UNIVERSITA DEGLI STUDI DI TORINO
DIRITTO FALLIMENTARE
RELATORE: prof. BONFANTE
1
2
Sommario
1.I caratteri del fallimento...............................................................................................................4
2.I presupposti del fallimento..........................................................................................................9
3.La dichiarazione di fallimento....................................................................................................16
4.Gli organi preposti al fallimento.................................................................................................23
5.Custodia ed amministrazione delle attività fallimentari..............................................................32
6.Gli effetti del fallimento per il fallito..........................................................................................39
7.Gli effetti del fallimento per i creditori.......................................................................................45
8.Gli effetti del fallimento sugli atti pregiudizievoli ai creditori....................................................52
9.Gli effetti del fallimento sui rapporti giuridici pendenti.............................................................87
10.L’accertamento del passivo e dei diritti reali e personali dei terzi.............................................98
11.La liquidazione dell’attivo......................................................................................................110
12.La ripartizione dell’attivo.......................................................................................................116
13.La chiusura e la riapertura del fallimento...............................................................................122
14.Il concordato fallimentare.......................................................................................................127
15.Il fallimento delle società.......................................................................................................136
16.Le procedure di composizione negoziale delle crisi d’impresa...............................................140
17.Il “piano di risanamento attestato”..........................................................................................143
18.Gli accordi di ristrutturazione dei debiti.................................................................................145
19.Conclusioni............................................................................................................................159
20.Il concordato preventivo.........................................................................................................160
21.La liquidazione coatta amministrativa....................................................................................196
22.L’amministrazione coatta delle grandi imprese insolventi......................................................204
23.L’amministrazione straordinaria delle imprese di rilevanti dimensioni in stato di insolvenza.
....................................................................................................................................................220
24.Le procedure di composizione delle crisi da sovraindebitamento...........................................229
3
1. I caratteri del fallimento.
1.1 Definizione ed origini storiche del “diritto fallimentare”.
Per diritto fallimentare si intende comunemente l’insieme delle regole che disciplinano le
procedure concorsuali, quali il fallimento, il concordato preventivo, la liquidazione coatta
amministrativa e l’amministrazione straordinaria delle grandi imprese insolventi; tali regole sono
principalmente contenute nel regio decreto 16 marzo 1942 numero 267, ampiamente modificato.
Altre regole sono poi contenute nei codici ed in numerose leggi speciali.
La definizione sopra menzionata deve la sua origine al fatto che, anche storicamente, il primo
strumento specifico di soluzione della crisi del mercante insolvente è stato costituito dal
fallimento, la cui nascita, quale procedura concorsuale destinata al soddisfacimento di tutti i
creditori nel rispetto del principio di par condicio e mediante la liquidazione dell’intero
patrimonio del debitore insolvente, viene tradizionalmente fatta risalire all’esperienza giuridica
basso – medievale della società comune italiana a partire dal XIII secolo.
Nato come parte integrante del ius mercatorum, il diritto fallimentare ne seguì le sorti e con esso
si diffuse in Europa, finendo così per trasformarsi nei secoli successivi da diritto di classe in
diritto statuale, imposto dal monarca assoluto, come accadde in Francia, dove, con la celebre
Ordonnance du commerce del 1663, fu dettata la prima legislazione organica della materia
commerciale, comprendente anche quella fallimentare.
Il vero modello di tutti i codici ottocenteschi fu il Code de commerce napoleonico, elaborato fra il
1805 ed il 1806 nel clima delle idee liberali della rivoluzione francese, promulgato nel 1807,
entrato in vigore il 1° gennaio 1808 e pubblicato nel Regno italico il 17 luglio 1808; in esso la
materia fallimentare era contenuta nel libro terzo.
La legislazione francese passò, con poche modificazioni, nel codice albertino del 1842; e da qui
nei codici di commercio unitari del 1865 e del 1882, nei quali la materia fallimentare era
ugualmente contenuta nel libro terzo.
Venuta meno con la grande codificazione del 1842 l’autonomia formale del codice di commercio,
la disciplina del fallimento e delle altre procedure concorsuali fu definitivamente separata da
quella commerciale ed affidata ad una specifica legge entrata in vigore unitamente al codice civile
ed al codice di procedura civile il 21 aprile 1942; profondamente riformata dai testi normativi
menzionati e salvata, in quanto indispensabile, dall’articolo del decreto legislativo 1° dicembre
2009 numero 179 ed allegato 1.
1.2 I caratteri del fallimento: l’officiosità.
Il fallimento è la procedura concorsuale per eccellenza, destinata agli imprenditori commerciali
che vengano a trovarsi in stato di insolvenza (articolo 2221 del codice civile).
La sua natura è sempre stata controversa; lo stesso, infatti, a norma dell’articolo 6 della legge
fallimentare, può essere dichiarato tanto su ricorso di uno o più creditori, quanto su ricorso dello
4
stesso debitore, quanto infine su richiesta del Pubblico Ministero; in passato il tribunale aveva il
potere generale di dichiarare il fallimento anche d’ufficio; oggi questo potere gli è stato
formalmente tolto.
Una differenza importante fra esecuzione concorsuale ed esecuzione ordinaria consiste
innanzitutto nell’officiosità che caratterizza il fallimento, nel senso che la procedura non solo può
essere aperta anche indipendentemente dall’esistenza di un titolo esecutivo, ma, una volta aperta,
prosegue per impulso d’ufficio fino al suo epilogo nei modi previsti dalla legge fallimentare.
Con la sentenza dichiarativa di fallimento, il tribunale nomina un giudice delegato ed un curatore,
ai quali spetta il compito di condurre in porto il procedimento, attraverso le classiche fasi
dell’accertamento del passivo, dell’amministrazione, della liquidazione e del riparto delle attività
fallimentari.
Il procedimento non si arresta neppure nel caso in cui fra i beni compresi nel fallimento non vi sia
denaro sufficiente per le spese giudiziali per gli atti richiesti dalla legge; in questo caso, il
legislatore ha voluto che talune spese siano prenotate a debito ed altre siano anticipate dall’erario,
a partire dalla sentenza dichiarativa di fallimento fino alla chiusura della procedura.
Corrispondentemente, i creditori non hanno poteri di impulso della procedura; conservano,
tuttavia, ampi poteri di controllo sull’operato degli organi fallimentari, sia collettivamente a
mezzo dell’organo che li rappresenta, sia individualmente a mezzo del reclamo al giudice
delegato contro gli atti di amministrazione del curatore, a mezzo del reclamo al tribunale contro i
decreti del giudice delegato ed a mezzo del reclamo alla corte d’appello contro i decreti del
tribunale.
1.3 L’universalità oggettiva e l’unicità.
Con il fallimento, l’imprenditore insolvente è privato dell’amministrazione e della disponibilità
dei suoi beni esistenti alla data della dichiarazione.
A differenza dell’esecuzione ordinaria, il vincolo espropriativo non colpisce singoli beni, ma tutto
il patrimonio del debitore, compresi i rapporti giuridici, le facoltà, i diritti potestativi, la
contabilità relativa all’impresa; tale vincolo si estende ai beni che sono usciti dal patrimonio del
debitore a seguito di atti colpiti da azioni revocatorie ed ai beni sopravvenuti. In questa estensione
del vincolo espropriativo sta l’universalità oggettiva, che trova il proprio fondamento nel
principio più generale della responsabilità patrimoniale enunciato nell’articolo 2740 del codice
civile, secondo cui il debitore risponde dell’inadempimento delle obbligazioni con tutti i suoi beni
presenti e futuri.
Si può affermare che la disciplina del fallimento è quella che in maggior misura è diretta a dare
attuazione al menzionato precetto, il quale mira ad assicurare l’adempimento dell’obbligazione.
Fra il momento in cui sorge il credito e con esso la responsabilità patrimoniale e quello in cui il
creditore può far valere in concreto detta responsabilità vi è uno sfasamento concettuale e
5
temporale, dal momento che, prima di tradursi in un’azione espropriativa, l’obbligazione del
debitore deve venire a scadenza e deve rimanere inadempiuta ed il creditore deve far accertare il
suo credito e munirlo di un titolo esecutivo.
L’espropriazione fallimentare costituisce fra tutti gli strumenti predisposti dal legislatore per dare
attuazione al precetto di cui all’articolo 2740 del codice civile, quello più completo ed importante.
È poi intuitivo che al carattere dell’universalità oggettiva debba corrispondere anche quello
dell’unicità del fallimento: se l’espropriazione fallimentare coinvolge tutto il patrimonio del
debitore, lo stesso patrimonio non potrebbe essere coinvolto nel medesimo periodo di tempo in
due o più fallimenti.
Tuttavia, anche i principi di universalità oggettiva e di unicità del fallimento subiscono qualche
eccezione.
La prima è costituita dal fatto che, a norma dell’articolo 46 della legge fallimentare, alcuni beni
sono espressamente esclusi dall’espropriazione fallimentare.
La seconda, introdotta dalla riforma della legge fallimentare, consiste nel fatto che, per un vero, a
norma dell’articolo 104 ter comma 7 prima parte della legge fallimentare, il curatore, previa
autorizzazione del comitato dei creditori, può non acquisire all’attivo o rinunciare a liquidare uno
o più beni, se l’attività di liquidazione appaia non conveniente; per un altro verso, a norma
dell’articolo 42 comma 3 della legge fallimentare, il curatore, previa autorizzazione del comitato
dei creditori, può rinunciare ad acquisire i beni che pervengono al fallito durante la procedura
fallimentare qualora i costi da sostenere per il loro acquisto e la loro conservazione risultino
superiori al presumibile valore di realizzo dei beni stessi.
La terza eccezione è legata alla territorialità della legge fallimentare italiana, la quale, in
mancanza di convenzioni internazionali, non può produrre effetti al di fuori dei confini nazionali.
La conseguenza è duplice, sia per ciò che riguarda l’applicazione del principio di universalità
oggettiva con riferimento ai beni situati all’estero e soggetti all’ordinamento del forum rei sitae,
cioè alla sovranità dello Stato in cui si trovano; sia per ciò che riguarda l’applicazione del
principio di unicità con riferimento alla possibilità che l’imprenditore, che abbia all’estero la sede
principale od una o più sedi secondarie, possa essere dichiarato fallito tanto in Italia quanto
all’estero. A norma dell’articolo 9 commi 3 e 4 della legge fallimentare, l’imprenditore, che ha
all’estero la sede principale dell’impresa, può essere dichiarato fallito nella Repubblica italiana
anche se è stata pronunciata dichiarazione di fallimento all’estero, salve le convenzioni
internazionali e la normativa dell’Unione europea in materia; per fallire in Italia basta, quindi,
anche una sede secondaria. Quando l’imprenditore abbia più sedi in più Stati, ciascuno di questi,
constatata l’insolvenza, è legittimato ad applicare nei suoi confronti una procedura concorsuale
quale il fallimento. Tale possibilità costituisce eccezione sia al principio di universalità, per i
motivi visti in precedenza, sia al principio di unicità, che ne costituisce il corollario; e lascia
intendere quanto importante e necessario sia l’intervento di convenzioni internazionali in materia.
6
Un impegno generico ad avviare i negoziati intesi a garantire, fra l’altro, la semplificazione delle
formalità cui sono sottoposti il reciproco riconoscimento e la reciproca esecuzione delle decisioni
giudiziarie è contenuto anche nell’articolo 220, ora 293, del Trattato istitutivo della Comunità
Economica Europea. Sulla base di detta norma, dopo la firma del Trattato di Amsterdam del 1°
maggio 1999, il Consiglio dell’Unione europea ha adottato, con efficacia dal 31 maggio 2002, un
Regolamento relativo alle procedure di insolvenza, con il dichiarato obiettivo di stabilire, per le
materie in esso contemplate, regole di conflitto uniforme che sostituiscano le norme nazionali di
diritto internazionale privato, essendo stato ritenuto necessario, per un buon funzionamento del
mercato interno, dissuadere le parti dal trasferire i beni od i procedimenti giudiziari da uno Stato
ad un altro al fine di ottenere una migliore situazione giuridica. Il principio accolto è quello della
pluralità universale o dell’universalità limitata, caratterizzato dalla possibilità di aprire, accanto al
fallimento principale, uno o più fallimenti secondari, aventi lo scopo di liquidare i beni esistenti al
di fuori del territorio in cui è stata aperta la procedura principale.
A tutto questo occorre poi aggiungere che, più in generale, la legge 31 maggio 1995 numero 218
ha riformato il sistema italiano di diritto internazionale privato, determinando l’ambito della
giurisdizione italiana, ponendo i criteri per l’individuazione del diritto applicabile e disciplinando
l’efficacia delle sentenze e degli atti stranieri; ci si è chiesti, quindi, se ed in quale misura essa
abbia riformato anche il sistema del diritto internazionale fallimentare, integrando o modificando
la disposizione dell’articolo 9 della legge fallimentare.
Ove si ritenga che la legge di riforma del sistema italiano di diritto internazionale privato riguardi
anche la materia fallimentare, si potrebbe concludere che, una volta pronunciata la dichiarazione
di fallimento all’esterno, non sia più possibile per il giudice italiano procedere ad un’autonoma
dichiarazione di fallimento del medesimo soggetto, a meno che non difetti qualcuno dei requisiti
imposti dall’articolo 64 della legge numero 218.
1.4 L’universalità soggettiva.
Come sul piano oggettivo il fallimento coinvolge tutto il patrimonio del fallito, così sul piano
soggettivo la medesima procedura coinvolge tutti i suoi creditori: in questo coinvolgimento
consiste l’universalità soggettiva o generalità o concorsualità.
E come l’universalità oggettiva ha il suo fondamento nel principio di carattere generale enunciato
dall’articolo 2740 del codice civile, così l’universalità soggettiva ha il suo fondamento nell’altro
principio di carattere generale enunciato nell’articolo 2741 del codice civile, secondo cui i
creditori hanno eguale diritto di essere soddisfatti sui beni del debitore, salvo le cause legittime di
prelazione. I due principi si integrano a vicenda: proprio per il fatto che il debitore risponde verso
tutti i creditori dell’adempimento delle sue obbligazioni con tutto il suo patrimonio, ciascun
creditore ha diritto di essere soddisfatto su quel patrimonio a parità di condizioni rispetto agli altri.
7
Al di fuori del fallimento, il principio di par condicio creditorum può trovare attuazione solo fra i
creditori chirografari o privilegiati di pari grado che partecipano ad una stessa esecuzione forzata;
altrimenti vale il principio sintetizzato nel noto brocardo prior in tempore, potior in iure. Anche
nell’attuazione del principio di par condicio creditorum, il fallimento si distingue dalle altre forme
espropriative.
Intanto il fallimento apre il concorso dei creditori sul patrimonio del fallito: tutti i creditori
concorsuali, anche se titolari di diritti di prelazione; o di crediti a termine, pecuniari o non
pecuniari; o di crediti condizionali od a questi assimilabili, compresi i titolari di diritti reali o
personali su beni mobili ed immobili di proprietà od in possesso del fallito, sono invitati a
partecipare; e, qualora intendano farlo, devono sottoporre i loro diritti al controllo degli organi
fallimentari nelle forme dell’accertamento del passivo e dei diritti dei terzi disciplinate negli
articoli 83 e seguenti della legge fallimentare; se ammessi, diventano concorrenti.
Gli stessi creditori verso la massa, di cui agli articoli 111 comma 1 numero 1 e comma 2, nonché
182 quater della legge fallimentare, che sono creditori extra concorsuali, per essere soddisfatti,
devono assoggettarsi a tale verifica, con l’unica eccezione di quelli non contestati per
collocazione ed ammontare, anche se sorti durante l’esercizio provvisorio, e di quelli sorti a
seguito di provvedimenti di liquidazione di compensi dei soggetti nominati ai sensi dell’articolo
25, che, se contest
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.