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trasparenza politica il che riduce gli imprevisti, devono tenere conto della competizione par-

titica e della trasparenza del processo decisionale e avendo un maggiore controllo isti-

tuzionale su cambiamenti di orientamento politico e questi tipi di vischiosità riducono gli

imprevisti.

Per finire possiamo dire che il modello di costruzione costituzionale di un ordine

post bellico è un tipo ideale. La possibilità che gli stati cerchino un accordo istituzionale è

massima quando paesi democratici si confrontano in un contesto di rapporti di potere alta-

mente asimmetrici: quando cioè uno stato pervenuto ad una nuova potenza è particolarmente

interessato a favorire un ordine che non comporti una continua lotta per la supremazia e gli

stati deboli temono l’abbandono o il dominio.

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AP

Gli accordi di pace del 1815 (Congresso di Vienna), permisero alle grandi potenze

di far cessare gli scontri armati per 40 anni e di far passare un secolo prima che una nuova

guerra europea generalizzata ne distruggesse l’ingegnoso meccanismo.

La sistemazione viennese differisce dalla precedenti sistemazioni per il modo in cui

lo stato guida tentò di utilizzare le istituzioni per influenzare le relazioni tra i protagonisti

della politica mondiale. Infatti la novità della proposte istituzionali fu che mediante un sis-

tema di congressi, si mirava a rinforzare i legami tra stati potenzialmente rivali.

La Gran Bretagna, stato guida, perseguì una strategia nuova mirante a stabilire con-

sultazioni e procedure formali di soluzioni delle controversie, mediante l’uso dell’alleanza e

dei congressi. Il sistema di congressi fu inaugurato dal congresso di Aix Le Chapelle nel

1818 prima conferenza che mai sia stata indetta tra stati allo scopo di gestire le relazioni in-

ternazionali in tempo di pace.

Questo sistema è da considerare un “pacto de contraendo” cioè un trattato di moder-

azione, che in certo qual modo sostituiva o integrava il tradizionale equilibrio di potenza

fino ad allora adottato. Il sistema ebbe successo anche perché la Gran Bretagna era l’unica

nazione a regime democratico parlamentare ed inoltre non aveva mire espansionistiche in

Europa né aveva sufficienti forze terrestri per potere essere considerata una minaccia dagli

altri stati europei.

L’unico timore che poteva suscitare era l’abbandono. La coalizione che aveva scon-

fitto Napoleone aveva come fine l’opposizione all’egemonia francese e la sistemazione post

bellica doveva essere imperniata sui nuovi rapporti di potenza che si erano venuti a creare

tra due nuove potenze, la Gran Bretagna e la Russia.

Nel 1815 la Gran Bretagna era la nuova potenza mondiale, forte di un’economia in

espansione, moderna che porterà l’Europa tutta verso una nuova industrializzazione, grazie

anche alla continua espansione dell’Impero coloniale.

Peraltro le sue sovvenzioni hanno consentito la prosecuzione della guerra. Dall’altra

parte dell’Europa, la Russia non aveva rivali sia da un punto di vista militare che per esten-

sione territoriale. Ci si trovava quindi di fronte ad una forte asimmetria di potenza in quanto

anche se Francia, Prussia e Austria si fossero alleate contro Gran Bretagna e Russia, la loro

non sarebbe risultata essere una minaccia seria.

Occorreva pertanto mettere in moto un giusto “balance of power”, ovvero un bi-

lanciamento di potenza, per potere arrivare alla ricostruzione di un nuovo ordine post

bellico, occorreva cioè far prevalere la moderazione tra gli stati e per fare in modo che i più

potenti non prevalessero bisognava dotare l’ordine di appositi meccanismi che garantissero

il bilanciamento del forze.

La Gran Bretagna mirava principalmente a porre fine all’egemonia francese e per ot-

tenere ciò era disposta a fornire limitate garanzie di moderazione in caso di contrasti territo-

riali. Il ministro degli esteri inglese Castelreaght puntava sul fatto che i contrasti particolari

dovevano essere accantonati a favore di un accordo generale che un “sistema” che coin-

volgesse tutta l’Europa.

Temendo che gli alleati della coalizione (quadruplice alleanza del 1814) giungessero

ad una pace separata con Napoleone, gli inglesi cominciarono a tessere la trama di un ordine

post bellico ancora prima della fine delle ostilità In un memorandum del 1813, venne delin-

eata la posizione della Gran Bretagna che sosteneva che gli accordi presi dovevano contin-

uare anche dopo la fine delle ostilità in un sistema di obblighi vicendevoli, per evitare un ri-

torno dell’egemonia francese.

Come abbiamo visto la Gran Bretagna ha svolto un ruolo predominante durante il

conflitto dal momento che con iniziative diplomatiche e aiuti economici riuscì a tenere unita

la coalizione. Non era del tutto scontato che gli stati che si erano coalizzati per combattere

Napoleone si sarebbero trovati tutti uniti per gestire l’ordine post bellico.

Ad esempio Metternich non escludeva di poter arrivare ad accordi che perme-

ttessero a Napoleone di conservare il potere. Poiché molti dissidi tra i vari componenti della

coalizione erano di natura territoriale, la Gran Bretagna si adoperò affinché venissero ap-

provati degli accordi che riconoscessero a ciascun stato i suoi interessi particolari ma anche

la necessità che la Francia tornasse ai suoi confini naturali.

La Gran Bretagna si mosse in ogni modo per arrivare ai suoi scopi e all’ordine post

bellico che riteneva più opportuno. Castelreaght condusse i negoziati della Quadruplice al-

leanza con lo scopo di arrivare si ad una conclusione della guerra, ma senza una trionfale

vittoria per uno degli alleati (ad esempio l’ingresso a Parigi delle forze dello Zar) o una serie

di accordi separati con Napoleone: la guerra doveva durare fino a quando gli obiettivi della

sistemazione fossero stati raggiunti e l’ordine post bellico doveva essere preservato dalla

stessa alleanza con un impegno di almeno 20 anni.

L’unità degli alleati era per gli inglesi fondamentale. L’ordine post bellico, secondo

l’art.16 del trattato doveva garantire l’equilibrio di potenza, che in quel contesto significava

una distribuzione di territori, diritti e oneri equa e accettabile per tutti.

Naturalmente l’accettazione dello schema proposto dagli inglesi ebbe un prezzo, sia

in uomini che in denaro perché l’apporto della Gran Bretagna sarebbe stato il doppio delle

altre potenze. Qui si nota come la Gran Bretagna abbia fatto un investimento sul futuro, rin-

unciando ai benefici immediati in vista di vantaggi futuri basati su una prospettiva di pace

europea durevole.

In particolare rinunciò al dominio diretto sull’Olanda cosa che non le costò molto da

un punto di vista strategico, ma che le consentì di mandare un chiaro segno di moderazione

agli altri stati. Nella ricerca di un nuovo ordine post bellico, si voltarono le spalle all’equilib-

rio di potenza e si puntò ad un ordine basato su una serie di livelli istituzionali in grado di

sostenersi a vicenda e precisamente:

il pilastro era l’alleanza stessa, in virtù del suo prolungamento anche in tempo di pace;

il sistema dei congressi fu usato come un meccanismo istituzionale di consultazione delle

grandi potenze rivolto alla gestione collegiale e alla soluzione pacifica delle dispute territori-

ali;

furono inoltre promulgate norme di diritto pubblico europeo miranti a conferire agli accordi

presi tra gli stati un regime di legittimità e legalità.

L’aspetto maggiormente innovativo fu la creazione di una coalizione di lunga durata

che impegnava gli stati alla collaborazione e moderazione, con la possibilità di osservarsi a

vicenda. Nel 1818 si arrivò all’ingresso della Francia nell’alleanza che divenne quindi la

Quintuplice Alleanza. Le consultazioni per dirimere le questioni comuni, erano la novità

della sistemazione post napoleonica, perché prima di allora le conferenze internazionali era-

no indette solo per redigere e approvare accordi di pace.

Il risultato più importante dei “congressi” fu il raggiungimento di una prospettiva

comune sulla soluzione dei contrasti territoriali: in pratica l’espansione di una grande poten-

za poteva avvenire solo con l’approvazione delle altre. In pratica ci si trovava di fronte ad

un meccanismo di limitazione e moderazione dell’uso della potenza da parte degli stati prin-

cipali. C . 5

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Alla fine dell’800, la prassi dei congressi e delle conferenze tra potenza il c.d. con-

certo europeo, privo di un’organizzazione istituzionalizzata, legato com’era il suo manteni-

mento alla volontà degli stati, crollò, portando lo scoppio della I° Guerra Mondiale.

Dopo il 1918 l’Europa non era più la stessa, crollarono 4 imperi Germania, Russia

Ottomano Austroungarico, tutti erano economicamente esausti. Gli Stati Uniti che erano in-

tervenuti a guerra già iniziata con lo scopo di porne fine, erano ormai la più grande potenza

mondiale. Da tutti questo presupposti nacque una pace che non accontentò nessuno.

La pace di Versailles fu probabilmente il più grande insuccesso della politica euro-

pea nel secolo scorso. Il continente fu ridisegnato sulla base di principi teorici astratti, come

quello della nazionalità che imposto dal presidente americano Wilson, fu in realtà quasi es-

clusivamente utilizzato per favorire i vincitori e divenne così causa di destabilizzazioni.

La Germania fu duramente punita sia territorialmente che materialmente ma ciò non

bastò a placare i timori di invasione della Francia.

Nota positiva fu la nascita della Società delle Nazioni prima grande organizzazione

internazionale, che però nacque già mutilata, dal momento che ne furono esclusi gli stati

vinti, Germania, Turchia, Bulgaria, Austria Ungheria, Russia, ma le defezione più grave fu

quella degli Stati Uniti che dopo averne proposto la creazione, non vi aderirono in quanto il

congresso non l’ approvò.

La pace dopo la I° GM fu definita una pace mancata, i capi di stato si scontrarono

su progetti profondamente divergenti ineranti i fondamenti dell’ordine stesso. L’opinione

pubblica e i partiti condizionarono pesantemente gli esiti delle trattative.

Secondo gli americani che proposero la nascita della Società delle Nazioni, l’equilib-

rio tra le potenze sarebbe stato costituito da meccanismi di tipo giuridico e da regole libera-

mente accettate per limitare l’uso della forza e risolvere pacificamente i contrasti.

Il presidente Wilson propose un accordo istituzionale rinunciando a guadagni a

breve termine, che comprendesse anche la Germania, moderando l’uso della potenza ameri-

cana (famoso discorso del 1917 in cui parlava di “pace senza vittoria”) e offrendo agli al-

leati europei di impegnarsi per la sicurezza generale: tali proposte furono giudicate eccessive

dagli americani e insufficienti dagli europei.

Nei primi anni di guerra, Wilson aveva sviluppato la sua politica europea lungo due

direttrici:

come entrare nel conflitto in modo da accelerarne la fine

come promuovere un ordine post bellico che garantisse la pace

Temeva tuttavia che se non si fosse arrivati ad una rapida cessazione delle ostilità si

sarebbe impantanato nella carneficina europea e per questo voleva stare fuori dalle ostilità In

questo contesto affermò chiaramente che gli USA non volevano farsi coinvolgere nel con-

flitto, ma era deciso a contribuire ad una soluzione pacifica del conflitto.

Proponeva a Gran Bretagna e Francia uno scambio: la partecipazione degli USA ad

un’associazione internazionale di mantenimento della pace, in cambio della accettazione eu-

ropea della soluzione del conflitto indicata dall’America. Tuttavia le sue garanzie furono

molto astratte, basate sulla convinzione che tutti gli stati avrebbero mostrato lo stesso rispet-

to dell’America per i principi di democrazia e sovranità popolare.

Quando Wilson propose le sue iniziative per la pace, gli USA non erano ancora in

guerra: infatti l’America entrò tardi in guerra e solo dopo che la Germania aveva deciso di

iniziare una guerra sottomarina senza limitazioni. In tale contesto inoltre Wilson ribadì più

volte che loro combattevano contro il militarismo tedesco e non contro il popolo tedesco.

Alla fine del 1917 ci fu inoltre un altro grande cambiamento: la rivoluzione russa. Sia Wil-

son che Lenin si rivolsero direttamente ai cittadini europei, in particolare all’opinione pub-

blica della quale entrambi cercavano l’appoggio in vista della trasformazione generale della

politica europea.

Iniziò un duello ideologico tra Wilson e Lenin, col presidente americano che

dichiarò pubblicamente gli scopi della sua partecipazione alla guerra con l’annuncio dei

celebri 14 punti che contenevano l’obiettivo finale della creazione della Società delle

Nazioni, con l’intento di persuadere i popoli europei che i principi americani e non quelli

bolscevichi erano le premesse per un nuovo ordine post bellico. Lo scontro era tra

democrazia e autocrazia e la guerra mondiale doveva inaugurare una rivoluzione democrati-

ca in tutto il pianeta.

Diverse erano le posizioni delle varie potenze; gli inglesi, come i francesi, non vole-

vano che il conflitto si concludesse senza una totale disfatta della Germania, perché

temevano futuri conflitti. Anche all’interno del governo britannico stesso vi erano posizioni

diverse tra chi voleva la cancellazione della Germania e chi invece preferiva delle trattative,

alcuni poi erano propensi alla proposta di Wilson sulla società delle Nazioni, altri volevano

ripristinare l’equilibrio di potenza predente al conflitto.

Il primo ministro britannico Lloyd Gorge fece delle proposte prima dell’armi-stizio,

che si basavano sugli ideali che la GB si proponeva di perseguire dopo la guerra per ot-

tenere una pace stabile: ripristino dell’inviolabilità dei trattati, sistemazione territoriale sulla

base dell’autodeterminazione, creazione di una organizzazione internazionale per ridurre il

pericolo di altre guerre. Wilson e Lloyd Gorge avevano in comune gli stessi principi

liberali, ma dissentivano sul giudizio del governo tedesco: il britannico sosteneva che la

Germania dovesse dotarsi di una costituzione democratica ma che la scelta doveva essere

lasciata al popolo tedesco.

Wilson invece aveva una concezione più ampia sostenendo che l’autoritarismo

tedesco fosse illegittimo e che approfittando della guerra si dovesse spodestarlo, avviando

una riforma costituzionale in Germania e un’ampia democratizzazione in Europa: questa po-

sizione era a metà strada tra Wilson e la Francia.

Per il ministro francese Clemenceau, infatti l’importante era la vittoria e non la soci-

età delle nazioni, che non considerava necessaria e che comunque alla fine della guerra si

sarebbe opposto alla partecipazione della Germania. Per la Francia lo scopo della guerra era

semplice, voleva ripristinare l’equilibrio di potenza in Europa dando a se stessa la superiori-

tà militare sulla Germania attraverso la divisione del territorio tedesco, l’imposizione di limi-

ti quantitativi e qualitativi alle forze armate tedesche e ingenti riparazioni.

La Francia temeva il militarismo tedesco e pertanto voleva fortemente ridimension-

are la potenza della Germania. Pur essendo irremovibile sulla disfatta della Germania nel

1919 Clemenceau propose che la società delle Nazioni si trasformasse in una tradizionale

alleanza tra le forze francesi, americane e britanniche con un esercito internazionale e un co-

mando unificato. Wilson si oppose perché il congresso non avrebbe mai spogliato del

potere di dichiarare guerra.

Gli obiettivi delle tre potenze erano pertanto differenti:

Per la Francia, il ridimensionamento tedesco;

Per la Gran Bretagna, la creazione equilibrio continentale e ordine basato sulla concer-

tazione sorretto da accordi istituzionali;

Per gli USA, il trionfo democrazia costituzionale in Germana e in tutta Europa per

propiziare la pace, punire la Germania ma in modo equo, nascita di una lega delle nazioni

basata su principi liberali.

Il 7 maggio il trattato di Versailles fu pronto e presentato alla delegazione tedesca,

frutto di una serie di compromessi. I maggiori dissensi si registrarono sulla questione delle

riparazioni e dei risarcimenti perché le richieste francesi e inglesi andavano oltre gli accordi

prearmistiziali. L’art.231 del trattato, dove la Germania accettava di assumersi la respons-

abilità dei danni subiti dai paesi alleati, divenne il simbolo di come la pace fosse stata decisa

dai vincitori e imposto alla Germania.

Per Wilson la società delle nazioni avrebbe assicurato la pacifica soluzione dei con-

trasti e rafforzato la democrazia e sperava che nel suo interno potesse essere inclusa anche

la Germania, che avrebbe potuto così essere controllata a osservata. I leader europei vole-

vano un accordo di pace che legasse gli Stati Uniti mediante un accordo tradizionale, mente

Wilson non voleva farsi troppo coinvolgere nella protezione europea.

L’avvio dell’idea della società delle nazioni venne fatta in un primo momento dagli

inglesi, da entrambe le parti dell’Atlantico molte associazioni operarono per orientare

l’opinione pubblica a favore della nascita di una società delle nazione il cui scopo sarebbe

stato il mantenimento della pace. Solo nel 1918 quando il progetto era stato in linea di mas-

sima definito dall’Inghilterra, Wilson cominciò ad occuparsene personalmente dei dettagli.

La società delle nazioni voluta da Wilson non accontentava gli alleati, perché le

garanzie erano troppo astratte e generali per placare le paure francesi, mentre erano troppo

vincolanti e ambiziosi per gli americani che temevano una diminuzione delle loro indipen-

denza. Secondo Wilson la forza vincolante della società sarebbe cresciuta con passare del

tempo e se tutte le principali democrazie avessero condiviso le fondamenta della nuova isti-

tuzione, i patti difensivi e le garanzie territoriali tradizionali sarebbero diventati superflui. I

leader europei erano di parere contrario e cercarono di legare gli stati uniti a un’alleanza per-

manente.

Quando iniziò la guerra, Wilson aveva dalla sua parte la maggior parte degli ameri-

cani, ma in seguito la situazione mutò e i maggiori ostacoli vennero posti sulla ratifica del

trattato di Versailles. Il senato discusse maggiormente il punto 10 del trattato che garantiva

l’indipendenza politica e l’integrità territoriale di tutti gli stati membri.

Un atto di guerra nei confronti di uno dei membri equivaleva ad un atto di guerra

contro tutti gli altri che avrebbero reagito con un embargo economico e stabilito misure mili-

tari. Contro l’opposizione che non riteneva di dover assicurare la difesa in caso di attacco di

altri stati a meno di una esplicita decisione del congresso, Wilson difese l’art.10 e fu scon-

fitto. L’ottimismo di Wilson si fondava sull’errata convinzione che l’Europa fosse in

piena rivoluzione democratica e che presto, come tutto il mondo, avrebbe abbracciato gli

ideali americani. Il suo progetto era di appoggiare un vasto movimenti di cittadini che dove-

vano premere sui rispettivi governi per realizzare il suo progetto di ordine internazionale.

Ma le aspettative erano diverse tra Wilson e l’Europa, lui voleva un ordine mondiale

di pace, capace di durare decenni, basato sulla condivisione degli ideali democratici ameri-

cani, Inghilterra e Francia temevano un abbandono da parte degli USA e volevano legare gli

americani con accordi formali di sicurezza. Gli stati uniti non acconmpagnarono il progetto

di Wilson con un’offerta di assistenza economica e militare che più appetibile e realistico il

nuovo ordine mondiale proposto.

In realtà la guerra collocò gli Stati Uniti in una nuova posizione di forza, ma non

seppero cogliere l’occasione per dettare le condizioni di pace. Wilson pensava che la po-

sizione di forza degli Usa dopo la guerra sia economica che militare, avrebbe convinto gli

europei esausti dalla guerra e in bancarotta e lasciare i governi conservatori e nazionalisti

per affidarsi a liberali e socialdemocratici. C . 6

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La sistemazione che seguì la fine della II GM, fu la più frammentaria e ambiziosa tra

quelle create dopo un conflitto. Per la prima volta una grande guerra non si concluse con un

unico trattata di pace perché non ne furono firmati né con il Giappone né con la Germania.

In realtà la II^ Guerra Mondiale si concluse con due diverse intese principali:

una tra gli Stati Uniti e la Russia con i rispettivi alleati che sfociò nel bipolarismo della guer-

ra fredda;

l’altra tra le nazioni industriali dell’occidente e il Gippone che produsse un complesso in-

treccio di nuove istituzioni di sicurezza economiche e politiche, quasi tutte con la parteci-

pazione degli Stati Uniti.

Le due sistemazioni erano collegate. Infatti tra il 1944 e il 1951, gli Stati Uniti e le

altre democrazie industriali, diedero vita ad un vasto processo di costruzione istituzionale,

relativo a vari ambiti tra cui quello economico, commerciale, finanziario, di sicurezza. Il

risultato fu una torta a strati di istituzioni regionali, globali, multilaterali e bilaterali.

Gli USA cercarono di approfittare della congiuntura post bellica per stabilizzare una

serie di istituzioni utili ai loro interessi a lungo termine offrendo in cambio, anche con rilut-

tanza, di moderarsi e di impegnarsi ad agire nel contesto delle istituzioni di pace nei campi

politico, economico e di sicurezza.

Il primo obiettivo post bellico americano espresso da Roosvelt nella carta Atlantica

del 1941, era raccogliere democrazie in un ordine economico aperto e multilaterale gestito

tramite nuovi meccanismi istituzionali.

Per tutto il periodo post bellico gli uomini di governo europei temettero l’abbandono

da parte degli USA e premettero per un loro impegno formale e stabile per la sicurezza.

Fino al 48 gli americani ritenevano che il maggior pericolo per la sicurezza europea

derivasse dai gravi disordini ingerenti di carattere economico e politico e si misero a lavo-

rare ritenendo che il maggiore aiuto potesse essere la trasformazione dell’Europa in una

“terza forza” prospera e unita.

Per ottenere ciò però gli americani ritenevano indispensabile l’apporto della Germa-

nia, la cui ripresa economica era considerata una minaccia da tutti gli europei e in particolar

modo dalla Francia. In ciascuna fase del crescente impegno americano in Europa (Piano

Marshall, Risoluzione Vandenberg, emessa dal Senato che con tale atto autorizzava il Presi-

dente a concludere, i tempo di pace, le alleanze necessarie alla tutela degli interessi

americani, questo contro il concetto che era stato dominante fino ad allora in America e cioè

l’isolazionismo, il Trattato del Nord Atlantico, lo schieramento militare nel contesto

NATO), gli USA cercarono di conciliare la ricostruzione della Germania e la sua inte-

grazione nel nuovo sistema di sicurezza.

La guerra fredda e la minaccia sovietica rinforzarono la collaborazione tra le

democrazie occidentali, ma non la crearono, furono gli USA che riuscirono a creare con i

loro partner un ampio rapporto di fiducia basato sulla trasparenza, l’assenza di coercizioni

nonostante la forte asimmetria di potenza.

Gli europei non temettero più l’abbandono perché erano reciprocamente integrati in

alleanze di sicurezza e istituzioni economiche multilaterali che limitavano l’uso della forza e

creavano processi politici intergovernativi tali da garantire la soluzione pacifica dei contrasti.

La fine della guerra vide un’Europa prostrata in tutti i sensi e un’America in perfetta

forma diventata ormai una potenza mondiale; l’ordine degli anni 30 era finito, l’Inghilterra

non era più potenza coloniale, la Germania e il Giappone erano potenze finite e l’unica cosa

che emergeva chiaramente era l’enorme di vario di potenza tra gli USA e le altre nazioni.

La situazione era diversa dalla fine della I^ Guerra Mondiale, perché adesso si era

avuta una vittoria sul campo totale, cosa che era stato possibile ottenere con l’aiuto fonda-

mentale degli USA, che erano intervenuti molto più pesantemente che durante la I. In quella

situazione, gli USA si trovarono nella migliore condizione per modellare l’ordine politico

post bellico, perché il loro ruolo di potenze egemone con idee precise sull’ordine inter-

nazionale, permise loro di avanzare proposte basate su istituzioni post belliche che facili-

tarono l’accoro su una sistemazione basata su istituzioni vincolanti.

Abbiamo prima visto che la II^ Guerra Mondiale produsse due sistemazioni post

belliche diverse, riconducibili a visioni politiche e valutazioni separate e differenti usate in

tempi diversi dal presidente Truman.

In primo luogo il deterioramento dei rapporti USA-URSS, che culminò con la “dottrina

del contenimento”, basata sul potere deterrente della armi, sull’equilibrio di potenza nonché

sulla competizione ideologica e politica. Naturalmente la dottrina del contenimento non fu

pianificata né era prevista durante la guerra, anche se vi erano già dei sospetti circa il com-

portamento dell’URSS. Fu presentata da Truman nel famoso discorso al Congresso annun-

ciando aiuti alla Grecia.

Con esso il popolo americano fu avvisato: doveva prepararsi ad una nuova grande

sfida: fronteggiare il pericolo di un mondo dominato dal comunismo sovietico, i popoli del-

la terra dovevano scegliere tra due modi di vita alternativi. Truman rimase convinto fino alla

sua morte avvenuta nel 1945, di poter manipolare Stalin e di allestire un ordine post bellico

in cui USA e URSS gestissero in modo collaborativi le relazioni interstatali globali.

Alla morte di Truman venne eletto Roosvelt che era convinto di poter riuscire ad avviare

un programma in cui USA e URSS erano i poliziotti globali incaricati dalle Nazioni Unite

di supervisionare la pace nel pianeta. Fino a Yalta Il presidente americano era convinto di

poter far entrare l’URSS in una grande organizzazione per la pace.

In secondo luogo la creazione di un’ampia gamma di istituzioni e relazioni tra le

democrazie industriali dell’Occidente con l’aggiunta del Giappone, per evitare i terremoti

politici degli anni 30, causati anche da problemi economici. Infatti le autarchie regionali e la

divisione del mondo in blocchi ostili prima della guerra, erano considerati corresponsabili

della depressione economica e dovevano pertanto essere sostituite da un sistema economico

unico aperto e non discriminatorio.

Il primo documento che venne firmato in vista del nuovo assetto mondiale fu la

"Carta Atlantica".Il 14 agosto 1941 il presidente Roosvelt ed il primo ministro Churchill

tennero una riunione a bordo della nave da guerra inglese Prince of Wales al largo delle

coste di Terranova.

I due concordarono i termini di quello che avrebbe dovuto essere il nuovo assetto

mondiale, basato sulla fine delle dittature e dei guadagni territoriali, sulla rinuncia all'uso

della forza nelle controversie internazionali, sul disarmo degli aggressori e la massima co-

operazione di tutte le nazioni per un generale benessere sociale ed economico.

L'affermazione di questi principi si accompagnava alla esplicita difesa del diritto di

autodeterminazione per tutti i popoli, prefigurava un mondo libero "dal bisogno e dalla pau-

ra" e costituiva l'ideale prolungamento dell'enunciazione roosweltiana delle Quattro Libertà

(libertà di parola, libertà di culto, libertà dal bisogno e libertà dalla paura), con cui il presi-

dente degli Stati Uniti aveva assunto di fronte al mondo sconvolto dalla guerra il ruolo di

paladino della democrazia nel gennaio 1941. La Carta atlantica, come venne chiamato il doc-

umento che venne fuori dalla riunione, si proponeva due obiettivi: parare un'eventuale nuo-

va offensiva di pace di Hitler e fissare dei principi per il dopoguerra.

Il mese dopo il documento venne firmato anche dall'URSS e da altri 14 paesi nemici

dell'Asse. Il 7 dicembre 1941 i giapponesi attaccarono la base navale americana di Pearl

Harbor, nelle Hawaii e il giorno dopo gli Stati Uniti dichiararono loro guerra. L'11 dicem-

bre l'Italia e la Germania dichiaravano guerra agli Stati Uniti, ed il conflitto europeo si

fondeva con quello del Pacifico, coinvolgendo l'intero globo.

Con questo documento Roosvelt voleva cominciare a legare le democrazie europee

ad un ordine post bellico aperto e nel contempo gestito, indispensabile per la pace dopo la

vittoria perché per gli americani restava comunque centrale la promozione di una stabile

apertura economica. Alla fine tale strategia di apertura economica e di democrazia pluralisti-

ca, si affermò , anche se altre 6 grandi strategie furono prese in considerazione quando si

cominciò a parlare di ordine post bellico.

La prima ipotesi presa in considerazione prevedeva un ipotetico sviluppo globale, cioè la

realizzazione di istituzioni di controllo sopranazionali globali.

Altra fu quella che prevedeva la creazione di un sistema aperto di commercio internazionale

in pratica una sorta di globalismo economico.

Altra ipotesi era rivolta alla creazione di uno stabile legame politico tra le democrazie della

regione nord atlantica: Si ipotizzava una comunità o unione tra USA, GB e stati dell’area

atlantica allargata.

Questa ipotesi di sistemazione post bellica si basava sul controllo geopolitico e sulle RIM-

LANDS , che trova il culmine nelle teorie di SPIKEMAN. Qui si ribadisce la pericolosità

del controllo delle RIMLANDS europee e asiatiche da parte di potenze ostili, auspicando

un’apertura commerciale e un equilibrio politico nelle relazioni tra Europa e Asia.

Questa ipotesi fu molto caldeggiata per un periodo e prevedeva la nascita di un’Europa

TERZA FORZA forte economicamente e militarmente . Si trattava ovviamente di una forza

liberal democratica, affine alla cultura dominante americana, la cui nascita avrebbe favorito

la nascita di un sistema multipolare in uno scenario che andava verso il bipolarismo.

Ultima ipotesi prevedeva la nascita di un’alleanza in grado di controbilanciare l’URSS nel

contesto di una distribuzione bipolare della potenza. Infatti una permanente alleanza di si-

curezza con l’Europa occidentale poteva costituire una relazione alla conquista sovietica

dell’Europa orientale.

Riassumendo tutte queste ipotesi si può rilevare che la maggior parte dei progetti di

ordine post bellico concordavano sulla centralità della creazione di un ordine occidentale

aperto e pluralistico e che tale progetto richiedeva un nucleo stabile di democrazie occiden-

tali. Dopo l’entrata in guerra degli USA gli analisti postbellici si concentrarono sulla

possibilità di alcune sistemazioni, privilegiando quelle economiche. I paesi industrializzati

invece della pura e semplice libertà di commercio, avrebbero creato e gestito un ordine aper-

to ma imperniato su un sistema di istituzioni multilaterali, poiché ritenevano che la libertà

commerciale indispensabile alla crescita economica, a sua volta condizione necessaria per la

pace. L’ipotesi dei mercati aperti metteva d’accordo i pianificatori post bellici americani ed

esercitò una forte influenza a Bretton Woods (1944) circa la collaborazione economica del

dopo guerra.

In quel contesto venne sancita la fine del nazionalismo economico e dei sui strumen-

ti quali il blocco commerciale e le sfere di influenza economiche. Tali accordi furono parti-

colarmente importanti perchè furono la base per la costruzione di più ampie coalizioni in-

torno ad un ordine insieme aperto e pilotato.

Era da tutti riconosciuto che l’abbattimento delle barriere al movimento delle merci e

dei capitali era insufficiente: istituzioni regole e l’attivo coinvolgimento dei governi erano

indispensabili. La creazione di un ordine che assicurasse la stabilità economica era un obiet-

tivo dei pianificatori americani.

Tale proposta aveva pochi sostenitori sia in GB che nell’Europa continentale perché

la grave situazione economica in cui si trovavano li rendeva riluttanti ad accettare i severi

principi liberisti degli USA e propensi più ad un sistema di regole e contrappesi.

L’opposizione dell’Europa alla terza forza aveva diverse cause e fu differente da

nazione a nazione. La Gb era la meno entusiasta della proposta americana dell’unità

europea, perché erano intenzionati a mantenere la loro speciale relazione con gli USA e

temevano che la nascita di una confederazione potesse indebolirla, ma reagì positivamente

agli obiettivi politici del piano Marshall. LA GB temeva di più l’ipotesi di un ritorno all’iso-

lazionismo degli USA piuttosto che il loro impegno in Europa diventasse egemonico e

caldeggiava un loro maggiore coinvolgimento in particolare sotto forma di collaborazione

sulla sicurezza in ambito NATO.

Anche i francesi si mossero per ottenere garanzie degli USA circa la sicurezza e

sostenevano che la riabilitazione della Germania potesse avvenire solo in un contesto di si-

curezza che coinvolgesse gli USA.(dovevano in qualche modo fare da garanzia).

Per tutto il dopo guerra, Francia e GB puntarono sulla scambio tra la loro ac-

cettazione della reintegrazione della Germania e impegni vincolanti da parte degli USA sulla

sicurezza. Il timore degli europei era che gli USA, dopo aver attuato l’unione europea,

avrebbero cominciato a mettere fine alle loro presenza militare diretta in Europa e a ogni im-

pegno vincolante sulla sicurezza.

Per gli americani la rinascita della Germania era importante per porre fine alla de-

pressione europea dal momento che la Germania aveva importanti aree industriali e la Fran-

cia e la Gb premevano su questi aspetti per ottenere i risultati da loro caldeggiati. Si comin-

ciò intanto a vedere uno spiraglio nelle trattative: la Germania sarebbe stata reintegrata in

cambio della ratifica americana di un trattato di sicurezza. Gli americani sostenevano che gli

europei avrebbero dovuto prima discutere tra loro la possibilità di un progetto di difesa co-

mune che si materializzò nel 1948 con i Patti di Bruxelles, tra Belgio, Francia, GB, Paesi

Bassi e Lussemburgo e che loro avrebbero valutato in seguito se aderire o no.

Il colpo di stato in Cecoslovacchia del 1948, convinse gli americani ad accettare di

iniziare i colloqui per arrivare ad un sistema atlantico di sicurezza. Non c’era altra strada per

gli americani per ottenere la ripresa tedesca, la tranquillità della Francia e l’integrazione eu-

ropea. Il patto nord atlantico del 1949 che portò alla nascita della NATO, per gli americani

non era da considerare una garanzia automatica e permanente. Il suo scopo era quello di

aiutare i paesi europei a dotarsi di più forti legami economici, politici e di sicurezza nell’am-

bito dell’Europa stessa.

In questo senso poteva essere considerato come la prosecuzione del piano Marshall:

assistere momentaneamente l’Europa perché poi potesse proseguire da sola. In nessuna fase

dei trattati si manifestò l’intenzione di creare un grande e burocratizzato apparato difensivo

atlantico o una stabile forza armata multinazionale sotto il comando di un generale ameri-

cano. La situazione cambiò radicalmente dopo il 1950 con l’aggravarsi della guerra fredda e


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Diritto e Politica della Cooperazione Internazionale (Univ. Teramo), basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Dopo la vittoria di John Ikenberry, analista dell'amministrazione americana, utile . Argomenti: teoria realista, teoria liberale, grandezza delle diseguaglianze, democrazie e accordo istituzionale.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche
SSD:
Università: Teramo - Unite
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto e Politica della Cooperazione Internazionale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Teramo - Unite o del prof Emanuela Pistoia.

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