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giudiziario. In tal senso la competenza è distribuita in base ai criteri della materia, del territorio

o della connessione.

Le norme che disciplinano la competenza penale provvedono quindi a quella divisione del

lavoro che è essenziale per l’efficienza di ogni organizzazione. L’esigenza della determinazione

di criteri di competenza nasce dalla ripartizione del territorio nazionale in una serie di ambiti

territoriali e dalla coesistenza in uno stesso ambito di una pluralità di giudici.

L’art. 4 è disposizione di carattere generale e stabilisce le regole per la determinazione della

competenza: per determinare la competenza si ha riguardo alla pena stabilita dalla legge per

ciascun reato consumato o tentato. Non si tiene conto della continuazione, della recidiva, e delle

circostanze di reato, fatta eccezione delle circostanze aggravanti per le quali la legge stabilisce

una pena diversa da quella ordinaria del reato.

La competenza per territorio (art. 8 cpp)

La competenza per territorio individua orizzontalmente (ossia attiene alla distribuzione dei

procedimenti tra i diversi uffici giudiziari del medesimo tipo,es. tra i tribunali) il giudice

chiamato a pronunciarsi ed è generalmente determinata dal luogo in cui il reato è stato

consumato (art. 8, comma 1).

Se si tratta di fatto dal quale è derivata la morte di una o più persone, è competente il giudice

del luogo in cui è avvenuta l'azione o l'omissione (art. 8, comma 2).

Se si tratta di reato permanente (in cui l’offesa si protrae per un certo lasso di tempo), è

competente il giudice del luogo in cui ha avuto inizio la consumazione, anche se dal fatto è

derivata la morte di una o più persone (art. 8, comma 3).

Se si tratta di delitto tentato, è competente il giudice del luogo in cui è stato compiuto l'ultimo

atto diretto a commettere il delitto (art. 8, comma 4).

Secondo la giurisprudenza della Corte Cost., il collegamento della competenza al “locus

commissi delicti” integra il requisito della naturalità del giudice (giudice naturale precostituito

per legge)richiesto dall’art. 25 Cost.: esso infatti appare ispirato a finalità di economia

processuale, consentendo una più facile raccolta dei mezzi istruttori, e rende più agevole

l’esercizio del diritto di difesa.

La competenza per materia (art. 5 cpp)

La competenza per materia individua verticalmente il giudice attenendo alla distribuzione dei

procedimenti tra i giudici aventi in comune una stessa giurisdizione territoriale.

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La competenza per materia è un criterio di distribuzione degli affari giurisdizionali tra uffici

giudiziari di diverso tipo fondato sulla natura del reato perseguito (criterio qualitativo), ovvero

sulla gravità della pena irrogabile (criterio quantitativo) o ancora sulla condizione personale

dell’ imputato (criterio soggettivo, riferito unicamente al Tribunale dei minorenni, competente

per tutti i reati commessi da imputati minori di anni 18).

La Corte di Assise (art. 5 cpp) è competente per i reati di maggiore allarme sociale (per i delitti

per i quali la legge stabilisce la pena dell’ergastolo o della reclusione non inferiore nel massimo

a 24 anni, esclusi i delitti di tentato omicidio, di rapina e di estorsione, cmq aggravati; per ogni

delitto doloso se dal fatto è derivata la morte di una o più persone, ecc).

Il Giudice di pace è competente per determinati reati minori indicati dall’art. 4 del D.Lgs.

274/2000 quali ad esempio percosse, lesioni personali, ingiurie, furti, sottrazioni di cose comuni

ecc.

Il Tribunale (art. 6 cpp) infine, gode di una competenza residuale per tutti gli altri reati.

N.B. Con l’istituzione del giudice unico, al tribunale è devoluta, in linea generale e residuale, la

competenza in primo grado su tutti i procedimenti penali, eccettuati quelli relativi a fattispecie

criminose attribuite alla cognizione della Corte di assise e del giudice di pace, dopo l’entrata in

vigore della riforma.

Il 2 giugno 1999 è divenuto efficace il Decreto legislativo 19 febbraio 1998, n. 51 che ha

riformato l'organizzazione dell'ordinamento giudiziario istituendo la nuova figura del Giudice

Unico di primo grado.

Il decreto ha abolito l'ufficio del Pretore trasferendo le sue competenze al Tribunale ordinario in

materia sia civile che penale, escluso quanto attribuito al Giudice di pace.

Tuttavia la finalità della legge non è quella di abolire la figura del pretore , bensì quella di

razionalizzare il funzionamento del servizio giudiziario mediante il conferimento, anche ad un

singolo magistrato (di tribunale) del potere di decidere una controversia, in alternativa

all’onnipresenza del collegio, consentendo in tal modo di dare risposte più rapide alle domande

di giustizia dei cittadini.

A seguito della legge n. 479 del 1999 e n. 144 del 2000 ( che hanno riformulato l’ art. 33 bis) le

attribuzioni del Tribunale in composizione collegiale (con un numero invariabile di 3

magistrati) e monocratica risultano ripartite nel modo seguente.

Il collegio conosce per i reati per i quali è prevista una pena detentiva superiore nel massimo a

dieci anni ( criterio quantitativo – art. 33 bis, comma 2), oltre ad una serie di fattispecie

nominativamente indicate all’art. 33 bis, comma 1 (criterio qualitativo). In particolare sono

attribuiti alla competenza del Tribunale in composizione collegiale i reati di particolare allarme

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sociale riconducibili all’attività della criminalità organizzata collegati all’attività di riciclaggio e

reimpiego di proventi illeciti, i delitti concernenti le armi, i reati in materia di aborto, i reati

commessi dai pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione, i reati di violenza sessuale

ecc. ecc.

Al Tribunale in composizione monocratica (giudice monocratico, che esercita cioè da solo la

giurisdizione) è attribuita la competenza per i reati puniti con pena detentiva fino a dieci anni

nel massimo (art. 33 ter comma 2) nonché i reati di produzione e traffico di stupefacenti di cui

al DPR n. 309 del 1990.

Competenza funzionale

È la ripartizione in base al grado e allo stato del processo , con la quale si assegnano le indagini

preliminari al GIP, l’udienza preliminare al GUP, il primo grado dibattimentale al tribunale o

alla Corte d’assise, il secondo alla corte d’appello e l’ultimo alla corte di cassazione.

Competenza per connessione (art. 12 cpp)

La connessione comporta la transmigrazione di procedimenti separati innanzi ad un unico

giudice. In altre parole, quando vi è connessione un solo giudice è competente a giudicare tutti i

reati connessi; di regola i procedimenti saranno riuniti (art. 17), ma potranno anche svolgersi

separatamente (art. 18). L’art. 12, così come modificato dalla L. 63/2001 (Giusto processo),

prevede due casi di connessione:

connessione soggettiva se il reato per cui si procede è stato commesso da più persone in

a) concorso o cooperazione fra loro, o se più persone con condotte indipendenti hanno

determinato l'evento;

connessione oggettiva se una persona è imputata di più reati commessi con una sola

b) azione od omissione (concorso formale di reati) ovvero con più azioni od omissioni

esecutive di un medesimo disegno criminoso (reato continuato); ovvero se i vari reati

sono finalisticamente collegati, ossia se gli uni sono stati commessi per eseguire od

occultare gli altri o in occasione di questi ovvero per conseguire o assicurare al

colpevole o ad altri il profitto, il prezzo, il prodotto o l’impunità.

L’esistenza di particolari legami tra fatti penalmente rilevanti suggerisce la loro trattazione

unitaria in un medesimo processo. Si verifica allora che uno o più procedimenti secondari

vengano attratti nella sfera di competenza del giudice del procedimento principale (c.d.

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attraente), con conseguente deroga alla competenza per territorio, per materia o per entrambi i

criteri.

L’art. 13 prevede il caso di connessione di procedimenti di competenza di giudici ordinari e

speciali. In particolare, fra reati comuni e reati militari, la connessione di procedimenti opera

soltanto quando il reato comune è più grave di quello militare: in tale caso, la competenza per

tutti i reati è del giudice ordinario. Nel caso contrario, se cioè il reato militare è più grave di

quello comune, ognuno dei procedimenti continua per la propria strada.

La competenza per materia, consequenziale alla connessione, viene determinata attribuendosi al

giudice di competenza superiore la cognizione di tutti i procedimenti, secondo una scala di

priorità che va dalla Corte di Assise al Tribunale (art. 15).

La competenza per territorio è influenzata dalla connessione nel senso che fra i giudici, tutti

esercitanti la stessa funzione, la cognizione spetta al giudice competente per il reato più grave,

bastando il radicamento territoriale di questo a determinare, per attrazione, anche quello

dell’altro. In caso di pari gravità si guarda al reato commesso per primo (art. 16).

L’art. 14 prevede infine dei limiti alla connessione nel caso di reati commessi da minorenni.

Innanzitutto la connessione non opera fra procedimenti relativi a imputati che al momento del

fatto erano minorenni e procedimenti relativi a imputati maggiorenni. La connessione non

opera, altresì, fra procedimenti per reati commessi quando l'imputato era minorenne e

procedimenti per reati commessi quando era maggiorenne.

I procedimenti relativi a reati commessi da soggetti minorenni restano affidati, in via esclusiva,

al Tribunale per i minori: ciò al fine di valorizzare gli istituti volti al recupero e al reinserimento

sociale del delinquente minorenne.

La riunione di processi (art. 17 cpp)

La riunione di processi pendenti nello stesso stato (indica una fase nell’ambito di un grado di

giudizio: fase dell’u.p., del dibattimento..) e grado (indica lo stadio costituente una delle

possibili articolazioni del processo: giudizio di primo grado, di appello, di cassazione) davanti

al medesimo giudice può essere disposta quando: non pregiudichi la rapida definizione degli

stessi in tutti i casi in cui appare utile ed in particolare nei casi di connessione tra processi,

reciprocità intersoggettiva dei reati, connessione probatoria.

Se alcuni dei processi pendono davanti al tribunale collegiale ed altri davanti al tribunale

monocratico, la riunione è disposta davanti al tribunale in composizione collegiale. Tale

composizione resta ferma anche nel caso di successiva separazione dei processi.

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La riunione non è, quindi, possibile allorché i processi pendono in fasi o gradi diversi o innanzi

a diversi giudici-ufficio.

La separazione di processi

Ai sensi dell’art. 18, la separazione di processi è disposta, salvo che il giudice ritenga la

riunione assolutamente necessaria per l'accertamento dei fatti:

se, nell'udienza preliminare, nei confronti di uno o più imputati o per una o più

a) imputazioni è possibile pervenire prontamente alla decisione, mentre nei confronti di

altri imputati o per altre imputazioni è necessario acquisire ulteriori informazioni a

norma dell'articolo 422;

b) se nei confronti di uno o più imputati o per una o più imputazioni è stata ordinata la

sospensione del procedimento;

c) se uno o più imputati non sono comparsi al dibattimento per nullità dell'atto di citazione

o della sua notificazione, per legittimo impedimento o per mancata conoscenza

incolpevole dell'atto di citazione;

d) se uno o più difensori di imputati non sono comparsi al dibattimento per mancato avviso

ovvero per legittimo impedimento;

se nei confronti di uno o più imputati o per una o più imputazioni l'istruzione

e) dibattimentale risulta conclusa, mentre nei confronti di altri imputati o per altre

imputazioni è necessario il compimento di ulteriori atti che non consentono di pervenire

prontamente alla decisione;

se, trattandosi di processo con imputati detenuti per taluni dei quali è prossima la

f) scadenza dei termini di custodia cautelare, la separazione consenta di trattare

prioritariamente il processo stralcio relativo alle loro posizioni, evitando in tal modo

eventuali scarcerazioni per decorrenza dei termini.

Fuori da questi casi, la separazione può essere altresì disposta, sull'accordo delle parti,

qualora il giudice la ritenga utile ai fini della speditezza del processo.

Conflitti di giurisdizione e di competenza

I conflitti di giurisdizione intervengono tra giudici appartenenti a diversi ordini giudiziari (tra

un giudice ordinario ed un giudice speciale , o tra più giudici speciali); i conflitti di competenza

intervengono tra giudici ordinari.

Il conflitto di competenza intercorre tra giudici ricompresi nel medesimo ordine giudiziario.

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Si ha conflitto positivo quando due o più giudici contemporaneamente prendono cognizione del

medesimo fatto attribuito alla medesima persona. Si ha conflitto negativo quando due o più

giudici contemporaneamente rifiutano di prendere cognizione del medesimo fatto attribuito alla

medesima persona.

Il conflitto può sorgere in ogni stato e grado del processo (art. 28, comma 1).

Il giudice che rileva un caso di conflitto pronuncia ordinanza con la quale rimette alla corte di

cassazione copia degli atti necessari alla sua risoluzione con l’indicazione delle parti e dei

difensori (art. 30, comma 1).

Il conflitto può essere denunciato dal pubblico ministero presso uno dei giudici in conflitto o

dalle parti private (art. 30, comma 2). La denuncia è presentata nella cancelleria di uno dei

giudici in conflitto, con dichiarazione scritta e motivata alla quale è unita la documentazione

necessaria. Il giudice trasmette immediatamente alla corte di cassazione la denuncia e la

documentazione nonché copia degli atti necessari alla risoluzione del conflitto, con

l’indicazione delle parti e dei difensori e con eventuali osservazioni.

L’ordinanza e la denuncia non hanno effetto sospensivo su i procedimenti in corso.

Il difetto di giurisdizione (art. 20 cpp)

Si verifica quando la cognizione sul procedimento spetta ad un ufficio giudiziario appartenente

ad un diverso ordine giudiziario (es.: reato militare giudicato dal giudice penale ordinario).

Il difetto di giurisdizione è rilevato, anche d’ufficio, in ogni stato e grado del procedimento.

L’incompetenza (art. 21 cpp)

Si ha quando il potere decisionale sul procedimento spetti, per ragioni di materia, territorio o

connessione, ad un diverso ufficio giudiziario appartenente al medesimo ordine.

In tema di competenza per materia le norme sono più rigorose quando è eccepita o rilevata

un’incompetenza per difetto, e cioè quando sta procedendo un giudice inferiore il quale, per

definizione, è meno idoneo a giudicare rispetto ad un giudice superiore. Meno rigoroso è il

regime giuridico quando un giudice superiore stia procedendo per un reato di competenza di un

giudice inferiore (art. 23, comma 2). Pertanto se la corte d’assise sta procedendo per un reato di

competenza del tribunale, l’incompetenza per eccesso può essere rilevata anche d’ufficio, ma

non oltre le questioni preliminari prima dell’apertura del dibattimento (art. 491, comma 1).

Per ciò che concerne l’incompetenza per territorio, vale un regime simile a quello

dell’incompetenza per materia, che è eccepibile dalle parti ed è rilevabile dal giudice, fino a

chiusura della discussione finale nell’udienza preliminare. Quando l’udienza medesima non ha

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luogo, l’incompetenza per territorio deve essere eccepita o rilevata nel corso delle questioni

preliminari in dibattimento (art. 21, comma 2).

La declaratoria di incompetenza

La pronuncia del giudice che dichiara l’incompetenza, presenta alcune particolarità.

Nel corso delle indagini preliminari il giudice, se riconosce la propria incompetenza per

qualsiasi causa, pronuncia ordinanza e dispone la restituzione degli atti al pubblico ministero

che in quel momento sta conducendo le indagini; l’ordinanza produce effetti limitatamente al

provvedimento richiesto (art. 22, comma 2) e non impedisce al pubblico ministero di svolgere le

indagini; vi è ancora la possibilità che nuovi elementi di prova dimostrino la fondatezza della

sua asserzione circa la competenza del giudice.

Dopo la chiusura delle indagini preliminari il giudice, se riconosce la propria incompetenza

per qualsiasi causa, la dichiara con sentenza e trasmette gli atti al pubblico ministero presso il

giudice competente (art. 22, comma 3).

La decisione della corte di cassazione sulla giurisdizione o sulla competenza è vincolante nel

corso del processo. La questione può essere riproposta successivamente soltanto nel caso in

cui risultino nuovi fatti dai quali emerga una incompetenza per materia per difetto, di modo

che sarebbe competente un giudice superiore (art. 25).

Nel caso, infine, della competenza per connessione, questa è determinata secondo le regole

stabilite dagli artt. 15 e 16. L’inosservanza di tali regole determina l’incompetenza per

connessione; essa deve essere rilevata o eccepita, a pena di decadenza, entro gli stessi termini

previsti per l’incompetenza per territorio (art. 21, comma 3). È importante sottolineare che

questo regime trova applicazione anche quando la connessione incida sulla competenza per

materia.

Capacità del giudice (art. 33 cpp)

Le condizioni di capacità del giudice e il numero dei giudici necessario per costituire i collegi

sono stabiliti dalle leggi di ordinamento giudiziario (comma 1).

La capacità del giudice è data dall’insieme dei requisiti dai quali dipende l’idoneità a

validamente esercitare la giurisdizione e che siffatti requisiti sono richiesti dall’ordinamento

giudiziario. Tuttavia non si deve confondere il giudice incapace, che è pur sempre una

condizione nella quale versa un giudice, con la posizione di chi non è nemmeno un giudice.

Non lo è, per fare un caso limite, un sedicente magistrato addirittura privo del decreto di

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nomina del Presidente della Repubblica, le cui decisioni non tanto sarebbero invalide quanto

giuridicamente inesistenti.

L’ art. 179 comma 1 stabilisce che: l’inosservanza delle norme riguardanti la capacità e il

numero dei giudici necessari a costituire il collegio dà luogo a nullità assoluta degli atti,

rilevabile quindi anche d’ufficio, in ogni stato e grado del procedimento.

La nullità è una forma patologica dell’atto processuale, determinata dal difetto dei requisiti

previsti dalla legge, ed è tale da renderlo inidoneo a realizzare lo scopo cui è preordinato.

L’inosservanza delle regole sulle diverse composizioni del tribunale

L’ art. 33 comma 3 nega che la ripartizione degli affari penali fra il tribunale collegiale e

monocratico attenga alla capacità del giudice e al numero dei giudici necessario per costituire i

collegi. E il corollario è che dall’inadempienza ai dettati degli artt. 33 bis, 33 ter non consegue

l’invalidità di cui agli artt. 178 e 179.

Nullità assoluta, quindi, se il tribunale siede con due giudici al posto di tre, viceversa da

escludere quando il giudice è uno. Una soluzione niente affatto persuasiva, non comprendendosi

perché mai una collegialità totalmente elusa debba ricevere un trattamento più blando della

sanzione giustamente inflitta per una collegialità elusa soltanto in parte.

L’inosservanza delle attribuzioni può essere per eccesso, qualora il tribunale sia intervenuto in

formazione collegiale al posto della monocratica; oppure per difetto, nell’eventualità contraria e

ovviamente di maggiore consistenza.

Le attribuzioni in eccesso e in difetto vanno rilevate d’ufficio o eccepite entro due precisi

termini a pena di decadenza: prima della conclusione dell’U.P., oppure, se questa manca, con la

trattazione in dibattimento delle questioni preliminari (art. 33 quinquies).

Nell’ambito delle inosservanze per eccesso possono verificarsi due ipotesi. Anzitutto può

accadere che, nell’udienza preliminare, il giudice rilevi che per il reato doveva procedersi con

citazione diretta in giudizio, senza udienza preliminare. In tal caso il giudice deve trasmettere

gli atti al pubblico ministero perché questi emetta il decreto di citazione in giudizio (art. 33

sexies).

La seconda ipotesi è quella in cui il giudice collegiale in dibattimento rilevi che il procedimento

spetti al tribunale monocratico. In tal caso non si ha regressione del procedimento: il collegio

deve trasmettere gli atti al giudice competente per il dibattimento -> “traslatio iudicii davanti al

giudice monocratico” (art. 33 septies, comma 1).

Veniamo adesso alle ipotesi di inosservanza per difetto. In primo luogo può verificarsi la

situazione, inversa a quella appena descritta, e regolata in maniera identica. Se il giudice

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monocratico in dibattimento ritiene che il procedimento spetti al tribunale collegiale deve

trasmettere gli atti al giudice competente per il dibattimento (art. 33 septies, comma 1). L’altra

ipotesi che si può verificare, è che il giudice monocratico, nel dibattimento instaurato a seguito

di citazione diretta, rilevi che si trattava di un reato per il quale è prevista l’udienza

preliminare. In tal caso, vi è una regressione del procedimento: il giudice trasmette gli atti al

pubblico ministero sia ove ritenga che il reato, spetta al tribunale collegiale (art. 33 septies,

comma 1 bis), sia ove ritenga che il reato sia attribuito al tribunale monocratico (art. 550,

comma 3). Il pubblico ministero eserciterà nuovamente l’azione penale.

Una norma di chiusura stabilisce che l’inosservanza delle disposizioni sulla composizione

collegiale o monocratica del tribunale non determina l’invalidità degli atti del procedimento né

l’inutilizzabilità delle prove già acquisite (art. 33 nonies).

Questioni pregiudiziali (art. 2-3 cpp)

Non di rado la soluzione di una questione penale esige la previa soluzione di questioni di diritto

civile o amministrativo, che si pongono allora come veri e propri antecedenti logico-giuridici

della decisione. Sono le c.d. “questioni pregiudiziali”.

Basti pensare ai reati di furto o di inosservanza dei provvedimenti dell’autorità, per affermare

l’esistenza dei quali occorre che la cosa sia di proprietà altrui e che il provvedimento sia

legalmente dato: rispettivamente alla stregua della legge civile e amministrativa.

In questi casi il problema è di vedere chi debba risolvere la questione: se lo stesso giudice

penale investito del giudizio sul reato, oppure il giudice civile o amministrativo.

In linea di principio, e con l’intento di favorire la speditezza dei processi, l’art. 2 impone al

giudice penale di risolvere ogni questione da cui dipende il giudizio, precisando che la

soluzione della questione pregiudiziale è tuttavia operante “incidenter tantum”, vale a dire,

unicamente ai fini della particolare vicenda processuale penale nella quale essa si è presentata,

mentre è priva di efficacia vincolante nel giudizio civile e amministrativo.

Le eccezioni sono rappresentate dalle questioni pregiudiziali attinenti allo stato di famiglia o di

cittadinanza e quelle di particolare complessità (civili o amministrative); ipotesi nelle quali è

consentita la sospensione, peraltro sempre facoltativa, del processo penale.

Il processo può essere sospeso fino al passaggio in giudicato della sentenza che definisce la

questione.

Il processo viene sospeso con ordinanza suscettibile di ricorso per cassazione; ma la

sospensione non impedisce il compimento degli atti urgenti.

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La sentenza irrevocabile del giudice civile che ha deciso una questione sullo stato di famiglia o

di cittadinanza ha efficacia di giudicato nel procedimento penale.

CAP. 4 : IL PUBBLICO MINISTERO

Il pubblico ministero è l’organo affidatario dell’esercizio dell’azione penale (art. 50 cpp: il p.m.

esercita l’azione penale quando non sussistono i presupposti per la richiesta di archiviazione).

Durante le indagini preliminari il P.M. è il soggetto attivo del procedimento – quale titolare

delle indagini stesse – con il compito di raccogliere le informazioni e le conoscenze utili al fine

dell’esercizio dall’azione penale; deve svolgere anche accertamenti su fatti e circostanze a

favore della persona indagata (art. 358).

Nella fase processuale o dibattimentale rappresenta l’accusa trasformandosi da soggetto attivo a

vera e propria parte processuale: perde il ruolo di preminenza e assume una posizione di parità

dialettica con la controparte imputato.

Il pubblico ministero è magistrato addetto alla procura della Repubblica. Le funzioni di P.M.

sono esercitate nelle indagini preliminari e nel giudizio di primo grado, dai magistrati della

procura della Repubblica presso il tribunale; nei giudizi di impugnazione dai magistrati della

procura generale presso la Corte di appello o presso la Corte di Cassazione.

La funzione del P.M. è pubblica e obiettiva: pubblica perché l’importanza degli interessi in

gioco (come ad esempio la libertà personale) richiedono che la funzione di accusa sia affidata

ad un organo pubblico. E questo – appunto – per garantire l’obiettività dell’operato.

Quest’ultima può essere sintetizzata nella formula che il P.M. è un terzo nell’azione allo stesso

modo in cui il giudice è un terzo nella giurisdizione.

Strutturazione del Pubblico Ministero

I vari uffici del pubblico ministero sono strutturati in livelli organizzativi comprendenti:

la Procura Generale presso la Corte di Cassazione;

a) le Procure Generali presso le Corti di Appello;

b) le Procure della Repubblica presso i Tribunali ordinari;

c) le Procure della Repubblica presso i Tribunali per i minorenni;

d)

Nei rapporti tra i diversi uffici del P.M. non esiste una relazione di superiorità gerarchica tra

organi, ma una mera sovraordinazione collegata alla progressione del processo al giudizio di

grado successivo. 19

La procura è composta di più magistrati: un titolare (o capo) dell’ufficio, che è il procuratore

generale presso la corte di cassazione o d’appello, e il procuratore della repubblica presso il

tribunale; i quali sono affiancati da altri magistrati che chiamano sostituti procuratori.

Negli uffici delle procure della Repubblica presso i tribunali ordinari possono essere istituiti

posti di procuratore aggiunto.

Ai sensi dell’art. 70, comma 3 dell’ordinamento giudiziario “ i titolari degli uffici del pubblico

ministero dirigono l’ufficio cui sono preposti, ne organizzano l’attività ed esercitano

personalmente le funzioni … quando non designano altri magistrati addetti all’ufficio”. In base

a tale norma il titolare dell’ufficio può attribuire un procedimento ad un magistrato ovvero può

esercitare personalmente le funzioni; anche se ormai si riconosce che la sostituzione può

avvenire soltanto per motivi che attengo alla buona amministrazione. Il potere direttivo del

titolare si attenua quando il magistrato si trova in udienza. In tal caso il magistrato del pubblico

ministero esercita le sue funzioni con piena autonomia (art. 53, comma 1). Il capo dell’ufficio

provvede alla sostituzione soltanto su consenso dell’interessato ovvero se il consenso manca, in

caso di grave impedimento o di rilevanti esigenze di servizio. Vi è l’obbligo di provvedere alla

sostituzione se il magistrato ha un interesse privato nel procedimento (art. 53, commi 2 e 3).

In base alla regola esposta nell’art. 51, comma 3, ogni ufficio del pubblico ministero è

competente a svolgere le sue funzioni esclusivamente presso l’organo giudiziario davanti al

quale è costituito. A tale regola sono poste alcune eccezioni che danno vita a singole ipotesi di

rapporti di tipo gerarchico.

Il procuratore generale presso la corte di cassazione svolge una funzione di sorveglianza, nel

senso che ha il potere di iniziare l’azione disciplinare contro un qualsiasi magistrato requirente

(la “funzione requirente” concerne l’attività diretta alla realizzazione della pretesa punitiva

attraverso richieste, requisitorie, al giudice investito del processo) o giudicante; la decisione

spetterà poi al consiglio superiore della magistratura. Lo stesso procuratore generale può essere

chiamato a risolvere un contrasto negativo (si verifica quando il P.M. che trasmette gli atti

all’analogo ufficio, presso il giudice che ritiene competente, e il P.M. che riceve tali atti

declinano la titolarità della funzione inquirente in relazione ad un determinato procedimento) o

positivo (si verifica quando il P.M., che richiede la trasmissione degli atti da analogo ufficio,

che procede su persona e fatto oggetto anche della sua attività d’indagine, e quello che ha

ricevuto la richiesta, rivendicano la titolarità della funzione inquirente in relazione a quel

determinato procedimento) tra uffici del pubblico ministero appartenenti a diversi distretti della

di corte di appello (art. 54 e 54 bis). Il procuratore generale presso la corte di appello sorveglia

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tutti i magistrati requirenti del distretto. Inoltre in ipotesi tassativamente indicate dalla legge

può avocare le indagini condotte da uno degli uffici inferiori.

Dopo l‘avvio del processo al P.M. sono assegnate numerose altre funzioni: la partecipazione

all’ U.P. (art. 420), la presentazione delle richieste probatorie negli atti preliminari al

dibattimento (art. 468). E, all’interno del dibattimento, tutte le attività che realizzano il

contraddittorio sul versante dell’accusa: dalla discussione sulle questioni preliminari (art. 491)

all’esposizione introduttiva (art. 493) e alla partecipazione all’istruttoria (art. 496 seg.); dalle

eventuali iniziative per modificare l’imputazione (art. 516 seg.) alla discussione finale (art.

523).

Intervenuta la sentenza il P.M. è uno dei soggetti legittimati alle impugnazioni, sia ordinarie

(appello e ricorso per cassazione, art. 570) sia straordinarie (revisione, art. 632); e poi il

compimento di quanto è necessario per l’esecuzione dei provvedimenti (art. 655).

Il P.M. come parte

È parte il soggetto la cui attività consiste nella prospettazione e nello svolgimento di una tesi,

della quale chiede al giudice l’accoglimento nella decisione.

E l’ovvio corollario è che, allorquando l’ordinamento gli riserva situazioni giuridiche tipiche

delle parti, è corretto qualificare parte anche il P.M.

Il P.M. non è mai parte alla stessa maniera dell’imputato e di tutte le altre parti, che sono parti

private in quanto agiscono nel processo in funzione di un proprio personale interesse. È invece

una parte pubblica essendo il suo dovere di vegliare all’osservanza della legge e alla pronta e

regolare amministrazione della giustizia.

La norma trova un significativo svolgimento nell’ art. 358 che impone al P.M. di compiere

accertamenti anche sui fatti e sulle circostanze favorevoli alla persona sottoposta alle indagini.

E di essi il P.M. deve informare il giudice al quale chiede di disporre una misura cautelare

personale (art. 291).

Non essendo un giudice, il P.M. non va soggetto a ricusazione; tuttavia egli ha la facoltà di

astenersi (non il dovere) se lo consigliano gravi ragioni di convenienza (le stesse che potrebbero

far scambiare l’accusa per una persecuzione).

L’ astensione (art. 52) è volta a garantire l’obiettività della funzione, ossia che il P.M. sia

effettivamente terzo nell’azione.

Con il provvedimento che accoglie la dichiarazione di astensione, il magistrato del P.M.

astenuto è sostituito con un altro magistrato del P.M. appartenente al medesimo ufficio.

21

Il P.M. che si trovi nelle condizioni d’incompatibilità previste nell’art. 36 lett. a), b), d), e) è

sostituito, indipendentemente dal suo consenso, dal capo dell’ufficio o dal procuratore generale

(art. 53 commi 2 e 3).

Avocazione (art. 51 comma 2)

Un istituto tradizionale nei rapporti tra i vari uffici del P.M. è l’avocazione, vale a dire

l’assunzione motu proprio delle funzioni spettanti alla procura presso il giudice inferiore da

parte della procura presso il giudice superiore.

La disciplina attuale è assai restrittiva rispetto al passato.

Il procuratore generale presso la corte d’appello può decidere di assumere le funzioni

normalmente attribuite ad una procura del distretto nei procedimenti di primo grado (art. 51

comma 2), però limitatamente a 6 evenienze:

in conseguenza dell'astensione o della incompatibilità del magistrato designato non è

a) possibile provvedere alla sua tempestiva sostituzione;

il capo dell'ufficio del pubblico ministero ha omesso di provvedere alla tempestiva

b) sostituzione del magistrato designato per le indagini nei casi previsti di astensione ai

sensi dell'articolo 36 comma 1 lettere a), b), d), e);

c) se le indagini collegate relative a gravi delitti non sono state coordinate dai P.M.

competenti;

se non viene richiesta l’archiviazione od il rinvio a giudizio entro il termine di

d) compimento delle indagini preliminari;

se il GIP non accoglie una richiesta di archiviazione;

e)

f) se il Gup, nel corso dell’udienza, rilevando carenze investigative, trasmette gli atti al PM

indicando le ulteriori indagini da svolgere e fissando il termine per la loro esecuzione.

Infine, il Procuratore Nazionale Antimafia può avocare le indagini relative ai delitti c.d. mafiosi

quando esse non siano state coordinate con effettività ed efficienza dai PM competenti.

La direzione nazionale e le direzioni distrettuali antimafia

Per arginare la crescente diffusione dell’attività criminale organizzata, mafiosa e camorristica,

il legislatore ha ritenuto opportuno concentrare in poche mani le indagini preliminari relative a

tali tipi di reati.

A tal fine ha ampliato la sfera di competenza territoriale delle maggiori Procure della

Repubblica con le disposizioni contenute nel D.L. n. 367/91 che ha modificato l’art. 51 del

codice di rito. 22

Nel delineare la sfera di attribuzioni della procura distrettuale e della direzione distrettuale

antimafia, il comma 3 bis ha introdotto, limitatamente ai delitti di criminalità organizzata,

tassativamente indicati, una deroga assoluta alle regole sulla competenza per territorio. Ne

consegue che per i reati ivi previsti, in deroga a qualsivoglia altro parametro, la competenza va

attribuita all’ufficio del P.M. ubicato presso il tribunale del capoluogo del distretto nel cui

ambito ha sede il giudice competente. (DISTRETTO-> ambito territoriale regionale in cui opera

la Corte d’Appello).

Lo stesso D.L., modificando l’ordinamento giudiziario, ha previsto che presso ogni Procura

della Repubblica sita nel capoluogo di Corte di Appello, sia costituito uno specifico ufficio

destinato alla cura delle predette indagini e denominato Direzione Distrettuale Antimafia.

Il collegamento e il coordinamento di tutte le direzioni distrettuali antimafia è affidato ad una

Direzione Nazionale Antimafia (o Procura Nazionale Antimafia P.N.A.) costituita nell’ambito

della Procura Generale presso la Corte di Cassazione. Al suo vertice è destinato il Procuratore

Nazionale Antimafia scelto dal C.S.M. tra i magistrati con specifica competenza. Alla D.N.A.

sono assegnati, in qualità di sostituti, magistrati, con qualifica non inferiore a quella di

magistrato di Corte di Appello, anch’essi nominati dal C.S.M.

La concentrazione dell’attività investigativa presso le Direzioni distrettuali è volta ad accrescere

il grado di efficienza, sia per la specializzazione dei magistrati, sia per la conduzione unitaria.

Tutto ciò non evita l’eventualità di contrasto positivi o negativi tra le Procure Distrettuali.

Se il contrasto si verifica tra le due diverse Direzioni Distrettuali è competente a risolverlo il

procuratore generale presso la Cassazione ed al Procuratore Nazionale Antimafia è demandata

una funzione consultiva.

Se, invece, il contrasto insorge all’interno del medesimo distretto è competente il Procuratore

Generale presso la Corte di Appello (art. 54 ter).

La persona sottoposta alle indagini e la persona offesa dal reato, nonché i rispettivi difensori, se

ritengono che il reato appartenga alla competenza di un giudice diverso da quello presso il quale

il P.M. che procede esercita le sue funzioni, possono chiedere la trasmissione degli atti al P.M.

presso il giudice competente enunciando le ragioni a sostegno della indicazione del diverso

giudice ritenuto competente (art. 54 quater).

CAP. 6: L’ IMPUTATO

Il soggetto passivo del procedimento penale assume una denominazione diversa a seconda che

sia o non sia ancora stata formalizzata l’incriminazione da parte del P.M. (art. 405). Più

precisamente, la qualifica di imputato è quella che si riferisce al soggetto passivo del processo e

23

quindi dopo che sia stata esercitata l’azione penale. Durante le indagini preliminari può solo

parlarsi di persona sottoposta alle indagini (indagato), ciò a naturale garanzia del principio

Costituzionale richiamato dall’art. 27 Cost..

L’imputazione è composta dalla enunciazione in maniera chiara e precisa del fatto storico di

reato e della indicazione delle norme di legge violate dalla persona alla quale il reato è

addebitato (art. 417). Pertanto è imputato colui contro il quale è formulata una imputazione nel

momento in cui il pubblico ministero, nel procedimento ordinario chiede il rinvio a giudizio. La

qualità di imputato si conserva in ogni stato e grado del processo (art. 60 c.p.).

L’assunzione della qualifica di imputato presuppone tre requisiti:

a) l’identificazione o personalizzazione dell’imputato, essendo inammissibile un

imputazione contro ignoti;

b) l’esistenza in vita, in quanto la morte estingue il reato (la morte del reo anteriore alla

condanna è annoverata tra le cause di estinzione del reato);

la capacità processuale (la quale si riporta alla capacità di agire che attiene all’esercizio

c) delle situazioni giuridiche soggettive), in quanto la dialettica paritaria a base del

processo accusatorio richiede che l’indagato e l’imputato abbiano la capacità di

intendere e di volere onde avvalersi consapevolmente delle garanzie ed esercitare i diritti

di difesa sin dall’inizio del procedimento.

I diritti dell’imputato

La riforma della disciplina della difesa d’ufficio (L. 60/2001), ha previsto che il P.M., a pena di

nullità, deve informare l’indagato del diritto di difesa tecnica (diritto alla nomina di un

difensore d’ufficio o di fiducia, gratuito patrocinio).

Fra i molteplici diritti di cui è titolare l’imputato, occorre ricordare:

- il diritto di rivolgersi direttamente al giudice;

- il diritto alla prova e all’incidente probatorio;

- il diritto a partecipare al processo;

- il diritto a non presenziare all’udienza;

- il diritto a scegliere un rito alternativo;

- il diritto alle impugnazioni;

- il diritto a non rispondere in sede di interrogatorio.

24

L’interrogatorio

L’interrogatorio costituisce senza dubbio l’atto più rilevante che coinvolge direttamente

l’imputato o l’indagato. Esso può essere svolto dal giudice, dal P.M. o dalla P.G. su delega del

P.M. L’interrogatorio dell’imputato è sottoposto determinate formalità previste negli artt. 64 e

65 cpp. : in particolare l’imputato deve presentarsi libero e non possono utilizzarsi tecniche che

influenzino la sua libertà di autodeterminazione o alterino la capacità di ricordare e di valutare i

fatti (è precluso l’uso di strumenti quali l’ipnosi, la narcoanalisi, a prescindere dal consenso

della persona).

L’interrogante invita dunque l’interrogato a dichiarare le proprie generalità (sulle quali è

obbligato a dire la verità) dopodichè deve contestare con precisione i fatti e le fonti di prova.

La riforma del giusto processo ha previsto che l’imputato/indagato che riferisca su fatti attinenti

alle accuse che lo riguardino, è qualificabile come imputato; quando invece riferisce fatti

attinenti alla responsabilità penale altrui, riveste la qualifica di testimone. Per tale motivo

l’interrogante, prima che inizi l’interrogatorio deve avvisare l’interrogato che:

a) le dichiarazioni rese potranno sempre essere usate contro di lui;

b) ha la facoltà di non rispondere;

c) in relazione alle dichiarazioni coinvolgenti la responsabilità di altri, assumerà la veste di

testimone.

La norma è volta a garantire una partecipazione libera e cosciente della persona indagata

all’interrogatorio, attraverso il rispetto della sua dignità, della libertà morale, del diritto al

silenzio, della personalità del soggetto nel suo complesso. Tale disposizione contribuisce a

rendere l’interrogatorio, in coerenza con il sistema accusatorio, uno strumento di difesa.

Con la l. 1-3-2001, n. 63 (c.d. “giusto processo”) viene integralmente sostituito il 3^ comma ed

introdotto un ulteriore comma, il 3 bis. In particolare ciò che viene modificato è il regime degli

avvisi che devono essere fatti all’indagato e/o imputato al momento in cui si procede al suo

interrogatorio. L’inosservanza delle disposizioni di cui al comma 3, lett. a), b), rende

inutilizzabili le dichiarazioni rese dalla persona interrogata. In mancanza dell’avvertimento di

cui al comma 3, lett. c), le dichiarazioni eventualmente rese dalla persona interrogata su fatti

che concernono la responsabilità di altri non sono utilizzabili nei loro confronti e la persona

interrogata non potrà assumere l’ufficio di testimone.

Al fine di evitare che le dichiarazioni rese da una persona contro se stessa siano utilizzate

aggirando la formalistica disciplina dell’interrogatorio, è previsto che: le dichiarazioni

comunque rese nel corso del procedimento dall'imputato o dalla persona sottoposta alle

25

indagini non possono formare oggetto di testimonianza (art. 62). Inoltre, se davanti all'autorità

giudiziaria o alla p.g. una persona non imputata ovvero una persona non sottoposta alle

indagini rende dichiarazioni in qualità di persona informata dei fatti dalle quali emergono

indizi di reità a suo carico, l'autorità procedente ne interrompe l'esame, avvertendola che a

seguito di tali dichiarazioni potranno essere svolte indagini nei suoi confronti e la invita a

nominare un difensore. Le precedenti dichiarazioni non possono essere utilizzate contro la

persona che le ha rese (art. 63).

La norma è espressione del principio garantista “nemo tenetur se detergere”. Costituisce

un’anticipazione del diritto al silenzio operante in sede di interrogatorio e completa la regola per

cui “nessuno può essere obbligato a deporre” su fatti dai quali potrebbe emergere la propria

responsabilità penale. CAP. 14: LE NULLITA’

Dettando la disciplina degli atti, il codice ha prefigurato una serie di modelli legislativi degli atti

medesimi, ovvero dei canoni di regolarità ai quali gli operatori devono attenersi (art. 124

stabilisce, infatti, il principio generale dell’obbligo di osservanza delle norme processuali).

Quid iuris per le ipotesi di deviazione da quei modelli, o, in altri termini, per l’inosservanza di

quei canoni?

È ovvio che la diversa rilevanza della violazione della regola comporti, nell’atto che la concreta,

un grado di maggiore o minore irregolarità. Si delinea in tal modo un’ampia gamma di ipotesi e

di situazioni, dalla mera irregolarità, che non compromette la validità dell’atto sul piano

processuale, alle varie forme di invalidità, tradizionalmente designate come nullità, fino

all’inesistenza.

Un principio generale della materia è quello della tassatività, enunciato nell’art. 177 in base al

quale, l’inosservanza delle disposizioni stabilite per gli atti del procedimento è causa di nullità

soltanto nei casi previsti dalla legge.

Il legislatore ha dunque inteso disciplinare il fenomeno delle nullità tendenzialmente entro un

numero chiuso di ipotesi, mentre l’avverbio “soltanto” sta a significare che all’interprete non è

consentita una qualsiasi operazione estensiva o di tipo analogico.

L’unica forma patologica unitariamente ed autonomamente disciplinata è quella delle nullità,

cui legislatore dedica il presente titolo 7^.

La nullità è una forma patologica dell’atto processuale, determinata dal difetto dei requisiti

previsti dalla legge, ed è tale da renderlo inidoneo a realizzare lo scopo cui è preordinato. La

nullità presuppone, dunque, una difformità dell’atto in concreto compiuto, rispetto al paradigma

26

astrattamente delineato dalla fattispecie normativa ed implica una lesione di un bene- interesse

giuridicamente rilevante (es. : diritto di difesa, libertà personale).

Tipologie delle nullità

Le nullità possono dividersi in due grandi categorie:

quelle speciali, determinate di volta in volta per casi particolari con previsione specifica

1. (ad es. : art. 109, comma 3, in tema di lingua degli atti);

quelle generali, sono quelle enunciate una tantum, ma con efficacia diffusiva in tutto il

2. sistema del codice, nel fondamentale art. 178.

È sempre prescritta a pena di nullità l’osservanza delle disposizioni concernenti (art. 178):

a) le condizioni di capacità del giudice e il numero dei giudici necessario per costituire i

collegi stabilito dalle leggi di ordinamento giudiziario;

b) l’iniziativa del P.M. nell’esercizio dell’azione penale e la sua partecipazione al

procedimento;

c) l’intervento, l’assistenza e la rappresentanza dell’imputato e delle altre parti private (a tutela

dell’effettività del diritto di difesa sancito dall’art. 24 Cost. e della regolare instaurazione del

contraddittorio).

In ragione della diversa rilevanza dei beni- interessi sostanziali tutelati con le norme violate, le

nullità si distinguono a loro volta in:

1. nullità assolute, (art. 179): Sono insanabili e sono rilevate di ufficio in ogni stato

e grado del procedimento le nullità previste dall’art. 178 comma 1 lett. a) ; quelle

concernenti l’iniziativa del P.M. nell’esercizio dell’azione penale; e quelle derivanti

dalla omessa citazione dell’imputato o dall’assenza del suo difensore nei casi in cui

ne è obbligatoria la presenza (comma 1).

Inoltre, nel comma 2, l’art. 179 presenta come assolute anche le nullità definite

come tali da specifiche disposizioni di legge;

2. nullità c.d. intermedie (art. 180): (nullità generali non sussumibili nella

previsione dell’art. 179) rilevabili d’ufficio o su istanza della parte che ha subito

danno dalla violazione, purché non vi abbia dato causa; a differenza delle

assolute, sono sanabili, in quanto sono previsti precisi termini per la loro rilevabilità

(le nullità verificatesi durante le indagini preliminari si eccepiscono o si rilevano

prima della sentenza di primo grado; quelle verificatesi durante il giudizio si

eccepiscono o si rilevano prima della sentenza di grado successivo), trascorsi i quali

27

vengono appunto sanate.

L’art. 180 indica per differenza le nullità che rientrano in questa categoria; esse sono

le nullità generali che non sono comprese dall’art. 179 fra quelle assolute.

Pertanto costituiscono una nullità a regime intermedio:

- l’inosservanza delle disposizioni attinenti alla partecipazione del P.M. al

procedimento

- e di quelle concernenti l’intervento, l’assistenza e la rappresentanza dell’imputato

e delle parti private

- nonché la citazione in giudizio della persona offesa dal reato e del querelante.

Quindi è affetto da tale vizio sia il provvedimento del giudice che decida senza che

vi sia stata la richiesta del pubblico ministero, quando questa è prevista come

necessaria (ad es. art. 291), sia il compimento di un atto senza previo avviso al

difensore delle parti private, ove questo sia imposto dalla legge (art. 364, comma 3);

3. nullità relative (art. 181): sono definite, dall’art. 181, le nullità diverse da quelle

previste dagli artt. 178 e 179 comma 2. La loro principale caratteristica, correlativa

ad una minor rilevanza delle regole che si assumono violate, è costituita dal fatto

che possono essere accertate e dichiarate solo su eccezione di parte.

Sono quelle che sanzionano vizi di minore gravità, diversi da quelli di ordine

generale codificati dall’art. 178. Si tratta di vizi previsti da norme specifiche. A

differenza delle nullità intermedie e di quelle assolute, le une e le altre di ordine

generale, le nullità relative sono solo di ordine speciale e nascono, quindi, da

tassative previsioni di legge.

Le nullità relative sono :

- rilevabili solo su istanza di parte e non in via officiosa, in quanto destinate a

tutelare un interesse esclusivo di una parte processuale;

- deducibili in un termine assai breve, entro la fase o grado immediatamente

successivo (e cioè fino al provvedimento conclusivo dell’U. P. per ogni vizio

antecedente; fino all’apertura del dibattimento, per vizi successivi alla conclusione

dell’U.P. , attinenti al decreto che dispone il giudizio o agli atti preliminari al

dibattimento; con l’impugnazione della sentenza, per le nullità verificatesi in

giudizio), con decadenza dal potere di rilievo se non tempestivamente esercitato;

- sanabili, nei modi previsti dagli artt. 183 e 184.

28

Le sanatorie delle nullità

A parte le nullità assolute, in linea di principio e per definizione, insanabili, le altre nullità sono

suscettibili, al contrario, di sanatoria.

Sanatoria: l’atto originariamente nullo diviene valido definitivamente, senza possibilità che

l’invalidità possa più essere dedotta.

Il codice delinea 2 ordini di sanatorie: sanatorie generali e speciali.

Le disciplina delle sanatorie “generali” è contenuta nell’art. 183:

Le nullità sono sanate:

- se la parte interessata ha rinunciato espressamente ad eccepirle ovvero ha accettato gli effetti

dell’atto nullo;

- se la parte si è avvalsa della facoltà al cui esercizio l’atto omesso o nullo è preordinato (per

tale ipotesi è giusto parlare di sanatoria per raggiungimento dello scopo, in considerazione del

fatto che l’atto, ancorché invalido, ha ugualmente espletato la sua funzione).

L’art. 184 delinea altre ipotesi particolari di sanatoria che, per la loro specificità, possiamo

definire “speciali”.

Si tratta delle sanatorie di nullità relative alle citazioni e agli avvisi, ovvero alle relative

comunicazioni o notificazioni : tali nullità sono sanate se la parte interessata è comparsa o ha

rinunciato a comparire (comma 1).

La parte la quale dichiari che la comparizione è determinata dal solo intento di far rilevare

l’irregolarità ha diritto a un termine (dilatorio) per la difesa non inferiore a 5 gg. (comma 2).

Quando la nullità riguarda la citazione a comparire al dibattimento, il termine non può essere

inferiore a 20 gg. (comma 3).

Effetti della dichiarazione di nullità

La nullità di un atto rende invalidi gli atti consecutivi che dipendono da quello dichiarato nullo

(art. 185, comma 1).

La dichiarazione di nullità comporta:

- che il giudice che dichiara la nullità di un atto ne dispone la rinnovazione (cioè la ripetizione

in forma non viziata) qualora sia necessaria e possibile;

- che il procedimento regredisca allo stato o al grado in cui è stato compiuto l’atto nullo

(comma 2).

La disposizione del comma 3 non si applica alle nullità concernenti le prove (comma 4).

29

L’ irregolarità

L’irregolarità è qualsiasi vizio formale dell’atto non sanzionato dalla legge con la nullità.

Quando si verifichi, il giudice deve provvedere alla sua eliminazione, eventualmente facendo

ricorso alla correzione degli errori materiali.

Si tenga presente che ai sensi dell’art. 124 cpp. : I magistrati, i cancellieri e gli altri ausiliari

del giudice, gli ufficiali giudiziari, gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria sono tenuti a

osservare le norme processuali anche quando l'inosservanza non importa nullità o altra

sanzione processuale (comma 1).

I dirigenti degli uffici vigilano sull'osservanza delle norme anche ai fini della responsabilità

disciplinare (comma 2).

L’inesistenza

La dottrina e la giurisprudenza hanno creato una ulteriore figura di invalidità denominata

inesistenza. L’inesistenza è l’impossibilità di qualificare un atto come giuridico o per la

mancanza o per la incompletezza di requisiti minimi tale che per l’ordinamento, l’atto non viene

a giuridica esistenza ed è quindi irrilevante (ad esempio: una sentenza emessa da un soggetto

diverso dal giudice).

Il provvedimento abnorme

Tale vizio non è espressamente codificato ma frutto di elaborazioni dottrinali. Si considera

abnorme l’atto che per la singolarità e stranezza del contenuto, risulti avulso dall’intero

ordinamento processuale nonché quello che, pur essendo in astratto manifestazione di legittimo

potere, si esplichi al di fuori dei casi consentiti e delle ipotesi previste, al di là di ogni

ragionevole limite.

A titolo di esempio è stato classificato abnorme la sentenza di incompetenza del GIP a fronte di

una richiesta di archiviazione; il provvedimento del GUP che, investito della richiesta di rinvio

a giudizio, abbia invece disposto l’archiviazione ai sensi dell’art. 415 cpp.

Avverso tali provvedimenti è esperibile il ricorso per cassazione.

CAP. 15: LE PROVE

Il procedimento di formazione della prova è costituito da 4 momenti:

- ricerca;

- individuazione; 30

- acquisizione della prova (-> momenti che riguardano l’accertamento della verità materiale);

- valutazione della prova (-> momento che più attiene al convincimento del giudice).

La prova va, dunque, prima ricercata per essere posta a fondamento della valutazione del

giudice; va poi individuata attraverso un’attività d’indagine; una volta individuata, va acquisita

al processo, va cioè assunta previa ammissione e, infine, va valutata.

In passato, questi 4 momenti erano riservati tutti alla disponibilità del giudice e del p.m.

La novità di maggior rilievo nel vigente codice è stata quella di aver separato i “momenti del

procedimento probatorio”, lasciando al giudice solo il momento conclusivo della valutazione

della prova e suppure limitatamente, il momento dell’ammissione della prova. Per il resto, sono

le parti che ricercano e individuano la prova e la producono nel libero contraddittorio fra loro: il

p.m. da una parte e l’imputato dall’altra. (N.B. : il p.m., nel sistema processuale del 1988, non è

l’accusatore a tutti i costi, in quanto l’art. 358 gli attribuisce il potere- dovere di svolgere anche

accertamenti su fatti o circostanze a favore della persona sottoposta alle indagini).

Ma il legislatore del 1988, non solo ha voluto togliere al giudice quell’attività di indagine che è

riservata alle parti, ma ha anche dettato alcune regole legali per la valutazione della prova, così

limitando ancora di più il libero convincimento.

Una prima distinzione è quella fra prova e indizio: la prova è tendenzialmente caratterizzata

dalla certezza e l’indizio no.

L’indizio è costituito, invece, da quel fatto ignoto, che può indirettamente ricavarsi da un fatto

noto (così, ad es. , la presenza di una persona sul luogo del delitto o nelle vicinanze può essere

un elemento dal quale può dedursi la sua compartecipazione al fatto delittuoso, ma non è

certamente prova della commissione del fatto).

Abolizione del principio di tassatività dei mezzi di prova

In passato si parlava di “tassatività dei mezzi di prova” (assumevano rilievo soltanto quelle

prove che erano espressamente previste dal legislatore).

Questo principio di tassatività è stato ridimensionato rispetto al passato, in quanto l’art. 189

stabilisce che: quando è richiesta una prova non disciplinata dalla legge, il giudice può

assumerla se essa risulta idonea ad assicurare l’accertamento dei fatti e non pregiudica la

libertà morale della persona.

Questa norma è finalizzata a stabilire i confini oggettivi dell’esercizio del diritto alla prova: non

ogni conoscenza può essere oggetto di prova, ma solo quelle utili all’accertamento del fatto ed

alle ulteriori questioni connesse.

Tradizionalmente si parla anche di massime di esperienza e di fatti notori.

31

Le massime di esperienza sono quelle che rientrano nella conoscenza di una determinata

società: ad esempio, i dati dell’esperienza comune, le regole matematiche o i principi scientifici.

I fatti notori sono gli avvenimenti di una certa risonanza che, proprio per questo, appaiono noti

alla generalità delle persone: ad esempio, un terremoto o altro eccezionale evento naturale.

Il vigente sistema probatorio, abbandonando la distinzione tra prova generica (che atteneva

all’accertamento del fatto sotto il profilo oggettivo) e prova specifica (tesa ad individuare

l’autore del fatto e quindi il profilo soggettivo dell’indagine), distingue solo tra “mezzi di

prova” e “mezzi di ricerca della prova”.

I mezzi di prova sono le forme attraverso le quali la prova viene ad esistenza (ad es. : la

testimonianza, la ricognizione, il confronto).

I mezzi di ricerca della prova sono quelli tramite i quali la prova si acquisisce: la ispezione, la

perquisizione, i sequestri e le intercettazioni telefoniche.

I mezzi di ricerca della prova hanno ovviamente un valore inferiore rispetto ai mezzi di prova,

perché non costituiscono essi stessi una prova (infatti, non è la perquisizione come tale che

fornisce la prova, ma l’oggetto materiale che viene rinvenuto ed acquisito attraverso la

perquisizione ).

Oggetto della prova

Il codice del 1988 stabilisce, all’art. 187 che: sono oggetto di prova i fatti che si riferiscono

all’imputazione, alla punibilità e alla determinazione della pena o della misura di sicurezza.

Sono i 3 profili dei quali si deve tenere conto nell’indagine probatoria:

1. accertare se il fatto storico trasfuso nell’imputazione è accaduto e quale qualificazione

giuridica deve assumere (profilo oggettivo);

2. individuare la responsabilità di un soggetto e la sua imputabilità (profilo soggettivo);

3. accertare e determinare la misura della pena e l’applicazione di misura di sicurezza (profilo

quantitativo).

Sono altresì oggetto di prova i fatti dai quali dipende l’applicazione di norme processuali (ad es.

: si pensi alla prova che occorre fornire per l’esistenza di un caso fortuito o di una forza

maggiore, che ha impedito il rispetto di un termine perentorio, al fine di essere restituiti in

termini) (comma 2).

Se vi è costituzione di parte civile, sono inoltre oggetto di prova i fatti inerenti alla

responsabilità civile derivante dal reato (comma 3).

Diritto alla prova 32

Art. 190 : la norma fissa una delle regole fondamentali del nuovo processo: il diritto alla prova

come diritto riservato alle parti e non più demandato al giudice; le prove sono ammesse a

richiesta di parte.

Al giudice è riservato soltanto il momento decisionale, prima di ammissione e successivamente

di valutazione della prova. E’ infatti il giudice che, di fronte alla richiesta delle parti, deve

provvedere senza ritardo, con ordinanza, ad ammettere le prove, escludendo quelle contra

legem (vietate dalla legge) o manifestamente superflue o manifestamente irrilevanti (che non

vertono sui fatti oggetto della prova per i quali si procede).

La legge stabilisce i casi in cui le prove sono ammesse d’ufficio (cioè senza iniziativa di parte).

L’ammissione d’ufficio costituisce l’eccezione, limitata ai casi e modi espressamente previsti

dalla legge.

Una volta ammessa, a seguito di domanda di parte, la prova deve essere assunta secondo le

modalità previste dalla legge.

L’inutilizzabilità delle prove

Il legislatore del 1988 ha introdotto la nuova figura processuale della inutilizzabilità che attiene

ai vizi del procedimento di ammissione e di acquisizione della prova.

L’art. 188 vieta, in sede di assunzione della prova, l’utilizzo di metodi o tecniche idonei a

influire sulla libertà di autodeterminazione o ad alterare la capacità di ricordare e di valutare i

fatti (sono illecite, dunque, le testimonianze sotto ipnosi, la somministrazione di sostanze di

vario tipo in grado di attenuare i riflessi, le macchine della verità).

Il libero convincimento del giudice come regola di giudizio

Il sistema processuale del 1988 si ispira al “principio del libero convincimento del giudice”,

che è libero di valutare la prova, avvalendosi della discrezionalità che il legislatore gli

attribuisce.

Pur tuttavia, non si può disconoscere che il principio del libero convincimento, se non applicato

correttamente, può facilmente sconfinare nell’arbitrio: se è vero, infatti, che per evitare lo

sconfinamento, vi è l’obbligo per il giudice di motivare la sua decisione, rendendo così conto

alle parti delle ragioni adottate, non sempre la motivazione, pure obbligatoria, appare da sola

sufficiente a rendere logica e giuridicamente corretta la valutazione della prova (l’art. 111

comma 6 Cost. stabilisce il principio dell’obbligo della motivazione dei provvedimenti

giurisdizionali). 33

Il principio dell’art. 111 comma 6 Cost. serve anche a coordinare gli altri principi processuali

fissati nella Costituzione: anzitutto l’esercizio del diritto di difesa (art. 24 comma 2 Cost.) che

non sarebbe garantito se non vi fosse l’obbligo della motivazione dei provvedimenti

giurisdizionali.

Altrettanto dicasi per il principio della indipendenza e della imparzialità del giudice (art. 101

comma 2 Cost.): solo la motivazione del provvedimento garantisce il giudice da sospetti di

parzialità perché, manifestando le ragioni della decisione adottata, rende conto del giudizio

espresso.

Il principio del libero convincimento del giudice si contrappone al “sistema delle prove legali”,

in base al quale il legislatore fissa rigorosi parametri valutativi nella legge, ai quali il giudice

deve necessariamente attenersi e dai quali non può assolutamente prescindere nel momento di

valutazione della prova.

La valutazione della prova

L’art. 192 è un’altra rilevante novità del codice del 1988 in quanto introduce le regole legali

limitatrici del libero convincimento del giudice.

Il legislatore ha codificato i parametri attraverso i quali il giudice deve valutare la prova; essi

sono:

- l’obbligo della motivazione;

- la valutazione degli indizi;

- la valutazione della chiamata in correità.

Secondo l’art. 192 il giudice valuta la prova dando conto, nella motivazione, dei risultati

acquisiti e dei criteri adottati (metodo usato per valutare le prove).

Il rigore della legge è indiscutibile: non è valida una motivazione implicita, una motivazione

apparente, una motivazione illogica o contraddittoria.

L’esistenza di un fatto non può essere desunta da indizi a meno che questi siano gravi, precisi e

concordanti (comma 2).

In definitiva, gli indizi acquistano valenza probatoria solo se hanno una particolare rilevanza

processuale, così da non poter essere sottovalutati (gravità), se fanno riferimento a circostanze

bene determinate, quando risultano non generici (precisione) e se sono caratterizzati da una

univocità di elementi fra loro non contrastanti che confluiscono verso una ricostruzione unitaria

del fatto cui si riferiscono (concordanza).

La prova dell’esistenza di un fatto deve essere riconducibile ad una pluralità di indizi (prova

indiziaria) giacchè quel che rileva, ai fini della ricostruzione del fatto, è che il quadro indiziario

34

abbia una valenza dimostrativa pregnante ed univoca, sì da far ritenere inconfutabilmente

provato, da un punto di vista logico, il fatto.

Quanto alla chiamata in correità essa consiste nella confessione giudiziale da parte di un

imputato della commissione di un fatto con la contemporanea accusa rivolta nei confronti di un

altro imputato.

Il legislatore ha stabilito espressamente, nell’art. 192 comma 3, che le dichiarazioni rese dal

coimputato del medesimo reato o da persona imputata in procedimento connesso sono valutate

unitamente agli altri elementi di prova che ne confermano l’attendibilità.

Con la dizione normativa usata, l’art. 192 comma 3, vuole soltanto indicare la volontà del

legislatore di evitare che la chiamata in correità possa essere valutata da sola, potendo essa

invece incidere sul convincimento del giudice soltanto se valutata insieme ad altri elementi di

prova, che diano riscontro alla veridicità della chiamata.

CAP. 16: I MEZZI DI PROVA

I mezzi di prova sono gli strumenti (o istituti) processuali attraverso i quali si acquisisce,

innanzi al giudice, la prova.

Il codice elenca i seguenti mezzi di prova tipici :

- testimonianza;

- esame delle parti;

- confronti;

- ricognizioni;

- esperimenti giudiziali;

- perizia;

- documenti.

Il codice non impone la tassatività dei mezzi di prova; al contrario consente che possano essere

assunte prove atipiche, e cioè non regolamentate dalla legge. Tuttavia è possibile ammettere una

prova atipica soltanto se questa è idonea ad assicurare l’accertamento dei fatti e non pregiudica

la libertà morale della persona (in base all’art. 189 la prova atipica può essere ammessa se

presenta due requisiti: in primo luogo deve essere idonea ad assicurare l’accertamento dei

fatti; in secondo luogo deve assicurare la libertà morale della persona – fonte di prova).

La testimonianza

L’ art. 196 afferma che: ogni persona ha la capacità di testimoniare (comma 1).

35

Qualora, al fine di valutare le dichiarazioni del testimone, sia necessario verificarne l’idoneità

fisica o mentale a rendere testimonianza, il giudice anche d’ufficio può ordinare gli

accertamenti opportuni con i mezzi consentiti dalla legge (comma 2).

L’art. 196 non pone limiti alla capacità di testimoniare (= l’idoneità a ricoprire l’ufficio di

testimone): nessun limite pregiudiziale discende dall’età, dalla nazionalità, dal sesso, dalle

condizioni personali e sociali (ad es. : anche il minore può testimoniare).

Quello della testimonianza è senza dubbio un dovere che è sancito penalmente in quanto il

testimone renitente, falso o reticente è passabile di una sanzione a norma dell’art. 372 c.p. il

quale punisce appunto il testimone che si rifiuti di deporre o non manifesti il vero o dichiari il

falso.

Il dovere di testimoniare è però cosa diversa dalla capacità a testimoniare.

Per la seconda non vi è limite alcuno; vi sono, invece, limiti al dovere di testimoniare, sia sotto

il profilo oggettivo che sotto il profilo soggettivo.

Limiti oggettivi e soggettivi della testimonianza

Sotto il profilo oggettivo, vale innanzi tutto la norma generale di cui all’art. 187 in ordine

all’oggetto della prova(visto che la norma costituisce limite generale per ogni prova e quindi

anche per la testimonianza; art. 187: sono oggetto di prova i fatti che si riferiscono

all’imputazione, alla punibilità e alla determinazione della pena o della misura di sicurezza).

È poi rafforzativo l’art. 194 comma 1: il testimone è esaminato sui fatti che costituiscono

oggetto di prova; non può deporre sulla moralità dell’imputato, salvo che si tratti di fatti

specifici, idonei a qualificarne la personalità in relazione al reato e alla pericolosità sociale.

Il testimone può essere esaminato solo su fatti specifici ben determinati. Non può mai essere

chiamato a deporre sulle voci correnti nel pubblico, né esprimere apprezzamenti personali o

valutazioni.

È proprio su quest’ultimo punto che si fa la tradizionale distinzione fra il testimone ed il perito,

sottolineando che, mentre il testimone riferisce, il perito valuta. Il testimone deve solo riferire i

fatti che sono a sua conoscenza, contrariamente al perito che, invece, esprime una valutazione

sui fatti stessi.

Sotto il profilo soggettivo, si distingue 2 tipi di limiti:

- limiti soggettivi per incompatibilità a testimoniare;

- limiti soggettivi per facoltà di astensione. 36

- L’incompatibilità a testimoniare è prevista per tutti quei casi in cui un soggetto si venga a

trovare in una posizione di contrasto rispetto ad altra posizione processuale o ad altra funzione

processuale già assunta in precedenza nel medesimo processo.

Non possono essere assunti come testimoni:

- i coimputati del medesimo reato o le persone imputate in un procedimento connesso, salvo che

nei loro confronti sia stata pronunciata sentenza irrevocabile di proscioglimento, di condanna;

- il responsabile civile e la persona civilmente obbligata per la pena pecuniaria;

- coloro che nel medesimo procedimento svolgono o hanno svolto la funzione di giudice, di

p.m. o di loro ausiliario;

- il difensore che abbia svolto attività di investigazione difensiva;

- coloro che hanno formato la documentazione delle dichiarazioni e delle informazioni assunte.

- La seconda ipotesi di limite soggettivo attiene alla facoltà di astensione, per la quale il dovere

di testimoniare viene affievolito dalla facoltà, riservata a determinati soggetti, di testimoniare o

di astenersi dal farlo.

I casi di astensione si possono così suddividere:

1) per segreto familiare;

2) per segreto professionale;

3) per segreto d’ufficio.

1) La ratio della facoltà di astensione per segreto familiare consiste nella tutela del sentimento

familiare: la norma è dettata al fine di evitare che il chiamato a testimoniare si trovi nella

penosa alternativa di mentire (così rendendosi responsabile di falsa testimonianza) o di nuocere

al congiunto.

La facoltà di astensione per segreto familiare è riservata a tutti i prossimi congiunti

dell’imputato che non sono obbligati a deporre (a loro la scelta se testimoniare o avvalersi del

silenzio), salvo che non siano essi stessi denuncianti, querelanti o offesi dal reato.

È stata estesa la facoltà in questione anche ai soggetti che, seppure non prossimi congiunti,

siano legati all’imputato da un vincolo di adozione e anche alle ipotesi di convivenza di fatto

con l’imputato stesso.

Sono parimenti parificati ai prossimi congiunti: il coniuge separato e il coniuge che ha visto

annullati gli effetti civili del matrimonio a seguito di annullamento o di divorzio.

2) Altra ipotesi di astensione è quella per segreto professionale, ex art. 200.

37

È data facoltà di astensione, affievolendosi così l’obbligo di testimoniare, nei confronti di

quelle persone che sono venute a conoscenza di determinati fatti a ragione del proprio

ministero, del proprio ufficio o della propria professione.

Se i fatti sono stati conosciuti a causa dell’attività svolta da queste persone professionalmente,

queste persone hanno facoltà di astenersi limitatamente a qui fatti.

Non possono essere obbligati a deporre su quanto hanno conosciuto per ragione del proprio

ministero, ufficio o professione:

- i ministri di confessioni religiose, i cui statuti non contrastino con l’ordinamento giuridico

italiano;

- gli avvocati, gli investigatori privati autorizzati, i consulenti tecnici e i notai;

- i medici e i chirurghi, i farmacisti, le ostetriche e ogni altro esercente una professione

sanitaria;

- i giornalisti professionisti iscritti nell’albo professionale, relativamente ai nomi delle persone

dalle quali i medesimi hanno avuto notizie di carattere fiduciario nell’esercizio della loro

professione (quindi, il segreto è limitato ai nomi delle persone dalle quali i giornalisti hanno

avuto la notizia, i c.d. “informatori”; su tali nomi il giornalista professionista non può essere

obbligato a deporre).

Tuttavia, se le notizie sono indispensabili ai fini della prova del reato per cui si procede e la

loro veridicità può essere accertata solo attraverso l’identificazione della fonte della notizia, il

giudice ordina al giornalista di indicare la fonte delle sue informazioni (art. 200, comma 3).

3) Infine, ultima ipotesi di astensione è quella per segreto di ufficio, nella quale possiamo anche

comprendere il segreto di Stato.

L’art. 201 stabilisce che: salvi i casi in cui hanno l’obbligo di riferirne all’autorità giudiziaria,

i pubblici ufficiali, i pubblici impiegati e gli incaricati di un pubblico servizio hanno l’obbligo

di astenersi dal deporre su fatti conosciuti per ragioni del loro ufficio che devono rimanere

segreti.

Nell’ambito del segreto d’ufficio appare di particolare rilevanza il segreto si Stato.

L’art. 202 stabilisce che: i pubblici ufficiali, i pubblici impiegati e gli incaricati di un pubblico

servizio hanno l’obbligo di astenersi dal deporre su fatti coperti dal segreto si Stato (comma 1).

Se il testimone oppone un segreto di Stato, il giudice ne informa il Presidente del Consiglio dei

Ministri, cui spetta la responsabilità della sicurezza dello Stato, chiedendo a lui conferma

dell’esistenza del segreto. 38

Qualora il segreto sia confermato e la prova sia essenziale per la definizione del processo, il

giudice (= Procuratore della Repubblica) dichiara non doversi procedere per la esistenza di un

segreto di Stato (commi 2, 3).

Qualora però il Presidente del Consiglio, entro 60 gg. dalla richiesta, non risponda o

comunque non dia conferma del segreto, il giudice ordina che il testimone deponga, ed in tal

caso non è più consentito opporre il segreto (comma 4).

La testimonianza indiretta

La testimonianza indiretta o de relato è la testimonianza della persona che riferisce fatti non

visti o uditi personalmente, ma visti o uditi da un’altra persona, dalla quale poi il testimone ha

appreso i fatti stessi.

I codice stabilisce che una testimonianza di tal genere non è utilizzabile se non quando venga

esaminata la persona che ha direttamente avuto la percezione dei fatti.

Quando il testimone si riferisce, per la conoscenza dei fatti, ad altre persone, il giudice, a

richiesta di parte (o anche d’ufficio, ove ritenuto necessario), deve disporre che esse siano

chiamate a deporre (art. 195 commi 1, 2).

La valutazione della prova, come in ogni altra ipotesi, è affidata al prudente apprezzamento del

giudice, il quale è tenuto al dovere di una particolare attenzione nell’eventualità che le

deposizioni non coincidano.

Con la riforma introdotta dal Giusto processo il legislatore ripristina un comma, il 4, dell’art.

195 che era stato dichiarato incostituzionale dalla Consulta; si è evidenziato come fosse

necessario per il legislatore ripristinare il divieto, per la p.g. , di deporre sul contenuto delle

dichiarazioni acquisite da testimoni.

L’art. 195 comma 7 regola l’ipotesi dei c.d. “informatori di polizia” : quei soggetti cioè che

riferiscono alla polizia fatti sulla base dei quali la polizia stessa può svolgere particolari

indagini. La p.g. ha la facoltà di non rivelare il nome della persona dalla quale ha ricevuto la

confidenza, ma in tal caso non può essere utilizzata la testimonianza di chi si rifiuta di indicare

tale nome.

Comunque resta fermo, per il giudice, il divieto rafforzato dall’art. 203 di obbligare gli agenti

della p.g. o il personale dei servizi di sicurezza, a rivelare i nomi degli informatori, con la

conseguenza che, se questi non sono esaminati come testimoni, le informazioni da essi fornite

non possono essere acquisite né utilizzate.

L’esame delle parti 39

L’istituto è di nuova formulazione; l’art. 208 prevede che: nel dibattimento, l’ imputato, la

parte civile (che non debba essere esaminata come testimone), il responsabile civile e il

civilmente obbligato per la pena pecuniaria sono esaminati se ne fanno richiesta o vi

acconsentano.

A differenza della testimonianza che per il teste è attività doverosa, l’esame delle parti è un

mezzo di prova che si assume su base volontaria: la parte privata non può essere sottoposta ad

esame se non ne fa richiesta o non vi consente.

La parte civile può sia essere indicata come testimone, sia chiedere (o essere richiesta) di

sottoporsi ad esame.

L’esame della persona imputata in procedimento connesso: si tratta dell’esame del c.d. imputato

– testimone, e cioè del soggetto in parte da considerarsi imputato (perché ha assunto tale status

in altro procedimento) e in parte testimone (perché assume tale funzione in relazione ai fatti per

i quali si procede).

Nel dibattimento, le persone imputate in un procedimento connesso sono introdotte nel

processo secondo il rito proprio della prova testimoniale (art. 198, obblighi del testimone) :

vengono citati e hanno l’obbligo di presentarsi al giudice il quale, in caso di inottemperanza,

può ottenerne, con l’assistenza della forza pubblica, la presenza in dibattimento.

Diversamente dal testimone, l’imputato di reato connesso non ha l’obbligo di rispondere

secondo verità, né è tenuto a prestare il relativo impegno; viene esaminato con l’assistenza di

un difensore ed ha, inoltre, la facoltà di non rispondere (art. 210).

Il confronto

Il confronto è ammesso esclusivamente fra persone già esaminate o interrogate, quando vi è

disaccordo fra esse su fatti e circostanze importanti (art. 211).

Perchè si proceda ad un confronto è necessario, cioè, che alcune testimonianze o alcuni

interrogatori siano contrastanti fra loro, onde sorge la necessità di verificare quale delle versioni

date sia corrispondente a verità.

Il confronto potrà dunque riguardare sia 2 o più imputati, sia 2 o più testimoni e sia imputati e

testimoni.

Prima di iniziare il confronto, il giudice chiede al testimone o all’imputato se conferma o no la

versione precedente e solo quando, dopo le eventuali conferme, il contrasto fra le diverse

dichiarazioni persiste, si procederà al confronto.

40

Esso si sostanzia nelle domande che il giudice rivolge ai soggetti della prova per verificare,

attraverso la conferma o la ritrattazione o la modifica delle dichiarazioni, quale delle versioni

rese possa essere ritenuta come la più attendibile.

Il confronto potrà avere esito positivo, se è servito a risolvere il contrasto, ovvero esito

negativo, se i soggetti sono rimasti fermi nelle rispettive posizioni (art. 212).

La ricognizione

Mentre il confronto ha lo scopo di verificare quale di due o più dichiarazioni rese sia quella

veritiera, o comunque la più attendibile, la ricognizione serve al riconoscimento di una persona

(ricognizione personale) o di una cosa (ricognizione reale).

Ciò significa che, quando sorgono dubbi in ordine alla individuazione di una determinata

persona o di una determinata cosa, il giudice può procedere a questo mezzo di prova.

Il giudice deve invitare, in primo luogo, il soggetto che dovrà procedere alla ricognizione a

fornire una descrizione dei tratti somatici della persona o delle caratteristiche fisiche della

cosa.

Quindi, viene chiesto al soggetto che deve eseguire la ricognizione:

- se sia già stato in precedenza chiamato ad eseguire un riconoscimento della medesima

persona;

- se abbia già, prima o dopo il fatto per cui si procede, visto (anche riprodotta in fotografia o

su videotape, disegno o pittura) la persona da riconoscere;

- se la persona da riconoscere gli sia stata indicata o descritta;

- se vi siano altre circostanze che possano influire sull’attendibilità del riconoscimento (art.

213).

Allontanato colui che deve eseguire la ricognizione, il giudice procura la presenza di almeno 2

persone il più possibile somiglianti, anche nell’abbigliamento, a quella sottoposta a

ricognizione.

La persona da riconoscere, in genere, viene posta in una stanza in condizioni tali da essere vista

dal testimone, ma da non vederlo, con l’utilizzo di particolari accorgimenti all’uopo predisposti.

Anche la ricognizione, ovviamente, può concludersi in modo positivo o negativo.

Ove l’esito sia positivo, il riconoscimento può essere certo (quando la persona si dice sicura di

aver individuato la persona da riconoscere) o dubbioso (se manchi tale sicurezza): tutto ciò

contribuisce a formare il convincimento del giudice (art. 214).

Quando occorre procedere alla ricognizione di cose (ricognizione del corpo del reato o di altre

cose pertinenti al reato), il giudice procede ex art. 213.

41

Procurati almeno 2 oggetti simili a quello da riconoscere, il giudice chiede alla persona

chiamata alla ricognizione se riconosca taluno tra essi e, in caso affermativo, la invita a

dichiarare quale abbia riconosciuto e a precisare se ne sia certa (art. 215).

La novità del codice del 1988 in ordine alla ricognizione sta nel fatto che, oltre alla ricognizione

personale (di persone) e reale (di cose), l’art. 216 prevede la possibilità di una ricognizione di

suoni, voci o quant’altro possa essere oggetto di percezione sensoriale, con le stesse modalità

delle citate ricognizioni.

L’esperimento giudiziale

È la riproduzione di un fatto per verificare se sia potuto accadere in un determinato modo (art.

218).

In altre parole, si ripercorre l’iter fondamentale dell’episodio per vedere se esso si è potuto

verificare nei termini con cui è stato descritto da determinate persone (ad es. : si pensi ad un

imputato che come alibi abbia dichiarato di trovarsi nel punto A 5 minuti prima che il delitto si

verificasse nel punto B; per verificare la fondatezza dell’alibi si simuleranno le situazioni di

luogo e di tempo: densità del traffico, condizioni atmosferiche…).

L’esperimento giudiziale è disposto con ordinanza, che dovrà indicarne l’oggetto, nonché il

tempo e il luogo ove si procederà alle operazioni (art. 219).

È possibile che al fine di valutare i risultati dell’esperimento o al fine di una corretta

impostazione dell’esperienza simulata, si profili utile la presenza di un esperto.

La riproduzione dinamica di determinati eventi richiede l’utilizzo di strumenti di tipo

meccanico, quali apparecchiature fotografiche, cinematografiche e simili (comma 2).

L’esperimento non può svolgersi in modo da offendere la coscienza sociale o da esporre a

pericolo l’incolumità delle persone e la sicurezza pubblica (comma 4).

La perizia

Ai sensi dell’art. 220 la perizia è ammessa quando occorre svolgere indagini o acquisire dati o

valutazioni che richiedono specifiche competenze tecniche, scientifiche o artistiche.

L’art. 221 richiede che il perito sia sempre scelto tra gli “iscritti negli appositi albi”, ovvero

tra persone fornite di particolare competenza nella specifica disciplina.

La perizia è ammessa non solo su istanza della parte, ma anche ex officio, dal giudice.

È dunque una di quelle prove che, eccezionalmente, non hanno bisogno dell’impulso di parte

(art. 190 comma 2); è disposta dal giudice con ordinanza motivata, contenente:

- la nomina del perito; 42

- la sommaria enunciazione dell’oggetto delle indagini;

- l’indicazione del giorno, dell’ora e del luogo fissati per la comparizione del perito (art. 224).

Anche per la perizia vi sono limiti oggettivi e soggettivi.

I limiti oggettivi sono fissati nell’art. 220, ove è detto che la perizia è ammessa quando occorre

svolgere indagini o acquisire dati o valutazioni che richiedono specifiche competenze tecniche,

scientifiche o artistiche.

Non è ammesso disporre un’indagine peritale avente ad oggetto le qualità psichiche

dell’imputato indipendenti da cause patologiche (art. 220 comma 2).

Nel nuovo codice, la perizia criminologia (che permette di conoscere la personalità

dell’imputato, le cause che l’hanno determinato a delinquere, le condizioni di vita, ambientale,

familiare e sociale) non ha trovato spazio; vi è anzi un esplicito divieto nell’art. 220 comma 2.

La perizia criminologia è stata prevista solo nell’ambito del processo minorile.

Il perito ha l’obbligo:

- di prestare il suo ufficio;

- di comparire davanti al giudice;

- l’obbligo di compiere le operazioni necessarie per rispondere secondo verità;

- l’obbligo di mantenere il segreto su tutte le operazioni peritali ( artt. 226- 227 ).

Limiti soggettivi della perizia sono dettati dall’art. 222 il quale prevede ipotesi definite di

incapacità e incompatibilità del perito (non può prestare ufficio d perito, a pena di nullità: il

minorenne, l’interdetto, l’inabilitato e chi è affetto da infermità mentale, chi è sottoposto a

misure di sicurezza personali o di prevenzione).

A norma dell’art. 227, al perito viene fissato un termine per la redazione della perizia: termine

che non può superare i 90 gg. ,salvo proroghe, e fino a un massimo di 6 mesi. Il perito può

avvalersi di ausiliari di sua fiducia per lo svolgimento di attività materiali non implicanti

valutazioni.

Il giudice può considerarsi peritus peritorum: al di sopra di ogni altro soggetto che interviene

nel processo (e, dunque, anche al di sopra del perito, il quale del giudice è mero ausiliario) il

giudice non è vincolato dal risultato della perizia, da cui può discostarsi.

Il perito si distingue dal consulente tecnico.

I consulenti tecnici sono collaboratori delle parti particolarmente qualificati ed idonei a fornire

al giudice pareri scientifici e tecnici in dialettica con il perito.

Il consulente tecnico può essere nominato anche dal p.m.

Il consulente tecnico può essere nominato da ciascuna parte anche quando non è stata disposta

la perizia e può esporre al giudice il proprio parere, anche presentando memorie.

43

A norma dell’art. 230, i consulenti tecnici, sia quelli del p.m. , sia quelli dell’imputato e delle

altre parti private, possono assistere all’affidamento dell’incarico al perito, nonché a tutte le

operazioni peritali, proponendo al perito specifiche indagini, e possono infine presentare al

giudice le loro osservazioni.

La prova documentale

Costituisce una ulteriore novità del codice; è vero che il codice del 1930 parlava di documenti

che erano ammissibili in ambito processuale; però non prevedeva il documento come prova,

cosa che invece fa il codice vigente, quello del 1988, negli artt. 234 e ss.

Secondo l’art. 234: è consentita l’acquisizione al processo di scritti o di altri documenti che

siano indicativi di fatti, di persone o di cose attinenti al processo, e che possono essere stati

raccolti anche mediante fotografia, fonografia, cinematografia o qualsiasi altro mezzo.

Un limite all’acquisizione probatoria documentale è rappresentato dall’anonimato, nel senso

che non può mai essere acquisito al processo e utilizzato un documento che contenga

dichiarazioni anonime, salvo che costituisca, esso stesso, corpo di reato (che per la sua

preminente funzione probatoria va comunque acquisito) o provenga comunque dall’imputato

(art. 240).

Altro limite riguarda qualunque documento che contenga informazioni sulle voci correnti nel

pubblico, intorno ai fatti di cui si tratta nel processo, o che attenga alla moralità in generale

delle parti, dei testimoni, dei consulenti tecnici e dei periti (art. 234, comma 3).

Al fine di consentire al giudice la formulazione di un adeguato giudizio sulla personalità, la

legge consente l’acquisizione di una serie di documenti :

- i certificati del casellario giudiziale, in quanto da essi emergono eventuali precedenti penali

dell’imputato o della persona offesa dal reato;

- la documentazione esistente presso gli uffici del servizio sociale e presso gli uffici di

sorveglianza (trattandosi di dossier personali che contengono dati e informazioni spesso di

grande rilievo al fine del giudizio sulla personalità, formati in occasione di precedenti

esperienze trattamentali cui il soggetto sia stato sottoposto);

- sono acquisibili le sentenze irrevocabili emesse da qualunque giudice italiano e le sentenze

straniere riconosciute (filtrate nell’ordinamento giuridico interno attraverso l’apposito

riconoscimento) (art. 236).

CAP. 17: I MEZZI DI RICERCA DELLA PROVA

44

Sono quegli strumenti di indagine che a differenza dei mezzi di prova (strumenti o istituti

processuali attraverso i quali si acquisisce, innanzi al giudice, la prova) che tendono alla ricerca

delle fonti di prova.

Si tratta delle/ dei:

- ispezioni;

- perquisizioni;

- sequestri;

- intercettazioni telefoniche.

Ad es. : nella ispezione, la verifica su una persona o in un determinato luogo non costituisce da

sola assunzione di prova, ma la prova si trae dall’oggetto dell’ispezione, cioè da quelle tracce o

da quegli effetti materiali, lasciati dal reato, che si rinvengono nel corso dell’ispezione.

I mezzi di ricerca della prova, a differenza dei mezzi di prova, non sono disposti con ordinanza

del giudice (su istanza di parte o d’ufficio), ma sono disposti con decreto motivato dell’autorità

giudiziaria (intesa come espressione comprensiva non soltanto del giudice, ma anche del p.m.).

Tale circostanza discende dal fatto che i mezzi di ricerca sono costituiti da attività che, in

genere, sono compiute nella fase delle indagini preliminari e, quindi, prima del dibattimento.

L’ispezione

È definita, tradizionalmente, come l’osservazione giudiziale immediata.

L’ispezione può essere personale, locale o reale, a seconda che essa abbia ad oggetto una

persona, un luogo o una cosa.

L’ispezione è disposta allo scopo di accertare se su una determinata persona, su una

determinata cosa o in un determinato luogo vi siano le tracce e gli effetti materiali del reato

(art. 244).

Competente a disporre l’ispezione è l’autorità giudiziaria: dunque, non più solo il giudice, ma

anche il p.m. , nella forma del decreto motivato, che è il provvedimento di regola emesso senza

il rispetto del contraddittorio.

Il codice prevede alcune cautele che devono essere adottate per il rispetto della dignità della

persona, quando si tratta di un’ispezione personale, e per la tutela della privacy, quando si tratta

di ispezione locale: oltre alla facoltà di farsi assistere da persona di fiducia (art. 245), vi è

anche il diritto del difensore, tempestivamente avvisato, di partecipare all’atto di indagine.

In passato, come nel presente, si faceva distinzione fra perizia e ispezione.

45

Ad es. l’autopsia è, da un lato, ispezione del cadavere (al fine di verificare se vi sono le tracce e

gli effetti materiali del reato) e, dall’altro, è indagine peritale (che vale a stabilire la causa della

morte, l’ora e i mezzi che l’hanno prodotta).

La perquisizione

Anche la perquisizione di per sé non è una prova: prova diventa l’eventuale acquisizione del

corpo del reato o delle cose pertinenti al reato conseguenti alla perquisizione.

Essa può essere disposta:

- quando vi è fondato motivo di ritenere che taluno occulti sulla persona il corpo del reato o

cose pertinenti al reato (perquisizione personale) ;

- quando vi è fondato motivo di ritenere che tali cose si trovino in un determinato luogo oppure

che, in un determinato luogo, sia possibile procedere all’arresto dell’imputato o di persona

evasa (perquisizione locale) (art. 247).

La perquisizione è disposta con decreto motivato (comma 2).

L’autorità giudiziaria può procedere personalmente ovvero disporre che l’atto sia compiuto da

ufficiali di polizia giudiziaria delegati con lo stesso decreto (comma 3).

Come nell’ispezione personale, l’interessato ha diritto di farsi assistere da persona di sua

fiducia. Trattandosi di attività che interessa una certa intimità, il legislatore ha voluto tutelare il

principio costituzionale del rispetto della dignità e libertà personale.

Vi sono, poi, limiti alla perquisizione personale, in quanto non può essere operata in danno di

soggetti che godono certi privilegi: come, ad es. : i difensori, presso i cui uffici sia le

perquisizioni, sia le ispezioni sono consentite solo con il rispetto delle “garanzie di libertà”,

opportunamente previste dall’art. 103 :

- quando essi sono imputati;

- per rilevare tracce o altri effetti materiali del reato o per ricercare cose o persone determinate;

- dietro avviso, da parte dell’autorità giudiziaria, del consiglio dell’ordine forense del luogo,

perché il presidente o un consigliere da questo delegato possa assistere alle operazioni.

Per perquisizione locale si intende quell’attività di ricerca del corpo del reato o di cose ad esso

pertinenti effettuata in un qualsiasi immobile. Trattandosi di ricerca locale, la copia del

decreto di perquisizione locale è consegnata a chi ha il possesso o la detenzione dello stesso

(art. 250).

Da ultimo, per le perquisizioni locali, sono previsti anche limiti temporali perché, salvo casi

eccezionali, non possono essere iniziate prima delle ore 7 e dopo le ore 20 (art. 251).

46

Il sequestro

Il nuovo codice distingue il sequestro c.d. “probatorio”, diretto alla ricerca della prova (artt. 253

e ss.), dal sequestro “conservativo” (artt. 316- 320) e dal sequestro “preventivo” (artt. 321 e ss. ,

che sono misure cautelari reali).

Il sequestro probatorio è il mezzo attraverso il quale l’autorità giudiziaria, con decreto motivato,

dispone che venga acquisito il corpo del reato o le cose attinenti al reato che siano necessari ai

fini dell’indagine preliminare in corso.

In genere, il sequestro è conseguente alla perquisizione perché spesso scaturisce da un’indagine

per l’appunto diretta ad acquisire il corpo del reato e le cose a questo pertinenti, attraverso una

perquisizione di luoghi o su persone.

L’art. 253, al fine di circoscrivere questo mezzo di ricerca della prova, determina il concetto di

corpo del reato. Si tratta delle cose sulle quali o mediante le quali il reato è stato commesso,

nonché le cose che ne costituiscono il prodotto, il profitto o il prezzo.

Il sequestro, come la perquisizione e come l’ispezione, è disposto dall’autorità giudiziaria (e

quindi anche dal p.m.) con decreto motivato.

Come per il sequestro preventivo, e come per quello conservativo, anche per il sequestro

probatorio, sia l’imputato sia il terzo, presso il quale il sequestro è effettuato, hanno la

possibilità di chiedere al Tribunale della libertà il riesame del provvedimento con il quale il

sequestro è stato disposto (art. 257, tutela data al cittadino nei confronti del provvedimento

adottato dall’autorità giudiziaria).

Vi sono poi una serie di limiti soggettivi e oggettivi ai sequestri, nelle ipotesi tipicizzate di

sequestro di corrispondenza (art. 254 : negli uffici postali o telegrafici è consentito procedere al

sequestro di lettere, pacchi e altri oggetti di corrispondenza che l’autorità giudiziaria abbia

fondato motivo di ritenere spediti dall’imputato o a lui diretti, anche sotto nome diverso o per

mezzo di persona diversa), presso banche (art. 255: l’autorità giudiziaria può procedere al

sequestro presso banche di documenti, titoli, valori, somme depositate in c.c. quando abbia

fondato motivo di ritenere che siano pertinenti al reato, sebbene non appartengano

all’imputato o non siano iscritti al suo nome).

Nell’art. 256 è previsto il dovere di esibizione, a carico dei ministri di confessioni religiose, di

avvocati, investigatori, consulenti tecnici, notati, medici e i chirurghi, i quali devono

consegnare, all’autorità giudiziaria, gli atti e i documenti di cui sono in possesso per ragioni

della loro funzione, salvo che si tratti di segreto di Stato ovvero di segreto inerente al loro

ufficio o professione. 47

In questo articolo sono previsti i limiti che incontra il mezzo di ricerca della prova in esame, in

presenza di atti o documenti coperti dal segreto di ufficio o di Stato.

Pertanto, poiché il sequestro potrebbe violare il segreto di atti e documenti, le persone tutelate a

salvaguardia del loro segreto (professionale o d’ufficio), se sono invitate a consegnare gli atti e i

documenti in loro possesso, possono opporre per iscritto che si tratta di segreto di Stato, di

ufficio o professionale.

L’autorità giudiziaria che dubiti della fondatezza del segreto opposto e che ritenga il documento

indispensabile, può disporre ulteriori indagini e, all’esito delle stesse, se risulti infondata

l’opposizione, può disporre il sequestro (dovere di esibizione e segreti, art. 256).

Le cose sequestrate sono affidate in custodia alla cancelleria o alla segreteria. Quando ciò non

sia possibile o non opportuno, l’autorità giudiziaria dispone che la custodia avvenga in luogo

diverso, determinandone il modo e nominando un altro custode (art. 259).

Quando non è necessario mantenere il sequestro ai fini della prova, le cose sequestrate sono

restituite a chi ne abbia diritto, anche prima della sentenza (art. 262).

Le intercettazioni telefoniche

Per intercettazione si intende comunemente la captazione, mediante l’impiego di strumenti

meccanici o elettronici, di una comunicazione o conversazione riservata, quando la captazione

medesima è operata in modo clandestino da soggetto terzo rispetto agli interlocutori.

Si tratta di una materia assai delicata, in quanto investe un diritto costituzionalmente protetto: la

“libertà e segretezza delle comunicazioni” (art. 15 Cost.), ed il “diritto alla segretezza della

corrispondenza”.

Tale circostanza ha indotto il legislatore a prevedere che il procedimento di ammissione

dell’intercettazione richieda due distinti provvedimenti, uno del p.m. ed uno del giudice per le

indagini preliminari.

Di regola, infatti, prima di disporre l’intercettazione, il p.m. deve richiedere l’autorizzazione al

giudice per le indagini preliminari che la concede, con decreto motivato, se ne accerta la

sussistenza dei presupposti (art. 267).

Solo dopo l’autorizzazione del giudice, il p.m. , con proprio decreto, dispone l’intercettazione,

indicandone le modalità e la durata.

Nei casi d’urgenza (ove vi sia fondato motivo di ritenere che il ritardo possa pregiudicare le

indagini), peraltro, il p.m. dispone (direttamente) l’intercettazione con decreto motivato, che va

comunicato immediatamente e comunque non oltre le 24 ore al gip il quale nelle 48 ore dal

48

provvedimento deve convalidare, con decreto motivato, il provvedimento del p.m. (art. 267,

comma 2).

L’art. 266 cpp elenca tassativamente quali sono le fattispecie per le quali è ammesso questo

particolare mezzo di ricerca della prova.

L’intercettazione di conversazioni o comunicazioni telefoniche e di altre forme di

telecomunicazione (telefono, fax, telegramma, videotelefono) è consentita nei procedimenti

relativi ai seguenti reati:

a) delitti non colposi per i quali è prevista la pena dell'ergastolo o della reclusione superiore

nel massimo a cinque anni;

b) delitti contro la pubblica amministrazione per i quali è prevista la pena della reclusione

non inferiore nel massimo a cinque anni;

c) delitti concernenti sostanze stupefacenti o psicotrope;

d) delitti concernenti le armi e le sostanze esplosive;

e) delitti di contrabbando;

f) reati di ingiuria, minaccia, usura, abusiva attività finanziaria, molestia o disturbo alle

persone col mezzo del telefono;

f bis) delitti previsti dall'articolo 600-ter, terzo comma, del codice penale (pornografia

minorile- sfruttamento della prostituzione – turismo sessuale in danno di minori).

L’art. 266 comma 2 stabilisce che: è consentita la possibilità di intercettare anche

comunicazioni fra presenti (le c.d. “intercettazioni ambientali”) negli stessi casi in cui è

consentita l’intercettazione telefonica.

Tuttavia, qualora queste avvengano in abitazioni private, l’intercettazione è consentita solo se

vi è fondato motivo di ritenere che in quella abitazione si stia svolgendo l’attività criminosa.

Tale limite è ovviamente connesso con l’esigenza di tutela della riservatezza e della vita privata

della persona (una tale limitazione della libertà personale trova giustificazione nelle superiori

esigenze di giustizia).

Il provvedimento con il quale il giudice dispone l’intercettazione telefonica deve assumere la

forma di un decreto motivato, sulla base di un duplice presupposto:

- l’esistenza di gravi indizi di reato e

- le valutazioni secondo cui l’accertamento a mezzo intercettazione sia assolutamente

indispensabile ai fini della prosecuzione delle indagini.

Le comunicazioni intercettate sono registrate e delle operazioni è redatto verbale (art. 268).

Le operazioni possono essere compiute esclusivamente per mezzo degli impianti installati nella

procura della Repubblica. Quando tali impianti risultano insufficienti o inidonei ed esistono

49

eccezionali ragioni d’urgenza, il p.m. può disporre il compimento delle operazioni mediante

impianti di pubblico servizio o in dotazione alla polizia giudiziaria (comma 3).

Il legislatore ha inteso anche limitare la durata delle intercettazioni. Esse non possono superare

i 15 gg. , salvo proroghe autorizzate dal gip.

Sono state tenute in vita, all’atto dell’entrata in vigore del codice, le intercettazioni telefoniche

preventive in tema di misure contro la delinquenza mafiosa, in virtù delle quali il Procuratore

della Repubblica del luogo può autorizzare intercettazioni di comunicazioni o ambientali per

attività di prevenzione e di informazione in ordine a determinati delitti.

Il risultato di queste intercettazioni preventive non ha alcun valore processuale.

Ancora, di recente, la l. 23 dicembre 1993 n. 547, allo scopo di modificare ed integrare la

disciplina penalistica in tema di “criminalità informatica”, ha introdotto l’art. 266 bis, che

consente l’intercettazione di comunicazioni informatiche o telematiche.

La volontà del legislatore è stata quella di permettere le intercettazioni di dati o messaggi

provenienti da sistemi di trasmissione inviati a distanza anche diversi tra loro (via cavo, via

satellite, via radio).

L’art. 12 della stessa legge poi ha apportato modifiche all’art. 268, introducendo il comma 3

bis, che consente al p.m. , quando si tratti di intercettazione di comunicazioni informatiche o

telematiche, di disporre che le operazioni siano compiute anche mediante impianti

appartenenti a privati.

Norma di chiusura è quella che dispone “divieti di utilizzazione” delle intercettazioni eseguite

fuori dei casi consentiti dalla legge. Non possono essere utilizzate le intercettazioni relative a

conversazioni o comunicazioni delle persone che conoscono fatti in ragione del loro ministero,

ufficio o professione (art. 271).

Infine gli artt. 268, 269 e 270 stabiliscono regole precise in ordine alle modalità di registrazione

e trascrizione delle intercettazioni, attraverso un meccanismo che consente alle parti di prendere

cognizione delle intercettazioni operate e di estrarne copia. Le trascrizioni così operate vanno

poi inserite nel fascicolo del dibattimento.

Art. 269: i verbali e le registrazioni sono conservati integralmente presso il p.m. che ha

disposto l’intercettazione.

Art. 270: i risultati delle intercettazioni non possono essere utilizzati in procedimenti diversi da

quelli nei quali sono stati disposti, salvo che risultino indispensabili per l’accertamento di

delitti per i quali è obbligatorio l’arresto in flagranza.

PUNTI FERMI IN TEMA DI PROCEDIMENTO PROBATORIO

50

Effettività del contraddittorio e diritto alla prova

Il “principio del contraddittorio” comporta la partecipazione delle parti alla formazione della

prova (nuovo comma 4 dell’art. 111 Cost. recita: il processo penale è regolato dal principio

del contraddittorio nella formazione della prova).

In base al comma 3 dell’art. 111 Cost. (diritto alla prova) l’accusato ha la facoltà di interrogare

o di far interrogare davanti al giudice le persone che rendono dichiarazioni a suo carico, di

ottenere la convocazione e l’interrogatorio di persone a sua difesa nelle stesse condizioni

dell’accusa e l’acquisizione di ogni altro mezzo di prova a suo favore (solo il diretto interessato

è normalmente in grado di rilevare la falsità di una circostanza narrata dal teste dell’accusa, di

suggerire domande e/o proporre verifiche, così portando un contributo di conoscenze rilevanti

per la ricostruzione del fatto storico).

Il nuovo comma 5 dell’art. 111 Cost. ha tipizzato le situazioni eccezionali nelle quali è possibile

derogare al principio del contraddittorio. La norma è così formulata: la legge regola i casi in

cui la formazione della prova non ha luogo in contraddittorio per consenso dell’imputato o per

accertata impossibilità di natura oggettiva o per effetto di provata condotta illecita.

Il “principio di parità delle armi” impone che le parti siano in grado di fronteggiarsi

attivamente, collocate su posizioni tendenzialmente omogenee: posto che è l’accusa a formulare

il tema che ha il compito di dimostrare e su cui la difesa ha l’onere di contraddire, i poteri della

seconda devono essere simmetricamente commisurati a quelli della prima, in forma di

reciprocità, ovvero di idoneità degli uni a controbilanciare gli altri in funzione delle opposte

prospettive.

Per poter funzionare il sistema accusatorio deve permettere alle parti di ricercare le prove.

Nessuno meglio della parte è in grado di comprendere quali siano gli elementi idonei a

convincere il giudice. Il diritto di indagare è concesso alla parti in tutto il corso del

procedimento, anche durante la fase del giudizio. L’art. 38 disp. att.(disposizioni di attuazione)

riconosce ai difensori delle parti private la facoltà di svolgere investigazioni per ricercare ed

individuare elementi di prova a favore del proprio assistito e di conferire con le persone che

possono dare informazioni.

Il diritto alla prova implica altresì il diritto ad ottenere l’ammissione dei mezzi di prova

richiesti. Ai sensi dell’art. 190: le prove sono ammesse a richiesta di parte; il giudice è

obbligato ad ammettere i mezzi di prova , escludendo le prove vietate e dalla legge e quelle che

manifestamente sono superflue o irrilevanti. 51

Il codice prevede espressamente il diritto alla prova contraria. Ove siano stati ammessi i mezzi

di prova richiesti dall’accusa, l’imputato ha il diritto all’ammissione delle prove indicate a

discarico sui fatti costituenti oggetto delle prove a carico (art. 495, comma 2).

L’incidente probatorio (art. 392)

Il cpp, introdotto nel nostro ordinamento nel 1989, è ispirato al modello accusatorio.

Il principio fondamentale di tale modello è la ripartizione del processo in fasi distinte, con la

separazione tra la fase delle indagini preliminari e quella del dibattimento.

La separazione funzionale tra le 2 fasi comporta che la prova si debba formare nel dibattimento,

nel contraddittorio delle parti dinanzi al giudice.

È escluso, di norma, che gli atti delle indagini preliminari (e dell’ U.P.) possano essere utilizzati

come prova nel dibattimento.

L’istituto dell’incidente probatorio costituisce una deroga al principio della separazione tra la

fase delle I.P. e la fase del dibattimento, in quanto, per mezzo dell’intervento incidentale del

giudice, consente l’acquisizione della prova (con il metodo accusatorio e, dunque, nel

contraddittorio delle parti) nel corso delle I.P.

L’ istituto dell’incidente probatorio fa eccezione alla normativa generale che riserva l’attività di

assunzione delle prove alla fase del dibattimento.

L’incidente probatorio rappresenta la risposta del codice all’esigenza di assumere prove che

andrebbero disperse, se rinviate la dibattimento (elementi di prova che potrebbero deteriorarsi

nel corso del tempo).

Nel corso delle I.P. il p.m. e la persona sottoposta alle indagini (indagato) possono chiedere al

giudice che si proceda con incidente probatorio quando serve:

• all’assunzione della testimonianza di una persona, quando vi è fondato motivo di

ritenere che la stessa non potrà essere esaminata nel dibattimento per infermità o altro

grave impedimento;

• all’assunzione di una testimonianza quando, per elementi concreti e specifici, vi è

fondato motivo di ritenere che la persona sia esposta a violenza, minaccia, offerta o

promessa di denaro o di altra utilità affinché non deponga o deponga il falso;

• all’esame della persona sottoposta alle indagini su fatti concernenti la responsabilità di

altri;

• all’esame delle persone imputate in procedimenti connessi;

52

• a una perizia o a un esperimento giudiziale, se la prova riguarda una persona, una cosa o

un luogo il cui stato è soggetto a modificazione non evitabile;

• a una ricognizione, quando particolari ragioni di urgenza non consentono di rinviare

l’atto al dibattimento.

Preposto all’incidente probatorio è il G.I.P. in fase di indagini preliminari e il G.U.P. in fase di

udienza preliminare.

La prova illecita

Sotto l’intitolazione “prove illegittimamente acquisite”, l’art. 191 ha introdotto l’inutilizzabilità

delle prove acquisite in violazione di divieti stabiliti dalla legge, inutilizzabilità rilevabile

anche d’ufficio, in ogni stato e grado del procedimento.

La norma mira a riaffermare il “principio di legalità della prova”: solo le prove acquisite in

modo conforme alle previsioni di legge possono essere utilizzate ai fini della corretta

formazione del convincimento del giudice (inutilizzabili sono la testimonianza estorta tramite la

minaccia delle armi o attraverso la somministrazione di droghe o sotto ipnosi).

La nullità e l’inutilizzabilità sono distinte ed autonome perché scaturiscono da presupposti

diversi. La nullità riguarda sempre e soltanto l’inosservanza di alcune forme nell’assunzione

della prova; l’inutilizzabilità, al contrario, ipotizza la presenza di una prova vietata perché

oggettivamente ed intrinsecamente illecita (preclude in modo assoluto qualsiasi uso della prova

medesima).

Le ipotesi di inutilizzabilità non costituiscono un numero chiuso.

CAP. 19: LE MISURE PRECAUTELARI

Art. 13 Cost. : La libertà personale è inviolabile.

Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né

qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell'autorità

giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge.

In casi eccezionali di necessità ed urgenza, indicati tassativamente dalla legge l'autorità di

pubblica sicurezza può adottare provvedimenti provvisori, che devono essere comunicati entro

quarantotto ore all'autorità giudiziaria e, se questa non li convalida nelle successive

quarantotto ore, si intendono revocati e restano privi di ogni effetto.

53

I “provvedimenti provvisori” rientranti nell’art. 13 Cost. e disciplinati dal codice che li

definisce “misure” (art. 381 comma 4), sono essenzialmente 2: l’arresto in flagranza e il fermo.

Esigenze di tipo pratico hanno fatto sì che questi istituti siano disciplinati fuori del libro 4^

(misure cautelari) e collocati nel libro 5^ (indagini preliminari e udienza preliminare) dove è

compiutamente descritta l’attività del p.m. e della p.g.

Sono definite “misure pre- cautelari” perché rappresentano nella sostanza un’anticipazione delle

misure cautelari vere e proprie disposte dal giudice.

Le relative norme stabiliscono in quali casi e a quali condizioni la p.g. può privare, di sua

iniziativa ed ancor prima dell’intervento del giudice, taluno della libertà personale.

L’anticipata compressione della libertà personale è giustificata da 2 ordini di ragioni: esigenze

di difesa sociale che richiedono la protezione della collettività dal crimine; esigenze di ordine

processuale relative all’ordinato esercizio dell’azione penale.

L’arresto in flagranza

Art. 382 cpp : E’ in stato di flagranza chi viene colto nell’atto di commettere un reato ovvero

chi, subito dopo il reato, è inseguito dalla polizia giudiziaria, dalla persona offesa o da altre

persone, ovvero è sorpreso con cose o tracce dalle quali appaia che egli abbia commesso il

reato immediatamente prima.

Destinataria dell’obbligo come della facoltà dell’arresto è la p.g. , in quanto longa manus dello

Stato incaricata di svolgere una serie di funzioni di estremo rilievo sostanziale e processuale.

L’arresto di colui che è colto nell’atto di commettere un reato concretizza, in particolare, le

funzioni di impedire che i reati vengano portati a conseguenze ulteriori e di ricercarne gli autori,

in quanto l’arresto sortisce l’effetto di mettere a disposizione dell’autorità giudiziaria un

soggetto nei confronti del quale sussiste un fumus commissi delicti ( = la sussistenza di una

notevole base probatoria definita in termini di gravi indizi di colpevolezza) particolarmente

concreto.

Il nuovo codice di procedura penale non ha conservato la distinzione tra flagranza e quasi

flagranza (che si riferiva alle ultime 2 ipotesi oggi regolate dal comma 1 art. 382) parificando

del tutto la sorpresa nell’atto di commettere il reato all’inseguimento o alla sorpresa con cose o

tracce del reato.

Non ogni situazione di flagranza determina la necessità o la possibilità dell’arresto.

Non si è in presenza di un astratto favor libertatis, ma di una precisa scelta a tutela di un bene

inviolabile e che la stessa autorità giudiziaria può comprimere solo in via eccezionale: scelta

comprensibile perché non avrebbe senso, ad esempio, ledere la libertà personale di un soggetto

54

che, avendo commesso un delitto punibile con la sola pena pecuniaria (multa), mai dovrebbe

subire una privazione della libertà in caso di condanna.

L’arresto obbligatorio

L’Art. 380 cpp. delinea i casi di arresto obbligatorio alla luce di 2 criteri: uno di gravità del

delitto (correlata alla misura della pena edittale, cioè stabilita dalla legge; l’arresto non è mai

possibile per un reato contravvenzionale) ; l’altro in relazione alla specificità del delitto e quindi

alla sua inclusione in un elenco nominativo e tassativo (categorie di reato).

Gli ufficiali e gli agenti di p.g. procedono all’arresto (obbligo) di chiunque è colto in flagranza

di un delitto non colposo, consumato o tentato per il quale la legge stabilisce la pena

dell’ergastolo o della reclusione non inferiore nel minimo a cinque anni e nel massimo a venti

anni (comma 1).

Anche fuori dai casi previsti dal comma 1, gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria

procedono all’arresto di chiunque è colto in flagranza di uno dei seguenti delitti, consumati o

tentati: a) Delitti contro la personalità dello stato per i quali è stabilita la pena della

reclusione non inferiore nel minimo a cinque anni o nel massimo a dieci anni;

b) Delitto di devastazione e saccheggio;

c) Delitti contro l’incolumità pubblica per i quali è stabilita una pena della

reclusione non inferiore nel minimo a tre anni o nel massimo a dieci;

d) Delitto di riduzione in schiavitù previsto dall’articolo 600, delitto di

prostituzione minorile previsto dall’art. 600-bis, primo comma, delitto di

pornografia minorile previsto dall’art. 600-ter, commi primo e secondo, e delitto

di iniziative turistiche volte allo sfruttamento della prostituzione minorile

previsto dall’art. 600-quinquies del codice penale;

e) Delitto di furto, quando ricorre la circostanza aggravante (furto di armi,

munizioni o esplosivi);

f) delitto di rapina e di estorsione;

55

g) delitto di illegale fabbricazione, introduzione nello Stato, messa in vendita,

cessione, detenzione e porto in luogo pubblico o aperto al pubblico di armi da

guerra o tipo guerra o di parti di esse, di esplosivi, di armi clandestine, nonché

di più armi comuni da sparo escluse : bersaglio da sala, a gas, aria compressa,

lanciarazzi, o armi non atte a recare offesa alla persona;

h) delitti concernenti sostanze stupefacenti o psicotrope;

i) delitti commessi per finalità di terrorismo o di eversione dell'ordine

costituzionale per i quali la legge stabilisce la pena della reclusione non

inferiore nel minimo a cinque anni o nel massimo a dieci anni ;

l) delitti di promozione, costituzione, direzione e organizzazione delle

associazioni segrete;

l-bis) delitti di partecipazione, promozione, direzione organizzazione della

associazione di tipo mafioso ;

m) delitti di promozione, direzione, costituzione e organizzazione della

associazione per delinquere .

Se si tratta di delitto perseguibile a querela, l’arresto in flagranza va eseguito se la querela

viene proposta, anche con dichiarazione resa oralmente all’ufficiale o all’agente di polizia

giudiziaria presente nel luogo. Se l’avente diritto dichiara di rimettere la querela l’arrestato è

posto immediatamente in libertà (comma 3).

L’arresto facoltativo

Art. 381 :

Gli ufficiali e gli agenti di p.g. hanno facoltà di arrestare chiunque è colto in flagranza di un

delitto non colposo, consumato o tentato, per il quale la legge stabilisce la pena della

reclusione superiore nel massimo a tre anni, ovvero di un delitto colposo per il quale la legge

stabilisce la pena della reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni (comma 1).

Gli ufficiali e gli agenti di p.g. hanno altresì facoltà di arrestare chiunque è colto in flagranza

di uno dei seguenti delitti (elenco tassativo): 56

a) Peculato mediante profitto dell’errore altrui; b) Corruzione per un atto contrario ai

dover d’ufficio;

c) Violenza o minaccia ad un pubblico ufficiale; d) Commercio e somministrazione

di medicinali guasti e di sostanze alimentari nocive; e) Corruzione di minorenne;

f) Lesioni personali; g) Furto;

h) Danneggiamento aggravato;

i) Truffa; l) Appropriazione indebita;

l bis) Offerta, cessione o detenzione di materiale pornografico;

m) Alterazione di armi e fabbricazione di esplosivi non riconosciuti;

m bis) Fabbricazione, detenzione o uso di documento di identificazione falso.

Nelle ipotesi previste dal presente articolo, si procede all’arresto in flagranza soltanto se la

misura è giustificata dalla gravità del fatto ovvero dalla pericolosità del soggetto desunta dalla

sua personalità o dalle circostanze del fatto (comma 4).

Secondo l’orientamento giurisprudenziale prevalente, perchè sia legittimo l’ “arresto facoltativo

in flagranza” non è necessaria la presenza congiunta di entrambi i parametri suddetti, essendo

sufficiente la presenza di uno solo di essi.

Disciplina comune ai due tipi di arresto

Sia per i casi di arresto obbligatorio che per quelli di arresto facoltativo vale il divieto di arresto

in determinate circostanze, quando il fatto appare compiuto in presenza di talune cause di

giustificazione (adempimento di un dovere o esercizio di una facoltà legittima) o di una causa di

non punibilità (art. 385; è il caso, ad es. , del privato che ha ucciso il rapinatore armato che lo

minacciava o del figlio convivente che ha sottratto denaro ai genitori).

Art. 386 : Doveri della p.g. in caso di arresto o di fermo: Gli ufficiali e gli agenti di p.g. che

hanno eseguito l’arresto o il fermo ne danno immediata notizia al p.m. del luogo dove l’arresto

o il fermo è stato eseguito.

Avvertono inoltre l’arrestato o il fermato della facoltà di nominare un difensore di fiducia

(comma 2) .

Gli ufficiali e gli agenti di p.g. pongono l’arrestato o il fermato a disposizione del p.m. al più

presto e comunque non oltre le 24 ore dall’arresto o dal fermo. Entro il medesimo termine

trasmettono il relativo verbale, salvo che il p.m. autorizzi una dilazione maggiore. (comma 3).

57

Gli ufficiali e gli agenti di p.g. pongono l’arrestato o il fermato a disposizione del p.m.

mediante la conduzione nella casa circondariale o mandamentale del luogo ove l’arresto o il

fermo è stato eseguito (comma 4).

L’arresto o il fermo divengono INEFFICACI se non vengono osservati i termini previsti dal

comma 3 dell’art 386.

Art. 387 : Avviso ai familiari: La p.g. , con il consenso dell’arrestato o del fermato, deve senza

ritardo dare notizia ai famigliari dell’avvenuto arresto o fermo.

Art. 388 : Interrogatorio: il p.m. può procedere all’interrogatorio dell’arrestato o del fermato,

dandone tempestivo avviso al difensore di fiducia o, in mancanza, a quello d’ufficio.

Durante l’interrogatorio il p.m. informa l’arrestato o il fermato del fatto per cui si procede e

delle ragioni che hanno determinato il provvedimento, comunicandogli inoltre gli elementi a

suo carico.

Art. 389 : Casi di immediata liberazione dell’arrestato o del fermato: se risulta evidente che

l’arresto o il fermo è stato eseguito per errore di persona o fuori dai casi previsti dalla legge, o

se la misura dell’arresto o del fermo è divenuta inefficace , il p.m. dispone con decreto

motivato che l’arrestato o il fermato sia posto immediatamente in libertà.

Secondo l’art. 121 disp. att. cpp. il p.m. può ordinare la liberazione dell’arrestato anche fuori

dei casi previsti nell’art. 389 quando ritiene di non dover richiedere l’applicazione di misure

coercitive.

Art. 390 : Richiesta di convalida dell’arresto o del fermo: entro 48 ore dall’arresto o dal fermo

il p.m. , qualora non debba ordinare l’immediata liberazione dell’arrestato o del fermato, deve

richiedere la convalida al GIP competente in relazione al luogo in cui l’arresto o il fermo è

stato eseguito (comma 1).

Il giudice fissa l’udienza di convalida al più presto e comunque entro le 48 ore dal ricevimento

della richiesta dandone avviso al p.m. e al difensore (comma 2).

L’arresto o il fermo diviene INEFFICACE se il p.m. non osserva le prescrizioni del comma 1

(comma 3).

Art. 391: Udienza di convalida: Il GIP tiene l’udienza di convalida in camera di consiglio con

la partecipazione necessaria del difensore dell’arrestato o del fermato (comma 1).

58

Se il PM compare indica i motivi dell’arresto o del fermo e illustra le richieste in ordine alla

libertà personale (comma 3).

Il giudice procede quindi all’interrogatorio dell’arrestato o del fermato, salvo che questi non

abbia potuto o si sia rifiutato di comparire; sente in ogni caso il suo difensore.

Quando risulta che l’arresto o il fermo è stato legittimamente eseguito e sono stati osservati i

termini previsti dagli articoli 386 comma 3, e 390 comma 1, il giudice provvede alla convalida

con ordinanza (comma 4 ).

Se ricorrono le condizioni di applicabilità previste dall’articolo 273 e taluna delle esigenze

cautelari previste dall’articolo 274, il GIP dispone una misura coercitiva (lo stesso giudice

della convalida può disporre la misura cautelare, così di fatto prolungando uno stato di

detenzione che comincia con un titolo, il fermo, e prosegue con un altro, non definitivo ma di

certo meno provvisorio del primo, la misura cautelare appunto).

Se non dispone la misura cautelare, con ordinanza il GIP dispone l’immediata liberazione

dell’arrestato o del fermato (comma 6).

Le ordinanze pronunciate in udienza sono comunicate al p.m. e notificate all’arrestato o al

fermato, se non sono comparsi.

Il GIP pronuncia e deposita l’ordinanza entro 48 ore successive al momento in cui l’arrestato è

stato posto a sua disposizione (comma 7).

Il fermo di indiziato di delitto

Il fermo indica, come l’arresto, una privazione temporanea della libertà personale posta in

essere dalla p.g. (ove il p.m. non possa tempestivamente intervenire) o dal p.m. prima

dell’intervento del giudice.

Diversi, però, sono i suoi presupposti. Il fermo non richiede necessariamente la flagranza, ma

postula l’esistenza:

- dei gravi indizi di colpevolezza;

- del pericolo di fuga dell’indagato;

- il fermo, inoltre, è consentito soltanto in relazione ai delitti più gravi individuati nell’art. 384

con riferimento alla pena edittale (non inferiore a 2 anni nel minimo e superiore a 6 anni nel

massimo) o alla natura, genus, del delitto (delitti concernenti le armi da guerra e gli esplosivi).

La disciplina del fermo è la stessa prevista per l’arresto quanto: al divieto di fermo in

determinate circostanze (art. 385), ai doveri della p.g. in caso di fermo e alla caducazione ope

legis (art. 386), all’avviso del fermo ai familiari (art. 387), all’interrogatorio facoltativo del

59

fermato da parte del p.m. (art. 388) e all’obbligo di immediata liberazione del fermato in casi

particolari (art. 389).

La ratio dei provvedimenti provvisori (arresto e fermo) è quella di consentire l’intervento del

giudice senza che il tempo necessario per tale intervento venga a pregiudicare la tutela della

collettività: la garanzia della libertà personale impone che detto intervento avvenga in tempi

brevissimi predeterminati per legge, pena la caducazione automatica

LE MISURE CAUTELARI

In una materia già contrassegnata dal principio di legalità (art. 13 Cost.: non è ammessa forma

alcuna di restrizione della libertà personale, se non nei soli casi e modi previsti dalla legge),

l’art. 272 introduce una ulteriore garanzia, precisando che: le libertà della persona possono

essere limitate con misure cautelari soltanto a norma delle disposizioni del titolo 1^, libro 4^.

Le “misure cautelari personali” consistono in limitazioni di libertà personale che possono essere

disposte solo da un giudice (non quindi da parte del p.m.), sia nella fase delle indagini

preliminari, sia in quella processuale.

Art. 273 : Condizioni generali di applicabilità delle misure: Nessuno può essere sottoposto a

misure cautelari se a suo carico non sussistono gravi indizi di colpevolezza (giudizio di alta

probabilità della responsabilità dell’indagato).

Nessuna misura può essere applicata se risulta che il fatto è stato compiuto in presenza di una

causa di giustificazione (situazioni in cui viene meno l’antigiuridicità del fatto, ad es. :

legittima difesa, stato di necessità) o di non punibilità o se sussiste una causa di estinzione del

reato (impedisce l’applicazione della pena ad un soggetto, ad es. : prescrizione, remissione

della querela) ovvero una causa di estinzione della pena (paralizza o modifica l’esecuzione di

una pena già inflitta con sentenza irrevocabile di condanna, ad es. : indulto, grazia) che si

ritiene possa essere irrogata.

La sussistenza di gravi indizi di colpevolezza è condizione necessaria ma non sufficiente perché

le libertà della persona possano essere limitate per fini di giustizia.

Di qui il configurarsi di 3 pericula libertatis ad evitare i quali il codice consente limitazioni alle

libertà della persona con gravi indizi a carico.

L’art. 274 definisce le 3 situazioni di esigenza cautelare :

- pericolo di inquinamento delle prove, lo scopo è quello di salvaguardare l’integrità delle fonti

di prova in qualunque momento del procedimento;

60

- pericolo di fuga, quando l’imputato si è dato alla fuga o sussiste concreto pericolo che egli si

dia alla fuga, sempre che il giudice ritenga che possa essere irrogata una pena superiore a due

anni di reclusione;

- pericolosità sociale- pericolo di reiterazione di reati, quando, per specifiche modalità o

circostanze del fatto e per la personalità della persona sottoposta alle indagini o dell’imputato,

desunta da comportamenti o atti concreti o dai suoi precedenti penali, sussiste il concreto

pericolo che questi commetta gravi delitti con uso di armi o di altri mezzi di violenza personale

o delitti di criminalità organizzata o della stessa specie di quello per cui si procede.

Le 3 esigenze cautelari indicate nell’articolo sono alternativamente concorrenti tra loro, nel

senso che, per rendere legittima l’emissione di un provvedimento cautelare, è sufficiente la

sussistenza anche di un solo periculum libertatis.

Art. 275 : Criteri di scelta delle misure: Nel disporre le misure, il giudice tiene conto della

specifica idoneità di ciascuna in relazione alla natura e al grado delle esigenze cautelari da

soddisfare nel caso concreto (per evitare il pericolo di fuga può essere sufficiente l’obbligo di

dimora).

Inoltre devono essere osservati due principi indicati nel 2^ e 3^ comma dello stesso articolo,

vale a dire il principio di adeguatezza, secondo cui la misura della custodia cautelare in carcere

deve essere utilizzata come extrema ratio, cioè come misura eccezionale cui far ricorso soltanto

quando ogni altra misura risulti inadeguata, tranne per i reati di associazione di tipo mafioso in

cui essa è obbligatoria, ed il principio di proporzionalità, secondo cui ogni misura deve essere

proporzionata all'entità del fatto e alla sanzione che si ritiene possa essere irrogata. Inoltre, lo

stesso articolo, nel comma 4 e successivi, prevede alcuni casi in cui la custodia cautelare in

carcere non può essere disposta:

1) donna incinta o madre di prole di età inferiore a 3 anni con lei convivente o il padre nel caso

in cui la madre sia deceduta;

2) persona che ha superato l'età di 70 anni;

3) persona affetta da AIDS conclamata;

4) in caso di malattia in fase avanzata;

5) persona tossicodipendente o alcooldipendente che abbia in corso un programma terapeutico

di recupero nell’ambito di una struttura autorizzata, e l’interruzione del programma può

pregiudicare la disintossicazione dell’imputato.

Tipologia delle misure cautelari personali 61

Le misure cautelari personali si suddividono in:

- misure cautelari coercitive;

- misure cautelari interdittive

Le prime determinano forme di privazione o limitazione della libertà personale.

Appare rilevante evidenziare come “coercitivo” non si identifichi con detentivo.

Le misure coercitive possono suddividersi in:

- misure custodiali: che comportano la privazione integrale della libertà di locomozione, dal

momento che devono essere eseguite in luoghi circoscritti; ad es. : la custodia cautelare in

carcere, gli arresti domiciliari e la custodia cautelare in luogo di cura (artt 284- 286) ;

- misure non custodiali: che limitano ma non sopprimono la libertà di locomozione (artt. 281-

283).

L’art. 280 cpp determina le condizioni di applicabilità delle misure coercitive stabilendo che:

Le misure previste in questo Capo possono essere applicate solo quando si procede per delitti

per i quali la legge stabilisce la pena dell’ergastolo o della reclusione superiore nel massimo a

tre anni.

La custodia cautelare in carcere può essere disposta solo per delitti, consumati o tentati, per i

quali sia prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a quattro anni.

Le misure coercitive sono tassativamente indicate e menzionate in ordine crescente di

afflittività:

- il divieto di espatrio, art. 281 : Il giudice prescrive all’imputato di non uscire dal territorio

nazionale senza l’autorizzazione del giudice che procede.

- l’obbligo di presentazione alla p.g. , art. 282 : Il giudice prescrive all’imputato di presentarsi

a un determinato ufficio di polizia giudiziaria nei giorni e nell’orario stabiliti dall’ordinanza

cautelare.

La misura soddisfa le esigenze del pericolo di fuga di modesta consistenza e della reiterazione

dei delitti, assicurando il controllo sulla reperibilità dell’indagato senza comprometterne le

necessità di vita e lavoro.

- l’allontanamento dalla casa familiare, art. 282 bis : Il giudice prescrive all’imputato di

lasciare immediatamente la casa familiare, ovvero di non farvi rientro, e di non accedervi

senza l’autorizzazione del giudice che procede. L’eventuale autorizzazione può prescrivere

determinate modalità di visita (comma 1).

Il giudice, qualora sussistano esigenze di tutela dell’incolumità della persona offesa o dei suoi

prossimi congiunti, può inoltre prescrivere all’imputato di non avvicinarsi a luoghi determinati

abitualmente frequentati dalla persona offesa, in particolare il luogo di lavoro, il domicilio

62

della famiglia di origine o dei prossimi congiunti, salvo che la frequentazione sia necessaria

per motivi di lavoro (comma 2).

Il giudice, su richiesta del p.m. , può altresì ingiungere il pagamento periodico di un assegno a

favore delle persone conviventi che, per effetto della misura cautelare disposta, rimangano

prive di mezzi adeguati.

- divieto e obbligo di dimora, art. 283: Con il provvedimento che dispone il divieto di dimora,

il giudice prescrive all'imputato di non dimorare in un determinato luogo e di non accedervi

senza l'autorizzazione del giudice che procede. Con il provvedimento che dispone l'obbligo di

dimora, il giudice prescrive all'imputato di non allontanarsi dal territorio di un Comune (o di

una sua frazione) prescelto dall’indagato/imputato o imposto dal giudice, tenendo conto delle

esigenze di cura, lavoro, vita: all’interno del Comune determinato la circolazione della

persona sottoposta a misura è libera.

Qualora le esigenze da cautelare richiedano un più pregnante controllo, la misura in questione

può assumere modalità esecutive maggiormente gravose mediante l’imposizione di ulteriori

prescrizioni limitative della libertà di circolazione, consistenti nella reperibilità in determinate

fasce orarie o nel divieto di allontanamento dall’abitazione in specifiche ore della giornata.

- arresti domiciliari, art. 284 : Con il provvedimento che dispone gli arresti domiciliari, il

giudice prescrive all'imputato di non allontanarsi dalla propria abitazione o da altro luogo di

privata dimora ovvero da un luogo pubblico di cura o di assistenza.

Il p.m. o la p.g. , anche di propria iniziativa, possono controllare in ogni momento l'osservanza

delle prescrizioni imposte all'imputato.

Quando è necessario, il giudice impone limiti o divieti alla facoltà dell'imputato di comunicare

con persone diverse da quelle che con lui coabitano o che lo assistono.

L'imputato agli arresti domiciliari si considera in stato di custodia cautelare.

L’ordinanza che dispone gli arresti domiciliari può prevedere procedure di controllo mediante

“mezzi elettronici o altri strumenti tecnici”.

Misura coercitiva custodiale privativa della libertà personale, gli arresti domiciliari occupano,

nella progressione graduata delle misure coercitive in ragione della loro afflittività, il gradino

immediatamente inferiore alla custodia in carcere.

- custodia cautelare in carcere, art. 285 : Con il provvedimento che dispone che dispone la

custodia cautelare, il giudice ordina agli ufficiali e agli agenti di p.g. che l'imputato sia

catturato e immediatamente condotto in un istituto di custodia per rimanervi a disposizione

dell'autorità giudiziaria. 63

In conformità con i principi di proporzionalità, personalizzazione delle misure cautelari, la

custodia cautelare in carcere rappresenta la misura maggiormente limitativa della libertà

personale e, pertanto, costituisce la estrema ratio, applicabile soltanto quando ogni altra misura

si riveli inidonea alla salvaguardia delle esigenze cautelari.

Custodia cautelare oggi equivale a privazione della libertà dell’imputato, ma il codice da rilievo

al luogo in cui si attua tale privazione, che può essere il carcere (art. 285) o il luogo di cura (art.

286).

- custodia cautelare in luogo di cura, art. 286 : Se la persona da sottoporre a custodia cautelare

si trova in stato di infermità di mente che ne esclude o ne diminuisce grandemente la capacità

di intendere o di volere, il giudice, in luogo della custodia in carcere, può disporre il ricovero

provvisorio in idonea struttura del servizio psichiatrico ospedaliero adottando i provvedimenti

necessari per prevenire il pericolo di fuga. Il ricovero non può essere mantenuto quando

risulta che l'imputato non è più infermo di mente.

Misure interdittive

La seconda species del “genus misure cautelari personali” è rappresentata dalle misure

interdittive, categoria introdotta dal codice in sostituzione dell’applicazione provvisoria di pene

accessorie (istituto fortemente sospetto di anticipazione della pena in violazione della

presunzione di non colpevolezza).

Si è in presenza di 3 misure che non incidono sulla libertà personale, ma che ugualmente

limitano le libertà della persona, incidendo su rapporti personalissimi o sulla capacità

lavorativa:

- la sospensione dall’esercizio della potestà dei genitori (art. 288, la misura determinando un

sostanziale allontanamento tra il presumibile autore e la vittima del reato, si profila idonea a

prevenire il periculum della reiterazione di fatti delittuosi e ad evitare potenziali inquinamenti

probatori realizzabili attraverso pressioni e condizionamenti sul minore);

- la sospensione dall’esercizio di un pubblico ufficio o servizio (art. 289: la misura mira ad

evitare che l’esercizio dei poteri e delle facoltà connesse alla qualità di pubblico ufficiale o

incaricato di pubblico servizio possa compromettere le esigenze cautelari);

- il divieto temporaneo di esercitare determinate attività professionali o imprenditoriali (finalità

perseguite risultano essere sia la tutela dal rischio di reiterazione dell’attività criminosa che

l’esigenza di tutela dal pericolo di inquinamento probatorio)

L’adozione di queste misure (eventualmente in aggiunta ad una misura coercitiva) è regolata

dalle disposizioni generali già esaminate e presuppone gravi indizi di colpevolezza e almeno

64

una delle “esigenze cautelari”; possono essere applicate solo quando si procede per delitti per i

quali la legge stabilisce la pena dell’ergastolo o della reclusione superiore nel massimo a 3 anni

(art. 287).

Profili procedurali dell’applicazione ed esecuzione delle misure cautelari personali

Art. 291: Le misure sono disposte su richiesta del p.m. che presenta al giudice competente gli

elementi su cui la richiesta si fonda, nonché tutti gli elementi a favore dell’imputato e le

eventuali deduzioni e memorie difensive già depositate.

Regola generale è che il giudice non abbia poteri di iniziativa in materia cautelare: in

applicazione del principio “ne procedat iudex ex officio” , il giudice non potrà disporre una

misura, se non gli viene richiesta dal p.m.

Il giudice può adottare una misura diversa da quella sollecitatagli dal p.m. perché è il giudice

che deve valutare il rapporto di idoneità tra la misura, da un lato, e la natura e il grado delle

esigenze cautelari da soddisfare nel caso concreto, dall’altro , e deve assicurare il rispetto dei

principi di proporzione e adeguatezza.

Una conferma la si trova nella soppressione dell’art. 291 comma 1 bis che circoscriveva il

potere giudiziale di applicare una misura meno grave di quella richiesta.

Art. 292 : Ordinanza del giudice: Sulla richiesta del p.m. il giudice provvede con ordinanza.

L’ordinanza che dispone la misura cautelare contiene, a pena di nullità, rilevabile anche

d’ufficio:

- le generalità dell’imputato;

- la descrizione sommaria del fatto con l’indicazione delle norme di legge che si assumono

violate;

- l’esposizione delle specifiche esigenze cautelari e degli indizi che giustificano in concreto la

misura disposta;

- l’esposizione dei motivi per i quali sono stati ritenuti non rilevanti gli elementi forniti dalla

difesa;

- la fissazione della data di scadenza della misura (a garanzia della libertà dell’individuo da

eventuali abusi);

- la data e la sottoscrizione del giudice.

L’analitica enunciazione dei requisiti contenutistici del provvedimento applicativo di una

misura cautelare riveste una ineludibile funzione di garanzia, ponendo le condizioni essenziali

65

per una piena e completa esplicazione del diritto di difesa dell’indagato/imputato in sede di

interrogatorio e di impugnazione del provvedimento.

Art. 293 : Adempimenti esecutivi: compete sempre al p.m. , che si avvale dell’operato della

p.g. , porre in esecuzione i provvedimenti del giudice che limitino la libertà dell’indagato.

L’ufficiale o l’agente incaricato di eseguire l’ordinanza che ha disposto la custodia cautelare

consegna all’imputato copia del provvedimento (notifica) e lo avverte della facoltà di nominare

un difensore di fiducia; informa immediatamente il difensore di fiducia o quello di ufficio e

redige verbale di tutte le operazioni compiute.

Il verbale è immediatamente trasmesso al giudice che ha emesso l’ordinanza e al p.m.

Le ordinanze, dopo la loro notificazione o esecuzione, sono depositate nella cancelleria del

giudice che le ha emesse insieme alla richiesta del p.m. e agli atti presentati con la stessa.

Art. 294 : Interrogatorio persona sottoposta a misura cautelare: A seguito dell’esecuzione di un

provvedimento cautelare, il giudice (se non vi ha proceduto nel corso dell'udienza di convalida

dell'arresto o del fermo di indiziato di delitto) è obbligato a svolgere l’interrogatorio della

persona sottoposta alla misura. Questo adempimento ha la funzione di consentire all’imputato

di svolgere un primo atto di difesa e, a pena di decadenza della misura, deve essere effettuato

entro il termine perentorio previsto dalla legge: 5 giorni in caso di applicazione della misura

coercitiva della detenzione in carcere, 10 giorni (dalla esecuzione del provvedimento o dalla

sua notificazione) per tutte le altre misure.

L’importanza di questa occasione di autodifesa concessa all’imputato traspare dall’art. 302 che

prevede una causa di estinzione della custodia cautelare per omesso interrogatorio entro il

termine sopra previsto.

L’interrogatorio della persona in stato di custodia cautelare deve avvenire entro il termine di

48 ore se il p.m. ne fa istanza nella richiesta di custodia cautelare (comma 1 ter).

L’interrogatorio consente al giudice un vaglio immediato della sussistenza e della persistenza

dei gravi indizi di colpevolezza e delle esigenze cautelari, nonché dell’adeguatezza della misura

adottata.

Viene pertanto comunemente designato interrogatorio di garanzia per differenziarlo

dall’interrogatorio a fini investigativi del p.m.

La L. 109/99 ha esteso l’obbligo di interrogatorio, prima previsto nella fase delle indagini

preliminari, fino alla dichiarazione di apertura del dibattimento.

66

Nei casi in cui l’ordinanza che dispone la misura cautelare rimanga senza applicazione a causa

della irreperibilità del soggetto destinatario, viene compilato il verbale di vane ricerche ai sensi

dell’art. 295.

Art. 296 : Latitanza : E’ latitante chi volontariamente si sottrae alla custodia cautelare, agli

arresti domiciliari, al divieto di espatrio, all’obbligo di dimora o a un ordine con cui si dispone

la carcerazione

Con il provvedimento che dichiara la latitanza, il giudice designa un difensore di ufficio al

latitante che ne sia privo e ordina che sia depositata in cancelleria copia dell’ordinanza con la

quale è stata disposta la misura rimasta ineseguita. Avviso del deposito è notificato al

difensore.

Art. 297 : Computo dei termini di durata delle misure: Gli effetti della custodia cautelare

decorrono dal momento della cattura, dell’arresto o del fermo.

Gli effetti delle altre misure decorrono dal momento in cui l’ordinanza che le dispone è

notificata (art. 293).

La nuova disciplina del 3^ comma consente la decorrenza di un unico termine della misura

cautelare, non solo quando le più ordinanze siano emesse per uno stesso fatto, benché

diversamente circostanziato (omicidio aggravato invece di omicidio semplice) o qualificato

(rapina invece di furto aggravato), ma anche nel caso che si riferiscano a fatti diversi (o

connessi) -> divieto della c.d. contestazione a catena.

I termini decorrono dal giorno in cui è stata eseguita o notificata la prima ordinanza e sono

commisurati all’imputazione più grave.

L’ultimo comma dell’art. 297 prevede un’ipotesi diversa: disciplina il caso della persona

detenuta per altro reato o internato per misura di sicurezza. La nuova misura si sovrapporrà alla

precedente nei limiti della compatibilità (custodia in carcere e custodia in carcere), in caso

contrario, gli effetti decorrono dalla cessazione dello stato di detenzione o internamento.

Art. 298 : In maniera inversa rispetto all’ipotesi disciplinata nell’articolo precedente, la norma

in esame prevede l’esecuzione di un ordine di carcerazione nei confronti di soggetto sottoposto

ad una misura ma non detenuto. In tale caso si determina la sospensione dell’esecuzione della

misura cautelare personale, salvo che gli effetti siano compatibili con l’espiazione della pena

(es. : misura interdittiva della sospensione della potestà di genitori e la custodia in carcere).

Estinzione delle misure 67

Art. 299 : Revoca e sostituzione delle misure: Le misure coercitive e interdittive sono

immediatamente revocate quando risultano mancanti, anche per fatti sopravvenuti (cioè

l’emersione di circostanze fattuali idonee a mutare il quadro indiziario o a caducare le esigenze

cautelari), le condizioni di applicabilità ovvero le esigenze cautelari.

Qualora le esigenze cautelari risultino attenuate ovvero la misura applicata non appare più

proporzionata all'entità del fatto o alla sanzione che si ritiene possa essere irrogata, il giudice

sostituisce la misura con un'altra meno grave ovvero ne dispone l'applicazione con modalità

meno gravose (comma 2).

Il p.m. e l’imputato richiedono la revoca o la sostituzione delle misure al giudice, il quale

provvede con ordinanza entro 5 giorni dal deposito della richiesta (comma 3).

Il giudice, prima di provvedere in ordine alla revoca o alla sostituzione delle misure coercitive

e interdittive, di ufficio o su richiesta dell’imputato, deve sentire il p.m.

Se nei 2 giorni successivi il p.m. non esprime il proprio parere, il giudice procede (comma 3

bis).

Quando le esigenze cautelari risultano aggravate, il giudice, su richiesta del p.m. , sostituisce

la misura applicata con un’altra più grave ovvero ne dispone l’applicazione con modalità più

gravose (comma 4).

Le cause di estinzione comportano il venir meno di diritto degli effetti della misura.

L’art. 300 (Estinzione delle misure per effetto della pronuncia di determinate sentenze)

disciplina le ipotesi di caducazione automatica (estinzione ope legis = di diritto) delle misure

per effetto dell’emissione di determinate pronunce.

Le misure disposte in relazione a un determinato fatto perdono immediatamente efficacia

quando, per tale fatto e nei confronti della medesima persona, è disposta:

- l’archiviazione

- ovvero è pronunciata sentenza di non luogo a procedere

- o di proscioglimento

- quando è pronunciata sentenza di condanna alla quale non consegua l’espiazione della pena

(per estinzione o sospensione condizionale della stessa)

- o che infliggano una pena superiore alla custodia cautelare sofferta.

Art. 301 : Estinzione di misure disposte per esigenze probatorie: Le misure disposte per le

esigenze cautelari di pericolo di inquinamento delle prove perdono immediatamente efficacia

se alla scadenza del termine previsto dall'ordinanza che disponeva la misura, non ne è

68

ordinata la rinnovazione. La rinnovazione è disposta dal giudice con ordinanza, su richiesta

del p.m. , anche per più di una volta, entro i limiti previsti dagli articoli 305 e 308.

Quando si procede per reati per il cui accertamento sono richieste investigazioni

particolarmente complesse per la molteplicità di fatti tra loro collegati ovvero per l'elevato

numero di persone sottoposte alle indagini o di persone offese, ovvero per reati per il cui

accertamento è richiesto il compimento di atti di indagini all'estero, la custodia cautelare in

carcere disposta per il compimento delle indagini non può avere durata superiore a 30 giorni.

Attraverso la predeterminazione del termine di durata entro limiti assai ristretti, la disposizione

mira a realizzare un equo bilanciamento tra la limitazione della libertà personale e le esigenze

cautelari di natura processuale, connesse all’acquisizione e alla genuinità della prova.

Art. 302 : Estinzione della custodia per omesso interrogatorio della persona in stato di custodia

cautelare: la caducazione ope legis (= di diritto) per mancata audizione della persona sottoposta

a misura cautelare non ha carattere preclusivo della reiterazione della misura stessa: essa potrà

essere nuovamente adottata, su richiesta del p.m. , purchè l’indagato sia effettivamente posto in

libertà e venga interrogato in stato di libertà dal Gip.

Art. 303 : Termini di durata massima della custodia cautelare:

5 sono le fasce processuali prese in considerazione e nell’ambito di ciascuna di esse vengono

determinati termini massimi, di entità varia in relazione alla gravità del reato, il cui decorso

senza che si sia passati nella fascia processuale successiva (o senza che sia intervenuta sentenza

irrevocabile di condanna) estingue la misura e impone la liberazione (art. 306).

La 1^ fascia decorre dall’inizio dell’esecuzione della misura (e quindi dal momento della

cattura, dell’arresto o del fermo) al provvedimento che dispone il giudizio ovvero all’ordinanza

con cui il giudice dispone il giudizio abbreviato (art. 438) o alla pronuncia della sentenza di

applicazione della pena su richiesta delle parti.

a) La custodia cautelare perde efficacia se non viene emesso uno dei provvedimenti ricordati

entro il termine di:

1) 3 mesi (per i delitti puniti fino a 6 anni di reclusione);

2) 6 mesi (per i delitti puniti con la reclusione superiore a 6 anni );

3) 1 anno (per i delitti puniti con l’ergastolo o la reclusione non inferiore a 20 anni o

superiore a 6 anni di reclusione se trattasi di uno dei delitti indicati dall’art 407 comma 2:

associazioni di stampo mafioso, delitti con finalità di terrorismo, omicidio, strage, sequestro di

persona). 69

b) La 2^ fascia decorre dall’emissione del provvedimento che dispone il giudizio o dalla

sopravvenuta esecuzione della custodia cautelare e termina con la pronuncia della sentenza di

condanna di primo grado.

La custodia cautelare perde efficacia qualora, senza che sia stata pronunciata la condanna di

1^ grado, siano decorsi:

1) 6 mesi (per i delitti puniti con la reclusione fino a 6 anni);

2) 1 anno (per i delitti puniti con reclusione superiore a 6 anni);

3) 1 anno e 6 mesi (per i delitti puniti con la reclusione superiore nel massimo a 20 anni o

con l’ergastolo).

3-bis) qualora si proceda per i delitti di cui all'articolo 407 comma 2, i termini di cui ai numeri

1), 2) e 3) sono aumentati fino a 6 mesi. Tale termine è imputato a quello della fase precedente

ove non completamente utilizzato, ovvero ai termini di cui alla lettera d) per la parte

eventualmente residua. In quest'ultimo caso i termini di cui alla lettera d) sono

proporzionalmente ridotti.

La lettera b- bis) prevede la perdita di efficacia della custodia cautelare se dall’emissione

dell’ordinanza con cui il giudice dispone il giudizio abbreviato o dalla sopravvenuta

esecuzione della custodia sono decorsi i seguenti termini senza che sia stata pronunciata :

1) 3 mesi (per i delitti con pena edittale non superiore a 6 anni di reclusione);

2) 6 mesi (per i delitti con pena edittale superiore ai 6 anni e non superiore ai 20 anni);

3) 9 mesi (per i delitti con pena edittale perpetua o superiore ai 20 anni) (3^ fascia).

c) La 4^ fascia decorre dalla sentenza di 1^ grado (o dalla sopravvenuta esecuzione della

custodia) alla sentenza di condanna in grado di appello.

La custodia cautelare perde efficacia qualora, senza che venga pronunciata la condanna in

grado d’appello, siano decorsi termini pari a:

1) 9 mesi (se vi è stata condanna alla pena della reclusione non superiore a tre anni);

2) 1 anno (se vi è stata condanna alla pena della reclusione non superiore a dieci anni);

3) 1 anno e 6 mesi (se vi è stata condanna alla pena dell’ergastolo o della reclusione

superiore a dieci anni).

d) La 5^ fascia decorre dalla pronuncia della sentenza di condanna in grado d’appello (o dalla

sopravvenuta esecuzione della custodia) alla pronuncia della sentenza irrevocabile di condanna.

La custodia cautelare si estinguerà con il decorso di termini uguali a quelli previsti per la

fascia precedente, senza che si pervenga alla sentenza definitiva, salve le ipotesi della lettera b)

numero 3 bis. 70

La durata complessiva della custodia cautelare, considerate anche le proroghe previste

dall’art. 305, non può superare i seguenti termini:

- 2 anni (per i delitti puniti con la reclusione fino a 6 anni);

- 4 anni (per i delitti puniti con la reclusione superiore a 6 anni ma non a 20 anni);

- 6 anni (per i delitti puniti con la reclusione superiore ai 20 anni o con l’ergastolo).

Le misure custodiali sono previste solo in relazione a delitti e sopprimono totalmente la libertà

dell’inquisito in considerazione della sussistenza di specifiche esigenze cautelari.

La misura detentiva perciò, ancor più delle altre misure cautelari, evidenzia la necessità di

bilanciare le esigenze cautelari di cui all’art. 274 con i diritti di libertà dell’indagato.

Siffatto bilanciamento è stato realizzato attraverso la fissazione di limiti alla durata della

custodia che sono correlati allo stadio del procedimento ed alla gravità del reato, sul

presupposto che la lentezza della giustizia non può indefinitamente pregiudicare lo “status

libertatis” dell’individuo il quale, in assenza di una decisione definitiva di condanna, è pur

sempre beneficiario della presunzione di non colpevolezza (art. 27 Cost.).

Art. 304 : Sospensione dei termini di durata massima della custodia cautelare: I termini previsti

dall’art. 303 sono sospesi nei seguenti casi:

a) nella fase del giudizio, durante il tempo in cui il dibattimento è sospeso o rinviato per

impedimento dell’imputato o del suo difensore (486) ovvero su richiesta dell’imputato o del suo

difensore, sempre che la sospensione o il rinvio non siano stati disposti per esigenze di

acquisizione della prova (509) o a seguito di concessione di termini per la difesa;

b) nella fase del giudizio, durante il tempo in cui il dibattimento è sospeso o rinviato a causa

della mancata presentazione, dell’allontanamento o della mancata partecipazione di uno o più

difensori che rendano privo di assistenza uno o più imputati;

c) nella fase del giudizio durante la pendenza dei termini previsti dall’articolo 544, commi 2 e

3 (15 gg. in caso non sia possibile procedere alla redazione immediata dei motivi della

sentenza; 90 gg. in caso di motivazione complessa);

c bis) nel giudizio abbreviato, durante il tempo in cui l’udienza è sospesa o rinviata per taluno

dei casi indicati nelle lettere a) e b) e durante la pendenza dei termini previsti dall’articolo

544, commi 2 e 3. 71


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AUTORE

flaviael

PUBBLICATO

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze giuridiche
SSD:
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Penale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Spangher Giorgio.

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