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Da tempo i giuristi più attenti al diritto del lavoro ed alla tutela processuale di

tali diritti hanno richiamato l’attenzione, spesso inascoltati, circa l’attacco che

veniva fatto a quei principi, in maniera talvolta aperta, talvolta strisciante.

Basta ricordare, in proposito, il brutale attacco che era stato tentato alle tutele

previste dall’art. 18 Statuto dei Lavoratori e che è stato fortunatamente

respinto grazie ad una mobilitazione popolare assai estesa e che ha interessato

tutti i settori della società italiana.

Questa volta, invece, non si tratta di un attacco frontale, ideologico al sistema

di tutela dei diritti dei lavoratori: si è scelta una strada più strisciante, non

rivolta al diritto sostanziale, bensì a quello processuale e, per giunta, si sono

inserite queste nuove norme all’interno di un provvedimento caotico,

confusionario, ma confondente, con l’evidente scopo di non dare particolare

evidenza a queste norme di attacco ai diritti dei lavoratori.

Ed infatti, il disegno di legge 1167 B, approvato in sede definitiva dal Senato

in data 3/03/2010, non ancora promulgato dal Presidente della Repubblica,

almeno ad oggi, contiene una variegata serie di norme concernenti, ad

esempio, a) l’apprendistato; b) i lavori usuranti; c) i congedi per maternità e

parentali; d) il servizio sanitario nazionale; e) gli ammortizzatori sociali; f) la

borsa nazionale del lavoro; g) il casellario infortuni; h) l’albo artigiani, oltre

alle norme, che qui direttamente interessano, in materia di licenziamento e

processo del lavoro.

Scremata, dunque, la nuova normativa dagli aspetti relativi a questioni non

strettamente concernenti il diritto del processo del lavoro, si vedrà come gli

articoli che qui interessano sono gli artt. 30, 31 e 32 della nuova legge che

concernono, rispettivamente:

- l’art. 30 i limiti ai poteri di intervento del giudice nelle controversie di lavoro

(a dire il vero l’articolo, anche qui per accrescere la confusione, si intitola

“clausole generali e certificazione del contratto di lavoro”);

- l’art. 31 la conciliazione e l’arbitrato e contiene al suo interno l’innovazione

delle norme di cui agli artt. 410 – 412 c.p.c.;

- l’art. 32 decadenze e disposizioni in materia di contratto di lavoro a tempo

determinato.

A dire il vero, e per completare il quadro di attacco complessivo al processo

del lavoro, si deve aggiungere, prima di entrare nel merito dell’esame delle

disposizioni sopra richiamate, come anche la gratuità del processo del lavoro

sia stata oggetto di attacco nel corso degli anni.

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Sappiamo come la gratuità nelle cause di lavoro fosse già prevista sin dalla

legge 319/58, successivamente confermata dalla legge 533/73 ed ha

rappresentato un caposaldo del nostro stato di diritto, fotografando la

situazione di parte debole del lavoratore che, secondo i dettami della nostra

Costituzione, poteva, attraverso la gratuità dell’accesso alla giustizia, essere

messa nelle condizioni di poter tutelare i propri diritti.

A partire dal 2008, sulla questione della gratuità del processo del lavoro si è

verificata una serie di interventi legislativi principalmente caratterizzati dalla

assoluta confusione nella tecnica normativa del nostro legislatore, ma che, in

ogni caso, mirava a rendere, sotto il profilo del pagamento del contributo

unificato, il processo del lavoro omogeneo agli altri tipi di contenzioso civile.

E così, l’art. 24 del D.Legge 112/08 entrato in vigore il 25/06/2008,

all’allegato A) voce 1639, abrogava la legge 319/58, rendendo così

obbligatorio il contributo unificato, di importo variabile, con entrata in vigore

di tale obbligo a decorrere dal 180° giorno successivo alla data di entrata in

vigore del decreto legge, e dunque dal 25/12/2008.

A conferma della “distrazione” e confusione tecnica del legislatore, ricordo

che la gratuità del processo del lavoro era stata, come ho prima ricordato,

stabilita anche dal decreto legislativo 533/73, onde l’abrogazione della voce

1639, allegato A) della legge 319/58, a mio giudizio, non avrebbe consentito

di instaurare l’obbligo del pagamento del contributo unificato.

Fortunatamente non abbiamo avuto occasione di occuparci della questione

perché, tre giorni prima della scadenza del termine sopra ricordato, il decreto

legge 22/12/2008 n. 200 sopprimeva il riferimento alla voce 1639 dell’allegato

A), così eliminando, in ogni caso, l’abrogazione della legge 319/58 e

ristabilendo la gratuità del processo di lavoro e previdenza.

Successivamente, però, l’art. 67 bis del disegno di legge 1441 quater A

inseriva nuovamente tra le norme da abrogare, e non se ne capisce la ragione,

la voce 1639 allegato A), che era già stata soppressa dal decreto legge

200/2008 e contemporaneamente prevedeva che alle cause di lavoro e

previdenza fosse applicato un contributo unificato fisso, pari a quello previsto

per i processi di locazione, e dunque pari ad € 103,00, con efficacia, anche qui,

a partire dal 180° giorno successivo all’entrata in vigore della legge.

In sede di discussione in aula, al Senato, l’art. 67 bis sopra ricordato è stato

stralciato e dunque, ad oggi, ma non ci sono certezze sul domani, il processo

del lavoro è rimasto gratuito. 3

Peraltro, con la legge finanziaria relativa al 2010 (L. 191/2009) è stato

previsto il pagamento di un contributo unificato anche per i processi di lavoro

limitatamente ai giudizi di Cassazione e non se ne comprende la ragione.

Sempre per segnalare la confusione tecnica del legislatore, peraltro, con detta

legge finanziaria è stato abrogato il contributo unificato di 103,00 euro,

previsto dal comma 4 dell’art. 13 del D.P.R. 115/2002 relativo ai processi di

locazione che era stato esteso ai processi del lavoro, come ho sopra ricordato:

peccato che il relativo articolo 67 bis fosse già stato stralciato dalla norma in

esame al Senato.

Dunque, ad oggi, il processo del lavoro è gratuito per il primo e il secondo

grado e resta sottoposto all’obbligo di pagamento del contributo unificato per

il grado di Cassazione.

A ciò va aggiunto la nuova normativa in tema di soccombenza nella lite, con

riferimento alla rifusione delle spese di giudizio.

E’ noto come il principio del carico delle spese alla parte soccombente non

venisse applicato nei confronti dei lavoratori, sconfitti nel giudizio, se non in

casi assolutamente eccezionali, di totale e palese infondatezza della domanda

percepibile a valutabile ab initio; ora, con le modifiche apportate dalla L.

69/2009 all’art. 92 c.p.c., il principio è stato totalmente sovvertito, nel senso

che la soccombenza in punto spese del lavoratore soccombente costituisce la

regola, cui si può derogare solo in presenza di comprovate ragioni.

Infatti, l’art. 92 c.p.c. parrebbe voler stabilire la possibilità della

compensazione delle spese di lite solo in ipotesi assolutamente eccezionali e

da congruamente motivare; ma ciò vorrebbe dire violare quel principio di

favor lavoratoris che ha sempre ispirato il processo del lavoro.

Da tutto quanto precede, appare evidente come il primo tentativo messo in atto

dalla attuale maggioranza parlamentare sia stato quello di scoraggiare la

presentazione di ricorsi all’autorità giudiziaria da parte dei lavoratori

attraverso la spauracchio dei costi e del rischio di soccombenza nella lite: non

sarebbe più stato sufficiente per il lavoratore l’impegno dei legali legati alle

organizzazioni sindacali che si facevano e si fanno carico di assistere

gratuitamente i lavoratori nelle loro vertenze per rassicurare questi ultimi circa

l’inesistenza di un rischio di causa; già solo il principio della soccombenza in

punto spese nella lite porterà come sua conseguenza un consistente calo nella

presentazione dei ricorsi di lavoro, non essendo nessuno dei legali di

riferimento delle organizzazioni sindacali in grado di garantire, ovviamente,

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né la vittoria, né l’esclusione del lavoratore dal pagamento delle spese legali di

controparte, in caso di sconfitta.

Ma, evidentemente, una simile riduzione del contenzioso giuslavoristico non

soddisfa ancora il padronato e la maggioranza governativa.

Ecco allora la presentazione del disegno di legge recentemente approvato che,

come vedremo, ha come suo primo obiettivo quello di ridurre ulteriormente

l’accesso dei lavoratori alla giustizia ordinaria.

Il risultato viene raggiunto attraverso un complesso meccanismo che prevede

la possibilità di una privatizzazione della giustizia in materia lavoristica, con

tendenziale sottrazione della materia al giudice del lavoro.

Ciò avviene attraverso l’introduzione di una procedura di conciliazione ed

arbitrato cui possono essere deferite tutte le questioni inerenti il rapporto di

lavoro.

L’articolo in questione è l’art. 31 che, al suo interno, comprende 16 commi

che trattano profili assai diversi tra loro.

La prima novità che emerge dalla lettura di questa norma è l’abolizione del

tentativo di conciliazione obbligatorio, già previsto dall’art. 410 c.p.c. e ciò

potrebbe apparire come una semplificazione della materia ed uno snellimento

dell’iter che il lavoratore deve affrontare per veder tutelati i propri diritti.

In realtà, così non è, almeno nello spirito del legislatore che, infatti, sostituisce

a quel tentativo, peraltro dimostratosi totalmente inutile, un tentativo di

conciliazione facoltativo, da svolgersi o avanti la DPL (o in sede sindacale,

secondo le regole dei CCNL): l’instante deve proporre la richiesta più o meno

con le stesse caratteristiche del vecchio 410; se la controparte intende accettare

la procedura di conciliazione, a sua volta deve depositare una memoria alla

Commissione di Conciliazione contenente le difese, le eccezioni e le domande

riconvenzionali.

A seguito di ciò, viene esperito il tentativo di conciliazione e, in caso di

mancato accordo, la Commissione deve formulare una proposta per la

definizione della controversia, la cui mancata accettazione sarà valutata dal

Giudice in sede di giudizio.

Ma durante tutta la fase del tentativo di conciliazione le parti possono affidare

alla Commissione il mandato di risolvere in via arbitrale la controversia,

indicando il termine entro quale il lodo deve essere emanato e le norme su cui

si fondano le reciproche pretese e la richiesta eventuale di decisione secondo

equità, pur sempre nel rispetto dei principi generali dell’ordinamento.

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Come si vede, già questa trasformazione del tentativo di conciliazione mira a

consentire una risoluzione della controversia da parte del non giudice e magari

con ricorso ai soli principi di equità.

Si tratta di una procedura destinata a scarso successo, posto che ripercorre

sostanzialmente lo stesso iter che precedentemente era previsto dal vecchio

art. 410 e che non ha dato, come è noto, frutti; l’unica novità è consistita dal

fatto che, ai sensi dell’art. 412, la Commissione di Conciliazione può

diventare un arbitro: ma poiché la Commissione ha già avanzato una proposta

di conciliazione nel corso del tentativo di addivenire ad una definizione della

controversia, appare incredibile che le parti, che non hanno accettato la

soluzione proposta, incarichino quella stessa Commissione di decidere la lite,

magari secondo equità, con il probabile risultato di vedere sancito nel lodo

arbitrale i contenuti della proposta conciliativa già formulata.

Ma qui siamo pur sempre all’interno di una commissione di conciliazione, di

natura pubblicistica, ma la tendenziale privatizzazione si evidenzia in modo

particolare nell’art. 412 quater che è titolato “altre modalità di conciliazione

ed arbitrato”.

Questa norma prevede la possibilità di risolvere le controversie in materia di

lavoro, oltre che rivolgendosi al giudice o nei modi di conciliazione sopra

indicati, anche costituendo un collegio di conciliazione ed arbitrato del tutto

privato, composto da un rappresentante per ciascuna della parti e da un terzo

membro scelto in accordo tra gli altri due arbitri o nominato dal Presidente del

Tribunale tra i docenti universitari di diritto e gli avvocati cassazionisti (forse

per una svista, non è prevista alcuna specializzazione giuslavoristica: basta

essere docente universitario di materie giuridiche o avvocato cassazionista).

La procedura da seguire in detto arbitrato dovrebbe rispondere a criteri di

rapidità e di snellezza ed ha come evidente scopo quello di dimostrare che la

giustizia privata è ben più rapida della giustizia ordinaria.

E così, dopo il periodo necessario per l’individuazione del Presidente e della

sede del collegio, la parte convenuta deve depositare entro 30 giorni (si ricorda

che il ricorrente che intenda adire il collegio di conciliazione e arbitrato deve

notificare alla controparte un vero e proprio ricorso, contenente oltre che le

ragioni di fatto e di diritto su cui fonda la sua pretesa anche i mezzi di prova,

le norme invocate a sostegno della propria tesi e la solita richiesta eventuale di

decidere secondo equità) una memoria difensiva sottoscritta da un avvocato

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con le difese, le eccezioni, le domande riconvenzionali e l’indicazione dei

mezzi di prova.

Nei 10 giorni successivi, il ricorrente può depositare memoria di replica; nei

successivi 10 giorni il convenuto può depositare una controreplica; nei 30

giorni successivi il collegio deve fissare la data dell’udienza, ove viene

preliminarmente svolto il tentativo di conciliazione e, nel caso in cui questa

non riesca, il Collegio provvede ad interrogare le parti, ad ammettere le prove

o a discutere oralmente la causa; nel caso di ammissione delle prove, queste

devono essere assunte entro 10 giorni ed in quella sede deve essere anche

svolta la discussione orale; nei 20 giorni successivi deve essere depositato il

lodo.

Come si vede, si tratta della trasposizione delle norme previste attualmente per

i ricorsi avanti il giudice ordinario, con l’imposizione di termini strettissimi

che, peraltro, erano, in buona misura, contenuti già nelle norme avanti la

giustizia ordinaria del lavoro e che, in molti casi, non hanno potuto essere

rispettate, vuoi per i motivi di disorganizzazione, di cattiva distribuzione di

risorse, di scarsa buona volontà, di incidenza dell’arretrato, di cattivo

funzionamento amministrativo degli enti previdenziali, vuoi per la oggettiva

complessità e difficoltà, soprattutto nella raccolta delle prove, che presentano

molte cause di lavoro.

Dunque, affermare che il collegio arbitrale possa assumere e concludere le

prove già nella prima udienza o al massimo in un’altra udienza a distanza di

non più di 10 giorni, significa dare uno schiaffo alla giustizia ordinaria e

ribadire la piena superiorità della giustizia privata, anche in materia di lavoro,

ma senza che vi sia la concreta possibilità di concludere davvero la vertenza in

quei termini.

Ancora una volta, come per il “processo breve”, invece di occuparsi della

soluzione dei problemi che rendono lungo il processo del lavoro, si finge di

poter operare con la bacchetta magica, imponendo termini insostenibili, e per

giunta, in questo caso, sostituendo addirittura il Giudice! Insomma l’apoteosi

della critica ai giudici fannulloni!

Non si dimentichi, poi, i costi dell’arbitrato che vengono indicati dalla norma

in misura pari al 2% per il compenso del Presidente e all’1% per ogni arbitro

di parte, costi cui si aggiungono le spese legali, il cui onere viene regolato

dagli artt. 91 e 92 c.p.c. 7


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AUTORE

Moses

PUBBLICATO

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in giurisprudenza
SSD:
Docente: Paolo Tosi
Università: Torino - Unito
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Moses di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di diritto del lavoro e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Paolo Tosi.

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