Diritto del lavoro
Diritto del rapporto individuale di lavoro
Relazione giuridica individuale che intercorre tra datore di lavoro e lavoratore.
Diritto collettivo del lavoro / Rapporto sindacale
Rapporto giuridico tra il datore di lavoro/associazione del datore e l’organizzazione dei lavoratori (lavoratore collettivo - diritto sindacale perché l’organizzazione dei lavoratori prende il nome del sindacato).
Articolo 36 della Costituzione
Dice che il lavoratore ha diritto a una retribuzione adeguata. Il concetto di "esistenza libera e dignitosa" è centrale, e le fonti comunitarie affiancano alla parola work, "decent" per indicare "dignitoso", poiché è implicata la persona.
Nozione di diritto del lavoro
Che cos'è il diritto del lavoro? Sono tutte le norme giuridiche che disciplinano il mondo del lavoro. Che tipo di norme sono? Un primo dato che connota il diritto del lavoro italiano è differente rispetto al diritto del lavoro di altri stati. Il nostro sistema ha molte particolarità a partire dal tipo di regole che connotano il diritto del lavoro. Non sono tutte regole scritte (leggi) nel senso che il diritto del lavoro non è tutto nei codici: è stato sempre così e oggi lo è sempre di più.
Buona parte del diritto del lavoro sta in fonti di tipo diverso da fonti legislative (extracodicistiche ed extralegislative). Le fonti lavoristiche non scritte (nel senso di non leggi, non ufficiali, non formali, magari sono anche scritte) derivano dall'autonomia collettiva. Quest'ultima è l'autonomia delle parti collettive, le organizzazioni rappresentative dei lavoratori. Da queste ultime derivano delle regole che in certi casi sono anche scritte, una per tutte il contratto collettivo (stipulato dai rappresentanti del sindacato con i datori di lavoro).
Il contratto collettivo è una fonte scritta ma non è una legge, è una fonte non legislativa ma importantissima nel diritto del lavoro. Lo stesso vale per i regolamenti aziendali, molto spesso emanati autonomamente dal datore di lavoro (regolamento aziendale unilaterale non si contratta). Il nostro diritto del lavoro fin dalle sue origini è formato da regole di diversa natura, dove accanto a regole legislative a norme nel senso tecnico coesistono regole molto più elastiche perché prodotte dall'autonomia collettiva (o da altri soggetti come il datore di lavoro o la consuetudine dal ruolo marginale).
Origini e storia del diritto del lavoro
Il diritto del lavoro esiste da sempre: ogni momento storico ha avuto un suo diritto del lavoro. Esistono delle regole in materia di lavoro scritte dall'antichità, ad esempio dal codice di Hammurabi 1750 a.C. (dove si trovano norme in materia di lavoro non solo schiavistico ma anche tra uomini liberi). Regole in materia di lavoro ci sono sempre state. Ogni epoca ha il suo diritto del lavoro per cui non esiste un solo diritto del lavoro ma tanti diritti del lavoro, a seconda delle epoche storiche, delle idee politiche, delle variabili; ogni momento, ogni paese ha avuto un suo diritto del lavoro, norme proprie che hanno disciplinato questo fenomeno che esiste da sempre.
Qui ci accingiamo ad analizzare solo una tipologia di diritto del lavoro: il diritto del lavoro industriale che non è stato sempre uguale ma è cambiato nel tempo. Alcuni dicono che il diritto del lavoro industriale (che nasce con l'industrializzazione) sta finendo e sta cedendo il posto ad un altro tipo di diritto del lavoro definito post-industriale (è un nuovo diritto del lavoro che sta sostituendo il nostro).
Evoluzione del diritto del lavoro in Italia
Restringendo l'analisi solo al nostro paese, in Italia si sono avute tante fasi di sviluppo che hanno portato al diritto del lavoro attuale (vi sono sempre state norme che riguardavano il lavoro anche se non si chiamavano diritto del lavoro). L'esperienza giuridica più forte che abbiamo avuto nei tempi antichi è stata il diritto romano. Nel diritto romano, al di là dei rapporti di schiavitù, cominciarono a nascere alcuni istituti inerenti al diritto del lavoro che poi cambieranno totalmente (vedi locatio operae e operarum).
L'organizzazione particolare del lavoro che si cominciò ad avere nel medioevo: si sviluppò la corporazione. Associazioni che tutelavano gli interessi di un certo ceto di lavoratori, associazioni che regolavano i rapporti di lavoro e stabilivano il diritto dei lavoratori. Esse comprendevano al loro interno sia i datori di lavoro che i lavoratori. Il fulcro del lavoro era la bottega artigiana dove c'era un maestro e accanto a lui tanti allievi che apprendevano e gli sottostavano. Il rapporto di lavoro era incentrato sulla bottega artigiana dove vi era un maestro che deteneva l'arte, il know-how, sapeva come fare, possedeva la tecnica pratica a un livello avanzato, nonché la tecnologia. Le persone che stanno intorno al maestro stanno per imparare, c'è un rapporto di stretta dipendenza dal maestro artigiano e sono molto forti le regole della corporazione: questa detta le regole che disciplinano il rapporto di lavoro di tutti quelli che fanno quel mestiere: disciplina i salari, la permanenza del rapporto di lavoro (licenziamento). Le regole che stanno alla base del rapporto di lavoro sono regole strettissime.
Uscire dalla corporazione è una cosa difficilissima perché la corporazione è un ente molto geloso dei propri privilegi e della propria autonomia, non vuole intromissioni da parte di nessun organo politico come dall'impero o dal comune. L’ente pubblico deve solo mantenere l'ordine, i rapporti di lavoro sono disciplinati dalle corporazioni per tutto il medioevo e l'età moderna. Oltre al rapporto di lavoro regolato dall’istituzione, nel medioevo vi sono rapporti di lavoro di tipo servile. Cosa c'è nei rapporti sociali di quel tempo? Sono regolati da un rapporto di status. Ciò vuol dire che il lavoratore (il servo della gleba) era servo perché nasceva servo, era il suo status immutabile destinato a non cambiare.
Si lavorava non avendo coscienza del rapporto di subordinazione, per i lavoratori dell'epoca era normale vivere in quelle condizioni (questo fino alla rivoluzione francese). Il lavoratore dell'epoca non faceva il lavoratore, era lavoratore: è uno status, una qualità sostanziale della persona. Oggi il lavoro è una questione di scelta, è un elemento accidentale dell'individuo, non fa parte della sua essenza, non ne connota l'identità. Il lavoratore nasceva lavoratore. Si lavorava non avendo coscienza di essere lavoratore (voleva dire servo di qualcuno che ti sfruttava o, se ti trovavi in un posto dove il lavoro era organizzato in modo più complesso, dovevi sottostare alle regole della corporazione). Le scelte erano due: o lavoro agricolo di tipo servile o in un'attività protoindustriale dove eri soggetto alle regole della corporazione, eri suo schiavo in entrambi i casi.
Un aspetto positivo in questo quadro emerge: non si lavorava con quei ritmi e con quella intensità con le quali si lavorerà in seguito: si lavorava con ritmi più umani, soprattutto in bottega. Il lavoratore preindustriale, a differenza del lavoratore dell'industria, aveva due cose:
- Il tempo: il lavoratore non aveva orari (a metà dell'800 c'erano ufficialmente orari diversi in tutta Italia, nel 1886 l'Italia si dà un unico orario in tutto il paese) non c'erano gli orologi. La gestione del tempo era più libera, non si entrava in fabbrica in ora determinata.
- Tecnica: il lavoratore sapeva cosa produceva e come produrlo. Non vi era un assetto produttivo con catena di montaggio super specializzata.
L'organizzazione del lavoro era molto rigida o perché eri servo di qualcuno o perché lavoravi sotto la corporazione. Il diritto del lavoro deve essere diseguale, la sua vera forza sta nel trattare diversamente qualcuno rispetto a un altro.
Diritto del lavoro dell'industrializzazione
Il diritto del lavoro di fine 800 da cui derivano diverse regole del diritto del lavoro odierno. Il giuslavorista più importante della storia, Gino Giugni, disse "Il diritto del lavoro ha una formazione alluvionale". Fece un paragone di tipo geologico. Il diritto del lavoro vigente è formato da diversi strati, ognuno dei quali risalente a un determinato periodo storico e a una determinata ideologia. Il diritto del lavoro odierno comprende tutti questi strati che si sono concentrati a poco a poco in maniera alluvionale. Studiare il diritto del lavoro di oggi significa poter cogliere tutti gli strati alluvionali che hanno portato alla sua attuale formazione.
Composizione stratificata del diritto del lavoro italiano. Il primo momento storico del diritto del lavoro italiano comincia dall'unità d'Italia fino agli anni 80 dell'800. Periodo del diritto del lavoro selvaggio. Questo diritto del lavoro si sviluppa reggendosi sulla legge del più forte. È il diritto del lavoro anche negli anni 10 del XXI secolo. Il nostro diritto del lavoro sta incominciando a somigliare al primo diritto del lavoro: diritto del lavoro selvaggio, molti meccanismi del primo diritto del lavoro stanno pericolosamente tornando. Il diritto del lavoro è una materia politica dove le diverse interpretazioni e soluzioni giuridiche dipendono molto dalle proprie posizioni ideologiche e dalla sua attitudine alle teorie economiche attuali.
Diritto del lavoro preindustriale
Da una parte lavoro agrario schiavistico, dall'altra lavoro manifatturiero di produzione dei beni (botteghe che sono dovunque, dappertutto anche in campagna) quest'ultimo tipo di lavoro è governato da corporazioni che dettano regole molto rigide. Il rapporto di lavoro preindustriale è molto dipendente: da un lato sotto il padrone, dall'altro sotto le corporazioni. Il lavoratore verrà liberato da questi vincoli dall'ideologia alla base della rivoluzione francese. Il rapporto di lavoro preindustriale è un rapporto di status: nasci lavoratore e muori lavoratore, non si fa il lavoratore ma si è lavoratore.
Le due cose positive che il lavoratore preindustriale ha sono la tecnica e il tempo: non si compiono prestazioni stressanti, si lavora con tempi liberi non scanditi in modo rigido. Tecnica: avere il know-how, capire cosa si produce, avevano gli skills. Il mondo cambia ideologicamente con la rivoluzione francese del 1789. (Il mondo è cambiato lentamente, gli albori della rivoluzione francese si vedono già dalla rivoluzione americana: le due rivoluzioni borghesi). Associato al mutamento ideologico c'è un mutamento economico: la rivoluzione industriale. Rivoluzione borghese e industriale sono due fenomeni molto legati.
Cambiamenti portati dalla rivoluzione borghese
La rivoluzione borghese/ideologica è fondata sui famosi principi libertà, uguaglianza e fratellanza. Questi tre principi vogliono dire che tutti gli uomini sono uguali (dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino). Al tempo, l'affermazione non era banale, era un principio dirompente in un mondo fatto di status: non esistono più formalmente differenze: per il diritto gli uomini sono uguali, sono uguali davanti alla legge. Questo per il mondo del lavoro ha radicali conseguenze: cambia l'assetto dei rapporti di lavoro.
Il rapporto di lavoro preindustriale era basato su rapporti di status: io sono il maestro e tu sei il mio apprendista/servo (datore__lavoratore). La relazione prima della rivoluzione borghese era una relazione di status. Oggi si sta rievocando un passaggio allo status. Il padrone ha una relazione giuridica col servo perché così è: io sono nato padrone e tu nato servo, per questo è giusto che tu lavori per me. Dopo la rivoluzione ideologica borghese, siamo tutti uguali, non si può dire "io sono il padrone e tu sei servo perché così siamo nati".
Il passaggio dallo status al contratto è l'evento epocale portato dalla rivoluzione francese. È un assetto caratterizzante anche il diritto del lavoro odierno: gli effetti della svolta sono palpabili anche adesso.
Passaggio dallo status al contratto
Ma che vuol dire passaggio dallo status al contratto? Come si regola il rapporto giuridico tra il padrone e il lavoratore? Prima della rivoluzione francese vi era lo status. Ora non più: quando si nasce, si nasce liberi. Come si fa a replicare la relazione datore/lavoratore? Sopravviene il diritto con lo strumento contrattuale che c'è da sempre, trattato con finezza dal diritto romano. CC art 1321 (lettura norma). Quest'articolo non c'era, ma nel 1700 c'era qualcosa di analogo: è sempre esistita una norma che ha detto che il contratto è l'istituto che permette di regolare le relazioni giuridiche tra le parti.
Rapporto di lavoro preindustriale: io sono il padrone e tu il servo, così è sempre stato e così deve essere. Rapporto di lavoro post-borghese: siamo uguali, per questa ragione abbiamo a disposizione lo strumento tipico delle relazioni giuridiche tra eguali. Il rapporto di lavoro industriale ha come soggetti due persone libere che non sono dall'origine padrone e servo: sono uguali. Come si fa a creare un rapporto di supremazia dipendenza di una nei confronti dell'altra? Lo si fa sulla base di una postulata libertà ed uguaglianza. Noi siamo uguali e liberi, non ci sono più catene dell'ordinamento feudale, io sono servo perché nato tale e non ci sono le catene della corporazione. Siamo liberi e uguali. Come facciamo a stare in una fabbrica dove c'è uno che comanda e uno che sta sotto. Dobbiamo stipulare un contratto che si basa su uguaglianza e libertà. Siamo liberi ed eguali, stipuliamo liberamente un contratto nel quale liberamente diciamo "Io mi impegno a lavorare per te".
La grande mistificazione del diritto: il diritto viene usato contro le classi sociali deboli. Qui il presupposto è che siamo uguali e liberi, ma siamo uguali e liberi formalmente: sostanzialmente non siamo uguali perché "Io ho bisogno di lavorare e lo farei a qualunque costo mentre il ricco che ha il potere non domina più perché è ricco ed è nato ricco: ora ha il potere economico che si trasferisce immediatamente dal punto di vista giuridico. Formalmente la relazione tra datore e lavoratore è una relazione tra eguali che stipulano liberamente un contratto. Sostanzialmente sono molto diversi perché c'è una persona che detiene il potere, gli strumenti di produzione, e un'altra persona che non ha niente (Marx li definirà proletari perché hanno solo i figli come ricchezza) e sono costretti a sottoscrivere quel contratto se vogliono lavorare, ma non lavorando non mangi, non sopravvivi, non si lavora per piacere di farlo ma per sopravvivere.
Chi è costretto a lavorare perché privo di mezzi economici è costretto di fatto sostanzialmente ad accettare le condizioni che mi impone la parte più forte. Formalmente un rapporto giuridico tra eguali: che stipulano liberamente le condizioni del loro rapporto; nella sostanza sono un povero cristiano disperato e accetto tutto quello che tu mi imponi pur di lavorare, tanto al datore non interessa se non accetto, perché se non accetto io ce ne saranno 100 che accetteranno. Il rapporto di lavoro si trasforma: da uno poco stressante a uno molto duro. Il passaggio dallo status al contratto: formalmente libero, sostanzialmente squilibrato.
Lo stesso accade con la contrattazione seriale: si è obbligati a contrattare alle condizioni scritte nelle condizioni generali di contratto. È un prendere o lasciare, ad esempio con il contratto di trasporto si hanno delle condizioni generali di contratto valide per tutti precostituite. Se accetti, viaggi, altrimenti vai a piedi. Questo è il diritto della rivoluzione industriale.
Si diffondono le macchine, nuovi tipi di energia vengono impiegati a fini produttivi, materie prime come il carbone capaci di produrre vapore. Vi sono macchine più efficienti che possono andare più veloci, si produce con ritmi più incalzanti. Con la rivoluzione industriale le macchine sono efficienti, si dà luogo ad un tipo di produzione in serie. La produzione artigianale è a pezzi unici, la macchina industriale consente di produrre meccanicamente un numero sempre maggiore di pezzi eguali a vantaggio della produzione. Una macchina di questo tipo con l'avanzare della tecnologia costa molto (che in questo periodo si sviluppa tantissimo: si creano macchine sempre più potenti, sempre più complesse e costose).
Il costo è cruciale: se la macchina preindustriale era rudimentale, mossa dall'energia umana, non costava molto; con la rivoluzione industriale si introducono macchine complesse e costose, i mezzi di produzione vanno in mano ai capitalisti: chi ha il capitale ha il monopolio dei mezzi di produzione. Questo comporta che mentre prima le macchine, nel senso di macchina rozza, erano alla portata di tutti, la preindustria era diffusa tra la popolazione e nel territorio (non era tutta nelle città), qualunque paesino o casolare in campagna poteva avere delle macchine rudimentali.
Con l'evoluzione della macchina, la produzione diventa concentrata: mentre l’attività nella preindustria essendo diffusa è numerosa, ci sono migliaia di piccole attività artigianali; ora con la rivoluzione industriale le attività produttive sono molte meno perché meno sono i possessori di capitale. La produzione si concentra in un'unica struttura: la fabbrica che nasce in questo periodo. Il tipo di produzione che si regge su macchine sempre più costose e complesse viene concentrata in apposite strutture chiamate fabbriche. In Italia nasce in forma estesa verso metà dell'800 quando inizierà il risorgimento che porterà all'unità nazionale del 1861.
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