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Il problema centrale delle relazioni internazionali è il problema dell’ordine: come

può essere ricostruito, distrutto e concepito.

Ma cosa si intende per ordine? In questo libro per ordine politico si intendono i

meccanismi di governo operanti, entro un gruppo di stati, come principi generali, norme e

istituzioni. L’ordine politico nasce nel momento in cui i meccanismi che organizzano il sis-

tema cominciano a funzionare. Un ordine politico, non richiede necessariamente intese nor-

mative tra gli stati membri, può basarsi semplicemente su scambi di relazioni, la coercizione

o i meccanismo dell’equilibrio di potenza o anche su una convergenza di interessi specifici

tra gli stati.

Tre sono i tipi principali di ordine politico tra gli stati:

equilibrio di potenza; 2) egemonia; 3) costituzionalismo.

Questi che abbiamo elencato, possiamo definirli come tipi ideali, dal momento che

quelli storici, reali, sono una mescolanza di tratti appartenenti a più tipi.

equilibrio di potenza: questo tipo di ordine è imperniato sull’anarchia, cioè sull’assenza di

qualunque autorità politica sopraordinata. Le parti del sistema sono costituite da stati equiv-

alenti e per alcuni storici questo ordine costituisce l’essenza del sistema internazionale che

comporta il rifiuto formale della gerarchia. In un contesto anarchico, gli stati sono obbligati

a bilanciarsi. In caso di emersione di un’egemonia planetaria, gli stati deboli sono obbligati

a coalizzarsi tra di loro per opporsi al suo dominio. Questi tipi di ordine sono determinati

dall’interesse fondamentale degli stati a preservare il proprio status e a non subire il do-

minio di uno stato egemone libero da qualunque controllo;

egemonia: anche in questo caso ci troviamo di fronte ad una distribuzione di potere tra gli

stati, ma i rapporti e di potere a autorità sono definiti tramite il principio della gerarchia. In

un ordine internazionale gerarchico, gli stati sono posizionati in modo verticale con po-

sizioni nettamente definite. La forma gerarchica più estrema è l’impero in cui le unità deboli

non hanno una sovranità piena. Ma anche questo ordine è destinato a non essere duraturo

dal momento che al crollo della potenza dello stato guida, crolla anche l’ordine ad esso col-

legato. L’ordine egemonico può anche consistere in relazioni tra gli stati più reciproche e

consensuali, pur continuando a manifestarsi su una distribuzione del potere asimmetrica.

Questo tipo di ordine è creato e mantenuto dalla concentrazione del potere;

costituzionalismo: gli ordini costituzionali sono assetti politici imperniati su istituzioni

giuridiche e politiche di tipo consensuale che devono imporre diritti e limiti all’esercizio del

potere. Questo tipo di ordine di norma possiamo trovarlo dove è possibile introdurre isti-

tuzioni che limitano in una certa misura la libertà degli stati e dove una stabile politica inter-

na permetta l’attuazione di impegni internazionali.

Un ordine politico costituzionale ha tre elementi fondamentali:

deve essere ben radicata nello stato l’approvazione dei principi e delle regole che ne sono

alla base, in pratica ci deve essere piena coscienza delle regole del gioco che sono ri-

conosciute ed accettate dai partecipanti.

Sono fissate norme, regole e istituzioni che determinano in modo autorevole condizioni e

limiti dell’esercizio del potere. Il potere deve quindi essere esercitato entro una dinamica po-

litica istituzionalizzata, dove le istituzioni politiche hanno raggiunto un alto grado di autono-

mia.

Queste regole e istituzioni sono parte integrante di un sistema politico e non possono essere

modificate facilmente.

In altre parole possiamo dire che i patti costituzionali moderano i dividendi del

potere, cosa che peraltro fanno anche in un ordine di tipo interno agli stati. In questo modo

infatti le costituzioni limitano quello che i detentori del potere possono realizzare grazie al

loro momento di vantaggio.

Gli ordini costituzionali sono quindi ordini politici che limitano o moderano l’eser-

cizio del potere tramite un sistema di regole, istituzioni e autorità legali di tipo consensuale e

possono farlo in modo più o meno accentuato a seconda della maggiore o minore stabilità

delle istituzioni politiche fondamentali (la loro resistenza alla manipolazione ad opera di

gruppi di interesse).

La misura poi in cui un ordine sarà più o meno costituzionale, dipenderà da quanto i

legami tra gli stati sono stati sottoposti a accordi e meccanismi vincolanti.

Ma come sono arrivati gli stati a fissare determinati ordini politici, in pratica quali

strategie hanno messo in atto stati guida e stati deboli per arrivare ad un determinato assetto

post bellico? Si può osservare che l’ordine post bellico è mutato al mutare delle strategie di

ricostruzione dello stesso. Dopo tutte le guerre abbiamo visto che si è dovuto affrontare il

problema della limitazione della potenza, ma gli ordini emersi sono parecchio differenti, ve-

diamo come sono intervenute le strategie.

La strategia più elementare è il rafforzamento della sovranità degli stati: la

potenza viene controllata mediante la suddivisione di unità più grandi in stati

sovrani (decentramento di potere). Questo è stato l’obiettivo principale della Pace di West-

falia(1648) dove si è affermata la sovranità statale nel diritto internazionale liberandola dai

vincoli legati ad una monarchia universale(sacro romano impero) e all’universa-lismo reli-

gioso(diritto di scegliere tra varie religioni ).Lo scopo è indebolire coalizioni religiose e sis-

temi imperiali per mezzo della frammentazione.

Altra strategia comporta la frammentazione e separazione di unità territoriali. In

pratica uno stato sconfitto non può opporsi al fatto che ampie porzioni del suo territorio

vengano assegnate ad altri stati, la sorte di varie porzioni di territori sono assegnati ai ne-

goziati. Questo si è verificato nel 1713, nel 1815 e per quanto riguarda la Germania, anche

dopo le 2 G.M..Lo scopo è abbassare il livello di potenza distribuendola in più unità.

Questa strategia è maggiormente conosciuta e si basa sul controllo del potere: par-

liamo della strategia della ricerca dell’equilibrio. In altre parole gli stati cercano mediante

alleanze temporanee di controbilanciare potenze emergenti. Questo aspetto si mostrò mag-

giormente negli accordi di Vienna dove le grandi potenze furono d’accordo sulla necessità

di collaborare per mantenere un ordine reciprocamente accettabile. Lo scopo è ridurre la

potenza relativa, creando istituzioni ad hoc.

Altra strategia è quella che si basa sul vincolo istituzionale. Qui gli stati affrontano

le incognite delle dinamiche internazionali contraendo legami vicendevoli che ne limitano la

libertà di manovra. Ci troviamo di fronte all’adesione a istituzioni vincolanti che implicano

scelte durevoli nel tempo, che hanno un prezzo di uscita ma nello stesso tempo permettono

agli stati di avere voce in capitolo nei vari contrasti. Vincoli istituzionali possono essere trat-

tati, organizzazioni sopranazionali, principi comuni di relazione ecc. Lo scopo è legare

tramite alleanze e altre istituzioni, stati potenzialmente pericolosi.

Ultima strategia infine è l’integrazione soprannazionale formale, dove gli obb-

lighi legali e istituzionali non sono più distinguibili dalle istituzioni politiche interne. La

CECA fu uno dei primi esempi di questa strategia e molti osservatori pensano che l’Unione

Europea stia assumendo sempre più il carattere di un ordine politico soprannazionale. Lo

scopo è condividere la sovranità con istituzioni autorità di ampia portata.

Una volta che un ordine postbellico si viene a formare, bisogna anche considerare la

sua stabilità. Un’utile misura per stabilire la stabilità di un ordine, è la sua capacità di con-

tenere e superare le perturbazioni , cioè le sollecitazioni sia interne che esterne. Ciascuno dei

tre modelli proposti di ordine politico presenta un diverso punto di vista sulle sorgenti di

stabilità.

L’ordine basato sul bilanciamento è stabile quando gli Stati che ne fanno parte si

impegnano nell’azione di bilanciamento e producono un equilibrio di potenza.

L’ordine egemonico rimane stabile finché lo stato egemone conserva la supremazia

sul piano della potenza; infatti gli stati in ascesa sfidano lo stato egemone quando questo

comincia a decadere. Negli ordini costituzionali, la sorgente di stabilità è la durata delle is-

tituzioni politiche e dalla loro capacità di limitare i dividendi del potere.

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Come abbiamo visto, al termine di un conflitto lo stato guida si trova di fronte a tre

possibilità: dominare, abbandonare cercare un accordo con gli stati deboli per creare un or-

dine post bellico gradito a tutti. Quale sceglierà? Lo stato forte ha tutte le ragioni per pro-

muovere un ordine post bellico duraturo, ma per far questo deve limitare la sua autonomia

per tranquillizzare gli stati deboli circa la possibilità che voglia abusare della propria forza.

Se vuole estendere il suo dominio anche al futuro, lo stato forte deve oggi raggiun-

gere dei compromessi con gli stati deboli, perché uno stato non può essere forte per sempre

e deve ottimizzare i vantaggi di oggi per poterne avere in futuro. Per creare quindi un ordine

post bellico reciprocamente accettabile, occorre trovare degli accordi sulle norme e sui fon-

damenti dell’ordine stesso e in una tale situazione una sistemazione di tipo costituzionale

diventa molto attraente per tutti, perché preserva il potere dello stato forte in due modi:

ridurre i costi di mantenimento dell’ordine dentro il sistema, perché il ricorso continuo alla

potenza è molto dispendioso, inoltre gli stati deboli non avrebbero nessun vantaggio a cer-

care di rovesciare lo Stato guida che garantisce loro determinati vantaggi.

creare istituzioni fondamentali, è un investimento per il futuro per lo Stato guida il quale di

garantisce in tal modo una leadership anche quando il suo potere non sarà più all’apice.

La tesi di questo libro è che le istituzioni possono diventare parte integrante del più

generale ordine politico quando gli stati constatano che i costi del cambiamento costi-

tuzionale aumentano con il passare del tempo. In pratica la sistemazione costituzionale im-

plica uno scambio: lo stato guida ottiene un ordine prevedibile e legittimo basato su norme

e istituzioni concordate, che gli assicurano stabili dividendi in futuro, mentre gli stati deboli

ottengono alcuni vantaggi immediati e una permanente limitazione dell’uso della forza.

Per arrivare però ad un investimento di questo tipo, occorre che lo stato guida sia

consapevole del fatto che la sua egemonia non durerà per sempre e che le istituzioni post

belliche hanno possibilità di modellare e limitare le iniziative dei singoli paesi anche quando

il potere che le ha create è nella fase discendente. E gli stati deboli, perché dovrebbero ac-

cettare? Perché ogni altra trattativa si baserebbe solo sui rapporti di forza, dove lo stato de-

bole è in svantaggio.

Inoltre il pericolo di future aggressioni viene scongiurato, mentre ci si garantisce la

possibilità di far prevalere alcuni propri interessi rispetto a quelli dello stato guida. In questo

contesto possiamo rilevare che le istituzioni hanno una doppia funzione: imbrigliano lo stato

guida quando è più forte e in seguito anche gli stati subalterni, quando la loro potenza com-

incia ad accrescere.

Per meglio comprendere questi meccanismi, bisogna fare riferimento ad accordi di

tipo istituzionale e sostanziale. Gli accordi sostanziali riguardano la spartizione di benefici

materiali , mentre quelli istituzionali specificano le regole e i principi entro cui dovranno

essere discussi quelli sostanziali.

Nel campo della sistemazione post bellica costituzionale inoltre le istituzioni dovran-

no dimostrarsi appetibili per tutti gli schieramenti, gli stati deboli dovranno dimostrare di

avere continuità negli orientamenti politici, quelli guida dovranno dimostrare che lo loro

potenza sarà sufficientemente moderata. Una volta fissati i termini dello scambio costi-

tuzionale, la vischiosità delle istituzioni rafforza la stabilità degli accordi. Va peraltro rileva-

to che per ottenere risultati migliori, occorre che il crollo del sistema precedente sia comple-

to. Uno stato guida deve pertanto manifestare apertamente la sua capacità di autolimi-

tazione della potenza e questo può farlo mettendo in atto diverse strategie, quali accettare

vincoli, rendere prevedibili le sue mosse, ascoltare le ragioni di altri stati. Un aspetto parti-

colare di queste strategie consiste nel c.d. “bonding da legare”, nel senso di contrarre lega-

mi finanziari; che è un po’ quello che fanno le società per attrarre investitori. In altre parole

uno stato può prendere iniziative volte a accrescere la propria trasparenza e credibilità per

convincere altri stati ad investire nel proprio predominio politico. Accettando di vincolarsi

tra di loro, gli stati limitano l’anarchia che potrebbe condurre a iniziative di bilanciamento.

Nel caso poi di alleanze a scopo di sicurezza, spesso ci si trova di fronte a patti di

moderazione (“pacta de contraendo”) che fanno si che i potenziali rivali si leghino recipro-

camente creando meccanismi costituzionali che consentono di effettuare controlli reciproci

sulla politica.

Ma come fanno le istituzioni a legare gli stati? Quali caratteristiche devono avere

perché arrivino a stabilizzare i rapporti tra gli stati? Bisogna anzitutto dire che gli accordi is-

tituzionali una volta ratificati, diventano accordi legali con tutte le relative conseguenze sia

interne che esterne e tendono a essere considerati vincolanti. Inoltre acquistano un loro gra-

do di autonomia e fanno da linee guida alle gestione delle relazioni e possono richiedere

un’ulteriore legislazione applicativa che ampia e integra l’accordo istituzionale.

Gli accordi poi sono anche canali di comunicazione intergovernativi che permettono

in qualche misura di influire sulle politiche di altri stati. Insomma si viene a creare come una

ragnatela che influisce sia sulle norme interne che su quelle internazionali che diventano in-

terdipendenti ( i gruppi locali premono per ottenere vantaggi internazionali ecc).

Con il tempo pertanto i costi per lo smantellamento del sistema diventano sempre

più pesanti e ciò è uno svantaggio per gli ordini e le istituzioni alternative. Infatti mentre il

costo di una nuova istituzione è sempre molto alto, i vantaggi che ne derivano sono di solito

bassi tali da non convincere gli investitori a cambiare strategia.

Solo se ci troviamo in una condizione post bellica, quando cioè nulla è più conser-

vato, vale la pena di apportare delle modifiche al sistema, altrimenti no, perché i dividendi

ottenuti dal cambio (differenza tra nuove e vecchie regole) non sarebbero certo favorevoli.

La disponibilità ad adottare un sistema istituzionale per creare un ordine inter-

nazionale post bellico, dipende da due fattori, la grandezza delle disuguaglianze di potenza e

il carattere degli stati coinvolti.

GRANDEZZA DELLE DISEGUAGLIANZE

Maggiore è la potenza di uno stati nei confronti degli altri e maggiore sarà la diffi-

coltà di questo stato di superare i timori degli stati deboli. Dove la potenza è maggiormente

suddivisa, la coalizione tra stati sarà più ampia e paritaria e gli accordi emergeranno da ne-

goziati più ampi. Più lo stato guida è potente, più avrà le capacità di organizzare il mondo

post bellico in modo conforme ai suoi interessi a lungo termine e a barattare le sue risorse

con accordi istituzionali.

Gli stati deboli, più deboli sono più hanno timore dell’abbandono o del dominio e

più forte sarà il loro desiderio di inserirsi in un sistema che assicuri moderazione e collabo-

razione da parte dello stato guida. Tale situazione emerge chiaramente in caso di sconfitta

totale, ma in caso di armistizio o di un cessate il fuoco, i vincitori possono incontrare diffi-

coltà ad imporre il proprio sistema.

DEMOCRAZIE E ACCORDO ISTITUZIONALE

Le democrazie sono più capaci a creare istituzioni vincolanti e a rispettare gli impeg-

ni rispetto agli stati non democratici. Questo accade perché le democrazie hanno alti livelli di

trasparenza politica il che riduce gli imprevisti, devono tenere conto della competizione par-

titica e della trasparenza del processo decisionale e avendo un maggiore controllo isti-

tuzionale su cambiamenti di orientamento politico e questi tipi di vischiosità riducono gli

imprevisti.

Per finire possiamo dire che il modello di costruzione costituzionale di un ordine

post bellico è un tipo ideale. La possibilità che gli stati cerchino un accordo istituzionale è

massima quando paesi democratici si confrontano in un contesto di rapporti di potere alta-

mente asimmetrici: quando cioè uno stato pervenuto ad una nuova potenza è particolarmente

interessato a favorire un ordine che non comporti una continua lotta per la supremazia e gli

stati deboli temono l’abbandono o il dominio.

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Gli accordi di pace del 1815 (Congresso di Vienna), permisero alle grandi potenze

di far cessare gli scontri armati per 40 anni e di far passare un secolo prima che una nuova

guerra europea generalizzata ne distruggesse l’ingegnoso meccanismo.

La sistemazione viennese differisce dalla precedenti sistemazioni per il modo in cui

lo stato guida tentò di utilizzare le istituzioni per influenzare le relazioni tra i protagonisti

della politica mondiale. Infatti la novità della proposte istituzionali fu che mediante un sis-

tema di congressi, si mirava a rinforzare i legami tra stati potenzialmente rivali.

La Gran Bretagna, stato guida, perseguì una strategia nuova mirante a stabilire con-

sultazioni e procedure formali di soluzioni delle controversie, mediante l’uso dell’alleanza e

dei congressi. Il sistema di congressi fu inaugurato dal congresso di Aix Le Chapelle nel

1818 prima conferenza che mai sia stata indetta tra stati allo scopo di gestire le relazioni in-

ternazionali in tempo di pace.

Questo sistema è da considerare un “pacto de contraendo” cioè un trattato di moder-

azione, che in certo qual modo sostituiva o integrava il tradizionale equilibrio di potenza

fino ad allora adottato. Il sistema ebbe successo anche perché la Gran Bretagna era l’unica

nazione a regime democratico parlamentare ed inoltre non aveva mire espansionistiche in

Europa né aveva sufficienti forze terrestri per potere essere considerata una minaccia dagli

altri stati europei.

L’unico timore che poteva suscitare era l’abbandono. La coalizione che aveva scon-

fitto Napoleone aveva come fine l’opposizione all’egemonia francese e la sistemazione post

bellica doveva essere imperniata sui nuovi rapporti di potenza che si erano venuti a creare

tra due nuove potenze, la Gran Bretagna e la Russia.

Nel 1815 la Gran Bretagna era la nuova potenza mondiale, forte di un’economia in

espansione, moderna che porterà l’Europa tutta verso una nuova industrializzazione, grazie

anche alla continua espansione dell’Impero coloniale.

Peraltro le sue sovvenzioni hanno consentito la prosecuzione della guerra. Dall’altra

parte dell’Europa, la Russia non aveva rivali sia da un punto di vista militare che per esten-

sione territoriale. Ci si trovava quindi di fronte ad una forte asimmetria di potenza in quanto

anche se Francia, Prussia e Austria si fossero alleate contro Gran Bretagna e Russia, la loro

non sarebbe risultata essere una minaccia seria.

Occorreva pertanto mettere in moto un giusto “balance of power”, ovvero un bi-

lanciamento di potenza, per potere arrivare alla ricostruzione di un nuovo ordine post

bellico, occorreva cioè far prevalere la moderazione tra gli stati e per fare in modo che i più

potenti non prevalessero bisognava dotare l’ordine di appositi meccanismi che garantissero

il bilanciamento del forze.

La Gran Bretagna mirava principalmente a porre fine all’egemonia francese e per ot-

tenere ciò era disposta a fornire limitate garanzie di moderazione in caso di contrasti territo-

riali. Il ministro degli esteri inglese Castelreaght puntava sul fatto che i contrasti particolari

dovevano essere accantonati a favore di un accordo generale che un “sistema” che coin-

volgesse tutta l’Europa.

Temendo che gli alleati della coalizione (quadruplice alleanza del 1814) giungessero

ad una pace separata con Napoleone, gli inglesi cominciarono a tessere la trama di un ordine

post bellico ancora prima della fine delle ostilità In un memorandum del 1813, venne delin-

eata la posizione della Gran Bretagna che sosteneva che gli accordi presi dovevano contin-

uare anche dopo la fine delle ostilità in un sistema di obblighi vicendevoli, per evitare un ri-

torno dell’egemonia francese.

Come abbiamo visto la Gran Bretagna ha svolto un ruolo predominante durante il

conflitto dal momento che con iniziative diplomatiche e aiuti economici riuscì a tenere unita

la coalizione. Non era del tutto scontato che gli stati che si erano coalizzati per combattere

Napoleone si sarebbero trovati tutti uniti per gestire l’ordine post bellico.

Ad esempio Metternich non escludeva di poter arrivare ad accordi che perme-

ttessero a Napoleone di conservare il potere. Poiché molti dissidi tra i vari componenti della

coalizione erano di natura territoriale, la Gran Bretagna si adoperò affinché venissero ap-

provati degli accordi che riconoscessero a ciascun stato i suoi interessi particolari ma anche

la necessità che la Francia tornasse ai suoi confini naturali.

La Gran Bretagna si mosse in ogni modo per arrivare ai suoi scopi e all’ordine post

bellico che riteneva più opportuno. Castelreaght condusse i negoziati della Quadruplice al-

leanza con lo scopo di arrivare si ad una conclusione della guerra, ma senza una trionfale

vittoria per uno degli alleati (ad esempio l’ingresso a Parigi delle forze dello Zar) o una serie

di accordi separati con Napoleone: la guerra doveva durare fino a quando gli obiettivi della

sistemazione fossero stati raggiunti e l’ordine post bellico doveva essere preservato dalla

stessa alleanza con un impegno di almeno 20 anni.

L’unità degli alleati era per gli inglesi fondamentale. L’ordine post bellico, secondo

l’art.16 del trattato doveva garantire l’equilibrio di potenza, che in quel contesto significava

una distribuzione di territori, diritti e oneri equa e accettabile per tutti.

Naturalmente l’accettazione dello schema proposto dagli inglesi ebbe un prezzo, sia

in uomini che in denaro perché l’apporto della Gran Bretagna sarebbe stato il doppio delle

altre potenze. Qui si nota come la Gran Bretagna abbia fatto un investimento sul futuro, rin-

unciando ai benefici immediati in vista di vantaggi futuri basati su una prospettiva di pace

europea durevole.

In particolare rinunciò al dominio diretto sull’Olanda cosa che non le costò molto da

un punto di vista strategico, ma che le consentì di mandare un chiaro segno di moderazione

agli altri stati. Nella ricerca di un nuovo ordine post bellico, si voltarono le spalle all’equilib-

rio di potenza e si puntò ad un ordine basato su una serie di livelli istituzionali in grado di

sostenersi a vicenda e precisamente:

il pilastro era l’alleanza stessa, in virtù del suo prolungamento anche in tempo di pace;

il sistema dei congressi fu usato come un meccanismo istituzionale di consultazione delle

grandi potenze rivolto alla gestione collegiale e alla soluzione pacifica delle dispute territori-

ali;

furono inoltre promulgate norme di diritto pubblico europeo miranti a conferire agli accordi

presi tra gli stati un regime di legittimità e legalità.

L’aspetto maggiormente innovativo fu la creazione di una coalizione di lunga durata

che impegnava gli stati alla collaborazione e moderazione, con la possibilità di osservarsi a

vicenda. Nel 1818 si arrivò all’ingresso della Francia nell’alleanza che divenne quindi la

Quintuplice Alleanza. Le consultazioni per dirimere le questioni comuni, erano la novità

della sistemazione post napoleonica, perché prima di allora le conferenze internazionali era-

no indette solo per redigere e approvare accordi di pace.

Il risultato più importante dei “congressi” fu il raggiungimento di una prospettiva

comune sulla soluzione dei contrasti territoriali: in pratica l’espansione di una grande poten-

za poteva avvenire solo con l’approvazione delle altre. In pratica ci si trovava di fronte ad

un meccanismo di limitazione e moderazione dell’uso della potenza da parte degli stati prin-

cipali. C . 5

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Alla fine dell’800, la prassi dei congressi e delle conferenze tra potenza il c.d. con-

certo europeo, privo di un’organizzazione istituzionalizzata, legato com’era il suo manteni-

mento alla volontà degli stati, crollò, portando lo scoppio della I° Guerra Mondiale.

Dopo il 1918 l’Europa non era più la stessa, crollarono 4 imperi Germania, Russia

Ottomano Austroungarico, tutti erano economicamente esausti. Gli Stati Uniti che erano in-

tervenuti a guerra già iniziata con lo scopo di porne fine, erano ormai la più grande potenza

mondiale. Da tutti questo presupposti nacque una pace che non accontentò nessuno.

La pace di Versailles fu probabilmente il più grande insuccesso della politica euro-

pea nel secolo scorso. Il continente fu ridisegnato sulla base di principi teorici astratti, come

quello della nazionalità che imposto dal presidente americano Wilson, fu in realtà quasi es-

clusivamente utilizzato per favorire i vincitori e divenne così causa di destabilizzazioni.

La Germania fu duramente punita sia territorialmente che materialmente ma ciò non

bastò a placare i timori di invasione della Francia.

Nota positiva fu la nascita della Società delle Nazioni prima grande organizzazione

internazionale, che però nacque già mutilata, dal momento che ne furono esclusi gli stati

vinti, Germania, Turchia, Bulgaria, Austria Ungheria, Russia, ma le defezione più grave fu

quella degli Stati Uniti che dopo averne proposto la creazione, non vi aderirono in quanto il

congresso non l’ approvò.

La pace dopo la I° GM fu definita una pace mancata, i capi di stato si scontrarono

su progetti profondamente divergenti ineranti i fondamenti dell’ordine stesso. L’opinione

pubblica e i partiti condizionarono pesantemente gli esiti delle trattative.

Secondo gli americani che proposero la nascita della Società delle Nazioni, l’equilib-

rio tra le potenze sarebbe stato costituito da meccanismi di tipo giuridico e da regole libera-

mente accettate per limitare l’uso della forza e risolvere pacificamente i contrasti.

Il presidente Wilson propose un accordo istituzionale rinunciando a guadagni a

breve termine, che comprendesse anche la Germania, moderando l’uso della potenza ameri-

cana (famoso discorso del 1917 in cui parlava di “pace senza vittoria”) e offrendo agli al-

leati europei di impegnarsi per la sicurezza generale: tali proposte furono giudicate eccessive

dagli americani e insufficienti dagli europei.

Nei primi anni di guerra, Wilson aveva sviluppato la sua politica europea lungo due

direttrici:

come entrare nel conflitto in modo da accelerarne la fine

come promuovere un ordine post bellico che garantisse la pace

Temeva tuttavia che se non si fosse arrivati ad una rapida cessazione delle ostilità si

sarebbe impantanato nella carneficina europea e per questo voleva stare fuori dalle ostilità In

questo contesto affermò chiaramente che gli USA non volevano farsi coinvolgere nel con-

flitto, ma era deciso a contribuire ad una soluzione pacifica del conflitto.

Proponeva a Gran Bretagna e Francia uno scambio: la partecipazione degli USA ad

un’associazione internazionale di mantenimento della pace, in cambio della accettazione eu-

ropea della soluzione del conflitto indicata dall’America. Tuttavia le sue garanzie furono

molto astratte, basate sulla convinzione che tutti gli stati avrebbero mostrato lo stesso rispet-

to dell’America per i principi di democrazia e sovranità popolare.

Quando Wilson propose le sue iniziative per la pace, gli USA non erano ancora in

guerra: infatti l’America entrò tardi in guerra e solo dopo che la Germania aveva deciso di

iniziare una guerra sottomarina senza limitazioni. In tale contesto inoltre Wilson ribadì più

volte che loro combattevano contro il militarismo tedesco e non contro il popolo tedesco.

Alla fine del 1917 ci fu inoltre un altro grande cambiamento: la rivoluzione russa. Sia Wil-

son che Lenin si rivolsero direttamente ai cittadini europei, in particolare all’opinione pub-

blica della quale entrambi cercavano l’appoggio in vista della trasformazione generale della

politica europea.

Iniziò un duello ideologico tra Wilson e Lenin, col presidente americano che

dichiarò pubblicamente gli scopi della sua partecipazione alla guerra con l’annuncio dei

celebri 14 punti che contenevano l’obiettivo finale della creazione della Società delle

Nazioni, con l’intento di persuadere i popoli europei che i principi americani e non quelli

bolscevichi erano le premesse per un nuovo ordine post bellico. Lo scontro era tra

democrazia e autocrazia e la guerra mondiale doveva inaugurare una rivoluzione democrati-

ca in tutto il pianeta.

Diverse erano le posizioni delle varie potenze; gli inglesi, come i francesi, non vole-

vano che il conflitto si concludesse senza una totale disfatta della Germania, perché

temevano futuri conflitti. Anche all’interno del governo britannico stesso vi erano posizioni

diverse tra chi voleva la cancellazione della Germania e chi invece preferiva delle trattative,

alcuni poi erano propensi alla proposta di Wilson sulla società delle Nazioni, altri volevano

ripristinare l’equilibrio di potenza predente al conflitto.

Il primo ministro britannico Lloyd Gorge fece delle proposte prima dell’armi-stizio,

che si basavano sugli ideali che la GB si proponeva di perseguire dopo la guerra per ot-

tenere una pace stabile: ripristino dell’inviolabilità dei trattati, sistemazione territoriale sulla

base dell’autodeterminazione, creazione di una organizzazione internazionale per ridurre il

pericolo di altre guerre. Wilson e Lloyd Gorge avevano in comune gli stessi principi

liberali, ma dissentivano sul giudizio del governo tedesco: il britannico sosteneva che la

Germania dovesse dotarsi di una costituzione democratica ma che la scelta doveva essere

lasciata al popolo tedesco.

Wilson invece aveva una concezione più ampia sostenendo che l’autoritarismo

tedesco fosse illegittimo e che approfittando della guerra si dovesse spodestarlo, avviando

una riforma costituzionale in Germania e un’ampia democratizzazione in Europa: questa po-

sizione era a metà strada tra Wilson e la Francia.

Per il ministro francese Clemenceau, infatti l’importante era la vittoria e non la soci-

età delle nazioni, che non considerava necessaria e che comunque alla fine della guerra si

sarebbe opposto alla partecipazione della Germania. Per la Francia lo scopo della guerra era

semplice, voleva ripristinare l’equilibrio di potenza in Europa dando a se stessa la superiori-

tà militare sulla Germania attraverso la divisione del territorio tedesco, l’imposizione di limi-

ti quantitativi e qualitativi alle forze armate tedesche e ingenti riparazioni.

La Francia temeva il militarismo tedesco e pertanto voleva fortemente ridimension-

are la potenza della Germania. Pur essendo irremovibile sulla disfatta della Germania nel

1919 Clemenceau propose che la società delle Nazioni si trasformasse in una tradizionale

alleanza tra le forze francesi, americane e britanniche con un esercito internazionale e un co-

mando unificato. Wilson si oppose perché il congresso non avrebbe mai spogliato del

potere di dichiarare guerra.

Gli obiettivi delle tre potenze erano pertanto differenti:

Per la Francia, il ridimensionamento tedesco;

Per la Gran Bretagna, la creazione equilibrio continentale e ordine basato sulla concer-

tazione sorretto da accordi istituzionali;

Per gli USA, il trionfo democrazia costituzionale in Germana e in tutta Europa per

propiziare la pace, punire la Germania ma in modo equo, nascita di una lega delle nazioni

basata su principi liberali.

Il 7 maggio il trattato di Versailles fu pronto e presentato alla delegazione tedesca,

frutto di una serie di compromessi. I maggiori dissensi si registrarono sulla questione delle

riparazioni e dei risarcimenti perché le richieste francesi e inglesi andavano oltre gli accordi

prearmistiziali. L’art.231 del trattato, dove la Germania accettava di assumersi la respons-

abilità dei danni subiti dai paesi alleati, divenne il simbolo di come la pace fosse stata decisa

dai vincitori e imposto alla Germania.

Per Wilson la società delle nazioni avrebbe assicurato la pacifica soluzione dei con-

trasti e rafforzato la democrazia e sperava che nel suo interno potesse essere inclusa anche

la Germania, che avrebbe potuto così essere controllata a osservata. I leader europei vole-

vano un accordo di pace che legasse gli Stati Uniti mediante un accordo tradizionale, mente

Wilson non voleva farsi troppo coinvolgere nella protezione europea.

L’avvio dell’idea della società delle nazioni venne fatta in un primo momento dagli

inglesi, da entrambe le parti dell’Atlantico molte associazioni operarono per orientare

l’opinione pubblica a favore della nascita di una società delle nazione il cui scopo sarebbe

stato il mantenimento della pace. Solo nel 1918 quando il progetto era stato in linea di mas-

sima definito dall’Inghilterra, Wilson cominciò ad occuparsene personalmente dei dettagli.

La società delle nazioni voluta da Wilson non accontentava gli alleati, perché le

garanzie erano troppo astratte e generali per placare le paure francesi, mentre erano troppo

vincolanti e ambiziosi per gli americani che temevano una diminuzione delle loro indipen-

denza. Secondo Wilson la forza vincolante della società sarebbe cresciuta con passare del

tempo e se tutte le principali democrazie avessero condiviso le fondamenta della nuova isti-

tuzione, i patti difensivi e le garanzie territoriali tradizionali sarebbero diventati superflui. I

leader europei erano di parere contrario e cercarono di legare gli stati uniti a un’alleanza per-

manente.

Quando iniziò la guerra, Wilson aveva dalla sua parte la maggior parte degli ameri-

cani, ma in seguito la situazione mutò e i maggiori ostacoli vennero posti sulla ratifica del

trattato di Versailles. Il senato discusse maggiormente il punto 10 del trattato che garantiva

l’indipendenza politica e l’integrità territoriale di tutti gli stati membri.

Un atto di guerra nei confronti di uno dei membri equivaleva ad un atto di guerra

contro tutti gli altri che avrebbero reagito con un embargo economico e stabilito misure mili-

tari. Contro l’opposizione che non riteneva di dover assicurare la difesa in caso di attacco di

altri stati a meno di una esplicita decisione del congresso, Wilson difese l’art.10 e fu scon-

fitto. L’ottimismo di Wilson si fondava sull’errata convinzione che l’Europa fosse in


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Diritto e Politica della Cooperazione Internazionale (Univ. Teramo), basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Dopo la vittoria di John Ikenberry, analista dell'amministrazione americana, utile . Argomenti: teoria realista, teoria liberale, grandezza delle diseguaglianze, democrazie e accordo istituzionale.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche
SSD:
Università: Teramo - Unite
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto e Politica della Cooperazione Internazionale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Teramo - Unite o del prof Emanuela Pistoia.

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