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Appunti di Diritto internazionale per l'esame del professlor Palmisano:. Gli argomenti trattati sono i seguenti: la definizione del diritto internazionale, i soggetti del diritto internazionale, la consuetudine, i principi generali di diritto riconosciuti dalle Nazioni civili, i principi, gli accordi di codificazione.

Esame di Diritto Internazionale docente Prof. G. Palmisano

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che a parte la c.d. equità secundum o infra legem, ossia la possibilità di utilizzare l'equità

soltanto come ausilio interpretativo e a parte quando un tribunale internazionale sia

espressamente autorizzato a giudicare ex aequo et bono, la risposta deve essere negativa.

Ovviamente sarà da escludere l'equità contra legem, contraria cioè a norme consuetudinarie o

pattizie, oltre che quella praeter legem, diretta a colmare le lacune del diritto internazionale.

IL VALORE DEGLI ACCORDI DI CODIFICAZIONE

VII Diritto internazionale > La formazione delle norme internazionali > Il valore degli accordi di

codificazione

Bisogna esminare il problema se esistano o meno norme internazionali generali scritte. E

questo problema si pone innanzitutto per le codificazioni promosse dalle Nazioni Unite.

L'opera di codificazione è nata con le Nazioni Unite e siccome nella comunità internazionale

manca un'autorità con poteri legislativi, il Trattato è l'unico strumento per la trasformazione

del diritto non scritto in diritto scritto.

L'articolo 13 della Carta delle Nazioni Unite prevede che l'Assemblea generale intraprenda degli

studi e faccia raccomandazioni per incoraggiare lo sviluppo del diritto internazionale e la sua

codificazione. A tali fini l'Assemblea ha creato un'apposita Commissione incaricata di

provvedere alla preparazione di testi di codificazione delle norme consuetudinarie relative a

determinate materie, procedendo a studi, raccogliendo dati e predisponendo in tal modo

progetti di convenzioni multilaterali internazionali che vengano poi adottati e aperti alla ratifica

e all'adesione da parte degli Stati stessi.

Il primo problema che si pone è se, vista la codificazione e la ratifica, vincolano soltanto gli

Stati contraenti o anche gli Stati terzi?

Bisogna andare molto cauti nel considerare gli accordi di codificazione come corrispondenti al

diritto consuetudinario generale e soprattutto nell'estenderli ai Paesi non contraenti.

Innanzitutto non si può riporre un'illimitata fiducia nei lavori della Commissione di diritto

internazionale delle Nazioni Unite, perché spesso ci può essere l'influenza dell'interprete o

anche di chi è chiamato a far parte della Commissione stessa. Inoltre gli Stati fanno quello che

si fa sempre in sede di conclusione delle trattative per la conclusione degli accordi

internazionali: cercano di far prevalere i propri interessi, le proprie convinzioni. Infine, l'art. 13

parla di "sviluppo progressivo" ma si rischia di far introdurre norme che erano abbastanza

incerte sul piano del diritto internazionale.

Per queste ragioni, gli accordi di codificazione vanno considerati come normali accordi

internazionali e quindi vincolano i soli Stati contraenti che li ratificano.

Un grosso problema si creerebbe al verificarsi del fenomeno del c.d. ricambio delle norme

contenute dall'accordo. Ammesso che l'accordo di codificazione sia coincidente con il diritto

internazionale consuetudinario al momento della sua redazione, è ben possibile che in epoca

successiva il diritto consuetudinario subisca dei cambiamenti per effetto della mutata pratica

degli Stati. Si può anche verificare anche il fenomeno dell'invecchiamento dell'accordo di

codificazione man mano che gli interessi mutano e i rapporti si evolvono, come anche

dimostrato dal diritto dei trattati. Che succede allora? Innanzitutto questo fenomeno

riconferma la tesi che a maggior ragione i principi non si possono applicare agli Stati non

contraenti, mentre per gli Stati contraenti sarà necessario dimostrare che essi abbiano la

volontà di derogare all'accordo nella prassi, altrimenti si applica il diritto consuetudinario

contenuto nell'accordo.

LE DICHIARAZIONI DI PRINCIPI DELL'ASSEMBLEA DELL'ONU

VIII Diritto internazionale > La formazione delle norme internazionali > Le dichiarazioni di

principi dell'Assemblea dell'ONU

Nel tema del diritto internazionale generale si inquadra anche il problema del valore delle

Dichiarazioni di principi emanate dall'Assemblea delle Nazioni Unite. Si tratta di

dichiarazioni contenenti una serie di regole che talvolta riguardano i rapporti tra Stati, ma

spesso i rapporti interni alle varie comunità Statali, come i rapporti dello Stato con i propri

sudditi o con gli stranieri.

Bisogna innanzitutto sottolineare che le Dichiarazioni non costituiscono un'autonoma fonte di

norme internazionali generali, poiché l'Assemblea generale delle Nazioni Unite non ha poteri

legislativi mondiali (tanto che si esprime mediante raccomandazione, che ha valore di

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esortazione, non vincolante).

Tuttavia le Dichiarazioni svolgono un ruolo assai importante ai fini dello sviluppo internazionale

e al suo adeguamento alle esigenze di solidarietà e di interdipendenza. Per quanto riguarda il

diritto consuetudinario, le Dichiarazioni vengono in rilievo, ai fini della sua formazione, in

quanto prassi degli Stati, in quanto somma degli atteggiamenti degli Stati che le adottano, e

non come atti dell'ONU.

Certe dichiarazioni o parti di Dichiarazioni hanno valore di veri e propri accordi internazionali:

sono quelle che non solo enunciano un principio ma in modo espresso e inequivocabile ne

equiparano l'inosservanza alla violazione della Carta. Tuttavia, poiché l'Assemblea non ha

poteri interpretativi sovrani che vincolerebbero tutti gli Stati a quell'interpretazione, anche le

Dichiarazioni restano delle mere raccomandazioni, dal punto di vista della Carta. Hanno però

carattere di accordo e come tale vincolano gli Stati che le abbiano approvate e vanno

inquadrate come accordi in forma semplificata.

I TRATTATI

IX Diritto internazionale > La formazione delle norme internazionali > I Trattati

Una volta esaurito l'esame del diritto internazionale generale, possiamo passare a quello del

diritto internazionale particolare: i trattati. La terminologia usata per indicare questa materia è

assai vasta: accordo, trattato, patto, convenzione etc. Si parla di Carta o Statuto per i trattati

istitutivi di organizzazioni internazionali, scambio di note per l'accordo risultante dallo scambio

di note diplomatiche etc.

L'accordo internazionale può essere definito come l'unione o l'incontro della volontà di due o

più stati, dirette a regolare una determinata sfera di rapporti riguardanti questi ultimi. Anche i

trattati possono dar vita sia a norme materiali, cioè a regole che direttamente disciplinano i

rapporti tra destinatari, imponendo obblighi o attribuendo diritti, sia a norme formali o

strumentali, che si limitano cioè ad istituire fonti per la creazione di ulteriori norme. A questa

categoria appartengono i trattati costitutivi di organizzazioni internazionali, che oltre a

disciplinare direttamente certi rapporti tra gli Stati membri, demandano agli organi sociali la

produzione di norme ulteriori.

Come nel diritto interno i contratti sono subordinati alla legge, così i trattati sottostanno alle

consuetudini (pacta sunt servanda). Le Nazioni Unite hanno promosso l'elaborazione della

Convenzione di Vienna del 1969 sul diritto dei trattati, in vigore dal 27.01.1980 e ratificata

anche dall'Italia con legge 112/74.

Secondo quanto la stessa Convenzione stabilisce all'art. 4. il suo campo di applicazione non

tocca le regole meramente riproduttive delle norme consuetudinarie generali, che, proprio

perché generali, valgono per tutti gli Stati e per tutti i trattati. La Convenzione, invece, si

applica unicamente ai trattati conclusi tra Stati dopo la sua entrata in vigore per tali Stati. Ma

occorre che gli Stati stipulanti un accordo siano gli stessi della Convenzione o vale anche se

alla conclusione del Trattato partecipano anche Stati terzi? Generalmente si preferisce questa

seconda interpretazione.

Come si arriva alla conclusione di un accordo?

I modi di incontro della volontà degli Stati sono molto liberi nel diritto internazionale in materia

di forma e procedura. L'accordo si può perfezionare istantaneamente o al termine di complicate

procedure. Generalmente il procedimento formale o solenne vede la competenza assoluta

del Capo di Stato. Il trattato veniva negoziato degli emissari del Sovrano, definiti

"plenipotenziari", in quanto dotati di "pieni poteri", per la negoziazione. I plenipotenziari

predisponevano il testo dell'accordo e lo sottoscrivevano. Seguiva poi la ratifica da parte del

Sovrano, con cui accertava se i plenipotenziari si fossero effettivamente attenuti al mandato

ricevuto. Alla fine, per portare la volontà del Sovrano a conoscenza delle controparti, avveniva

lo scambio delle ratifiche. Abbiamo quindi 4 fasi: negoziazione, firma, ratifica e scambio delle

ratifiche.

La fase di negoziazione è tanto più complessa quanto più numerosi sono gli Stati che

partecipano alla negoziazione stessa.

Il negoziato si conclude con la "firma" da parte dei plenipotenziari, ma questa non comporta

ancora nessun vincolo per gli Stati: ha solo valore di autenticazione del testo predisposto.

La manifestazione della volontà dello Stato che si impegna si ha con la ratifica. La

competenza a ratificare è disciplinata dal diritto costituzionale di ogni Stato. L'ordinamento

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italiano all'art. 87 dispone che il Presidente della Repubblica ratifica i trattati internazionale,

previa, quando occorre, l'autorizzazione delle Camere. L'art. 80 specifica quali sono le materie

per le quali è prevista l'autorizzazione e deve essere data con legge: trattati che hanno natura

politica, o prevedono regolamenti giudiziari, o comportano variazioni del territorio nazionale o

oneri alle finanze, o modificazioni di leggi. Questi due articoli devono essere letti con l'art. 89

Cost., secondo cui nessun atto del Presidente è valido se non è controfirmato dal ministro

proponente che se ne assume la responsabilità.

Non sempre le Costituzioni moderne parlano di ratifica. Possiamo trovare anche i termini come

"approvazione", "conclusione" etc. Alla ratifica inoltre si equipara l'adesione che si ha, nel

caso di trattati multilaterali, quando la manifestazione di volontà diretta a concludere l'accordo

proviene da uno Stato che non ha preso parte ai negoziati. Ovviamente sarà necessario che il

trattato sia "aperto", ossia che contenga una clausola di adesione.

Alla ratifica segue lo scambio delle ratifiche o il deposito delle ratifiche. Nel caso di scambio,

l'accordo si perfeziona istantaneamente. Nel caso di deposito, che è la procedura normalmente

seguita per i trattati multilaterali, l'accordo si forma tra gli Stati depositanti. A volte si può

prevedere che il trattato non entri in vigore finché non si siano raggiunte un certo numero di

ratifiche.

Questa, abbiamo detto, è la procedura solenne. E' possibile però che gli Stati, godendo di

ampia libertà per la formazione degli accordi, scelgano un'altra forma. La più diffusa è la

forma semplificata, tanto che si parla anche di accordi informali. L'accordo che si perfeziona

con questa procedura entra in vigore per effetto della sola sottoscrizione del testo da parte dei

plenipotenziari, attribuendo alla firma il valore di piena e definitiva manifestazione di volontà.

Ovviamente lo Stato dovrà attribuire questo potere ai plenipotenziari, si dovrà specificare

questo effetto della firma e si dovrà esprimere nel corso della negoziazione che si intende

attribuire questo valore alla firma.

Rientrano nella categoria degli accordi in forma semplificata anche gli scambi di note

diplomatiche. In questa categoria rientrano tutti gli accordi che, in modo o in un altro, gli

organi dello Stato preposti alle relazioni con gli altri Stati, stipulano senza ricorrere alla

procedura della ratifica, impegnando definitivamente la responsabilità dello Stato. La

competenza a concludere gli accordi in forma semplificata, al pari della competenza a

ratificare, è regolata dal diritto costituzionale di ciascuno Stato. Tendenzialmente l'organo è

l'Esecutivo.

Cosa succede se l'organo che stipula il trattato era incompetente?

Tendenzialmente si escludono sia visioni prettamente internazionalistiche, sia visioni

prettamente interne: gli accordi non sono né sempre validi, né sempre invalidi. Ripudiate tali

situazioni estreme, la Convenzione di Vienna propone una soluzione all'art. 46: il fatto che il

consenso di uno Stato ad essere vincolato da un trattato sia stato espresso in violazione di una

regola di competenza a stipulare del suo diritto interno non può essere invocato da tale Stato

come vizio del suo consenso, a meno che la violazione non sia manifesta e non concerna una

regola del suo diritto interno di importanza fondamentale; una violazione è manifesta se è

obiettivamente evidente per qualsiasi Stato che si comporti in materia secondo la prassi

abituale e in buona fede. Noi riteniamo che la violazione di norme interne di importanza

fondamentale sia causa di invalidità del trattato solo quando sull'accordo non si sia pronunciato

uno degli organi cui la Costituzione assegna un potere decisionale effettivo nel procedimento di

stipulazione. La parte in cui prevede la buona fede, invece, non sembra da seguire perché

risente di una conzione troppo "diplomatica" del diritto internazionale.

Accordi stipulati dalle organizzazioni internazionali

Nella prassi contemporanea è anche molto diffuso il fenomeno degli accordi stipulati dalle

organizzazioni internazionali, sia fra loro, sia con Stati terzi. Probabilmente il potere di

concludere trattati è da considerare la manifestazione più saliente della personalità giuridica

internazionale delle organizzazioni. Il Trattato istitutivo dell'organizzazione stessa deve

disciplinare quali sono gli organi competenti a stipulare e quale sia la competenza per materie.

Una violazione grave delle norme statutarie sulla competenza a stipulare può comportare

l'invalidità dell'accordo. Poiché, però, le norme contenute nel Trattato istitutivo sono

modificabili dalla consuetudine, la competenza a stipulare può anche risultare da regole

consolidatesi nella prassi dell'organizzazione, purché si tratti di prassi certa, ossia seguita dagli

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organi e accettata dagli Stati membri e sempre che non ci sia un organo giudiziario incaricato

di vegliare sul rispetto del trattato.

INEFFICACIA DEI TRATTATI NEI CONFRONTI DEI TERZI E INCOMPATIBILITA'

X Diritto internazionale > La formazione delle norme internazionali > Inefficacia dei Trattati nei

confronti di terzi e incompatibilità

Inefficacia dei Trattati nei confronti di Stati terzi

La caratteristica del diritto pattizio è che fa legge tra le parti e solo tra le parti. Se il trattato

contiene una clausola di adesione, cioè è aperto, altri Stati, che non hanno partecipato ai

negoziati, vi possono comunque aderire a pieno titolo mediante una loro dichiarazione di

volontà. In tal modo la posizione degli Stati aderenti non differirà giuridicamente da quella

degli Stati originari, se non per il semplice fato che non hanno partecipato alla formazione

dell'accordo.

Può verificarsi, però, che la clausola di adesione manchi e che la convenzione crei diritti in suo

favore o obblighi a suo carico. Anche in questo caso sarà necessario dimostrare che gli obblighi

e i diritti siano in qualche modo accettati dallo Stato: cioè che il trattato contenga in qualche

modo un'offerta e dallo Stato terzo provenga un'accettazione, il che determinerà quell'incontro

di volontà che è caratteristico dell'accordo. Fuori da questi casi non potrà che applicarsi il

principio di inefficacia dei trattati nei confronti degli Stati terzi, non contraenti.

Le parti possono anche impegnarsi in un contratto a favore di Stati terzi, che quindi risulti

vantaggioso per questi Stati non contraenti. Ma tali vantaggi, finché non si trasformano in

diritti attraverso la partecipazione del terzo all'accordo in uno dei modi indicati, possono essere

sempre revocati dalle parti contraenti. Le parti contraenti se vogliono negare al terzo i

vantaggi pattuiti non hanno bisogno di stipulare un successivo trattato, ma possono negarli in

determinati casi e riconoscerli in altri.

L'art. 34 della Convenzione di Vienna sancisce, come regola generale, che un trattato non crea

obblighi o diritti per un terzo Stato senza il suo consenso. La stessa regola vale per un obbligo.

Ma mentre il consenso nel primo caso si presume fino a prova contraria, nel secondo caso deve

essere manifestato. Nel caso in cui i contraenti creino dei vantaggi per lo Stato terzo, possono

revocare quando vogliono il "diritto" accettato dal terzo, a meno che non ne abbiano

previamente stabilita in qualche modo l'irrevocabilità.

Incompatibilità tra norme internazionali

Ovviamente un trattato può essere modificato o abrogato da un trattato successivo fra gli

stessi contraenti, cosa succede se i contraenti dell'uno e dell'altro trattato coincidono solo in

parte?

Si cerca di trovare la soluzione nei principi di successione dei trattati nel tempo e quello

dell'inefficacia dei trattati nei confronti di terzi: fra gli stati contraenti di entrambi i trattati,

prevale l'accordo successivo; nei confronti degli Stati che siano parti di uno solo dei trattati,

restano invece integri, nonostante l'incompatibilità, tutti gli obblighi che da ciascuno di essi

derivano. Lo Stato contraente di entrambi si troverà, in poche parole, a dover scegliere a quali

impegni tenere fede e rispondere di inadempimento per degli altri. La Convenzione di Vienna è

orientata in tal senso, ma all'art. 41 precisa che due o più parti di un trattato non possono

concludere un accordo mirante a modificarlo, sia pure nei loro rapporti reciproci, quando la

modifica è vietata dal trattato multilaterale, oppure pregiudica la posizione delle altre parti

contraenti oppure è incompatibile con la realizzazione dell'oggetto e dello scopo del trattato nel

suo insieme. L'espressione "non possono" è molto ambigua, ma si ritiene che non figuri una

causa di invalidità dell'accordo (perché la disposizione non si colloca nell'ambito delle cause di

invalidità), ma illiceità e responsabilità internazionale. 9

V

E NEI TRATTATI

XI Diritto internazionale > La formazione delle norme internazionali > Le riserve nei trattati

La riserva indica la volontà dello Stato di non accettare certe clausole del trattato o di

accettarle con alcune modifiche, oppure secondo una determinata interpretazione (c.d. riserva

interpretativa). Così facendo tra lo Stato autore della riserva e gli altri Stati contraenti,

l'accordo si forma solo per la parte non investita dalla riserva, mentre il trattato resta

integralmente applicabile agli altri Stati.

Ovviamente la riserva ha senso per i soli trattati multilaterali, soprattutto quello stipulati da un

numero rilevante di Stati. Nei trattati bilaterali, lo Stato che non vuole assumere certi impegni

deve solo proporre alla controparte di non includerli nel testo. L'istituto della riserva,allora,

serve a facilitare la larga partecipazione degli Stati ai trattati multilaterali.

Secondo il diritto internazionale tradizionale, la possibilità di apporre riserve doveva essere

tassativamente concordata nella fase di negoziazione e quindi doveva figurare nel testo del

trattato predisposto dai plenipotenziari. In mancanza, lo Stato non aveva altra alternativa se

non quella di ratificare il trattato. Due erano i modi per i quali era possibile apporre riserve: o i

singoli Stati dichiaravano al momento della negoziazione di non voler accettare alcune

clausole, oppure il testo prevedeva genericamente la facoltà di apporre riserve al momento

della ratifica o dell'adesione, e in tal sede ogni Stato valutava se avvalersi o meno di tale

facoltà. In quest'ultimo caso era comunque necessario che il testo specificasse quali clausole

potevano essere oggetto di riserva.

Oggi invece si assiste ad un'evoluzione. Un parere del 1951 della Corte Internazionale di

Giustizia affermò che una riserva può essere anche formulata all'atto della ratifica, anche se la

relativa facoltà non è espressamente prevista nel testo del trattato purché essa sia compatibile

con l'oggetto e lo scopo del trattato; purché, in altre parole, essa non riguardi clausole

fondamentali e caratterizzanti l'intero trattato, altrimenti non si configurerebbe neanche

l'accordo.

Il parere della Corte ha influenzato la redazione del testo della Convenzione di Vienna, nella

quale è codificato il principio che una riserva può essere sempre formulata purché non sia

espressamente esclusa dal testo del trattato e purché non sia incompatibile con lo scopo e

l'oggetto del trattato medesimo. Se la riserva non è prevista dal testo del trattato e nessuno la

contesta entro dodici mesi dalla notifica della riserva stessa alle altri parti contraenti, essa si

intende accettata.

Dopo la Convenzione, la prassi internazionale ha non solo confermato quanto disposto, ma ha

anche portato innovazioni, riconoscendo, ad esempio, la possibilità che uno Stato formuli le

riserve in un momento successivo rispetto a quello in cui aveva ratificato il trattato, purché

nessuna delle altre parti contraenti sollevi obiezioni contro il ritardo. La tendenza più

innovatrice si ricava dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti umani: se lo Stato

formula una riserva inammissibile (perché espressamente esclusa dal testo o perché contraria

all'oggetto o allo scopo del trattato), tale inammissibilità non comporta l'estraneità dello Stato

stesso rispetto al trattato, ma l'invalidità della sola riserva che si avrà per non apposta.

Bisogna però osservare che la giurisprudenza della Corte europea riguarda solo la Convenzione

europea dei diritti umani e ogni estensione ad altri tipi di trattati è prematura.

Quando alla formazione della volontà dello Stato concorrono più organi, può darsi che

l'apposizione di una riserva sia decisa da uno, ma non dagli altri. Cosa succede se il Governo

non tiene conto di una riserva decisa dal Parlamento o formula una riserva che il Parlamento

non ha voluto? Casi del genere si sono anche verificati in Italia e le opinioni dottrinali in merito

sono svariate. Alcuni ritengono che il Governo possa apporre riserve, in quanto gestore dei

rapporti internazionali, mentre la tesi opposta, muovendo da posizioni più garantiste e dalla

necessità della collaborazione tra i due organi, sostiene che il governo non possa apporre

riserve non volute dal Parlamento.

A nostro avviso la questione si risolve tenendo conto due principi costituzionali cardine: la

formazione e manifestazione della volontà dello Stato e la responsabilità del Governo dall'altra.

Sotto il primo profilo una riserva è valida sia che venga formulata solo dal Parlamento, sia solo

e autonomamente dal Governo. Tuttavia se il Governo decide di discostarsi in tema di riserve

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da quanto deliberato in Parlamento, rischierebbe il ricorso dell'organo legislativo ai meccanismi

della messa in gioco della responsabilità governativa. Siccome per il diritto internazionale è

irrilevante la responsabilità del Governo, ma si preoccupa della formazione della volontà dello

Stato, la riserva resta comunque valida, tranne nel caso in cui la riserva fosse contenuta nella

legge di autorizzazione e di cui il Governo non tenga conto in cui si verificherebbe una

violazione grave del diritto interno e dovrà ritenersi che lo Stato non resti impegnato per detta

parte se e finché il Parlamento non revochi espressamente o implicitamente la riserva.

L'INTERPRETAZIONE DEI TRATTATI

XII Diritto internazionale > La formazione delle norme internazionali > L'interpretazione dei

trattati

Oggi si tende ad abbandonare il metodo c.d. subiettivistico, in base al quale si renderebbe in

ogni caso necessaria la ricerca della volontà effettiva delle parti come contrapposta alla volontà

dichiarata. Si deve attribuire al trattato il senso che è fatto palese dal suo testo, che risulta dai

rapporti di connessione logica tra le varie parti del testo. In questo senso i lavori preparatori

assumono un ruolo importante di sussidio, potendosi ad essi ricorrere in presenza di un testo

ambiguo e lacunoso.

La Convenzione di Vienna si pronuncia a favore del metodo obiettivistico, pronunciandosi

sull'interpretazione agli artt. 31-33. Il trattato deve essere interpretato in buona fede, secondo

il significato ordinario da attribuirsi ai termini del trattato nel loro contesto e alla luce

dell'oggetto e dello scopo del trattato stesso. I lavori preparatori sono un mezzo

supplementare di integrazione, da usare quando il testo è particolarmente oscuro o porta ad

un risultato assurdo e irragionevole.

Valgono per l'interpretazione dei trattati anche le regole che la teoria generale ha elaborato per

l'interpretazione delle norme giuridiche. Ci riferiamo alle regole sull'interpretazione restrittiva o

estensiva, come quella che tra i diversi significati occorre scegliere quello più favorevole alla

parte più onerata o al contraente più debole.

L'interprete può ricorrere ad un'interpretazione estensiva o anche all'analogia.

La Convenzione di Vienna non avalla interpretazioni unilateralistiche dei trattati. Si deve

pertanto escludere che una norma contenuta in un accordo internazionale, a meno che

ovviamente non disponga essa stessa in tal senso, possa assumere significati differenti a

seconda dello Stato contraente al quale, o all'interno del quale, debba applicarsi.

Due regole sono significative: una è quella dell'art. 33 che, nel caso di testi non concordanti

redatti in più lingue ufficiali, impone un'interpretazione che comunque concili tutti i testi.

L'altra è quella dell'art. 31 che è la regola favorevole al metodo obiettivistico. Non si applicano

però le norme interpretative del diritto interno agli Stati.

LA SUCCESSIONE DEGLI STATI NEI TRATTATI

XIII Diritto internazionale > La formazione delle norme internazionali > La successione degli

Stati nei trattati

Il problema della successione nei trattati si pone quando uno Stato si sostituisce ad un altro

nel governo di un territorio. E' o non è vincolato dai trattati stipulati dal suo predecessore e in

vigore in quel territorio?

La sostituzione può avvenire per la cause e nei modi più svariati: per effetto di cessione o

conquista, sotto la sovranità dello Stato esistente oppure si costituisce uno Stato nuovo e

indipendente.

Alla successione degli Stati nei trattati è dedicata una Convenzione di codificazione,

predisposta dalla Commissione di diritto internazionale delle Nazioni Unite e firmata a Vienna

nel 1978.

Un principio pacifico per la dottrina e la prassi in materia di successione, enunciato anche dalla

Convenzione, è quello per cui lo Stato che in qualsiasi modo si sostituisce ad un altro nel

governo di una comunità territoriale è vincolato dai trattati o dalle clausole di un trattato

localizzabile, cioè che riguardano l'uso di determinate parti di territorio, conclusi dal

predecessore. In questa categoria rientrano i trattati che istituiscono servitù attive o passive

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nei confronti degli Stati vicini, la concessione in affitto di parti del territorio, i trattati che

prevedono la libera navigazione dei fiumi e simili.

La successione nei trattati localizzabili incontra un limite che è comune a tutte le altre ipotesi in

cui il diritto internazionale ammette la trasmissione dei diritti e degli obblighi pattizi. Tale limite

consiste nelle non trasmissibilità degli accordi che abbiano un prevalente carattere politico, che

siano cioè strettamente legati al regime vigente prima del cambiamento di sovranità.

Passiamo ora ai trattati non localizzabili, che sono la maggior parte. Per questo tipo di

accordi la prassi risulta assai confusa anche perché sempre più spesso la successione nei

trattati del predecessore è regolata mediante accordi tra lo Stato subentrante e le altre parti

contraenti dei precedenti trattati. La regola fondamentale da assumere come punto di partenza

per i trattati non localizzabili è quella della c.d. tabula rasa: lo Stato che subentra nel governo

di un territorio non è, in linea di principio, salve eccezioni, vincolato dagli accordi conclusi dal

suo predecessore. La prassi depone in tal senso.

La Convenzione distingue la situazione degli Stati sorti dalla decolonizzazione dalla situazione

di ogni altro Stato che subentri nel governo di un territorio. Mentre per la prima assume come

regola fondamentale quella della tabula rasa, per la seconda sceglie la regola opposta della

continuità dei trattati. Un simile trattamento differenziato non trova però corrispondenza nel

diritto consuetudinario.

A questo punto possiamo esaminare le singole ipotesi di mutamento di sovranità assumendo

come punto di partenza la regola della tabula rasa.

1. Il principio della tabula rasa si applica anzitutto nell'ipotesi del distacco di una parte del

territorio di uno Stato. Può darsi che la parte di territorio distaccatasi si aggiunga al

territorio di un altro Stato preesistente. In tal caso gli accordi vigenti nello Stato che subisce il

distacco cessano di avere vigore con riguardo al territorio distaccatosi e si estendono invece

automaticamente gli accordi vigenti nello stato che acquista il territorio.

2. Può darsi invece che sulla parte distaccatasi si formino uno o più Stati nuovi (secessione).

Anche in questo caso gli accordi vigenti nello Stato che subisce il distacco cessano di avere

vigore con riguardo al territorio che acquista l'indipendenza. La prassi relativa agli Stati sorti

dalla decolonizzazione ha suggellato tale tendenza. L'applicazione del principio della tabula

rasa agli Stati nuovi formatisi per distacco è integrale per quanto riguarda i trattati bilaterali

conclusi dal predecessore e vigenti nel territorio distaccatosi. Tali trattati potranno continuare a

vivere solo se rinnovati attraverso un apposito accordo con la controparte. La stessa cosa vale

per i trattati multilaterali chiusi, ossia dei trattati che non prevedono la partecipazione,

mediante adesione, di Stati diversi da quelli originari: anche in questa ipotesi sarà necessario

un nuovo accordo con tutte le controparti. Per i trattati multilaterali aperti, il principio della

tabula rasa subisce un temperamento. Lo Stato di nuova formazione può, anziché aderire,

procedere alla c.d. notificazione di successione: con tale atto la sua partecipazione

retroagisce al momento dell'acquisto dell'indipendenza. In altre parole, mentre l'adesione ha

effetto ex nunc, la notificazione di successione ha carattere retroattivo.

3. Affine all'ipotesi della secessione è il caso dello smembramento. Mentre la secessione non

implica l'estinzione dello Stato che la subisce, la caratteristica dello smembramento sta proprio

nel fatto che uno Stato si estingue e sul suo territorio si formano due o più Stati nuovi. L'unico

criterio idoneo a distinguere le due ipotesi è quello della continuità o meno dell'organizzazione

di governo preesistente: l'ipotesi dello smembramento è da ammettere quando nessuno degli

Stati residui abbia la stessa organizzazione di governo, lo stesso regime. Ai fini della

successione nei trattati, lo smembramento deve essere assimilato al distacco. Si applica il

principio della tabula rasa, temperato però dalla regola che per i trattati multilaterali aperti

prevede la facoltà di procedere ad una notificazione di successione.

4. Opposte in un certo senso al distacco e allo smembramento sono l'incorporazione e la

fusione. La prima si ha quando uno Stato, estinguendosi, passa a far parte di un altro Stato;

la seconda quando due o più Stati si estinguono tutti e danno vita ad uno Stato nuovo. La

distinzione è molto sottile e bisogna pertanto riferirsi all'organizzazione di governo che risulta

dall'unificazione. All'incorporazione si applica la regola della mobilità delle frontiere dei trattati.

I trattati dello Stato che si estingue cessano di avere vigore, mentre al territorio incorporato si

estendono i trattati dello Stato incorporante. Per i trattati dello Stato incorporato vale, ancora

una volta, il principio della tabula rasa. Lo stesso principio regola i casi di fusione: lo Stato

sorto dalla fusione, sempre che sia effettivamente stato nuovo e che non presenti condizioni di

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continuità per quanto riguarda l'organizzazione di governo, nasce libero da impegni pattizi.

5. Un'eccezione al principio della tabula rasa sia nell'ipotesi di incorporazione che di fusione,

deve ammettersi quando le comunità statali incorporate o fuse, pur estinguendosi come

soggetti internazionali, conservino un notevole grado di autonomia nell'ambito dello Stato

incorporante o nuovo, quando si instauri un vincolo di tipo federale. In tal caso la prassi si è

orientata nel senso della continuità degli accordi.

6. Un problema di successione nei trattati si pone anche nel caso si verifichi un mutamento di

governo nell'ambito di una comunità statale, senza che il territorio subisca ampliamenti o

diminuzioni. Quando il mutamento avviene per vie extralegali e si instaura un regime

radicalmente diverso, si deve ritenere che muti la persona di diritto internazionale (proprio

perché lo Stato soggetto di diritto internazionale si identifica con l'apparato di governo). Opera

anche qui il principio della tabula rasa o si ha una successione del nuovo Governo nei diritti e

negli obblighi del predecessore? La prassi sembra orientata in questo secondo senso, eccezion

fatta per i trattati incompatibili con il nuovo regime.

Successione nei debiti contratti mediante accordo internazionale

Il principio generale è quello della tabula rasa salvo i debiti localizzabili. Secondo la prassi più

recente (smembramento dell'URSS e della Cecoslovacchia) il debito deve essere equamente

ripartito tra gli Stati sorti dallo smembramento e tra questi Stati ed i soggetti creditori.

CAUSE DI INVALIDITA' E DI ESTINZIONE DEI TRATTATI

XIV Diritto internazionale > La formazione delle norme internazionali > Cause di invalidità e di

estinzione dei trattati

e cause di invalidità ed estinzione dei trattati sono molto simili a quelle previste dal diritto dei

contratti, ma la categoria è allargata dalle cause tipiche del diritto internazionale. La disciplina

è contenuta da norme ad hoc e dalle consuetudini che costituiscono i principi generali di diritto.

Cause di invalidità

1. errore essenziale, previsto dall'art. 48 della Convenzione di Vienna, è un fatto, una

situazione che lo Stato supponeva esistente al momento in cui è stato concluso il trattato e che

costituiva una base essenziale del consenso di questo Stato.

2. dolo, previsto all'art. 49, comprende anche l'ipotesi della corruzione dell'organo stipulante

(art. 50).

3. violenza, che può essere fisica o morale, prevista all'art. 51.

Cause di estinzione

Il trattato si estingue per una delle seguenti ipotesi:

1. condizione risolutiva

2. termine finale

3. denuncia

4. recesso

5. inadempimento di controparte

6. sopravvenuta impossibilità di esecuzione

7. abrogazione ( totale o parziale, espressa o per incompatibilità) mediante accordo

successivo tra le parti

Tra le cause di invalidità rientra anche la violenza esercitata sullo Stato nel suo

complesso. L'art. 52 infatti dispone che è nullo qualsiasi trattato la cui conclusione sia stata

ottenuta con la minaccia o l'uso della forza in violazione dei principi della Carta delle Nazioni

Unite. Si evince facilmente che viene bandito l'uso della forza, ma si ritiene che si tratti della

forza armata, perché nella prassi non ci sono elementi che facciano ricomprendere pressioni di

altro genere (come le pressioni politiche ed economiche ancorché illecite che ci sono spesso).

La violenza sullo Stato è da configurare come causa d'invalidità dei trattati entro limiti ristretti.

Il problema dei trattati ineguali non si risolve sul piano della validità. Si interpretano in modo

equo i trattati in cui la parte non ha un ampio margine di potere contrattuale, e in modo

restrittivo le clausole particolarmente favorevoli agli Stati più forti. 13

Clausolo rebus sic stantibus

Il trattato si estingue in tutto o in parte se mutano le circostanze esistenti al momento della

stipulazione, purché si tratti di circostanze essenziali, senza cui i contraenti non avrebbero

trattato. Per l'antica dottrina è una condizione risolutiva tacita, perché venivano meno le

circostanze a cui si subordinava l'efficacia del trattato. Se è espressa, non si creano problemi

perché si configura come condizione stabilita dalle parti. Se, invece, non è espressa, la

situazione è più delicata: si riconosce tuttavia che il trattato si estingua solo se le circostanze

mutate costituivano la "base essenziale del consenso delle parti" (art. 62 Convenzione di

Vienna). Questo principio sembra essere la negazione della consuetudine secondo cui pacta

sunt servanda.

Guerra

Ci si chiede se la guerra sia causa di estinzione o sospensione dei trattati. La regola classica

era orientata nel primo senso. La prassi moderna, invece, propone molte eccezioni e

temperamenti: si nega l'effetto estintivo della guerra per i trattati multilaterali, ma la

giurisprudenza tende a considerare estinte quelle convenzioni incompatibili con lo stato di

guerra. tuttavia bisogna verificare di volta in volta se la guerra abbia determinato un

mutamento radicale delle circostanze esistenti al momento del trattato (rebus sic stantibus).

Mezzi per far valere l'estinzione o invalidità

Una volta che si è verificata la causa di estinzione o di invalidità, questa opera

automaticamente o è necessario un atto formale di denuncia? Il problema è molto controverso

in dottrina:

1. certe cause (termine finale, abrogazione da parte di un accordo successivo etc.) operano

automaticamente.

2. altre cause di invalidità e di estinzione (che sono la maggior parte, come i vizi della volontà

o il mutamento sopravvenuto delle circostanze) operano in modo automatico secondo alcuni,

dopo un formale atto di denuncia notificato agli Stati contraenti secondo altri, resta in vigore

finché non si accerta in modo imparziale la causa di invalidità o estinzione secondo altri ancora.

Tendenzialmente si esclude l'automaticità quando la causa invalidante o estintiva consista in

fatti difficili da provare o di dubbia interpretazione.

Denuncia

Lo scopo della denuncia consiste nella manifestazione della volontà di uno Stato di sciogliersi

una volta per tutte dal vincolo contrattuale. La denuncia produce la cessazione del vincolo? La

denuncia vincola alla disapplicazione, ma deve provenire dagli organi competenti a manifestare

la volontà dello Stato sul piano dei rapporti internazionali. A tali fini, bisognerà guardare la

Costituzione dei singoli Stati: in generale è l'Esecutivo, ma esistono anche forme di

collaborazioni tra Parlamento e Governo.

Gli altri Stati contraenti non sono vincolati dalla denuncia dello Stato. In caso di disaccordo

sull'effettiva insorgenza della causa di invalidità o estinzione, il trattato entra in una fase di

incertezza sul piano del diritto internazionale.

Procedura prevista dalla Convenzione di Vienna per far valere l'invalidità e

l'estinzione (artt. 65-68)

1. Notifica scritta della pretesa dello Stato agli altri paesi contraenti

2. Se, trascorso un periodo non inferiore a tre mesi salvi i casi di urgenza, non vengono

presentate obiezioni, lo Stato può definitivamente dichiarare che il Trattato è invalido o estinto,

con atto comunicato alle altre parti, sottoscritto dal Capo dello Stato o dal Capo del Governo o

dal Ministro degli Esteri, o comunque da una persona munita di pieni poteri in tal senso

3. se invece vengono presentate obiezioni, si cerca una soluzione della controversia con mezzi

pacifici. La soluzione deve pervenire entro 12 mesi

4. se passano i 12 mesi inutilmente, si mette in moto una procedura conciliativa che fa capo

ad una commissione formata nell'ambito delle Nazioni Unite che sfocia in una decisione non

obbligatoria, ma esortativa. La pretesa all'invalidità o estinzione resta paralizzata in perpetuo. I

giudici interni non sono mai vincolati e costretti alla paralisi.

LE FONTI PREVISTE DA ACCORDI: LE NAZIONI UNITE 14

XV Diritto internazionale > La formazione delle norme internazionali > Le fonti previste da

accordi: le Nazioni Unite

I Trattati non contengono solo regole materiali, ma anche regole strumentali o formali, che

istituiscono cioè ulteriori procedimenti o fonti di produzione di norme. Generalmente il compito

delle organizzazioni internazionali non è quello di emanare norme, ma di facilitare la

collaborazione tra Stati membri, mediante raccomandazioni, cioè atti che hanno scarso

valore giuridico perché non sono vincolanti, ma hanno solo valore di esortazione.

Le risoluzioni delle organizzazioni internazionali possono essere, a seconda dei loro Statuti,

prese a maggioranza o maggioranza qualificata, ma spesso è richiesta l'unanimità.

Recentemente si è affermata la pratica del consensus, che consente nell'approvare una

risoluzione senza una votazione formale, ma con una dichiarazione (non contestata, ma

concertata) dal Presidente dell'organo che attesta l'accordo tra i membri.

L'ORGANIZZAZIONE DELLE NAZIONI UNITE

Fondata dopo la seconda guerra mondiale al posto della Società delle Nazioni, la Conferenza di

San Francisco ne elaborò la carta nel 1945. La Svizzera non ne fa parte. L'art. 7 della sua carta

disciplina i suoi organi principali:

1. Assemblea generale: ha quasi tutte le competenze (tende a coincidere con la stessa

organizzazione), ma non ha alcun potere vincolante; sono rappresentati tutti gli Stati e tutti

hanno pari diritto di voto.

2. Consigli di sicurezza: composto da 15 membri, di cui 5 a titolo permanente [USA, Russia,

Francia, Gran Bretagna e Cina] che godono anche del diritto di veto. Si occupa di questioni

attinenti al mantenimento della pace e della sicurezza internazionale.

3. Consiglio economico e sociale: i suoi membri vengono eletti dall'Assemblea generale per

tre anni ed insieme al

4. Consiglio di amministrazione fiduciaria è subordinato all'Assemblea generale, di cui

deve seguire le direttive.

5. Corte internazionale di giustizia: formata da 15 giudici, ha la funzione di dirimere le

controversie tra Stati, ma ha anche una funzione consultiva (pur essendo i pareri dei giudici né

obbligatori, né vincolanti su qualsiasi questione giuridica).

6. Segretariato nominato dall'Assemblea generale su proposta del consiglio di sicurezza, è

l'organo esecutivo.

Le materie di competenza sono vastissime, tanto che è più facile sottolineare che esulano dalla

sfera di competenza dell'organizzazione le questioni interne di uno Stato. Le aree che le

spettano possono essere raggruppate in tre categorie:

1. mantenimento della pace

2. sviluppo delle relazioni amichevoli tra Stati fondatori sul principio di eguaglianza dei diritti e

autodeterminazione dei popoli

3. collaborazione in campo economico, sociale, culturale e umanitario.

La sua attività principale consiste nell'emanazione di raccomandazioni e nella predisposizione

di progetti di convenzione (soprattutto per l'Assemblea generale che non è organo legislativo,

ma foro di discussione). L'organizzazione è dotata, in rari casi, anche di poteri vincolanti nei

confronti degli Stati membri. Secondo l'art. 17 della Carta, l'Assemblea generale ha il potere di

ripartire tra gli Stati membri:

1. le spese dell'organizzazione (con una decisione presa a maggioranza di 2/3)

2. può esprimere una decisione vincolante sulle modalità e termini per la connessione

dell'indipendenza ai territori sotto dominio coloniale.

Decisioni vincolanti del consiglio di sicurezza

Sono prevista da talune disposizioni rispetto alla minaccia alla pace,alle violazioni della pace e

agli atti di aggressione. Gli artt. 41 e 42 distinguono le misure implicanti e quelle non

implicanti l'uso della forza. Il Consiglio può intraprendere azioni di tipo bellico contro uno stato.

L' art. 41 dispone che il Consiglio di sicurezza decide quali misure non implicanti l'uso della

forza armata debbono essere adottate dagli Stati membri contro uno Stato che minacci o abbia

violato la pace e indica siffatte misure a titolo esemplificativo, l'interruzione totale o parziale

delle relazioni economiche e delle comunicazioni ferroviarie, marittime, aeree, postali,

telegrafiche, radio e altre e la rottura delle relazioni diplomatiche. 15

ISTITUZIONI SPECIALIZZATE DELLE NAZIONI UNITE

XVI Diritto internazionale > La formazione delle norme internazionali > Le istituzioni

specializzate delle Nazioni Unite

In campo economico e sociale troviamo tutta una serie di organizzazioni internazionali sia a

carattere universale sia a carattere regionale. Alcune si chiamano istituti specializzati (o

istituzioni specializzate) delle Nazioni Unite perché ad esse subordinate e da esse controllate.

Il collegamento tra le istituzioni specializzate e le Nazioni Unite nasce da un accordo che, dal

lato dell'ONU, è negoziato dal Consiglio economico e sociale e approvato dall'Assemblea

generale. Il contenuto si ricollega ad uno schema tipico che prevede:

1.scambio di rappresentanti

2.osservatori

3.documenti

4.consultazioni in caso di necessità

5.coordinamento dei rispettivi servizi tecnici

6.impegno dell'istituto specializzato a prendere almeno in esame le raccomandazioni dell'ONU.

Un'altra caratteristica è l'applicabilità delle norme della carta che si occupano degli Istituti e

che li sottopongono, entro certi limiti, al potere di coordinamento e controllo dell'ONU, tanto

che l'art. 58 abilita l'Assemblea e il Consiglio economico e sociale ad emanare raccomandazioni

al fine di coordinare i programmi e le attività degli Istituti specializzati. Anche gli Istituti

specializzati emanano di solito raccomandazioni, oppure predispongono Progetti di

Convenzione. In alcuni casi emanano, a maggioranza, decisioni vincolanti per gli Stati membri

o decisioni che diventano vincolanti se entro un certo periodo gli Stati non provvedono a

ripudiarle.

Queste decisioni sono inquadrate tra le fonti previste da accordo, cioè dall'accordo istitutivo

della relativa organizzazione.

FAO ( Food and Agricultural Organization)

Creata nel 1945, tra i suoi organi: Conferenza (composta da un delegato di ogni Stato

membro) che si riunisce ogni due anni in sessione ordinaria, il Consiglio (composto da 18

membri scelti dalla Conferenza) e il Direttore generale. L'istituzione ha il compito di ricerca e

informazione alla promozione ed esecuzione di programmi di assistenza tecnica e aiuti nel

campo agricolo e alimentare.

ILO (International Labor Organization)

Creata dopo la prima guerra mondiale, è composta dalla Conferenza generale, formata da 4

delegati per ogni Stato, di cui 2 rappresentano il Governo e 2 rispettivamente i datori di lavoro

e i lavoratori. Le funzioni consistono nell'emanazione di raccomandazioni e nella

predisposizione di progetti di convenzione multilaterale in materia di lavoro. I progetti di

convenzione, approvati con la maggioranza dei 2/3, vengono comunicati agli Stati membri che

restano liberi di approvarli o meno, ma hanno l'obbligo di sottoporli entro un certo periodo agli

organi competenti per la ratifica e di fornire notizie al direttore generale sulla sorte da essi

subita.

UNESCO (United Nations Educational Scientific and Cultural Organization)

Si propone la diffusione della cultura, la promozione dello sviluppo dei mezzi di educazione

all'interno degli Stati membri e l'accesso all'istruzione. I suoi organi sono: Conferenza

generale, Comitato esecutivo e Segretario.

ICAO (International Civil Aviation Organization)

Si occupa del traffico aereo, dei servizi di comunicazione legati ai segnali di terra, zone

d'atterraggio etc. E' composta da un'Assemblea, in cui ogni Stato possiede un solo voto e un

Consiglio di 21 membri scelti dall'Assemblea. Le sue disposizioni si chiamano standards

internazionali o pratiche raccomandate.

WHO (World Health Organization)

Organizzazione mondiale della sanità che si preoccupa di adeguare tutti i popoli al livello più

alto possibile di salute.

IMO (International Maritime Organization)

Si occupa di garantire la sicurezza dei traffici marittimi.

ITU (International Telecomunication Union) 16

WMO (World Metereological Organization)

UPU (Universal Postal Union)

IMF (International Monetary Fund)

IBRD (International Bank for Reconstruction and Development)

IFC (International Finance Corporation)

IDA (Internationale Development Association)

Il fondo monetario internazionale e la Banca internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo

furono creati nel 1994 con gli accordi di Bretton Woods. E' presente un Consiglio di Governatori

che è l'organo deliberante, ma le sue delibere non vengono prese in base al principio uno

stato/un voto, ma secondo le quote di capitale sottoscritte e quindi con il peso determinante

dei Paesi più ricchi e in particolare degli USA. Si propone la collaborazione monetaria

internazionale, la stabilità dei cambi, l'equilibrio delle bilance dei pagamenti e della concessione

di prestiti a breve termine. La Banca, invece, concede mutui agli Stati membri per investimenti

produttivi a tasso di interesse variabile (a lungo termine).

IFAD (International Fund for Agricultural Development)

Contribuisce allo sviluppo, sotto forma di aiuti, dell'agricoltura dei Paesi più poveri con deficit

alimentari notevoli.

WIPO (World Intellectual Property Organization)

Si occupa dei problemi relativi alla proprietà intellettuale.

UNIDO (United Nations Industrial Development Organization)

Dal 1979 è diventato un istituto specializzato a cui competono funzioni di tipo operative e non

normative.

IAEA (International Atomic Energy Agency)

Sovrintende lo sviluppo e la diffusione delle applicazioni pacifiche dell'energia atomica, ma non

è un istituto specializzato.

WTO (World Trade Organization)

Del tutto indipendente dalle Nazioni Unite, vi fanno parte 135 stati. E' composta da una

Conferenza ministeriale, dal Consiglio Generale e dal Segretariato con a capo un direttore

generale. Fornisce un forum per lo svolgimento dei negoziati relativi alle relazioni commerciali

multilaterali e tendenti alla globalizzazione del mercato. Tra i più importanti negoziati,

ricordiamo il GATT, in tema di liberalizzazione dei commerci internazionali. In seno a questa

organizzazione vale il principio della clausola della nazione più favorita, ossia dell'automatica

estensione a tutte le parti contraenti delle concessioni fatte a una di esse, sui dazi doganali e le

tasse ed imposte su importazioni ed esportazioni. Può emanare decisioni vincolanti a

maggioranza di 3/4 della Conferenza ministeriale o del Consiglio Generale sull'interpretazione

delle norme. Ha anche un ruolo fondamentale sulla risoluzione delle controversie nascenti dagli

accordi che ad essa fanno capo.

E COMUNITA' EUROPEE E L'UNIONE EUROPEA

XVII Diritto internazionale > La formazione delle norme internazionali > Le Comunità europee

e l'Unione Europea

CEE, CECA ed EURATOM sono le organizzazioni internazionali più dotate di poteri decisionali

nei confronti degli Stati che ne fanno parte. Possono emettere atti vincolanti.

Si tratta di tre organizzazioni distinte a cui appartengono 15 Stati. La CECA fu creata a Parigi

nel 1951, CE (CEE) ed EURATOM nel 1957 con i trattati di Roma. Nonostante siano separate,

hanno organizzazioni comuni.

La loro disciplina di funzionamento e organizzazione è stata in maniera rilevante modificata da

una serie di trattati: l'Atto Unico Europeo, firmato a Lussemburgo nel 1986 e il Trattato

sull'Unione Europea (Maastricht 1992) che hanno introdotto una forte integrazione tra gli Stati

membri, azioni comuni in ambito di politica estera e cooperazione degli Stati nel settore della

giustizia e degli affari interni. Significative modifiche sono state inoltre introdotte in materia di

17

cittadinanza europea, nel rafforzamento del potere del Parlamento e l'unione monetaria (specie

con la creazione della BCE e della moneta unica).

Delle tre organizzazione sicuramente la CEE è la più importante, poiché investe tutta la vita

economica e sociale degli Stati membri. Così, mentre la CECA si occupa del mercato comune

nel settore carbosiderurgico e l'EURATOM nel settore dell'energia atomica, la CEE sovrintende

la libera circolazione delle merci, delle persone, dei servizi e dei capitali. Queste rappresentano

le 4 libertà fondamentali dell'Europa e servono per assicurare la libera concorrenza.

La maggior parte delle norme del trattato sono ELASTICHE, GENERICHE E PROGRAMMATICHE

Si discute sulla natura giuridica delle Comunità Europee: si tratta di vere e proprie

organizzazioni internazionale (visto che ci sono organi con vari poteri) o embrioni di Stati

federali (per la prevalenza del diritto comunitario sul diritto interno)?

Organi:

1. COMMISSIONE, composta da individui e non Stati che non ricevono istruzioni dai governi

nazionali di appartenenza. Nella CECA la Commissione è l'organo decisionale effettivo, emana

atti vincolanti che formano la legislazione comunitaria. Il Consiglio ha solo poteri consultivi.

Nella CEE ed EURATOM vale, invece, il contrario: è il Consiglio l'organo deliberante, mentre la

Commissione ha solo poteri di iniziative ed esecutivi.

2. CONSIGLIO. E' l'organo che rappresenta i 15 Stati membri e presieduti a turno per 6 mesi.

Di solito ne fanno parte i ministri. Nella CECA ha funzioni prettamente consultive, nella CEE

emana gli atti più importanti della legislazione comunitaria decidendo, secondo i casi, a

maggioranza o all'unanimità.

3. PARLAMENTO EUROPEO. Dal 1979 è composto dai rappresentanti dei popoli degli Stati

membri eletti a suffragio universale diretto. Non è l'organo legislativo della comunità, ma il

Trattato di Maastricht gli ha conferito certi poteri di partecipazioni alla funzioni legislativa.

Svolge una funzione di controllo politico sulle altre istituzioni, mediante l'esame dei rapporti

che gli altri organi sono tenuti a sottoporgli (tranne la Corte di Giustizia).

Troviamo inoltre procedure di COOPERAZIONE e CODECISIONE. La prima si applica in materia

di trasporti, fondo sociale europeo, ricerca e sviluppo professionale e l'ultima parola spetta al

Consiglio (se il Consiglio è unanime può anche andare contro il parere del Parlamento in

seconda lettura). La procedura di codecisione si applica nelle materie di circolazione delle

persone, libertà di stabilimento e circolazione di servizi. Il Parlamento può bloccare l'azione del

Consiglio con una decisione adottata a maggioranza assoluta dai suoi membri.

4. CORTE DEI CONTI. Svolge funzioni di controllo delle entrate e uscite della Comunità.

5. CORTE DI GIUSTIZIA. Veglia sul rispetto dei Trattati e può essere anche adita dai cittadini

europei.

Da questo quadro, si riesce a capire che in realtà l'organo legislativo è il Consiglio e che la

legislazione comunitaria si caratterizza per essere generica e programmatica. Tra gli atti

vincolanti possiamo trovare:

DECISIONI: non hanno portata generale ed astratta, ma concreta. Può indirizzarsi sia ad uno

Stato membro, sia ad un individuo, sia ad un'impresa che opera nel territorio comunitario.

Acquistano efficacia non con la pubblicazione, ma con la notifica al destinatario.

DIRETTIVE: vincolano lo Stato al risultato da raggiungere, lasciando la scelta di forma e

mezzi nella competenza degli organo nazionali. La direttiva dovrebbe enunciare principi e

criteri generali, ma oggi è sempre più dettagliata, tanto che la scelta dello Stato si limita solo

alla forma giuridica interna della norma (cioè se scegliere una legge o un atto amministrativo).

REGOLAMENTI: hanno portata generale obbligatoria in tutti i suoi elementi ed è direttamente

applicabile. Si tratta di norme generali ed astratte che gli Stati devono applicare.

Come tutte le organizzazioni internazionali, le Comunità Europee hanno la capacità di

concludere accordi internazionali. La competenza è così ripartita: spetta alla Commissione per i

negoziati; al Consiglio, previa consultazione o, in certi casi, previo parere conforme del

Parlamento, per la manifestazione di volontà diretta ad impegnarsi. La Corte di Giustizia può

dare un parere sulla compatibilità dell'accordo con le disposizioni del Trattato. Gli accordi

stipulati diventano una categoria di atti comunitari con efficacia vincolante.

Tra gli accordi troviamo:

18

1. Convenzioni di Associazione che istituiscono un'associazione caratterizzata da diritti e

obblighi reciproci, azioni in comune e procedure particolari

2. Accordi commerciali, cioè di politica commerciale comune.

In questi casi la competenza esclusiva è della Comunità e gli Stati membri non possono

stipulare da soli accordi nelle stesse materie. Negli accordi misti possono partecipare sia la

Comunità sia gli Stati membri. Se uno Stato stipula da solo l'accordo senza autorizzazione del

Consiglio l'accordo resta valido, ma si ha violazione del diritto comunitario o causa l'invalidità?

Il problema è ancora aperto.

La Corte di Giustizia ritiene che esiste un parallelismo tra competenze interne ed esterne

comunitarie: in tutte le materie in cui la Comunità ha, in base al Trattato, competenza ad

emanare atti di legislazione comunitaria, ha anche implicitamente competenza a concludere

accordi con Stati terzi. Una volta che la competenza sia stata esercitata all'interno delle

Comunità in una determinata materia, la competenza esterna diventa esclusiva rispetto a

quella degli Stati membri. Ne consegue che gli Stati restano liberi di stipulare accordi

internazionali finché la Comunità non abbia legiferato, ma poi perdono tale libertà.

IL CONSIGLIO D'EUROPA

XVIII Diritto internazionale > La formazione delle norme internazionali > Il Consiglio d'Europa

Dopo la seconda guerra mondiale furono create due organizzazioni: l'OECE (Organizzazione

Europea per la Cooperazione Economica) e l'OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo

Sviluppo Economico), e il Consiglio d'Europa (comprendente 40 Stati). Lo scopo di quest'ultimo

è quello di conseguire una più stretta unione fra i suoi membri per salvaguardare e

promuovere gli ideali e i principi che costituiscono il loro comune patrimonio e di favorire il loro

progresso economico e sociale.

E' composto da:

1. COMITATO DEI MINISTRI, composto dai ministri degli Esteri

2. ASSEMBLEA CONSULTIVA, composta da rappresentanti dei Parlamenti nazionali

3. SEGRETARIATO (con a capo un segretario generale)

Predispongno testi di convenzione in materie giuridiche (diritto e procedura penale)

LA CONVENZIONE EUROPEA PER LA SALVAGUARDIA DEI DIRITTI DELL'UOMO E

DELLE LIBERTA' FONDAMENTALI

Fu firmata a Roma nel 1950. Contiene due generi di norme: uno a carattere sostanziale (in cui

è offerto il catalogo dei diritti e delle libertà fondamentali) e una a carattere procedurale.

E' composta da tanti membri quanti sono gli Stati, con un mandato di 6 anni.

Fino al 1998 svolgeva funzioni istruttorie e di conciliazione sui ricorsi che venivano presentati

sulla violazione della Convenzione da parte di uno Stato contraente. I ricorsi erano presentabili

da Stati, individui e gruppi di individui.

Nel 1998 vi fu una riforma: il Comitato dei ministri decide a maggioranza dei 2/3 se c'è stata

violazione e pone un termine entro cui è necessario eliminarla. Questo sicuramente è un

intervento di carattere politico più che giuridico.

GLI ALTRI ORGANI PER LA TUTELA DEI DIRITTI UMANI

XIX Diritto internazionale > La formazione delle norme internazionali > Gli altri organi per la

tutela dei diritti umani

CONVENZIONE AMERICANA DEI DIRITTI DELL'UOMO, firmata a San José de Costa Rica nel

1969

CARTA AFRICANA del 1986

2 PATTI INTERNAZIONALI: uno sui diritti economici, sociali e culturali, l'altro sui diritti civili e

politici. Il primo patto non ha organi ad hoc, ma stabilisce che gli Stati contraenti sottopongono

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Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Camerino - Unicam
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher valeria0186 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Internazionale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Camerino - Unicam o del prof Palmisano Giuseppe.

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