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PARTE III: L’ORDINAMENTO DELL’UNIONE

EUROPEA

Il complesso di norme contenute nel TCE e nel TUE costituiscono un ordinamento autonomo rispetto

agli ordinamenti interni degli Stati membri e rispetto al diritto internazionale?

E’ da questo quesito che dobbiamo partire per capire quanto il diritto comunitario influisca sul diritto

dei Paesi membri e sulla vita dei cittadini dell’Unione.

Per quanto concerne tutto il contenuto del TCE, la Corte di giustizia ha affermato, in più di

un’occasione, che il diritto comunitario non solo risulta a se stante rispetto agli ordinamenti interni

agli Stati in quanto ne limita la sovranità seppur solo in alcuni settori, ma che vive come ordinamento

autonomo anche nei confronti di coloro che a tali norme sono sottoposti, in particolare rispetto ai

cittadini (Sentenza Van Gend & Loos del 1963 e sentenza Costa c.ENEL del 1964).

Un’analoga affermazione giurisprudenziale non si ha invece per quanto riguarda l’Unione Europea. Le

discipline del II e del III pilastro, infatti, sembrano delineare più che un ordinamento fuso con quello

comunitario, un nuovo ramo dell’ordinamento internazionale.

Il eliminando la struttura a pilastri e riconoscendo l’Unione Europea come

Trattato di Lisbona,

persona giuridica in forza della soppressione della CE, ha riconosciuto il diritto dell’Unione come

omnicomprensivo, come un grande unico ordinamento.

Come ogni ordinamento, anche quello comunitario ha un sistema di fonti di produzione del diritto.

Distinguiamo, a tal proposito, fonti primarie e fonti secondarie. Sono fonti di diritto primario il TCE e le

altre fonti che il TCE riconosce di pari natura.

Sono, invece, fonti di diritto secondario tutti gli atti che le istituzioni possono adottare in forza dello

stesso TCE. Tra i due livelli figurano anche fonti intermedie, che prevalgono sul diritto secondario.

Tra le fonti di diritto secondario o derivato troviamo tutta una serie di atti, molto spesso diversi tra

loro: regolamenti, direttive e decisioni. Non è previsto un ordine gerarchico, tuttavia è lo stesso TCE a

prevedere che vadano adottati in situazioni diverse, o meglio viene specificato quale tipo di atto andrà

adottato in determinate discipline.

Un’ulteriore distinzione è quella tra atti di PRIMO GRADO ed atti di SECONDO GRADO: tra questi vi è

una differenza del tutto gerarchica.

Quelli di secondo grado sono, infatti, subordinati ai primi. Non possono né abrogare né entrare in

contrasto con quelli di primo grado e devono rispettarne i principi di base, altrimenti l’atto di secondo

grado potrebbe essere annullato.

Gli atti di diritto derivato possono, tra l’altro, essere distinti in base all’istituzione dalla quale

provengono: Parlamento congiuntamente con il Consiglio, Commissione o solo Consiglio.

In genere, però, la Commissione può emanare atti solo in forza di una delega concessa dalle altre due

istituzioni: l’atto in tal caso non dovrà eccedere la delega, rispettandone i principi ed il campo di

operatività.

L’eventuale conflitto tra atti indipendenti di diverse istituzioni dovrà risolversi, in mancanza di una

norma specifica, ricollegandosi alla base giuridica dell’atto ed analizzando quale istituzione fosse

idonea ad emanare quel determinato atto.

Il ha introdotto una differenziazione tra atti giuridici che spiegheremo più avanti.

Trattato di Lisbona

FONTI DI DIRITTO PRIMARIO

Abbiamo già detto che fonte primaria per eccellenza è sicuramente il TCE, come emendato dai trattati

di revisione e di adesione che si sono succeduti nel tempo.

Sono, inoltre, fonti primarie anche i Protocolli allegati agli stessi Trattati, non solo quelli riferiti al TCE,

ma anche quelli inerenti la CECA (fino a che è stata in vigore) e la CEEA.

Inoltre, dopo una qualsiasi revisione dei trattati, solitamente vengono allegate delle DICHIARAZIONI,

che possono essere di due tipi:

1. Dichiarazioni della Conferenza, ossia di tutti gli Stati membri, che hanno funzione

interpretativa delle disposizioni dei trattati;

2. Dichiarazioni di uno o più Paesi membri, che possono essere prese in considerazione

dall’interprete, ma sottolineando che esse non provengono da tutti gli Stati.

Nello studio del TCE, almeno sotto il punto di vista tecnico, ci si domanda quale sia la NATURA

GIURIDICA dello stesso. Una risposta univoca è impossibile, ma sono state seguite due tesi diverse.

La prima vede il TCE come un TRATTATO INTERNAZIONALE: la struttura degli articoli, i procedimenti

seguiti, i destinatari dell’atto (gli Stati membri) che mantengono una propria autonomia (sovranità)

sono tutti fattori che riconducono il TCE ad un atto costitutivo di un’organizzazione sovrannazionale.

La seconda tesi, invece, vede il TCE come una vera e propria CARTA COSTITUZIONALE: il fatto che la

disciplina contenuta nel trattato sia inderogabile dagli Stati membri se non tramite revisione dello

stesso e l’operatività giurisdizionale di cui gode la Corte di Giustizia manifesterebbero, infatti, una

tendenza ad una carta costituzionale di tipo statuale.

E’ vero, però, che alle spalle del Trattato non vi è un unico Stato europeo di cui il trattato costituisca la

carta fondamentale. Potremmo concludere che la natura giuridica del TCE si può ritrovare a metà

strada tra le due definizioni appena date, essendo il TCE stesso una figura in corso di trasformazione.

Anche la Corte di Giustizia, tuttavia, tratta il TCE come una carta costituzionale. Essa tende sempre ad

un’interpretazione estensiva sia delle norme inerenti le quattro libertà di circolazione (merci, persone,

capitali e servizi), sia delle norme che attribuiscono competenze alla CE.

Al contrario la Corte tende ad interpretare restrittivamente tutte quelle norme che garantiscono agli

Stati membri di trattare le stesse materie in maniera parallela. Tra l’altro va sottolineato come la Corte,

tra i propri criteri interpretativi, adoperi quello dell’EFFETTO UTILE, interpretando una norma

sempre nel modo che più riconosce alla stessa la maggiore effettività possibile.

Il TCE può essere modificato in base alla PROCEDURA DI REVISIONE contenuta all’interno dell’art.48

TUE. La procedura presenta due fasi: una PREPARATORIA, cui partecipano le istituzioni dell’Unione ed

una DELIBERATIVA, cui partecipano gli Stati membri.

La fase preparatoria si apre con la consegna al Consiglio di un progetto di revisione da parte di uno

Stato membro o della Commissione. Il Consiglio deve esprimere parere favorevole alla convocazione di

una CIG per la discussione della revisione, sentito però il Parlamento Europeo.

Qualora il parere sia favorevole, il Presidente del Consiglio convoca la CIG (CONFERENZA

INTERGOVERNATIVA) e si passa alla fase deliberativa: le decisioni andrebbero prese all’unanimità e

senza che ad esse partecipi alcuna delle istituzioni dell’Unione. L’esito della CIG configura un nuovo

trattato, che i Paesi membri devono ratificare.

Nella prassi, però, anche all’interno della fase deliberativa gioca un ruolo chiave il Consiglio Europeo, il

quale si esprime sul trattato prima che questo venga sottoposto alla firma dei rappresentanti degli

Stati membri.

Il ha modificato anche la procedura di revisione: è previsto, infatti, che il

Trattato di Lisbona

Consiglio si pronunci a maggioranza semplice su una proposta di revisione proveniente o da uno Stato

membro, o dal Parlamento o dalla Commissione e che convochi una CONVENZIONE all’interno della

quale siedono anche rappresentanti delle istituzioni (è stato preso spunto dalla Convenzione sul futuro

dell’Europa): essa esprimerà una raccomandazione sulla proposta di revisione, della quale la CIG che

deciderà dovrà tener conto.

Il potere di revisione, tra l’altro, sembra essere, a norma dell’art.48, illimitato. Più volte, però, la Corte

di Giustizia ha sancito come inviolabili alcuni principi comunitari, quali quelli inerenti la libera

circolazione o la concorrenza, o comunque i principi generali del diritto comunitario.

Il accanto alla procedura di revisione ordinaria, ha introdotto due PROCEDURE

Trattato di Lisbona,

SEMPLIFICATE DI REVISIONE: la seconda di queste prevede l’aumento dei casi di decisione a

maggioranza semplificata da parte del Consiglio e del Consiglio Europeo, ed i casi di procedura

legislativa ordinaria. Le modifiche saranno adottate con decisione all’unanimità del Consiglio, tenendo

conto del parere conforme del Parlamento e senza ratifica dei Parlamenti nazionali.

Un altro procedimento di revisione dei trattati lo ritroviamo all’interno dell’art. 49 del TUE, il quale

disciplina l’ADESIONE di nuovi Stati. Può presentare domanda di adesione all’Unione ogni Stato

europeo in senso geografico e che rispetti, al proprio interno, principi di libertà, democrazia, rispetto

dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e dello stato di diritto.

La procedura è anch’essa suddivisa in due fasi, la prima delle quali è sicuramente più rilevante rispetto

alla procedura di revisione trattata dall’art. 48 TUE, in quanto la domanda di adesione deve essere

approvata all’unanimità dal Consiglio, previa consultazione della Commissione e parere conforme del

Parlamento.

Occorre, quindi, il consenso del Parlamento e del Consiglio per accettare tale adesione. Solo nella

seconda fase gli Stati membri si occupano di modificare i trattati in base all’adesione dei nuovi Paesi,

ma si tratta di modifiche minori.

Anche tale procedura, nella prassi, ha subito notevoli modifiche: le due fasi si svolgono

contemporaneamente e tutta la procedura è seguita e coordinata dal Consiglio Europeo.

Inoltre la prima fase è preceduta da negoziati pre-adesione, all’interno dei quali gli Stati candidati

devono dimostrare di rispondere ad alcuni criteri (criteri politici, economici, criteri relativi all’acquis

comunitario). Solo in un secondo momento si può passare alla prima fase.

Il ha mantenuto questa procedura, prevedendo soltanto come innovazione che

Trattato di Lisbona

sia il Consiglio Europeo a dettare i criteri da rispettare, di cui le istituzioni devono tener conto. Inoltre

è stato introdotto il diritto di recesso unilaterale da parte di uno Stato membro.

Va sottolineato come, se considerassimo il TCE come un semplice trattato internazionale, gli Stati

membri potrebbero anche non attenersi al dettaglio della procedura di revisione per modificarlo, ma

basterebbe l’accordo unanime.

Nell’ottica, invece, di carta costituzionale risulta necessaria l’osservazione dell’art. 48 TUE per la

modifica del TCE.

La Corte di Giustizia non si è mai potuta pronunciare sull’argomento, ma seguendo la sua

giurisprudenza possiamo notare come si orienterebbe verso l’impossibilità della modifica nella

mancata osservanza dell’art. 48 TUE.

Infine dobbiamo analizzare come il TCE sia mutato dal momento in cui è entrato in vigore il TUE. Tra

essi non vi è mai stato un rapporto gerarchico, ma bisogna riconoscere che con l’entrata in vigore del

TUE, il TCE ha perso la natura di carta fondamentale autonoma, in quanto è entrato a far parte di un

complesso di trattati, di cui è il più importante, che fanno parte del TUE.

Il ha sottolineato ancora maggiormente questa dipendenza, attuando una

Trattato di Lisbona

differenziazione tra TUE, in cui sono comprese le norme più importanti, e TF (trattato sul

funzionamento dell’Unione Europea) che ha sostituito il TCE, il quale reca norme di minore

importanza. I due trattati (TUE & TF), tuttavia, hanno pari natura giuridica.

PRINCIPI GENERALI DEL DIRITTO

Abbiamo già definito le FONTI INTERMEDIE, quelle cioè che si trovano a metà strada tra fonti primarie

e fonti secondarie. Tra queste rientrano, sicuramente, i PRINCIPI GENERALI DEL DIRITTO, la cui

tipologia è abbastanza ampia.

Una prima categoria è costituita dai PRINCIPI GENERALI DEL DIRITTO COMUNITARIO, i quali vengono

espressi, esplicitamente o implicitamente, all’interno del TCE e godono di una notevole importanza.

Un esempio è dato dal PRINCIPIO DI NON DISCRIMINAZIONE, tutelato all’interno di diversi articoli del

TCE e che non permette agli Stati membri di attuare distinzioni di alcun tipo tra gli stessi cittadini.

La Corte di Giustizia, inoltre, ha fatto in modo che alle discriminazioni palesi si aggiungessero le

discriminazioni occulte, ossia quelle che pur essendo basati su principi diversi, portano comunque allo

stesso risultato di quelle palesi configurando una vera e propria discriminazione.

Il principio di non discriminazione gode, tra l’altro, di una propria AUTONOMIA, nel senso che può

essere applicato anche in situazione non specificatamente previste dalle norme del TCE. La Corte di

Giustizia ha, invece, respinto il fatto che nel campo di applicazione del suddetto principio rientrino le

DISCRIMINAZIONI ALLA ROVESCIA, ossia quelle nate quando un principio comunitario entra a far

parte del diritto interno di uno Stato membro: un cittadino di un Paese dell’Unione non può evocare la

discriminazione attuata nei propri confronti perché magari un cittadino comunitario di un diverso

Stato membro gode di un più vantaggioso diritto.

La Corte ha, infatti, previsto che sia il legislatore interno a sanare le differenze, perché in contrasto con

il principio di eguaglianza rispetto ad altri cittadini comunitari.

Altri principi generali del diritto comunitario sono, senza dubbio, quello della LIBERA CIRCOLAZIONE

e quello della TUTELA GIURISDIZIONALE EFFETTIVA. Anch’essi rappresentano fonti intermedie e per

tal motivo prevalgono sulle fonti secondarie, ma non sui trattati, che costituiscono fonti primarie.

Una seconda categoria di fonti intermedie è costituita dai PRINCIPI GENERALI DEL DIRITTO COMUNI

AGLI ORDINAMENTI DEGLI STATI MEMBRI. In tal caso, quindi, si tratta di principi accolti a livello

comunitario dopo un esame parallelo degli ordinamenti nazionali.

Tra i principi comuni ritroviamo:

☺ Principio di LEGALITA’, secondo cui ogni potere esercitato dalle istituzioni deve trovare nei

trattati la propria fonte legittimante;

☺ Principio della CERTEZZA DEL DIRITTO, in base al quale chi è tenuto al rispetto di una norma

giuridica deve essere messo nella condizione di conoscerla e poterla rispettare;

☺ Principio del LEGITTIMO AFFIDAMENTO, che impone alle modifiche normative improvvise di

essere giustificate da un interesse generale;

☺ Principio del CONTRADDITTORIO, secondo cui l’autorità comunitaria che intende assumere un

provvedimento nei confronti di un singolo deve concedergli di esprimere il proprio punto di

vista;

☺ Principio di PROPORZIONALITA’, in base al quale l’autorità può limitare diritti dei singoli SOLO

nel raggiungimento di un interesse pubblico e prevedendo atti necessari a tal fine, che non

facciano subire ai singoli sacrifici superflui.

Tra i principi generali del diritto comuni agli ordinamenti degli Stati membri vi è una particolare

categoria che merita una trattazione separata, ossia quella della PROTEZIONE DEI DIRITTI

FONDAMENTALI DELL’UOMO.

In origine il Trattato non sanciva l’intangibilità di tali diritti. Nel 1973, con la sentenza Frontini, la

Corte Costituzionale italiana decide che non possono essere ammessi all’interno del nostro

ordinamento principi comunitari che entrino in contrasto con i diritti fondamentali dell’uomo tutelati

all’interno della nostra carta costituzionale.

La Corte Costituzionale sottolinea di non potersi esprimere sulla legittimità dell’atto comunitario, in

quanto non rientra nelle proprie competenze a norma dell’art.134 della Costituzione italiana, ma potrà

esprimersi a favore dell’incostituzionalità della legge di ratifica del Trattato e dell’ordine di esecuzione

in essa contenuto. La Corte, quindi, minaccia di dichiarare incostituzionale e quindi di disapplicare

l’intero trattato.

Nel 1974 anche la Corte costituzionale tedesca attua una decisione simile, addirittura spingendosi

oltre e sindacando sulla legittimità dell’atto comunitario perché in contrasto con la costituzione

federale tedesca. Le due decisioni rischiano, a quel punto, di minare l’intero sistema di diritto

comunitario.

La Dichiarazione Comune del PE, del Consiglio e della Commissione del 1977 sancisce il rispetto dei

diritti fondamentali, ma non è in alcun modo un atto di valore giuridico, e pertanto risulta inidoneo a

produrre effetti. E’ semplicemente una presa di posizione, a favore della salvaguardia dei diritti

fondamentali dell’uomo, da parte delle istituzioni.

Con la sentenza NOLD del 1974 la Corte di Giustizia aveva però già previsto che i diritti fondamentali

venissero tutelati all’interno dell’ordinamento comunitario in quanto rientranti nei principi generali

del diritto, di cui fonte di ispirazione erano le tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri ed i

trattati internazionali sui diritti dell’uomo.

Le tradizioni costituzionali comuni ed i trattati internazionali di cui parla la Corte di Giustizia, però,

non hanno valore normativo immediato e pertanto non vincolano la Corte, anche per quanto riguarda

la CONVENZIONE EUROPEA PER LA SALVAGUARDI DEI DIRITTI DELL’UOMO E DELLE LIBERTA’

FONDAMENTALI, firmata a Roma nel 1950.

Benché la Corte si sia espressa più volte a favore della Convenzione, questo non basta a renderla

vincolante nei confronti della Comunità.

Il ha previsto, infatti, che l’Unione aderisca alla Convenzione, mantenendo però

Trattato di Lisbona

inalterate le proprie competenze definite nei trattati.

Il fatto di considerare il diritto fondamentali come rientranti nei principi generali del diritto

comunitario, infatti, dava ampio spazio al ruolo della Corte di Giustizia, che poteva, in maniera del tutto

flessibile, dare maggior rilievo a determinati diritti fondamentali, escludendone degli altri, data

l’assenza di un documento scritto che fosse un atto normativo al quale fare riferimento. Ecco che

quindi nel 1999 si decide di promuovere l’elaborazione di una CARTA DEI DIRITTI FONDAMENTALI

DELL’UNIONE EUROPEA, che riassuma tutti quelli che sono i diritti fondamentali accolti a livello

comunitario.

Alla realizzazione di un così importante documento partecipano i rappresentanti degli Stati, ma anche

quelli delle istituzioni comunitarie. La CARTA viene proclamata dai Presidenti di Commissione, PE e

Consiglio in occasione del Consiglio Europeo di Nizza del 2000.

I tre presidenti non perdono occasione per emendarla anche in occasione della firma del Trattato di

Lisbona.

Tale CARTA ha, più che un valore normativo, un valore documentale, in quanto appare come un

riassunto di quelli che sono i diritti fondamentali, prendendo spunto anche dalla Convenzione di Roma

del 1950.

Viene prevista anche una CLAUSOLA DI COMPATIBILITA’, che garantisca, qualora la CARTA stessa non

sia sufficiente, l’applicazione di altri documenti internazionali (es. CONVENZIONE di Roma del 1950)

che meglio salvaguardino determinati diritti. Contrariamente, però, agli auspici iniziali, la Carta è priva

di un proprio valore normativo quale FONTE AUTONOMA DEL DIRITTO: essa è più che altro uno

strumento interpretativo.

Il progetto di Costituzione dell’Unione prevedeva la completa adesione alla Convenzione di Roma del

1950, il che non è avvenuto, neanche con il Trattato di Lisbona.

FUNZIONE DEI PRINCIPI GENERALI

Ma qual è la funzione dei principi generali del diritto?

Essi fungono anzitutto da CRITERI INTERPRETATIVI delle altre fonti del diritto comunitario: tanto i

trattati quanto gli atti delle istituzioni devono essere interpretati il più coerentemente possibile con i

principi generali.

Inoltre i principi generali sono il PARAMETRO DI LEGITTIMITA’ PER GLI ATTI DELLE ISTITUZIONI:

essi possono essere annullati o invalidati per violazione di un principio comunitario di diritto.

I principi generali operano anche come PARAMETRODI LEGITTIMITA’ PER ALCUNI COMPORTAMENTI

DEGLI STATI MEMBRI: i Paesi dell’Unione, infatti, anche nell’applicare le norme di un trattato o

dell’atto di un’istituzione devono rispettare tali principi ed i diritti fondamentali.

Ovviamente per contestare ad un Paese membro la violazione di un principio occorre un

COLLEGAMENTO TRA IL COMPORTAMENTO DELLO STATO MEMBRO ED IL DIRITTO COMUNITARIO:

la violazione, in poche parole, deve scaturire dall’attuazione, da parte dello Stato in questione, di un

atto comunitario o quantomeno il comportamento deve riguardare un settore di competenza

comunitaria, altrimenti la Corte di Giustizia non potrà esercitare la propria competenza per assicurare

l’osservanza di tali principi (esempio: sentenza Grogan 1991).

Solo in caso di “rischio di violazione grave” o di “violazione grave e persistente” di un principio

generale può mancare il collegamento tra comportamento degli Stati membri e diritto comunitario.

Il rispetto dei principi generali vale anche per le materie del II e dell’ex III pilastro.

IL DIRITTO INTERNAZIONALE GENERALE E GLI ACCORDI INTERNAZIONALI

La Comunità, avendo personalità giuridica, è un vero e proprio SOGGETTO DI DIRITTO

INTERNAZIONALE e come tale può stringere accordi con Stati terzi ed entrare a far parte di

organizzazioni sovrannazionali.

Lo stesso non si poteva dire dell’Unione, che non era qualificata come persona giuridica all’interno di

nessun trattato e nei settori non comunitari (II & III pilastro) non poteva stringere autonomamente

accordi.

Il ha sopperito a tale mancanza qualificando l’Unione come persona giuridica.

Trattato di Lisbona

Ovviamente sia la Comunità dapprima, che l’Unione oggi hanno il dovere di rispettare il diritto

internazionale generale, salvo andare incontro a spiacevoli inconvenienti nei confronti degli Stati terzi

con cui vi erano degli accordi.

Va sottolineato che un Paese membro, tuttavia, non può in alcun modo pretendere nei propri confronti

il rispetto di un accordo di diritto internazionale, in quanto esso fa parte dell’Unione ed è quindi

sottoposto a disciplina comunitaria.

Va ricordato, inoltre, che la funzione del diritto internazionale generale è la medesima dei principi

generali del diritto comunitario: esso serve, infatti, come criterio interpretativo, nel senso che una

norma comunitaria va applicata tenendo presente quelli che sono gli accordi internazionali stipulati

dalla Comunità o, prossimamente, dall’Unione.

Gli accordi internazionali con Stati terzi che risultano essere più rilevanti rispetto all’ordinamento

comunitario sono di tre tipi:

1. Accordi internazionali conclusi da Stati membri;

2. Accordi internazionali conclusi dalla Comunità;

3. Accordi internazionali conclusi da Stati membri e Comunità (accordi misti);

Partiamo dai primi: ACCORDI INTERNAZIONALI CONCLUSI DA STATI MEMBRI.

Essi continuano a vincolare lo Stato membro nei confronti dello Stato terzo innanzitutto se l’accordo

internazionale è stato stipulato prima di un Trattato. Secondariamente il TCE ha riconosciuto, tramite

una clausola di compatibilità, che il Paese membro contraente dell’accordo internazionale è tenuto a

rispettare tanto tale accordo, quanto il trattato comunitario.

Addirittura se la materia oggetto del suddetto accordo rientra nella competenza comunitaria, non solo

lo Stato membro interessato, ma l’intera Comunità saranno tenuti a rispettarlo. Lo Stato membro, tra

l’altro, può sottrarsi alla disciplina comunitaria SOLO nella misura in cui ciò sia utile al rispetto

dell’accordo.

Passiamo ai secondi: ACCORDI INTERNAZIONALI CONCLUSI DALLA COMUNITA’.

Anche la Comunità, come abbiamo visto, godendo di personalità giuridica può concludere

autonomamente degli accordi con Stati terzi o organizzazioni internazionali, benché essa abbia pur

sempre un limite di competenza esterna dettato dagli stessi trattati.

Analizziamo i terzi: ACCORDI MISTI

Inizialmente alcuni Stati terzi non riconoscevano come persona giuridica la Comunità ed occorreva la

partecipazione dei vari Stati membri alla stipulazione di accordi internazionali. Oggi, invece, gli accordi

misti vengono stipulati sempre più frequentemente, specie riguardo a materie oggetto di competenza

concorrente tra Stati membri e Comunità.

Sotto il profilo del VALORE GIURIDICO gli accordi internazionali sono VINCOLANTI per le istituzioni

comunitarie e per gli Stati membri: ciò significa che né le une, né gli altri, né tanto meno entrambi

congiuntamente potranno adottare atti che non rispettino gli accordi conclusi dalla Comunità.

Ciò significa che anche gli accordi internazionali fungono da PARAMETRO DI LEGITTIMITA’ degli atti

delle istituzioni. Questo è senza dubbio vero ma NON SEMPRE. Esistono taluni accordi internazionali

che non possono fungere da parametro di legittimità per via della loro flessibilità: un esempio

considerevole è l’ACCORDO ISTITUTIVO DELL’OMC (ORGANIZZAZIONE MONDIALE DEL

COMMERCIO), che la Corte di Giustizia non può usare come parametro di legittimità di atti comunitari,

almeno che gli atti stessi SIANO ADOTTATI PER DARE ESECUZIONE AGLI OBBLIGHI DERIVANTI DA

TALI ACCORDI oppure RICHIAMINO ESPRESSAMENTE DETERMINATE DISPOSIZIONE

DELL’ACCORDO OMC. Un altro esempio è dato dalla Convenzione delle NAZIONI UNITE di Montego

Bay del 1982 sul diritto del mare.

GLI ATTI DELLE ISTITUZIONI

Gli atti delle istituzioni possiamo distinguerli in TIPICI ed ATIPICI.

Sono classificabili come atti tipici tutti quelli contemplati direttamente dall’art. 249 TCE.

Per atti atipici, invece, si intendono quegli atti che pur non corrispondendo a quanto previsto dall’art.

249 TCE, hanno la stessa denominazione.

Un esempio di atto tipico è il BILANCIO della Comunità, atto produttivo di effetti vincolanti, tanto da

poter essere impugnato dinanzi alla Corte di Giustizia.

Un esempio di atto atipico è dato dal potere del Consiglio di deliberare l’istituzione di camere

giurisdizionali di primo grado tramite DECISIONI, non corrispondenti alle decisioni di cui parla l’art.

249.

Accanto agli atti atipici, inoltre, ritroviamo tutta una serie di atti che si sono affermati nella prassi,

specie per opera della Commissione in tema di concorrenza ed aiuti di stato alle imprese.

La Commissione, infatti, per orientare i comportamenti di imprese (per la concorrenza) e di Stati

membri (per gli aiuti di Stato) pubblica delle Comunicazioni (anche dette linee direttive, orientamenti)

per comunicare come attuare le norme contenute nel trattato in riferimento a specifiche fattispecie.

Le comunicazioni, in realtà, NON HANNO VALORE NORMATIVO, ma sono pur sempre atti della

Commissione, da cui la stessa non può discostarsi nell’analisi di casi singoli.

Gli atti tipici di cui parla l’art. 249 TCE sono cinque: DIRETTIVE, REGOLAMENTI, DECISIONI, PARERI E

RACCOMANDAZIONI.

Sono ATTI VINCOLANTI, con i quali le istituzioni pongono nuovi obblighi a carico dei destinatari, le

decisioni, le direttive e i regolamenti.

Sono ATTI NON VINCOLANTI i pareri e le raccomandazioni, con cui l’istituzione mira ad ottenere che i

destinatari si orientino spontaneamente verso una linea guida conforme all’interesse generale

comunitario.

Tra gli atti vincolanti dobbiamo poi distinguere quelli di natura AMMINISTRATIVA, ossia le decisioni,

che hanno portata individuale, da quelli di natura NORMATIVA, ossia i regolamenti e le direttive, che

hanno portata generale ed introducono nuove norme o ne abrogano/modificano delle altre.

Molto spesso sono gli stessi trattati a prevedere quale tipo di atto l’istituzione, per assolvere il proprio

compito, debba adottare. Altrettanto soventemente il trattato nulla prevede circa la natura dell’atto,

lasciando ampio spazio all’autonomia dell’istituzione.

REGOLAMENTI

Il regolamento è un ATTO VINCOLANTE NORMATIVO. Esso, quindi, ha portata generale ed introduce

nuove norme (o le abroga/modifica) all’interno dell’ordinamento comunitario e quindi degli Stati

membri.

Esso è previsto dall’art. 249 TCE comma 2 e pertanto è un ATTO TIPICO. Il regolamento è obbligatorio

in tutti i suoi elementi e direttamente applicabile negli Stati membri. Riassumiamone, quindi, le

caratteristiche:

☺ PORTATA GENERALE: ha natura normativa e non è rivolto a soggetti specifici in funzione della

loro situazione individuale. Può capitare che sia rivolto ad un numero stretto di soggetti

all’interno dell’Unione, ma non per questo perde la propria portata generale. Qualora avesse

☺ portata individuale, qualsivoglia persona fisica e giuridica potrebbe impugnarlo dinanzi alla

Corte di Giustizia attraverso un ricorso d’annullamento.

☺ OBBLIGATORIETA’ INTEGRALE: il regolamento va applicato nella sua interezza. Gli Stati

membri non possono decidere di applicarne una parte, lasciando il resto inapplicato. Non è

possibile, quindi, l’applicazione parziale;

☺ DIRETTA APPLICABILITA’, la quale presenta due profili distinti:

1. L’ADATTAMENTO DEGLI ORDINAMENTI INTERNI AGLI STATI MEMBRI: il

regolamento, sin dall’emanazione dello stesso, si adatta automaticamente agli

ordinamenti nazionali degli Stati membri. Gli Stati, pur volendo, non possono

ratificarlo tramite una legge interna, perché in tal modo non farebbero altro che

trasformarlo in un provvedimento interno. Diverso è il caso in cui lo stesso

regolamento preveda che siano gli Stati membri ad adottare provvedimenti nazionali

INTEGRATIVI;

2. EFFICACIA DIRETTA: il regolamento produce effetti diretti nei confronti non solo

degli Stati membri, ma anche dei singoli, a cui attribuisce diritti che i giudici

nazionali devono tutelare.

Il regolamento deve rispettare dei requisiti formali: deve essere MOTIVATO e fare RIFERIMENTO A

PROPOSTE E PARERI PREVISTI OBBLIGATORIAMENTE. Esso è firmato dal Presidente del Consiglio e

dal Presidente del Parlamento, qualora l’atto provenga dalle due istituzioni; solo dal Presidente del

Consiglio, qualora il regolamento scaturisca dal solo Consiglio.

E’ pubblicato nella GAZZETTA UFFICIALE DELL’UNIONE EUROPEA (ex GUCE) ed entra in vigore 20

giorni dopo la pubblicazione, salvo diversa previsione.

DIRETTIVE

La direttiva è un ATTO TIPICO, in quanto previsto dal terzo comma dell’art.249 TCE, VINCOLANTE

NORMATIVO, in quanto introduce nuove norme (o le abroga/modifica) all’interno dell’ordinamento

comunitario e quindi degli Stati membri.

Essa vincola lo Stato membro cui è rivolta per quanto riguarda il risultato da raggiungere, mentre resta

agli organi nazionali la competenza in merito alla forma ed ai mezzi.

Notiamo, quindi, come la direttiva abbia portata individuale e non generale, in quanto rivolta a

destinatari definiti. Talune volte, però, la direttiva può essere rivolta a tutti i Paesi membri, ed in tal

caso si parla di DIRETTIVA GENERALE.

Tuttavia le misure di attuazione delle direttive hanno portata generale ed è per tal motivo che la

direttiva rappresenta uno STRUMENTO DI NORMAZIONE IN DUE FASI.

La PRIMA FASE si ha a livello comunitario, dove vengono fissati principi ed obiettivi generali, mentre

la SECONDA FASE è decentrata a livello nazionale, dove spetta allo Stato membro attuare la disciplina

contenuta nella direttiva.

Anche la direttiva ha dei caratteri propri, così come abbiamo visto per il regolamento. Tra questi figura

l’OBBLIGATORIETA’ INTEGRALE: pur imponendo solo e solamente un obbligo di risultato, la direttiva

deve essere attuata totalmente e non è suscettibile di applicazione parziale.

Abbiamo visto che i regolamenti, oltre al suddetto carattere, presentavano anche quello della DIRETTA

APPLICABILITA’ sotto due diversi punti di vista: sotto il profilo dell’adattamento immediato agli

ordinamenti interni e sotto il profilo dell’efficacia diretta, essendo possibile attuare gli stessi anche in

mancanza di misure di attuazione.

E’ facile capire che, in linee generali, la direttiva non gode di applicabilità diretta perché non può avere

un adattamento immediato, data la necessità d’intervento dei legislatori nazionali. Per quanto riguarda

il secondo profilo, però, dobbiamo chiarire che ANCHE la direttiva può avere EFFICACIA DIRETTA, che

però differentemente da ciò che avviene per i regolamenti, non è presunta, ma deve soddisfare alcune

condizioni temporali e sostanziali individuate dalla Corte di Giustizia.

Ogni Stato membro, infatti, ha l’OBBLIGO DI ATTUAZIONE della direttiva: esso può evitare di

applicarla all’interno dell’ordinamento nazionale solo qualora riesca a dimostrare che la propria legge

interna si ispiri già autonomamente alla normativa prevista dalla direttiva.

Inoltre l’obbligo di attuazione va adempiuto entro un determinato TERMINE previsto dalla stessa

direttiva, che può variare da pochi mesi ad anni, a seconda delle difficoltà che l’adattamento agli

ordinamenti interni potrebbe incontrare.

Il termine, però, è perentorio e non è possibile addurre giustificazioni di alcun tipo. In pendenza del

termine, però, lo Stato membro non può in alcun modo adottare provvedimenti legislativi in contrasto

con la direttiva o che possano ostacolarne l’attuazione (OBBLIGO DI STANDSTILL o di NON

AGGRAVAMENTO).

Secondo quanto abbiamo detto la scelta delle forme e dei mezzi per attuare la direttiva spetta agli Stati

ai quali è rivolta; tuttavia tale scelta non è libera, in quanto è necessario che il legislatore nazionale

tenga conto della gerarchia delle fonti di diritto interna: egli non può in alcun modo attuare la direttiva

tramite mezzi inefficaci (se per esempio la direttiva interviene su una materia già disciplinata da legge

ordinaria, occorrerà una successiva legge ordinaria per attuarla e non un semplice regolamento, che

sarebbe di grado gerarchico inferiore).

Capita, tuttavia, che la stessa direttiva non descriva solo il risultato da raggiungere, ma anche i mezzi e

le forme per farlo: si tratta delle cosiddette DIRETTIVE DETTAGLIATE, molto spesso paragonate

impropriamente ai regolamenti.

Anche la direttiva deve rispettare determinati REQUISITI: deve essere anch’essa motivata. Tuttavia è

previsto che SOLO le direttive adottate congiuntamente da Parlamento e Consiglio, o quelle adottate

solo dal Consiglio o solo dalla Commissione e rivolte a tutti gli Stati membri vadano pubblicate sulla

Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea, ed entrano in vigore dopo venti giorni, salvo diverso termine

previsto.

Le altre direttive sono notificate direttamente ai destinatari ed entrano in vigore con la notificazione.

DECISIONI

Le decisioni sono ATTI TIPICI, in quanto previsti dal quarto comma dell’art.249 TCE, ed ATTI

VINCOLANTI AMMINISTRATIVI.

Così come i regolamenti e le direttive, anche le decisioni sono vincolanti nella loro interezza

(obbligatorietà integrale). Hanno, invece, a differenza dei regolamenti, portata individuale, potendo

vincolare NON SOLO singoli Stati membri, ma anche singoli soggetti all’interno dell’Unione.

Le decisioni rivolte agli Stati membri possono imporre OBBLIGHI DI FACERE (e l’attuazione è uguale a

quella delle direttive, seppur venga lasciato un ambito di operatività più ristretto rispetto alle stesse),

oppure OBBLIGHI DI NON FACERE, imponendo dei divieti.

Le decisioni possono essere, inoltre, rivolte ai singoli. I casi più importanti li ritroviamo quando la

Commissione impone le proprie decisioni nell’ambito della disciplina della concorrenza, comminando

sanzioni il più delle volte pecuniarie (sanzioni, quindi, amministrative).

La decisione costituisce titolo esecutivo e sarà possibile ottenere l’esecuzione forzata.

I requisiti formali sono gli stessi previsti per le direttive rivolte solo ad alcuni Stati membri: vengono

notificate ai destinatari ed hanno efficacia in virtù della notifica.

GLI ATTI DEL SECONDO E TERZO PILASTRO

Cominciamo analizzando quelli che sono gli atti del III pilastro. L’art.34 TUE elenca quattro tipi di atti:

1. POSIZIONI COMUNI: definiscono l’orientamento, le linee direttrici dell’Unione in merito ad una

questione specifica;

2. DECISIONI QUADRO: servono, così come le direttive comunitarie, per ravvicinare le normative

degli Stati membri. Anch’esse, al pari delle direttive comunitarie, obbligano i destinatari nel

risultato, non nei mezzi e nella forma, che vengono lasciati all’autonomia degli Stati destinatari

dell’atto. Al contrario delle direttive, però, per le quali il problema è stato risolto dalla

giurisprudenza della Corte di Giustizia, NON HANNO EFFICACIA DIRETTA;

3. DECISIONI: sono vincolanti e non hanno efficacia diretta. Hanno, invece, obbligatorietà

integrale, altrimenti sarebbero uguali alle decisioni-quadro. Mentre per le decisioni-quadro

l’attuazione è affidata agli Stati membri, in questo caso l’attuazione è nelle mani del Consiglio,

che delibera a maggioranza qualificata. Possono perseguire qualsiasi obiettivo, tranne

ravvicinare le normative degli Stati membri, per il cui compito esistono già le decisioni-quadro;

4. CONVENZIONI: il Consiglio ne approva il testo, ma spetta agli Stati membri entro un

determinato tempo ratificarle secondo le rispettive norme costituzionali. Basta che a ratificarle

siano la metà degli Stati membri, nei confronti dei quali le convenzioni vengono applicate.

sono tutti atti del CONSIGLIO e anche all’interno del III PILASTRO c’è la possibilità di

NOTA BENE:

concludere accordi internazionali.

Passiamo ad analizzare gli atti del II pilastro, quelli relativi alla PESC. In tal caso, però, gli atti si

differenziano notevolmente da quelli comunitari. Sono previste 4 categorie:

1. STRATEGIE COMUNI (art.13 TUE): si tratta di atti di altissima politica decisi dal Consiglio

Europeo su proposta del Consiglio, che provvederà, oltretutto, ad attuarli. Costituiscono le

linee guida su cui l’Unione deve muoversi nel settore della politica estera;

2. AZIONI COMUNI (art.14 TUE): esse affrontano situazioni specifiche in cui è necessario un

intervento dell’Unione. Si estrinsecano in azioni concrete, differentemente dai pareri comuni.

Sono vincolanti per tutti gli Stati membri. Atto del Consiglio;

3. PARERI COMUNI (art.15 TUE): definiscono l’approccio dell’Unione ad una questione geografica

o tematica. Non sono vincolanti e non riguardano questioni operative. Atto del Consiglio;

4. ACCORDI INTERNAZIONALI (art.24 TUE).

ATTI DELLE ISTITUZIONI NEL TRATTATO DI LISBONA

Già da tempo si avvertiva il bisogno di una differenziazione del sistema delle fonti del diritto

dell’Unione Europea. Occorreva, infatti, distinguere le istituzioni incaricate di emanare atti

amministrativi, da quelle addette all’emanazione di atti normativi.

Bisognava fare una distinzione tra le diverse procedure decisionali, optando per quelle maggiormente

complesse per gli atti legislativi (procedura di codecisione) e garantendo procedure semplificate agli

atti amministrativi.

La Costituzione europea avrebbe garantito una perfetta distinzione, ma come ben sappiamo il progetto

è stato abbandonato.

Il non ha modificato la tipologia di atti giuridici delle istituzioni, che resta quella

Trattato di Lisbona

dell’art.249 TCE, ma ha introdotto una distinzione tra ATTI LEGISLATIVI E ATTI NON LEGISLATIVI.

In realtà la categoria degli atti NON legislativi è molto eterogenea: ne fanno parte atti che a livello

interno avrebbero assunto la forma di atti amministrativi, tanto quanto ne fanno parte atti che nel

nostro ordinamento interno avrebbero assunto la forma di atti costituzionali (es. le decisioni del

Consiglio circa la composizione del Parlamento Europeo).

Il Trattato ha, inoltre, disciplinato gli atti di secondo grado, distinguendone le funzioni rispetto a quelli

di primo ed ha, infatti, introdotto la distinzione tra ATTI DELEGATI ed ATTI DI ESECUZIONE.

Tutti gli atti, comunque, sono stati semplificati sotto il profilo della tipologia per via della soppressione

della struttura a pilastri.

Abbiamo già detto che non saranno introdotto nuovi atti, ma semplicemente la distinzione tra ATTI

LEGISLATIVI e ATTI NON LEGISLATIVI.

Il nuovo art. 288 TF ha sostituito in tutto e per tutto l’art.249 TCE, ma la denominazione degli atti

rimane la stessa, così come la loro funzione (salvo per le DECISIONI, per le quali sarà prevista ANCHE

una portata generale = decisioni generali): ciò che cambia è solo il procedimento legislativo d’adozione

dell’atto. Solo gli atti adottati mediante procedura legislativa sono atti legislativi.

Gli atti adottati con altra procedura, pur avendo il nome di decisioni, regolamenti e direttive non sono

atti legislativi.

Per distinguere gli atti legislativi dagli atti non legislativi bisogna anzitutto servirsi di un CRITERIO

ISTITUZIONALE: solo dal Parlamento congiuntamente con il Consiglio, o da uno soltanto di essi, può

pervenire un atto legislativo.

Gli atti della Commissione e quelli del Consiglio Europeo saranno di per se atti non legislativi.

Per distinguere, invece, tra gli atti del Consiglio e/o del Parlamento quelli legislativi e quelli che

legislativi non sono, occorre rifarsi alla base giuridica dell’atto, la quale stabilisce quale procedura

debba essere utilizzata: è comunque un dato di fatto che la maggior parte degli atti di queste due

istituzioni saranno legislativi.

SI può anche notare se l’adozione di un atto è prevista dai trattati o da altro atto delle istituzioni. Nel

secondo caso si tratta di atti giuridici DI SECONDO GRADO e pertanto non si può parlare di atti

legislativi (essi sono emanati dalla Commissione e raramente dal Consiglio tramite procedura

semplificata non legislativa). Tra l’altro bisogna precisare che gli atti di secondo grado devono essere

etichettati come ATTI DELEGATI O ATTI D’ESECUZIONE.

Tra l’altro se si tratta di atto legislativo i lavori del Consiglio vanno svolti in seduta pubblica e quindi

ciascuna sessione è divisa in due parti: l’una in cui si trattano gli atti legislativi e l’altra per attività non

legislativa.

Solo in caso di atti legislativi i parlamenti nazionali esercitano un potere di controllo per il rispetto del

principio di sussidiarietà ed i ricorsi d’annullamento di persone fisiche e giuridiche presentati per atti

legislativi saranno più severi rispetto a quelli inerenti atti regolamentari.

Per quanto concerne gli atti di secondo grado, ossia quegli atti che scaturiscono da un precedente atto

legislativo, abbiamo già detto che possono essere di due tipi: delegati e d’esecuzione.

Gli atti delegati modificano determinati elementi NON ESSENZIALI di un atto legislativo. Essi possono

essere emanati dalla Commissione sulla base di un ATTO LEGISLATIVO DI DELEGA del Parlamento o

del Consiglio, all’interno del quale sono previsti la portata, la durata, i contenuti e gli obiettivi ai quali

la Commissione deve attenersi, oltre che la fissazione delle condizioni alle quali la delega deve

attenersi.

Ciò comporta un potere di controllo degli organi deleganti sull’organo delegato (la Commissione

appunto), tale da poter comportare la revoca della stessa delega o l’impedimento di entrare in vigore

dell’atto stesso. Si potranno, pertanto, avere direttive o regolamenti delegati (la dicitura "delegato"

deve essere sempre contenuta).

L’altro tipo di atti di secondo grado che abbiamo sono gli atti d’esecuzione, ideati per dare esecuzione

ad ATTI VINCOLANTI DELL’UNIONE EUROPEA.

Il potere di esecuzione sarà dato alla Commissione e solo in casi eccezionali al Consiglio (in ambito

PESC), e tra l’altro solo nel caso in cui serva un’attuazione uniforme, altrimenti a ciò sopperiranno gli

Stati membri.

Questi ultimi, inoltre, in caso di attuazione da parte della Commissione potranno esercitare un potere

di controllo sulla stessa, tramite regole e principi stabiliti dal PE e dal Consiglio.

Il nuovo regime di atti giuridici è dato dalla fusione, operata dal del I pilastro con

Trattato di Lisbona,

il III. Spariscono quindi tutte le categorie di atti previste all’interno del III pilastro, nel quale ora è

possibile emanare direttive e regolamenti.

Il trattato ha, invece, mantenuto la differenza di atti per quanto riguarda la PESC, prevedendo però

anche qui una semplificazione: vi sono, infatti, gli ORIENTAMENTI GENERALI, atti del Consiglio che

corrispondono alle vecchie “strategie comuni” e le DECISIONI PESC, che possono equivalere alle

vecchie “azioni comuni/posizioni comuni” oppure essere atti di 2° grado di esecuzione. In ambito

PESC, comunque, non figurano atti legislativi.

L’ADATTAMENTO DELL’ORDINAMENTO ITALIANO AL DIRITTO COMUNITARIO

All’interno del nostro ordinamento tutti i trattati si presentano come semplici trattati internazionali, ai

quali l’Italia ha dato esecuzione tramite leggi ordinarie del Parlamento: l’ORDINE DI ESECUZIONE

infatti è stato recepito in tal modo.

Una gran parte della politica e della giurisprudenza avrebbe preferito, invece, una norma

costituzionale per dar applicazione al processo d’integrazione comunitario, come del resto hanno fatto

diversi Stati come la Francia.

In realtà l’adesione dell’Italia dapprima alla Comunità ed in seguito all’Unione si è sempre poggiata sul

testo dell’art.11 della nostra Costituzione, il quale prevede che <<l’Italia, in condizioni di parità con gli

altri Stati, consente alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la

giustizia fra le nazioni, promuovendo le organizzazioni sovrannazionali volte a tale scopo>>.

Tale tesi è stata appoggiata anche dalla Corte Costituzionale, la quale ha sottolineato che l’art.11 non è

solo una norma che abilita ad accettare limitazioni di sovranità, ma anche una norma procedurale che

consente di NON MODIFICARE la Costituzione.

Più difficile, all’interno del nostro ordinamento, è stata l’attuazione del diritto comunitario secondario,

specie con riferimento alle direttive, le quali come ben sappiamo prevedono un intervento dello Stato

membro.

Inizialmente, nel nostro Paese, si ricorreva allo strumento della DELEGA LEGISLATIVA AL GOVERNO: il

Parlamento, con legge, provvedeva a delegare al Governo il compito di emanare decreti legislativi per

l’attuazione di un certo numero di atti comunitari, ma ciò comportava tempi troppo lunghi. Per tal

motivo, nel 1989 venne emanata la L. 86, detta Legge La Pergola, sostituita recentemente dalla

L.11/2005.

La Legge La Pergola ha introdotto un nuovo meccanismo annuale: ogni anno il Parlamento italiano

approva una LEGGE COMUNITARIA che conforma l’ordinamento italiano a quello comunitario (oggi

anche le regioni adoperano questo metodo delle leggi comunitarie regionali). Sono previsti TRE

METODI PRINCIPALI attraverso cui opera la legge comunitaria:

☺ METODO DELL’ATTUAZIONE DIRETTA: è la stessa legge comunitaria ad abrogare o modificare

disposizioni vigenti perché in contrasto con gli obblighi di emanazione di atti comunitari o

perché disposizioni statali vigenti sono oggetto di procedura d’infrazione da parte della

Commissione;

☺ METODO DELLA DELEGA LEGISLATIVA AL GOVERNO: la legge comunitaria funge da legge

delega alla quale il Governo deve ispirarsi nell’emanazione di un decreto legislativo delegato;

☺ METODO DELL’ATTUAZIONE IN VIA REGOLAMENTARE ED AMMINISTRATIVA: si procede alla

delegificazione di una determinata materia, dapprima disciplinata da legge dello Stato italiano

benché NON CI FOSSE RISERVA DI LEGGE, ed in seguito a ciò disciplinata da un semplice

regolamento, quindi da una fonte di rango inferiore.

Per quanto concerne le Regioni, invece, la modifica del Titolo V Parte II della Costituzione avvenuta nel

2001 ha previsto che tra le materie di competenza concorrente tra Stato e regioni, ed in alcuni casi tra

le materie di competenza esclusiva delle regioni, rientri l’attuazione del diritto comunitario.

Le regioni, quindi, secondo il nuovo testo dell’art.117 della Costituzione, possono dare immediata

applicazione alle direttive comunitarie, grazie anche alla L. 11/2005, senza tra l’altro, come invece

prevedeva la legge La Pergola, un parere preventivo dello Stato.

Questo non esclude che, in materia di competenza concorrente, sia lo Stato a fissare i principi

fondamentali di attuazione, mentre le regioni si occupano della disciplina specifica.

Inoltre lo Stato ha anche, in forza sempre dell’art. 117 Cost. V comma, un potere sostitutivo nel caso di

inadempimento regionale, che opera tramite una “sostituzione preventiva”, prendendo provvedimenti

che opereranno solo a partire dalla scadenza del periodo entro cui le regioni avrebbero dovuto

provvedere all’attuazione degli atti comunitari, oppure tramite una “sostituzione successiva”,

concedendo alle regioni di potersi ancora adeguare al diritto comunitario autonomamente, almeno

prima dell’intervento del Consiglio dei Ministri.

PARTE IV: DIRITTO DELL’UNIONE EUROPEA E

SOGGETTI DEGLI ORDINAMENTI INTERNI

L’intero complesso di norme dell’ordinamento comunitario, cioè derivante dal TCE, riconosce come

titolari di soggettività giuridica non solo gli Stati membri, ma anche le stesse persone fisiche e

giuridiche appartenenti a tali Stati, il che comporta che le norme comunitarie presentano due

dimensioni: una INTERNAZIONALE ed una INTERNA.

A livello internazionalistico la Comunità (oggi l’Unione) attraverso le sue istituzioni può far valere

diritti ed obblighi nei confronti degli Stati membri o delle altre istituzioni.

In caso di controversi si può sfociare in procedimenti giudiziari di soluzione. Sotto il profilo interno,

invece, molto spesso troviamo contrapposti tra loro soggetti privati (rapporti orizzontali) o un

soggetto pubblico ed uno privato (rapporti verticali).

Il diritto comunitario interviene su tali rapporti soventemente tramite la disciplina dei rapporti stessi:

i regolamenti, per esempio, essendo direttamente applicabili disciplinano un’intera materia

sostituendosi alle norme interne preesistenti (EFFETTO DI SOSTITUZIONE).

Altre volte, invece, il diritto comunitario si limita ad impedire l’applicazione di norme interne contrarie

a principi e regole comunitarie (EFFETTO DI OPPOSIZIONE).

In tali casi la norma comunitaria, si suol dire, che produce effetti diretti, ossia gode di EFFICACIA

DIRETTA negli ordinamenti nazionali, il che implica che un soggetto nei cui confronti la norma

produce effetti può pretenderne il rispetto da parte dell’altro soggetto (EFFICACIA DIRETTA IN SENSO

SOSTANZIALE).

Nel caso in cui l’altro soggetto non rispetti tale diritto, l’efficacia diretta comporta anche

l’INVOCABILITA’ IN GIUDIZIO: i soggetti lesi possono chiedere al giudice nazionale l’applicazione in

giudizio della norma stessa.

Non dobbiamo confondere, in questi casi, l’EFFICACIA DIRETTA con l’APPLICABILITA’ DIRETTA:

quest’ultima comporta, infatti, che gli ordinamenti nazionali si adeguino automaticamente al diritto

comunitario, senza l’intervento degli Stati membri, il che avviene per i soli regolamenti.

L’efficacia diretta si configura, al contrario, anche per quanto concerne le direttive e le decisioni,

sebbene solo in taluni casi.

L’efficacia diretta, tra l’altro, non è l’unica forma con cui le norme comunitarie assumono rilevanza

normativa interna: la giurisprudenza ha individuato, infatti, altre due forme di EFFICACIA INDIRETTA.

Quando, infatti, un atto comunitario non ha efficacia diretta, ha pur sempre due caratteristiche

fondamentali: obbliga i giudici nazionali ad un’INTERPRETAZIONE CONFORME al diritto comunitario

e nello stesso tempo fornisce ai singoli la possibilità di chiedere il RISARCIMENTO DEL DANNO a

carico degli Stati membri che non hanno permesso al diritto comunitario di operare all’interno

dell’ordinamento nazionale.

PRESUPPOSTI DELL’EFFICACIA DIRETTA

Si è già detto che le norme comunitarie non godono tutte di efficacia diretta. Il giudice nazionale, tra

l’altro, per risolvere una controversia deve verificare d’ufficio se la norma da applicare abbia le

caratteristiche per produrre effetti diretti, avvalendosi, se lo ritiene opportuno, del RINVIO

PREGIUDIZIALE, essendo questo tema competenza della Corte di Giustizia.

Le caratteristiche che la Corte tende a verificare sono quelle della SUFFICIENTE PRECISIONE e

dell’INCONDIZIONATEZZA DELLA NORMA.

Il presupposto della SUFFICIENTE PRECISIONE riguarda la formulazione della norma, la quale deve

contenere un precetto sufficiente a garantire la massima comprensione ai destinatari (principio della

certezza del diritto) ed ai giudici che la devono applicare. Ciò richiede che la norma comunitaria

specifichi:

∞ IL TITOLARE DELL’OBBLIGO;

∞ IL TITOLARE DEL DIRITTO;

∞ IL CONTENUTO DEL DIRITTO-OBBLIGO DELLA NORMA.

Tra l’altro il requisito della sufficiente precisione deve inerire anche al contenuto del diritto che si

intende azionare, perché magari una stessa norma è sufficientemente precisa un fine, ma non per un

altro.

Altro presupposto è quello dell’INCONDIZIONATEZZA DELLA NORMA, il quale riguarda l’assenza di

clausole che subordinino l’applicazione della norma ad un intervento dello Stato membro o di

un’istituzione comunitaria.

Non rileva, tra l’altro, che la norma sia DESTINATA FORMALMENTE agli Stati membri o alle istituzioni:

anche in tal caso potrebbe avere efficacia diretta, in quanto non è escluso che i singoli siano interessati

all’attuazione della norma.

Concludendo possiamo dire che anche le norme che non godono di efficacia diretta già all’origine

possono comunque avere un’efficacia indiretta tramite il rispetto dei suddetti requisiti.

Ovviamente, però, bisogna distinguere le fonti da cui le norme possono scaturire.

Alcune disposizioni dei trattati, infatti, si rivolgono direttamente ai singoli (esempio: norme in materia

di concorrenza) e pertanto hanno da subito efficacia diretta, senza bisogno di ulteriori riflessioni.

Va, però, ricordato che, anche se le norme dei trattati sono rivolte agli Stati membri, qualora siano

“sufficientemente precise” ed “incondizionate” possono produrre effetti diretti, come abbiamo

precedentemente detto.

Il problema dell’efficacia diretta si pone anche riguardo agli “accordi internazionali” conclusi

dall’Unione con Stati terzi. I singoli, infatti, potrebbero aver interesse affinché vengano rispettate delle

norme che comportano regimi favorevoli agli stessi.

La Corte di Giustizia, in tal caso, rivolgerà la propria attenzione al contesto dell’accordo internazionale

per verificarne l’efficacia diretta, svolgendo un’analisi dapprima sulla NATURA e sulla STRUTTURA

dell’accordo internazionale, che devono permettere di riconoscere effetti diretti alle proprie norme, ed

in un secondo momento verificando che le stesse rispettino i caratteri della sufficiente precisione e

dell’incondizionatezza (è il caso degli Accordi OMC, cui la Corte non ha riconosciuto, per natura e

struttura degli accordi stessi, la possibilità di far nascere diritti nei singoli in forza del diritto

comunitario, ma solo limitatamente al proprio diritto nazionale, in quanto è competenza degli Stati

membri far operare tali accordi a livello nazionale).

Per quanto concerne i REGOLAMENTI il problema dell’efficacia diretta ha scarsa importanza. Essi

godono, infatti, dell’applicabilità diretta, la quale abbraccia anche l’efficacia diretta. I regolamenti,

quindi, operano da subito all’interno degli Stati membri producendo diritti in capo ai singoli, tutelabili

dagli stessi.

Una leggera attenuazione è subita da tale principio nel caso di regolamenti che prevedono

provvedimenti nazionali di attuazione ed esecuzione: in tal caso andrà verificata la sufficiente

precisione e l’incondizionatezza.

I regolamenti producono effetti diretti sia nei rapporti orizzontali che in quelli verticali.

IL CASO DELLE DIRETTIVE E DELLE DECISIONI

Sappiamo bene che le DIRETTIVE non hanno di per sé, come invece avviene per i regolamenti, efficacia

diretta, in quanto occorre l’intervento dello Stato membro per attuarle e far assumere alle stesse un

valore normativo all’interno dell’ordinamento nazionale.

Tuttavia anche le direttive possono avere efficacia diretta, rispettando pur sempre i presupposti

sostanziali della sufficiente precisione e dell’incondizionatezza, questo però quando sia già scaduto il

termine temporale per l’attuazione, da parte del Paese membro, della direttiva.

Prima di allora, infatti, il singolo non può pretendere di vantare diritti in base alla direttiva in quanto è

stata la stessa istituzione che l’ha emanata a prevedere che abbia efficacia solo a partire

dall’emanazione dell’atto attuativo da parte dello Stato.

Dopo la scadenza del termine di attuazione, invece, il singolo può benissimo pretendere l’applicazione

di un atto, la direttiva appunto, che farebbe nascere dei diritti in capo allo stesso.

Unico caso di efficacia diretta anticipata si ha nel momento in cui uno Stato membro abbia già attuato

completamente una direttiva europea, ma l’abbia fatto in maniera errata prima del termine di

scadenza: ricordiamo, infatti, che il termine per l’attuazione è previsto nell’interesse degli Stati

membri e per tal motivo essi possono attuare le direttive anche prima della scadenza.

Qualora, però, ciò si sia verificato ma non correttamente, perché magari lo Stato non ha applicato

totalmente la direttiva, il singolo potrà pretendere l’attuazione completa anche se non è scaduto il

termine.

La prima differenza che ritroviamo, quindi, tra regolamenti e direttive circa l’efficacia diretta sta

proprio nell’EFFICACIA TEMPORALE.

La seconda differenza, invece, è inerente alla PORTATA SOGGETTIVA dell’efficacia diretta di una

direttiva. Essa, infatti, ha solo una portata verticale, ossia si riferisce solo ai rapporti che esistono tra

un singolo ed un’autorità (fosse anche una semplice autorità amministrativa e non legislativa di uno

Stato), in quanto il singolo potrà agire nei confronti del Paese membro in forza del fatto che spettava

ad esso attuare la disciplina contenuta nell’atto comunitario.

Non avrà, al contrario, efficacia diretta orizzontale, ossia non produrrà effetti nei rapporti tra privati,

in quanto un singolo non potrà in alcun modo imputare all’altro la mancata attuazione della direttiva.

Quindi le direttive non possono avere efficacia diretta quanto comporterebbero effetti sfavorevoli in

capo ad altri privati. Questo però non sempre è vero, perché non sempre conduce a classificare la

fattispecie come un’ipotesi di efficacia orizzontale diretta.

Vi sono, infatti, sporadici casi in cui la direttiva inattuata produce effetti anche nei rapporti tra privati,

ma deve trattarsi o di rapporti TRIANGOLARI, in cui quindi, oltre ai privati stessi, figura anche

un’autorità dello Stato o di PROCEDURE COMUNITARIE DI CONTROLLO che, riguardando

adempimenti specifici a carico dei soli Stati membri, non creano obblighi né diritti per i singoli e

possono essere applicate dai giudici SENZA CHE SI POSSA PARLARE DI EFFICACIA ORIZZONTALE.

Una terza ipotesi di possibilità di attribuire ad una direttiva inattuata efficacia diretta seppur comporti

degli effetti sfavorevoli per i singoli la ritroviamo nel caso di SUCCESSIONE DI NORME INTERNE: noi

sappiamo che, solitamente, una legge più recente su una determinata materia abroga la legge più

longeva sulla stessa materia.

Ma che succede se la nuova legge entra in contrasto con una direttiva? Tale contrasto, infatti, non

produrrebbe altro che l’effetto di far applicare una precedente legge dello stesso Stato, il che potrebbe

comportare effetti sfavorevoli in capo ai singoli, ma di certo non per colpa di un atto comunitario, ma

semplicemente per l’applicazione di una vecchia legge dello Stato.

Questa possibilità è stata esclusa, però, dalla Corte di Giustizia in merito alla Sentenza Berlusconi del

2005: la Corte ha chiarito che una direttiva non potrebbe avere come effetto la disapplicazione di una

legge interna che comporti un aggravamento delle responsabilità penali degli imputati.

Per quanto concerne le DECISIONI, invece, si presume che valga la stessa disciplina riservata alle

direttive in merito all’efficacia diretta che esse possono avere nel caso in cui siano rimaste inattuate.

a Corte di Giustizia, però, non ha mai avuto la possibilità di esprimersi in merito alla possibilità di

un’efficacia diretta orizzontale.

L’OBBLIGO D’INTERPRETAZIONE CONFORME

Nelle ipotesi in cui sia impossibile considerare che un atto comunitario abbia efficacia diretta, vi è

sempre la possibilità, come abbia già detto, di valutare un’efficacia INDIRETTA dell’atto stesso.

Prima forma di EFFICACIA INDIRETTA la ritroviamo nell’OBBLIGO D’INTERPRETAZIONE CONFORME:

i giudici degli Stati membri, infatti, sono tenuti ad interpretare il diritto per poterlo applicare, ove

possibile, nel maggior rispetto del diritto comunitario (questo in base all’obbligo di leale

collaborazione). I giudici, quindi, sono obbligati a fare il possibile affinché una direttiva raggiunga il

risultato voluto.

Quindi, se nel caso di direttiva che abbia diretta efficacia il giudice disapplica la norma interna

configgente con quella comunitaria, nel caso di interpretazione conforme il giudice applica la norma

interna, ma lo fa nella maniera più vicina possibile alla normativa comunitaria NON DOTATA DI

DIRETTA EFFICACIA.

Questo avviene SIA nel caso in cui il giudice si trovi ad applicare la legge interna di attuazione della

direttiva, che magari lo Stato non ha provveduto a far aderire completamente a quanto voluto dall’atto

comunitario, SIA nel caso si tratti di applicare norme interne più antiche senza riferimento diretto alla

direttiva: in tal caso, infatti, si dovrebbe presumere che il diritto interno è sempre conforme a quello

comunitario.

Va chiarito che l’obbligo di interpretazione conforme incontra alcuni LIMITI.

Il primo limite è dato dal fatto che l’obbligo di interpretazione conforme permane solo se vi è un

margine di discrezionalità nella scelta dell’interpretazione da parte del giudice: se, infatti, la disciplina

interna è inequivocabilmente CONTRARIA alla direttiva e quest’ultima non gode di efficacia diretta, il

giudice dovrà applicare la norma interna, in quanto non può la direttiva ASSUMERE IL VALORE DI

FONDAMENTO CONTRA LEGEM DEL DIRITTO NAZIONALE.

Il secondo limite deriva dal fatto che l’obbligo d’interpretazione conforme esiste solo DOPO LA

SCADENZA DEL TERMINE DI ATTUAZIONE.

Le direttive, inoltre, ed è questo il terzo limite, sebbene siano inattuate anche dopo la scadenza del

termine di attuazione, non possono in alcun modo essere interpretate avendo l’effetto di AGGRAVARE

LA RESPONSABILITA’ PENALE DEGLI INDIVIDUI.

Non può, quindi, il giudice applicare una norma interna interpretandola secondo il senso della

direttiva comunitaria ed aggravare nello stesso tempo, tramite tale interpretazione, la responsabilità

penale dell’individuo.

L’obbligo di interpretazione conforme, inoltre, come sostenuto dalla Corte di Giustizia esiste anche nei

confronti delle decisioni-quadro prese all’interno del III pilastro dell’Unione, nonostante esse NON

abbiano efficacia diretta per espressa volontà del legislatore comunitario.

IL RISARCIMENTO DEL DANNO

Non vi è dubbio che qualora uno Stato membro non ottemperi ai propri doveri di attuazione di una

direttiva che sia direttamente efficace, esso debba il risarcimento del danno ai soggetti lesi in capo ai

quali sarebbe sorto un diritto.

Nel caso di direttiva inattuata priva di efficacia diretta il diritto al risarcimento del danno permane, ma

costituisce un diritto in se stesso, non un diritto derivato da uno principale.

Ovviamente perché il diritto al risarcimento sorga occorre che si verifichino tre condizioni:

1. La norma violata deve essere diretta a conferire diritti ai singoli danneggiati;

2. La violazione deve essere grave e manifesta;

3. Tra violazione e danno vi deve essere un nesso di causalità, mentre non è necessario

l’elemento psicologico (dolo o colpa).

Gli organi interni ad uno Stato che possono, con il loro comportamento commissivo od omissivo,

causare la responsabilità per danno di uno Stato membro NON SONO SOLO gli organi legislativi, bensì

anche le autorità fiscali, gli enti locali ed addirittura il potere giudiziario, potere che al pari degli altri,

secondo la Corte di Giustizia (sentenza Kobler 2003), deve garantire il rispetto del diritto comunitario.

LA TUTELA PROCESSUALE DEI DIRITTI DI ORIGINE COMUNITARIA

Abbiamo visto che le norme comunitarie possono essere invocate dai singoli, dinanzi ai giudici

nazionali, per il rispetto dei diritti in esse contenuti.

La fonte che regola gli ASPETTI PROCESSUALI, ossia quelli attinenti all’esercizio in giudizio dei diritti

comunitari, è, in linea generale, lo Stato membro e solo talune volte possono intervenire le istituzioni

comunitarie con atti d’armonizzazione.

Questo principio prende il nome di AUTONOMIA PROCESSUALE DEGLI STATI MEMBRI ed incontra

alcuni limiti sia nel PRINCIPIO DI EQUIVALENZA, secondo cui le modalità con cui far valere il proprio

diritto di matrice comunitaria non devono essere meno favorevoli rispetto a quelle con cui far valere

diritti che sorgono dall’ordinamento interno, sia nel PRINCIPIO DI EFFETTIVITA’, secondo cui non si

deve rendere particolarmente difficile o addirittura impossibile l’esercizio del diritto stesso.

Per quanto concerne i termini di prescrizione o di decadenza previsti all’interno degli Stati membri, la

Corte di Giustizia ha stabilito che essi possano decorrere solo dal momento in cui la disciplina

comunitaria è stata completamente trasposta all’interno dell’ordinamento, e non dal momento in cui si

è verificato il fatto o dal momento in cui il diritto poteva essere esercitato, come se si fosse trattato di

diritto nascente da norme interne.

IL PRIMATO DEL DIRITTO COMUNITARIO

Il fatto che il diritto comunitario produca effetti diretti all’interno degli ordinamenti nazionali degli

Stati membri ci permette di capire molto facilmente che potrebbero nascere delle incompatibilità tra

norme comunitarie e norme del diritto interno, sia che si tratti di norma interna emanata

anteriormente rispetto all’atto comunitario, sia che si tratti di norma interna successiva.

Tali conflitti sono risolti da un principio giurisprudenziale della Corte di giustizia definito come

PRINCIPIO DEL PRIMATO COMUNITARIO, secondo cui i giudici nazionali, nell’ambito di qualsivoglia

causa, ravvisata l’incompatibilità tra norme, dovrebbero disapplicare il diritto interno e dar luogo

all’applicazione di quello comunitario.

Tutto ciò, sotto un profilo logico, è comprensibile data l’efficacia diretta di cui sono dotati gran parte

degli atti comunitari: l’Unione deve garantire, al di la del rango della norma interna da disapplicare,

un’omogeneità di applicazione del diritto comunitario ed in alcun modo potrebbe permettere che una

norma venga applicata differentemente in diversi Paesi membri.

A tracciare le linee guida del principio del primato fu la Corte di Giustizia con la Sentenza Costa c. ENEL

del 1964.

In un’altra sentenza, inoltre, la Corte precisò anche che qualsivoglia giudice avrebbe dovuto

disapplicare il diritto interno, senza attendere che a far ciò fosse l’organo legislativo o un organo

giurisdizionale di più alto livello (Sentenza Simmenthal del 1978).

La Corte, inoltre, in tale sentenza delineò l’ordinamento comunitario come un ordinamento addirittura

di rango superiore rispetto a quelli interni ai Paesi membri, sottolineando quindi che una norma

incompatibile con il diritto comunitario non solo non sarebbe dovuta essere applicata, ma sarebbe

dovuta scomparire dall’ordinamento nazionale.

La Corte Costituzionale Italiana nella Sentenza Granital del 1984 si rifiutò di accettare una simile

impostazione di quasi abrogazione implicita delle norme nazionali e la stessa Corte di Giustizia nella

sentenza IN.CO.GE del 1990 è tornata sui suoi passi ed ha respinto tale idea.

Il giudice nazionale, inoltre, ha la possibilità di sospendere l’applicazione di una norma interna

emanando dei provvedimenti provvisori, in attesa che sia definitivamente accertata, tramite il rinvio

pregiudiziale alla Corte di Giustizia, l’incompatibilità della norma interna con il diritto comunitario.

Tutto ciò, comunque, non esime il legislatore nazionale dal compito di abrogare la norma interna

incompatibile, garantendo agli interessati la certezza di potersi rivolgere al diritto comunitario.

LA GIURISPRUDENZA DELLA CORTE COSTITUZIONALE ITALIANA

La Corte Costituzionale italiana è stato uno degli organi a livello europeo che ha accettato con maggiori

difficoltà il principio del Primato del diritto comunitario.

Inizialmente la Corte Costituzionale, dando un’esatta interpretazione della carta costituzionale, si

focalizza sulla legge di esecuzione del Trattato del 1957, sottolineando che essa ha il rango di legge

ordinaria e che potrebbe in qualsiasi momento, per effetto del principio cronologico, essere abrogata

da una legge interna successiva in contrasto con essa.

La Corte, infatti, esclude che la norma in contrasto con il diritto comunitario sia incostituzionale per

violazione indiretta dell’art. 11 della Costituzione, in quanto esso stesso non fa riferimenti particolari

alla legge sul Trattato, in quanto anteriore, né tanto meno le attribuisce un particolare valore.

Nasce quindi il contrasto con la Corte di Giustizia, la quale afferma che il diritto comunitario debba

sempre prevalere su quello interno degli Stati membri e che il giudice debba disapplicare il diritto

interno.

Con la sentenza I.C.I.C. del 1976 la Corte costituzionale fa un primo passo in avanti verso la Corte di

Giustizia, valorizzando maggiormente l’art. 11 Cost. e sottolineando che in casi d’incompatibilità tra

diritti interno e diritto comunitario, la norma interna è incostituzionale per contrasto con il suddetto

articolo 11.

Riassumendo, quindi, qualora la legge interna sia anteriore all’atto comunitario, prevarrà quest’ultimo

per il principio si successione delle leggi ed il giudice dovrà disapplicare la norma interna.

Qualora invece avvenga il contrario, il giudice dovrà rimettere la decisione nelle mani della Corte

Costituzionale che deciderà per l’abrogazione della norma interna. Ben presto, però, si intuisce che la

tale operatività non garantisce un’immediata applicazione del diritto comunitario, prevedendo tempi

troppo lunghi per l’abrogazione di norme interne.

Il sopravvenire della Sentenza Simmenthal da parte della Corte di Giustizia, in cui si afferma anche un

grado gerarchico superiore dell’ordinamento comunitario, infastidisce la Corte Costituzionale che,

sorprendentemente nella sentenza Granital del 1984 ritiene inammissibile la questione, non

dichiarando l’incostituzionalità di una norma interna rispetto all’articolo 11, bensì prevedendo

l’operatività del CRITERIO DI COMPETENZA, secondo cui ordinamento italiano ed ordinamento

comunitario devono essere coordinati, ma permangono due ordinamenti distinti.

Il giudice, quindi, dovrà esaminare se la materia prospettata nella questione specifica ricade, in forza

del Trattato, nelle materie di competenza comunitaria o meno: qualora dovesse ravvisare che su quella

materia avesse competenza la CE, allora dovrà semplicemente disapplicare la norma interna e dar

luogo a quella comunitaria. In caso contrario, dovrà applicare la norma di diritto italiano.

La Corte di Giustizia non vede di buon occhio la soluzione prospettata dalla Corte Costituzionale

italiana, ma la deve accettare: sa bene, infatti, che un regolamento comunitario non può in alcun modo

abrogare, modificare o invalidare una norma di diritto interno.

La Corte Costituzionale, inoltre, mantiene una COMPETENZA RESIDUA, ed impedisce pertanto al

giudice di disapplicare la norma interna favorendo quella comunitaria, in due occasioni specifiche.

La PRIMA IPOTESI riguarda l’eventualità di una NORMA COMUNITARIA IN CONTRASTO CON I

PRINCIPI FONDAMENTALI DELL’ORDINAMENTO COSTITUZIONALE ITALIANO E CON I DIRITTI

DELL’UOMO.

Nella sentenza Frontini del 1973 la Corte Costituzionale sottolinea come in tal caso il giudice a quo

debba SOLLEVARE LA QUESTIONE DI COSTITUZIONALITA’ DEL TRATTATO, minacciando di

dichiararne l’incostituzionalità.

La Corte, tuttavia, non vieta al giudice del caso concreto di rivolgersi preventivamente, in caso di

violazione dei diritti dell’uomo, alla Corte di Giustizia, tramite il ricorso pregiudiziale, in quanto

quest’ultima potrebbe dichiarare la stessa norma comunitaria contraria ai diritti dell’uomo condivisi

dalla CE.

La SECONDA IPOTESI riguarda, invece, il caso in cui la Corte Costituzionale debba intervenire perché

norme di legge interne SONO DIRETTE AD IMPEDIRE IL RISPETTO DEI PRINCIPI FONDAMENTALI

DEL TRATTATO: si tratta di casi in cui il legislatore italiano ha rimosso, seppur parzialmente, tramite

un proprio atto legislativo alcuni dei limiti di sovranità previsti dal Trattato. In tal caso dovrebbe

dichiarare l’incostituzionalità del suddetto atto.

Va sottolineato, infine, come con la revisione del Titolo V Parte II della Costituzione avvenuta nel 2001,

sia stato definitivamente consacrato il Principio del PRIMATO COMUNITARIO, prevedendo all’art.117

cost. nel suo nuovo testo che la potestà legislativa esercitata da Stato e Regioni rispetti, oltre agli altri

vincoli, anche quelli imposti dall’ORDINAMENTO COMUNITARIO.

PARTE V: IL SISTEMA DI TUTELA

GIURISDIZIONALE

CONSIDERAZIONI GENERALI

E’ previsto all’interno dell’ordinamento comunitario un sistema di tutela giurisdizionale delle posizioni

giuridiche sorte grazie al diritto comunitario.

Tale sistema è ripartito tra la competenza DIRETTA del giudice comunitario e quella generale del

giudice nazionale.

Gli organi giurisdizionali comunitari hanno competenza in caso di:

RICORSI PER INFRAZIONE: proposti contro uno Stato membro accusato di aver violato le

norme del Trattato;

RICORSI D’ANNULLAMENTO: con cui si contesta la legittimità degli atti delle istituzioni;

RICORSI IN CARENZA: con cui si contesta l’illegittima omissione di un’istituzione;

RICORSI PER RISARCIMENTO: in cui si contesta la responsabilità extracontrattuale delle

istituzioni;

ALTRE MATERIE MINORIS GENERIS: controversie tra istituzioni e dipendenti; controversie

riguardanti la BEI; ECCEZIONE DI INVALIDITA’ su un regolamento; altre competenze

consultive.

Al di fuori di tutto ciò vige, invece, la competenza del giudice nazionale, al quale i singoli possono

rivolgersi per pretendere il rispetto di un proprio diritto di matrice comunitaria.

Vi è poi uno strumento di raccordo, ideato per garantire l’uniformità del diritto comunitario, che

consiste nel RINVIO PREGIUDIZIALE di cui all’art.234 TCE, in forza del quale il giudice nazionale può, o

addirittura è obbligato in taluni casi, rivolgersi al giudice comunitario per chiedere come debba essere

applicata una determinata norma comunitaria.

Il sistema di tutela giurisdizionale di cui abbiamo parlato, inoltre, deve essere un sistema di TUTELA

EFFETTIVA: nessuna lacuna del sistema stesso potrebbe, infatti, impedire ad un singolo di far

rispettare un diritto attribuitogli da un atto comunitario.

Qualora non dovesse bastare l’intervento del giudice comunitario, infatti, toccherà al giudice nazionale

sanare le lacune esistenti, anche qualora egli debba ricorrere ad un’interpretazione estensiva, ma

anche manipolativa, di una norma già esistente.

Per quanto concerne, invece, il SECONDO e TERZO PILASTRO, non esiste un sistema così avanzato di

controllo giurisdizionale, o meglio all’interno del pilastro PESC non esiste, mentre all’interno del

pilastro relativo alla COOPERAZIONE DI POLIZIA E GIUDIZIARIA IN MATERIA PENALE, alla Corte di

Giustizia sono attribuite alcune competenze.

RICORSO PER INFRAZIONE

Il ricorso per infrazione era disciplinato, prima dell’entrata in vigore del dagli

Trattato di Lisbona,

articoli 226 e 227 del TCE, oltre che dall’art. 228 TCE in caso di accoglimento del ricorso.

OGGETTO del ricorso è la presunta violazione, da parte di uno Stato membro, del Trattato o degli atti

adottati in base allo stesso (esempio: attuazione delle direttive).

Per Stato membro, tra l’altro, non si intendono solo gli organi governativi dello Stato in questione, ma

anche quelli indipendenti rispetto ad esso (Parlamento e Magistratura), tanto quanto le articolazioni in

cui è organizzato il potere pubblico (forze di polizia, uffici fiscali ecc.), tanto quanto gli enti territoriali.

Non è necessario, tra l’altro, dimostrare la presenza di un elemento psicologico dello Stato membro

(dolo o colpa) e tanto meno lo Stato in questione può addurre delle giustificazioni per il proprio

comportamento.

Il procedimento di ricorso può essere proposto dalla Commissione (art. 226), organo garante della

legalità comunitaria, o da un altro Stato membro (art. 227); ai singoli, quindi, è precluso il ricorso alla

Corte di Giustizia.

Sono previste due fasi del ricorso: la prima è una fase PRECONTENZIOSA PRELIMINARE, nella quale si

apre un confronto tra il ricorrente ed il destinatario del ricorso circa il rispetto degli obblighi del

trattato, il che potrebbe evitare il ricorso alla Corte; la seconda fase, invece, è CONTENZIOSA e si svolge

dinanzi alla Corte, portando così ad una decisione giudiziaria.

Nel caso in cui sia la Commissione a dare avvio al procedimento di ricorso, la fase PRECONTENZIOSA si

articola in più momenti:

1. La Commissione invia allo Stato membro una LETTERA DI MESSA IN MORA, in cui riferisce di

alcuni comportamenti contrari al Trattato e lo invita a presentare le proprie osservazioni;

2. Lo Stato presenta le proprie osservazioni, in mancanza delle quali la Commissione può andare

avanti;

3. La Commissione emette un PARERE MOTIVATO con il quale addebita allo Stato membro

determinate violazioni intimandogli di provvedere alla rimozione delle stesse entro un

determinato TERMINE, dopo il quale sarà comunque l’organo competente, la Corte di Giustizia,

ad esprimersi.

Talune volte, tra l’altro, non è neanche necessaria la fase precontenziosa, ad esempio in tema di aiuti

degli Stati membri alle imprese: in tal caso la Commissione intima al Paese membro di cessare tale

comportamento e qualora ciò non avvenga, si rivolge direttamente alla Corte.

Il passaggio alla FASE CONTENZIOSA può avvenire solo dopo che è scaduto il termine per il ricorso, e

tra l’altro la possibilità di adire la Corte è a discrezione della Commissione. Una volta aperta tale fase,

però, anche qualora lo Stato membro si adegui, il procedimento va avanti, almeno che non sia la stessa

Commissione a ritirare il ricorso.

La sentenza della Corte è una sentenza di MERO ACCERTAMENTO della violazione, che non impone

alcuna condanna. Lo Stato, tuttavia, è tenuto a prendere provvedimenti per la rimozione della

violazione in questione.

Qualora non lo faccia, la Commissione potrà avviare un secondo procedimento d’infrazione, passando

sempre dalla fase precontenziosa, ma esprimendo nel proprio parere motivato una somma forfettaria

o una penalità da addebitare allo Stato membro.

La Corte, quindi, emetterà una vera e propria sentenza di condanna. Il peraltro,

Trattato di Lisbona,

ha previsto una maggiore celerità del secondo procedimento, prevedendo che la Commissione possa

saltare la fase precontenziosa.

Quando, invece, è uno Stato membro ad avviare il procedimento d’infrazione, esso deve

obbligatoriamente rivolgersi alla Commissione, la quale seguirà l’iter sopra descritto.

Qualora, però, la Commissione non emetta il PARERE MOTIVATO entro tre mesi, lo Stato ricorrente

potrà rivolgersi direttamente alla Corte di Giustizia.

L’eventuale secondo ricorso, benché potrà essere avviato sempre dal Paese ricorrente, prevederà

sempre che a chiedere la comminazione di una sanzione pecuniaria sia solo la Commissione.

RICORSO D’ANNULLAMENTO

All’interno del sistema comunitario ritroviamo diversi mezzi con cui la Corte può effettuare un

controllo di legittimità sugli atti delle istituzioni:

Ricorsi d’annullamento;

Eccezione d’invalidità;

Questioni pregiudiziali di validità;

Controllo a titolo incidentale nell’ambito di un ricorso per risarcimento dei danni

extracontrattuali, in quanto il riconoscimento degli stessi presuppone l’invalidità dell’atto.

Il RICORSO D’ANNULLAMENTO era disciplinato, prima dell’entrata in vigore del Trattato di Lisbona,

dagli artt. 230 e ss. del TCE e costituisce la forma principale di controllo giurisdizionale di legittimità

degli atti delle istituzioni.

Per definire gli ATTI IMPUGNABILI l’art.230 fa riferimento a 3 criteri: AUTORE, TIPO & EFFETTI.

Per quanto concerne l’AUTORE, possono essere impugnati:

Gli atti congiunti del Parlamento e del Consiglio (quelli adottati con procedura di codecisione);

Gli atti del Consiglio;

Gli atti del Parlamento (impugnabili solo dopo l’aumento dei poteri parlamentari);

Gli atti della Commissione;

Gli atti della Banca Centrale Europea.

Solo tali istituzioni, quindi, hanno legittimazione passiva all’interno del ricorso d’annullamento.

Per quanto riguarda il TIPO di atti, invece, vanno presi in considerazione:

I Regolamenti;

Le Direttive;

Le Decisioni;

Gli Atti atipici.

Sono esclusi, dunque, i pareri e le raccomandazioni.

Sotto il profilo degli EFFETTI, invece, va tenuto conto del fatto che sono atti impugnabili solo quelli

SUSCETTIBILI DI CREARE EFFETTI GIURIDICI OBBLIGATORI, e questo lo possiamo dedurre sia

dall’esclusione di pareri e raccomandazioni, sia dal fatto che gli atti del solo Parlamento Europeo

impugnabili sono quelli destinati a produrre effetti giuridici nei confronti di terzi.

Gli unici dubbi che permangono riguardano gli atti atipici, di cui non è presente una definizione e che

quindi dovranno essere valutati volta per volta.

Il modificando le stesse istituzioni ed i rispettivi atti, ha previsto che siano

Trattato di Lisbona,

impugnabili:

Gli atti LEGISLATIVI del Consiglio, del Parlamento o assunti da entrambi;

Gli atti del Consiglio, della Commissione e della BCE, esclusi pareri e raccomandazioni;

Gli atti del PE e del Consiglio Europeo destinati a produrre effetti giuridici verso terzi;

Gli atti di organi ed organismi dell’Unione destinati a produrre effetti giuridici verso terzi.

Per quanto riguarda i SOGGETTI LEGITTIMATI ATTIVAMENTE a proporre il ricorso, essi si possono

distinguere in tre categorie:

1. Ricorrenti PRIVILEGIATI = si tratta del Parlamento, del Consiglio, della Commissione e degli

Stati membri (intendendosi per Stati membri i soli organi governativi e non anche gli esecutivi

di regioni e province; per tal motivo la regione che vorrà impugnare un atto, dovrà rivolgersi al

Governo dello Stato membro, anche obbligandolo all’interno della Conferenza Stato-Regioni,

deliberando a maggioranza assoluta. Resta il fatto, però, che il ricorso debba essere presentato

dal Governo dello Stato membro.) Essi possono impugnare qualsiasi atto impugnabile a norma

dell’art.230 e non devono dimostrare alcun interesse a ricorrere;

2. Ricorrenti INTERMEDI = si tratta della Corte dei Conti Europea e della BCE; essi, però, devono

dimostrare che tramite l’atto impugnato ci sia stata una violazione di competenza o sia stato

pregiudicato l’esercizio dei compiti ad essi affidati. Il ha ampliato tale

Trattato di Lisbona

categoria, aggiungendo il Comitato delle Regioni;

3. Ricorrenti NON PRIVILEGIATI = si tratta di persone fisiche e giuridiche dell’Unione, le quali

possono impugnare l’atto in due casi distinti:

A. Impugnando una decisione presa NEI PROPRI CONFRONTI, cioè una decisione in cui il

ricorrente sia destinatario dell’atto e quindi deve dimostrare solo l’interesse a ricorrere (la

posizione del ricorrente è pregiudicata dall’atto);

B. Impugnando un atto di cui NON E’ DIRETTAMENTE destinatario il ricorrente, ma che lo

riguarda direttamente ed individualmente (deve dimostrare, benché non sia il

destinatario, di avere un interesse diretto ed individuale). Conviene, in tal caso, fare una

netta distinzione tra UNA DECISIONE RIVOLTA AD ALTRE PERSONE FISICHE E

GIURIDICHE, ed in tal caso l’onere probatorio che il ricorrente deve superare non è

eccessivo, dovendo dimostrare solo un proprio interesse qualificato all’annullamento

dell’atto, & un REGOLAMENTO O UNA DECISIONE RIVOLTA AD UNO O PIU’ STATI

MEMBRI, ed in tal caso l’onere probatorio che il ricorrente non privilegiato deve superare

è maggiore del precedente, in quanto l’interesse potrà essere superato

diretto

dimostrando che il ricorrente è pregiudicato direttamente dall’attuazione che lo Stato

membro darà a quel regolamento o a quella decisione, mentre è

l’interesse individuale

un vero e proprio scoglio, in quanto il ricorrente non basta che dimostri di essere colpito

direttamente dall’atto al pari di tutti i soggetti che, per esempio, appartengono alla sua

stessa categoria, ma occorre dimostrare che l’atto produca effetti giuridici SOLTANTO

SULLA POSIZIONE INDIVIDUALE del ricorrente, per esempio procedendo allo

SMASCHERAMENTO DELL’ATTO, che, seppur formalmente destinato allo Stato membro,

tende a colpire proprio il ricorrente, oppure dimostrando che l’atto riguarda

individualmente il ricorrente o fa espresso riferimento ad esso, oppure dimostrando che

l’istituzione autrice dell’atto avrebbe dovuto prendere in considerazione la posizione

giuridica di determinati soggetti, tra cui il ricorrente.

Le difficoltà appena descritte nel dimostrare l’interesse diretto ed individuale ed il fatto che i

regolamenti che non richiedono alcun atto attuativo da parte degli Stati membri renderebbero

impossibile il ricorso da parte di persone fisiche e giuridiche, ha spinto nel tempo sia i ricorrenti che la

stessa Corte ha chiedere una modifica dell’art. 230 che preveda una maggiore facilità per proporre il

ricorso.

Il ha accolto tali richieste prevedendo che le condizioni di ricevibilità dei ricorsi

Trattato di Lisbona

individuali siano meno severe nel caso di impugnazione di atti regolamentari che non comportano

alcuna misura di esecuzione, essendo sufficienti dimostrare l’interesse diretto; in caso, però, di atti

regolamentari non legislativi che dovranno essere seguiti da atti di esecuzione, occorrerà rispettare le

suddette condizioni originarie (dimostrazione dell’interesse non solo diretto, ma anche individuale).

Tornando a parlare del ricorso d’annullamento, dobbiamo evidenziare quali sono i VIZI DI

LEGITTIMITA’ che possono essere fatti valere nell’ambito del ricorso stesso, ossia:

INCOMPETENZA;

VIOLAZIONE DELLE FORME SOSTANZIALI;

VIOLAZIONE DELLE NORME DEL TRATTATO O DI REGOLE DI DIRITTO RELATIVE ALLA SUA

APPLICAZIONE;

SVIAMENTO DI POTERE.

Analizziamo nel dettaglio i vizi da cui può essere affetto l’atto.

L’INCOMPETENZA può essere sia interna che esterna. E’ interna qualora l’istituzione autrice dell’atto

non potesse proprio emanarlo, in quanto competenza di altra istituzione; è esterna qualora né quella

istituzione, né nessun altra potessero emanare quell’atto, che non è di competenza comunitaria ma

semmai degli Stati membri.

La VIOLAZIONE DELLE FORME SOSTANZIALI può riguardare o il procedimento con cui è stato

emanato l’atto, viziato perché non rispettato o rispettato parzialmente (può darsi per caso che non sia

stata sentita la parte interessata prima di adottare l’atto, come invece era previsto), oppure l’assenza o

l’insufficienza della motivazione fornita dall’atto, particolarmente importante in caso di decisioni

destinate ad avere effetti individuali.

La VIOLAZIONE DELLE NORME DEL TRATTATO O DI REGOLE DI DIRITTO RELATIVE ALLA SUA

APPLICAZIONE rappresenta il vizio più frequentemente invocato: la violazione consiste nel fatto che

l’atto entra in contrasto con una norma gerarchicamente superiore, ossia appartenente al trattato o ad

una sua regola di applicazione.

Lo SVIAMENTO DI POTERE, invece, si ha nel momento in cui un’istituzione adotta un atto che aveva il

potere di adottare, ma perseguendo un fine diverso da quello per cui il potere le era stato conferito.

Per quanto concerne il termine entro il quale promuovere il ricorso, esso è di 2 mesi a partire dalla

pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, qualora l’atto sia sottoposto a tale regime di pubblicità, a partire

dalla notificazione, ma solo per quanto riguarda il destinatario della notifica, o a partire dalla data in

cui il ricorrente ha avuto conoscenza dell’atto.

Per quanto concerne, invece, l’efficacia delle sentenze di annullamento, esse comportano che l’atto sia

dichiarato nulla erga omnes e la nullità retroagisca al momento in cui è stato emanato l’atto.

La Corte, solo per quanto riguarda alcuni atti ed in particolar modo i regolamenti, può decidere che

l’atto sia nullo solo nei confronti del ricorrente o solo a partire da un momento successivo

all’emanazione della sentenza e quindi non abbia efficacia retroattiva.

Il controllo che la Corte svolge è un controllo di mera legittimità dell’atto e solo per quanto concerne i

regolamenti del Consiglio e del Parlamento, o del solo Consiglio la Corte può avere competenza di

merito, limitata al riesame delle sanzioni.

Va sottolineato, infine, che il avendo soppresso la differenza preesistente tra III e

Trattato di Lisbona,

I pilastro, ha fatto in modo che il ricorso d’annullamento sia proponibile anche per quanto concerne gli

atti di Cooperazione di polizia e giudiziaria in materia penale.

La Corte, al contrario, non ha competenza in ambito PESC, anche secondo il salvo

Trattato di Lisbona,

il caso nel cui un atto PESC riguardi una materia di competenza comunitaria.

Abbiamo più volte citato, all’interno del paragrafo, l’art.230 TCE: va evidenziato che esso è stato

sostituito, con l’entrata in vigore del dall’art.263 TF.

Trattato di Lisbona,

RICORSO IN CARENZA

Il RICORSO IN CARENZA riguarda tutte quelle situazioni in cui a carico di un’istituzione vi è un obbligo

di agire e l’istituzione sia colpevole di aver omesso illegittimamente tale azione. Presupposti quindi di

tale ricorso sono:

L’esistenza di un OBBLIGO DI AGIRE a carico di un’istituzione;

La VIOLAZIONE di tale obbligo.

E’ giusto sottolineare che quando un’azione è rimessa alla semplice discrezionalità dell’istituzione il

ricorso deve essere rigettato.

Il ricorso, inoltre, può essere presentato solo se il ricorrente HA RICHIESTO ALL’ISTITUZIONE DI

AGIRE, seppur tardivamente e previo sollecito, e sia SCADUTO IL TERMINE DI DUE MESI DALLA

RICHIESTA.

Quindi anche in questo caso è prevista una FASE PRECONTENZIOSA, nella quale viene inviata

all’istituzione interessata una richiesta di agire (denominata come DIFFIDA O MESSA IN MORA) dalla

quale deve evincersi con chiarezza la minaccia di avviare un ricorso in carenza e l’atto di cui è richiesta

l’adozione.

L’istituzione, invece, deve assumere una posizione definitiva, che può scaturire anche da un rifiuto

espresso e motivato di emanare quell’atto o da un atto non coincidente con la richiesta.

In tal caso tale atto sarebbe impugnabile a norma dell’art.230 TCE (art. 263 TF), ma non tramite un

ricorso per carenza. Se invece decorrono due mesi dalla richiesta e l’istituzione non prende una

posizione definitiva, il richiedente può presentare ricorso e si passa alla FASE CONTENZIOSA.

Hanno legittimazione passiva, in tali ricorsi, il PE, il Consiglio, la Commissione e la BCE e di recente,

grazie al anche gli organi ed organismi dell’UE che si astengono dal pronunciarsi.

Trattato di Lisbona,

Hanno, invece, legittimazione attiva:

RICORRENTI PRIVILEGIATI: Stati membri ed altre Istituzioni (ivi compresa la Corte dei Conti),

i quali non devono dimostrare l’interesse a ricorrere;

BCE, che può ricorrere solo nei settori di propria competenza;

RICORRENTI NON PRIVILEGIATI: persone fisiche e giuridiche possono ricorrere contro

l’omissione di una decisione destinata al ricorrente, o contro l’omissione di un regolamento o

di una decisione di cui il ricorrente non è il destinatario, ma nei confronti della quale egli ha un

interesse diretto ed individuale, proprio come avviene per l’ex art.230.

La sentenza che scaturisce dal ricorso in carenza è una sentenza di ACCERTAMENTO, che obbliga

l’istituzione ad agire, ma non prevede un obbligo specifico di facere né tanto meno la stessa Corte può

adottare l’atto omesso.

RICORSO PER RISARCIMENTO DANNI

Cominciamo col dire che i danni cagionati dalle istituzioni comunitarie o dai suoi agenti nell’esercizio

delle loro funzioni devono essere risarciti dalla Comunità (oggi Unione) e su tali controversie è

competente a giudicare la Corte di Giustizia.

Questo vale per la sola responsabilità extracontrattuale, mentre per quella contrattuale può essere

inserita una clausola all’interno dei vari contratti che dia competenza alla Corte di Giustizia.

La Corte ha più volte precisato che il ricorso per risarcimento danni è notevolmente differente dal

ricorso d’annullamento e dal ricorso in carenza, in quanto non mira ad ottenere l’eliminazione degli

effetti giuridici di un atto o di un comportamento omissivo, bensì, avendo una propria autonomia data

dal Trattato, mira proprio al risarcimento del danno causato dalle istituzioni nell’esercizio dei loro

compiti.

Il ricorso per risarcimento, tuttavia, ha carattere RESIDUALE qualora dinanzi al giudice nazionale si

possa attivare un’azione analoga che miri allo stesso fine e porti allo stesso risultato.

I presupposti della responsabilità extracontrattuale della Comunità (ribadiamo oggi dell’Unione) non

sono sanciti dal Trattato, ma sono da ricercare all’interno dei principi generali comuni ai diritti degli

Stati membri e secondo la Corte di Giustizia sono:

1. Danno effettivo;

2. Nesso di causalità tra danno e comportamento delle istituzioni;

3. Illegittimità del comportamento stesso.

Nel caso di atti normativi (es. regolamenti) implicanti scelte di politica economica, occorre inoltre

dimostrare:

A. Che la norma violata conferisse diritti ai singoli;

B. Che si tratti di violazione grave e manifesta.

Il diritto al risarcimento danni si PRESCRIVE nel termine di 5 anni a partire dal momento in cui ha

avuto luogo il fatto che ha originato il diritto al risarcimento.

COMPETENZA PREGIUDIZIALE: CONCETTI GENERALI

La competenza pregiudiziale della Corte di Giustizia è attribuita alla stessa dall’ex art.234 TCE: qualora

un giudice nazionale di un qualsivoglia Stato membro, nell’esercizio delle proprie funzioni ravvisi un

dubbio su una norma comunitaria a cui non sa fornire autonomamente una soluzione, egli deve

rimettere la decisione circa l’interpretazione o l’applicazione di tale norma nelle mani del giudice

comunitario.

La Corte di Giustizia, d’altro canto, non può entrare nel merito della questione prospettata dinanzi al

giudice nazionale, ma deve semplicemente risolvere il dubbio dello stesso, in quanto la causa è iniziata

e deve finire dinanzi ad un tribunale nazionale.

La competenza pregiudiziale, quindi, appare come una competenza INDIRETTA, in quanto le parti

interessate in causa non si sono rivolte loro stesse alla Corte, ed appare anche come una competenza

LIMITATA, potendo la Corte decidere solo sulle questioni comunitarie e solo su quelle che il giudice

nazionale le ha prospettato.

La risoluzione del dubbio del giudice nazionale da parte della Corte assume, quindi, una doppia

valenza: essa aiuta non solo il giudice, evitando che egli applichi erroneamente il diritto comunitario,

ma anche l’applicazione uniforme del diritto stesso all’interno degli Stati membri, tenuto conto anche

del carattere dell’efficacia diretta di cui godono la maggior parte degli atti comunitari. Garantisce

quindi una corretta applicazione degli atti comunitari.

Tra l’altro va ricordato che il ha fatto in modo che anche per ciò che concerne la

Trattato di Lisbona

Cooperazione di polizia e giudiziaria in materia penale si possa applicare il rinvio pregiudiziale alla

Corte di Giustizia Europea, ponendo quindi sotto il controllo giurisdizionale della stessa l’ex terzo

pilastro, ora confluito in quello comunitario.

Va tenuto conto, inoltre, del fatto che il giudice nazionale non potrebbe in alcun modo, se non nel caso

in cui ne sia fermamente convinto, evitare il rinvio pregiudiziale pregiudicando i diritti dei singoli

affinché il diritto dell’Unione venga applicato in maniera effettiva.


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Corso di laurea: Corso di laurea in organizzazione e risorse umane
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher jessicabondi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto dell'Unione Europea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Diverio Davide.

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Definizione di diritto privato
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Fatto illecito
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