CALUNNIA ART. 368 C.P. “con denuncia, querela, richiesta o
L’art. 368 c.p. (reato di calunnia) punisce chi
istanza, anche se anonima o sotto falso nome, diretta all’Autorità giudiziaria o ad
un’altra Autorità che a quella abbia obbligo di riferirne o alla Corte penale
internazionale, incolpa di un reato taluno che egli sa innocente, ovvero simula a carico
di lui le tracce di un reato ”.
Il delitto de quo è un reato improprio (che può quindi essere commesso da chiunque
comunichi con l’autorità giudiziaria), plurioffensivo (i beni giuridici tutelati sono la
corretta amministrazione della giustizia e la reputazione del soggetto incolpato) e di
pericolo (si configura quindi con la falsa incolpazione della persona offesa
indipendentemente dall’attivazione di un procedimento penale).
La procedibilità del reato è d’ufficio.
ELEMENTO MATERIALE DEL REATO DI CALUNNIA
La calunnia si distingue dunque tra calunnia formale (attuata con diretta
comunicazione all’autorità giudiziaria volta ad instaurare un procedimento penale)
e calunnia materiale (posta in essere mediante simulazione delle tracce di reato mai
commesso nella realtà).
È esclusa la rilevanza penale del fatto quando il reato incolpato è perseguibile a
querela di parte e questa non è stata presentata, in quanto difetta la condizione di
procedibilità necessaria e l’impatto sui beni giuridici tutelati è nullo.
Sebbene la fattispecie incriminatrice riferisca di modalità “formali” con cui può
integrarsi il delitto in analisi (denuncia, querela, richiesta, istanza), la Suprema Corte
ha precisato che “La configurabilità del delitto di calunnia non presuppone affatto la
presenza di una denuncia in senso formale, essendo sufficiente che taluno,
rivolgendosi in qualsiasi forma all’autorità giudiziaria ovvero ad altra autorità avente
l’obbligo di riferire alla prima, esponga fatti concretanti gli estremi di un reato,
addebitandoli a carico di persona di cui conosce l’innocenza” (Cassazione sentenza n.
20261/2019).
ELEMENTO SOGGETTIVO DEL REATO DI CALUNNIA
Il reato in analisi richiede la sussistenza del dolo generico, costituito dalla piena
volontà e consapevolezza del reo di incolpare un soggetto di un comportamento
delittuoso che non ha mai assunto.
L’elemento psicologico non viene integrato quando il soggetto agente riferisca alle
autorità dei fatti di cui ignora se si siano effettivamente verificati, dovendo egli
ovviamente esporre i propri dubbi a riguardo.
Inoltre, la Cassazione ha ricordato che “In tema di calunnia, non sussiste il dolo
quando la falsa incolpazione consegue ad un convincimento dell’agente in ordine a
profili essenzialmente valutativi o interpretativi della condotta denunciata, sempre che
tale valutazione soggettiva non risulti fraudolenta o consapevolmente forzata” (Cass.
pen. n. 37654/2014).
LA PENA PREVISTA PER IL REATO DI CALUNNIA
La pena prevista dalla fattispecie incriminatrice in esame è la reclusione da 2 a 6 anni,
aumentata se si incolpa taluno di un reato per il quale la legge stabilisce la pena della
reclusione superiore nel massimo a dieci anni (comma 2), nonché la reclusione da 4 a
12 anni se dal fatto deriva una condanna alla reclusione superiore a cinque anni e da 6
a 20 anni se dal fatto deriva una condanna all’ergastolo (comma 3).
DIFFERENZA TRA IL REATO DI CALUNNIA E QUELLO DI DIFFAMAZIONE
Accade sovente che il reato di calunnia venga confuso con quello di diffamazione.
Le differenze tra le due condotte delittuose sono evidenti: la diffamazione punisce la
condotta assunta da chi, comunicando con più persone, offenda la reputazione della
persona offesa. È allora sufficiente la lesione del bene giuridico “reputazione”,
dovendo invece sussistere nella calunnia l’incolpazione di un reato.
Inoltre, nella calunnia è necessario che il reo sappia che la sua incolpazione è falsa e
che la vittima è innocente. Nella diffamazione, invece, è possibile che il fatto attribuito
alla persona offesa sia vero, ma non sussista il requisito dell’interesse pubblico.
Infine, la diffamazione è procedibile a querela di parte entro i tre mesi dalla notizia del
fatto mentre, come anticipato, la calunnia è procedibile d’ufficio.
DANNEGGIAMENTO ART. 635 C.P.
Chiunque distrugge, disperde, deteriora o rende, in tutto o in
(1)(2)(3)
parte, inservibili cose mobili [624] o immobili altrui con violenza alla
(4)
persona o con minaccia ovvero in occasione del delitto previsto (5)
dall'articolo 331, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni .
Alla stessa pena soggiace chiunque distrugge, disperde, deteriora o rende,
in tutto o in parte, inservibili le seguenti cose altrui:
1. edifici pubblici o destinati a uso pubblico o all'esercizio di un culto, o su
cose di interesse storico o artistico ovunque siano ubicate o su immobili
compresi nel perimetro dei centri storici ovvero su immobili i cui lavori di
costruzione, di ristrutturazione, di recupero o di risanamento sono in corso o
(6)
risultano ultimati , o su altre delle cose indicate nel numero 7
(7)
dell'articolo 625 [508] ;
2. opere destinate all'irrigazione;
3. piantate di viti, di alberi o arbusti fruttiferi, o su boschi, selve o foreste,
ovvero su vivai forestali destinati al rimboschimento [508];
4. attrezzature e impianti sportivi al fine di impedire o interrompere lo
svolgimento di manifestazioni sportive.
Chiunque distrugge, disperde, deteriora o rende, in tutto o in parte,
inservibili cose mobili o immobili altrui in occasione di manifestazioni che si
svolgono in luogo pubblico o aperto al pubblico è punito con la reclusione da
(8)
uno a cinque anni .
Per i reati di cui ai commi precedenti, la sospensione condizionale della pena
è subordinata all'eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose del
reato, ovvero, se il condannato non si oppone, alla prestazione di attività
non retribuita a favore della collettività per un tempo determinato,
comunque non superiore alla durata della pena sospesa, secondo le modalità
(9)
indicate dal giudice nella sentenza di condanna .
Il delitto di danneggiamento punisce chi, volontariamente, disperda, deteriori o
renda inservibile, in tutto o in parte, una cosa mobile o immobile altrui, ricorrendo
all’uso della violenza alla persona o della minaccia, oppure durante il compimento del
ex
delitto di interruzione di un servizio pubblico o di pubblica necessità, art. 331 del
c.p.
La condotta tipica può consistere, alternativamente,
nel distruggere, disperdere, deteriorare o rendere inservibile l’altrui
cosa mobile o immobile, attraverso l’uso della violenza sulla persona o della minaccia,
ex
oppure in occasione del compimento del delitto art. 331 del c.p.
“Distruggere” significa, innanzitutto, provocare l’annientamento di una cosa nella
sua funzione strumentale al soddisfacimento di bisogni umani, materiali o spirituali. Vi
rientrano la demolizione, la rottura, nonché lo scasso di una cosa.
Il “disperdere” una cosa consiste, invece, nel farla uscire dalla disponibilità del
soggetto che ne sia titolare, in modo tale che egli non sia più in grado di recuperarla o,
comunque, che la possa recuperare soltanto con una notevole difficoltà.
Il “deteriorare” consiste, poi, nel provocare una diminuzione della funzione
strumentale di una cosa, la quale, pur rimanendo nella disponibilità del titolare, è
interessata da una diminuzione del suo valore o del suo livello di utilizzabilità. Si pensi,
ad esempio, all’imbrattamento ineliminabile di un dipinto.
“Rendere inservibile”, in tutto o in parte, una cosa, significa renderla inidonea,
completamente o soltanto parzialmente, a svolgere la propria funzione per un tempo
giuridicamente apprezzabile, senza, però, distruggerla, disperderla o deteriorarla.
Si tratta, peraltro, di un reato a forma libera, posto che è indifferente quali mezzi
vengano utilizzati dall’agente, purché non diano luogo ad un titolo di reato diverso.
Non è, per giunta, escluso che la condotta possa consistere anche in un'omissione. Si
pensi, ad esempio, a quando, dall’astensione volontaria dal fare quanto sarebbe
doveroso, deriva la distruzione o la dispersione di una cosa mobile o immobile altrui.
Ai sensi del secondo comma, è punito con la stessa pena anche chi distrugge,
disperde, deteriora o rende, in tutto o in parte, inservibili:
edifici pubblici o destinati ad un uso pubblico, oppure all'esercizio di un culto; cose di
interesse storico o artistico, ovunque siano ubicate; immobili compresi nel perimetro
dei centri storici, ovvero immobili i cui lavori di costruzione, di ristrutturazione,
di recupero o di risanamento siano in corso o risultino ultimati, oppure un’altra delle
cose indicate nel numero 7 dell'art. 625 del c.p.; opere destinate
all'irrigazione; piante da frutto, boschi, selve, o vivai forestali destinati
al rimboschimento; attrezzature o impianti sportivi, al fine specifico di interrompere lo
svolgimento di manifestazioni sportive.
L’oggetto materiale del reato è rappresentato dalla cosa mobile o immobile altrui su
cui ricade la condotta criminosa. Si considera “altrui” la cosa
di cui è proprietaria una persona diversa dall’agente. Ciò significa che il delitto di
danneggiamento può essere commesso anche dal possessore non proprietario, oppure
da chi ha un diritto reale sulla cosa senza, però, esserne il proprietario. Lo stesso non
può, però, essere posto in essere dal proprietario della cosa medesima, il quale potrà,
tutt’al più, essere punito per un diverso titolo di reato, qualora ne ricorrano i
presupposti.
Essendo, tuttavia, necessario che la cosa su cui ricade la condotta criminosa sia di
res nullius
proprietà di qualcuno, non si può avere un danneggiamento delle o
res derelictae
delle , essendo esse abbandonate e, quindi, prive di un proprietario. Al
res deperditae,
contrario, si può avere un danneggiamento di essendo, pur sempre, di
proprietà di qualcuno.
Per quanto riguarda le cose comuni, esse, se infungibili, possono essere danneggiate
anche dal comproprietario, in quanto danneggiando la cosa propria danneggia anche
quella altrui. Qualora, però, esse siano fungibili, il proprietario può commettere un
danneggiamento nei loro confronti soltanto nel caso in cui arrechi un danno anche
alla quota altrui.
Considerato, poi, che oggetto materiale del danneggiamento può essere soltanto una
cosa altrui, mobile o immobile, intesa in senso naturale, non è idonea ad integrare il
delitto in esame la condotta che ricada su un diritto.
Il momento consumativo del delitto in esame coincide con l’avverarsi del
suo evento tipico, il quale può consistere, tassativamente, nella distruzione, nella
dispersione, nel deterioramento o nell’inservibilità, totale o parziale, dell’altrui cosa
mobile o immobile.
È ammesso il tentativo quando l’agente, pur avendo compiuto degli atti idonei e diretti
in modo non equivoco a realizzare l’evento tipico, non sia riuscito a produrlo per
ragioni indipendenti dalla sua volontà.
Qualora il danneggiamento sia previsto come elemento costitutivo o come circostanza
aggravante di un altro reato, trova applicazione la figura del reato complesso, ai sensi
dell’art. 84 del c.p. Se, però, la condotta dell’agente porta alla realizzazione di
ex
un reato più grave, quale la devastazione, art. 419 del c.p., si è di fronte ad
un reato progressivo ed è applicabile la sola fattispecie più grave, in cui risulta,
dunque, assorbito il danneggiamento.
Ai fini dell’integrazione del delitto in esame, è sufficiente che sussista, in capo
all’agente, il dolo generico, quale coscienza e volontà di distruggere, deteriorare o
rendere, in tutto o in parte, inservibili cose mobili o immobili altrui, facendo uso di
violenza alla persona o di minaccia, oppure durante il compimento del delitto di cui
all’art. 331 del c.p. Qualora, però, ricorra l’ipotesi prevista dal n. 4 del comma 2,
il legislatore richiede la sussistenza del dolo specifico, essendo necessario che il
soggetto attivo abbia agito al fine di impedire o interrompere lo svolgimento
di manifestazioni sportive.
Il reato di danneggiamento risulta aggravato, ai sensi del comma 3, qualora l’agente
abbia posto in essere la condotta criminosa tipica in occasione di manifestazioni che si
svolgono in un luogo pubblico o aperto al pubblico.
Art. 612 ter c.p.: la diffusione illecita di immagini o video sessualmente
espliciti
Una delle principali novità contenute nel c.d. “Codice Rosso” (legge 19 luglio 2019, n.
69) è rappresentata dalla introduzione nel codice penale del delitto di diffusione
illecita di immagini o video sessualmente espliciti.
Si tratta della criminalizzazione in via specifica del fenomeno conosciuto
come “Revenge porn”, nato nel mondo inglese per indicare la divulgazione non
consensuale, dettata da finalità vendicative, di immagini intime raffiguranti l’ex
partner.
Nello specifico, l’art. 10 della legge 19 luglio 2019, n. 69, inserisce nel codice penale
l’art. 612-ter: il cd. delitto di diffusione illecita di immagini o video sessualmente
espliciti.
Come anticipato, trattasi del tentativo da parte del Legislatore di contrastare il
cosiddetto “revenge porn”, che tradotto letteralmente significa “vendetta porno” o
“vendetta pornografica”, cioè quella odiosa pratica consistente nel vendicarsi di
qualcuno (spesso l’ex partner) diffondendo materiale sessualmente connotato che lo
ritrae.
Tale fattispecie presenta una disciplina complessa articolata in due differenti ipotesi
disciplinate rispettivamente al comma 1 e al comma 2.
Il comma 1 dell’art. 612-ter c.p. punisce (salvo che il fatto costituisca più grave reato)
chiunque, dopo averli realizzati o sottratti, invia, consegna, cede, pubblica o diffonde
immagini o video a contenuto sessualmente esplicito, destinati a rimanere privati,
senza con consenso delle persone rappresentate, è punito con la reclusione da uno a
sei anni e con la multa da euro 5.000 a euro 15.000.
Il comma 2 prevede che la stessa pena si applica a chi, avendo ricevuto o comunque
acquisito le immagini e i video di cui al primo comma, li invia, consegna, cede,
pubblica o diffonde senza il consenso delle persone rappresentate al fine di recare il
loro nocumento.
Collocazione sistematica e bene giuridico tutelato
Il delitto di diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti è collocato
nella Sezione III del Codice penale, dedicata ai delitti contro la libertà morale, e a sua
volta inserita nel Capo III (“Dei delitti contro la libertà individuale”) del Titolo XII del
Codice Penale (“Delitti contro la persona”).
Attraverso l’introduzione dell’art. 612-ter c.p. si intende tutelare in primis la libertà di
autodeterminazione della persona. Tuttavia, trattasi di una fattispecie plurioffensiva in
quanto tutela altresì l’onore, il decoro, la reputazione e la privacy, nonché l’ “onore
sessuale” della singola persona e quindi attinente alla vita sessuale e alla reputazione
di cui quest’ultima gode.
L’ipotesi di cui al comma 1
Il Comma 1 dell’ art. 612-ter c.p. punisce (salvo che il fatto costituisca più grave reato)
chiunque, dopo averli realizzati o sottratti, invia, consegna, cede, pubblica o diffonde
immagini o video a contenuto sessualmente esplicito, destinati a rimanere privati,
senza con consenso delle persone rappresentate, è punito con la reclusione da uno a
sei anni e con la multa da euro 5.000 a euro 15.000.
Trattasi di un reato comune, posto che può essere commesso da chiunque. L’elemento
soggettivo richiesto dalla fattispecie è il dolo generico (e quindi la fattispecie del
comma 1 si differenzia da quella di cui al comma 2) e la condotta si dettaglia in 5
modalità alternative: la norma, infatti, punisce chiunque “invia”, “consegna”, “cede”,
“pubblica” o “diffonde” le immagini o i video a contenuto sessualmente esplicito.
Le prime tre condotte si basano su un contatto diretto tra un soggetto e un altro/i,
mentre le ultime 2 ipotesi riguardano attività realizzabili da una cerchia indeterminata
di persone e destinatari. Oggetto della
condotta devono essere le immagini o i video a contenuto sessualmente esplicito.
Da ultimo, si sottolinea come deve trattarsi di immagini o video “destinati a rimanere
privati” e, ovviamente, “senza il consenso delle persone rappresentate”, cioè in
assenza del consenso espresso, liberamente prestato e non viziato (da errore, violenza
o dolo), dell’avente diritto. La presenza del consenso
ovviamente determinerà la persona offesa a non sporgere querela, mentre un
consenso tardivo potrà portare ad una remissione di querela. Nei casi di procedibilità
d’ufficio il consenso avrà un peso ancora maggiore determinando il venir meno ab
origine del reato.
L’ipotesi di cui al comma 2: il "revenge porn"
Il comma 2 prevede che la stessa pena (reclusione da uno a sei anni e con multa da
euro 5.000 a euro 15.000) si applica a chi, avendo ricevuto o comunque acquisito le
immagini e i video di cui al primo comma, li invia, consegna, cede, pubblica o diffonde
senza il consenso delle persone rappresentate al fine di recare il loro nocumento.
Tale norma estende la responsabilità penale ai cd. secondi distributori, cioè a quei
soggetti che avendo ricevuto immagini e video a contenuto sessualmente esplicito
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