraddittorio

dell'interessato con l'ufficio araldico (legislativamente definito come

rappresentante della regia prerogativa) e con provvedimento destinato

ad essere iscritto negli appositi libri nobiliari. Nè importa che

l'accertamento andrebbe compiuto non in funzione del legittimo uso del

titolo, ma come strumentale rispetto al diverso diritto relativo

all'aggiunta del predicato al nome: ed infatti, nonostante questa

finalità, il titolo costituirebbe pur sempre oggetto di un diritto e di una

vera e propria tutela giuridica, laddove l'uno e l'altra sono

perentoriamente esclusi dal principio enunciato nel primo comma.

Tale irrilevanza giuridica del titoli nobiliari impedisce, dunque, che essi

possano essere giudizialmente accertati e perciò il secondo comma

della XIV disposizione va interpretato nel residuo senso che l'aggiunta

al nome dei predicati anteriori al 28 ottobre 1922 non trova la sua

fonte nel diritto al titolo, non più sussistente, ma nel già intervenuto

riconoscimento che assume il ruolo di presupposto di fatto del diritto

alla cognomizzazione.

Siffatta conclusione, oltre a rispondere all'esigenza di una corretta

interpretazione sistematica desunta dal necessario coordinamento dei

due primi commi della XIV disposizione, trova pieno conforto nel lavori

preparatori, dal quali si ricava che intento del Costituente fu quello di

evitare che dal disconoscimento del titoli nobiliari potesse derivare una

lesione del diritto al nome (il che, ovviamente, esclude la

cognomizzazione attuale di predicati mai riconosciuto e perciò mai

legittimamente usati come elemento di individuazione del casato) ed è

nel contempo l'unica che appaia conciliabile con la "pari dignità sociale"

garantita dal primo comma dell'art. 3 della Costituzione.

Secondo la Corte Costituzionale, quindi, la cognomizzazione del

predicati nobiliari può essere ottenuta solo con riferimento ai predicati

su cui poggiano quel titoli nobiliari esistenti prima del 28 ottobre 1922

e riconosciuti prima dell'entrata in vigore della Costituzione.

Ma, come giustamente sottolineato dal Prof. Aldo Pezzana (La sentenza

della Corte Costituzionale sui titoli nobiliari, in Rivista Araldica, 1967

pagg. 205 e segg.), "nel nostro ordinamento giuridico la Corte

Costituzionale ha il potere di invalidare, con sentenze operanti erga

omnes, le norme legislative contrastanti con la Costituzione, ma non

d'interpretare in modo vincolante per gli altri giudici le norme della

Costituzione indipendentemente da una questione di legittimità

costituzionale (contrasto di una legge con la Costituzione);

nell'interpretazione della Costituzione, come di ogni altra legge, ogni

giudice è sovrano nel limiti della propria competenza". In altri termini,

il giudice competente a conoscere del diritto alla cognomizzazione del

predicato nobiliare, "sarà libero di interpretare il precetto costituzionale

secondo il proprio autonomo convincimento"; per quanto concerne la

questione sostanziale di quali predicati siano suscettibili di

cognomizzazione, "la sentenza esprime soltanto una opinione

sull'interpretazione della XIV dispos. trans., opinione che è certamente

autorevole per l'altissima Magistratura dalla quale promana, ma che

nelle future possibili controversie non potrà vincolare il giudice ed avrà

in buona sostanza il valore di un precedente giurisprudenziale".

E' da precisare, inoltre, che la Corte Costituzionale con la suddetta

pronuncia ha disatteso l'opinione seguita sino a quel punto pressoché

unanimemente dalla giurisprudenza e dalla dottrina, secondo cui quello

che importava ai fini della cognomizzazione del predicato era che l'atto

costitutivo del titolo nobiliare fosse anteriore al 1922 mentre nulla

rilevava la circostanza che fosse intervenuto o no un provvedimento di

riconoscimento ministeriale.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza (PISA, LIVORNO)
SSD:
Università: Pisa - Unipi
A.A.: 2009-2010

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher melody_gio di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto privato e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Pisa - Unipi o del prof Cecchetti Raffaello.

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