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tenga a freno le proprie passioni ed i propri moti di distruzione dell’ordine sociale,poiché è

consapevole dei rischi che corre. delitti

Le azioni infime commesse dagli uomini,i possono essere inserite in una scala di

intensità,che mostra due estremi:da un lato,il delitto che distrugge subito la società;dall’altro lato,il

delitto commesso da un privato contro un altro privato. Nel mezzo tutta una serie di altri delitti,di

intensità variabile tra i due estremi,che degradano dal più grave al meno grave. Così come esiste

PENE,di

una scala graduata dei delitti,deve esistere anche una scala graduata delle modo che ad

ogni delitto commesso corrisponda una pena di intensità adeguata a punire la violazione commessa.

Ed anche questo è un segno importante di garanzia della certezza del diritto,espressione della

proporzione tra i delitti e le pene.

necessaria Se con la stessa pena,infatti,si punissero due delitti di

tipo e di gravità differenti,non vi sarebbe alcun motivo per il soggetto di rinunciare a commettere il

reato più grave,se dallo stesso potrebbe ricevere un maggior vantaggio ed una minor pena. E’ stata

proprio l’incertezza rispetto alla necessità di applicare ad un certo delitto una pena proporzionata a

produrre forme di legislazioni illegittime,dove la proporzione tra delitti e pene è cambiata come

cambiano le ideologie e gli animi umani.

Posto come corretto valutare la gravità dei delitti rispetto al danno che arrecano al bene

comune,sono state condotte anche altre teorie:

- la gravità del delitto si commisura all’intenzione,più o meno forte del reo di commetterlo;

ma non sono rari i casi in cui ad una volontà gravissima corrisponde un gran bene per la

società,e viceversa;

- la gravità del delitto si commisura alla dignità della persona offesa; ma ciò comporterebbe

che un’offesa a Dio sia punita più gravemente che al monarca (con commistione tra sacro e

profano);

- la gravità del delitto si connette al fatto che esso è anche peccato contro Dio. Tale tesi va

abbandonata in considerazione dei diversi tipi di rapporti che legano gli uomini agli

uomini,ovvero gli uomini a Dio. I primi sono improntati all’uguaglianza;i secondi alla

dipendenza da un Essere supremo,che assomma in sé i poteri del legislatore e del giudice,il

che comporta che nessun uomo possa intervenire ad applicare la legge di Dio: si finirebbe

per intendere a pieno la sua volontà,per punire colui che Questi perdona. In altri termini,un

uomo non può intervenire a difesa di un Essere Supremo,ma può ben farlo in difesa di altri

uomini.

I diversi delitti che si possono commettere devono essere distinti in 3 categorie:

1) lesa maestà;

i delitti che distruggono subito la società,e che vengono classificati come di essi

sono i più dannosi e devono perciò essere puniti con la massima pena;

2) i delitti che minano la sicurezza pubblica garantita a tutti i privati cittadini,offendendoli nella

vita,nei beni,nell’onore ;

3) i delitti che impediscono di fare o di non fare ciò che è indicato dalla legge.

Soprattutto rispetto ai delitti della seconda categoria non si può pensare di reprimere la singola

libertà dell’uomo di agire nel perseguimento dei propri interessi,a meno che questo agire non

costituisca esso stesso reato. Nessuno deve poter essere impedito nella realizzazione della condotta

che desidera e nell’esercitarla,on deve temere altra conseguenza che quella connessa con l’azione

stessa. Ogni attentato alla libertà dell’uomo ed alla sua sicurezza ad opera non solo dei privati,ma

anche dei pubblici cittadini deve essere avversato con forza.

E’ poi necessario distinguere il novero delle leggi civili,che si occupano della difesa dei beni

personali dell’uomo e del suo corpo,dalle leggi che disciplinano l’ambito della sfera morale

onore.

dell’uomo,che chiamasi Per giungere ad una spiegazione valida del processo di formazione

di questo criterio di morale,è necessario compiere un percorso storico ben preciso: in prima

battuta,gli uomini sono ricorsi alla statuizione di leggi sulla scorta del fatto che vigesse tra di essi un

certo dispotismo degli uni sugli altri (da combattere attraverso la previsione di leggi che stabilissero

il reale tenore dei rapporti tra gli uomini). Con il passare del tempo,però,i rapporti tra gli uomini

sono venuti cambiando,le loro esigenze si sono avvicinate molto,ed al dispotismo di poteri (il

dispotismo di

governo materiale ed effettivo di un uomo su di un altro uomo) si è sostituito il

opinioni,che rende assolutamente fondamentale la considerazione che un uomo abbia di un altro

uomo. I bisogni che ora l’uomo voleva fossero soddisfatti erano ad un livello superiore rispetto a

ciò che potesse essergli garantito dalle leggi civili; solo dalla considerazione che di sé avevano gli

altri,l’uomo poteva ricevere bene (essendo divenuto questo l’unico bene ad interessarlo) ed

allontanare il male,quel male che ora le leggi erano insufficienti ad avversare. La considerazione

stato di natura,dove

dell’ “onore” fa compiere così all’uomo un rapido ritorno al passato,verso lo

non si coglieva ancora la necessità per gli uomini di darsi una legge scritta,una legge che

inoltre,ora,non è in grado di difendere i mutati interessi degli uomini.

Proprio perché le leggi civili non sono in grado di difendere l’ “onore” degli uomini dagli attacchi

duello

altrui,si sono verificati con sempre maggiore frequenza i ricorsi al (ossia allo scontro verbale

e/o fisico) tra privati soggetti. Con la pratica del “duello” l’uomo ha voluto dimostrare come,più di

ogni altra cosa non tema la comminazione della pena (che conseguirebbe all’esercizio del

duello),bensì la perdita della considerazione benevola del prossimo; e proprio perché la legge non

sembra essere in grado di difendere tale ultima condizione,il privato cittadino è destinato a ricorrere

ad uno strumento proprio ed autonomo,il “duello”,appunto. La legge potrebbe intervenire solo

punendo l’aggressore,ossia colui che si è reso autore del suffragio negativo,lesivo

dell’onore,assolvendo colui che è stato costretto ad agire,per difendersi da una opinione contraria

alla sua persona.

Onde poi garantire la tranquillità del popolo ( poiché l’attentato alla sicurezza dell’uomo costituisce

gravissimo reato) vengono attuate notevoli misure di sicurezza (sorveglianza di polizia

notturna;difesa nei tribunali);solo così sarà possibile perseguire la certezza del diritto,e far in modo

che ogni cittadino sappia in conseguenza di quale sua azione sarà considerato innocente,ovvero

reo,perché più vittime della crudeltà pubblica ha potuto fare l’incertezza della conoscenza umana

riguardo al precetto penale. Dopo tutto ciò è necessario chiedersi quali siano le pene da applicare;

quali misure sanzionatorie siano più utili a prevenire e/o punire i delitti; se pene fisicamente più

gravose siano più idonee a combattere la commissione dei delitti.

fine

Dunque quale è il per soddisfare il quale si ricorre alla commissione della pena? Le pene non

sono inflitte per torturare il reo,ma per dare un valido monito agli altri soggetti. In realtà le pene

sono comminate per evitare che il reo si macchi di nuovi delitti (ed hanno dunque una funzione di

prevenzione speciale);e per convincere gli altri a non fare altrettanto (ed hanno perciò anche una

funzione di prevenzione generale). Quindi le pene devono essere tali per cui esse riescano ad

impressionare la collettività tutta,facendo in modo che essa si astenga dal reato; ma allo stesso

tempo,per raggiungere tale fine,non deve ricorrere alla tortura del corpo del reo.

E’ inoltre opportuno stabilire le condizioni di credibilità delle prove di un reato,specie se queste

testimone.

siano prodotte da una deposizione resa da un In linea generale,ogni uomo può assumere

il ruolo di testimone,a patto che dimostri di possedere lucidità mentale,ravvisabile in una certa

connessione di idee. La credibilità di un testimone può valutarsi sulla base di quanto questi abbia o

meno interesse a dire il vero,ed è dunque direttamente connessa alla vigenza di rapporti di odio

ovvero di amicizia tra il testimone ed il reo. Senza contare poi che la credibilità del testimone scema

grandemente quanto più si aggrava il reato commesso,ovvero quanto più i presupposti dello stesso

siano inverosimili; fino ad annullarsi del tutto quando oggetto della testimonianza siano le parole

pronunciate (eventualmente) dal reo. Infatti,mentre i fatti di reato,proprio perché si riversano nella

società fenomenica,sono più facilmente ricostruibili in una testimonianza; le parole sono affidate al

mero ricorso del testimone,ricordo il più delle volte inesatto.

veridicità delle prove

Si aggiunga,poi,come necessario valutare la addotte per accertare la

sussistenza o meno di un fatto. I casi che possono verificarsi sono tre:

1) l’una con l’altra,si

quando le prove addotte si giustificano verifica che ogni antecedente

può smentire il susseguente,ciò comporta la diminuzione della probabilità di verificazione

del fatto,poiché in questo modo si avrebbero solo più probabilità che una prova antecedente

smentisca una susseguente;

2) in una sola,si

quando le prove addotte si giustificano tutte verifica che l’addurre più prove

non modifica le probabilità di verificazione del fatto,in quanto tutte le prove dipendono

comunque da quella sola;

3) di per sé sole,si

quando le prove addotte si giustificano verifica che un maggior numero di

prove aumenta la probabilità di verificazione del fatto,posto che la veridicità o meno della

prova dipende solo da se stessa,e quindi più prove a carico si adducono,più la verificazione

del fatto è affermata.

Le prove,poi,si dividono in:

perfette:

a) esse non ammettono la probabilità che il reo sia innocente,e dunque anche una sola

è bastevole per provare la colpevolezza del reo;

imperfette:

b) esse ammettono la probabilità che il reo sia innocente,ed è per questo che,per

provare la colpevolezza del reo ne devono essere addotte tante quante bastano a formare una

prova “perfetta”,ed inconfutabile.

pubbliche,ossia

Le prove devono essere elaborate in un pubblico giudizio,in modo da permettere al

popolo di conoscere della portata e della valenze delle stesse: ciò terrà di certo a bada la tirannia

delle passioni,lasciando emergere quella delle opinioni.

accuse segrete,ossia

Non sono ammissibili quelle delle quali il popolo non può avere

tirannia:

conoscenza,poiché rese non in un pubblico giudizio. Esse sono il primo segno della ogni

uomo,anche quello di potere è costretto a guardarsi le spalle,poiché non sa chi e perché si muova

segreto calunnia

contro di lui. In questo contesto,allora,dove regna il delle opinioni,e la è la

padrona non può dirsi esistente un “governo”,poiché lo stesso sovrano sospetta dei suoi sudditi.

repubblica

Ecco perché alla ben si addice la pubblicità delle accuse,di modo che il popolo possa

realmente perseguire la realizzazione del bene comune; mentre in un regime monarchico è più

semplice rinvenire “accuse segrete”. Eppure,in entrambe le circostanze,è opportuno che ai

calunniatori venga riservata la medesima pena che si sarebbe dovuta applicare all’accusato.

In prosieguo di trattazione,Beccaria pone l’accento sulla pratica in uso in tutte le legislazioni del

tortura,ossia

mondo,della cui opportunità ed utilità vi è molto da discutere: si tratta della le

violenze perpetrate dall’organo pubblico contro un soggetto per far in modo che questi si confessi

reo,ovvero si purghi dall’infamia che lo ha colpito commettendo il reato,ovvero venga punito per gli

altri presunti reati commessi,ovvero confessi il nome dei suoi complici. Tutte e quattro le

motivazioni addotte nei secoli per giustificare il ricorso alla tortura possono e vengono nei fatti

confutate dall’Autore:

confessione del reato:

1) probabilmente è la principale causa di considerazione della inutilità

della tortura; in effetti,la confessione del reo attraverso gli strazi e gli spasimi che questi

patisce a causa della tortura non può considerarsi veritiera,né obiettiva. Si deve partire dalla

considerazione che nell’ambito penale il reato è stato commesso,ovvero non lo è stato; esso

è certo,ovvero incerto. Se è certa la sua sussistenza,allora sarà inutile ogni ricorso alla

tortura,perché al sicuro reo sarà e dovrà essere applicata solo la pena stabilità per legge; se il

reato è incerto,allora non potrà sottoporsi il sospettato reo ad alcuna pena (come in fondo è

la tortura) perché egli deve assolutamente essere considerato innocente fino a che i suoi reati

non vengano provati. Infatti,il fine delle pene è quello di terrorizzare gli uomini e punire i

loro delitti,spingendoli all’astenersi dal commetterne altri; ma non possono perseguirsi

questi fini rispetto a reati che non si è certi siano stati commessi,che non sono

sufficientemente provati. Senza trascurare poi la circostanza che un reato confessato sotto

gli spasimi della tortura non può essere considerato valido,per il semplice motivo che il

sospetto reo è spinto dalla necessità di liberarsi dagli strazi presenti (cagionati dalla tortura)

a dichiarare anche cose che non siano vere,o che da lui non siano state commesse. La tortura

travisa i fatti,ed altera la verità,non consentendo di scoprirla adeguatamente: essa non può

trasudare neppure dai gesti o dalle espressioni facciali del sospetto reo,perché queste

vengono sicuramente alterate dal dolore e dalla sofferenza. Una volta poi,che il reato sia

stato confessato mediante l’ausilio della pratica della tortura,il reo deve altresì confermare la

sua deposizione successivamente,ma se così non fa viene nuovamente sottoposto a

tortura,poiché il sistema penale prevede tale pratica in caso di contraddizione nella

deposizione: come se non fosse plausibile che un uomo,sospettato di aver commesso un

reato,preso tra l’esigenza di difendersi dall’accusa che gli viene mosso,ma anche dalla

sottoposizione alla tortura non venga così destabilizzato da commettere l’imprudenza di

contraddirsi. Ancora una volta,il ricorso alla tortura deve essere confutato come

assolutamente inutile;

purgazione dall’infamia:

2) un uomo che commette un reato avverso la società,o che anche

solo è sospettato di averlo fatto,viene tacciato di infamia,ossia perde quei consensi

favorevoli che i suoi concittadini gli riconoscono quali attestati di stima e di merito civile.

Un qualsiasi uomo,ormai abbandonato dalla società,non più sorretto dalla considerazione

altrui,può venire salvato e “purificato” da tale stato di soggezione solo attraverso lo

“slogamento delle sue ossa” (ossia attraverso la tortura). Tale concezione è di chiaro stampo

religioso,nella considerazione che qualsiasi offesa nei confronti di Dio deve essere “lavata”

con la sofferenza assoluta ed estrema dell’uomo che ha peccato,con il suo castigo fisico e

morale. Ma ciò non può concretamente essere: al di là della valutazione più ovvia,che pone

in risalto quanto sia ancora forte e sentita la commistione tra il diritto e la morale,tra il sacro

ed il profano,è necessario valutare la considerazione per la quale seguendo tale strada si

finisce per sfavorire fortemente il soggetto che non sia reo,ma innocente: questo ultimo avrà

tutte le combinazioni a lui sfavorevoli,perché o confessa (sotto tortura) un reato che non ha

commesso; ovvero sopporta la tortura ed ottiene che sia riconosciuta la sua innocenza,ma da

innocente avrà sopportato una pena ingiusta. Non così per il reo: se sopporterà stoicamente

la pena della tortura,egli sarà dichiarato innocente nonostante la reità certa,ed avrà così

commutato una pena maggiore in una minore. Si realizza così che la tortura è uno strumento

ingiusto di confessione del reato,perché fonda la sua efficacia su di un dato molto labile e

incostante: la vigoria fisica del soggetto sospettato reo. Ciò significa che tra due

soggetti,ugualmente colpevoli,colui che può contare su una prestanza fisica superiore sarà

sicuramente fatto salvo,rispetto a chi tale forza non possiede;

punizione di altri reati commessi:

3) si ricorre alla tortura anche per far in modo che il

sospetto reo confessi la commissione di eventuali altri reati,nella presunzione (resa quasi

certezza) che chi abbia commesso un reato,è molto probabile che ne commetta altri,ovvero

che accanto a quello per cui certamente è incriminato,ne abbia realizzati altri non ancora

scoperti: ma si è già avuto modo di verificare come attraverso il ricorso alla tortura non sia

fattibile la scoperta della verità;

confessione sulla identità dei complici:

4) ancora,la tortura è utilizzata quale strumento

attraverso il quale il sospetto reo possa confessare l’identità di suoi eventuali complici: ma

anche in questo caso la scoperta della verità non è plausibile. Come può seriamente pensarsi

che un uomo,sottoposto a tortura,e perciò facilitato (o meglio costretto) nel confessarsi

reo,provi remore a confessare l’identità di sui eventuali complici (se essi esistano),ovvero a

fare dei nomi falsi pur di sottrarsi alla pena ed alla sofferenza della tortura? E’ molto

probabile così,che il reo dichiari falsità,che non verità assolute.

Non ultimo,il sistema penale che l’Autore prende ad esame (che poi è quello del suo tempo) è solito

ricorrere all’inflizione di pene pecuniarie,che vengono corrisposte a favore dello Stato,in modo da

rimpinguarne le casse: il giudice diventa,così,tutore dell’erario statale,persegue l’obiettivo di creare

(attraverso i suoi giudizi) la condizione migliore di azione per il fisco,ma non si preoccupa di essere

umile protettore delle leggi,attento ricercatore della verità. Tale verità potrebbe anche essere tale da

alterare fortemente le ragioni del fisco,perché potrebbe ad esempio condurre alla assoluzione del

cittadino scoperto innocente: ciò determinerebbe la manata applicazione della sanzione pecuniaria,e

la mancata entrata di danaro nelle casse dello Stato; ed è proprio questa situazione che si deve

evitare: il giudice allora non si preoccuperà di accertare la verità,bensì soltanto di accertare

dell’esistenza di un colpevole,della realizzazione di un delitto,la qual cosa comporta entrate

economiche al fisco. Il processo penale che si svolge può così essere classificato solo quale

offensivo: il soggetto viene incriminato della commissione del reato,ed è chiamato a dimostrarsi

innocente (la qual cosa può compiersi solo dopo che gli sia stata mossa un’accusa). Di una forma di

informativo

processo penale,del tipo di quello (ossia la ricerca della verità,dell’informazione sul

reato) non se ne ha traccia in Europa.

Non immune da critiche è anche il ricorso sempre più massiccio che i tribunali penali europei fanno

giuramento:

al si richiede,cioè al reo di giurare sulla sua colpevolezza,di giurare di aver commesso

il delitto per cui è accusato. Il giuramento,il promettere di dire la verità,è un sentimento totalmente

etico e strettamente connesso con la religione (generalmente,si giura,si promette,di dire il vero nei

confronti della divinità,di essere leali nel sentimento religioso); l’uomo,per sua stessa natura,è

falso,proclive ad affermare la menzogna,tanto più se questa serva per salvare se stesso da un

pericolo imminente,come l’incriminazione per il reato; l’unica lealtà di animo che egli riesce a

mantenere è quella nei confronti della religione e di Dio: perché lasciare che i due piani si

confondano? Perché creare nell’uomo la difficoltà di aderire all’uno o all’altro sentimento? Perché

chiedergli di compiere un atto che è contro la sua stessa natura? Nella pratica del giuramento vi è

una doppia contraddizione: da un lato,l’uomo è portato a compiere un gesto che va contro la sua

intrinseca natura,che vuole che egli sia falso e calcolatore del suo maggior interesse; dall’altro

lato,l’uomo viene posto in una situazione per la quale dovrà necessariamente tradire il sentimento

religioso che lo governa,e che lo spinge a non giurare il falso (o meglio a non giurare affatto),e che

rimane l’unico baluardo stabile nella vita dell’uomo. prontezza,ossia

Secondo Beccaria l’unica caratteristica che deve interessare la pena è la sua la

circostanza che vuole passi il minor lasso di tempo possibile tra la commissione del delitto e la

comminazione della pena. La certezza del diritto,la consapevolezza che ad una determinata causa

consegue un certo,determinato effetto rassicura,in un certo senso l’uomo (anche se

colpevole),poiché più gravoso è per questi vivere nell’incertezza del reato e della sua punizione. Si

pensi alla misura cautelativa del carcere,che viene imposto al soggetto sospettato reo al fine di

impedirgli la fuga,ovvero l’inquinamento delle prove a suo carico: tale misura cautelativa deve

essere quanto più breve possibile,poiché la stessa incide pesantemente nella vita e nella libertà

dell’uomo che vi è sottoposto. Essere certi sulla colpevolezza del soggetto incriminato,avere prove

plausibili di tale reità ed applicare nell’immediato la pena conseguenza del reato,significa ridurre

grandemente i tempi del processo,e con questi anche la detenzione cautelare in carcere. Inoltre,la

prontezza della pena risponde ad una funzione di deterrenza dal reato,nei confronti della

collettività,che alcuno altro strumento potrebbe mai raggiungere: quanto più gli uomini sono posti

nella condizione di verificare lo strettissimo nesso causale e temporale tra la commissione del reato

e la comminazione della pena,tanto più nel loro immaginario si radica l’idea che delitto e pena sono

strettamente connessi,e che l’uno non può impunemente verificarsi senza che ne consegua l’altra. E’

altresì necessario che ogni pena sia concepita in modo tale da essere quanto più rispondente al tipo

di reato commesso,in modo tale che l’uomo,se spinto verso la realizzazione di un reato grave

avverta la corrispondenza di una sofferenza di pari gravità,e non si verifichi invece,che il soggetto

pur rendendosi autore di un reato grave possa vivere nella certezza che lo stesso sarà punito con una

pena meno grave.

L’Autore passa poi a distinguere due categorie di reati: da un lato,è possibile commettere reati

contro la persona; dall’altro lato,ne è possibile commettere di alcuni contro i beni della persona. La

gravità differente degli uni e degli altri è ovviamente perfettamente concepibile: ecco perché,nel

punire i reati contro la persona è assolutamente necessario corrispondere pene detentive,che

incidono sulla libertà personale dei soggetti che ne sono autori; non si può concepire una pena

pecuniaria per la punizione di tali delitti,non si può permettere che il reo che gode di maggiori

sostanze economiche “comperi” la vita di un altro uomo,e pur avendo inciso pesantemente su di

questa possa patire un minore sofferenza di quella inflitta,mediante il mero pagamento di una

somma di danaro (circostanza che per il soggetto danaroso non ha alcun peso). Inoltre,non si può

permettere che un uomo,solo perché più ricco patisca una pena di minore entità rispetto a chi,pur

dovendo pagare una somma di danaro,avverte in maniera più gravosa tale sanzione datasi la

precaria situazione economica in cui versa.

Dunque,ci si chiede: quali dovranno essere le pene inflitte ai nobili che si rendano autori di illeciti

penali? E’ ovvio che l’Autore non può rispondere a questo quesito trascurando di considerare la

circostanza per la quale coloro che sono ritenuti nobili godono di privilegi e benefici maggiori nella

società; ma ciò non giustifica una eventuale loro impunità,o comunque la comminazione di pene di

minore valore rispetto a quelle conferite ai plebei. Si potrebbe obiettare (e lo si è fatto) che la pena

medesima,conferita al nobile ed al plebeo,pur se sostanzialmente identica è nei fatti diseguale: il

nobile,per una diversa educazione e sensibilità,avverte quella pena in modo diverso che non il

plebeo. Tale concezione non può essere ammissibile,poiché non è mediante il ricorso alla maggiore

o minore sensibilità d’animo del reo che può misurarsi la gravità della pena; essa deve

commisurarsi alla gravità del danno prodotto,che è sicuramente più grave qualora venga commesso

da un soggetto che gode della piena fiducia e considerazione da parte della società. Detto ciò si

conclude affermando che il nobile deve aspettarsi benefici morali dalla posizione che riveste,la

quale lo rende più apprezzato agli occhi del popolo,ma non deve attendersi di essere meno esposto

alla sanzione penale ed al disprezzo collettivo conseguente al reato (essendolo,anzi,forse molto di

più).

Beccaria passa ora all’analisi delle singole figure di reato,più rilevanti sul piano sociale:

furto:

1) il furto dovrebbe sempre essere punito con la pena detentiva,poiché è giusto che colui

che abbia voluto arrecare danno alla società,sottraendo ai suoi cittadini i propri

beni,sottoponga se stesso e la sua opera alle dipendenza della stessa società che ha offesa,per

un certo periodo di tempo,in modo da ripagarla con la sua opera (ovviamente gratuita e

doverosa) della mancanza che vi ha prodotto,sottraendole utilità. Eppure,il furto può essere

realizzato senza ricorrere ad alcun ulteriore atto di violenza,nel qual caso sarebbe anche

sufficiente ricorrere alla comminazione della sola pena pecuniaria,realizzando così

l’impoverimento nelle sostanze di chi si sia voluto arricchire frodando il prossimo;

ovvero,può essere realizzato con ricorso alla violenza,nel qual caso sarebbe opportuno

mischiare entrambe le pene (la pecuniaria e la detentiva) datasi la maggiore gravità di un

furto,aggravato dal ricorso alla violenza;

infamia:

2) parlando dell’onore,si è detto che ogni uomo avverte l’esigenza di essere

riconosciuto,apprezzato e stimato dalla collettività; ingiurie ed opinioni personali negative

espresse nei confronti di un soggetto,possono far sì che questa considerazione dovutagli

venga meno. Quando,però,le ingiurie le opinioni personali negative non abbiano un fondo

di verità,ma sono espresse con il solo gusto di degradare il prossimo,lo stesso calunniatore

deve essere punito,venendo tacciato della stessa infamia (e dunque della riprovazione nei

suoi confronti della società) che voleva ricadesse sul soggetto da lui accusato. Le pene di

infamia devono essere inflitte con un certa parsimonia,e devono altresì riguardare un

numero ristretto di soggetti: non devono essere troppo frequenti,poiché l’usanza delle stesse

indebolisce l’idea medesima di “infamia” e sminuisce il suo disvalore penale e morale; non

devono essere inflitte ad un numero molto alto di persone,perché se tutti (o la maggior parte)

possono essere considerati infami,nessuno più proverà riprovazione per chi lo è (infatti,un

atteggiamento che tutti adottano è più facilmente giustificabile di un atteggiamento che solo

alcuni fanno proprio,e che lo pone al giudizio altrui);

ozio:

3) sono da considerarsi oziosi coloro che non agiscono in alcun modo nella società,non

realizzando per essa alcun bene,né alcun male. Posto che chi agisce per il male deve

necessariamente essere sottoposto ad una pena,poiché ha realizzato un danno per la società;

non si vede come possa essere sottoposto a pena colui che,certamente non ha realizzato

utilità sociali,ma neppure si è reso autore di danneggiamenti alla stessa. Dovrà essere solo ed

esclusivamente il legislatore a decidere chi ed in che misura possa essere sottoposta a

pena,per il fatto di essere un ozioso dal punto di vista politico;


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Diritto Penale, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Dei Delitti e delle Pene, Beccaria. Gli argomenti trattati sono i seguenti: Corpus iuris civilis, l’interpretazione legge penale, proporzione delitti pene, dispotismo di opinioni, veridicità delle prove, confessione del reato, purgazione dall’infamia, confessione sull'identità dei complici.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher vipviper di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto penale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bocconi - Unibocconi o del prof Mucciarelli Francesco.

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