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bensí a quelli che hanno osato chiamare col sacro nome di virtú la debolezza di cedere

alle loro interessate o capricciose opinioni. Questi principii spiaceranno a coloro che si

sono fatto un diritto di trasmettere agl'inferiori i colpi della tirannia che hanno ricevuto

dai superiori. Dovrei tutto temere, se lo spirito di tirannia fosse componibile collo spirito

di lettura.

§ V

OSCURITA` DELLE LEGGI

Se l'interpetrazione delle leggi è un male, egli è evidente esserne un altro l'oscurità che

strascina seco necessariamente l'interpetrazione, e lo sarà grandissimo se le leggi

sieno scritte in una lingua straniera al popolo, che lo ponga nella dipendenza di alcuni

pochi, non potendo giudicar da se stesso qual sarebbe l'esito della sua libertà, o dei

suoi membri, in una lingua che formi di un libro solenne e pubblico un quasi privato e

domestico. Che dovremo pensare degli uomini, riflettendo esser questo l'inveterato

costume di buona parte della colta ed illuminata Europa! Quanto maggiore sarà il

numero di quelli che intenderanno e avranno fralle mani il sacro codice delle leggi,

tanto men frequenti saranno i delitti, perché non v'ha dubbio che l'ignoranza e

l'incertezza delle pene aiutino l'eloquenza delle passioni.

Una conseguenza di quest'ultime riflessioni è che senza la scrittura una società non

prenderà mai una forma fissa di governo, in cui la forza sia un effetto del tutto e non

delle parti e in cui le leggi, inalterabili se non dalla volontà generale, non si corrompano

passando per la folla degl'interessi privati. L'esperienza e la ragione ci hanno fatto

vedere che la probabilità e la certezza delle tradizioni umane si sminuiscono a misura

che si allontanano dalla sorgente. Che se non esiste uno stabile monumento del patto

sociale, come resisteranno le leggi alla forza inevitabile del tempo e delle passioni?

Da ciò veggiamo quanto sia utile la stampa, che rende il pubblico, e non alcuni pochi,

depositario delle sante leggi, e quanto abbia dissipato quello spirito tenebroso di cabala

e d'intrigo che sparisce in faccia ai lumi ed alle scienze apparentemente disprezzate e

realmente temute dai seguaci di lui. Questa è la cagione, per cui veggiamo sminuita in

Europa l'atrocità de' delitti che facevano gemere gli antichi nostri padri, i quali

diventavano a vicenda tiranni e schiavi. Chi conosce la storia di due o tre secoli fa, e la

nostra, potrà vedere come dal seno del lusso e della mollezza nacquero le piú dolci

virtú, l'umanità, la beneficenza, la tolleranza degli errori umani. Vedrà quali furono gli

effetti di quella che chiamasi a torto antica semplicità e buona fede: l'umanità gemente

sotto l'implacabile superstizione, l'avarizia, l'ambizione di pochi tinger di sangue umano

gli scrigni dell'oro e i troni dei re, gli occulti tradimenti, le pubbliche stragi, ogni nobile

tiranno della plebe, i ministri della verità evangelica lordando di sangue le mani che

ogni giorno toccavano il Dio di mansuetudine, non sono l'opera di questo secolo

illuminato, che alcuni chiamano corrotto.

§ VI

PROPORZIONE FRA I DELITTI E LE PENE

Non solamente è interesse comune che non si commettano delitti, ma che siano piú rari

a proporzione del male che arrecano alla società. Dunque piú forti debbono essere gli

ostacoli che risospingono gli uomini dai delitti a misura che sono contrari al ben

pubblico, ed a misura delle spinte che gli portano ai delitti. Dunque vi deve essere una

proporzione fra i delitti e le pene.

È impossibile di prevenire tutti i disordini nell'universal combattimento delle passioni

umane. Essi crescono in ragione composta della popolazione e dell'incrocicchiamento

degl'interessi particolari che non è possibile dirigere geometricamente alla pubblica

utilità. All'esattezza matematica bisogna sostituire nell'aritmetica politica il calcolo delle

probabilità. Si getti uno sguardo sulle storie e si vedranno crescere i disordini coi

confini degl'imperi, e, scemando nell'istessa proporzione il sentimento nazionale, la

spinta verso i delitti cresce in ragione dell'interesse che ciascuno prende ai disordini

medesimi: perciò la necessità di aggravare le pene si va per questo motivo sempre piú

aumentando.

Quella forza simile alla gravità, che ci spinge al nostro ben essere, non si trattiene che a

misura degli ostacoli che gli sono opposti. Gli effetti di questa forza sono la confusa

serie delle azioni umane: se queste si urtano scambievolmente e si offendono, le pene,

che io chiamerei ostacoli politici, ne impediscono il cattivo effetto senza distruggere la

causa impellente, che è la sensibilità medesima inseparabile dall'uomo, e il legislatore

fa come l'abile architetto di cui l'officio è di opporsi alle direzioni rovinose della gravità

e di far conspirare quelle che contribuiscono alla forza dell'edificio.

Data la necessità della riunione degli uomini, dati i patti, che necessariamente risultano

dalla opposizione medesima degl'interessi privati, trovasi una scala di disordini, dei

quali il primo grado consiste in quelli che distruggono immediatamente la società, e

l'ultimo nella minima ingiustizia possibile fatta ai privati membri di essa. Tra questi

estremi sono comprese tutte le azioni opposte al ben pubblico, che chiamansi delitti, e

tutte vanno, per gradi insensibili, decrescendo dal piú sublime al piú infimo. Se la

geometria fosse adattabile alle infinite ed oscure combinazioni delle azioni umane, vi

dovrebbe essere una scala corrispondente di pene, che discendesse dalla piú forte alla

piú debole: ma basterà al saggio legislatore di segnarne i punti principali, senza turbar

l'ordine, non decretando ai delitti del primo grado le pene dell'ultimo. Se vi fosse una

scala esatta ed universale delle pene e dei delitti, avremmo una probabile e comune

misura dei gradi di tirannia e di libertà, del fondo di umanità o di malizia delle diverse

nazioni.

Qualunque azione non compresa tra i due sovraccennati limiti non può essere chiamata

delitto, o punita come tale, se non da coloro che vi trovano il loro interesse nel cosí

chiamarla. La incertezza di questi limiti ha prodotta nelle nazioni una morale che

contradice alla legislazione; piú attuali legislazioni che si escludono scambievolmente;

una moltitudine di leggi che espongono il piú saggio alle pene piú rigorose, e però resi

vaghi e fluttuanti i nomi di vizio e di virtú, e però nata l'incertezza della propria

esistenza, che produce il letargo ed il sonno fatale nei corpi politici. Chiunque leggerà

con occhio filosofico i codici delle nazioni e i loro annali, troverà quasi sempre i nomi di

vizio e di virtú, di buon cittadino o di reo cangiarsi colle rivoluzioni dei secoli, non in

ragione delle mutazioni che accadono nelle circostanze dei paesi, e per conseguenza

sempre conformi all'interesse comune, ma in ragione delle passioni e degli errori che

successivamente agitarono i differenti legislatori. Vedrà bene spesso che le passioni di

un secolo sono la base della morale dei secoli futuri, che le passioni forti, figlie del

fanatismo e dell'entusiasmo, indebolite e rose, dirò cosí, dal tempo, che riduce tutti i

fenomeni fisici e morali all'equilibrio, diventano a poco a poco la prudenza del secolo e

lo strumento utile in mano del forte e dell'accorto. In questo modo nacquero le

oscurissime nozioni di onore e di virtú, e tali sono perché si cambiano colle rivoluzioni

del tempo che fa sopravvivere i nomi alle cose, si cambiano coi fiumi e colle montagne

che sono bene spesso i confini, non solo della fisica, ma della morale geografia.

Se il piacere e il dolore sono i motori degli esseri sensibili, se tra i motivi che spingono

gli uomini anche alle piú sublimi operazioni, furono destinati dall'invisibile legislatore il

premio e la pena, dalla inesatta distribuzione di queste ne nascerà quella tanto meno

osservata contradizione, quanto piú comune, che le pene puniscano i delitti che hanno

fatto nascere. Se una pena uguale è destinata a due delitti che disugualmente

offendono la società, gli uomini non troveranno un piú forte ostacolo per commettere il

maggior delitto, se con esso vi trovino unito un maggior vantaggio.

§ VII

ERRORI NELLA MISURA DELLE PENE

Le precedenti riflessioni mi danno il diritto di asserire che l'unica e vera misura dei

delitti è il danno fatto alla nazione, e però errarono coloro che credettero vera misura

dei delitti l'intenzione di chi gli commette. Questa dipende dalla impressione attuale

degli oggetti e dalla precedente disposizione della mente: esse variano in tutti gli

uomini e in ciascun uomo, colla velocissima successione delle idee, delle passioni e

delle circostanze. Sarebbe dunque necessario formare non solo un codice particolare

per ciascun cittadino, ma una nuova legge ad ogni delitto. Qualche volta gli uomini colla

migliore intenzione fanno il maggior male alla società; e alcune altre volte colla piú

cattiva volontà ne fanno il maggior bene.

Altri misurano i delitti piú dalla dignità della persona offesa che dalla loro importanza

riguardo al ben pubblico. Se questa fosse la vera misura dei delitti, una irriverenza

all'Essere degli esseri dovrebbe piú atrocemente punirsi che l'assassinio d'un monarca,

la superiorità della natura essendo un infinito compenso alla differenza dell'offesa.

Finalmente alcuni pensarono che la gravezza del peccato entrasse nella misura dei

delitti. La fallacia di questa opinione risalterà agli occhi d'un indifferente esaminatore

dei veri rapporti tra uomini e uomini, e tra uomini e Dio. I primi sono rapporti di

uguaglianza. La sola necessità ha fatto nascere dall'urto delle passioni e dalle

opposizioni degl'interessi l'idea della utilità comune, che è la base della giustizia

umana; i secondi sono rapporti di dipendenza da un Essere perfetto e creatore, che si è

riserbato a sé solo il diritto di essere legislatore e giudice nel medesimo tempo, perché

egli solo può esserlo senza inconveniente. Se ha stabilito pene eterne a chi

disobbedisce alla sua onnipotenza, qual sarà l'insetto che oserà supplire alla divina

giustizia, che vorrà vendicare l'Essere che basta a se stesso, che non può ricevere dagli

oggetti impressione alcuna di piacere o di dolore, e che solo tra tutti gli esseri agisce

senza reazione? La gravezza del peccato dipende dalla imperscrutabile malizia del

cuore. Questa da esseri finiti non può senza rivelazione sapersi. Come dunque da

questa si prenderà norma per punire i delitti? Potrebbono in questo caso gli uomini

punire quando Iddio perdona, e perdonare quando Iddio punisce. Se gli uomini possono

essere in contradizione coll'Onnipossente nell'offenderlo, possono anche esserlo col

punire.

§ VIII

DIVISIONE DEI DELITTI

Abbiamo veduto qual sia la vera misura dei delitti, cioè il danno della società. Questa è

una di quelle palpabili verità che, quantunque non abbian bisogno né di quadranti, né di

telescopi per essere scoperte, ma sieno alla portata di ciascun mediocre intelletto, pure

per una maravigliosa combinazione di circostanze non sono con decisa sicurezza

conosciute che da alcuni pochi pensatori, uomini d'ogni nazione e d'ogni secolo. Ma le

opinioni asiatiche, ma le passioni vestite d'autorità e di potere hanno, la maggior parte

delle volte per insensibili spinte, alcune poche per violente impressioni sulla timida

credulità degli uomini, dissipate le semplici nozioni, che forse formavano la prima

filosofia delle nascenti società ed a cui la luce di questo secolo sembra che ci

riconduca, con quella maggior fermezza però che può essere somministrata da un

esame geometrico, da mille funeste sperienze e dagli ostacoli medesimi. Or l'ordine ci

condurrebbe ad esaminare e distinguere tutte le differenti sorte di delitti e la maniera di

punirgli, se la variabile natura di essi per le diverse circostanze dei secoli e dei luoghi

non ci obbligasse ad un dettaglio immenso e noioso. Mi basterà indicare i principii piú

generali e gli errori piú funesti e comuni per disingannare sí quelli che per un mal inteso

amore di libertà vorrebbono introdurre l'anarchia, come coloro che amerebbero ridurre

gli uomini ad una claustrale regolarità.

Alcuni delitti distruggono immediatamente la società, o chi la rappresenta; alcuni

offendono la privata sicurezza di un cittadino nella vita, nei beni, o nell'onore; alcuni

altri sono azioni contrarie a ciò che ciascuno è obbligato dalle leggi di fare, o non fare,

in vista del ben pubblico. I primi, che sono i massimi delitti, perché piú dannosi, son

quelli che chiamansi di lesa maestà. La sola tirannia e l'ignoranza, che confondono i

vocaboli e le idee piú chiare, possono dar questo nome, e per conseguenza la massima

pena, a' delitti di differente natura, e rendere cosí gli uomini, come in mille altre

occasioni, vittime di una parola. Ogni delitto, benché privato, offende la società, ma

ogni delitto non ne tenta la immediata distruzione. Le azioni morali, come le fisiche,

hanno la loro sfera limitata di attività e sono diversamente circonscritte, come tutti i

movimenti di natura, dal tempo e dallo spazio; e però la sola cavillosa interpetrazione,

che è per l'ordinario la filosofia della schiavitù, può confondere ciò che dall'eterna verità

fu con immutabili rapporti distinto.

Dopo questi seguono i delitti contrari alla sicurezza di ciascun particolare. Essendo

questo il fine primario di ogni legittima associazione, non può non assegnarsi alla

violazione del dritto di sicurezza acquistato da ogni cittadino alcuna delle pene piú

considerabili stabilita dalle leggi.

L'opinione che ciaschedun cittadino deve avere di poter fare tutto ciò che non è

contrario alle leggi senza temerne altro inconveniente che quello che può nascere

dall'azione medesima, questo è il dogma politico che dovrebb'essere dai popoli creduto

e dai supremi magistrati colla incorrotta custodia delle leggi predicato; sacro dogma,

senza di cui non vi può essere legittima società, giusta ricompensa del sacrificio fatto

dagli uomini di quell'azione universale su tutte le cose che è comune ad ogni essere

sensibile, e limitata soltanto dalle proprie forze. Questo forma le libere anime e vigorose

e le menti rischiaratrici, rende gli uomini virtuosi, ma di quella virtú che sa resistere al

timore, e non di quella pieghevole prudenza, degna solo di chi può soffrire un'esistenza

precaria ed incerta. Gli attentati dunque contro la sicurezza e libertà dei cittadini sono

uno de' maggiori delitti, e sotto questa classe cadono non solo gli assassinii e i furti

degli uomini plebei, ma quelli ancora dei grandi e dei magistrati, l'influenza dei quali

agisce ad una maggior distanza e con maggior vigore, distruggendo nei sudditi le idee

di giustizia e di dovere, e sostituendo quella del diritto del piú forte, pericoloso del pari

in chi lo esercita e in chi lo soffre.

§ IX

DELL'ONORE

V'è una contradizione rimarcabile fralle leggi civili, gelose custodi piú d'ogni altra cosa

del corpo e dei beni di ciascun cittadino, e le leggi di ciò che chiamasi onore, che vi

preferisce l'opinione. Questa parola onore è una di quelle che ha servito di base a

lunghi e brillanti ragionamenti, senza attaccarvi veruna idea fissa e stabile. Misera

condizione delle menti umane che le lontanissime e meno importanti idee delle

rivoluzioni dei corpi celesti sieno con piú distinta cognizione presenti che le vicine ed

importantissime nozioni morali, fluttuanti sempre e confuse secondo che i venti delle

passioni le sospingono e l'ignoranza guidata le riceve e le trasmette! Ma sparirà

l'apparente paradosso se si consideri che come gli oggetti troppo vicini agli occhi si

confondono, cosí la troppa vicinanza delle idee morali fa che facilmente si rimescolino

le moltissime idee semplici che le compongono, e ne confondano le linee di

separazione necessarie allo spirito geometrico che vuol misurare i fenomeni della

umana sensibilità. E scemerà del tutto la maraviglia nell'indifferente indagatore delle

cose umane, che sospetterà non esservi per avventura bisogno di tanto apparato di

morale, né di tanti legami per render gli uomini felici e sicuri.

Quest'onore dunque è una di quelle idee complesse che sono un aggregato non solo

d'idee semplici, ma d'idee parimente complicate, che nel vario affacciarsi alla mente ora

ammettono ed ora escludono alcuni de' diversi elementi che le compongono; né

conservano che alcune poche idee comuni, come piú quantità complesse algebraiche

ammettono un comune divisore. Per trovar questo comune divisore nelle varie idee che

gli uomini si formano dell'onore è necessario gettar rapidamente un colpo d'occhio

sulla formazione delle società. Le prime leggi e i primi magistrati nacquero dalla

necessità di riparare ai disordini del fisico dispotismo di ciascun uomo; questo fu il fine

institutore della società, e questo fine primario si è sempre conservato, realmente o in

apparenza, alla testa di tutti i codici, anche distruttori; ma l'avvicinamento degli uomini

e il progresso delle loro cognizioni hanno fatto nascere una infinita serie di azioni e di

bisogni vicendevoli gli uni verso gli altri, sempre superiori alla providenza delle leggi ed

inferiori all'attuale potere di ciascuno. Da quest'epoca cominciò il dispotismo della

opinione, che era l'unico mezzo di ottenere dagli altri quei beni, e di allontanarne quei

mali, ai quali le leggi non erano sufficienti a provvedere. E l'opinione è quella che

tormenta il saggio ed il volgare, che ha messo in credito l'apparenza della virtú al di

sopra della virtú stessa, che fa diventar missionario anche lo scellerato, perché vi trova

il proprio interesse. Quindi i suffragi degli uomini divennero non solo utili, ma

necessari, per non cadere al disotto del comune livello. Quindi se l'ambizioso gli

conquista come utili, se il vano va mendicandoli come testimoni del proprio merito, si

vede l'uomo d'onore esigerli come necessari. Quest'onore è una condizione che

moltissimi uomini mettono alla propria esistenza. Nato dopo la formazione della società,

non poté esser messo nel comune deposito, anzi è un instantaneo ritorno nello stato

naturale e una sottrazione momentanea della propria persona da quelle leggi che in

quel caso non difendono bastantemente un cittadino.

Quindi e nell'estrema libertà politica e nella estrema dipendenza spariscono le idee

dell'onore, o si confondono perfettamente con altre: perché nella prima il dispotismo

delle leggi rende inutile la ricerca degli altrui suffragi; nella seconda, perché il

dispotismo degli uomini, annullando l'esistenza civile, gli riduce ad una precaria e

momentanea personalità. L'onore è dunque uno dei principii fondamentali di quelle

monarchie che sono un dispotismo sminuito, e in esse sono quello che negli stati

dispotici le rivoluzioni, un momento di ritorno nello stato di natura, ed un ricordo al

padrone dell'antica uguaglianza.

§ X

DEI DUELLI

Da questa necessità degli altrui suffragi nacquero i duelli privati, ch'ebbero appunto la

loro origine nell'anarchia delle leggi. Si pretendono sconosciuti all'antichità, forse

perché gli antichi non si radunavano sospettosamente armati nei tempii, nei teatri e

cogli amici; forse perché il duello era uno spettacolo ordinario e comune che i gladiatori

schiavi ed avviliti davano al popolo, e gli uomini liberi sdegnavano d'esser creduti e

chiamati gladiatori coi privati combattimenti. Invano gli editti di morte contro chiunque

accetta un duello hanno cercato estirpare questo costume, che ha il suo fondamento in

ciò che alcuni uomini temono piú che la morte, poiché privandolo degli altrui suffragi,

l'uomo d'onore si prevede esposto o a divenire un essere meramente solitario, stato

insoffribile ad un uomo socievole, ovvero a divenire il bersaglio degl'insulti e

dell'infamia, che colla ripetuta loro azione prevalgono al pericolo della pena. Per qual

motivo il minuto popolo non duella per lo piú come i grandi? Non solo perché è

disarmato, ma perché la necessità degli altrui suffragi è meno comune nella plebe che

in coloro che, essendo piú elevati, si guardano con maggior sospetto e gelosia.

Non è inutile il ripetere ciò che altri hanno scritto, cioè che il miglior metodo di

prevenire questo delitto è di punire l'aggressore, cioè chi ha dato occasione al duello,

dichiarando innocente chi senza sua colpa è stato costretto a difendere ciò che le leggi

attuali non assicurano, cioè l'opinione, ed ha dovuto mostrare a' suoi concittadini

ch'egli teme le sole leggi e non gli uomini.

Dei delitti e delle pene

rebus quibuscumque difficilioribus non expectandum,

ut qui simul, et serat, et metat,

sed praeparatione opus est, ut per gradus maturescant

BACON, Serm. fidel, n. XLV

In tutte le cose più difficili non ci si deve aspettare

che qualcuno semini e raccolga contemporaneamente

ma è necessario un periodo di attesa

affinché esse a poco a poco giungano a maturazione

(1763)

*

A chi legge

Alcuni avanzi di leggi di un antico popolo conquistatore fatte compilare da un

principe che dodici secoli fa regnava in Costantinopoli, frammischiate poscia co' riti

longobardi, ed involte in farraginosi volumi di privati ed oscuri interpreti, formano

quella tradizione di opinioni che da una gran parte dell'Europa ha tuttavia il nome di

leggi; ed è cosa funesta quanto comune al dì d'oggi che una opinione di Carpzovio, un

uso antico accennato da Claro, un tormento con iraconda compiacenza suggerito da

Farinaccio sieno le leggi a cui con sicurezza obbediscono coloro che tremando

dovrebbono reggere le vite e le fortune degli uomini. Queste leggi, che sono uno scolo

de' secoli i piú barbari, sono esaminate in questo libro per quella parte che risguarda il

sistema criminale, e i disordini di quelle si osa esporli a' direttori della pubblica felicità

con uno stile che allontana il volgo non illuminato ed impaziente. Quella ingenua

indagazione della verità, quella indipendenza delle opinioni volgari con cui è scritta

quest'opera è un effetto del dolce e illuminato governo sotto cui vive l'autore. I grandi

monarchi, i benefattori della umanità che ci reggono, amano le verità esposte

dall'oscuro filosofo con un non fanatico vigore, detestato solamente da chi si avventa

alla forza o alla industria, respinto dalla ragione; e i disordini presenti da chi ben

n'esamina tutte le circostanze sono la satira e il rimprovero delle passate età, non già di

questo secolo e de' suoi legislatori.

Chiunque volesse onorarmi delle sue critiche cominci dunque dal ben

comprendere lo scopo a cui è diretta quest'opera, scopo che ben lontano di diminuire la

legittima autorità, servirebbe ad accrescerla se piú che la forza può negli uomini la

opinione, e se la dolcezza e l'umanità la giustificano agli occhi di tutti. Le mal intese

critiche pubblicate contro questo libro si fondano su confuse nozioni, e mi obbligano

d'interrompere per un momento i miei ragionamenti agl'illuminati lettori, per chiudere

una volta per sempre ogni adito agli errori di un timido zelo o alle calunnie della maligna

invidia.

Tre sono le sorgenti delle quali derivano i principii morali e politici regolatori

degli uomini. La rivelazione, la legge naturale, le convenzioni fattizie della società. Non

vi è paragone tra la prima e le altre per rapporto al principale di lei fine; ma si

assomigliano in questo, che conducono tutte tre alla felicità di questa vita mortale. Il

considerare i rapporti dell'ultima non è l'escludere i rapporti delle due prime; anzi

siccome quelle, benché divine ed immutabili, furono per colpa degli uomini dalle false

religioni e dalle arbitrarie nozioni di vizio e di virtú in mille modi nelle depravate menti

loro alterate, cosí sembra necessario di esaminare separatamente da ogni altra

considerazione ciò che nasca dalle pure convenzioni umane, o espresse, o supposte

per la necessità ed utilità comune, idea in cui ogni setta ed ogni sistema di morale deve

necessariamente convenire; e sarà sempre lodevole intrappresa quella che sforza

anche i piú pervicaci ed increduli a conformarsi ai principii che spingon gli uomini a

vivere in società. Sonovi dunque tre distinte classi di virtú e di vizio, religiosa, naturale

e politica. Queste tre classi non devono mai essere in contradizione fra di loro, ma non

tutte le conseguenze e i doveri che risultano dall'una risultano dalle altre. Non tutto ciò

che esige la rivelazione lo esige la legge naturale, né tutto ciò che esige questa lo esige

la pura legge sociale: ma egli è importantissimo di separare ciò che risulta da questa

convenzione, cioè dagli espressi o taciti patti degli uomini, perché tale è il limite di

quella forza che può legittimamente esercitarsi tra uomo e uomo senza una speciale

missione dell'Essere supremo. Dunque l'idea della virtú politica può senza taccia

chiamarsi variabile; quella della virtú naturale sarebbe sempre limpida e manifesta se

l'imbecillità o le passioni degli uomini non la oscurassero; quella della virtú religiosa è

sempre una costante, perché rivelata immediatamente da Dio e da lui conservata.

Sarebbe dunque un errore l'attribuire a chi parla di convenzioni sociali e delle

conseguenze di esse principii contrari o alla legge naturale o alla rivelazione; perché

non parla di queste. Sarebbe un errore a chi, parlando di stato di guerra prima dello

stato di società, lo prendesse nel senso hobbesiano, cioè di nessun dovere e di

nessuna obbligazione anteriore, in vece di prenderlo per un fatto nato dalla corruzione

della natura umana e dalla mancanza di una sanzione espressa. Sarebbe un errore

l'imputare a delitto ad uno scrittore, che considera le emanazioni del patto sociale, di

non ammetterle prima del patto istesso. La giustizia divina e la giustizia naturale sono

per essenza loro immutabili e costanti, perché la relazione fra due medesimi oggetti è

sempre la medesima; ma la giustizia umana, o sia politica, non essendo che una

relazione fra l'azione e lo stato vario della società, può variare a misura che diventa

necessaria o utile alla società quell'azione, né ben si discerne se non da chi analizzi i

complicati e mutabilissimi rapporti delle civili combinazioni. Sí tosto che questi principii

essenzialmente distinti vengano confusi, non v'è piú speranza di ragionar bene nelle

materie pubbliche. Spetta a' teologi lo stabilire i confini del giusto e dell'ingiusto, per

ciò che riguarda l'intrinseca malizia o bontà dell'atto; lo stabilire i rapporti del giusto e

dell'ingiusto politico, cioè dell'utile o del danno della società, spetta al pubblicista; né

un oggetto può mai pregiudicare all'altro, poiché ognun vede quanto la virtú puramente

politica debba cedere alla immutabile virtú emanata da Dio.

Chiunque, lo ripeto, volesse onorarmi delle sue critiche, non cominci dunque dal

supporre in me principii distruttori o della virtú o della religione, mentre ho dimostrato

tali non essere i miei principii, e in vece di farmi incredulo o sedizioso procuri di

ritrovarmi cattivo logico o inavveduto politico; non tremi ad ogni proposizione che

sostenga gl'interessi dell'umanità; mi convinca o della inutilità o del danno politico che

nascer ne potrebbe dai miei principii, mi faccia vedere il vantaggio delle pratiche

ricevute. Ho dato un pubblico testimonio della mia religione e della sommissione al mio

sovrano colla risposta alle Note ed osservazioni; il rispondere ad ulteriori scritti simili a

quelle sarebbe superfluo; ma chiunque scriverà con quella decenza che si conviene a

uomini onesti e con quei lumi che mi dispensino dal provare i primi principii, di

qualunque carattere essi siano, troverà in me non tanto un uomo che cerca di

rispondere quanto un pacifico amatore della verità.

**

INTRODUZIONE

Gli uomini lasciano per lo piú in abbandono i piú importanti regolamenti alla

giornaliera prudenza o alla discrezione di quelli, l'interesse de' quali è di opporsi alle piú

provide leggi che per natura rendono universali i vantaggi e resistono a quello sforzo

per cui tendono a condensarsi in pochi, riponendo da una parte il colmo della potenza e

della felicità e dall'altra tutta la debolezza e la miseria. Perciò se non dopo esser passati

framezzo mille errori nelle cose piú essenziali alla vita ed alla libertà, dopo una

stanchezza di soffrire i mali, giunti all'estremo, non s'inducono a rimediare ai disordini

che gli opprimono, e a riconoscere le piú palpabili verità, le quali appunto sfuggono per

la semplicità loro alle menti volgari, non avvezze ad analizzare gli oggetti, ma a

riceverne le impressioni tutte di un pezzo, piú per tradizione che per esame.

Apriamo le istorie e vedremo che le leggi, che pur sono o dovrebbon esser patti di

uomini liberi, non sono state per lo piú che lo stromento delle passioni di alcuni pochi,

o nate da una fortuita e passeggiera necessità; non già dettate da un freddo

esaminatore della natura umana, che in un sol punto concentrasse le azioni di una

moltitudine di uomini, e le considerasse in questo punto di vista: la massima felicità

divisa nel maggior numero. Felici sono quelle pochissime nazioni, che non aspettarono

che il lento moto delle combinazioni e vicissitudini umane facesse succedere

all'estremità de' mali un avviamento al bene, ma ne accelerarono i passaggi intermedi

con buone leggi; e merita la gratitudine degli uomini quel filosofo ch'ebbe il coraggio

dall'oscuro e disprezzato suo gabinetto di gettare nella moltitudine i primi semi

lungamente infruttuosi delle utili verità.

Si sono conosciute le vere relazioni fra il sovrano e i sudditi, e fralle diverse

nazioni; il commercio si è animato all'aspetto delle verità filosofiche rese comuni colla

stampa, e si è accesa fralle nazioni una tacita guerra d'industria la piú umana e la piú

degna di uomini ragionevoli. Questi sono frutti che si debbono alla luce di questo

secolo, ma pochissimi hanno esaminata e combattuta la crudeltà delle pene e

l'irregolarità delle procedure criminali, parte di legislazione cosí principale e cosí

trascurata in quasi tutta l'Europa, pochissimi, rimontando ai principii generali,

annientarono gli errori accumulati di piú secoli, frenando almeno, con quella sola forza

che hanno le verità conosciute, il troppo libero corso della mal diretta potenza, che ha

dato fin ora un lungo ed autorizzato esempio di fredda atrocità. E pure i gemiti dei

deboli, sacrificati alla crudele ignoranza ed alla ricca indolenza, i barbari tormenti con

prodiga e inutile severità moltiplicati per delitti o non provati o chimerici, la squallidezza

e gli orrori d'una prigione, aumentati dal piú crudele carnefice dei miseri, l'incertezza,

doveano scuotere quella sorta di magistrati che guidano le opinioni delle menti umane.

L'immortale Presidente di Montesquieu ha rapidamente scorso su di questa

materia. L'indivisibile verità mi ha forzato a seguire le tracce luminose di questo

grand'uomo, ma gli uomini pensatori, pe' quali scrivo, sapranno distinguere i miei passi

dai suoi. Me fortunato, se potrò ottenere, com'esso, i segreti ringraziamenti degli oscuri

e pacifici seguaci della ragione, e se potrò inspirare quel dolce fremito con cui le anime

sensibili rispondono a chi sostiene gl'interessi della umanità!

§ I

ORIGINE DELLE PENE

Le leggi sono le condizioni, colle quali uomini indipendenti ed isolati si unirono in

società, stanchi di vivere in un continuo stato di guerra e di godere una libertà resa

inutile dall'incertezza di conservarla. Essi ne sacrificarono una parte per goderne il

restante con sicurezza e tranquillità. La somma di tutte queste porzioni di libertà

sacrificate al bene di ciascheduno forma la sovranità di una nazione, ed il sovrano è il

legittimo depositario ed amministratore di quelle; ma non bastava il formare questo

deposito, bisognava difenderlo dalle private usurpazioni di ciascun uomo in particolare,

il quale cerca sempre di togliere dal deposito non solo la propria porzione, ma usurparsi

ancora quella degli altri. Vi volevano de' motivi sensibili che bastassero a distogliere il

dispotico animo di ciascun uomo dal risommergere nell'antico caos le leggi della

società. Questi motivi sensibili sono le pene stabilite contro agl'infrattori delle leggi.

Dico sensibili motivi, perché la sperienza ha fatto vedere che la moltitudine non adotta

stabili principii di condotta, né si allontana da quel principio universale di dissoluzione,

che nell'universo fisico e morale si osserva, se non con motivi che immediatamente

percuotono i sensi e che di continuo si affacciano alla mente per contrabilanciare le

forti impressioni delle passioni parziali che si oppongono al bene universale: né

l'eloquenza, né le declamazioni, nemmeno le piú sublimi verità sono bastate a frenare

per lungo tempo le passioni eccitate dalle vive percosse degli oggetti presenti.

§ II

DIRITTO DI PUNIRE

Ogni pena che non derivi dall'assoluta necessità, dice il grande Montesquieu, è

tirannica; proposizione che si può rendere piú generale cosí: ogni atto di autorità di

uomo a uomo che non derivi dall'assoluta necessità è tirannico. Ecco dunque sopra di

che è fondato il diritto del sovrano di punire i delitti: sulla necessità di difendere il

deposito della salute pubblica dalle usurpazioni particolari; e tanto piú giuste sono le

pene, quanto piú sacra ed inviolabile è la sicurezza, e maggiore la libertà che il sovrano

conserva ai sudditi. Consultiamo il cuore umano e in esso troveremo i principii

fondamentali del vero diritto del sovrano di punire i delitti, poiché non è da sperarsi

alcun vantaggio durevole dalla politica morale se ella non sia fondata su i sentimenti

indelebili dell'uomo. Qualunque legge devii da questi incontrerà sempre una resistenza

contraria che vince alla fine, in quella maniera che una forza benché minima, se sia

continuamente applicata, vince qualunque violento moto comunicato ad un corpo.

Nessun uomo ha fatto il dono gratuito di parte della propria libertà in vista del ben

pubblico; questa chimera non esiste che ne' romanzi; se fosse possibile, ciascuno di

noi vorrebbe che i patti che legano gli altri, non ci legassero; ogni uomo si fa centro di

tutte le combinazioni del globo.

La moltiplicazione del genere umano, piccola per se stessa, ma di troppo

superiore ai mezzi che la sterile ed abbandonata natura offriva per soddisfare ai bisogni

che sempre piú s'incrocicchiavano tra di loro, riuní i primi selvaggi. Le prime unioni

formarono necessariamente le altre per resistere alle prime, e cosí lo stato di guerra

trasportossi dall'individuo alle nazioni.

Fu dunque la necessità che costrinse gli uomini a cedere parte della propria

libertà: egli è adunque certo che ciascuno non ne vuol mettere nel pubblico deposito

che la minima porzion possibile, quella sola che basti a indurre gli altri a difenderlo.

L'aggregato di queste minime porzioni possibili forma il diritto di punire; tutto il di piú è

abuso e non giustizia, è fatto, ma non già diritto. Osservate che la parola diritto non è

contradittoria alla parola forza, ma la prima è piuttosto una modificazione della

seconda, cioè la modificazione piú utile al maggior numero. E per giustizia io non

intendo altro che il vincolo necessario per tenere uniti gl'interessi particolari, che

senz'esso si scioglierebbono nell'antico stato d'insociabilità; tutte le pene che

oltrepassano la necessità di conservare questo vincolo sono ingiuste di lor natura.

Bisogna guardarsi di non attaccare a questa parola giustizia l'idea di qualche cosa di

reale, come di una forza fisica, o di un essere esistente; ella è una semplice maniera di

concepire degli uomini, maniera che influisce infinitamente sulla felicità di ciascuno;

nemmeno intendo quell'altra sorta di giustizia che è emanata da Dio e che ha i suoi

immediati rapporti colle pene e ricompense della vita avvenire.

§ III

CONSEGUENZE

La prima conseguenza di questi principii è che le sole leggi possono decretar le

pene su i delitti, e quest'autorità non può risedere che presso il legislatore, che

rappresenta tutta la società unita per un contratto sociale; nessun magistrato (che è

parte di società) può con giustizia infligger pene contro ad un altro membro della

società medesima. Ma una pena accresciuta al di là dal limite fissato dalle leggi è la

pena giusta piú un'altra pena; dunque non può un magistrato, sotto qualunque pretesto

di zelo o di ben pubblico, accrescere la pena stabilita ad un delinquente cittadino.

La seconda conseguenza è che se ogni membro particolare è legato alla società,

questa è parimente legata con ogni membro particolare per un contratto che di sua

natura obbliga le due parti. Questa obbligazione, che discende dal trono fino alla

capanna, che lega egualmente e il piú grande e il piú miserabile fra gli uomini, non altro

significa se non che è interesse di tutti che i patti utili al maggior numero siano

osservati. La violazione anche di un solo, comincia ad autorizzare l'anarchia. Il sovrano,

che rappresenta la società medesima, non può formare che leggi generali che

obblighino tutti i membri, ma non già giudicare che uno abbia violato il contratto

sociale, poiché allora la nazione si dividerebbe in due parti, una rappresentata dal

sovrano, che asserisce la violazione del contratto, e l'altra dall'accusato, che la nega.

Egli è dunque necessario che un terzo giudichi della verità del fatto. Ecco la necessità

di un magistrato, le di cui sentenze sieno inappellabili e consistano in mere assersioni o

negative di fatti particolari.

La terza conseguenza è che quando si provasse che l'atrocità delle pene, se non

immediatamente opposta al ben pubblico ed al fine medesimo d'impedire i delitti, fosse

solamente inutile, anche in questo caso essa sarebbe non solo contraria a quelle virtú

benefiche che sono l'effetto d'una ragione illuminata che preferisce il comandare ad

uomini felici piú che a una greggia di schiavi, nella quale si faccia una perpetua

circolazione di timida crudeltà, ma lo sarebbe alla giustizia ed alla natura del contratto

sociale medesimo.

§ IV

INTERPETRAZIONE DELLE LEGGI

Quarta conseguenza. Nemmeno l'autorità d'interpetrare le leggi penali può

risedere presso i giudici criminali per la stessa ragione che non sono legislatori. I

giudici non hanno ricevuto le leggi dagli antichi nostri padri come una tradizione

domestica ed un testamento che non lasciasse ai posteri che la cura d'ubbidire, ma le

ricevono dalla vivente società, o dal sovrano rappresentatore di essa, come legittimo

depositario dell'attuale risultato della volontà di tutti; le ricevono non come obbligazioni

d'un antico giuramento, nullo, perché legava volontà non esistenti, iniquo, perché

riduceva gli uomini dallo stato di società allo stato di mandra, ma come effetti di un

tacito o espresso giuramento, che le volontà riunite dei viventi sudditi hanno fatto al

sovrano, come vincoli necessari per frenare e reggere l'intestino fermento degl'interessi

particolari. Quest'è la fisica e reale autorità delle leggi. Chi sarà dunque il legittimo

interpetre della legge? Il sovrano, cioè il depositario delle attuali volontà di tutti, o il

giudice, il di cui ufficio è solo l'esaminare se il tal uomo abbia fatto o no un'azione

contraria alle leggi?

In ogni delitto si deve fare dal giudice un sillogismo perfetto: la maggiore

dev'essere la legge generale, la minore l'azione conforme o no alla legge, la

conseguenza la libertà o la pena. Quando il giudice sia costretto, o voglia fare anche

soli due sillogismi, si apre la porta all'incertezza.

Non v'è cosa piú pericolosa di quell'assioma comune che bisogna consultare lo

spirito della legge. Questo è un argine rotto al torrente delle opinioni. Questa verità, che

sembra un paradosso alle menti volgari, piú percosse da un piccol disordine presente

che dalle funeste ma rimote conseguenze che nascono da un falso principio radicato in

una nazione, mi sembra dimostrata. Le nostre cognizioni e tutte le nostre idee hanno

una reciproca connessione; quanto piú sono complicate, tanto piú numerose sono le

strade che ad esse arrivano e partono. Ciascun uomo ha il suo punto di vista, ciascun

uomo in differenti tempi ne ha un diverso. Lo spirito della legge sarebbe dunque il

risultato di una buona o cattiva logica di un giudice, di una facile o malsana digestione,

dipenderebbe dalla violenza delle sue passioni, dalla debolezza di chi soffre, dalle

relazioni del giudice coll'offeso e da tutte quelle minime forze che cangiano le

apparenze di ogni oggetto nell'animo fluttuante dell'uomo. Quindi veggiamo la sorte di

un cittadino cambiarsi spesse volte nel passaggio che fa a diversi tribunali, e le vite de'

miserabili essere la vittima dei falsi raziocini o dell'attuale fermento degli umori d'un

giudice, che prende per legittima interpetrazione il vago risultato di tutta quella confusa

serie di nozioni che gli muove la mente. Quindi veggiamo gli stessi delitti dallo stesso

tribunale puniti diversamente in diversi tempi, per aver consultato non la costante e

fissa voce della legge, ma l'errante instabilità delle interpetrazioni. Un disordine che

nasce dalla rigorosa osservanza della lettera di una legge penale non è da mettersi in

confronto coi disordini che nascono dalla interpetrazione. Un tal momentaneo

inconveniente spinge a fare la facile e necessaria correzione alle parole della legge, che

sono la cagione dell'incertezza, ma impedisce la fatale licenza di ragionare, da cui

nascono le arbitrarie e venali controversie. Quando un codice fisso di leggi, che si

debbono osservare alla lettera, non lascia al giudice altra incombenza che di esaminare

le azioni de' cittadini, e giudicarle conformi o difformi alla legge scritta, quando la

norma del giusto e dell'ingiusto, che deve dirigere le azioni sí del cittadino ignorante

come del cittadino filosofo, non è un affare di controversia, ma di fatto, allora i sudditi

non sono soggetti alle piccole tirannie di molti, tanto piú crudeli quanto è minore la

distanza fra chi soffre e chi fa soffrire, piú fatali che quelle di un solo, perché il

dispotismo di molti non è correggibile che dal dispotismo di un solo e la crudeltà di un

dispotico è proporzionata non alla forza, ma agli ostacoli. Cosí acquistano i cittadini

quella sicurezza di loro stessi che è giusta perché è lo scopo per cui gli uomini stanno

in società, che è utile perché gli mette nel caso di esattamente calcolare

gl'inconvenienti di un misfatto. Egli è vero altresí che acquisteranno uno spirito

d'indipendenza, ma non già scuotitore delle leggi e ricalcitrante a' supremi magistrati,

bensí a quelli che hanno osato chiamare col sacro nome di virtú la debolezza di cedere

alle loro interessate o capricciose opinioni. Questi principii spiaceranno a coloro che si

sono fatto un diritto di trasmettere agl'inferiori i colpi della tirannia che hanno ricevuto

dai superiori. Dovrei tutto temere, se lo spirito di tirannia fosse componibile collo spirito

di lettura.

§ V

OSCURITA` DELLE LEGGI

Se l'interpetrazione delle leggi è un male, egli è evidente esserne un altro

l'oscurità che strascina seco necessariamente l'interpetrazione, e lo sarà grandissimo

se le leggi sieno scritte in una lingua straniera al popolo, che lo ponga nella dipendenza

di alcuni pochi, non potendo giudicar da se stesso qual sarebbe l'esito della sua libertà,

o dei suoi membri, in una lingua che formi di un libro solenne e pubblico un quasi

privato e domestico. Che dovremo pensare degli uomini, riflettendo esser questo

l'inveterato costume di buona parte della colta ed illuminata Europa! Quanto maggiore

sarà il numero di quelli che intenderanno e avranno fralle mani il sacro codice delle

leggi, tanto men frequenti saranno i delitti, perché non v'ha dubbio che l'ignoranza e

l'incertezza delle pene aiutino l'eloquenza delle passioni.

Una conseguenza di quest'ultime riflessioni è che senza la scrittura una società

non prenderà mai una forma fissa di governo, in cui la forza sia un effetto del tutto e

non delle parti e in cui le leggi, inalterabili se non dalla volontà generale, non si

corrompano passando per la folla degl'interessi privati. L'esperienza e la ragione ci

hanno fatto vedere che la probabilità e la certezza delle tradizioni umane si sminuiscono

a misura che si allontanano dalla sorgente. Che se non esiste uno stabile monumento

del patto sociale, come resisteranno le leggi alla forza inevitabile del tempo e delle

passioni?

Da ciò veggiamo quanto sia utile la stampa, che rende il pubblico, e non alcuni

pochi, depositario delle sante leggi, e quanto abbia dissipato quello spirito tenebroso di

cabala e d'intrigo che sparisce in faccia ai lumi ed alle scienze apparentemente

disprezzate e realmente temute dai seguaci di lui. Questa è la cagione, per cui veggiamo

sminuita in Europa l'atrocità de' delitti che facevano gemere gli antichi nostri padri, i

quali diventavano a vicenda tiranni e schiavi. Chi conosce la storia di due o tre secoli fa,

e la nostra, potrà vedere come dal seno del lusso e della mollezza nacquero le piú dolci

virtú, l'umanità, la beneficenza, la tolleranza degli errori umani. Vedrà quali furono gli

effetti di quella che chiamasi a torto antica semplicità e buona fede: l'umanità gemente

sotto l'implacabile superstizione, l'avarizia, l'ambizione di pochi tinger di sangue umano

gli scrigni dell'oro e i troni dei re, gli occulti tradimenti, le pubbliche stragi, ogni nobile

tiranno della plebe, i ministri della verità evangelica lordando di sangue le mani che

ogni giorno toccavano il Dio di mansuetudine, non sono l'opera di questo secolo

illuminato, che alcuni chiamano corrotto.

§ VI

PROPORZIONE FRA I DELITTI E LE PENE

Non solamente è interesse comune che non si commettano delitti, ma che siano

piú rari a proporzione del male che arrecano alla società. Dunque piú forti debbono

essere gli ostacoli che risospingono gli uomini dai delitti a misura che sono contrari al

ben pubblico, ed a misura delle spinte che gli portano ai delitti. Dunque vi deve essere

una proporzione fra i delitti e le pene.

È impossibile di prevenire tutti i disordini nell'universal combattimento delle

passioni umane. Essi crescono in ragione composta della popolazione e

dell'incrocicchiamento degl'interessi particolari che non è possibile dirigere

geometricamente alla pubblica utilità. All'esattezza matematica bisogna sostituire

nell'aritmetica politica il calcolo delle probabilità. Si getti uno sguardo sulle storie e si

vedranno crescere i disordini coi confini degl'imperi, e, scemando nell'istessa

proporzione il sentimento nazionale, la spinta verso i delitti cresce in ragione

dell'interesse che ciascuno prende ai disordini medesimi: perciò la necessità di

aggravare le pene si va per questo motivo sempre piú aumentando.

Quella forza simile alla gravità, che ci spinge al nostro ben essere, non si trattiene

che a misura degli ostacoli che gli sono opposti. Gli effetti di questa forza sono la

confusa serie delle azioni umane: se queste si urtano scambievolmente e si offendono,

le pene, che io chiamerei ostacoli politici, ne impediscono il cattivo effetto senza

distruggere la causa impellente, che è la sensibilità medesima inseparabile dall'uomo, e

il legislatore fa come l'abile architetto di cui l'officio è di opporsi alle direzioni rovinose

della gravità e di far conspirare quelle che contribuiscono alla forza dell'edificio.

Data la necessità della riunione degli uomini, dati i patti, che necessariamente

risultano dalla opposizione medesima degl'interessi privati, trovasi una scala di

disordini, dei quali il primo grado consiste in quelli che distruggono immediatamente la

società, e l'ultimo nella minima ingiustizia possibile fatta ai privati membri di essa. Tra

questi estremi sono comprese tutte le azioni opposte al ben pubblico, che chiamansi

delitti, e tutte vanno, per gradi insensibili, decrescendo dal piú sublime al piú infimo. Se

la geometria fosse adattabile alle infinite ed oscure combinazioni delle azioni umane, vi

dovrebbe essere una scala corrispondente di pene, che discendesse dalla piú forte alla

piú debole: ma basterà al saggio legislatore di segnarne i punti principali, senza turbar

l'ordine, non decretando ai delitti del primo grado le pene dell'ultimo. Se vi fosse una

scala esatta ed universale delle pene e dei delitti, avremmo una probabile e comune

misura dei gradi di tirannia e di libertà, del fondo di umanità o di malizia delle diverse

nazioni.

Qualunque azione non compresa tra i due sovraccennati limiti non può essere

chiamata delitto, o punita come tale, se non da coloro che vi trovano il loro interesse nel

cosí chiamarla. La incertezza di questi limiti ha prodotta nelle nazioni una morale che

contradice alla legislazione; piú attuali legislazioni che si escludono scambievolmente;

una moltitudine di leggi che espongono il piú saggio alle pene piú rigorose, e però resi

vaghi e fluttuanti i nomi di vizio e di virtú, e però nata l'incertezza della propria

esistenza, che produce il letargo ed il sonno fatale nei corpi politici. Chiunque leggerà

con occhio filosofico i codici delle nazioni e i loro annali, troverà quasi sempre i nomi di

vizio e di virtú, di buon cittadino o di reo cangiarsi colle rivoluzioni dei secoli, non in

ragione delle mutazioni che accadono nelle circostanze dei paesi, e per conseguenza

sempre conformi all'interesse comune, ma in ragione delle passioni e degli errori che

successivamente agitarono i differenti legislatori. Vedrà bene spesso che le passioni di

un secolo sono la base della morale dei secoli futuri, che le passioni forti, figlie del

fanatismo e dell'entusiasmo, indebolite e rose, dirò cosí, dal tempo, che riduce tutti i

fenomeni fisici e morali all'equilibrio, diventano a poco a poco la prudenza del secolo e

lo strumento utile in mano del forte e dell'accorto. In questo modo nacquero le

oscurissime nozioni di onore e di virtú, e tali sono perché si cambiano colle rivoluzioni

del tempo che fa sopravvivere i nomi alle cose, si cambiano coi fiumi e colle montagne

che sono bene spesso i confini, non solo della fisica, ma della morale geografia.

Se il piacere e il dolore sono i motori degli esseri sensibili, se tra i motivi che

spingono gli uomini anche alle piú sublimi operazioni, furono destinati dall'invisibile

legislatore il premio e la pena, dalla inesatta distribuzione di queste ne nascerà quella

tanto meno osservata contradizione, quanto piú comune, che le pene puniscano i delitti

che hanno fatto nascere. Se una pena uguale è destinata a due delitti che

disugualmente offendono la società, gli uomini non troveranno un piú forte ostacolo per

commettere il maggior delitto, se con esso vi trovino unito un maggior vantaggio.

§ VII

ERRORI NELLA MISURA DELLE PENE

Le precedenti riflessioni mi danno il diritto di asserire che l'unica e vera misura dei

delitti è il danno fatto alla nazione, e però errarono coloro che credettero vera misura

dei delitti l'intenzione di chi gli commette. Questa dipende dalla impressione attuale

degli oggetti e dalla precedente disposizione della mente: esse variano in tutti gli

uomini e in ciascun uomo, colla velocissima successione delle idee, delle passioni e

delle circostanze. Sarebbe dunque necessario formare non solo un codice particolare

per ciascun cittadino, ma una nuova legge ad ogni delitto. Qualche volta gli uomini colla

migliore intenzione fanno il maggior male alla società; e alcune altre volte colla piú

cattiva volontà ne fanno il maggior bene.

Altri misurano i delitti piú dalla dignità della persona offesa che dalla loro

importanza riguardo al ben pubblico. Se questa fosse la vera misura dei delitti, una

irriverenza all'Essere degli esseri dovrebbe piú atrocemente punirsi che l'assassinio

d'un monarca, la superiorità della natura essendo un infinito compenso alla differenza

dell'offesa.

Finalmente alcuni pensarono che la gravezza del peccato entrasse nella misura

dei delitti. La fallacia di questa opinione risalterà agli occhi d'un indifferente

esaminatore dei veri rapporti tra uomini e uomini, e tra uomini e Dio. I primi sono

rapporti di uguaglianza. La sola necessità ha fatto nascere dall'urto delle passioni e

dalle opposizioni degl'interessi l'idea della utilità comune, che è la base della giustizia

umana; i secondi sono rapporti di dipendenza da un Essere perfetto e creatore, che si è

riserbato a sé solo il diritto di essere legislatore e giudice nel medesimo tempo, perché

egli solo può esserlo senza inconveniente. Se ha stabilito pene eterne a chi

disobbedisce alla sua onnipotenza, qual sarà l'insetto che oserà supplire alla divina

giustizia, che vorrà vendicare l'Essere che basta a se stesso, che non può ricevere dagli

oggetti impressione alcuna di piacere o di dolore, e che solo tra tutti gli esseri agisce

senza reazione? La gravezza del peccato dipende dalla imperscrutabile malizia del

cuore. Questa da esseri finiti non può senza rivelazione sapersi. Come dunque da

questa si prenderà norma per punire i delitti? Potrebbono in questo caso gli uomini

punire quando Iddio perdona, e perdonare quando Iddio punisce. Se gli uomini possono

essere in contradizione coll'Onnipossente nell'offenderlo, possono anche esserlo col

punire.

§ VIII

DIVISIONE DEI DELITTI

Abbiamo veduto qual sia la vera misura dei delitti, cioè il danno della società.

Questa è una di quelle palpabili verità che, quantunque non abbian bisogno né di

quadranti, né di telescopi per essere scoperte, ma sieno alla portata di ciascun

mediocre intelletto, pure per una maravigliosa combinazione di circostanze non sono

con decisa sicurezza conosciute che da alcuni pochi pensatori, uomini d'ogni nazione e

d'ogni secolo. Ma le opinioni asiatiche, ma le passioni vestite d'autorità e di potere

hanno, la maggior parte delle volte per insensibili spinte, alcune poche per violente

impressioni sulla timida credulità degli uomini, dissipate le semplici nozioni, che forse

formavano la prima filosofia delle nascenti società ed a cui la luce di questo secolo

sembra che ci riconduca, con quella maggior fermezza però che può essere

somministrata da un esame geometrico, da mille funeste sperienze e dagli ostacoli

medesimi. Or l'ordine ci condurrebbe ad esaminare e distinguere tutte le differenti sorte

di delitti e la maniera di punirgli, se la variabile natura di essi per le diverse circostanze

dei secoli e dei luoghi non ci obbligasse ad un dettaglio immenso e noioso. Mi basterà

indicare i principii piú generali e gli errori piú funesti e comuni per disingannare sí quelli

che per un mal inteso amore di libertà vorrebbono introdurre l'anarchia, come coloro

che amerebbero ridurre gli uomini ad una claustrale regolarità.

Alcuni delitti distruggono immediatamente la società, o chi la rappresenta; alcuni

offendono la privata sicurezza di un cittadino nella vita, nei beni, o nell'onore; alcuni

altri sono azioni contrarie a ciò che ciascuno è obbligato dalle leggi di fare, o non fare,

in vista del ben pubblico. I primi, che sono i massimi delitti, perché piú dannosi, son

quelli che chiamansi di lesa maestà. La sola tirannia e l'ignoranza, che confondono i

vocaboli e le idee piú chiare, possono dar questo nome, e per conseguenza la massima

pena, a' delitti di differente natura, e rendere cosí gli uomini, come in mille altre

occasioni, vittime di una parola. Ogni delitto, benché privato, offende la società, ma

ogni delitto non ne tenta la immediata distruzione. Le azioni morali, come le fisiche,

hanno la loro sfera limitata di attività e sono diversamente circonscritte, come tutti i

movimenti di natura, dal tempo e dallo spazio; e però la sola cavillosa interpetrazione,

che è per l'ordinario la filosofia della schiavitù, può confondere ciò che dall'eterna verità

fu con immutabili rapporti distinto.

Dopo questi seguono i delitti contrari alla sicurezza di ciascun particolare.

Essendo questo il fine primario di ogni legittima associazione, non può non assegnarsi

alla violazione del dritto di sicurezza acquistato da ogni cittadino alcuna delle pene piú

considerabili stabilita dalle leggi.

L'opinione che ciaschedun cittadino deve avere di poter fare tutto ciò che non è

contrario alle leggi senza temerne altro inconveniente che quello che può nascere

dall'azione medesima, questo è il dogma politico che dovrebb'essere dai popoli creduto

e dai supremi magistrati colla incorrotta custodia delle leggi predicato; sacro dogma,

senza di cui non vi può essere legittima società, giusta ricompensa del sacrificio fatto

dagli uomini di quell'azione universale su tutte le cose che è comune ad ogni essere

sensibile, e limitata soltanto dalle proprie forze. Questo forma le libere anime e vigorose

e le menti rischiaratrici, rende gli uomini virtuosi, ma di quella virtú che sa resistere al

timore, e non di quella pieghevole prudenza, degna solo di chi può soffrire un'esistenza

precaria ed incerta. Gli attentati dunque contro la sicurezza e libertà dei cittadini sono

uno de' maggiori delitti, e sotto questa classe cadono non solo gli assassinii e i furti

degli uomini plebei, ma quelli ancora dei grandi e dei magistrati, l'influenza dei quali

agisce ad una maggior distanza e con maggior vigore, distruggendo nei sudditi le idee

di giustizia e di dovere, e sostituendo quella del diritto del piú forte, pericoloso del pari

in chi lo esercita e in chi lo soffre.

§ IX

DELL'ONORE

V'è una contradizione rimarcabile fralle leggi civili, gelose custodi piú d'ogni altra

cosa del corpo e dei beni di ciascun cittadino, e le leggi di ciò che chiamasi onore, che

vi preferisce l'opinione. Questa parola onore è una di quelle che ha servito di base a

lunghi e brillanti ragionamenti, senza attaccarvi veruna idea fissa e stabile. Misera

condizione delle menti umane che le lontanissime e meno importanti idee delle

rivoluzioni dei corpi celesti sieno con piú distinta cognizione presenti che le vicine ed

importantissime nozioni morali, fluttuanti sempre e confuse secondo che i venti delle

passioni le sospingono e l'ignoranza guidata le riceve e le trasmette! Ma sparirà

l'apparente paradosso se si consideri che come gli oggetti troppo vicini agli occhi si

confondono, cosí la troppa vicinanza delle idee morali fa che facilmente si rimescolino

le moltissime idee semplici che le compongono, e ne confondano le linee di

separazione necessarie allo spirito geometrico che vuol misurare i fenomeni della

umana sensibilità. E scemerà del tutto la maraviglia nell'indifferente indagatore delle

cose umane, che sospetterà non esservi per avventura bisogno di tanto apparato di

morale, né di tanti legami per render gli uomini felici e sicuri.

Quest'onore dunque è una di quelle idee complesse che sono un aggregato non

solo d'idee semplici, ma d'idee parimente complicate, che nel vario affacciarsi alla

mente ora ammettono ed ora escludono alcuni de' diversi elementi che le compongono;

né conservano che alcune poche idee comuni, come piú quantità complesse

algebraiche ammettono un comune divisore. Per trovar questo comune divisore nelle

varie idee che gli uomini si formano dell'onore è necessario gettar rapidamente un

colpo d'occhio sulla formazione delle società. Le prime leggi e i primi magistrati

nacquero dalla necessità di riparare ai disordini del fisico dispotismo di ciascun uomo;

questo fu il fine institutore della società, e questo fine primario si è sempre conservato,

realmente o in apparenza, alla testa di tutti i codici, anche distruttori; ma

l'avvicinamento degli uomini e il progresso delle loro cognizioni hanno fatto nascere

una infinita serie di azioni e di bisogni vicendevoli gli uni verso gli altri, sempre

superiori alla providenza delle leggi ed inferiori all'attuale potere di ciascuno. Da

quest'epoca cominciò il dispotismo della opinione, che era l'unico mezzo di ottenere

dagli altri quei beni, e di allontanarne quei mali, ai quali le leggi non erano sufficienti a

provvedere. E l'opinione è quella che tormenta il saggio ed il volgare, che ha messo in

credito l'apparenza della virtú al di sopra della virtú stessa, che fa diventar missionario

anche lo scellerato, perché vi trova il proprio interesse. Quindi i suffragi degli uomini

divennero non solo utili, ma necessari, per non cadere al disotto del comune livello.

Quindi se l'ambizioso gli conquista come utili, se il vano va mendicandoli come

testimoni del proprio merito, si vede l'uomo d'onore esigerli come necessari.

Quest'onore è una condizione che moltissimi uomini mettono alla propria esistenza.

Nato dopo la formazione della società, non poté esser messo nel comune deposito, anzi

è un instantaneo ritorno nello stato naturale e una sottrazione momentanea della

propria persona da quelle leggi che in quel caso non difendono bastantemente un

cittadino.

Quindi e nell'estrema libertà politica e nella estrema dipendenza spariscono le

idee dell'onore, o si confondono perfettamente con altre: perché nella prima il

dispotismo delle leggi rende inutile la ricerca degli altrui suffragi; nella seconda, perché

il dispotismo degli uomini, annullando l'esistenza civile, gli riduce ad una precaria e

momentanea personalità. L'onore è dunque uno dei principii fondamentali di quelle

monarchie che sono un dispotismo sminuito, e in esse sono quello che negli stati

dispotici le rivoluzioni, un momento di ritorno nello stato di natura, ed un ricordo al

padrone dell'antica uguaglianza.

§ X

DEI DUELLI

Da questa necessità degli altrui suffragi nacquero i duelli privati, ch'ebbero

appunto la loro origine nell'anarchia delle leggi. Si pretendono sconosciuti all'antichità,

forse perché gli antichi non si radunavano sospettosamente armati nei tempii, nei teatri

e cogli amici; forse perché il duello era uno spettacolo ordinario e comune che i

gladiatori schiavi ed avviliti davano al popolo, e gli uomini liberi sdegnavano d'esser

creduti e chiamati gladiatori coi privati combattimenti. Invano gli editti di morte contro

chiunque accetta un duello hanno cercato estirpare questo costume, che ha il suo

fondamento in ciò che alcuni uomini temono piú che la morte, poiché privandolo degli

altrui suffragi, l'uomo d'onore si prevede esposto o a divenire un essere meramente

solitario, stato insoffribile ad un uomo socievole, ovvero a divenire il bersaglio

degl'insulti e dell'infamia, che colla ripetuta loro azione prevalgono al pericolo della

pena. Per qual motivo il minuto popolo non duella per lo piú come i grandi? Non solo

perché è disarmato, ma perché la necessità degli altrui suffragi è meno comune nella

plebe che in coloro che, essendo piú elevati, si guardano con maggior sospetto e

gelosia.

Non è inutile il ripetere ciò che altri hanno scritto, cioè che il miglior metodo di

prevenire questo delitto è di punire l'aggressore, cioè chi ha dato occasione al duello,

dichiarando innocente chi senza sua colpa è stato costretto a difendere ciò che le leggi

attuali non assicurano, cioè l'opinione, ed ha dovuto mostrare a' suoi concittadini

ch'egli teme le sole leggi e non gli uomini.

§ XI

DELLA TRANQUILLITA' PUBBLICA

Finalmente, tra i delitti della terza specie sono particolarmente quelli che turbano

la pubblica tranquillità e la quiete de' cittadini, come gli strepiti e i bagordi nelle

pubbliche vie destinate al commercio ed al passeggio de' cittadini, come i fanatici

sermoni, che eccitano le facili passioni della curiosa moltitudine, le quali prendono

forza dalla frequenza degli uditori e piú dall'oscuro e misterioso entusiasmo che dalla

chiara e tranquilla ragione, la quale mai non opera sopra una gran massa d'uomini.

La notte illuminata a pubbliche spese, le guardie distribuite ne' differenti quartieri

della città, i semplici e morali discorsi della religione riserbati al silenzio ed alla sacra

tranquillità dei tempii protetti dall'autorità pubblica, le arringhe destinate a sostenere

gl'interessi privati e pubblici nelle adunanze della nazione, nei parlamenti o dove risieda

la maestà del sovrano, sono tutti mezzi efficaci per prevenire il pericoloso

addensamento delle popolari passioni. Questi formano un ramo principale della

vigilanza del magistrato, che i francesi chiamano della police; ma se questo magistrato

operasse con leggi arbitrarie e non istabilite da un codice che giri fralle mani di tutti i

cittadini, si apre una porta alla tirannia, che sempre circonda tutti i confini della libertà

politica. Io non trovo eccezione alcuna a quest'assioma generale, che ogni cittadino

deve sapere quando sia reo o quando sia innocente. Se i censori, e in genere i

magistrati arbitrari, sono necessari in qualche governo, ciò nasce dalla debolezza della

sua costituzione, e non dalla natura di governo bene organizzato. L'incertezza della

propria sorte ha sacrificate piú vittime all'oscura tirannia che non la pubblica e solenne

crudeltà. Essa rivolta gli animi piú che non gli avvilisce. Il vero tiranno comincia sempre

dal regnare sull'opinione, che previene il coraggio, il quale solo può risplendere o nella

chiara luce della verità, o nel fuoco delle passioni, o nell'ignoranza del pericolo.

Ma quali saranno le pene convenienti a questi delitti? La morte è ella una pena

veramente utile e necessaria per la sicurezza e pel buon ordine della società? La tortura

e i tormenti sono eglino giusti, e ottengon eglino il fine che si propongono le leggi?

Qual è la miglior maniera di prevenire i delitti? Le medesime pene sono elleno

egualmente utili in tutt'i tempi? Qual influenza hanno esse su i costumi? Questi

problemi meritano di essere sciolti con quella precisione geometrica a cui la nebbia dei

sofismi, la seduttrice eloquenza ed il timido dubbio non posson resistere. Se io non

avessi altro merito che quello di aver presentato il primo all'Italia con qualche maggior

evidenza ciò che altre nazioni hanno osato scrivere e cominciano a praticare, io mi

stimerei fortunato; ma se sostenendo i diritti degli uomini e dell'invincibile verità

contribuissi a strappare dagli spasimi e dalle angosce della morte qualche vittima

sfortunata della tirannia o dell'ignoranza, ugualmente fatale, le benedizioni e le lagrime

anche d'un solo innocente nei trasporti della gioia mi consolerebbero dal disprezzo

degli uomini.

§ XII

FINE DELLE PENE

Dalla semplice considerazione delle verità fin qui esposte egli è evidente che il

fine delle pene non è di tormentare ed affliggere un essere sensibile, né di disfare un

delitto già commesso. Può egli in un corpo politico, che, ben lungi di agire per

passione, è il tranquillo moderatore delle passioni particolari, può egli albergare questa

inutile crudeltà stromento del furore e del fanatismo o dei deboli tiranni? Le strida di un

infelice richiamano forse dal tempo che non ritorna le azioni già consumate? Il fine

dunque non è altro che d'impedire il reo dal far nuovi danni ai suoi cittadini e di

rimuovere gli altri dal farne uguali. Quelle pene dunque e quel metodo d'infliggerle deve

esser prescelto che, serbata la proporzione, farà una impressione piú efficace e piú

durevole sugli animi degli uomini, e la meno tormentosa sul corpo del reo.

§ XIII

DEI TESTIMONI

Egli è un punto considerabile in ogni buona legislazione il determinare

esattamente la credibilità dei testimoni e le prove del reato. Ogni uomo ragionevole,

cioè che abbia una certa connessione nelle proprie idee e le di cui sensazioni sieno

conformi a quelle degli altri uomini, può essere testimonio. La vera misura della di lui

credibilità non è che l'interesse ch'egli ha di dire o non dire il vero, onde appare frivolo

il motivo della debolezza nelle donne, puerile l'applicazione degli effetti della morte

reale alla civile nei condannati, ed incoerente la nota d'infamia negl'infami quando non

abbiano alcun interesse di mentire. La credibilità dunque deve sminuirsi a proporzione

dell'odio, o dell'amicizia, o delle strette relazioni che passano tra lui e il reo. Piú d'un

testimonio è necessario, perché fintanto che uno asserisce e l'altro nega niente v'è di

certo e prevale il diritto che ciascuno ha d'essere creduto innocente. La credibilità di un

testimonio diviene tanto sensibilmente minore quanto piú cresce l'atrocità di un delitto

o l'inverisimiglianza delle circostanze; tali sono per esempio la magia e le azioni

gratuitamente crudeli. Egli è piú probabile che piú uomini mentiscano nella prima

accusa, perché è piú facile che si combini in piú uomini o l'illusione dell'ignoranza o

l'odio persecutore di quello che un uomo eserciti una potestà che Dio o non ha dato, o

ha tolto ad ogni essere creato. Parimente nella seconda, perché l'uomo non è crudele

che a proporzione del proprio interesse, dell'odio o del timore concepito. Non v'è

propriamente alcun sentimento superfluo nell'uomo; egli è sempre proporzionale al

risultato delle impressioni fatte su i sensi. Parimente la credibilità di un testimonio può

essere alcuna volta sminuita, quand'egli sia membro d'alcuna società privata di cui gli

usi e le massime siano o non ben conosciute o diverse dalle pubbliche. Un tal uomo ha

non solo le proprie, ma le altrui passioni.

Finalmente è quasi nulla la credibilità del testimonio quando si faccia delle parole

un delitto, poiché il tuono, il gesto, tutto ciò che precede e ciò che siegue le differenti

idee che gli uomini attaccano alle stesse parole, alterano e modificano in maniera i detti

di un uomo che è quasi impossibile il ripeterle quali precisamente furon dette. Di piú, le

azioni violenti e fuori dell'uso ordinario, quali sono i veri delitti, lascian traccia di sé

nella moltitudine delle circostanze e negli effetti che ne derivano, ma le parole non

rimangono che nella memoria per lo piú infedele e spesso sedotta degli ascoltanti. Egli

è adunque di gran lunga piú facile una calunnia sulle parole che sulle azioni di un

uomo, poiché di queste, quanto maggior numero di circostanze si adducono in prova,

tanto maggiori mezzi si somministrano al reo per giustificarsi.

§ XIV

INDIZI, E FORME DI GIUDIZI

Vi è un teorema generale molto utile a calcolare la certezza di un fatto, per

esempio la forza degl'indizi di un reato. Quando le prove di un fatto sono dipendenti

l'una dall'altra, cioè quando gl'indizi non si provano che tra di loro, quanto maggiori

prove si adducono tanto è minore la probabilità del fatto, perché i casi che farebbero

mancare le prove antecedenti fanno mancare le susseguenti. Quando le prove di un

fatto tutte dipendono egualmente da una sola, il numero delle prove non aumenta né

sminuisce la probabilità del fatto, perché tutto il loro valore si risolve nel valore di

quella sola da cui dipendono. Quando le prove sono indipendenti l'una dall'altra, cioè

quando gli indizi si provano d'altronde che da se stessi, quanto maggiori prove si

adducono, tanto piú cresce la probabilità del fatto, perché la fallacia di una prova non

influisce sull'altra. Io parlo di probabilità in materia di delitti, che per meritar pena

debbono esser certi. Ma svanirà il paradosso per chi considera che rigorosamente la

certezza morale non è che una probabilità, ma probabilità tale che è chiamata certezza,

perché ogni uomo di buon senso vi acconsente necessariamente per una consuetudine

nata dalla necessità di agire, ed anteriore ad ogni speculazione; la certezza che si

richiede per accertare un uomo reo è dunque quella che determina ogni uomo nelle

operazioni piú importanti della vita. Possono distinguersi le prove di un reato in perfette

ed in imperfette. Chiamo perfette quelle che escludono la possibilità che un tale non sia

reo, chiamo imperfette quelle che non la escludono. Delle prime anche una sola è

sufficiente per la condanna, delle seconde tante son necessarie quante bastino a

formarne una perfetta, vale a dire che se per ciascuna di queste in particolare è

possibile che uno non sia reo, per l'unione loro nel medesimo soggetto è impossibile

che non lo sia. Notisi che le prove imperfette delle quali può il reo giustificarsi e non lo

faccia a dovere divengono perfette. Ma questa morale certezza di prove è piú facile il

sentirla che l'esattamente definirla. Perciò io credo ottima legge quella che stabilisce

assessori al giudice principale presi dalla sorte, e non dalla scelta, perché in questo

caso è piú sicura l'ignoranza che giudica per sentimento che la scienza che giudica per

opinione. Dove le leggi siano chiare e precise l'officio di un giudice non consiste in altro

che di accertare un fatto. Se nel cercare le prove di un delitto richiedesi abilità e

destrezza, se nel presentarne il risultato è necessario chiarezza e precisione, per

giudicarne dal risultato medesimo non vi si richiede che un semplice ed ordinario buon

senso, meno fallace che il sapere di un giudice assuefatto a voler trovar rei e che tutto

riduce ad un sistema fattizio imprestato da' suoi studi. Felice quella nazione dove le

leggi non fossero una scienza! Ella è utilissima legge quella che ogni uomo sia

giudicato dai suoi pari, perché, dove si tratta della libertà e della fortuna di un cittadino,

debbono tacere quei sentimenti che inspira la disuguaglianza; e quella superiorità con

cui l'uomo fortunato guarda l'infelice, e quello sdegno con cui l'inferiore guarda il

superiore, non possono agire in questo giudizio. Ma quando il delitto sia un'offesa di un

terzo, allora i giudici dovrebbono essere metà pari del reo, metà pari dell'offeso; cosí,

essendo bilanciato ogni interesse privato che modifica anche involontariamente le

apparenze degli oggetti, non parlano che le leggi e la verità. Egli è ancora conforme alla

giustizia che il reo escluder possa fino ad un certo segno coloro che gli sono sospetti; e

ciò concessoli senza contrasto per alcun tempo, sembrerà quasi che il reo si condanni

da se stesso. Pubblici siano i giudizi, e pubbliche le prove del reato, perché l'opinione,

che è forse il solo cemento delle società, imponga un freno alla forza ed alle passioni,

perché il popolo dica noi non siamo schiavi e siamo difesi, sentimento che inspira

coraggio e che equivale ad un tributo per un sovrano che intende i suoi veri interessi. Io

non accennerò altri dettagli e cautele che richiedono simili instituzioni. Niente avrei

detto, se fosse necessario dir tutto.

§ XV

ACCUSE SEGRETE

Evidenti, ma consagrati disordini, e in molte nazioni resi necessari per la

debolezza della constituzione, sono le accuse segrete. Un tal costume rende gli uomini

falsi e coperti. Chiunque può sospettare di vedere in altrui un delatore, vi vede un

inimico. Gli uomini allora si avvezzano a mascherare i propri sentimenti, e, coll'uso di

nascondergli altrui, arrivano finalmente a nascondergli a loro medesimi. Infelici gli

uomini quando son giunti a questo segno: senza principii chiari ed immobili che gli

guidino, errano smarriti e fluttuanti nel vasto mare delle opinioni, sempre occupati a

salvarsi dai mostri che gli minacciano; passano il momento presente sempre

amareggiato dalla incertezza del futuro; privi dei durevoli piaceri della tranquillità e

sicurezza, appena alcuni pochi di essi sparsi qua e là nella trista loro vita, con fretta e

con disordine divorati, gli consolano d'esser vissuti. E di questi uomini faremo noi

gl'intrepidi soldati difensori della patria o del trono? E tra questi troveremo gl'incorrotti

magistrati che con libera e patriottica eloquenza sostengano e sviluppino i veri interessi

del sovrano, che portino al trono coi tributi l'amore e le benedizioni di tutti i ceti

d'uomini, e da questo rendano ai palagi ed alle capanne la pace, la sicurezza e

l'industriosa speranza di migliorare la sorte, utile fermento e vita degli stati?

Chi può difendersi dalla calunnia quand'ella è armata dal piú forte scudo della

tirannia, il segreto? Qual sorta di governo è mai quella ove chi regge sospetta in ogni

suo suddito un nemico ed è costretto per il pubblico riposo di toglierlo a ciascuno?

Quali sono i motivi con cui si giustificano le accuse e le pene segrete? La salute

pubblica, la sicurezza e il mantenimento della forma di governo? Ma quale strana

costituzione, dove chi ha per sé la forza, e l'opinione piú efficace di essa, teme d'ogni

cittadino? L'indennità dell'accusatore? Le leggi dunque non lo difendono abbastanza. E

vi saranno dei sudditi piú forti del sovrano! L'infamia del delatore? Dunque si autorizza

la calunnia segreta e si punisce la pubblica! La natura del delitto? Se le azioni

indifferenti, se anche le utili al pubblico si chiamano delitti, le accuse e i giudizi non

sono mai abbastanza segreti. Vi possono essere delitti, cioè pubbliche offese, e che nel

medesimo tempo non sia interesse di tutti la pubblicità dell'esempio, cioè quella del

giudizio? Io rispetto ogni governo, e non parlo di alcuno in particolare; tale è qualche

volta la natura delle circostanze che può credersi l'estrema rovina il togliere un male

allora quando ei sia inerente al sistema di una nazione; ma se avessi a dettar nuove

leggi, in qualche angolo abbandonato dell'universo, prima di autorizzare un tale

costume, la mano mi tremerebbe, e avrei tutta la posterità dinanzi agli occhi.

È già stato detto dal Signor di Montesquieu che le pubbliche accuse sono piú

conformi alla repubblica, dove il pubblico bene formar dovrebbe la prima passione de'

cittadini, che nella monarchia, dove questo sentimento è debolissimo per la natura

medesima del governo, dove è ottimo stabilimento il destinare de' commissari, che in

nome pubblico accusino gl'infrattori delle leggi. Ma ogni governo, e repubblicano e

monarchico, deve al calunniatore dare la pena che toccherebbe all'accusato.

§ XVI

DELLA TORTURA

Una crudeltà consacrata dall'uso nella maggior parte delle nazioni è la tortura del

reo mentre si forma il processo, o per constringerlo a confessare un delitto, o per le

contradizioni nelle quali incorre, o per la scoperta dei complici, o per non so quale

metafisica ed incomprensibile purgazione d'infamia, o finalmente per altri delitti di cui

potrebbe esser reo, ma dei quali non è accusato.

Un uomo non può chiamarsi reo prima della sentenza del giudice, né la società

può toglierli la pubblica protezione, se non quando sia deciso ch'egli abbia violati i patti

coi quali le fu accordata. Quale è dunque quel diritto, se non quello della forza, che dia

la podestà ad un giudice di dare una pena ad un cittadino, mentre si dubita se sia reo o

innocente? Non è nuovo questo dilemma: o il delitto è certo o incerto; se certo, non gli

conviene altra pena che la stabilita dalle leggi, ed inutili sono i tormenti, perché inutile è

la confessione del reo; se è incerto, e' non devesi tormentare un innocente, perché tale

è secondo le leggi un uomo i di cui delitti non sono provati. Ma io aggiungo di piú,

ch'egli è un voler confondere tutt'i rapporti l'esigere che un uomo sia nello stesso

tempo accusatore ed accusato, che il dolore divenga il crociuolo della verità, quasi che

il criterio di essa risieda nei muscoli e nelle fibre di un miserabile. Questo è il mezzo

sicuro di assolvere i robusti scellerati e di condannare i deboli innocenti. Ecco i fatali

inconvenienti di questo preteso criterio di verità, ma criterio degno di un cannibale, che

i Romani, barbari anch'essi per piú d'un titolo, riserbavano ai soli schiavi, vittime di una

feroce e troppo lodata virtú.

Qual è il fine politico delle pene? Il terrore degli altri uomini. Ma qual giudizio

dovremo noi dare delle segrete e private carnificine, che la tirannia dell'uso esercita su i

rei e sugl'innocenti? Egli è importante che ogni delitto palese non sia impunito, ma è

inutile che si accerti chi abbia commesso un delitto, che sta sepolto nelle tenebre. Un

male già fatto, ed a cui non v'è rimedio, non può esser punito dalla società politica che

quando influisce sugli altri colla lusinga dell'impunità. S'egli è vero che sia maggiore il

numero degli uomini che o per timore, o per virtú, rispettano le leggi che di quelli che le

infrangono, il rischio di tormentare un innocente deve valutarsi tanto di piú, quanto è

maggiore la probabilità che un uomo a dati uguali le abbia piuttosto rispettate che

disprezzate.

Un altro ridicolo motivo della tortura è la purgazione dell'infamia, cioè un uomo

giudicato infame dalle leggi deve confermare la sua deposizione collo slogamento delle

sue ossa. Quest'abuso non dovrebbe esser tollerato nel decimottavo secolo. Si crede

che il dolore, che è una sensazione, purghi l'infamia, che è un mero rapporto morale. È

egli forse un crociuolo? E l'infamia è forse un corpo misto impuro? Non è difficile il

rimontare all'origine di questa ridicola legge, perché gli assurdi stessi che sono da una

nazione intera adottati hanno sempre qualche relazione ad altre idee comuni e rispettate

dalla nazione medesima. Sembra quest'uso preso dalle idee religiose e spirituali, che

hanno tanta influenza su i pensieri degli uomini, su le nazioni e su i secoli. Un dogma

infallibile ci assicura che le macchie contratte dall'umana debolezza e che non hanno

meritata l'ira eterna del grand'Essere, debbono da un fuoco incomprensibile esser

purgate; ora l'infamia è una macchia civile, e come il dolore ed il fuoco tolgono le

macchie spirituali ed incorporee, perché gli spasimi della tortura non toglieranno la

macchia civile che è l'infamia? Io credo che la confessione del reo, che in alcuni

tribunali si esige come essenziale alla condanna, abbia una origine non dissimile,

perché nel misterioso tribunale di penitenza la confessione dei peccati è parte

essenziale del sagramento. Ecco come gli uomini abusano dei lumi piú sicuri della

rivelazione; e siccome questi sono i soli che sussistono nei tempi d'ignoranza, cosí ad

essi ricorre la docile umanità in tutte le occasioni e ne fa le piú assurde e lontane

applicazioni. Ma l'infamia è un sentimento non soggetto né alle leggi né alla ragione, ma

alla opinione comune. La tortura medesima cagiona una reale infamia a chi ne è la

vittima. Dunque con questo metodo si toglierà l'infamia dando l'infamia.

Il terzo motivo è la tortura che si dà ai supposti rei quando nel loro esame cadono

in contradizione, quasi che il timore della pena, l'incertezza del giudizio, l'apparato e la

maestà del giudice, l'ignoranza, comune a quasi tutti gli scellerati e agl'innocenti, non

debbano probabilmente far cadere in contradizione e l'innocente che teme e il reo che

cerca di coprirsi; quasi che le contradizioni, comuni agli uomini quando sono tranquilli,

non debbano moltiplicarsi nella turbazione dell'animo tutto assorbito nel pensiero di

salvarsi dall'imminente pericolo.

Questo infame crociuolo della verità è un monumento ancora esistente dell'antica

e selvaggia legislazione, quando erano chiamati giudizi di Dio le prove del fuoco e

dell'acqua bollente e l'incerta sorte dell'armi, quasi che gli anelli dell'eterna catena, che

è nel seno della prima cagione, dovessero ad ogni momento essere disordinati e

sconnessi per li frivoli stabilimenti umani. La sola differenza che passa fralla tortura e le

prove del fuoco e dell'acqua bollente, è che l'esito della prima sembra dipendere dalla

volontà del reo, e delle seconde da un fatto puramente fisico ed estrinseco: ma questa

differenza è solo apparente e non reale. È cosí poco libero il dire la verità fra gli spasimi

e gli strazi, quanto lo era allora l'impedire senza frode gli effetti del fuoco e dell'acqua

bollente. Ogni atto della nostra volontà è sempre proporzionato alla forza della

impressione sensibile, che ne è la sorgente; e la sensibilità di ogni uomo è limitata.

Dunque l'impressione del dolore può crescere a segno che, occupandola tutta, non

lasci alcuna libertà al torturato che di scegliere la strada piú corta per il momento

presente, onde sottrarsi di pena. Allora la risposta del reo è cosí necessaria come le

impressioni del fuoco o dell'acqua. Allora l'innocente sensibile si chiamerà reo, quando

egli creda con ciò di far cessare il tormento. Ogni differenza tra essi sparisce per quel

mezzo medesimo, che si pretende impiegato per ritrovarla. È superfluo di raddoppiare il

lume citando gl'innumerabili esempi d'innocenti che rei si confessarono per gli spasimi

della tortura: non vi è nazione, non vi è età che non citi i suoi, ma né gli uomini si

cangiano, né cavano conseguenze. Non vi è uomo che abbia spinto le sue idee di là dei

bisogni della vita, che qualche volta non corra verso natura, che con segrete e confuse

voci a sé lo chiama; l'uso, il tiranno delle menti, lo rispinge e lo spaventa. L'esito

dunque della tortura è un affare di temperamento e di calcolo, che varia in ciascun

uomo in proporzione della sua robustezza e della sua sensibilità; tanto che con questo

metodo un matematico scioglierebbe meglio che un giudice questo problema: data la

forza dei muscoli e la sensibilità delle fibre d'un innocente, trovare il grado di dolore

che lo farà confessar reo di un dato delitto.

L'esame di un reo è fatto per conoscere la verità, ma se questa verità difficilmente

scuopresi all'aria, al gesto, alla fisonomia d'un uomo tranquillo, molto meno

scuoprirassi in un uomo in cui le convulsioni del dolore alterano tutti i segni, per i quali

dal volto della maggior parte degli uomini traspira qualche volta, loro malgrado, la

verità. Ogni azione violenta confonde e fa sparire le minime differenze degli oggetti per

cui si distingue talora il vero dal falso.

Queste verità sono state conosciute dai romani legislatori, presso i quali non

trovasi usata alcuna tortura che su i soli schiavi, ai quali era tolta ogni personalità;

queste dall'Inghilterra, nazione in cui la gloria delle lettere, la superiorità del commercio

e delle ricchezze, e perciò della potenza, e gli esempi di virtú e di coraggio non ci

lasciano dubitare della bontà delle leggi. La tortura è stata abolita nella Svezia, abolita

da uno de' piú saggi monarchi dell'Europa, che avendo portata la filosofia sul trono,

legislatore amico de' suoi sudditi, gli ha resi uguali e liberi nella dipendenza delle leggi,

che è la sola uguaglianza e libertà che possono gli uomini ragionevoli esigere nelle

presenti combinazioni di cose. La tortura non è creduta necessaria dalle leggi degli

eserciti composti per la maggior parte della feccia delle nazioni, che sembrerebbono

perciò doversene piú d'ogni altro ceto servire. Strana cosa, per chi non considera

quanto sia grande la tirannia dell'uso, che le pacifiche leggi debbano apprendere dagli

animi induriti alle stragi ed al sangue il piú umano metodo di giudicare.

Questa verità è finalmente sentita, benché confusamente, da quei medesimi che

se ne allontanano. Non vale la confessione fatta durante la tortura se non è confermata

con giuramento dopo cessata quella, ma se il reo non conferma il delitto è di nuovo

torturato. Alcuni dottori ed alcune nazioni non permettono questa infame petizione di

principio che per tre volte; altre nazioni ed altri dottori la lasciano ad arbitrio del

giudice: talché di due uomini ugualmente innocenti o ugualmente rei, il robusto ed il

coraggioso sarà assoluto, il fiacco ed il timido condannato in vigore di questo esatto

raziocinio: Io giudice dovea trovarvi rei di un tal delitto; tu vigoroso hai saputo resistere

al dolore, e però ti assolvo; tu debole vi hai ceduto, e però ti condanno. Sento che la

confessione strappatavi fra i tormenti non avrebbe alcuna forza, ma io vi tormenterò di

nuovo se non confermerete ciò che avete confessato.

Una strana conseguenza che necessariamente deriva dall'uso della tortura è che

l'innocente è posto in peggiore condizione che il reo; perché, se ambidue sieno

applicati al tormento, il primo ha tutte le combinazioni contrarie, perché o confessa il

delitto, ed è condannato, o è dichiarato innocente, ed ha sofferto una pena indebita; ma

il reo ha un caso favorevole per sé, cioè quando, resistendo alla tortura con fermezza,

deve essere assoluto come innocente; ha cambiato una pena maggiore in una minore.

Dunque l'innocente non può che perdere e il colpevole può guadagnare.

La legge che comanda la tortura è una legge che dice: Uomini, resistete al dolore,

e se la natura ha creato in voi uno inestinguibile amor proprio, se vi ha dato un

inalienabile diritto alla vostra difesa, io creo in voi un affetto tutto contrario, cioè un

eroico odio di voi stessi, e vi comando di accusare voi medesimi, dicendo la verità

anche fra gli strappamenti dei muscoli e gli slogamenti delle ossa.

Dassi la tortura per discuoprire se il reo lo è di altri delitti fuori di quelli di cui è

accusato, il che equivale a questo raziocinio: Tu sei reo di un delitto, dunque è possibile

che lo sii di cent'altri delitti; questo dubbio mi pesa, voglio accertarmene col mio

criterio di verità; le leggi ti tormentano, perché sei reo, perché puoi esser reo, perché

voglio che tu sii reo.

Finalmente la tortura è data ad un accusato per discuoprire i complici del suo

delitto; ma se è dimostrato che ella non è un mezzo opportuno per iscuoprire la verità,

come potrà ella servire a svelare i complici, che è una delle verità da scuoprirsi? Quasi

che l'uomo che accusa se stesso non accusi piú facilmente gli altri. È egli giusto

tormentar gli uomini per l'altrui delitto? Non si scuopriranno i complici dall'esame dei

testimoni, dall'esame del reo, dalle prove e dal corpo del delitto, in somma da tutti quei

mezzi medesimi che debbono servire per accertare il delitto nell'accusato? I complici

per lo piú fuggono immediatamente dopo la prigionia del compagno, l'incertezza della

loro sorte gli condanna da sé sola all'esilio e libera la nazione dal pericolo di nuove

offese, mentre la pena del reo che è nelle forze ottiene l'unico suo fine, cioè di rimuover

col terrore gli altri uomini da un simil delitto.

§ XVII

DEL FISCO

Fu già un tempo nel quale quasi tutte le pene erano pecuniarie. I delitti degli

uomini erano il patrimonio del principe. Gli attentati contro la pubblica sicurezza erano

un oggetto di lusso. Chi era destinato a difenderla aveva interesse di vederla offesa.

L'oggetto delle pene era dunque una lite tra il fisco (l'esattore di queste pene) ed il reo;

un affare civile, contenzioso, privato piuttosto che pubblico, che dava al fisco altri diritti

che quelli somministrati dalla pubblica difesa ed al reo altri torti che quelli in cui era

caduto, per la necessità dell'esempio. Il giudice era dunque un avvocato del fisco

piuttosto che un indifferente ricercatore del vero, un agente dell'erario fiscale anzi che il

protettore ed il ministro delle leggi. Ma siccome in questo sistema il confessarsi

delinquente era un confessarsi debitore verso il fisco, il che era lo scopo delle

procedure criminali d'allora, cosí la confessione del delitto, e confessione combinata in

maniera che favorisse e non facesse torto alle ragioni fiscali, divenne ed è tuttora (gli

effetti continuando sempre moltissimo dopo le cagioni) il centro intorno a cui si

aggirano tutti gli ordigni criminali. Senz'essa un reo convinto da prove indubitate avrà

una pena minore della stabilita, senz'essa non soffrirà la tortura sopra altri delitti della

medesima specie che possa aver commessi. Con questa il giudice s'impadronisce del

corpo di un reo e lo strazia con metodiche formalità, per cavarne come da un fondo

acquistato tutto il profitto che può. Provata l'esistenza del delitto, la confessione fa una

prova convincente, e per rendere questa prova meno sospetta cogli spasimi e colla

disperazione del dolore a forza si esige nel medesimo tempo che una confessione

stragiudiziale tranquilla, indifferente, senza i prepotenti timori di un tormentoso

giudizio, non basta alla condanna. Si escludono le ricerche e le prove che rischiarano il

fatto, ma che indeboliscono le ragioni del fisco; non è in favore della miseria e della

debolezza che si risparmiano qualche volta i tormenti ai rei, ma in favore delle ragioni

che potrebbe perdere quest'ente ora immaginario ed inconcepibile. Il giudice diviene

nemico del reo, di un uomo incatenato, dato in preda allo squallore, ai tormenti,

all'avvenire il piú terribile; non cerca la verità del fatto, ma cerca nel prigioniero il

delitto, e lo insidia, e crede di perdere se non vi riesce, e di far torto a quella infallibilità

che l'uomo s'arroga in tutte le cose. Gl'indizi alla cattura sono in potere del giudice;

perché uno si provi innocente deve esser prima dichiarato reo: ciò chiamasi fare un

processo offensivo, e tali sono quasi in ogni luogo della illuminata Europa nel decimo

ottavo secolo le procedure criminali. Il vero processo, l'informativo, cioè la ricerca

indifferente del fatto, quello che la ragione comanda, che le leggi militari adoperano,

usato dallo stesso asiatico dispotismo nei casi tranquilli ed indifferenti, è pochissimo in

uso nei tribunali europei. Qual complicato laberinto di strani assurdi, incredibili senza

dubbio alla piú felice posterità! I soli filosofi di quel tempo leggeranno nella natura

dell'uomo la possibile verificazione di un tale sistema.

§ XVIII

DEI GIURAMENTI

Una contradizione fralle leggi e i sentimenti naturali all'uomo nasce dai giuramenti

che si esigono dal reo, acciocché sia un uomo veridico, quando ha il massimo interesse

di esser falso; quasi che l'uomo potesse giurar da dovero di contribuire alla propria

distruzione, quasi che la religione non tacesse nella maggior parte degli uomini quando

parla l'interesse. L'esperienza di tutt'i secoli ha fatto vedere che essi hanno piú d'ogni

altra cosa abusato di questo prezioso dono del cielo. E per qual motivo gli scellerati la

rispetteranno, se gli uomini stimati piú saggi l'hanno sovente violata? Troppo deboli,

perché troppo remoti dai sensi, sono per il maggior numero i motivi che la religione

contrappone al tumulto del timore ed all'amor della vita. Gli affari del cielo si reggono

con leggi affatto dissimili da quelle che reggono gli affari umani. E perché

comprometter gli uni cogli altri? E perché metter l'uomo nella terribile contradizione, o

di mancare a Dio, o di concorrere alla propria rovina? talché la legge, che obbliga ad un

tal giuramento, comanda o di esser cattivo cristiano o martire. Il giuramento diviene a

poco a poco una semplice formalità, distruggendosi in questa maniera la forza dei

sentimenti di religione, unico pegno dell'onestà della maggior parte degli uomini.

Quanto sieno inutili i giuramenti lo ha fatto vedere l'esperienza, perché ciascun giudice

mi può esser testimonio che nessun giuramento ha mai fatto dire la verità ad alcun reo;

lo fa vedere la ragione, che dichiara inutili e per conseguenza dannose tutte le leggi che

si oppongono ai naturali sentimenti dell'uomo. Accade ad esse ciò che agli argini

opposti direttamente al corso di un fiume: o sono immediatamente abbattuti e

soverchiati, o un vortice formato da loro stessi gli corrode e gli mina insensibilmente.

§ XIX

PRONTEZZA DELLA PENA

Quanto la pena sarà piú pronta e piú vicina al delitto commesso, ella sarà tanto piú

giusta e tanto piú utile. Dico piú giusta, perché risparmia al reo gli inutili e fieri tormenti

dell'incertezza, che crescono col vigore dell'immaginazione e col sentimento della

propria debolezza; piú giusta, perché la privazione della libertà essendo una pena, essa

non può precedere la sentenza se non quando la necessità lo chiede. La carcere è

dunque la semplice custodia d'un cittadino finché sia giudicato reo, e questa custodia

essendo essenzialmente penosa, deve durare il minor tempo possibile e dev'essere

meno dura che si possa. Il minor tempo dev'esser misurato e dalla necessaria

durazione del processo e dall'anzianità di chi prima ha un diritto di esser giudicato. La

strettezza della carcere non può essere che la necessaria, o per impedire la fuga, o per

non occultare le prove dei delitti. Il processo medesimo dev'essere finito nel piú breve

tempo possibile. Qual piú crudele contrasto che l'indolenza di un giudice e le angosce

d'un reo? I comodi e i piaceri di un insensibile magistrato da una parte e dall'altra le

lagrime, lo squallore d'un prigioniero? In generale il peso della pena e la conseguenza

di un delitto dev'essere la piú efficace per gli altri e la meno dura che sia possibile per

chi la soffre, perché non si può chiamare legittima società quella dove non sia principio

infallibile che gli uomini si sian voluti assoggettare ai minori mali possibili.

Ho detto che la prontezza delle pene è piú utile, perché quanto è minore la

distanza del tempo che passa tra la pena ed il misfatto, tanto è piú forte e piú durevole

nell'animo umano l'associazione di queste due idee, delitto e pena, talché

insensibilmente si considerano uno come cagione e l'altra come effetto necessario

immancabile. Egli è dimostrato che l'unione delle idee è il cemento che forma tutta la

fabbrica dell'intelletto umano, senza di cui il piacere ed il dolore sarebbero sentimenti

isolati e di nessun effetto. Quanto piú gli uomini si allontanano dalle idee generali e dai

principii universali, cioè quanto piú sono volgari, tanto piú agiscono per le immediate e

piú vicine associazioni, trascurando le piú remote e complicate, che non servono che

agli uomini fortemente appassionati per l'oggetto a cui tendono, poiché la luce

dell'attenzione rischiara un solo oggetto, lasciando gli altri oscuri. Servono parimente

alle menti piú elevate, perché hanno acquistata l'abitudine di scorrere rapidamente su

molti oggetti in una volta, ed hanno la facilità di far contrastare molti sentimenti parziali

gli uni cogli altri, talché il risultato, che è l'azione, è meno pericoloso ed incerto.

Egli è dunque di somma importanza la vicinanza del delitto e della pena, se si

vuole che nelle rozze menti volgari, alla seducente pittura di un tal delitto vantaggioso,

immediatamente riscuotasi l'idea associata della pena. Il lungo ritardo non produce

altro effetto che di sempre piú disgiungere queste due idee, e quantunque faccia

impressione il castigo d'un delitto, la fa meno come castigo che come spettacolo, e non

la fa che dopo indebolito negli animi degli spettatori l'orrore di un tal delitto particolare,

che servirebbe a rinforzare il sentimento della pena.

Un altro principio serve mirabilmente a stringere sempre piú l'importante

connessione tra 'l misfatto e la pena, cioè che questa sia conforme quanto piú si possa

alla natura del delitto. Questa analogia facilita mirabilmente il contrasto che dev'essere

tra la spinta al delitto e la ripercussione della pena, cioè che questa allontani e conduca

l'animo ad un fine opposto di quello per dove cerca d'incamminarlo la seducente idea

dell'infrazione della legge.

§ XX

VIOLENZE

Altri delitti sono attentati contro la persona, altri contro le sostanze. I primi

debbono infallibilmente esser puniti con pene corporali: né il grande né il ricco

debbono poter mettere a prezzo gli attentati contro il debole ed il povero; altrimenti le

ricchezze, che sotto la tutela delle leggi sono il premio dell'industria, diventano

l'alimento della tirannia. Non vi è libertà ogni qual volta le leggi permettono che in

alcuni eventi l'uomo cessi di esser persona e diventi cosa: vedrete allora l'industria del

potente tutta rivolta a far sortire dalla folla delle combinazioni civili quelle che la legge

gli dà in suo favore. Questa scoperta è il magico segreto che cangia i cittadini in animali

di servigio, che in mano del forte è la catena con cui lega le azioni degl'incauti e dei

deboli. Questa è la ragione per cui in alcuni governi, che hanno tutta l'apparenza di

libertà, la tirannia sta nascosta o s'introduce non prevista in qualche angolo negletto

dal legislatore, in cui insensibilmente prende forza e s'ingrandisce. Gli uomini mettono

per lo piú gli argini piú sodi all'aperta tirannia, ma non veggono l'insetto impercettibile

che gli rode ed apre una tanto piú sicura quanto piú occulta strada al fiume inondatore.

§ XXI

PENE DEI NOBILI

Quali saranno dunque le pene dovute ai delitti dei nobili, i privilegi dei quali

formano gran parte delle leggi delle nazioni? Io qui non esaminerò se questa distinzione

ereditaria tra nobili e plebei sia utile in un governo o necessaria nella monarchia, se egli

è vero che formi un potere intermedio, che limiti gli eccessi dei due estremi, o non

piuttosto formi un ceto che, schiavo di se stesso e di altrui, racchiude ogni circolazione

di credito e di speranza in uno strettissimo cerchio, simile a quelle feconde ed amene

isolette che spiccano negli arenosi e vasti deserti d'Arabia, e che, quando sia vero che

la disuguaglianza sia inevitabile o utile nelle società, sia vero altresí che ella debba

consistere piuttosto nei ceti che negl'individui, fermarsi in una parte piuttosto che

circolare per tutto il corpo politico, perpetuarsi piuttosto che nascere e distruggersi

incessantemente. Io mi ristringerò alle sole pene dovute a questo rango, asserendo che

esser debbono le medesime pel primo e per l'ultimo cittadino. Ogni distinzione sia negli

onori sia nelle ricchezze perché sia legittima suppone un'anteriore uguaglianza fondata

sulle leggi, che considerano tutti i sudditi come egualmente dipendenti da esse. Si deve

supporre che gli uomini che hanno rinunziato al naturale loro dispotismo abbiano detto:

chi sarà piú industrioso abbia maggiori onori, e la fama di lui risplenda ne' suoi

successori; ma chi è piú felice o piú onorato speri di piú, ma non tema meno degli altri

di violare quei patti coi quali è sopra gli altri sollevato. Egli è vero che tali decreti non

emanarono in una dieta del genere umano, ma tali decreti esistono negl'immobili

rapporti delle cose, non distruggono quei vantaggi che si suppongono prodotti dalla

nobiltà e ne impediscono gl'inconvenienti; rendono formidabili le leggi chiudendo ogni

strada all'impunità. A chi dicesse che la medesima pena data al nobile ed al plebeo non

è realmente la stessa per la diversità dell'educazione, per l'infamia che spandesi su di

un'illustre famiglia, risponderei che la sensibilità del reo non è la misura delle pene, ma

il pubblico danno, tanto maggiore quanto è fatto da chi è piú favorito; e che

l'uguaglianza delle pene non può essere che estrinseca, essendo realmente diversa in

ciascun individuo; che l'infamia di una famiglia può esser tolta dal sovrano con

dimostrazioni pubbliche di benevolenza all'innocente famiglia del reo. E chi non sa che

le sensibili formalità tengon luogo di ragioni al credulo ed ammiratore popolo?

§ XXII

FURTI

I furti che non hanno unito violenza dovrebbero esser puniti con pena pecuniaria.

Chi cerca d'arricchirsi dell'altrui dovrebbe esser impoverito del proprio. Ma come

questo non è per l'ordinario che il delitto della miseria e della disperazione, il delitto di

quella infelice parte di uomini a cui il diritto di proprietà (terribile, e forse non

necessario diritto) non ha lasciato che una nuda esistenza, ma come le pene pecuniarie

accrescono il numero dei rei al di sopra di quello de' delitti e che tolgono il pane

agl'innocenti per toglierlo agli scellerati, la pena piú opportuna sarà quell'unica sorta di

schiavitù che si possa chiamar giusta, cioè la schiavitù per un tempo delle opere e della

persona alla comune società, per risarcirla colla propria e perfetta dipendenza

dell'ingiusto dispotismo usurpato sul patto sociale. Ma quando il furto sia misto di

violenza, la pena dev'essere parimente un misto di corporale e di servile. Altri scrittori

prima di me hanno dimostrato l'evidente disordine che nasce dal non distinguere le

pene dei furti violenti da quelle dei furti dolosi facendo l'assurda equazione di una

grossa somma di denaro colla vita di un uomo; ma non è mai superfluo il ripetere ciò

che non è quasi mai stato eseguito. Le macchine politiche conservano piú d'ogni altra il

moto concepito e sono le piú lente ad acquistarne un nuovo. Questi sono delitti di

differente natura, ed è certissimo anche in politica quell'assioma di matematica, che

tralle quantità eterogenee vi è l'infinito che le separa.

§ XXIII

INFAMIA

Le ingiurie personali e contrarie all'onore, cioè a quella giusta porzione di suffragi

che un cittadino ha dritto di esigere dagli altri, debbono essere punite coll'infamia.

Quest'infamia è un segno della pubblica disapprovazione che priva il reo de' pubblici

voti, della confidenza della patria e di quella quasi fraternità che la società inspira. Ella

non è in arbitrio della legge. Bisogna dunque che l'infamia della legge sia la stessa che

quella che nasce dai rapporti delle cose, la stessa che la morale universale, o la

particolare dipendente dai sistemi particolari, legislatori delle volgari opinioni e di

quella tal nazione che inspirano. Se l'una è differente dall'altra, o la legge perde la

pubblica venerazione, o l'idee della morale e della probità svaniscono, ad onta delle

declamazioni che mai non resistono agli esempi. Chi dichiara infami azioni per sé

indifferenti sminuisce l'infamia delle azioni che son veramente tali. Le pene d'infamia

non debbono essere né troppo frequenti né cadere sopra un gran numero di persone in

una volta: non il primo, perché gli effetti reali e troppo frequenti delle cose d'opinione

indeboliscono la forza della opinione medesima, non il secondo, perché l'infamia di

molti si risolve nella infamia di nessuno.

Le pene corporali e dolorose non devono darsi a quei delitti che, fondati

sull'orgoglio, traggono dal dolore istesso gloria ed alimento, ai quali convengono il

ridicolo e l'infamia, pene che frenano l'orgoglio dei fanatici coll'orgoglio degli spettatori

e dalla tenacità delle quali appena con lenti ed ostinati sforzi la verità stessa si libera.

Cosí forze opponendo a forze ed opinioni ad opinioni il saggio legislatore rompa

l'ammirazione e la sorpresa nel popolo cagionata da un falso principio, i ben dedotti

conseguenti del quale sogliono velarne al volgo l'originaria assurdità.

Ecco la maniera di non confondere i rapporti e la natura invariabile delle cose, che

non essendo limitata dal tempo ed operando incessantemente, confonde e svolge tutti i

limitati regolamenti che da lei si scostano. Non sono le sole arti di gusto e di piacere

che hanno per principio universale l'imitazione fedele della natura, ma la politica

istessa, almeno la vera e la durevole, è soggetta a questa massima generale, poiché ella

non è altro che l'arte di meglio dirigere e di rendere conspiranti i sentimenti immutabili

degli uomini.

§ XXIV

OZIOSI

Chi turba la tranquillità pubblica, chi non ubbidisce alle leggi, cioè alle condizioni

con cui gli uomini si soffrono scambievolmente e si difendono, quegli dev'esser

escluso dalla società, cioè dev'essere bandito. Questa è la ragione per cui i saggi

governi non soffrono, nel seno del travaglio e dell'industria, quel genere di ozio politico

confuso dagli austeri declamatori coll'ozio delle ricchezze accumulate dall'industria,

ozio necessario ed utile a misura che la società si dilata e l'amministrazione si ristringe.

Io chiamo ozio politico quello che non contribuisce alla società né col travaglio né colla

ricchezza, che acquista senza giammai perdere, che, venerato dal volgo con stupida

ammirazione, risguardato dal saggio con isdegnosa compassione per gli esseri che ne

sono la vittima, che, essendo privo di quello stimolo della vita attiva che è la necessità

di custodire o di aumentare i comodi della vita, lascia alle passioni di opinione, che non

sono le meno forti, tutta la loro energia. Non è ozioso politicamente chi gode dei frutti

dei vizi o delle virtú de' propri antenati, e vende per attuali piaceri il pane e l'esistenza

alla industriosa povertà, ch'esercita in pace la tacita guerra d'industria colla opulenza,

in vece della incerta e sanguinosa colla forza. E però non l'austera e limitata virtú di

alcuni censori, ma le leggi debbono definire qual sia l'ozio da punirsi.

Sembra che il bando dovrebbe esser dato a coloro i quali, accusati di un atroce

delitto, hanno una grande probabilità, ma non la certezza contro di loro, di esser rei; ma

per ciò fare è necessario uno statuto il meno arbitrario e il piú preciso che sia possibile,

il quale condanni al bando chi ha messo la nazione nella fatale alternativa o di temerlo o

di offenderlo, lasciandogli però il sacro diritto di provare l'innocenza sua. Maggiori

dovrebbon essere i motivi contro un nazionale che contro un forestiere, contro un

incolpato per la prima volta che contro chi lo fu piú volte.

§ XXV

BANDO E CONFISCHE

Ma chi è bandito ed escluso per sempre dalla società di cui era membro, dev'egli

esser privato dei suoi beni? Una tal questione è suscettibile di differenti aspetti. Il

perdere i beni è una pena maggiore di quella del bando; vi debbono dunque essere

alcuni casi in cui, proporzionatamente a' delitti, vi sia la perdita di tutto o di parte dei

beni, ed alcuni no. La perdita del tutto sarà quando il bando intimato dalla legge sia tale

che annienti tutt'i rapporti che sono tra la società e un cittadino delinquente; allora

muore il cittadino e resta l'uomo, e rispetto al corpo politico deve produrre lo stesso

effetto che la morte naturale. Parrebbe dunque che i beni tolti al reo dovessero toccare

ai legittimi successori piuttosto che al principe, poiché la morte ed un tal bando sono lo

stesso riguardo al corpo politico. Ma non è per questa sottigliezza che oso

disapprovare le confische dei beni. Se alcuni hanno sostenuto che le confische sieno

state un freno alle vendette ed alle prepotenze private, non riflettono che, quantunque le

pene producano un bene, non però sono sempre giuste, perché per esser tali debbono

esser necessarie, ed un'utile ingiustizia non può esser tollerata da quel legislatore che

vuol chiudere tutte le porte alla vigilante tirannia, che lusinga col bene momentaneo e

colla felicità di alcuni illustri, sprezzando l'esterminio futuro e le lacrime d'infiniti oscuri.

Le confische mettono un prezzo sulle teste dei deboli, fanno soffrire all'innocente la

pena del reo e pongono gl'innocenti medesimi nella disperata necessità di commettere i

delitti. Qual piú tristo spettacolo che una famiglia strascinata all'infamia ed alla miseria

dai delitti di un capo, alla quale la sommissione ordinata dalle leggi impedirebbe il

prevenirgli, quand'anche vi fossero i mezzi per farlo!

§ XXVI

DELLO SPIRITO DI FAMIGLIA

Queste funeste ed autorizzate ingiustizie furono approvate dagli uomini anche piú

illuminati, ed esercitate dalle repubbliche piú libere, per aver considerato piuttosto la

società come un'unione di famiglie che come un'unione di uomini. Vi siano cento mila

uomini, o sia ventimila famiglie, ciascuna delle quali è composta di cinque persone,

compresovi il capo che la rappresenta: se l'associazione è fatta per le famiglie, vi

saranno ventimila uomini e ottanta mila schiavi; se l'associazione è di uomini, vi

saranno cento mila cittadini e nessuno schiavo. Nel primo caso vi sarà una repubblica,

e ventimila piccole monarchie che la compongono; nel secondo lo spirito repubblicano

non solo spirerà nelle piazze e nelle adunanze della nazione, ma anche nelle

domestiche mura, dove sta gran parte della felicità o della miseria degli uomini. Nel

primo caso, come le leggi ed i costumi sono l'effetto dei sentimenti abituali dei membri

della repubblica, o sia dei capi della famiglia, lo spirito monarchico s'introdurrà a poco

a poco nella repubblica medesima; e i di lui effetti saranno frenati soltanto

dagl'interessi opposti di ciascuno, ma non già da un sentimento spirante libertà ed

uguaglianza. Lo spirito di famiglia è uno spirito di dettaglio e limitato a' piccoli fatti. Lo

spirito regolatore delle repubbliche, padrone dei principii generali, vede i fatti e gli

condensa nelle classi principali ed importanti al bene della maggior parte. Nella

repubblica di famiglie i figli rimangono nella potestà del capo, finché vive, e sono

costretti ad aspettare dalla di lui morte una esistenza dipendente dalle sole leggi. Avezzi

a piegare ed a temere nell'età piú verde e vigorosa, quando i sentimenti son meno

modificati da quel timore di esperienza che chiamasi moderazione, come resisteranno

essi agli ostacoli che il vizio sempre oppone alla virtú nella languida e cadente età, in

cui anche la disperazione di vederne i frutti si oppone ai vigorosi cambiamenti?

Quando la repubblica è di uomini, la famiglia non è una subordinazione di

comando, ma di contratto, e i figli, quando l'età gli trae dalla dipendenza di natura, che è

quella della debolezza e del bisogno di educazione e di difesa, diventano liberi membri

della città, e si assoggettano al capo di famiglia, per parteciparne i vantaggi, come gli

uomini liberi nella grande società. Nel primo caso i figli, cioè la piú gran parte e la piú

utile della nazione, sono alla discrezione dei padri, nel secondo non sussiste altro

legame comandato che quel sacro ed inviolabile di somministrarci reciprocamente i

necessari soccorsi, e quello della gratitudine per i benefici ricevuti, il quale non è tanto

distrutto dalla malizia del cuore umano, quanto da una mal intesa soggezione voluta

dalle leggi.

Tali contradizioni fralle leggi di famiglia e le fondamentali della repubblica sono

una feconda sorgente di altre contradizioni fralla morale domestica e la pubblica, e però

fanno nascere un perpetuo conflitto nell'animo di ciascun uomo. La prima inspira

soggezione e timore, la seconda coraggio e libertà; quella insegna a ristringere la

beneficenza ad un piccol numero di persone senza spontanea scelta, questa a stenderla

ad ogni classe di uomini; quella comanda un continuo sacrificio di se stesso a un idolo

vano, che si chiama bene di famiglia, che spesse volte non è il bene d'alcuno che la

compone; questa insegna di servire ai propri vantaggi senza offendere le leggi, o eccita

ad immolarsi alla patria col premio del fanatismo, che previene l'azione. Tali contrasti

fanno che gli uomini si sdegnino a seguire la virtú che trovano inviluppata e confusa, e

in quella lontananza che nasce dall'oscurità degli oggetti sí fisici che morali. Quante

volte un uomo, rivolgendosi alle sue azioni passate, resta attonito di trovarsi

malonesto! A misura che la società si moltiplica, ciascun membro diviene piú piccola

parte del tutto, e il sentimento repubblicano si sminuisce proporzionalmente, se cura

non è delle leggi di rinforzarlo. Le società hanno come i corpi umani i loro limiti

circonscritti, al di là de' quali crescendo, l'economia ne è necessariamente disturbata.

Sembra che la massa di uno stato debba essere in ragione inversa della sensibilità di

chi lo compone, altrimenti, crescendo l'una e l'altra, le buone leggi troverebbono nel

prevenire i delitti un ostacolo nel bene medesimo che hanno prodotto. Una repubblica

troppo vasta non si salva dal dispotismo che col sottodividersi e unirsi in tante

repubbliche federative. Ma come ottener questo? Da un dittatore dispotico che abbia il

coraggio di Silla, e tanto genio d'edificare quant'egli n'ebbe per distruggere. Un tal

uomo, se sarà ambizioso, la gloria di tutt'i secoli lo aspetta, se sarà filosofo, le

benedizioni de' suoi cittadini lo consoleranno della perdita dell'autorità, quando pure

non divenisse indifferente alla loro ingratitudine. A misura che i sentimenti che ci

uniscono alla nazione s'indeboliscono, si rinforzano i sentimenti per gli oggetti che ci

circondano, e però sotto il dispotismo piú forte le amicizie sono piú durevoli, e le virtú

sempre mediocri di famiglia sono le piú comuni o piuttosto le sole. Da ciò può ciascuno

vedere quanto fossero limitate le viste della piú parte dei legislatori.

§ XXVII

DOLCEZZA DELLE PENE

Ma il corso delle mie idee mi ha trasportato fuori del mio soggetto, al

rischiaramento del quale debbo affrettarmi. Uno dei piú gran freni dei delitti non è la

crudeltà delle pene, ma l'infallibilità di esse, e per conseguenza la vigilanza dei

magistrati, e quella severità di un giudice inesorabile, che, per essere un'utile virtú,

dev'essere accompagnata da una dolce legislazione. La certezza di un castigo, benché

moderato, farà sempre una maggiore impressione che non il timore di un altro piú

terribile, unito colla speranza dell'impunità; perché i mali, anche minimi, quando son

certi, spaventano sempre gli animi umani, e la speranza, dono celeste, che sovente ci

tien luogo di tutto, ne allontana sempre l'idea dei maggiori, massimamente quando

l'impunità, che l'avarizia e la debolezza spesso accordano, ne aumenti la forza.

L'atrocità stessa della pena fa che si ardisca tanto di piú per ischivarla, quanto è grande

il male a cui si va incontro; fa che si commettano piú delitti, per fuggir la pena di un

solo. I paesi e i tempi dei piú atroci supplicii furon sempre quelli delle piú sanguinose

ed inumane azioni, poiché il medesimo spirito di ferocia che guidava la mano del

legislatore, reggeva quella del parricida e del sicario. Sul trono dettava leggi di ferro ad

anime atroci di schiavi, che ubbidivano. Nella privata oscurità stimolava ad immolare i

tiranni per crearne dei nuovi.

A misura che i supplicii diventano piú crudeli, gli animi umani, che come i fluidi si

mettono sempre a livello cogli oggetti che gli circondano, s'incalliscono, e la forza

sempre viva delle passioni fa che, dopo cent'anni di crudeli supplicii, la ruota spaventi

tanto quanto prima la prigionia. Perché una pena ottenga il suo effetto basta che il male

della pena ecceda il bene che nasce dal delitto, e in questo eccesso di male dev'essere

calcolata l'infallibilità della pena e la perdita del bene che il delitto produrrebbe. Tutto il

di piú è dunque superfluo e perciò tirannico. Gli uomini si regolano per la ripetuta

azione dei mali che conoscono, e non su quelli che ignorano. Si facciano due nazioni, in

una delle quali, nella scala delle pene proporzionata alla scala dei delitti, la pena

maggiore sia la schiavitù perpetua, e nell'altra la ruota. Io dico che la prima avrà tanto

timore della sua maggior pena quanto la seconda; e se vi è una ragione di trasportar

nella prima le pene maggiori della seconda, l'istessa ragione servirebbe per accrescere

le pene di quest'ultima, passando insensibilmente dalla ruota ai tormenti piú lenti e piú

studiati, e fino agli ultimi raffinamenti della scienza troppo conosciuta dai tiranni.

Due altre funeste conseguenze derivano dalla crudeltà delle pene, contrarie al fine

medesimo di prevenire i delitti. La prima è che non è sí facile il serbare la proporzione

essenziale tra il delitto e la pena, perché, quantunque un'industriosa crudeltà ne abbia

variate moltissimo le specie, pure non possono oltrepassare quell'ultima forza a cui è

limitata l'organizzazione e la sensibilità umana. Giunto che si sia a questo estremo, non

si troverebbe a' delitti piú dannosi e piú atroci pena maggiore corrispondente, come

sarebbe d'uopo per prevenirgli. L'altra conseguenza è che la impunità stessa nasce

dall'atrocità dei supplicii. Gli uomini sono racchiusi fra certi limiti, sí nel bene che nel

male, ed uno spettacolo troppo atroce per l'umanità non può essere che un passeggiero

furore, ma non mai un sistema costante quali debbono essere le leggi; che se

veramente son crudeli, o si cangiano, o l'impunità fatale nasce dalle leggi medesime.

Chi nel leggere le storie non si raccapriccia d'orrore pe' barbari ed inutili tormenti

che da uomini, che si chiamavano savi, furono con freddo animo inventati ed eseguiti?

Chi può non sentirsi fremere tutta la parte la piú sensibile nel vedere migliaia d'infelici

che la miseria, o voluta o tollerata dalle leggi, che hanno sempre favorito i pochi ed

oltraggiato i molti, trasse ad un disperato ritorno nel primo stato di natura, o accusati di

delitti impossibili e fabbricati dalla timida ignoranza, o rei non d'altro che di esser fedeli

ai propri principii, da uomini dotati dei medesimi sensi, e per conseguenza delle

medesime passioni, con meditate formalità e con lente torture lacerati, giocondo

spettacolo di una fanatica moltitudine?

§ XXVIII

DELLA PENA DI MORTE

Questa inutile prodigalità di supplicii, che non ha mai resi migliori gli uomini, mi ha

spinto ad esaminare se la morte sia veramente utile e giusta in un governo bene

organizzato. Qual può essere il diritto che si attribuiscono gli uomini di trucidare i loro

simili? Non certamente quello da cui risulta la sovranità e le leggi. Esse non sono che

una somma di minime porzioni della privata libertà di ciascuno; esse rappresentano la

volontà generale, che è l'aggregato delle particolari. Chi è mai colui che abbia voluto

lasciare ad altri uomini l'arbitrio di ucciderlo? Come mai nel minimo sacrificio della


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Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza (AVEZZANO, TERAMO)
SSD:
Università: Teramo - Unite
A.A.: 2006-2007

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Penale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Teramo - Unite o del prof Pisani Nicola.

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