Introduzione
Persona: identità o somiglianza? Il corso si occuperà di vedere come le varie religioni vedono la persona. Tratteremo la persona secondo due connessioni: quella dell’identità e quella della somiglianza.
Identità
Identità: personale, ognuno ha la sua identità. La connessione tra persona e somiglianza è molto più “strana”. Persona e identità: identità personale. Questa espressione si trova non solo nel parlare comune, ma anche in alcuni testi filosofici del '600 e soprattutto del 700 (Locke e Hume). Entrambi questi filosofi hanno preso in considerazione in maniera critica il concetto di identità personale. Erano partiti dalla critica ad un concetto più ampio, che è quello di sostanza. Si chiedevano: l’Io, il soggetto è una sostanza? Locke rispondeva no. Del resto, in questo era preceduto da Pascal, che sosteneva che l’Io non è una sostanza. Intendevano dire che non possiamo sostenere che l’Io come qualcosa che rimane inalterato nel tempo. Sia per Locke sia per Hume, il soggetto non può essere inteso come sostanza.
Sia Locke che Hume, soprattutto Hume, erano consapevoli del fatto che se mettevano in crisi il concetto di identità personale mettevano in crisi un punto molto importante del nostro vivere civile. Ha delle implicazioni immediate sotto il profilo giuridico. Come si fa a dire che si può mettere in galera una persona che il giorno prima ha commesso un delitto? Si deve partire dal presupposto che è la stessa persona. Coloro che si mettono a criticare il concetto di identità personale, si rendono ben conto di scuotere dei presupposti su cui si basa gran parte non solo del nostro pensiero, ma anche gran parte del nostro ordinamento giuridico. Si cercherà di trovare una soluzione.
Somiglianza
Severino Boezio: filosofo del 6° secolo dopo Cristo. Aveva fornito una definizione di persona che ha avuto un grande successo, soprattutto perché ad un certo punto Tommaso d’Aquino ha ripreso questa definizione e la “rilancia”. Persona è individua substantia naturae rationalis. La persona è una sostanza individua (cioè non divisibile, vi ritroviamo il concetto di atomo, come se fosse un nucleo non scomponibile, inalterabile, e che quindi permane nel tempo), sostanza che ha una natura razionale (questo perché questa definizione serviva per staccare nettamente gli esseri umani dagli altri esseri inferiori). Questi due concetti proseguono nel tempo fino ai giorni nostri. Oggi tutto questo viene messo in crisi.
Simposio di Platone: dialogo dedicato al concetto di amore, di Eros. Verso la fine del dialogo, Socrate racconta quello che gli ha insegnato la sacerdotessa Diotima. L’unica strada che noi esseri umani abbiamo per raggiungere l’immortalità è procreare. Diotima dice che questo morire, la nostra natura mortale, non spunta fuori solo alla fine della nostra vita, ma anche durante la nostra vita. Noi diciamo che una persona è la stessa durante tutto il corso della sua vita. Ma è così? In realtà si rinnova di continuo, perché perde di continuo tutta una serie di cose (si riferisce ai capelli, alla carne, alle ossa, al sangue). Diotima prosegue: non solo nel corpo succede tutto questo, ma anche nell’anima (modi, consumi, desideri, dolori, timori); una nasce e l’altra perisce. Più strano ancora: anche le cognizioni, non solo alcune sorgono in noi ed altre muoiono, il meditare ha luogo perché la cognizione se ne va. In tal modo si conserva tutto ciò che è mortale: in quanto quello che, invecchiando viene meno, lascia al suo posto un’altra copia, giovane, di sé stesso. Qui contrappone la situazione degli dei e quella degli uomini: solo per gli dei vale il principio di identità, tutto ciò che è umano cambia continuamente (è l’unico modo che abbiamo per raggiungere una qualche immortalità, superare la morte, generare una copia).
Le idee nuove saranno probabilmente simili alle precedenti: è l’unico modo che abbiamo per assicurarci una certa sopravvivenza (non l’identità, ma la somiglianza). Per superare la morte, dobbiamo generare. Quello che vale per il generare biologico, vale anche per tutto ciò che riguarda la nostra mente (le nostre idee non sono tra loro identiche, ma simili).
1736: Trattato sulla natura umana di David Hume. Nel capitolo dedicato alla persona umana, svolge la stessa analisi critica sull’identità di Diotima. Il nome non è altro che un guscio; per il nostro ordinamento è un guscio, e vuole che ci sia proprio questo guscio (non è manifestazione della substantia).
Ci sono molte società che a proposito dei nomi personali usano cambiare il nome nel corso della vita. Noi invece abbiamo deciso di non cambiarlo, perché l’individuo deve rimanere lo stesso nel tempo. Io non sono identico a me stesso. Io sono simile a me stesso. Vuol dire che sono fatto di un groviglio di somiglianze. Le somiglianze sono delle relazioni, anzi la prima relazione da cui nascono tutte le altre. Non ci può essere nessuna somiglianza se non è anche una relazione di differenza (sono complementari). Somiglianza vuol dire che condividiamo determinati aspetti – tratti.
Coloro che pensano in termini di somiglianza dicono anche un’altra cosa. Protagora: filosofo sofista. Bisticciando con Socrate, sosteneva che ogni cosa, per un verso o per l’altro, somiglia a qualsiasi altra cosa. Viene fuori una visione del mondo come un groviglio di somiglianze e differenze. Per Socrate, questa idea non era soltanto una proposizione che aveva un significato sul piano metafisico. Tutto questo metteva in crisi l’assolutezza di determinati principi. Era qualcosa che dava fastidio. Platone sarà una risposta al modo di vedere queste interconnessioni. Protagora ci fa vedere il mondo come un intrico di somiglianze e differenze.
Se noi prendiamo questa prospettiva, e se concepiamo noi stessi come un groviglio di somiglianze e differenze, capiamo che le cose da una parte si complicano tremendamente, ma dall’altra parte aprono delle prospettive nuove. Questo groviglio di somiglianze è espresso anche da altre società. Ricerca fatta nella prima metà del ‘900 da un etnologo francese, missionario, protestante; amico di Marcel Mauss. Mauss aveva scritto la prima opera di antropologia, nel 1938. 1947: Maurice Leenhardt pubblica un libro intitolato “Do Kamo”, termine con cui gli abitanti della Nuova Caledonia (Kanak) indicano la persona umana. Leenhardt propone questo schema: secondo i Kanak, la persona è un fascio di relazioni, che mettono in connessione una persona con altre persone. Leenhardt faceva notare che al centro c’è il vuoto. La persona non è una individua substantia, ma la persona è fatta delle relazioni in cui è. Queste relazioni mettono direttamente in contatto le persone tra di loro. Viene fuori un modo di concepire la persona profondamente integrata alla società (rete di relazioni).
Vale ancora la nozione di individuo? In questa impostazione viene meno il concetto di substantia. Viene anche meno il concetto di individuo. Si è proposto sempre di più il concetto di persona “dividuale”, cioè discomponibile, persona che è fatta di tante relazioni. Oggi la teoria antropologica della persona utilizza tranquillamente il concetto di dividuo. La persona non è un nucleo solitario, è una molteplicità. E questo va d’accordissimo con quanto diceva Hume (l’uomo è una Repubblica, ci sono tante cose dentro di noi, l’Io è una Repubblica che muta ogni tanto le proprie leggi e la propria Costituzione). L’Io è un noi.
Che relazioni sono? Sono relazioni di somiglianza e di differenza, non solo con me stesso, ma somiglianza e differenza con tutte le persone con cui si è in relazione. Bisogna rendersi conto del fatto che le somiglianze e le differenze è qualcosa sempre di molto instabile, perché è in continuo mutamento. Ogni gesto che noi compiamo, da una parte somiglia ai gesti che abbiamo compiuto prima, ma anche ai gesti che compiono gli altri. Tutto questo per dire che se noi prendiamo la strada delle somiglianze e delle differenze, e le consideriamo l’ambiente in cui viviamo, ci rendiamo conto che questi grumi di somiglianze e differenze esigono di essere manipolati.
La differenza rispetto alla concezione dell’identità è enorme: se la persona viene concepita come una sostanza individua è una garanzia; se la concepiamo come groviglio di somiglianze e differenze, si apre il problema di come gestirle in ogni momento. Qui spunta un’idea un po’ diversa di soggetto: non vi è un soggetto che come un sovrano dà ordini; il soggetto è ciò che emerge da queste operazioni di intervento sulle somiglianze e sulle differenze. Questo in base ad alcuni principi, tra cui quello della coerenza, che consente di prevedere, di avere un po’ di ordine. Coerenza non come principio inattaccabile, ma come continuum che va da un estremo all’altro. Stessa cosa è la stabilità. Questo groviglio di somiglianze e differenze può essere manipolato, spingendosi anche al punto dell’identità. Il groviglio delle somiglianze e delle differenze si trova tra due estremi: l’alterità e l’identità. Esse indicano gli estremi, ma sono irraggiungibili, soprattutto l’identità. Noi possiamo spingere, manipolare verso l’identità (vuol dire che aumentiamo le somiglianze). Ciò a cui ci possiamo spingere è la finzione dell’identità. Noi non abbiamo un’identità, abbiamo finzioni di identità.
Kelsen: a proposito della persona diceva che la persona è soggetto di diritti e doveri. Se è l’uomo ad essere titolare di doveri e diritti giuridici, si parla di persona fisica, altrimenti si parla di persona giuridica. Con ciò si contrappone la persona fisica intesa come persona naturale, alla persona artificiale, costruita dal diritto. I tentativi di dimostrare che la persona giuridica è reale sono vani se si tiene conto che anche la persona fisica è una costruzione artificiale della scienza giuridica, che anch’essa è soltanto una persona/costruzione artificiale. La cosiddetta persona fisica è l’unità personificata, non è una realtà naturale, ma una costruzione giuridica creata dalla scienza del diritto.
La convivenza tra stati e religioni
Le nostre società sono plureligiose, e ciò può comportare grandi problemi giuridici. I diritti religiosi hanno una loro visione anche della persona, e ciò può dare origine a discipline particolari, che non solo sono diverse da quelle dello Stato, ma possono anche creare conflitti tra ordinamenti giuridici diversi (statale e religioso). La nostra società è una società in cui si sono verificati processi di trasformazione sociale. Processi di trasformazione sociale: tensione dialettica tra secolarizzazione e ritorno del sacro.
Secolarizzazione
Secolarizzazione: distinzione tra ordine spirituale ed ordine temporale, perdita del riferimento alla religione nella organizzazione pubblica, nella mentalità e cultura dominante, nei costumi sociali; si accompagna a relativismo etico, perdita del riferimento a valori etici percepiti come vincolanti per tutti, ma lasciati a preferenze individuali. La secolarizzazione è un portato della società occidentale, attraverso un percorso lungo secoli tra la distinzione tra due livelli: spirituale e temporale (si compie la convivenza sociale e la competenza degli ordinamenti statali). Nell’organizzazione civile si è perso il riferimento a qualsiasi fede religiosa e la convivenza civile viene organizzata secondo principi che sono attinenti alla stessa convivenza. La nostra società è anche caratterizzata da un relativismo sotto il profilo etico: non c’è un’etica unitaria, ma il riconoscimento di una legittima pluralità. Il relativismo è conseguenza della perdita di una perdita di fede.
Ritorno al sacro
Ritorno al sacro: si evidenzia sotto due profili: per la moltiplicazione delle presenze religiose e per l’intensificarsi della religione sulla vita delle persone. Pluralità di religioni: non è una novità nella nostra società. Anche in Italia, non mancano presenze religiose minoritarie (comunità ebraica ha avuto sempre una grossa rappresentanza, come le comunità riformata, Comunità Valdesi in Piemonte). Ciò che è nuovo è che si sono venute a consolidare gruppi religiosi che fanno riferimento ad un patrimonio di valori diversi da quelli che hanno riformato il patrimonio di valori tradizionali europei. Ad esempio, il principio di laicità non è un principio accolto da tutte le religioni, l’islam ed il buddhismo non lo riconoscono. Oppure ancora, in materia di rapporti personali, alcune religioni prevedono delle disuguaglianze tra persone in ragione della regione, casta sociale, sesso e ciò contrasta col principio di uguaglianza in forza dell’uguale dignità delle persone riconosciuto dagli ordinamenti giuridici europei.
Profilo di novità: manca un orizzonte condiviso di visioni e regole da parte delle religioni che si sono venute a consolidare nelle nostre società. Influenza delle religioni: sulle persone e sulla vita comunitaria. Questo è anche un portato della perdita del riferimento di una verità di fede da parte delle istituzioni e della perdita di omogeneità culturale ed etica della società. L’appartenenza religiosa di una persona diventa il perno su cui ruota la sua identità personale, che viene a sovrapporsi alla sua identità nazionale e culturale. La religione diviene sempre di più il criterio su cui poggia l’identità della persona, tant’è che si parla anche di identità religiosa (perché l’appartenenza ad una religione non è solo un’adesione astratta, ma permea anche il modo di essere e di comportarsi delle persone). Tanto più forte è il condizionamento religioso, tanto maggiore è la pretesa della persona di portare questa convinzione al di fuori della sfera personale e di portarla nella sfera pubblica. Ad esempio, in tema di abbigliamento (velo nelle donne islamiche). Oppure ancora le prescrizioni dettate in tema di alimentazione rituale (macellare gli animali e preparare gli alimenti). Ed ancora le modalità di sepoltura. Questa incidenza dei precetti religiosi, pone interrogativi sulle modalità di convivenza civile. Ciò pone diversi modi di organizzazione della convivenza civile.
Regole della convivenza
Questo per quanto riguarda le singole persone. Dobbiamo considerare l’aspetto collettivo: le diverse associazioni/gruppi religiosi chiedono sempre più fortemente di essere interlocutori con le istituzioni pubbliche per favorire le abitudini dei propri appartenenti. Da qui, l’instaurarsi di diverse forme di dialogo tra gli Stati e le comunità religiose. Regole della convivenza: previste nei diversi ordinamenti europei, sono frutto di un’evoluzione storica che ha portato ad una parziale conquista nella seconda metà del XX secolo, con le Costituzioni che si sono dati i Paesi europei si consolida una forma di rapporto tra Stato e religioni fanno tutti riferimento a principi comuni: rispetto del diritto di libertà religiosa, equidistanza tra lo Stato e le religioni, promozione degli interessi religiosi come istanze di promozione delle persone. Vengono declinati secondo diversi modelli, secondo due criteri:
- Criterio assimilazionista: Vuole imporre a tutti gli stessi modelli. Porta ad un modello di convivenza civile porta ad un modello a laicità forte, che proclama una separazione netta tra sfera pubblica e sfera religiosa, che viene relegata alla sfera privata. Questo modello applica un criterio di separazione tra la sfera politica e la sfera religiosa perché non attribuisce nessuna rilevanza al fenomeno religioso. L’integrazione religiosa avviene attraverso un livellamento, tutti sono tenuti al rispetto delle medesime regole.
- Criterio interculturale: I valori comuni non sono necessariamente tutti uguali, ma ci può essere spazio per la diversità purché ci sia la condivisione di alcuni valori comuni. Ispira un criterio di laicità debole, perché purché si affermi un principio di equidistanza tra Stato e religioni, si lascia spazio alla rilevanza pubblica dell’appartenenza confessionale, perché si possono prevedere norme speciali, deroghe alle norme generali, fino al limite compatibili con il rispetto dei principi della convivenza comune.
Sono due modelli tendenziali. Nessun paese europeo applica rigorosamente uno solo di questi modelli. Sono tutte situazioni di compromesso. Entrambi i modelli possono avere delle controindicazioni. Laicità forte: porta ad un livellamento forzoso, può portare a frustrare l’identità religiosa delle persone, e quindi la restrizione della libertà religiosa può portare a delle sacche di emarginazione od anche delle reazioni di intolleranza verso un potere percepito come ingiusto. Laicità debole: può portare a statuti personali differenziati che possono risultare discriminatori. Ed ancora, la previsione di statuti personali può portare il rischio della fossilizzazione dell’identità personale aderente con l’appartenenza religiosa. Anche questo può portare a sacche di emarginazione o reazioni di intolleranza. L’Italia si ispira tendenzialmente alla laicità debole.
Cambiamenti nell’epoca attuale e nuove domande religiose
Oggi la pluralità religiosa porta a tensioni di cambiamento, che porta a delle domande di libertà religiosa. Ora crescono le domande positive: richiesta di visibilità nella sfera pubblica, di riconoscimento nella sfera pubblica, di promozione di servizi pubblici con la cooperazione con le istituzioni.
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