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La durata complessiva della custodia cautelare, considerate anche le proroghe previste

dall’art. 305, non può superare i seguenti termini:

- 2 anni (per i delitti puniti con la reclusione fino a 6 anni);

- 4 anni (per i delitti puniti con la reclusione superiore a 6 anni ma non a 20 anni);

- 6 anni (per i delitti puniti con la reclusione superiore ai 20 anni o con l’ergastolo).

Le misure custodiali sono previste solo in relazione a delitti e sopprimono totalmente la libertà

dell’inquisito in considerazione della sussistenza di specifiche esigenze cautelari.

La misura detentiva perciò, ancor più delle altre misure cautelari, evidenzia la necessità di

bilanciare le esigenze cautelari di cui all’art. 274 con i diritti di libertà dell’indagato.

Siffatto bilanciamento è stato realizzato attraverso la fissazione di limiti alla durata della

custodia che sono correlati allo stadio del procedimento ed alla gravità del reato, sul

presupposto che la lentezza della giustizia non può indefinitamente pregiudicare lo “status

libertatis” dell’individuo il quale, in assenza di una decisione definitiva di condanna, è pur

sempre beneficiario della presunzione di non colpevolezza (art. 27 Cost.).

Art. 304 : Sospensione dei termini di durata massima della custodia cautelare: I termini previsti

dall’art. 303 sono sospesi nei seguenti casi:

a) nella fase del giudizio, durante il tempo in cui il dibattimento è sospeso o rinviato per

impedimento dell’imputato o del suo difensore (486) ovvero su richiesta dell’imputato o del suo

difensore, sempre che la sospensione o il rinvio non siano stati disposti per esigenze di

acquisizione della prova (509) o a seguito di concessione di termini per la difesa;

b) nella fase del giudizio, durante il tempo in cui il dibattimento è sospeso o rinviato a causa

della mancata presentazione, dell’allontanamento o della mancata partecipazione di uno o più

difensori che rendano privo di assistenza uno o più imputati;

c) nella fase del giudizio durante la pendenza dei termini previsti dall’articolo 544, commi 2 e

3 (15 gg. in caso non sia possibile procedere alla redazione immediata dei motivi della

sentenza; 90 gg. in caso di motivazione complessa);

c bis) nel giudizio abbreviato, durante il tempo in cui l’udienza è sospesa o rinviata per taluno

dei casi indicati nelle lettere a) e b) e durante la pendenza dei termini previsti dall’articolo

544, commi 2 e 3. 71

I termini previsti dall'articolo 303 possono altresì essere sospesi, nella fase del giudizio,

quando si tratta di reati indicati dall'articolo 407, comma 2, lettera a), nel caso di dibattimenti

particolarmente complessi, durante il tempo in cui sono tenute le udienze o si delibera la

sentenza nel giudizio di primo grado o nel giudizio sulle impugnazioni.

La sospensione del termine di custodia cautelare, disposta in presenza delle ipotesi

analiticamente individuate dall’art. in questione, giustifica il prolungamento dei termini che

non può mai determinare un periodo di custodia cautelare superiore ai limiti massimi disposti

dal comma 6: la durata della custodia cautelare non può comunque superare il doppio dei

termini previsti dall’art. 303, commi 1, 2 e 3 senza tenere conto dell'ulteriore termine previsto

dall'articolo 303, comma 1, lettera b), numero 3-bis).

A tal fine la pena dell’ergastolo è equiparata alla pena massima temporanea (pari a 24 anni).

Art. 305 : Proroga della custodia cautelare: In ogni stato e grado del procedimento di merito,

quando è disposta perizia sullo stato di mente dell’imputato, i termini di custodia cautelare

sono prorogati per il periodo di tempo assegnato per l’espletamento della perizia. La proroga

è disposta con ordinanza dal giudice, su richiesta del p.m. , sentito il difensore. L’ordinanza è

soggetta a ricorso per cassazione nelle forme previste dall’art. 311.

Nel corso delle indagini preliminari, il p.m. può altresì chiedere la proroga dei termini di

custodia cautelare che siano prossimi a scadere, quando sussistono gravi esigenze cautelari

che, in rapporto ad accertamenti particolarmente complessi, rendano indispensabile il

protrarsi della custodia.

La proroga è rinnovabile una sola volta.

Art. 307 : Provvedimenti in caso di scarcerazione per decorrenza dei termini: quando la

custodia cautelare si sia estinta non per sopravvenuta mancanza dei presupposti che l’hanno

legittimata ma per un decorso dei termini massimi, l’imputato va scarcerato (liberato) con

ordinanza che, al contempo, può disporre l’applicazione di altre misure cautelari in presenza dei

relativi requisiti.

Poiché il ripristino della custodia determina un decorso ex novo dei termini, ma si tiene conto

anche della custodia anteriormente subita, se ne deduce che il ripristino è impossibile se la

scarcerazione è avvenuta per decorso dei termini complessivi massimi (saranno, invece,

possibili misure cautelari non carcerarie). 72

La p.g. può fermare il liberato se viola le prescrizioni impostegli all’atto della scarcerazione per

decorrenza dei termini o se è stato condannato con sentenza non definitiva, accingendosi alla

fuga.

Con il provvedimento di convalida il giudice, su richiesta del p.m. , dispone la custodia

cautelare. Tale misura perde efficacia entro 20 gg. se non interviene il giudice competente

(nell’ipotesi in cui il giudice della convalida del fermo non sia quello del procedimento in cui il

soggetto è imputato).

Le impugnazioni

Le misure cautelari, sia personali che reali, sono presidiate da mezzi di impugnazione autonomi

rispetto alla sentenza che definisce il giudizio, che ne consentono una verifica anticipata ed

immediata rispetto al ritmo necessariamente lento dei gradi di giudizio c.d. di merito.

L’autonomia dei gravami (azione di opposizione, impugnazioni) consente un controllo efficace

e celere delle ordinanze in materia di misure cautelari a tutela sia dell’interesse dell’inquisito (al

recupero della sua libertà) sia dell’interesse del p.m. alla corretta applicazione della normativa

cautelare.

Il sistema delle impugnazioni si articola negli istituti del riesame, dell’appello e del ricorso per

Cassazione, relativamente ai provvedimenti cautelari personali, ed in quelli del riesame e del

ricorso per Cassazione, per i provvedimenti cautelari reali.

I mezzi di impugnazione si articolano in 2 gradi:

- uno di merito (riesame e appello, detti appunto “gravami di merito” );

- uno di legittimità (ricorso per Cassazione, detto appunto “gravame di legittimità” ).

Il riesame

L’istituto del riesame è previsto contro tutti i provvedimenti costitutivi di misure cautelari

coercitive, non essendo invece esperibile avverso le ordinanze che dispongono misure

interdittive.

La facoltà di proporre impugnazione è attribuita, in modo autonomo e distinto, all’imputato e al

difensore; il termine perentorio entro il quale proporre la richiesta di riesame dell’ ordinanza

che dispone una misura coercitiva è di 10 gg. ; termine che per l’imputato non latitante

decorre dall’esecuzione o notificazione del provvedimento; per l’imputato latitante decorre

dalla data della notificazione eseguita mediante consegna di copia al difensore; per il

difensore decorre dalla notificazione dell’avviso di deposito del provvedimento (art. 310).

73

Sulla richiesta di riesame decide, in composizione collegiale, il tribunale del luogo nel quale ha

sede la corte di appello o la sezione distaccata della corte di appello nella cui circoscrizione è

compreso l’ufficio del giudice che ha emesso l’ordinanza (comma 7).

La richiesta di riesame è presentata nella cancelleria del tribunale indicato nel comma 7

(comma).

Il presidente cura che sia dato immediato avviso all’autorità giudiziaria procedente la quale,

entro il giorno successivo, e comunque non oltre il quinto giorno, trasmette al tribunale gli atti

presentati a norma dell’art. 291, comma 1 (elementi su cui la richiesta si fonda, nonché tutti gli

elementi a favore dell’imputato e le eventuali memorie difensive già depositate), nonché tutti

gli elementi sopravvenuti a favore della persona sottoposta alle indagini (comma 5).

Il tribunale de quo non può applicare una misura coercitiva più grave (o con prescrizioni più

gravi) di quella sottoposta al riesame (c.d. “divieto di reformatio in peius”).

Per il resto potrà dichiarare inammissibile la richiesta (perché tardiva o presentata da persona

non legittimata), annullare il provvedimento, confermarlo o riformarlo (ma soltanto in melius).

Il tutto entro 10 gg. dalla ricezione degli atti, termine anch’esso perentorio,nel senso che

l’omessa decisione o la decisione tardiva determina l’estinzione della misura coercitiva e la

liberazione dell’imputato (comma 10).

La volontà di accelerare i tempi della decisione sull’ordinanza che ha disposto la misura

coercitiva traspare anche dai tempi strettissimi del procedimento avanti al tribunale che si

svolge in camera di consiglio e cioè con garanzia del contraddittorio ma senza la presenza del

pubblico (comma 8).

L’appello

Art. 310 : Il p.m. , l’imputato e il suo difensore possono proporre appello contro le ordinanze

in materia di misure cautelari personali, enunciandone contestualmente i motivi.

L’appello è mezzo di impugnazione di merito a carattere residuale rispetto al riesame, potendo

essere proposto avverso i provvedimenti in materia di libertà personale non oggetto di riesame.

Per l’appello valgono le norme del riesame per quanto concerne i termini per impugnare (10

gg.), i soggetti legittimati (cui va aggiunto il p.m.), la forma e il luogo di presentazione delle

dichiarazioni di appello, il rito camerale e le garanzie del contraddittorio.

La disciplina dei 2 mezzi di impugnazione diverge poiché l’appello deve essere motivato ed i

motivi vanno presentati contestualmente, perché il tribunale decide entro 20 gg. dalla ricezione

degli atti, perché non è previsto che l’omessa o tardiva decisione valga come causa estintiva del

provvedimento contra libertatem impugnato. 74

La mancata enunciazione dei motivi di appello rende inammissibile il gravame in virtù

dell’applicazione dell’art. 591 (inammissibilità dell’impugnazione).

Deve ritenersi che il giudizio di appello sia vincolato ai motivi di impugnazione e che non sia

possibile adottare un provvedimento diverso da quello richiesto o dalla conferma (tantum

devolutum quantum appellatum).

Provvedimenti appellabili sono:

- le ordinanze con cui il giudice non accoglie la richiesta di applicazione della misura cautelare

avanzata dal p.m. ;

- le ordinanze che dispongono o negano una misura interdittiva (infatti il riesame è ammesso

solo per le misure coercitive);

- le ordinanze che sospendono i termini di durata max della custodia cautelare;

- le ordinanze che non dispongono la sospensione o la proroga richiesta;

- le ordinanze che accolgono o rigettano la richiesta di revoca o di sostituzione delle misure

cautelari personali;

- le ordinanze che dispongono la rinnovazione di misure applicate per esigenze probatorie.

Ricorso per Cassazione

Il ricorso è consentito contro le decisioni emesse dal tribunale della libertà in sede di riesame e

in sede di appello e contro l’ordinanza di proroga della custodia cautelare per perizia

psichiatrica in ogni stato e grado del procedimento (art. 311).

Legittimato al ricorso (entro 10 gg. dalla comunicazione o notificazione dell’avviso di deposito

del provvedimento) è chiunque vi abbia interesse (e quindi il p.m. che ha chiesto l’applicazione

della misura, l’imputato e il difensore, in relazione al provvedimento impugnato).

Per le sole misure coercitive (e non quindi per le interdittive) è consentito il “ricorso per

saltum”, cioè l’imputato e il suo difensore (non il p.m.) possono adire direttamente la Suprema

Corte per violazione di legge contro le ordinanze che dispongono una misura coercitiva

(senza coinvolgere il tribunale della libertà) al fine evidente di avere una pronuncia definitiva e

più celere sulla legittimità della misura cautelare disposta.

I termini per impugnare per saltum sono quelli dell’art. 309 comma 1- 3; il ricorso proposto

rende inammissibile la richiesta di riesame.

Il ricorso è presentato nella cancelleria del giudice che ha emesso la decisione sul riesame o

sull’appello e va motivato.

La decisione della Cassazione, in camera di consiglio, deve intervenire entro 30 gg. dalla

ricezione degli atti, a conferma della scelta acceleratoria fatta dal legislatore.

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Applicazione provvisoria di misure di sicurezza

Tra le misure cautelari personali, accanto alle misure interdittive e coercitive, gli artt. 312 e 313

prevedono l’applicazione provvisoria di misure di sicurezza a persone socialmente pericolose

nei casi previsti dalla legge.

L’art. 312 richiede 2 condizioni per l’applicazione provvisoria delle misure di sicurezza:

- una, positiva, è che sussistano gravi indizi in ordine alla commissione del fatto;

- l’altra, negativa, è che non ricorrano scriminanti, cause di esclusione della pena o fatti

estintivi.

L’applicazione provvisoria delle misure di sicurezza è disposta dal giudice, su richiesta del

p.m. , in qualunque stato e grado del procedimento.

Compito del giudice è il previo accertamento della pericolosità sociale dell’imputato:

l’interrogatorio della persona sottoposta alle indagini, quale mezzo di difesa e di corretta

formazione del convincimento, è un momento importante e tendenzialmente irrinunciabile (art.

313).

Nel corso del procedimento non è ipotizzabile un’applicazione “definitiva” di misure di

sicurezza, perché la pericolosità sociale, che ne è l’indefettibile presupposto, è accertata in

modo definitivo solo all’esito del processo, con la sentenza irrevocabile.

Riparazione per l’ingiusta detenzione

All’imputato è riconosciuto un vero e proprio diritto ad ottenere un’equa riparazione per la

custodia cautelare subita ingiustamente (art. 314). Si tratta di una novità introdotta dal codice

del 1988 in adempimento della “Convenzione europea dei diritti dell’uomo”.

L’art. 314 riconosce il diritto ad un’equa riparazione:

a) a chi è stato prosciolto con sentenza irrevocabile perché il fatto non sussiste, per non aver

commesso il fatto, perché il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato,

dopo aver subito un periodo di custodia cautelare o di arresti domiciliari senza dolo o colpa;

b) a chi, già sottoposto a misura cautelare o arresti domiciliari, viene a fruire di un

provvedimento di archiviazione o di una sentenza di non luogo a procedere;

c) a chi, prosciolto per qualsiasi causa o condannato, abbia subito un periodo di custodia

cautelare o arresti domiciliari a seguito di un provvedimento emesso o mantenuto senza che

esistessero i gravi indizi di colpevolezza o un’adeguata gravità del reato.

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L’imputato non ha diritto alla riparazione se ha dato causa o concorso a dare causa

all’ingiusta custodia cautelare per dolo o colpa grave. (ad esempio nel caso di false

dichiarazioni)(comma 4).

A pena di inammissibilità la domanda di riparazione deve essere proposta dall’interessato (alla

corte d’appello) entro 2 anni dal giorno in cui la sentenza è divenuta irrevocabile (art. 315).

L’entità della riparazione non può comunque eccedere un miliardo di lire del vecchio conio

(comma 2).

La corresponsione di una somma (fino a 1 miliardo di lire) che, tenuto conto della durata della

custodia cautelare, valga a compensare l’interessato delle conseguenze personali di natura

morale, patrimoniale, fisica e psichica che la custodia abbia prodotto.

Misure cautelari reali

Le misure cautelari reali sono misure che incidono sul patrimonio dell’imputato e determinano

l’indisponibilità di cose o beni. Esse sono:

• il sequestro conservativo sui beni mobili e immobili dell’imputato a garanzia delle pene

pecuniarie, delle spese del procedimento e delle obbligazioni civili nascenti da reato;

• il sequestro preventivo delle cose pertinenti al reato, la cui disponibilità potrebbe agevolare

le conseguenze di esso o la commissione di altri reati.

Il sequestro conservativo

Il sequestro conservativo ha funzione di garanzia dei crediti dello Stato e della parte civile e va

adottato in presenza di fondate ragioni di ritenere che manchino o si disperdano le “garanzie

per il pagamento della pena pecuniaria, delle spese del procedimento e di ogni altra somma

dovuta all’erario dello Stato” (art. 316 comma 1) ovvero le “garanzie delle obbligazioni civili

derivanti dal reato” (art. 316 comma 2).

Sequestrabili, a richiesta del p.m. , sono i beni mobili o immobili dell'imputato o somme o cose

a lui dovute, nei limiti in cui la legge ne consente il pignoramento.

Diversamente dal p.m. ,la parte civile, a tutela dei propri interessi individuali, può richiedere il

sequestro sia nei confronti dell’imputato che del responsabile civile a garanzia

dell’adempimento delle obbligazioni civili nascenti dal reato (risarcimento del danno e

restituzione di cose).

Il sequestro conservativo mira ad evitare la dispersione dei beni che potrebbe venir posta in

essere in previsione di una condanna. 77

Il provvedimento che dispone il sequestro conservativo a richiesta del p.m. o della parte civile

è emesso con ordinanza del giudice che procede (art. 317).

Il sequestro è eseguito dall'ufficiale giudiziario.

Gli effetti del sequestro cessano quando la sentenza di proscioglimento o di non luogo a

procedere non è più soggetta a impugnazione.

Il sequestro conservativo si converte in pignoramento quando diventa irrevocabile la sentenza

di condanna al pagamento di una pena pecuniaria ovvero quando diventa esecutiva la sentenza

che condanna l’imputato e il responsabile civile al risarcimento del danno a favore della parte

civile.

Contro l'ordinanza di sequestro conservativo chiunque vi abbia interesse può proporre richiesta

di riesame, anche nel merito, a norma dell'art. 324. La richiesta di riesame non sospende

l'esecuzione del provvedimento.

Se l'imputato o il responsabile civile offre cauzione idonea a garantire i crediti indicati

nell'articolo 316, il giudice dispone con decreto che non si faccia luogo al sequestro

conservativo e stabilisce le modalità con cui la cauzione deve essere prestata (art. 319).

il sequestro preventivo

Quando vi è pericolo che la libera disponibilità di una cosa pertinente al reato possa

aggravare o protrarre le conseguenze di esso ovvero agevolare la commissione di altri reati, a

richiesta del p.m. il giudice competente a pronunciarsi nel merito ne dispone il sequestro con

decreto motivato.

Il sequestro è disposto con decreto motivato dal gip, prima dell'esercizio dell'azione penale e

nella relativa fase, e dal giudice competente a decidere nel merito, successivamente (art. 321).

Nel corso delle indagini preliminari, quando non è possibile, per la situazione di urgenza,

attendere il provvedimento del giudice, il sequestro è disposto con decreto motivato dal p.m.

(art. 321 comma 3 bis).

Negli stessi casi, prima dell'intervento del p.m. , al sequestro procedono ufficiali di p.g. , i

quali, nelle 48 ore successive, trasmettono il verbale al p.m. del luogo in cui il sequestro è stato

eseguito.

Questi, se non dispone la restituzione delle cose sequestrate, richiede al giudice la convalida e

l'emissione del decreto entro 48 ore dal sequestro, se disposto dallo stesso p.m. , o dalla

ricezione del verbale, se il sequestro è stato eseguito di iniziativa dalla p.g.

Il sequestro perde efficacia se non sono osservati i termini previsti ovvero se il giudice non

emette l'ordinanza di convalida entro 10 gg. dalla ricezione della richiesta. Copia

78

dell'ordinanza è immediatamente notificata alla persona alla quale le cose sono state

sequestrate.

Contro il decreto di sequestro preventivo emesso dal giudice e l’ordinanza di sequestro

conservativo è consentito proporre richiesta di riesame (art. 324) da parte di chiunque vi abbia

interesse (concetto che comprende la persona alla quale le cose sono state sequestrate nonché

quella che avrebbe diritto alla loro restituzione).

La richiesta, che non ha effetti sospensivi dell’esecuzione del provvedimento, va presentata

entro 10 gg. dall’esecuzione o dalla conoscenza dell’avvenuto sequestro.

Fuori da questi casi (residuale, cioè è consentito quando non è prevista richiesta di riesame), il

p.m. , l'imputato e il suo difensore, la persona alla quale le cose sono state sequestrate e quella

che avrebbe diritto alla loro restituzione, possono proporre appello contro le ordinanze in

materia di sequestro preventivo e contro il decreto di revoca del sequestro emesso dal p.m.

Sull'appello decide, in composizione collegiale, il tribunale del capoluogo della provincia nella

quale ha sede l'ufficio che ha emesso il provvedimento. L'appello non sospende l'esecuzione del

provvedimento (art. 322 bis).

Contro le ordinanze emesse a norma degli artt. 322 bis e 324 il p.m. , l’imputato e il suo

difensore, la persona alla quale le cose sono state sequestrate e quella che avrebbe diritto alla

loro restituzione, possono proporre ricorso per cassazione per violazione di legge (art. 325).

Il termine per il ricorso è di 15 gg. dal momento della comunicazione o notificazione

dell’avviso dell’ordinanza. Il ricorso deve essere motivato.

Il procedimento è quello camerale ex art. 127.

CAP. 21^ : LE INDAGINI PRELIMINARI

L’utilizzo dell’aggettivo “preliminare” evidenzia la collocazione delle indagini nella fase pre-

processuale.

Le indagini preliminari (collocate nel libro 5^), in particolare, hanno la finalità di consentire al

p.m. di verificare se sussistono o meno le condizioni per l’esercizio dell’azione penale nei

confronti di un determinato soggetto, per formulare, di conseguenza l’imputazione (l’azione

penale può essere definita come l’atto attraverso il quale il p.m. , che ne è il titolare esclusivo,

manifesta nei confronti di una determinata persona ed in relazione ad un determinato fatto, ,a

pretesa punitiva dello Stato).

Quando la notizia di reato, a seguito delle investigazioni, risulti infondata, le indagini

preliminari si concludono con la richiesta di archiviazione.

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Con l’esercizio dell’azione penale, cioè con la proposizione della richiesta di rinvio a giudizio

da parte del p.m. (che sarà oggetto delle valutazioni del gup) , la fase delle indagini si chiude e

si apre la fase del processo.

Nella fase processuale del procedimento penale, l’indagato assume formalmente la qualifica di

imputato.

Il p.m. è il dominus della fase delle indagini preliminari in quanto titolare di funzioni

investigative proprie, con poteri direttivi nei confronti della p.g.

Quest’ultima, pertanto, pur essendo gerarchicamente inquadrata in modo autonomo, dipende dal

p.m. sotto il profilo funzionale.

Art. 327 : Il p.m. dirige le indagini e dispone direttamente della polizia giudiziaria…

Se il p.m. è titolare esclusivo dell’azione penale e, conseguentemente, delle indagini

preliminari, il legislatore ha previsto, anche durante tale fase, la possibilità, per tutte le parti del

procedimento, di fare ricorso ad un organo giurisdizionale in posizione di terzietà e neutralità

rispetto ad esse.

L’art. 328 stabilisce, infatti, che il gip fa ingresso nelle indagini preliminari soltanto su richiesta

del p.m. o delle parti private nei casi espressamente previsti dalla legge in tutte le ipotesi in cui

vengono richiesti provvedimenti che, per la delicatezza dei diritti sui quali incidono, debbono

essere adottati da un organo giurisdizionale.

Nel nuovo processo penale, il gip esplica una funzione di garanzia e di controllo: di garanzia, in

particolare, della libertà personale, dell’inviolabilità del domicilio e della riservatezza delle

comunicazioni (libertà costituzionalmente garantite); di controllo della legittimità dell’attività

dell’accusa.

L’art. 329 stabilisce che gli atti di indagine preliminare sono coperti dal segreto nel senso che il

p.m. e gli ufficiali ed agenti di p.g. che li hanno compiuti hanno il dovere di non comunicarli né

all’indagato, né al suo difensore né a terzi.

La violazione di tale dovere è sanzionata penalmente.

Il segreto di indagine viene meno:

● in generale, con la chiusura delle i.p. ;

● per singoli atti, anche prima della chiusura delle i.p. , quando si tratta di atti di cui l’imputato

è a conoscenza o che, comunque, avrebbe il diritto, secondo le norme processuali, di conoscere.

La ratio è quella di sfruttare fino in fondo l’effetto sorpresa, di evitare o ridurre il pericolo di

inquinamento del materiale probatorio, di circoscrivere il rischio di favoreggiamento nei

confronti di indagati o indagabili e, infine, di tutelare il buon nome di chi è pur sempre presunto

non colpevole. 80

La notizia di reato

Il punto di partenza delle indagini preliminari è rappresentato dalla acquisizione della notizia di

reato.

Per notizia di reato si intende ogni informazione relativa a fatti che appaiono costituire reato.

Sulla base dell’art. 330 è possibile distinguere tra:

- notizie di reato acquisite direttamente dal p.m. o dalla p.g. di sua iniziativa;

- notizie di reato che il p.m. e la p.g. ricevono da altri soggetti nella forma della denuncia, del

referto o della querela.

Art. 331 : Denuncia da parte di pubblici ufficiali e incaricati di un pubblico servizio: I pubblici

ufficiali e gli incaricati di un pubblico servizio che, nell’esercizio o a causa delle loro funzioni

o del loro servizio, hanno notizia di un reato perseguibile di ufficio, devono farne denuncia per

iscritto, anche quando non sia individuata la persona alla quale il reato è attribuito.

La denuncia è presentata o trasmessa senza ritardo al p.m. o a un ufficiale di p.g.

La denuncia è l’atto con cui ogni persona, anche s e diversa dalla persona offesa dal reato,

informa il p.m. o un ufficiale di p.g. , di un fatto che può costituire reato perseguibile d’ufficio.

La denuncia deve contenere una succinta esposizione del fatto, delle eventuali fonti di prova già

conosciute (ivi comprese le persone che potranno essere chiamate a testimoniare) e, se

possibile, le generalità dell’autore del fatto e della persona offesa.

Naturalmente l’eventuale assenza di tali elementi non incide in alcun modo sull’idoneità della

denuncia a determinare l’avvio del procedimento penale (art. 332).

Art. 333 : Denuncia da parte di privati: Ogni persona che ha notizia di un reato perseguibile di

ufficio può farne denuncia. La legge determina i casi in cui la denuncia è obbligatoria.

A differenza dei pubblici ufficiali e incaricati di pubblico servizio, che hanno l’obbligo di

denunciare i reati di cui sono venuti a conoscenza nell’esercizio o a causa delle loro funzioni, il

cittadino non è, salvo casi eccezionali espressamente previsti dalla legge (in relazione ai delitti

contro la personalità dello Stato- sequestro di persona) obbligato, pur avendone la facoltà, a

denunciare all’autorità di polizia o alla magistratura i reati di cui è venuto a conoscenza.

La denuncia è presentata oralmente o per iscritto, personalmente o a mezzo di procuratore

speciale, al p.m. o a un ufficiale di p.g. ; se è presentata per iscritto, è sottoscritta dal

denunciante o da un suo procuratore speciale. 81

Non vanno considerate come vere e proprie notizie di reato le denunce anonime di cui non può

essere fatto alcun uso processuale a meno che non costituiscano corpo di reato (es. : in un

processo per calunnia) o si accerti che comunque provengano dall’imputato.

L’esclusione di un utilizzo delle denunce anonime è dovuta a ragioni processuali nel senso che

non può essere utilizzato materiale probatorio non vagliabile in contraddittorio e di cui il

giudice non conosce la fonte.

Il referto

Accanto alla denuncia, il codice prevede come forma tipica di notizia di reato, il referto.

Il referto è l’atto obbligatorio con cui l’esercente una professione sanitaria (medico, farmacista,

ostetrico) comunica al p.m. o alla p.g. , entro 48 ore dal suo intervento, i casi per i quali ha

prestato la propria assistenza e dai quali si possa ravvisare l’esistenza di un reato perseguibile

d’ufficio.

Così, ad es. , il medico che interviene per suturare ferite d’arma da fuoco, ha l’obbligo di far

pervenire il referto alla p.g. o al p.m.

L’inosservanza da parte del sanitario dell’obbligo di referto costituisce reato (art. 365).

Il referto indica la persona alla quale è stata prestata assistenza e, se è possibile, le sue

generalità, il luogo dove si trova attualmente; dà inoltre le notizie che servono a stabilire le

circostanze del fatto, i mezzi con i quali è stato commesso e gli effetti che ha causato o può

causare (art. 334).

Art. 334 bis : Compito del difensore è solo quello di contribuire a provare l’estraneità ai fatti del

proprio assistito, dunque nessun obbligo di denunzia di fatti penalmente rilevanti,

eventualmente emersi nel corso delle indagini ( Il difensore non ha obbligo di denuncia

neppure relativamente ai reati dei quali abbia avuto notizia nel corso delle attività

investigative da egli svolte).

Art. 335 : Registro delle notizie di reato: Il p.m. iscrive immediatamente, nell’apposito registro

custodito presso l’ufficio, ogni notizia di reato che gli perviene o che ha acquisito di propria

iniziativa nonché, contestualmente o dal momento in cui risulta, il nome della persona alla

quale il reato stesso è attribuito.

Dal momento in cui il nome della persona viene iscritto, come presunto autore del fatto, nel

registro delle notizie di reato cominciano a decorrere i termini di durata delle indagini

preliminari entro i quali il p.m. dovrà decidere, sulla base delle indagini preliminari svolte, se

promuovere o meno l’esercizio dell’azione penale.

82

Decorre, inoltre, il termine utile di 90 gg. perché il p.m. presenti la richiesta di giudizio

immediato.

Condizioni di procedibilità

La perseguibilità di determinati reati è subordinata dalla legge al verificarsi di talune condizioni

definite, appunto, di procedibilità.

Se, infatti, di regola il p.m. è tenuto ad esercitate d’ufficio l’azione penale, vi sono dei casi in

cui, in considerazione della non particolare gravità dei fatti o della natura del reato o della

particolare qualifica rivestita dal suo autore, la legge subordina l’esercizio dell’azione penale

e/o lo svolgimento di atti di indagine preliminare ad un’ulteriore manifestazione di volontà

proveniente da altri soggetti, pubblici o privati.

Le condizioni di procedibilità previste dal cpp. sono:

1) la querela;

2) l’istanza di procedimento;

3) la richiesta di procedimento;

4) l’autorizzazione a procedere.

1) La querela (artt. 336- 337) è una dichiarazione con la quale la persona offesa dal reato

manifesta la volontà che si proceda in ordine ad un fatto previsto dalla legge come reato .

La querela è condizione di promuovibilità e proseguibilità dell’azione penale.

Deve essere proposta entro 3 mesi dal giorno in cui la persona offesa ha avuto notizia del fatto

di reato.

La dichiarazione di querela può essere proposta oralmente o per iscritto al p.m. , ad un ufficiale

di p.g. ovvero ad un agente consolare all’estero.

Il contenuto della querela non deve seguire forme prestabilite, la proposizione della stessa non

necessita dell’indicazione e della precisazione del fatto che costituisce reato nei suoi termini

giuridici: basta che da essa si palesi, in forma esplicita o implicita, l’effettiva volontà di

chiedere la punizione del colpevole.

Il diritto di querela è riconosciuto anche alle persone giuridiche, enti o associazioni (in tal caso

è necessaria l’indicazione specifica dei poteri di rappresentanza).

L’inutile decorso del termine previsto per la presentazione della querela (3 o 6 mesi) implica

automaticamente la decadenza dall’esercizio del potere di querela. La venuta meno del potere di

presentare querela può aversi anche prima del decorso del termine finale a seguito di rinuncia

espressa o tacita (mediante il compimento di attività incompatibili con la volontà di proporre

83

querela; ad es. : genitori che, dopo il reato di sottrazione consensuale di minorenne, consentono

al seduttore di convivere presso di loro con la figlia; art. 339).

La querela ritualmente presentata può perdere i suoi effetti di condizione di procedibilità in

forza di una manifestazione di volontà espressa della persona offesa di non voler dare un

seguito penale al fatto illecito in precedenza segnalato all’autorità giudiziaria.

La remissione della querela impone l’immediata liberazione dell’arrestato.

La remissione del querelante non produce effetti (da questo si differenzia dalla rinuncia) se non

vi è accettazione da parte del querelato (quest’ultimo può avere interesse ad un giudizio nel

merito della querela per farne risaltare la pretestuosità o l’infondatezza).

La remissione della querela può avvenire in qualunque momento prima della sentenza definitiva

e implicare l’annullamento di interi gradi di processo: le spese del procedimento sono a carico

del querelato, salvo che nell’atto di remissione sia stato diversamente convenuto (art. 340).

2) L’istanza di procedimento, riservata alla persona offesa dal reato e assoggettata alle forme

della querela, si risolve in una dichiarazione irrevocabile con la quale viene manifestata la

volontà che si proceda per delitti commessi all’estero (che se fossero commessi nel territorio

dello Stato sarebbero stati perseguibili d’ufficio) da stranieri o da cittadini (art. 341).

3) La richiesta di procedimento, riservata al Ministro della giustizia e da presentare al p.m. (art.

342) presuppone o un delitto in danno del Presidente della Repubblica o delitti politici o comuni

commessi all’estero dal cittadino o dallo straniero.

Come la querela, anche la richiesta e l’istanza vanno proposte entro 3 mesi dalla notizia del

fatto costituente reato, ma sono irrevocabili.

4) L’autorizzazione a procedere indica l’atto con cui l’autorità competente (che varia a seconda

dei casi: Corte Costituzionale, Parlamento, Ministro della giustizia) consente l’esercizio

dell’azione penale rimuovendo l’ostacolo ad essa frapposto da particolari disposizioni di legge.

Essa può essere richiesta in considerazione di una speciale qualità o situazione del soggetto

attivo ovvero del soggetto passivo del reato o per motivi di opportunità politica intesa come

esigenza di subordinare l’esercizio dell’azione penale ad una valutazione dell’autorità di

governo (art. 343).

In mancanza di una condizione di procedibilità il p.m. dovrà chiedere l’archiviazione della

notizia di reato.

Analogamente, qualora la mancanza della condizione di procedibilità venga rilevata in un

momento successivo a quello dell’esercizio dell’azione penale, il giudice dovrà pronunciare

sentenza di non luogo a procedere o di proscioglimento.

84

In tutti i casi si tratta di provvedimenti meramente processuali che non impediscono l’esercizio

successivo, in ordine allo stesso fatto e nei confronti della stessa persona, dell’azione penale

allorquando si sia verificata la condizione richiesta (art. 345).

L’attività ad iniziativa della p.g.

Il nuovo cpp. non ha eliminato la facoltà della p.g. di svolgere attività di indagine di propria

iniziativa.

Anzi tale autonoma attività, dopo una fase iniziale in cui era stata compressa in tempi

sostanzialmente ridotti, con successive riforme legislative è stata ulteriormente stimolata ed

ampliata.

Naturalmente lo svolgimento di tale attività resta subordinata al rispetto delle eventuali direttive

che il p.m. , una volta informato, abbia ritenuto di adottare.

Art. 347 : Obbligo di riferire la notizia di reato: Acquisita la notizia di reato, la p.g. , senza

ritardo, riferisce al p.m. , per iscritto, gli elementi essenziali del fatto e gli altri elementi sino

ad allora raccolti, indicando le fonti di prova e le attività compiute, delle quali trasmette la

relativa documentazione.

Comunica, inoltre, quando è possibile, le generalità, il domicilio e quanto altro valga alla

identificazione della persona nei cui confronti vengono svolte le indagini, della persona offesa

e di coloro che siano in grado di riferire su circostanze rilevanti per la ricostruzione dei fatti.

L’attività di iniziativa della p.g. si esplica prima e dopo la notizia di reato, prima e dopo la

comunicazione di questa al p.m. , prima e dopo aver ricevuto le direttive dal magistrato:

quest’ultimo profilo emerge dall’art. 348 secondo cui la p.g. , dopo l’intervento del p.m. ,

svolge le indagini necessarie nell’ambito delle direttive impartitele, ma continua anche le

indagini di propria iniziativa.

La p.g. di propria iniziativa:

a) può ricercare la notizia di reato e cose e tracce pertinenti al reato, provvedere alla

conservazione di esse e dello stato dei luoghi;

b) può ricercare persone in grado di riferire su circostanze rilevanti per la ricostruzione dei

fatti;

c) può compiere operazioni che richiedono specifiche competenze tecniche, anche avvalendosi

di persone idonee, nonché compiere tutta una serie di atti “atipici” e “tipici”.

● Tra le operazioni “atipiche” della p.g. vanno annoverate l’attivazione di canali informativi

non istituzionalizzati (utilizzo di confidenti), la predisposizioni di blocchi stradali e il

pedinamento, alla ricerca di piste da seguire e di elementi idonei a orientare le indagini.

85

● Tipici sono gli atti normativamente previsti e regolati.

L’art. 349 disciplina l’identificazione della persona nei cui confronti vengono svolte le indagini

(c.d. indagato) e di altre persone quali la persona offesa dal reato e i possibili testimoni.

In questa fase la p.g. potrà, inoltre, ai fini dell’esatta identificazione personale, anche effettuare

rilievi dattiloscopici, fotografici ed altri accertamenti di natura tecnica o scientifica

(accertamenti sul dna).

● Per pervenire all’effettiva identificazione di tali persone è stata inoltre riconosciuta alla p.g. la

facoltà di disporre l’accompagnamento, anche coattivo, nei propri uffici di chi rifiuta di farsi

identificare ovvero fornisce generalità o documenti di identificazione ritenuti falsi.

● La p.g. può assumere informazioni dall’indagato che non si trovi in stato di arresto o di fermo

con la necessaria presenza del difensore.

Prima di assumere le sommarie informazioni, la p.g. invita la persona nei cui confronti

vengono svolte le indagini a nominare un difensore di fiducia e, in difetto, provvede a

nominarlo d’ufficio (art. 350).

Se poi la p.g. non riesce a reperire il difensore di fiducia o d’ufficio ovvero egli, sebbene

avvisato, non si sia presentato, dovrà richiedere al p.m. di provvedere a designare come

difensore d’ufficio un sostituto che sia immediatamente reperibile.

Sul luogo o nell'immediatezza del fatto, gli ufficiali di p.g. possono, anche senza la presenza del

difensore, assumere dalla persona nei cui confronti vengono svolte le indagini notizie e

indicazioni utili ai fini della immediata prosecuzione delle indagini.

Delle notizie e delle indicazioni assunte senza l'assistenza del difensore sul luogo o

nell'immediatezza del fatto è vietata ogni documentazione e utilizzazione.

● L’urgenza è alla base dell’attribuzione alla p.g. del potere di effettuare perquisizioni di

propria iniziativa: l’art. 352 consente tale atto nella flagranza del reato o nel caso di evasione,

quando vi è fondato motivo di ritenere che cose e tracce del reato suscettibili di cancellazione o

dispersione si trovino occultate sulla persona (perquisizione personale) o in un determinato

luogo o che ivi si trovi l’indagato o l’evaso (perquisizione locale) ovvero quando sussistono

particolari motivi di urgenza che non consentono l’emissione di un tempestivo decreto di

perquisizione da parte dell’autorità giudiziaria.

Non è previsto l’avviso al difensore, anche se alla perquisizione può assistere.

La p.g. trasmette senza ritardo, e comunque non oltre le 48 ore, al p.m. del luogo dove la

perquisizione è stata eseguita il verbale delle operazioni compiute. Il p.m. , se ne ricorrono i

presupposti, nelle 48 ore successive, convalida la perquisizione.

86

● Sempre nell’esercizio di attribuzioni proprie la p.g. procede all’acquisizione di plichi sigillati

o corrispondenza (art. 353) che vanno trasmessi al p.m. o bloccati in previsione di un sequestro.

La tutela della riservatezza fa sì che la p.g. non possa aprirli, salva l’autorizzazione del p.m. per

pericolo di dispersione di elementi probatori.

● Analoga preoccupazione è alla base dell’art. 354 che consente alla p.g. accertamenti e rilievi

urgenti sullo stato delle cose e dei luoghi nonché sulle persone ivi compresi prelievi di materiale

biologico (capelli o saliva).

La p.g. può procedere al sequestro del corpo del reato e delle cose a questo pertinenti, qualora

ricorrano i seguenti presupposti: pericolo che le cose, le tracce e i luoghi si alterino, si

disperdano o, comunque, si modifichino; impossibilità di intervento tempestivo del p.m.

Si tratta, evidentemente, di un sequestro probatorio.

Il difensore dell’indagato potrà assistere al sequestro e/o ai rilievi ma non ha diritto a riceverne

preventivo avviso.

Tali atti vanno inseriti nel fascicolo per il dibattimento e sono pienamente utilizzabili ai fini

della decisione.

Art. 355 : Convalida del sequestro e suo riesame: Nel caso in cui abbia proceduto a sequestro,

la p.g. enuncia nel relativo verbale il motivo del provvedimento e ne consegna copia alla

persona alla quale le cose sono state sequestrate. Il verbale è trasmesso senza ritardo, e

comunque non oltre le 48 ore, al p.m. del luogo dove il sequestro è stato eseguito.

Il p.m. , nelle 48 ore successive, con decreto motivato convalida il sequestro se ne ricorrono i

presupposti ovvero dispone la restituzione delle cose sequestrate. Copia del decreto di

convalida è immediatamente notificata alla persona alla quale le cose sono state sequestrate.

Contro il decreto di convalida, l’interessato (la persona nei cui confronti vengono svolte le

indagini e il suo difensore, la persona alla quale le cose sono state sequestrate) può proporre,

entro 10 gg. dalla notifica del decreto, richiesta di riesame, anche nel merito.

L’attività di indagine del p.m.

Nella fase delle indagini preliminari, che ha valore tendenzialmente solo preparatorio del vero e

proprio processo, la figura soggettiva prevalente è senza dubbio quella del p.m.

Dominus, quindi, delle i.p. è il p.m. chiamato a compiere personalmente ogni attività di

indagine (art. 370).

Questo principio è stato eroso sia consentendo alla p.g. maggiori spazi di indagine “di propria

iniziativa”, sia consentendo al p.m. ampi poteri di delega.

87

Dal momento in cui riceve, direttamente o per mezzo della p.g. che ha l’obbligo di informarlo

senza ritardo, la notizia di reato è il p.m. che assume la direzione ed il controllo delle i.p.

In quanto parte imparziale, le indagini del p.m. devono essere finalizzate anche all'acquisizione

di elementi probatori favorevoli all'indagato (art. 358).

Il p.m. può avvalersi della collaborazione di persone dotate di specifiche competenze tecniche,

scientifiche o di altra natura (consulenti tecnici del p.m.) , non soltanto per la constatazione di

dati materiali pertinenti al reato o per la loro raccolta o per la loro raccolta, ma anche per

l’elaborazione critica di tali elementi (si pensi ad es. all'autopsia su un cadavere per determinare

le cause di un decesso; l'analisi tossicologica di una sostanza per stabilirne la natura

stupefacente o meno; la ricostruzione balistica di una sparatoria; art. 359).

L’incarico di consulente tecnico del p.m. è obbligatorio ma retribuito a spese dello Stato.

Gli accertamenti tecnici possono essere ripetibili o no (art. 360).

Gli accertamenti tecnici non ripetibili sono quelli che hanno ad oggetto persone, cose o luoghi il

cui stato è soggetto a modificazioni e che quindi o non possono essere utilmente ripetuti ovvero

se ripetuti avrebbero esito diverso (ad es. : rilievi segnaletici o fotografici disposti in occasione

di un sinistro stradale e dell’autopsia di una persona morta in circostanze tali da far sorgere il

sospetto di un reato. È evidente che per effetto delle condizioni atmosferiche e del transito degli

altri veicoli, le tracce di frenata o i detriti dell’impatto finirebbero, nel caso del sinistro stradale,

per disperdersi e non potrebbero, fino al dibattimento, essere in altro modo conservati).

Quando gli accertamenti tecnici sono non ripetibili, il p.m. avvisa, senza ritardo, la persona

sottoposta alle indagini, la persona offesa dal reato e i difensori del giorno, dell’ora e del luogo

fissati per il conferimento dell’incarico al consulente tecnico della parte pubblica e della facoltà

di nominare consulenti tecnici i quali hanno diritto di partecipare alle operazioni di

accertamento.

Gli accertamenti tecnici non ripetibili sono utilizzabili nel dibattimento e questo è il motivo per

cui, in alternativa, all’indagato è consentito di promuovere l’incidente probatorio, affinché

l’accertamento venga effettuato da un perito nominato dal gip invece che dal consulente tecnico

del p.m.

Art. 361 : Individuazione di persone o cose : Quando è necessario per la immediata

prosecuzione delle indagini, il p.m. invita una persona a riconoscere un'altra persona, una cosa

od un suono ecc (ad es. la vittima di una rapina chiamata a riconoscere se, tra una pluralità di

sospettati portati al suo cospetto, vi sia l'autore dell'atto delittuoso).

Tra gli atti di indagine più tipici che il p.m. può compiere si inserisce l’assunzione di

informazioni dalle persone che possono riferire circostanze utili alle indagini.

88

Si tratta, evidentemente, di un’attività sostanzialmente analoga, per contenuto, alla

testimonianza, dalla quale però si distingue per essere resa non al giudice, ma al p.m. (art. 362).

È stata elaborata la locuzione “atti garantiti” per indicare quegli atti di indagine preliminare per

i quali è previsto l’intervento e l’assistenza del difensore dell’indagato.

In particolare, il difensore ha il diritto di assistere, previo avviso : all’interrogatorio,

all’ispezione dell’indagato ed ai confronti effettuati dal p.m.

Nel solo caso dell’ispezione, quando vi è fondato motivo di ritenere che le tracce o gli altri

effetti materiali del reato possano essere alterati, il p.m. può procedere anche senza avviso al

difensore, che conserva, comunque, la facoltà di intervenire (ad es. : ispezione effettuata

sull’indagato per rintracciare le tracce di sangue della vittima o altre microtracce, peli, capelli,

fibre e altro).

Vi è poi la categoria dei c.d. atti a sorpresa; in essa vi rientrano gli atti ai quali il difensore ha

facoltà di assistere senza tuttavia avere diritto al preavviso. Si tratta delle perquisizioni e dei

sequestri, che sono atti per loro natura non ripetibili (art. 365 ).

Art. 366 : Deposito degli atti cui hanno diritto di assistere i difensori : I verbali degli atti

compiuti dal p.m. e dalla p.g. ai quali il difensore ha diritto di assistere, sono depositati nella

segreteria del p.m. entro il 3^ giorno successivo al compimento dell’atto con facoltà per il

difensore di esaminarli ed estrarne copia nei 5 gg. successivi.

Il difensore ha facoltà di esaminare le cose sequestrate nel luogo in cui esse si trovano e, se si

tratta di documenti, di estrarne copia.

Nel corso delle indagini preliminari, i difensori hanno facoltà di presentare memorie e richieste

scritte al p.m. (art. 367).

Art. 369 : Informazione di garanzia: Solo quando deve compiere un atto al quale il difensore

ha diritto di assistere, il p.m. invia per posta, in piego chiuso raccomandato con ricevuta di

ritorno, alla persona sottoposta alle indagini (indagato) e alla persona offesa una informazione

di garanzia con indicazione delle norme di legge che si assumono violate, della data e del luogo

del fatto e con invito a esercitare la facoltà di nominare un difensore di fiducia.

Come espressamente riconosciuto dalla Costituzione, la difesa costituisce un diritto inviolabile

in ogni stato e grado del procedimento.

Deve, dunque, essere effettiva, cioè piena e libera, ed a tal scopo al difensore deve essere

consentito di avere un ruolo attivo e dinamico nella vicenda processuale.

89

Proprio allo scopo di garantire l’effettività della difesa tecnica dell’indagato, si è introdotto

l’art. 369 bis (informazione sul diritto di difesa) il quale prevede che : quando il p.m. nomina un

difensore d’ufficio e stia per compire il primo atto a cui il difensore ha diritto di assistere, è

tenuto a fornire le seguenti informazioni:

a) l’informazione della obbligatorietà della difesa tecnica nel processo penale, con

l’indicazione della facoltà e dei diritti attribuiti dalla legge alla persona sottoposta alle

indagini;

b) il nominativo del difensore d’ufficio e il suo indirizzo e recapito telefonico;

c) l’indicazione della facoltà di nominare un difensore di fiducia con l’avvertimento che, in

mancanza, l’indagato sarà assistito da quello nominato d’ufficio;

d) l’indicazione dell’obbligo di retribuire il difensore d’ufficio ove non sussistano le condizioni

per accedere al beneficio di cui alla lettera e) e l’avvertimento che, in caso di insolvenza, si

procederà ad esecuzione forzata;

e) l’indicazione delle condizioni per l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato.

La violazione della disposizione comporta la nullità degli atti compiuti.

In definitiva, l’art. 369 bis sancisce il diritto ad essere informati sulle modalità di

estrinsecazione del diritto di difesa e conferma come l’ordinamento giuridico non presuma

nell’indagato la conoscenza della normativa processuale penale (al punto da obbligare il p.m. a

renderlo edotto al riguardo).

Art. 371 : Rapporti tra diversi uffici del p.m. : Per garantire, nella fase delle indagini

preliminari, il coordinamento tra i diversi uffici del p.m. ed evitare , come talvolta accade, che

su fatti collegati si indaghi da parte di più magistrati, l’uno all’insaputa dell’altro, la

disposizione in esame ha previsto 3 strumenti fondamentali:

- scambio di atti ed informazioni (ad es. : verbali di interrogatori, documenti);

- comunicazione delle istruzioni impartite alla p.g. ;

- compimento congiunto di singoli atti di indagine.

Il ruolo del gip

L’art. 328 stabilisce, infatti, che il gip fa ingresso nelle indagini preliminari soltanto su richiesta

del p.m. o delle parti private nei casi espressamente previsti dalla legge in tutte le ipotesi in cui

vengono richiesti provvedimenti che, per la delicatezza dei diritti sui quali incidono, debbono

essere adottati da un organo giurisdizionale. 90

Nel nuovo processo penale, il gip esplica una funzione di garanzia e di controllo: di garanzia, in

particolare, della libertà personale, dell’inviolabilità del domicilio e della riservatezza delle

comunicazioni (libertà costituzionalmente garantite); di controllo della legittimità dell’attività

dell’accusa.

In particolare, il gip provvede:

● a controllare la durata delle i.p. decidendo sulla richiesta di proroga (artt. 406 – 407);

● ad applicare, revocare, modificare o prorogare, su richiesta del p.m. o dell’indagato, le misure

cautelari che incidono sulla libertà o sul patrimonio della persona sottoposta alle indagini (artt.

291, 313, 317, 321);

● a convalidare o meno gli arresti in flagranza ed i fermi operati dalla p.g. o, nel caso del fermo,

dal p.m. (artt. 291 e ss.);

● ad autorizzare o convalidare intercettazioni di comunicazioni o conversazioni (art. 267);

● ad anticipare il momento della formazione della prova, rispetto al dibattimento, autorizzando

e dirigendo l’incidente probatorio (artt. 392 e ss.);

● ad accogliere o meno le richieste di archiviazione della notizia di reato avanzate dal p.m. (art.

409).

Durata delle indagini preliminari

Poiché la finalità delle indagini preliminari è quella di orientare il p.m. nella scelta se esercitare

o meno, in relazione ad una determinata notizia di reato, l’azione penale, le indagini preliminari

si concludono:

● o con una richiesta di archiviazione;

● o con l’esercizio dell’azione penale in una qualsiasi delle forme in cui ciò può avvenire (

- la richiesta di rinvio a giudizio, art. 416;

- la richiesta di applicazione della pena su accordo delle parti, art. 444;

- la presentazione dell’imputato o la sua citazione per il giudizio direttissimo, art. 449;

- la richiesta di giudizio immediato, art. 454;

- la richiesta di decreto penale di condanna, art. 459).

La finalità della previsione di un termine massimo delle i.p. sono quelle di assicurare ritmi

accelerati alla fase investigativa e di tutelare l’interesse dell’indagato e della persona offesa ad

una tempestiva definizione delle indagini (art. 405).

È fissato come termine normale di durata delle i.p. quello di 6 mesi dalla data in cui il nome

dell’indagato è iscritto nel registro delle notizie di reato, salvo quanto previsto dall’art. 415 bis e

cioè salvo il supplemento di indagini che il p.m. ritenga di svolgere a seguito di richieste

91

dell’indagato: indagini comunque da concludere entro 30 gg. , termine prorogabile per una sola

volta e per non più di 60 gg.

La durata delle i.p. è di 1 anno se si procede per reati di particolare gravità (art. 407/2 lett. a :

delitti di criminalità organizzata).

Art. 406 : Proroga del termine: Il termine ordinario di durata delle i.p. può essere prorogato (Il

p.m. , prima della scadenza, può richiedere al giudice, per giusta causa, la proroga del termine

ex art. 405).

Una prima proroga può essere concessa, per un tempo non superiore a 6 mesi, per giusta causa.

La genericità della formula utilizzata dal legislatore, in contrasto con le più precise locuzioni

utilizzate per le proroghe ulteriori, lascia presumere che la prima proroga possa essere concessa

con maggiore facilità, in presenza di una qualunque ragione non meramente pretestuosa.

La possibilità di accordare proroghe ulteriori alla prima, invece, è collegata a più rigorosi

presupposti, espressamente individuati dal legislatore nella:

- particolare complessità delle indagini (ad es. : crollo di un edificio per cui è necessario dare

corso a complessi e lunghi accertamenti tecnici);

- oggettiva impossibilità di concludere le indagini nel termine prorogato.

La richiesta di proroga va notificata, a cura del gip, alla persona indagata e alla persona

offesa (purchè abbia chiesto di ricevere tale informazione all’atto di presentazione della notizia

di reato o successivamente) con avviso della facoltà di presentare memorie o scritti entro 5 gg.

dalla notificazione.

Se il gip ritiene fondata la richiesta, dispone direttamente la proroga in camera di consiglio,

senza l’intervento del p.m. o dei difensori.

Se, invece il gip non ritiene possibile decidere soltanto sulla base del carteggio presentato dal

p.m. e dalle parti private, fissa la data di un’udienza in camera di consiglio cui parteciperanno il

p.m. e il difensore dell’indagato e, se ne ha fatto richiesta, della persona offesa.

Al termine dell’udienza il gip emette il provvedimento che ha per contenuto o l’autorizzazione

della proroga o il suo diniego.

In caso di diniego il p.m. entro il termine fissato dal gip , e comunque non superiore a 10 gg.

dalla scadenza ordinaria delle indagini, dovrà decidere, sulla base degli atti di indagine già

compiuti, se esercitare l’azione penale o richiedere l’archiviazione.

Secondo il prevalente orientamento giurisprudenziale, avverso l’ordinanza con la quale il gip

decide sulla richiesta di proroga del termine di durata delle i.p. non è consentita alcuna

impugnazione. 92

Art. 407 : Termini di durata massima delle indagini preliminari : La norma in esame, nel

fissare la durata massima complessiva delle i.p. (non può comunque superare i 18 mesi), fa

comunque salva la previsione dell’art. 393, in tema di incidente probatorio.

Ne consegue che un ulteriore ipotesi di proroga è prevista nel caso in cui l’incidente probatorio,

ancorché richiesto prima della scadenza, non possa essere esaurito nel termine, anche già

prorogato fino al massimo, di durata delle i.p.

La durata massima è tuttavia 2 anni se le i.p. riguardano:

● delitti di associazione sovversiva, di associazione terroristica e di banda armata;

● delitti concernenti lo sfruttamento sessuale dei minori e la violenza sessuale;

● delitti di illegale fabbricazione, introduzione nello Stato, messa in vendita, detenzione o

cessione di armi da guerra o tipo guerra, di esplosivi, di armi clandestine nonché di più armi

comuni da sparo;

La sanzione che colpisce il procedimento che non si conclude nei termini (qualora il p.m. non

abbia esercitato l’azione penale o richiesto l’archiviazione nel termine stabilito dalla legge o

prorogato dal giudice) è quella dell’inutilizzabilità degli atti di indagine compiuti oltre la

scadenza.

È stato peraltro precisato che l’inutilizzabilità si riferisce soltanto all’efficacia probatoria degli

atti.

Art. 415 bis : Avviso all’indagato della conclusione delle indagini preliminari : Tra le modifiche

apportate alla disciplina delle indagini preliminari forse la più importante è la previsione

dell’avviso all’indagato della conclusione delle i.p. (introdotta con la Legge 16 dicembre 1999

n. 479 , c.d. Legge Carotti ).

Prima della scadenza del termine previsto dall’art 405 , il p.m. , se non deve formulare richiesta

di archiviazione, fa notificare all’indagato e al difensore avviso della conclusione delle i.p.

Dovendosi ritenere che il p.m. alla conclusione delle indagini sappia già cosa contestare

all’indagato nei cui confronti ritiene di non dovere formulare richiesta di archiviazione, l’avviso

contiene una bozza di imputazione consistente nella sommaria comunicazione del fatto

(all’indagato) per il quale si procede, oltre che della data e del luogo del fatto, e rende edotti i

destinatari del deposito degli atti, della facoltà di prenderne visione e di estrarne copia, della

facoltà entro il termine di 20 gg. (dalla notifica) di presentare memorie, produrre documenti,

depositare documentazione relativa ad investigazioni del difensore, chiedere al p.m. il

93

compimento di atti di indagine, nonchè di presentarsi per rilasciare dichiarazioni ovvero

chiedere di essere sottoposto ad interrogatorio.

L’art. 415 bis, oltre a riaffermare la vitalità delle indagini difensive, mira a garantire il

contraddittorio fra le parti fino a quel momento circoscritto o addirittura mancante.

L’inerzia del p.m.

Dopo aver compiuto ogni attività d’indagine necessaria e consentitagli dai tempi disponibili, il

p.m. deve scegliere tra esercizio dell’azione penale e richiesta di archiviazione del

procedimento.

Ove non lo faccia nel termine stabilito dalla legge o prorogato dal giudice il procuratore

generale presso la corte d’appello dispone con decreto motivato l’avocazione delle indagini

preliminari (art. 412).

I termini delle indagini, ormai scaduti, vengono ad essere riaperti per il tempo necessario a

compiere atti di indagine indispensabili e comunque per non più di 30 gg. (Il procuratore

generale svolge le indagini preliminari indispensabili e formula le sue richieste entro 30 gg. dal

decreto di avocazione).

Il sistema, che si preoccupa di imprimere una accelerazione al procedimento attraverso la

scansione di tempi e di controlli, non può tollerare l’inerzia dell’indagante e il protrarsi dello

stato di persona indagata.

Ove si sia di fronte ad inerzia vera o presunta del p.m. è riconosciuta all’indagato e alla persona

offesa dal reato la facoltà di sollecitare il procuratore generale presso la corte d’appello

all’esercizio dei poteri che gli competono e, in specie, all’avocazione delle indagini (art. 413).

L’indagato ha un interesse ad essere riconosciuto estraneo con l’archiviazione o a una celere

pronuncia da parte del giudice terzo; l’offeso dal reato ha interesse che le indagini si

concludano senza ritardo sia per avere una affermazione del diritto violato sia, più

concretamente, per poter inserire nel processo eventuali pretese di ordine civilistico.

L’archiviazione

Svolgendo le indagini preliminari il p.m. può pervenire a varie conclusioni in merito all’ipotesi

di partenza presentata dalla notizia di reato:

● può accertare che la notizia di reato è infondata (ad es. : quello che poteva sembrare un

omicidio risulta morte naturale o un suicidio);

● che la notizia di reato concerne un illecito effettivamente verificatosi, ma non commesso dalla

persona sottoposta alle indagini; 94

● che l’illecito oggetto della notizia di reato è effettivamente stato commesso, ma l’autore

dell’illecito non è perseguibile per mancanza, originaria o sopravvenuta, di una condizione di

procedibilità (ad es. : il diffamato non ha presentato querela o l’ha fatto tardivamente o ha

rimesso la querela tempestivamente presentata e vi è stata accettazione);

● che la notizia di reato è fondata, ma che l’autore dell’illecito non è punibile, essendo

sopravvenuta una causa estintiva del reato (prescrizione, morte del reo);

● che il fatto oggetto delle indagini, sebbene illecito, non costituisce reato (illecito civile,

amministrativo, disciplinare).

● che la notizia di reato è fondata e che a carico dell’indagato vi sono elementi di colpevolezza

acquisiti durante le i.p. , ma non idonei a sostenere l’accusa in giudizio.

Il p.m. presenta al gip richiesta di archiviazione (di trasmissione all’archivio) entro i termini

previsti per l’inizio dell’azione penale (normalmente 6 mesi dall’iscrizione del nome

dell’indagato nel registro delle notizie di reato).

Con la richiesta motivata è trasmesso il fascicolo contenente la notizia di reato, la

documentazione relativa alle indagini espletate e i verbali degli atti compiuti davanti al gip : ciò

affinché il giudice possa valutare la sufficienza dell’attività svolta e la correttezza delle

conclusioni che se ne vogliono trarre.

Della richiesta di archiviazione viene resa edotta, mediante notificazione, la persona offesa dal

reato (non l’indagato perché non ha interesse a contrastare un provvedimento che riconosce

l’infondatezza della notizia di reato) affinché, volendolo, presenti opposizione nel termine di 10

gg. (art. 408).

Gli artt. 408 e 410 precisano che l’opposizione si risolve in una richiesta motivata di

prosecuzione delle i.p. e, quindi, in un dissenso delle conclusioni cui è pervenuto il p.m. ,

dissenso espresso sulla base della visione degli atti e delle indagini svolte: in base all’art. 410

l’offeso, a pena di inammissibilità dell’opposizione, deve indicare le indagini richieste e i

relativi elementi di prova (ad es. : sentire una persona informata dei fatti le cui dichiarazioni

non sono state raccolte dal p.m.).

Se l’opposizione è inammissibile e la notizia di reato è infondata, il gip pronuncia decreto

motivato di archiviazione (altrettanto fa nel caso in cui non vi sia opposizione alla richiesta di

archiviazione e condivida quest’ultima: art. 409 comma 1).

Se condivide l’opposizione o comunque non accoglie la richiesta del p.m. , il gip fissa

un’udienza in camera di consiglio con avviso al p.m. , all’indagato e al suo difensore e alla

persona offesa dal reato (comma 2). 95

Fino al giorno dell’udienza gli atti restano depositati in cancelleria con facoltà del difensore di

estrarne copia.

Al termine dell’udienza il gip potrà:

● ritenere convincenti le ragioni del p.m. ed, eventualmente, delle altre parti private intervenute,

e pronunciare ordinanza di archiviazione.

Quest’ordinanza è ricorribile per Cassazione soltanto per nullità attinenti la convocazione e la

partecipazione delle parti all’udienza in camera di consiglio;

● ravvisare la necessità, ai fini della decisione sulla richiesta di archiviazione, di ulteriori

indagini. In tal caso le indica al p.m. , fissando il termine entro il quale debbono essere

compiute;

● decidere che, anche senza ulteriori indagini, la richiesta di archiviazione non può essere

accolta. In tal caso dispone, con ordinanza, che il p.m. formuli, entro 10 gg. , l’imputazione e

fissa d’ufficio l’udienza preliminare (si parla di imputazione coatta).

Art. 415 : Reato commesso da persone ignote : Quando è ignoto l’autore del reato il p.m. ,

entro 6 mesi dalla data della registrazione della notizia di reato, presenta al giudice richiesta

di archiviazione ovvero di autorizzazione a proseguire le indagini.

Quando accoglie la richiesta di archiviazione ovvero di autorizzazione a proseguire le

indagini, il giudice pronuncia decreto motivato e restituisce gli atti al p.m.

Se ritiene che il reato sia da attribuire a persona già individuata ordina che il nome di questa

sia iscritto nel registro delle notizie di reato.

Art. 414 : Riapertura delle indagini : Il provvedimento di archiviazione non ha una particolare

efficacia preclusiva visto che la riapertura delle indagini può essere effettuata ogni volta in cui

vi sia esigenza di nuove investigazioni.

Tale esigenza, secondo la opinione prevalente, può essere fondata:

- tanto sulla sopravvenienza di nuovi elementi ;

- quanto su una diversa valutazione di quelli già acquisiti.

L’esercizio dell’azione penale

Quando il p.m. ritiene concluse le indagini preliminari (cosa che può avvenire ben prima della

scadenza del termine previsto dalla legge o prorogato dal giudice), l’alternativa alla richiesta di

archiviazione è l’esercizio dell’azione penale. 96

Il p.m. , se convinto di aver raccolto durante le indagini elementi idonei a sostenere l’accusa in

giudizio, ha l’obbligo di esercitare l’azione penale formulando l’imputazione, ove il suo

convincimento non sia stato intaccato dall’attività difensiva consequenziale all’avviso di

conclusione delle indagini.

La formulazione dell’imputazione segna la cessazione della qualità di indagato e l’assunzione

della qualità di imputato, l’inizio del processo in senso stretto e il momento a partire dal quale è

possibile introdurre accanto al tema penale il tema della pretesa civilistica.

La formulazione dell’imputazione attribuisce al giudice il compito di valutare quanto fino ad

allora fatto durante le i.p.

L’udienza preliminare

Per parlare dell’udienza preliminare dobbiamo preliminarmente ricordare che il gip , in seguito

alla richiesta di rinvio a giudizio operata dal p.m. , conclude il proprio lavoro.

L’ultima fase delle i.p. dunque apre l’udienza preliminare: il gip passa il tutto al giudice per

l’udienza preliminare, e lo investe dunque del potere- dovere di decidere sulla legittimità della

richiesta di rinvio a giudizio operata dal p.m.

Nella versione originaria del codice uno stesso magistrato poteva, in un medesimo

procedimento, essere prima gip e poi gup.

Oggi però le cose sono mutate radicalmente perché, al fine di garantire l’intervento di un

giudice veramente “terzo” e non condizionato da esperienze e decisioni precedenti, si è stabilita

l’incompatibilità tra le 2 funzioni (art. 34 comma 2 bis).

L'atto introduttivo dell'udienza preliminare è costituito dalla richiesta di rinvio a giudizio che il

p.m. deve depositare nella cancelleria del giudice (art. 416).

Alla richiesta è unito il fascicolo contenente la notizia di reato, la documentazione delle

indagini preliminari e i verbali degli atti svolti davanti al gip.

Al fascicolo, qualora non debbano essere custoditi altrove, sono inoltre allegati il corpo del

reato e le cose pertinenti al reato.

Secondo l’interpretazione prevalente dell’art. 416 condivisa dalla stessa Corte cost. , con il

fascicolo debbono essere trasmessi tutti gli atti del procedimento fino ad allora compiuti.

Di più: come risulta dall’art. 419 comma 3, ad essi andrà poi aggiunta la documentazione delle

eventuali indagini del p.m. successive alla richiesta

Questi adempimenti, infatti, hanno lo scopo di attuare quella che nella tradizione anglo-

americana viene chiamata “discovery” : vale a dire l’ostensibilità (= rendere noto) degli atti in

97

precedenza rimasti segreti, in modo da consentire alle parti di accedere al processo con la loro

piena conoscenza.

Art. 417 : Requisiti formali della richiesta di rinvio a giudizio : La richiesta di rinvio a giudizio

contiene:

a) le generalità dell’imputato nonché le generalità della persona offesa dal reato qualora ne

sia possibile l’identificazione;

b) l’enunciazione, in forma chiara e precisa, del fatto, delle circostanze aggravanti e di quelle

che possono comportare l’applicazione di misure di sicurezza con l’indicazione dei relativi

articoli di legge;

c) l’indicazione delle fonti di prova acquisite;

d) la domanda al giudice di emissione del decreto che dispone il giudizio;

e) la data e la sottoscrizione.

Poiché il contraddittorio che caratterizza l’udienza preliminare si realizzi, gli interessati

debbono essere posti nella condizione di parteciparvi con un’adeguata conoscenza degli atti. E

appunto a questo risultato sono dirette le disposizione degli artt. 418, 419.

Art. 418 : Fissazione dell’udienza : Entro 5 gg. dal deposito della richiesta, il giudice fissa con

decreto il giorno, l’ora e il luogo dell’udienza (preliminare) in camera di consiglio.

La celebrazione dell’udienza rende necessaria una difesa tecnica dell’imputato che solo un

difensore può garantirgli (difensore di fiducia o nominato a cura del giudice).

Tra la data di deposito della richiesta e la data dell’udienza non può intercorrere un termine

superiore a 30 gg.

Art. 419 : Atti introduttivi : Il gup fa notificare (a pena di nullità) all’imputato e alla persona

offesa l’avviso del giorno, dell’ora e del luogo dell’udienza, con la richiesta di rinvio a giudizio

formulata dal p.m. e con l’avvertimento all’imputato che non comparendo sarà giudicato in

contumacia. 98

Infatti, solo dalla lettura della richiesta di rinvio a giudizio (che è atto del p.m.) le parti possono

prendere conoscenza del fatto contestato e delle fonti di prova. L’avviso, invece, ha una

funzione di mera “vocativo in jus”.

L’avviso (dell’udienza) è altresì comunicato al p.m. e notificato al difensore dell’imputato con

l’avvertimento della facoltà di prendere visione degli atti e di presentare memorie e produrre

documenti.

Gli avvisi sono notificati e comunicati almeno 10 gg. prima della data dell’udienza.

L’imputato può rinunciare all’udienza preliminare e richiedere il giudizio immediato con

dichiarazione presentata in cancelleria, almeno 3 gg. prima della data dell’udienza. L’atto di

rinuncia è notificato al p.m. e alla persona offesa dal reato a cura dell’imputato.

Art. 420 : Costituzione delle parti : L’udienza preliminare si svolge in camera di consiglio con

la partecipazione necessaria del p.m. e del difensore dell’imputato.

Il gup deve controllare se vi sia stata regolare costituzione delle parti.

Sono necessarie le presenze del p.m. e del difensore dell’imputato, alla cui assenza si sopperisce

con la nomina di un difensore d’ufficio.

Inoltre, anche un legittimo impedimento del difensore a comparire (ad es. : malattia o

contemporaneo impegno professionale) impone il rinvio dell’udienza, purchè prontamente

comunicato. A meno che i difensori siano 2, o vi sia un sostituto, oppure lo stesso imputato

chieda che si proceda ugualmente in assenza del difensore impedito (art. 420 ter comma 5).

Nei confronti dell’imputato in persona vale il criterio della partecipazione non necessaria ma

possibile.

L’udienza verrà quindi rinviata, e dovranno rinnovarsi avvisi e notificazioni, quando sia certa o

probabile l’ignoranza incolpevole della precedente citazione oppure certa o probabile l’assoluta

impossibilità di comparire per caso fortuito, forza maggiore o legittimo impedimento. Né da

luogo a diverse conseguenze l’impossibilità di comparire nelle udienze successive (art. 420 bis

e 420 ter).

Rispetto alle parti accessorie, la loro assenza, qualunque ne sia il motivo, non determina una

nuova fissazione dell’udienza (tranne il caso in cui siano invalide citazione e notificazione del

responsabile civile e del civilmente obbligato).

Art. 421 : Discussione : Il contraddittorio si realizza con la discussione: la inizia il p.m. , il

quale illustra sinteticamente i risultati delle indagini preliminari e gli elementi di prova su cui

fonda la richiesta di rinvio a giudizio. 99

Poi, nell’ordine parlano i difensori della parte civile, del responsabile civile e del civilmente

obbligato, ciascuno a sostegno delle rispettive conclusioni.

L’ordine degli interventi è ispirato al “principio del favor rei” , per cui è lasciata per ultimo la

parola al difensore dell’imputato.

L’imputato presente all’udienza ha la facoltà dell’autodifesa: subito dopo l’intervento del p.m.

può chiedere di rendere dichiarazioni spontanee o di essere interrogato.

Quanto accade nell’udienza preliminare viene documentato in un verbale di regola redatto in

forma riassuntiva. Tuttavia il gup, a richiesta di parte, ne disporrà una più accurata formazione

mediante la riproduzione fonografica o audiovisiva o con la stenotipia.

La contumacia

Secondo l’art. 420 quater , se l’imputato non compare e manca una legittima giustificazione

l’udienza preliminare si svolge in sua contumacia.

Essa va dichiarata dal gup con ordinanza, sentite le parti e previo accertamento che la citazione

era valida e che non sussiste né la prova né la probabilità della sua incolpevole ignoranza o

dell’assoluta impossibilità di comparire (comma 1).

Quando si procede a carico di più imputati e per alcuni di loro o dei difensori la non

comparizione è invece giustificata, è altresì disposta la separazione dei procedimenti, con la

prosecuzione del processo per gli uni e il rinvio per gli altri (comma 6).

L’imputato, quando si procede in sua contumacia, è rappresentato dal suo difensore.

Se l’imputato compare prima che il giudice adotti i provvedimenti conclusivi, il giudice revoca

l’ordinanza che ha dichiarato la contumacia. In tal caso l’imputato può rendere dichiarazioni

spontanee e chiedere di essere sottoposto ad interrogatorio.

Art. 420 quinquies : Assenza e allontanamento volontario dell’imputato : L’assenza è relativa

all’imputato non contumace il quale non presenzi all’udienza fin dal suo inizio. All’assenza

viene equiparato l’allontanamento, che si realizza quando l’imputato, inizialmente comparso, si

allontani dall’aula ovvero, se detenuto, evada.

Una volta comparso all’udienza, l’imputato è considerato come sempre presente, sebbene

decide di allontanarsi nel corso di essa.

Art. 421 bis : Ordinanza per l’integrazione delle indagini : Le i.p. , affidate alla p.g. e al p.m. ,

debbono essere complete, vale a dire acquisire tutti gli elementi necessari e sufficienti perché il

p.m. riesca poi a stabilire se sia o no il caso di esercitare l’azione penale.

100

Però non è da escludere che, pur dopo la discussione , il gup si trovi nelle condizioni di non

poter decidere proprio a causa della loro incompletezza. È pertanto previsto che egli ne

disponga un supplemento, indicando le ulteriori necessarie indagini, il termine entro cui vanno

compiute e la data della nuova udienza.

Del provvedimento è data comunicazione al procuratore generale presso la corte d’appello.

Il potere del gup di ordinare ulteriori e nuove indagini, dando un termine al p.m. per il loro

espletamento, è analogo a quello concesso al gip , ai sensi dell’art. 409 comma 4, in sede di non

accoglimento della richiesta di archiviazione.

Art. 422 : Attività di integrazione probatoria del giudice : Nell’ipotesi in oggetto, il giudice, se

non ordina al p.m. l’integrazione delle indagini, può disporre anche d’ufficio, l’assunzione delle

prove delle quali appare evidente la decisività ai fini della sentenza di non luogo a procedere.

Il giudice, se non è possibile procedere immediatamente all’assunzione delle prove, fissa la

data della nuova udienza e dispone la citazione dei testimoni, dei periti, dei consulenti tecnici.

Art. 423 : Modificazione dell’imputazione : Il tema dell’udienza preliminare è costituito

dall’imputazione formulata dal p.m. all’atto della richiesta.

Ma se durante il suo svolgimento, per il sopravvenire di ulteriori elementi oppure alla luce di

una più attenta considerazione, risulta che il fatto è diverso ovvero è ipotizzabile un reato

connesso o una circostanza aggravante, l’imputazione viene modificata.

Se risulta a carico dell’imputato un fatto nuovo non enunciato nella richiesta di rinvio a

giudizio, per il quale si debba procedere di ufficio, il giudice ne autorizza la contestazione se il

p.m. ne fa richiesta e vi è il consenso dell’imputato.

- Il fatto sarebbe quindi diverso se l’accusa di aver ucciso con arma da fuoco fosse mutata in un

omicidio col mezzo di una violenza manuale, ovvero se la data del reato fosse anticipata o

posticipata.

In casi del genere l’imputazione viene modificata con la contestazione orale del p.m.

all’imputato oppure, se quest’ultimo è contumace o assente, al difensore.

- Il fatto nuovo è un fatto- reato diverso e ulteriore rispetto a quello per cui si procede e non

legato ad esso dal vincolo del concorso formale o della continuazione (ad es. : nel caso di un

processo per rapina, l’imputato confessa di aver sottoposto a violenza sessuale la vittima).

Il decreto che dispone il giudizio 101

Esaurita la discussione, il gup , qualora ravvisi elementi sufficienti per passare al dibattimento,

emette un decreto che dispone il giudizio (art. 429).

Il giudice emette il decreto che dispone il giudizio nei casi in cui non pronuncia sentenza di non

luogo a procedere. Il quantum di prova richiesto per l’emissione di tale decreto si ricava a

contrario (vedi sentenza di non luogo a procedere): il giudice emette il decreto quando gli

elementi di prova forniti dal p.m. a sostegno della richiesta di rinvio a giudizio e le prove

eventualmente assunte nell’udienza preliminare eliminano ogni dubbio sulla necessità del

dibattimento.

La norma elenca il contenuto del decreto che dispone il giudizio.

Esso si compone:

● dell’intestazione che contiene :

a) le generalità dell’imputato e le altre indicazioni personali che valgono a identificarlo

nonché le generalità delle altre parti private, con l’indicazione dei difensori;

b) l’indicazione della persona offesa dal reato qualora risulti identificata;

● dell’editio actionis (l’impugnazione che viene formulata a carico dell’imputato e le relative

fonti di prova a sostegno) che contiene :

c) l’enunciazione, in forma chiara e precisa, del fatto, delle circostanze aggravanti e di quelle

che possono comportare l’applicazione di misure di sicurezza, con l’indicazione dei relativi

articoli di legge;

d) l’indicazione sommaria delle fonti di prova e dei fatti cui esse si riferiscono;

● della vocativo in ius (l’invito all’imputato a comparire per una certa udienza innanzi al

giudice dibattimentale per il giudizio) che contiene :

e) il dispositivo, con l’indicazione del giudice competente per il giudizio;

f) l’indicazione del luogo, del giorno e dell’ora della comparizione, con l’avvertimento

all’imputato che non comparendo sarà giudicato in contumacia;

Non rientra nella vocativo in ius ma nei requisiti del decreto che dispone il giudizio :

g) la data e la sottoscrizione del giudice e dell’ausiliario che l’assiste.

Il decreto è nullo se l’imputato non è identificato in modo certo ovvero se manca o è

insufficiente l’indicazione di uno dei requisiti previsti dal comma 1 lett. c) e f).

Tra la data del decreto e la data fissata per il giudizio deve intercorrere un termine non

inferiore a 20 gg. 102

Il decreto è immediatamente letto in udienza, il che equivale alla sua notificazione per le parti

presenti (art. 424 comma 2); e va notificato per intero all’imputato contumace nonché

all’imputato e alla persona offesa comunque non presenti alla lettura del provvedimento.

Art. 431 : Fascicolo per il dibattimento : Immediatamente dopo l’emissione del decreto che

dispone il giudizio, il giudice provvede nel contraddittorio delle parti alla formazione del

fascicolo per il dibattimento.

Nel caso di richiesta di una delle parti di fissazione di un’altra udienza per la formazione del

fascicolo, il gup è obbligato a fissarla.

Nel fascicolo per il dibattimento sono raccolti:

a) gli atti relativi alla procedibilità dell’azione penale e all’esercizio dell’azione civile;

b) i verbali degli atti non ripetibili compiuti dalla polizia giudiziaria;

c) i verbali degli atti non ripetibili compiuti dal pubblico ministero e dal difensore;

d) i documenti acquisiti all’estero mediante rogatoria internazionale e i verbali degli atti non

ripetibili assunti con le stesse modalità;

e) i verbali degli atti assunti nell’incidente probatorio;

f) i verbali degli atti, assunti all’estero a seguito di rogatoria internazionale ai quali i difensori

sono stati posti in grado di assistere e di esercitare le facoltà loro consentite dalla legge italiana;

g) il certificato generale del casellario giudiziario;

h) il corpo del reato e le cose pertinenti al reato, qualora non debbano essere custoditi altrove.

Art. 432 : Trasmissione e custodia del fascicolo per il dibattimento : Il decreto che dispone il

giudizio è trasmesso senza ritardo, con il fascicolo previsto dall’art. 431 , alla cancelleria del

giudice competente per il giudizio.

Art. 433 : Fascicolo del p.m. : Gli atti diversi da quelli previsti dall'art. 431, unitamente agli

atti acquisiti all'udienza preliminare e al verbale di udienza, sono trasmessi al pubblico

ministero e formano il fascicolo del p.m. (art. 433 – ha quindi un contenuto residuale). Il

fascicolo è conosciuto dalle parti ma non dal giudice.

Sentenza di non luogo a procedere

In via alternativa al decreto di rinvio a giudizio il gup pronuncia la sentenza di non luogo a

procedere allo stato degli atti. 103

L’art. 425 contiene un’elencazione tassativa delle situazioni ricorrendo le quali il gup deve

emettere sentenza di non luogo a procedere:

● Se sussiste una causa che estingue il reato (ad es. : morte del reo) o per la quale l’azione

penale non doveva essere iniziata proseguita;

● se il fatto non è previsto dalla legge come reato (ad es. : per abrogazione della norma

incriminatrice, depenalizzazione);

● ovvero quando risulta che il fatto non sussiste;

● o che l’imputato non lo ha commesso (ad es. : è stato provato un alibi);

● o che il fatto non costituisce reato ( è stato commesso in presenza di una causa di

giustificazione oppure senza dolo, colpa, preterintenzione) ;

● o che si tratta di persona non punibile per qualsiasi causa.

Sentenza di non luogo a procedere e decreto che dispone il giudizio : differenze

Il giudice pronuncia sentenza di non luogo a procedere anche quando gli elementi acquisiti

risultano insufficienti, contraddittori o comunque non idonei a sostenere l’accusa in giudizio.

Il giudice emette il decreto che dispone il giudizio nei casi in cui non pronuncia sentenza di non

luogo a procedere. Il quantum di prova richiesto per l’emissione di tale decreto si ricava a

contrario: il giudice emette il decreto quando gli elementi di prova forniti dal p.m. a sostegno

della richiesta di rinvio a giudizio e le prove eventualmente assunte nell’udienza preliminare

eliminano ogni dubbio sulla necessità del dibattimento.

Art. 426 : Requisiti della sentenza : La sentenza contiene:

a) l’intestazione in nome del popolo italiano e l’indicazione dell’autorità che l’ha pronunciata;

b) le generalità dell’imputato o le altre indicazioni personali che valgono a identificarlo

nonché le generalità delle altre parti private;

c) l’imputazione;

d) l’esposizione sommaria dei motivi di fatto e di diritto su cui la decisione è fondata;

e) il dispositivo, con l’indicazione degli articoli di legge applicati (il contenuto decisorio)

f) la data e la sottoscrizione del giudice.

La sentenza è nulla se manca o è incompleto nei suoi elementi essenziali il dispositivo ovvero

se manca la sottoscrizione del giudice.

Art. 428 : Impugnazione della sentenza di non luogo a procedere : Contro la sentenza di non

luogo a procedere possono proporre ricorso per cassazione:

104

a) il procuratore della Repubblica e il procuratore generale;

b) l'imputato, salvo che con la sentenza sia stato dichiarato che il fatto non sussiste o che

l'imputato non lo ha commesso.

Vi è inoltre legittimata la persona offesa nei soli casi di nullità relativi all’omessa o irregolare

notificazione dell’avviso dell’udienza.

Sull’ impugnazione decide la corte di Cassazione in camera di consiglio.

Revoca della sentenza di non luogo a procedere

Provvedimento emanato dal gip su richiesta del p.m. , con il quale, per il sopravvenire di nuove

fonti di prova, si elimina l’effetto preclusivo della sentenza alla possibilità di un nuovo esercizio

dell’azione penale contro l’imputato già prosciolto, per il medesimo fatto – reato.

Art. 435 : Richiesta di revoca : Nella richiesta di revoca il p.m. indica le nuove fonti di prova,

specifica se queste sono già state acquisite o sono ancora da acquisire e richiede, nel primo

caso, il rinvio a giudizio e, nel secondo, la riapertura delle indagini.

Il giudice, se non dichiara inammissibile la richiesta, designa un difensore all’imputato che ne

sia privo, fissa la data dell’udienza in camera di consiglio e ne fa dare avviso al p.m. ,

all’imputato, al difensore e alla persona offesa.

CAP. 23: I PROCEDIMENTI SPECIALI

I procedimenti speciali si distinguono da quello ordinario, che prevede la sequenza così

composta:

● indagini preliminari;

● udienza preliminare;

● dibattimento.

Ai procedimenti speciali è affidato il compito di assecondare l’esigenza di massima

semplificazione nello svolgimento del processo, con l’eliminazione di ogni atto e attività non

essenziale.

I procedimenti speciali si possono distinguere in 3 categorie:

1) Procedimenti tendenti ad evitare la fase dibattimentale.

Essi sono: il giudizio abbreviato e l’applicazione della pena su richiesta delle parti, i quali

permettono di anticipare il giudizio ad una fase pre- dibattimentale, con il consenso

dell’imputato e del p.m. e l’autorizzazione del giudice;

2) Procedimenti tendenti ad accelerare l’ingresso nel dibattimento.

105

Essi sono: il giudizio direttissimo, il giudizio immediato. Tali riti consentono in sostanza di

eliminare l’udienza preliminare, sulla base di una presunzione di inutilità e di anti- economicità

della sua funzione di garanzia e di filtro.

3) Procedimenti tendenti ad omettere sia l’udienza preliminare che il dibattimento.

È il caso del decreto penale di condanna che consente, in caso di mancata opposizione, di

pervenire immediatamente all’irrogazione della sanzione penale in assenza di qualsivoglia

contraddittorio.

1) Il giudizio abbreviato

A seguito della L. n. 479/1999 (Legge Carotti) il giudizio abbreviato è divenuto un

procedimento di portata generale consentito quale che sia la pena edittale prevista per il reato

(applicabilità di tale rito anche ai delitti puniti con l’ergastolo).

Tale rito si caratterizza per il potere del giudice di pronunciare sentenza nel corso dell’udienza

preliminare, sempre che vi sia la richiesta dell’imputato, attribuendo valore di prova agli atti

delle indagini preliminari.

Questo rito elimina, dunque, la fase dibattimentale, e quindi la fase più onerosa in termini di

tempo e di impegno giudiziale.

Il giudizio abbreviato presenta come presupposto la richiesta di rinvio a giudizio (presentata dal

p.m. nella cancelleria del giudice per l’u.p. , con contestuale trasmissione del fascicolo e dei

suoi allegati) e la fissazione dell’u.p. (con avviso al difensore dell’imputato del deposito degli

atti trasmessi dal p.m.).

Gli ulteriori requisiti previsti dal codice per l’instaurazione del giudizio abbreviato sono:

● la richiesta dell’imputato che il processo sia definito nell’udienza preliminare; essa deve

pervenire almeno 5 gg. prima dell’udienza preliminare o nel corso della stessa fino alla

precisazione delle conclusioni;

● il consenso del p.m. non è più necessario, è l’imputato che chiede la definizione del processo

all’udienza preliminare;

● la configurabilità anche di un reato che sia punibile con la pena dell’ergastolo;

● la definibilità del processo allo stato degli atti raccolti nel corso delle indagini preliminari,

salva la necessità di ulteriore attività di acquisizione probatoria.

Il “giudizio abbreviato condizionato” è una novità introdotta dalla L. 479/99 ; esso consente

all’imputato di subordinare la sua richiesta di giudizio abbreviato ad una integrazione

probatoria da effettuarsi in udienza davanti al giudice (art. 438).

106

Il giudice dispone il giudizio abbreviato se l’integrazione probatoria richiesta risulta necessaria

ai fini della decisione e compatibile con le finalità di economia processuale proprie del

procedimento.

Il giudizio abbreviato ha natura premiale.

La premialità consiste nella riduzione della pena da irrogare in concreto, in misura fissa di un

terzo (riduzione c.d. “secca”, a differenza di quanto è previsto in materia di patteggiamento, in

cui la riduzione della pena è fino ad un terzo).

La riduzione della pena è giustificata solo dal risparmio dei tempi processuali del

dibattimento,derivante dall’utilizzabilità come prova degli atti delle indagini.

Il giudizio abbreviato si svolge nelle forme dell’u.p. e, quindi, in camera di consiglio, con la

partecipazione necessaria del p.m. e del difensore dell’imputato e senza l’intervento del

pubblico.

L’udienza preliminare è informata al principio dell’oralità, sicchè la discussione rappresenta il

suo momento principale e determinante; infatti il p.m. ed i difensori delle parti al fine di

persuadere il giudice delle loro reciproche ragioni, illustrano oralmente le rispettive posizioni e

pretese.

Terminata la discussione, il giudice dell’udienza preliminare, in sede di rito abbreviato, è posto

nella medesima posizione del giudice del dibattimento.

Nessun tipo di decisione è precluso: il giudice potrà emettere:

- sentenza di non doversi procedere;

- sentenza di assoluzione;

- dichiarazione di estinzione del reato;

- sentenza di condanna.

In tale ultimo caso nel calcolo della pena deve essere conteggiata la riduzione di un terzo come

«premio» per l'imputato il quale ha consentito di evitare il dibattimento con il conseguente

dispendio di tempo ed energie processuali.

La misura della pena rientra nella valutazione discrezionale del giudice, il quale è unicamente

tenuto ad operare la diminuzione di un terzo sulla pena in concreto stabilita.

Nel giudizio abbreviato la presenza dell’imputato, diversamente da quella del difensore, non è

obbligatoria.

La sentenza è impugnabile con le forme e i termini delle sentenze dibattimentali.

Mentre non vi sono limiti al ricorso in cassazione, l’art. 443 prevede limiti all’appello sia per

l’imputato che per il p.m. , essendo escluso tale mezzo di impugnazione contro la sentenza di

proscioglimento. 107

Il p.m. non può proporre appello contro le sentenze di condanna, salvo che si tratti di sentenza

che modifica il titolo del reato.

La costituzione di parte civile, intervenuta dopo la conoscenza dell’ordinanza che dispone il

giudizio abbreviato, equivale ad accettazione del rito abbreviato.

L’accettazione del rito abbreviato implica che la parte civile ne accetta anche gli epiloghi

(condanna o proscioglimento dell’imputato) e le conseguenze civilistiche.

Ci si può chiedere quale interesse abbia la parte civile ad accettare il giudizio abbreviato in cui

anche le sue possibilità difensive e probatorie sono menomate o compresse.

La risposta è che, alla luce di una valutazione della propria posizione processuale, il giudizio

abbreviato può risultare la via più celere per arrivare ad una sentenza che, pur gratificando

l’imputato quanto a entità della pena, riconosca la pretesa civilistica e condanni alla restituzione

o al risarcimento.

2) L’applicazione della pena su richiesta delle parti

Fulcro essenziale di questo procedimento è l’accordo sulla pena da applicare, concluso tra le

parti principali del processo (imputato e p.m.).

Le parti propongono una soluzione nel merito, e precisamente una pena di un certo tipo ed

entità e il giudice decide se applicarla come da richiesta o no.

Nella prassi giudiziaria l’istituto in questione è ormai chiamato “patteggiamento” e rappresenta

la grande speranza del legislatore di deflazionare il rito ordinario.

L’esperibilità del patteggiamento esige l’indefettibile ed esclusiva volontà concorde di

entrambe le parti: il rito, dunque, non può essere attivato quando manca la volontà di una di

esse.

Nell’ottica dell’imputato, la richiesta di applicazione della pena, pur non potendo essere

considerata ammissione di colpevolezza, comporta la rinuncia a difendersi provando e

l’accettazione degli elementi probatori acquisiti agli atti.

Di conseguenza, ove la richiesta di patteggiamento non venga condivisa dal p.m. o venga

rigettata dal giudice, il semplice fatto di averla presentata non equivale legalmente ad una

ammissione di reità utilizzabile contro l’imputato.

Tra i presupposti normativi del patteggiamento non rientra la confessione dell’imputato ma,

nella prassi, questo riconoscimento di responsabilità è spesso conditio sine qua non per ottenere

il consenso del p.m.

L’accordo delle parti impedisce l’acquisizione di ulteriori elementi probatori e determina

l’obbligo del giudice di pronunciarsi sulla richiesta, accogliendola con una pronunzia

108

conclusiva del processo, ovvero rigettandola, determinando in tal modo la prosecuzione del

procedimento ordinario.

Il patteggiamento si risolve nell’applicazione di una pena sulla cui entità concordano le parti e il

giudice: in tal modo si evita il dibattimento e non si da materia per le impugnazioni.

Qui l’economia processuale si coniuga con l’interesse dell’imputato a chiudere al meglio una

pendenza che non gli consente prospettive più favorevoli e con l’esigenza di repressione

adeguata del comportamento illecito.

Affinché l’imputato rinunci al rito ordinario ed accetti di subire l’applicazione della pena

(invece che sfruttare le opportunità di una compiuta difesa o la lentezza dell’apparato

giudiziario) vengono previsti corposi corrispettivi: innanzitutto, la diminuzione “fino ad un

terzo” della pena.

La riforma operata con L. n. 134/2003 ha elevato a 5 anni il limite massimo di pena entro cui è

applicabile il patteggiamento.

Sempre in seguito allo stesso provvedimento legislativo l’applicabilità del patteggiamento è

esclusa (art. 444):

● qualora la pena superi i 2 anni da sola o congiunta a pena pecuniaria, per i procedimenti

aventi ad oggetto i delitti di associazione mafiosa e di associazione a delinquere finalizzata al

traffico di stupefacenti, al contrabbando, alla tratta di persone, delitti con finalità di terrorismo,

sequestro di persona a scopo di estorsione;

● relativamente ai delinquenti abituali, professionali o per tendenza, o recidivi.

Ulteriori effetti premiali, circoscritti ai casi nei quali la pena patteggiata non superi i 2 anni di

pena detentiva soli o congiunti a pena pecuniaria, sono il non pagamento delle spese

processuali, la non applicazione delle pene accessorie, l’estinzione del reato se nel termine di 5

anni, quando la sentenza concerne un delitto, ovvero di 2 anni, quando la sentenza concerne una

contravvenzione, l’imputato non commette un reato della stessa indole.

È previsto che il momento ultimo in cui può essere chiesto il patteggiamento sia la

presentazione delle conclusioni nell’udienza preliminare e non più quello della dichiarazione di

apertura del dibattimento.

Attualmente quindi le parti sono costrette a determinarsi all’udienza preliminare in modo che,

se la richiesta è formulata e accolta, il processo non perviene proprio al dibattimento.

Al giudice è affidato un pieno controllo di merito sulla richiesta delle parti di applicazione della

pena concordata.

In particolare, il giudice deve verificare che sia corretta la qualificazione giuridica del fatto, che

la pena patteggiata rientri nei limiti edittali e sia congrua.

109

Sicchè il giudice ha sempre facoltà di rigettare la richiesta qualora ritenga che l’accordo tra le

parti contenga errori di qualificazione giuridica ovvero che la pena pattuita sia inadeguata.

Il giudice però non può applicare una pena diversa da quella oggetto dell’accordo delle parti.

Abbiamo visto che il patteggiamento è una soluzione a due: cioè tra imputato e p.m. Il

danneggiato non può intervenire né per esercitare un’azione risarcitoria, né per opporsi alla

definizione anticipata del processo.

Risulta che, quindi, in questo tipo di procedimento, l’azione civile per il risarcimento del danno

scaturente da reato è preclusa.

In caso di rigetto o di dissenso del p.m. l’imputato può rinnovare la richiesta di applicazione

della pena fino a che non sia stato dichiarato aperto il dibattimento.

L’imputato, nel rinnovare l’istanza, deve proporre la stessa richiesta di patteggiamento già

rigettata, senza poter operare alcuna modificazione.

La sentenza di patteggiamento è inappellabile, ma solo ricorribile in cassazione per motivi di

legittimità (art. 448, comma 2).

CAP. 24 : IL GIUDIZIO

La fase del giudizio, di cui si occupa il libro 7^ del codice, è suddivisa in 3 momenti

processuali:

1) quello degli atti preliminari al dibattimento

2) quello del dibattimento

3) quello della sentenza

1) Mentre in passato gli atti preliminari al dibattimento avevano una duplice funzione :

meramente ordinatoria rispetto alla fase dell’istruzione e preparatoria rispetto alla fase del

dibattimento, oggi, invece, hanno soltanto la funzione preparatoria, non potendosi certamente

attribuire loro funzione una funzione ordinatoria della fase pregressa, della quale, di regola, non

si terrà conto nel momento dibattimentale.

Il gup, come abbiamo visto, dispone il giudizio con decreto e fissa la data dell’udienza.

● Il presidente del Tribunale o della Corte di assise, ricevuto il decreto che dispone il giudizio,

può - per giustificati motivi - anticipare o differire l'udienza non più di una volta (art. 465).

Questa è la prima attività che compete al presidente del tribunale o della corte d’assise.

● La fase degli atti preliminari al dibattimento ha inizio in questo momento e termina

allorquando il giudice, in udienza, dichiara aperto il dibattimento (art. 492).

110

La seconda attività che compete al presidente del collegio in questa fase è quella di autorizzare

con decreto la citazione dei testimoni, periti e consulenti tecnici (art. 468).

Volendo far assumere testimoni, periti o consulenti tecnici, le parti devono, a pena di

inammissibilità, depositare in cancelleria, almeno 7 gg. prima della data fissata per il

dibattimento, la richiesta scritta, che deve indicare le generalità dei testimoni, periti o consulenti

tecnici e le circostanze su cui deve vertere l’esame.

Il presidente del tribunale o della corte d’assise, quando ne sia fatta richiesta, autorizza con

decreto la citazione di questi soggetti,escludendo solo le testimonianze vietate dalla legge e

quelle manifestamente sovrabbondanti (il giudice del pre-dibattimento non esprime mai una

valutazione di merito sulla rilevanza o sulla pertinenza delle richieste probatorie avanzate,

potendo, come s’è detto, valutare esclusivamente se la lista dei soggetti sia sovrabbondante o se

le richieste siano contra legem).

● Ulteriori atti di competenza del presidente del tribunale o della corte d’assise in questa fase

sono i c.d. “atti urgenti” : quegli atti che non sono rinviabili al dibattimento.

Si è voluto colmare una lacuna che vi sarebbe stata se, fra la chiusura della fase delle indagini

preliminari e l’inizio del dibattimento, non vi fosse stata la possibilità di assunzione anticipata

di una prova non rinviabile.

● Ultimo atto possibile, in questa fase del pre-dibattimento, attribuito al giudice, è la sentenza

anticipata di proscioglimento (art. 469).

Se l’azione penale non doveva essere iniziata o non deve essere proseguita o il reato è estinto e

per accertarlo non occorre giungere al dibattimento, il giudice può emettere sentenza anticipata

di proscioglimento, decidendo con procedimento in camera di consiglio, sentiti il p.m. e

l’imputato e se questi non si oppongono.

Va osservato che una tale sentenza, che non esprime mai un giudizio di merito, è assolutamente

inappellabile con gli ordinari mezzi di impugnazione, ma è ricorribile per Cassazione.

2) Il dibattimento è costituito dal complesso di attività processuali che, secondo un ordinato

svolgimento, si compiono dalla dichiarazione di apertura del dibattimento ex art. 492, dopo il

compimento delle formalità relative alla costituzione delle parti, sino al termine della

discussione.

Rappresenta il momento centrale della fase del giudizio e dell’intero processo e si svolge nel

corso della udienza che indica il momento temporale di una giornata, riservata allo svolgimento

di uno o più dibattimenti. 111

La disciplina dell’udienza e la direzione del dibattimento sono esercitate dal presidente del

collegio; in sua assenza la disciplina dell’udienza è esercitata dal p.m. (art. 470).

Vediamo quali sono i principi che caratterizzano il dibattimento:

● la pubblicità

● l’oralità

● la immediatezza e concentrazione processuale

● il contraddittorio

● l’immutabilità dell’accusa

● Iniziamo con la pubblicità, che ha la precisa funzione di consentire la conoscenza degli atti

che si compiono, non solo a chi è interessato al processo, ma anche a chiunque non sia

direttamente interessato.

È talmente rilevante questo carattere che l’art. 471 stabilisce che l’udienza è pubblica a pena di

nullità.

Sicchè tutti gli atti che dovessero essere compiuti senza la garanzia della pubblicità sono

inficiati da nullità e, quindi, invalidi.

A questo principio vi sono delle eccezioni: alcune di carattere soggettivo e altre di carattere

oggettivo.

Le prime sono quelle relative al divieto di accesso nell’aula di udienza a determinate persone, le

quali appunto non hanno i requisiti soggettivi per poter assistere all’udienza e, quindi,

all’attività dibattimentale che si compie. Si tratta dei minori degli anni 18, coloro che sono

sottoposti a misure di prevenzione, le persone che si trovano in manifeste condizioni di

ubriachezza, di intossicazione o di squilibrio mentale e che sono in possesso di armi o di oggetti

atti a molestare.

Le eccezioni di carattere soggettivo riguardano anche i processi dinanzi al tribunale per i

minorenni il quale, l’intero dibattimento deve avvenire a porte chiuse.

Le seconde eccezioni, di carattere oggettivo, riguardano il compimento di tutto il dibattimento o

di parte di esso a porte chiuse (cioè senza l’accesso in aula del pubblico), nei limiti in cui il

giudice del dibattimento ritenga di disporre in presenza di taluni casi indicati espressamente

nell’art. 472:

-> quando la pubblicità del dibattimento possa nuocere al buon costume;

-> quando vi siano da tutelare notizie che attengano al segreto di Stato, se in proposito vi sia

richiesta dell’autorità competente; 112

-> quando, essendovi richiesta dell’interessato, l’assunzione di prove possa causare pregiudizio

alla riservatezza di testimoni o delle parti private in ordine a fatti che non costituiscono oggetto

dell’imputazione (ad es. : caso dell’amante);

-> quando la pubblicità può nuocere alla pubblica igiene;

-> quando avvengano da parte del pubblico manifestazioni che turbano il regolare svolgimento

delle udienze;

-> quando è necessario salvaguardare la sicurezza di testimoni o imputati;

-> quando occorre procedere all’esame di minorenni come testimone o parte offesa.

In tutti questi casi, il giudice, sentite le parti, dispone con ordinanza che il dibattimento o alcuni

atti di esso si svolgano a porte chiuse (art. 473).

● Il principio dell’oralità è espressione tipica del sistema accusatorio e non consiste nel fatto

che tutta l’attività debba essere svolta oralmente, ma consiste invece nel fatto che il giudice

deve porre a base del suo convincimento esclusivamente ciò che percepisce direttamente dalla

viva voce dei soggetti della prova: dai testimoni, dai periti, dai consulenti, dagli interpreti e

anche dalle stesse parti.

Il giudice, attraverso una percezione diretta, certamente più efficace di ogni atto scritto, ha

contatto con la prova e fonda il suo convincimento in modo più completo di quanto non faccia

nel momento in cui decide valutando la prova che si evince dall’atto scritto.

Anche il principio dell’oralità ha delle eccezioni, costituite da tutte quelle letture consentite che

sono utilizzabili al fine di contribuire a formare il convincimento del giudice (sia pure come

eccezioni rispetto alla regola dell’oralità).

L’art. 514 stabilisce il divieto di lettura di altri atti al di fuori di quelli che sono consentiti dagli

artt. 511, 512, 512 bis e 513 : un principio di tassatività delle eccezioni, che non rende

ammissibile nessun’altra lettura al di fuori di quelle tassativamente elencate nelle norme sopra

indicate.

Vediamo allora quali sono gli atti per i quali è consentita la lettura, come eccezione al principio

di oralità: anzitutto, gli atti contenuti nel fascicolo del dibattimento (che è poi quello a

disposizione del giudice per la decisione), art. 511.

La lettura di verbali di dichiarazioni è disposta solo dopo l’esame della persona che le ha rese, a

meno che l’esame non abbia luogo; parimenti la lettura di una relazione peritale può essere fatta

solo dopo l’esame del perito.

In luogo della lettura, il giudice, anche di ufficio, può indicare specificamente gli atti utilizzabili

ai fini della decisione: l’indicazione degli atti equivale alla loro lettura.

113

L’art. 511 bis consente la lettura di verbali di prove di altri procedimenti.

L’art. 512 stabilisce che il giudice, a richiesta di parte, dispone che sia data lettura degli atti

assunti dalla p.g. , dal p.m. , dai difensori delle parti private e dal giudice nel corso dell’udienza

preliminare quando, per fatti o circostanze imprevedibili, ne è divenuta impossibile la

ripetizione.

L’art. 513 si occupa delle dichiarazioni dell’imputato rese nel corso delle i.p. o nell’u.p.

Basta che l’imputato sia contumace o assente o che non intenda sottoporsi all’esame diretto

perché le sue dichiarazioni possano essere lette.

● I caratteri della immediatezza e della concentrazione processuale si desumono dall’art. 477,

ove è previsto che, di regola il dibattimento si svolge in una sola udienza.

Tale esigenza è collegata all’altro carattere fondamentale della oralità.

Infatti, se l’oralità significa percezione diretta della prova da parte del giudice, è evidente che

solo concentrando il dibattimento in una udienza si consente al giudice di avere saldi i ricordi

della prova da porre a fondamento della sua decisione.

Se il dibattimento viene rinviato, il giudice per fissare i suoi ricordi deve necessariamente far

ricorso alla verbalizzazione e, quindi, all’atto scritto.

Quando non è assolutamente possibile esaurire il dibattimento in una sola udienza, il presidente

dispone che esso venga proseguito nel giorno seguente non festivo.

In caso di necessità, definita enfaticamente “assoluta” dalla norma, non dovrebbe andarsi oltre il

10^ giorno non festivo.

Un’altra norma dalla quale si ricava il principio di immediatezza processuale è l’art. 525, ove è

stabilito che “la sentenza è deliberata subito dopo la chiusura del dibattimento”.

● Il principio del contraddittorio si realizza con la contemporanea partecipazione delle parti

contrapposte all’attività processuale, tanto che il giudice ha l’obbligo di ascoltarle prima di

emettere la sua decisione.

È per questo che l’art. 1 della Legge costituzionale 23 novembre 1999 n. 2 , inserendo i principi

del “giusto processo” nell’art. 111 Cost. , ha rafforzato il principio del contraddittorio, non

soltanto prevedendo che ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di

parità, davanti a giudice terzo e imparziale (art. 111 comma 2) , ma sancendo espressamente che

il processo penale è regolato dal principio del contraddittorio nella formazione della prova (art.

11 comma 4). 114

● Nel sistema vigente è solo al termine del dibattimento che l’imputazione (è il fatto storico al

quale il p.m. da una qualificazione giuridica soltanto embrionale e, quindi, con un grado di

modificabilità) si determina e si trasforma in accusa (ha maggiore determinatezza e fondatezza

essendo il risultato di un accertamento della verità dei fatti).

Poiché il giudice deve decidere su un fatto ormai definito e storicamente circoscritto, anche al

fine di rispettare il “principio di correlazione fra accusa e sentenza”, è necessario che vi sia un

momento in cui l’accusa debba cristallizzarsi.

Questo momento è quello della conclusione dell’istruzione dibattimentale.

Infatti, al di là delle possibilità, che pure vi sono, di evidenziare al termine dell’istruzione

dibattimentale un fatto diverso o nuovo o aggiuntivo (che sono le 3 ipotesi possibili di nuove

contestazioni, art. 521) , il principio che viene posto in evidenza è che il giudice può dare al

fatto una definizione giuridica diversa da quella enunciata nell’imputazione, ma non può mai

modificare il fatto.

Ed invero, una volta che accerti che il fatto è diverso da come è descritto nel decreto che

dispone il giudizio, il giudice deve con ordinanza restituire gli atti al p.m. perché inizi il

processo ex novo.

Il fatto muta quando uno degli elementi costitutivi della fattispecie contestata sia accertato

essere diverso da quell’elemento che è stato contestato: quando muta, sul piano fattuale, uno

degli elementi essenziali della fattispecie, che la fa apparire diversa da quella contestata, si

incide sul diritto di difesa dell’imputato, in quanto l’imputato si è difeso da un fatto diverso da

quello successivamente accertato dal giudice.

Ecco perché, in tal caso, avendo l’imputato il diritto di difendersi rispetto al fatto diversamente

accertato, gli atti vengono restituiti al p.m.

Altro tema è, invece, quello della qualificazione giuridica: il fatto rimane sempre immutato ma

il giudice, al quale è esclusivamente demandata la valutazione del nomen juris del fatto, può

qualificarlo giuridicamente in modo diverso: non furto ma appropriazione indebita.

In definitiva, in virtù di questo principio di immutabilità dell’accusa, il giudice non può mai

decidere sul fatto che egli valuti diverso da quello che è stato contestato e il fatto è diverso

quando muta in uno dei suoi elementi essenziali.

● Altro principio importante è quello della “non regressione” in forza del quale il processo deve

proiettarsi dinamicamente verso la decisione finale e non può regredire ad una fase anteriore:

mira ad accelerare la dinamica processuale. 115

Gli atti introduttivi del dibattimento: la costituzione delle parti

Gli atti del dibattimento si sviluppano secondo un ordinato svolgimento logico, che consente

idealmente di suddividere in 3 momenti il dibattimento, come fulcro centrale della fase del

giudizio e dell’intero processo:

1) gli atti introduttivi (o operazioni preliminari);

2) l’istruzione dibattimentale;

3) la discussione finale.

1) Gli atti introduttivi del dibattimento (da non confondere con gli atti preliminari al

dibattimento) hanno lo scopo di consentire la verifica delle condizioni necessarie affinché il

dibattimento possa svolgersi in modo ordinato e regolare, nel rispetto dei diritti reciproci delle

parti.

Prima di dare inizio al dibattimento, il presidente del collegio controlla la regolare costituzione

delle parti.

Qualora il difensore dell’imputato non sia presente, il presidente designa come sostituto altro

difensore, al fine di assicurare sin dall’inizio la valida instaurazione del contraddittorio con il

p.m. (art. 484).

(Per l’imputato risulta fondamentale essere presente al dibattimento, che è la fase in cui

essenzialmente si forma la prova).

Il codice disciplina le situazioni relative alla mancata comparizione delle parti prendendo in

esame i casi di ignoranza della citazione ovvero di impedimento a comparire.

Nel primo caso, è stabilito il dovere del giudice di disporre, anche di ufficio, la rinnovazione

della citazione a giudizio, non solo quando è provato, ma anche quando appare probabile, che

l’imputato non abbia avuto effettiva conoscenza della data fissata per il dibattimento.

Nel secondo caso, se l’impossibilità a comparire è dovuta a caso fortuito, forza maggiore o altro

legittimo impedimento dell’imputato, il giudice, nel prenderne atto, è tenuto, anche d’ufficio, a

sospendere o rinviare il dibattimento, fissando la data della nuova udienza (art. 486).

Quanto alla contumacia dell’imputato non costituisce pregiudizio la sua scelta di non

comparire, al quale va assicurata la tutela dei diritti di difesa, semprechè non intenda

volontariamente sottrarsi alla giustizia.

L’imputato, quando si procede in sua contumacia, è rappresentato nel dibattimento dal

difensore.

L’imputato che, dopo essere regolarmente comparso, si allontana dall’aula di udienza, è

considerato presente ed è rappresentato dal difensore (art. 488).

116

Il giudice può disporre l’accompagnamento coattivo dell’imputato contumace, quando la

presenza di costui è necessaria per l’assunzione di una prova diversa dall’esame (mezzo di

prova lasciato alla volontà dell’imputato).

Le questioni preliminari

Dopo l’accertamento della costituzione delle parti e prima della formale apertura del

dibattimento ex 492, troviamo il momento delle questioni preliminari (art. 491).

Sono quei dubbi sulla regolarità formale degli atti processuali che devono essere risolti prima

che inizi la fase di merito del processo.

Tali questioni si possono suddividere in 2 gruppi:

-> quelle riguardanti la competenza per territorio e per connessione, la regolare costituzione

delle parti (costituzione di parte civile, la citazione, l’intervento del responsabile civile e della

persona civilmente obbligata per la pena pecuniaria);

-> quelle che riguardano il contenuto del fascicolo per il dibattimento e la riunione o

separazione dei giudizi per la valida prosecuzione del dibattimento.

Le prime devono essere decise immediatamente mentre le seconde possono essere decise anche

in seguito, tanto che il giudice può addirittura riservarsi di deciderle unitamente la merito.

2) L’apertura del dibattimento e le richieste di prova

Subito dopo aver verificato la regolare costituzione delle parti e l’eventuale trattazione delle

questioni preliminari, il presidente del collegio o il giudice monocratico deve dichiarare aperto

il dibattimento.

L’ausiliario che assiste il giudice dà lettura dell’imputazione.

Il p.m. , i difensori della parte civile, del responsabile civile, della persona civilmente obbligata

per la pena pecuniaria e dell’imputato nell’ordine indicano i fatti che intendono provare e

chiedono l’ammissione delle prove (art. 493).

Il presidente impedisce ogni divagazione, ripetizione e interruzione e ogni esposizione del

contenuto degli atti delle indagini preliminari.

Esaurita l’esposizione introduttiva, il presidente informa l’imputato che egli ha facoltà di

rendere in ogni stato del dibattimento dichiarazioni spontanee purchè esse si riferiscano

all’oggetto dell’imputazione e non intralcino l’istruzione dibattimentale (art. 494).

Il giudice, sentite le parti, provvede con ordinanza all’ammissione delle prove.

L’istruzione dibattimentale – Esame testimoniale

117

È il momento centrale del dibattimento e, quindi, di tutto il processo, perché è il momento nel

quale si forma la prova e l’imputazione prospettata dal p.m. trova o no il suo riscontro.

Al p.m. il compito di dare inizio all’assunzione delle prove; ciò consente all’imputato e al suo

difensore di potersi rendere conto dell’effettiva portata delle accuse e della concreta necessità di

fronteggiarle.

Prima, dunque, si assumono le prove del p.m. e poi quelle delle altre parti, nell’ordine di cui

all’art. 493.

Nell’ambito della istruzione dibattimentale, viene dato grande rilievo alla novità che il nuovo

codice prevede l’esame diretto dei testimoni.

Ed infatti, una delle espressioni più significative del diritto alla prova è proprio quella di poter

dare alle parti la possibilità di esaminare in modo diretto il testimone, senza che, fra la parte e la

prova, si frapponga il filtro del giudice.

Infatti, se una domanda viene rivolta ad una persona tramite altra persona (il giudice) , la

domanda perde spontaneità ed efficacia. Questa esigenza di diretto contatto fra la parte e la

prova è in definitiva un’esigenza di miglior accertamento della verità.

Occorre adottare ogni possibile cautela perché il testimone non ascolti, prima di deporre, quanto

viene riferito da altro testimone.

I testimoni vengono poi assunti l’uno dopo l’altro, secondo l’ordine prescelto dalle parti che li

hanno indicati (art. 497).

Prima che l’esame abbia inizio, il testimone deve fare la dichiarazione sostituiva del

giuramento: è una dichiarazione di impegno a dire la verità e a non nascondere nulla di quanto è

a sua conoscenza, consapevole della responsabilità morale e giuridica che assume con la sua

deposizione (la precedente formula di giuramento prevedeva un richiamo a Dio che è parso non

conforme alla laicità dello Stato).

Il presidente prima del “giuramento” avverte il testimone delle responsabilità previste dalle

legge penale per i testimoni falsi o reticenti.

Nell’ambito dell’esame del testimone, dobbiamo distinguere : l’esame diretto dal controesame.

Il primo è condotto dalla parte che ha chiesto di esaminare il testimone (perito o consulente) e

mira a dare conforto alla tesi che si intende provare; il secondo, invece, è condotto dalle altre

parti subito dopo l’esame diretto e costituisce il mezzo attraverso il quale colui che vi abbia

interesse tende a screditare le dichiarazioni del teste esaminato per minare la sua credibilità.

Oggetto sia dell’esame che del controesame deve essere sempre un fatto specifico: il testimone

deve essere esaminato su fatti determinati. 118

Sia nell’esame che nel controesame è fatto divieto di porre domande che possano nuocere alla

sincerità delle risposte: si tratta delle c.d. “domande nocive”, cioè di quelle domande che

possano apparire intimidatorie e che non rispondono ai criteri di lealtà che devono

contraddistinguere sempre il comportamento delle parti.

L’esame non può mai essere il pretesto per aggressioni verbali; sono, inoltre, vietate le

domande che tendono a suggerire le risposte.

Chi ha proposto l’esame può proporre nuove domande: questa facoltà ha l’ovvia funzione di

consentire a chi ha introdotto il testimone di superare l’eventuale discredito cagionato alla prova

dalle domande proposte in controesame (al fine di chiarire o precisare circostanze rimaste poco

chiare, art. 498).

L’esame delle parti private

Con le stesse regole previste per l’esame e il controesame testimoniale, le parti private che ne

facciano richiesta o che vi prestino consenso possono essere sottoposte ad esame secondo il

seguente ordine: parte civile, responsabile civile, persona civilmente obbligata per la pena

pecuniaria e imputato.

Nuove contestazioni

Può darsi che a causa della sommarietà delle indagini preliminari, l’istruzione dibattimentale

faccia emergere o che il fatto commesso dall’imputato è diverso da quello contestatogli, o che

vi è connesso altro reato o circostanza aggravante che non furono indicati nel decreto di rinvio a

giudizio, o infine che è stato commesso anche altro reato di cui non si aveva conoscenza.

Come si vede, si tratta di ipotesi che o comporterebbero la restituzione degli atti al p.m. perché

provveda agli incombenti di competenza ovvero dovrebbero determinare altri procedimenti che

si chiuderebbero con un’ulteriore sentenza.

Ciò perché, come sancisce l’art. 521, deve esservi corrispondenza fra il reato contestato e quello

contenuto in sentenza, pena la nullità della stessa.

-> Se nel corso dell'istruzione dibattimentale risulta un fatto diverso da come è descritto nel

decreto che dispone il giudizio, e non appartiene alla competenza di un giudice superiore, il

p.m. modifica l'imputazione e procede alla relativa contestazione (art. 516).

Si tratta del medesimo fatto storico che, tuttavia, risulta essersi svolto diversamente. L’imputato

ha il diritto che il dibattimento sia sospeso ed ha altresì la facoltà di chiedere l’ammissione di

nuove prove (art. 519). 119

-> Stessa cosa per l’ipotesi di reato connesso o circostanza aggravante : il p.m. contesta

all'imputato il reato o la circostanza, purché la cognizione non appartenga alla competenza di un

giudice superiore (art. 517). Anche in tal caso l’imputato ha diritto alla sospensione ed

all’ammissione di eventuali nuove prove.

-> Nell’ipotesi di fatto nuovo, il p.m. procede nelle forme ordinarie, esercitando cioè l’azione

penale in un separato procedimento.

Discussione finale e chiusura del dibattimento

Viene ribadito ancora una volta l’ordine degli interventi, che vede come primo soggetto il p.m.

e come ultimo il difensore dell’imputato i quali formulano e illustrano le rispettive conclusioni

(art. 523).

Ciò perché da un lato deve sottolinearsi la prevalenza dell’interesse pubblico a sostenere

l’accusa, e dall’altro deve garantirsi nel modo più completo il diritto di difesa.

La conclusione della discussione segna il momento conclusivo del dibattimento (art. 524).

3) La sentenza

La disciplina della sentenza è suddivisa:

√ nella parte che attiene alla deliberazione;

√ nella parte che attiene alla decisione;

√ agli atti successivi alla deliberazione (redazione della sentenza- sua pubblicazione – suoi

requisiti – eventuali correzioni- deposito).

√ Quanto alla deliberazione, viene in evidenza il principio di immediatezza: “La sentenza è

deliberata subito dopo la chiusura del dibattimento”.

Alla deliberazione concorrono, a pena di nullità assoluta, gli stessi giudici che hanno

partecipato al dibattimento (art. 525).

Il giudice non può utilizzare ai fini della deliberazione prove diverse da quelle legittimamente

acquisite nel dibattimento (art. 526).

√ Quanto agli atti successivi alla deliberazione, conclusa la deliberazione, il presidente

dell’organo giudicante redige il dispositivo e lo sottoscrive (art. 544, comma 1).

Subito dopo è redatta una concisa esposizione dei motivi di fatto e di diritto su cui la sentenza è

fondata. 120

Qualora non sia possibile procedere alla redazione immediata dei motivi (di fatto e di diritto su

cui la sentenza è fondata) in camera di consiglio, vi si provvede non oltre il 15^ giorno da

quello della pronuncia.

Nei casi di particolare complessità il termine viene prolungato a 90 giorni sempre dal giorno

della pronuncia.

La sentenza è pubblicata in udienza dal presidente o da un giudice del collegio mediante la

lettura del dispositivo (art. 545).

Se è coeva, viene letta anche la motivazione.

La sentenza è depositata in cancelleria immediatamente o dopo la pubblicazione ovvero entro i

termini di 15 gg. e non oltre i 90 gg. dalla pronuncia (art. 548).

I requisiti della sentenza

La decisione del giudice si formalizza nella sentenza la quale deve avere dei requisiti formali

tutti enunciati nell’art. 546. In particolare deve contenere:

● intestazione in nome del popolo italiano e l’indicazione dell’autorità che l’ha pronunciata;

• le generalità dell’imputato o le altre indicazioni personali che valgono ad identificarlo,

nonché le generalità delle parti private;

• l’imputazione;

• l’indicazione delle conclusioni delle parti;

• la concisa esposizione dei motivi di fatto e di diritto su cui la decisione è fondata, con

l’indicazione delle prove poste a base della decisione stessa e l’enunciazione delle ragioni

per le quali il giudice ritiene non attendibili le prove contrarie;

• il dispositivo con l’indicazione degli articoli di legge applicati;

• la data e la sottoscrizione del giudice.

La sentenza è nulla se manca la sottoscrizione del giudice o la motivazione, o anche se manca o

è incompleto nei suoi elementi essenziali il dispositivo (art. 546, comma 3).

√ La decisione può essere di 3 tipi :

1) sentenza di non doversi procedere;

2) sentenza di assoluzione;

3) sentenza di condanna.

1) Il giudice deve quindi pronunciare sentenza di non doversi procedere:

121

- se l’azione penale non doveva essere iniziata o non deve essere proseguita;

- in caso di difetto di una condizione di procedibilità (querela, richiesta, istanza);

- per estinzione del reato: il codice penale prevede varie cause di estinzione del reato: la morte

del reo prima della condanna , l’amnistia, la remissione della querela, la prescrizione del reato,

l’oblazione nelle contravvenzioni, il perdono giudiziale per i minorenni.

Con la sentenza di proscioglimento, il giudice ordina la liberazione dell'imputato in stato di

custodia cautelare e dichiara la cessazione delle altre misure cautelari personali eventualmente

disposte (art. 532).

2) Il giudice pronuncia sentenza di assoluzione :

- se il fatto non sussiste;

- se l’imputato non lo ha commesso;

- se il fatto non costituisce reato;

- se il fatto non è previsto dalla legge come reato;

- se il reato è stato commesso da persona non imputabile o non punibile per altra ragione;

- quando manca, è insufficiente o contraddittoria la prova che il fatto sussiste, che l’imputato lo

ha commesso,ecc.

3) Il giudice pronuncia sentenza di condanna se l’imputato risulta colpevole del reato

contestatogli al di là di ogni ragionevole dubbio.

Con la sentenza si applica la pena e le eventuali misure di sicurezza (art. 533).

I punti essenziali della sentenza di condanna sono l’accertamento del fatto storico di reato, la

sua qualificazione come illecito penale, l’affermazione che l’imputato lo ha commesso ed,

infine, la determinazione della pena.

Se la condanna riguarda più reati, il giudice stabilisce la pena per ciascuno di essi e quindi

determina la pena che deve essere applicata in osservanza delle norme sul concorso di reati e di

pene o sulla continuazione.

La sentenza di condanna pone a carico del condannato il pagamento delle spese processuali,

avendo l’imputato, con la commissione del reato, dato causa al processo (art. 535).

Quando pronuncia sentenza di condanna e vi è stata costituzione di parte civile , il giudice è

tenuto a decidere sulla domanda relativa alle restituzioni ed al risarcimento del danno.

Il giudice deve valutare se il danneggiato era legittimato a costituirsi parte civile e se ha subito

un danno derivante direttamente dal suo reato.

Se la parte civile ha subito un danno, il giudice condanna l’imputato a risarcirlo.

122

Quando le prove acquisite non consentono la liquidazione del danno, il giudice pronuncia

condanna generica e rimette le parti davanti al giudice civile (art. 539).

A richiesta della parte civile, l’imputato e il responsabile civile sono condannati al pagamento

di una provvisionale (risarcimento limitato alla parte del quantum del danno già accertato) nei

limiti del danno per cui si ritiene già raggiunta la prova.

IL PROCEDIMENTO DAVANTI AL TRIBUNALE IN COMPOSIZIONE MONOCRATICA

Il Decreto legislativo 19 febbraio 1998, n. 51 ha riformato l'organizzazione dell'ordinamento

giudiziario istituendo la nuova figura del Giudice Unico di primo grado.

Il decreto ha abolito l'ufficio del Pretore trasferendo le sue competenze al Tribunale ordinario in

materia sia civile che penale, escluso quanto attribuito al Giudice di pace.

Il Tribunale ordinario che decide, sia in materia civile che penale, in composizione monocratica

(giudice singolo) e in composizione collegiale (collegio di tre giudici).

In concomitanza con l'inizio dell'efficacia della normativa relativa al Giudice unico (2 gennaio

2000), è entrata in vigore la Legge n. 479 del 16 dicembre 1999 che ha previsto una nuova

disciplina per il processo innanzi al Tribunale in composizione monocratica, modificando i

criteri per la ripartizione dei reati fra il giudice collegiale e il giudice monocratico.

Sono attribuiti al Tribunale collegiale tutti i reati, consumati o tentati, indicati nell'art. 33 bis

(oltre i reati espressamente elencati, anche quelli puniti con la pena della reclusione superiore

nel massimo a dieci anni).

L’area delle attribuzioni funzionali del giudice monocratico è piuttosto estesa; comprende,

infatti, oltre i reati originariamente di competenza del pretore, i reati in materia di stupefacenti,

con le dovute eccezioni, i reati fiscali, i reati commessi a mezzo stampa, di contrabbando, in

materia di prostituzione e via di seguito.

In ordine alla riunione dei processi se alcuni dei processi da riunire pendono davanti al tribunale

collegiale ed altri davanti a quello monocratico si opera una riunione davanti al tribunale

collegiale, riunione che si mantiene anche in caso di successiva separazione dei processi.

Accesso al dibattimento

Prima della miniriforma introdotta dalla legge 479/99, il sistema delineato dal legislatore, in

ordine alle modalità di esercizio ordinario dell'azione penale, per i reati di rito monocratico e

quelli di rito collegiale, era molto semplice: per i primi non si faceva mai luogo alla

celebrazione dell'udienza preliminare ed essi pervenivano al dibattimento attraverso la citazione

diretta fatta dal P.M. 123

Tale previsione aveva generato molte critiche, in quanto si era evidenziato che per reati puniti

con pena molto elevata (fino a 10 anni di reclusione), era rischioso, per le garanzie

dell'imputato, la rinuncia al filtro costituito dall'udienza preliminare.

La legge Carotti ha quindi significativamente mutato la normativa, sicchè odiernamente la

situazione è la seguente:

per i reati attribuiti al rito collegiale (salvo che non venga attivato un rito speciale), si fa

1. luogo sempre all'udienza preliminare;

per i reati attribuiti al giudice monocratico vi è un doppio regime:

2. si fa luogo alla citazione diretta a giudizio per i reati previsti dall'art. 550 (reati

a. contravvenzionali ovvero delitti puniti con la multa, sola o congiunta con la

reclusione non superiore nel massimo a quattro anni e taluni reati specificamente

indicati: es. furto aggravato, ricettazione, rissa aggravata ecc.);

si fa luogo all'udienza preliminare in tutti gli altri casi attribuiti alla cognizione del

b. giudice monocratico (art. 33ter) e non inclusi nelle ipotesi di citazione diretta (art.

550).

Quando manca l'udienza preliminare, il p.m. ha funzioni propulsive di invio del processo al

giudice del dibattimento, in quanto è l'organo dell'accusa che emette il decreto di citazione a

giudizio.

Il decreto di citazione a giudizio contiene tutti gli elementi necessari o utili ai fini della vocatio

in jus e, quindi, le indicazioni relative a: imputato, altre parti private, la contestazione del fatto-

reato, il tribunale monocratico competente per il giudizio, data e luogo dell'udienza, facoltà di

attivare i riti premiali pre- dibattimentali (patteggiamento ed abbreviato).

La novità più rilevante consiste nel fatto che, essendo più ampia la gamma dei reati destinati al

giudice monocratico (art. 33ter), la conseguente semplificazione del rito troverà di fatto

maggiore applicazione rispetto al passato. Ulteriori semplificazioni sono:

1) l'esame delle parti e dei testi, dei consulenti, ecc., su accordo delle parti, può essere

condotto dal giudice (senza «cross examination»), con evidente accelerazione dei tempi

del dibattimento;

2) il giudice, nell'assumere la sua decisione, può redigere contestualmente il dispositivo

e la motivazione della sentenza. 124

Riti speciali e citazione diretta

La sede naturale per attivare i riti speciali del giudizio abbreviato e del patteggiamento è

l'udienza preliminare. Nei casi di procedimenti destinati al rito monocratico con citazione

diretta, senza tale udienza, il codice detta taluni adattamenti procedurali.

La caratteristica della citazione diretta è, infatti, quella di far passare il procedimento dalle

indagini direttamente al giudizio, dunque, in tale ipotesi il giudizio monocratico è di natura

immediato, con conseguente non configurabilità di un’autonoma figura di procedimento

speciale.

Il dibattimento si svolge secondo le norme stabilite per il procedimento davanti al tribunale in

composizione collegiale, in quanto applicabili.

LE IMPUGNAZIONI

L’attività del giudice può essere inficiata da errori sia di fatto (per cui è necessario un nuovo

esame delle risultanze processuali attinenti al fatto, mediante l’eventuale acquisizione di nuovi

mezzi di prova), sia di diritto (concernono la inesatta interpretazione delle disposizioni di

legge): le impugnazioni sono gli strumenti tecnici predisposti per porre rimedio proprio a tali

errori grazie ad un riesame delle acquisizioni di fatto e ad un controllo in punto di diritto.

Il codice prevede tre gradi ordinari di giudizio, di cui due di merito ed uno di legittimità (oltre

alla impugnazione straordinaria per revisione).

I principi a fondamento del sistema di impugnazione sono:

Tassatività

Questo principio emerge dall’art. 568, comma 1, secondo cui è soltanto la legge che stabilisce i

casi nei quali i provvedimenti del giudice sono soggetti ad impugnazione e determina il mezzo

con cui possono essere impugnati.

L’art. 111 Cost. prevede che sono sempre suscettibili di ricorso per cassazione, quando non

altrimenti impugnabili, i provvedimenti con i quali il giudice decide sulla libertà personale.

Interesse ad impugnare

Ad un sistema processuale preoccupato della necessità di deflazionare il carico dei processi è

pienamente coerente la necessità della esistenza di un interesse concreto, diretto e personale, in

testa a chi si avvale dell'impugnazione.

Il codice, infatti, all’art. 568, comma 4, prevede che per proporre impugnazione è necessario

avervi interesse. 125

L’impugnazione deve essere finalizzata ad eliminare un provvedimento pregiudizievole e a

sostituirlo con un altro vantaggioso.

Ricorso immediato per cassazione

Le esigenze di celerità sono congeniali alla scelta della parte interessata di avvalersi subito della

verifica di legittimità, esperibile direttamente in cassazione, saltando l'appello (ricorso per

saltum). Il ricorso per cassazione è ammesso solo per motivi di legittimità; non possono

pertanto dedursi censure in ordine alla valutazione delle prove, alla mancata assunzione di

prove decisive ovvero alla mancanza o illogicità della motivazione: in questi casi opera

l’appello.

I titolari dell’impugnazione

Dal principio di tassatività deriva che non chiunque può proporre impugnazione, ma

unicamente i soggetti legittimati, i quali sono soltanto quelli espressamente indicati dalla legge

(l’art. 568, comma 3, fissa questo principio aggiungendo poi che se la legge non distingue tra le

diverse parti, il diritto ad impugnare spetta a ciascuna di esse).

Il pubblico ministero

Il procuratore della Repubblica presso il tribunale e il procuratore generale presso la corte di

appello possono proporre impugnazione (art. 570), nei casi stabiliti dalla legge, quali che siano

state le conclusioni del rappresentante del p.m.

L’impugnazione può essere anche proposta dal rappresentante del p.m. che ha presentato le

conclusioni.

Costui che ne fa richiesta nell'atto di appello può partecipare al successivo grado di giudizio

quale sostituto del procuratore generale presso la corte di appello.

L’imputato

L'imputato può proporre impugnazione personalmente o per mezzo di un procuratore speciale.

Può inoltre proporre impugnazione il difensore dell'imputato al momento del deposito del

provvedimento ovvero il difensore nominato appositamente per l’impugnazione.

L’impugnazione dell’imputato non concerne solo i capi penali della sentenza, ma anche gli

interessi civili. Potrà riguardare la condanna alle restituzioni e al risarcimento del danno e la

rifusione delle spese processuali, ma anche, relativamente alla sentenza di assoluzione, le

domande da lui proposte per il risarcimento del danno e la rifusione delle spese processuali.

126

Il responsabile civile e la persona civilmente obbligata per la pena pecuniaria

Il responsabile civile può proporre impugnazione contro le disposizioni della sentenza

riguardanti la responsabilità dell'imputato e contro quelle relative alla condanna di questi e del

responsabile civile alle restituzioni, al risarcimento del danno e alla rifusione delle spese

processuali (art. 575, comma 1). L'impugnazione è proposta col mezzo che la legge attribuisce

all'imputato.

Lo stesso diritto spetta alla persona civilmente obbligata per la pena pecuniaria nel caso in cui

sia stata condannata. Il responsabile civile può altresì proporre impugnazione contro le

disposizioni della sentenza di assoluzione relative alle domande proposte per il risarcimento del

danno e per la rifusione delle spese processuali.

La parte civile e la persona offesa

La parte civile può proporre impugnazione, con il mezzo previsto per il p.m. , contro i capi della

sentenza di condanna che riguardano l'azione civile.

La persona offesa costituita parte civile può proporre impugnazione, anche agli effetti penali,

contro le sentenze di condanna e di proscioglimento per i reati di ingiuria e diffamazione.

Forma dell’atto di impugnazione

L'impugnazione si propone con atto scritto (art. 581) nel quale sono indicati il provvedimento

impugnato, la data del medesimo, il giudice che lo ha emesso, e sono enunciati:

i capi o i punti della decisione ai quali si riferisce l'impugnazione (il capo della sentenza è

1. identificabile con la singola imputazione; il punto è costituito da una questione di fatto o di

diritto che deve essere trattata e risolta per giungere alla decisione in merito ad una o più

imputazioni);

le richieste ;

2. i motivi , con l'indicazione specifica delle ragioni di diritto e degli elementi di fatto che

3. sorreggono ogni richiesta. Sicché l’indicazione approssimativa di tali elementi comporta

l’inammissibilità dell’impugnazione.

Presentazione e termini

L'atto di impugnazione è presentato personalmente ovvero a mezzo di incaricato nella

cancelleria del giudice che ha emesso il provvedimento impugnato (giudice a quo ≠ giudice ad

quem, cioè il giudice dell’impugnazione). 127

Le parti e i difensori possono proporre l'impugnazione con telegramma ovvero con atto da

trasmettersi a mezzo di raccomandata alla cancelleria del giudice che ha emesso il

provvedimento impugnato.

L'impugnazione si considera proposta nella data di spedizione della raccomandata o del

telegramma.

A cura della cancelleria del giudice che ha emesso il provvedimento impugnato, l'atto di

impugnazione è comunicato al p.m. presso il medesimo giudice ed è notificato alle parti private

senza ritardo (art. 584).

Quanto ai termini l’impugnazione deve essere necessariamente proposta entro termini perentori,

a pena di inammissibilità.

Il dies a quo coincide con il momento legale della conoscenza della motivazione della sentenza.

In caso di motivazione contestuale alla decisione, il termine decorre dalla lettura in udienza ed è

di 15 gg.

In caso di redazione differita della motivazione (comma 2 art. 544) non oltre il 15° giorno da

quello della pronuncia, il termine sarà di 30 gg.

Nel caso dell’art 544 comma 3, (cioè di motivazione particolarmente complessa redatta in un

termine più lungo e comunque non oltre il 90° giorno), il termine per impugnare è di 45 gg.

In caso di deposito della motivazione oltre tali termini, decorre per le parti dalla notificazione o

comunicazione del relativo avviso di deposito del provvedimento.

Quando la decorrenza è diversa per l'imputato e per il suo difensore, opera per entrambi il

termine che scade per ultimo (art. 585).

Inammissibilità dell’impugnazione

L’impugnazione è inammissibile :

-> quando è proposta da chi non è legittimato o non ha interesse

-> quando il provvedimento non è impugnabile

-> quando vi è rinuncia all’impugnazione

-> decadenza dal diritto di impugnare ( ad es. : per decorrenza dei termini).

Il giudice dell’impugnazione (giudice ad quem), anche d’ufficio, dichiara con ordinanza

l’inammissibilità e dispone l’esecuzione del provvedimento impugnato.

Rinuncia all’impugnazione 128

Una delle cause d’inammissibilità dell’impugnazione è costituita dalla rinuncia, ossia l’atto

negoziale con cui la parte dichiara di non volersi più avvalere dell’impugnazione.

La rinuncia presuppone che l’impugnazione sia stata proposta e sia ammissibile.

Le parti private possono rinunciare all’impugnazione personalmente o per mezzo di un

procuratore speciale. La giurisprudenza ritiene che il difensore non può rinunciare

all’impugnazione, tranne se non munito di procura speciale.

Estensione dell’impugnazione

L’art. 587 disciplina i casi in cui l’impugnazione proposta da una parte privata giova anche ad

un’altra persona.

L’estensione dell’impugnazione comporta il diritto del non impugnante di partecipare al

relativo giudizio.

Essa opera:

1. nel caso di concorso di persone in uno stesso reato: l’impugnazione proposta da uno degli

imputati, purché non fondata su motivi esclusivamente personali, giova anche agli altri;

2. nel caso di riunione di procedimenti per reati diversi;

3. l’impugnazione proposta dall’imputato giova anche al responsabile civile e alla persona

civilmente obbligata per la pena pecuniaria.

Sospensione dell’esecuzione del provvedimento impugnato

Dal momento della pronuncia, durante i termini per impugnare e fino all’esito del giudizio di

impugnazione, l’esecuzione del provvedimento impugnato è sospesa (art. 588).

L’art. 588 2° c. stabilisce che le impugnazioni contro i provvedimenti in materia di libertà

personale non hanno in alcun caso effetto sospensivo.

L’APPELLO

L’appello rappresenta un mezzo ordinario di impugnazione che abbraccia sia il merito che la

legittimità della sentenza di primo grado. Ai sensi dell’art. 593, il p.m. e l'imputato possono

appellare contro le sentenze di condanna.

L'imputato non può appellare contro la sentenza di proscioglimento perché il fatto non sussiste

o per non aver commesso il fatto. 129

L’imputato non può appellare contro le sentenza di proscioglimento con le formule “perché il

fatto non sussiste o per non aver commesso il fatto”, proprio perché manca l’interesse visto che

sono vantaggiose al massimo grado. Sono inappellabili le sentenza di condanna relative ai reati

per i quali sia stata applicata la sola pena pecuniaria e le sentenze di proscioglimento o di non

luogo a procedere relative a reati puniti con la sola pena pecuniaria o con pena alternativa.

Nel nostro ordinamento è prevista una pluralità di giudici d’appello, la cui competenza si

determina con riferimento all’organo che aveva deciso in primo grado.

Quanto all’individuazione del giudice competente, l’art. 596 prevede che:

1. sull'appello proposto contro le sentenze pronunciate dal tribunale decide la corte di

appello;

2. sull'appello proposto contro le sentenze della corte di assise decide la corte di assise di

appello.

Quando appellante è il solo imputato, il giudice non può riformare in peius, non può cioè

irrogare una pena più grave per specie o quantità, applicare una misura di sicurezza nuova o più

grave, prosciogliere l'imputato per una causa meno favorevole di quella enunciata nella

sentenza appellata né revocare benefici.

Ovviamente il divieto di reformatio in peius non concerne le disposizioni di natura civilistica,

così come esso non impedisce l’applicazione delle misure di sicurezza obbligatorie ex lege.

L’appello incidentale

La parte che non ha proposto impugnazione può proporre appello incidentale entro 15 gg. da

quello in cui ha ricevuto la comunicazione o la notificazione dalla cancelleria del giudice a quo.

La possibilità di proporre appello incidentale è riconosciuta a tutte le parti. L’appello

incidentale perde efficacia in caso di inammissibilità dell’appello principale o di rinuncia dello

stesso.

Si ritiene che l’appello del p.m. debba concludersi con una richiesta o di reformatio in pejus

della sentenza di primo grado o, diversamente, di una modifica della sentenza nell’interesse

della legge, il che può anche risolversi con un vantaggio per l’imputato.

Il principio del divieto di reformatio in pejus viene tenuto fermo nei confronti dell’imputato non

appellante, verso il quale quindi non può agire il p.m. in sede di appello incidentale.

L’appello incidentale, anche se proponibile da tutte le parti, costituisce nell’intenzione

legislativa uno strumento processuale affidato al p.m. per indurre l’imputato a non presentare

130

appello, ovvero a rinunciarvi per non correre il rischio di vedere riformata in peggio al propria

situazione.

La cognizione del giudice d’appello

L’ambito cognitivo del giudice d’appello è delimitato in relazione ai capi o punti della sentenza

oggetto di specifica contestazione nell’atto di impugnazione.

In linea di principio, quindi, quando ad appellare è il p.m. , si può avere anche un

peggioramento della posizione dell’imputato.

Quando l’appello è invece presentato dall’imputato, scatta il divieto di reformatio in peius. Il

giudice d’appello non solo non può irrogare una pena più grave per specie e quantità né

revocare benefici, ma non può neanche applicare una misura di sicurezza nuova o più grave né

prosciogliere l’imputato per una causa meno favorevole di quella enunciata nella sentenza

appellata.

Giudizio d’appello in camera di consiglio

L’esigenza di semplificare e quindi accelerare il corso del giudizio di impugnazione si

rispecchia nella previsione di un rito camerale, accanto a quello dibattimentale, sempre ai fini

della decisione sul gravame.

Il codice prevede tassativamente le ipotesi di adozione del rito camerale (cosiddetto perché si

svolge in camera di consiglio, quindi senza la presenza del pubblico):

1) quando l'appello ha esclusivamente per oggetto la specie o la misura della pena;

2) nelle ipotesi di rinnovazione dell’istruzione dibattimentale, sia per la riassunzione di prove

già acquisite nel dibattimento di primo grado, ovvero preesistenti ma non assunte;

3) quando le parti ne fanno richiesta dichiarando di concordare sull'accoglimento, in tutto o in

parte, dei motivi di appello, con rinuncia agli altri eventuali motivi e con la consequenziale

nuova determinazione della pena.

Il giudice, se ritiene di non potere accogliere, allo stato, la richiesta, ordina la citazione a

comparire al dibattimento.

Atti preliminari e il dibattimento d’appello

Il presidente ordina senza ritardo la citazione dell’imputato appellante, nonché dell’imputato

non appellante se vi è appello del p.m.

È ordinata in ogni caso la citazione delle parti eventuali.

131

Il decreto di citazione va notificato almeno 20 gg. prima della data fissata per il giudizio

d’appello.

Nell'udienza, il presidente o il consigliere da lui delegato fa la relazione della causa (art. 602).

Nel dibattimento può essere data lettura, anche d’ufficio, di atti del giudizio di primo grado,

nonché di atti compiuti nelle fasi precedenti. Nel dibattimento non può entrare materiale

probatorio, attraverso la lettura, che non sia già stato utilizzato per la decisione di primo grado.

L’acquisizione di prove non utilizzate in primo grado potrà avvenire, al verificarsi di

determinati presupposti, solo attraverso la rinnovazione dell’istruzione dibattimentale (quando

una parte nell’atto d’appello, ha chiesto la riassunzione di prove già acquisite nel dibattimento

di primo grado o l’assunzione di nuove prove, il giudice, se ritiene di non essere in grado di

decidere allo stato degli atti, dispone la rinnovazione).

Il giudice dispone, altresì, la rinnovazione dell'istruzione dibattimentale quando l'imputato,

contumace in primo grado, ne fa richiesta e prova di non essere potuto comparire per caso

fortuito o forza maggiore o per non avere avuto conoscenza del decreto di citazione.

La sentenza

Il giudizio d’appello può concludersi :

● con sentenza di inammissibilità

Viene emessa ordinanza di inammissibilità, ricorribile per cassazione, nei casi in cui l’appello

non sia stato validamente instaurato.

L’art. 604, norma di cardinale importanza per comprendere l’essenza stessa del giudizio

d’appello, esprime il divieto di regresso del processo di appello al primo grado.

● con sentenza di conferma che è pronunciata quando, ritenendo infondati i motivi d’appello,

lo rigetta e mantiene ferma la decisione di primo grado.

● con sentenza di riforma quando, accogliendo tutti o alcuni dei motivi proposti, modifica in

tutto o in parte la decisione di primo grado, salvo il divieto della reformatio in pejus

nell’appello dell’imputato.

● L’art. 604 prevede che il giudice di appello dichiara la nullità in tutto o in parte della sentenza

appellata e dispone la trasmissione degli atti al giudice di primo grado quando:

- nullità della sentenza per difetto di contestazione;

- nullità della sentenza che abbia condannato per un fatto diverso da quello contestato;

- nullità quando vi è stata condanna per un reato concorrente o per un fatto nuovo.

IL RICORSO PER CASSAZIONE

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Corso di laurea: Corso di laurea in scienze giuridiche
SSD:
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Penale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Spangher Giorgio.

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