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Riassunto esame Diritto dell'informazione, prof. Coggiola, libro consigliato Diritto dell' informazione, Caretti Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Diritto dell' informazione e della comunicazione, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Diritto dell' informazione, Caretti . Gli argomenti trattati sono i seguenti: l’ordinamento legislativo relativo al diritto di manifestazione di pensiero, la tutela dei diritti... Vedi di più

Esame di Diritto dell'informazione e della comunicazione aziendale docente Prof. N. Coggiola

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ESTRATTO DOCUMENTO

CAPITOLO 3 RADIOTELEVISIONE

1 Sistema radiotelevisivo e forma di Stato

A differenza del settore della stampa, quello radiotelevisivo ha visto lo Stato assumere

il ruolo non solo di colui che detta le regole ma anche di chi si assume il compito di

soddisfare le esigenze individuali e collettive legate all’uso del mezzo. Si è assunta

crescente consapevolezza della particolare importanza, nel settore radiotelevisivo, di

garantire una pluralità delle fonti ed un’informazione corretta ed imparziale. Un ruolo

di primo piano nella disciplina del settore lo ha avuto la Corte Costituzionale che non

si è limitata a ricostruire i principi costituzionali di riferimento ma si è spinta fino a

configurare i contenuti della legge che disciplina il settore.

2 Elementi comuni nell’esperienza dei paesi europei in materia di

informazione radiotelevisiva.

Nell’osservare l’evoluzione della disciplina dei paesi europei relativa al settore

radiotelevisivo si notano numerosi punti in comune tra cui una linea di sviluppo che

consiste in 3 fasi : 1) la fase di introduzione del regime monopolistico dello Stato 2) la

5

fase di riforma del settore pubblicistico 3) infine la fase di introduzione del sistema

misto, pubblico e privato.

La prima fase caratterizza il periodo tra le due guerre quando la radio, dopo un

periodo sperimentale, iniziava la sua diffusione commerciale. La scelta a favore di un

regime pubblicistico era inizialmente dovuta a motivi tecnici, cioè ad evitare che gli

impianti di trasmissione fossero situati in modo da interferire reciprocamente. Dopo

poco tempo iniziò il processo di costruzione del regime monopolistico dovuto

all’accorpamento, a causa dei costi di gestione, di più imprese private. Tali emittenti

accettarono, per ottenere una concessione esclusiva del servizio, condizionamenti quali

l’attribuzione all’esecutivo del potere di nomina degli organi direttivi degli enti, il

controllo sulla gestione finanziaria e sulla programmazione. Tuttavia l’affermazione

del monopolio pubblico fu dovuto soprattutto alla scoperta della capacità del mezzo

radiofonico di contribuire all’adesione al potere costituito, come empiamente intuito

dai dittatori del periodo. Ϡ

2.2 Le innovazioni introdotte dalla legislazione tra gli anni ’60 e ‘70

5 Pubblicistico = che si riferisce al diritto pubblico

22 La seconda fase coincide con i profondi mutamenti dovuti al passaggio da governi di

stampo dittatoriale a quelli di tipo democratico. In realtà per un lungo periodo, una

volta eliminati gli aspetti più marcatamente autoritari, il quadro rimase

sostanzialmente lo stesso con uno Stato che deteneva il monopolio non più solo del

settore radiofonico ma anche di quello televisivo, sia riguardo alla gestione degli

impianti che alla diffusione dei programmi.

L’abbandono di un modello pubblicistico fu arduo poichè le costituzioni di allora

mancavano di articoli appositamente dedicati al settore. Si sviluppò un dibattito che

verteva sia sulla possibile riconduzione del settore radiotelevisivo alle libertà garantite

dall’art. 21 Cost., che sulle sue conseguenza sociali. In considerazione del fatto che la

radiodiffusione si basava su risorse limitate (cioè le frequenze via etere) si optò per un

ruolo dello Stato che non era solo quello del legislatore che pone la cornice di

riferimento per coloro che vogliono operare nel settore, ma anche di colui che gestisce

direttamente il mezzo per garantire il pluralismo ed evitare il formarsi di monopoli o

oligopoli privati.

La legislazione europea da fine anni ’60 a fine anni ’70 è caratterizzata

dall’introduzione di correttivi che si muovono se 3 piani :

un riequilibrio del ruolo svolto nel settore da Governo e Parlamento con una

1) valorizzazione del ruolo di quest’ultimo in quanto più idoneo a garantire la libertà

e il pluralismo cercati.

2) La definizione di un più stretto rapporto tra strutture radiotelevisive ed autonomie

locali con la possibilità di quest’ultime di partecipare alle scelte di gestione ritenute

più rilevanti per la salvaguardia del pluralismo.

3) L’introduzione di forme di partecipazioni sociali alla gestione del mezzo sia con

l’istituzione di organi consultivi rappresentativi dell’utenza, sia attraverso la

definizione del diritto d’accesso al mezzo.

2.3 Le leggi della terza generazione e il superamento del monopolio

pubblico radiotelevisivo.

All’inizio degli anni ’80 comincia la 3° fase caratterizzata dalle consistenti novità della

a a

cosiddetta legislazione della 3 generazione (dopo la 1 di costruzione del monopolio,

a

e la 2 della sua riforma). Essa ha dovuto considerare le incalzanti innovazioni

tecnologiche che hanno posto fine alla natura limitata del mezzo, le pressioni

imprenditoriali e pubblicitarie per una liberalizzazione del settore e l’esigenza di un

equilibrio nel settore informativo che ormai non poteva più essere separato per

scomparti.

Il primo paese che, sin dal ’54, affiancò un ente privato (IBA) a quello pubblico (BBC)

fu l’Inghilterra mentre gli altri paesi aspettarono circa una trentina d’anni. Il primo

terreno di liberalizzazione, già negli anni ’70, riguardò un pò dovunque le reti via cavo,

almeno a livello locale, in quanto la disponibilità di frequenze utilizzabili faceva cadere

23

la penuria delle risorse. La liberalizzazione è stata diversa nei paesi, locale o solo

nazionale, e così pure riguardo ai soggetti che potevano accedere all’uso del mezzo.

Alcuni paesi ( Belgio, Olanda, Svezia ecc.) hanno tentato di evitare che l’accesso dei

privati si trasformasse in una eccessiva commercializzazione dell’attività

radiotelevisiva affidando il settore a forme associative prive di lucro che non possono

ricorrere al finanziamento pubblicitario e vengono finanziate dallo Stato. Altri paesi

(quali Italia, Francia, Germania, Inghilterra) hanno perseguito lo stesso obbiettivo

ponendo una serie di obblighi e limitazioni ai privati operanti nel settore e

permettendo il ricorso ad introiti pubblicitari in quantitativi limitati per legge.

L’attività di controllo è stata affidata in alcuni paesi al Governo o ad organi di

derivazione governativa, in altri ad istituzioni ad hoc come quella del Garante.

Le normative europee antitrust, pur con svariate differenza, si sono basate sul comune

presupposto di definire delle soglie massime di concentrazione non superabili e

nell’imporre obblighi di trasparenza sugli assetti proprietari alle società operanti nel

settore.

In ogni caso gli equilibri del sistema radiotelevisivo misto sono spesso precari e le

attuali situazioni legislative non rappresentano certo un punto d’arrivo.

caso italiano : la disciplina della radiofonia durante il periodo

3.1Il

fascista

Quando ancora la radiofonia non era uscita dalla fase sperimentale l’attenzione del

legislatore nei suoi confronti si limitò ad una legge del 1910, con relativa disciplina

del 1912, che assegnava allo Stato la riserva degli impianti ma non quella di

diffusione dei programmi e prevedeva concessioni a privati. Le funzioni

amministrative del nuovo mezzo erano affidate al Governo ed a un’apposita

commissione. Già nel ’12 furono rilasciate le prime concessioni alle due società più

consolidate : la Radiofono e la Società italiana radioaudizioni circolari.

Con l’avvento del regime ci fu il primo intervento organico del settore finalizzato

ad utilizzare il mezzo per influenzare l’opinione pubblica. Già nel ’24 venne affidata

una concessione esclusiva, per gli impianti che per la diffusione dei programmi,

all’Unione radiofonica italiana (URI) ma essa doveva sottostare a vari obblighi sia

di tipo societario che attinenti al controllo statale della programmazione.

Nel ’27 la radiofonia assunse il suo assetto definitivo con la trasformazione

dell’URI, che cambiò il nome in EIAR (Ente italiano per le audizioni radiofoniche),

in una società pubblica posta sotto il controllo dell’IRI. Venne inoltre istituito un

Comitato superiore di vigilanza, presso il Ministero delle Comunicazioni, che

controllava e guidava tutta la programmazione. Ϛ

24 L’assetto del settore durante il periodo costituzionale provvisorio e

nell’immediato 2° dopoguerra.

Dopo il crollo del regime ed in seguito la fine della guerra le novità legislative nel

settore radiotelevisivo furono modeste.

Con un decreto legge del ’47 lo Stato continuava a mantenere la riserva delle

diffusioni radiotelevisive ma vennero ridefinite le competenze in materia degli

organi governativi. Un ruolo centrale venne affidato al Ministero delle Poste e

telecomunicazioni cui spettava la vigilanza, il controllo contabile della

concessionaria, la nomina del Presidente e dell’amministratore delegato della

stessa. Sempre presso il Ministero delle Poste e telecomunicazioni venne creato un

Comitato per la definizione delle direttive di massima culturali, artistiche ed

educative a cui avrebbe dovuto uniformarsi la diffusione dei programmi. Si

coinvolse nel settore radiotelevisivo anche il Parlamento attraverso l’istituzione di

una commissione parlamentare di vigilanza che aveva il compito di vigilare sulla

correttezza e obbiettività dell’informazione nonché sull’ imparzialità politica. Il suo

ruolo era però ridimensionato dalla necessità di un’intermediazione del governo.

Nel 1952, 2 anni prima dell’inizio delle trasmissioni, fu stipulata la concessione di

servizio alla RAI che prevedeva :

1) la proprietà pubblica (IRI) della maggioranza assoluta delle azioni RAI.

2) La nomina governativa di 6 membri del Consiglio di amministrazione (più il

Presidente, l’amministratore delegato e il direttore generale).

3) L’obbligo di sottoporre il piano di programmazione triennale al Ministero che

poteva essere modificato dal Ministro delle Poste e telecomunicazioni insieme a

quello degli Interni.

4) Un doppio regime di finanziamento : canone più introiti pubblicitari.

5 Il ruolo della Corte Costituzionale : dalla conferma della legittimità

del monopolio pubblico alla riforma del 1975

L’avvio delle trasmissioni acuì il dibattito sull’incostituzionalità del monopolio

statale nel settore radiotelevisivo. La Corte Costituzionale pronunciò la sua prima

sentenza sul tema ricusando l’accusa di incostituzionalità sulla base di 3 ordini di

motivi :

1) la limitatezza della risorsa utilizzata dal mezzo (bande di frequenza) che non

consentiva l’accesso a tutti, come invece per gli altri media 2) tale limitatezza poteva

determinare situazioni di monopolio o oligopolio privati che contrastavano con

quell’esigenza di pluralismo che poteva essere meglio garantita da un monopolio

statale 3) anche se il monopolio statale non era costituzionalmente obbligatorio esso

poteva ricondursi nell’ambito di quelle attività di possibile riserva statale (art. 43

Cost.), in specifico riferimento ai servizi pubblici essenziali, con carattere di

prominente interesse generale. La sentenza inoltre sollecitava un più libero accesso

25

al medium di tutte le diverse correnti politiche e culturali e un riequilibrio del ruolo

svolto nel settore da Governo e Parlamento con una valorizzazione del ruolo di

quest’ultimo in quanto più idoneo a garantire la libertà e il pluralismo cercati. Le

sollecitazioni non ebbero però seguito.

Con la sentenza 225 del 1974 venne ritenuta illegittima la riserva statale della

ritrasmissione di programmi di emittenti estere e consentita ai soggetti privati con

l’obbligo di sottostare ad una apposita disciplina. Con la sentenza 225, invece venne

ritenuta illegittima la riserva statale nel settore dei servizi radiotelevisivi via cavo e

ne venne concesso l’uso, a livello locale, ai soggetti privati. La motivazione di

queste sentenze era la mancanza di pericoli per il pluralismo poichè in un caso ci si

limitava alla semplice ritrasmissione di programmi di emittenti estere, nell’altro il

mazzo tecnico costituito dal cavo permetteva, in via teorica, una sua utilizzazione

illimitata. Vennero inoltre ribadite condizioni (soprannominate i 7 comandamenti)

che il legislatore avrebbe dovuto soddisfare con sollecitudine e che costituirono le

linee direttrici dell’attività legislativa :

1) sottrazione del controllo del settore alla prevalente influenza del Governo

2) maggior coinvolgimento del Parlamento

garanzia di imparzialità e completezza dell’informazione

3)

4) controllo dell’autonomia professionale dei lavoratori del settore

dell’informazione all’interno della concessionaria

5) imposizione di limiti quantitativi alla pubblicità per garantire uno sviluppo di

altri mezzi di informazione, soprattutto la stampa

disciplina del diritto di accesso al settore

6) disciplina di rettifica

7) 6 La legge di riforma n. 103 del 1975 e la sua rapida obsolescenza

Nel 1975 il Parlamento vara una legge di riforma del monopolio che segue diverse

indicazioni della Corte Costituzionale. Essa prevedeva :

dopo aver definito la radiodiffusione come un settore a carattere di prominente

1) interesse generale, se ne afferma la riserva statale fuorché per la ripetizione di

programmi stranieri e la trasmissione via cavo da parte di emittenti locali

è autorizzata la ripetizione di programmi stranieri solo se trasmessi dai servizi

2) pubblici del paese e con l’obbligo per l’emittente di depurarli dalla relativa

pubblicità

3) l’autorizzazione alla trasmissione via cavo è concessa dal Ministero delle Poste e

telecomunicazioni e dalla Regione

maggior coinvolgimento del Parlamento con la creazione di una Commissione

4) Bicamerale per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi che

ha il potere di nominare 10 dei 16 membri del Consiglio di amministrazione RAI. La

Commissione deve regolare anche la trasmissione pubblicitaria ed i programmi a

carattere politico (tribune)

26 le Regioni possono istituire Comitati regionali per il servizio radiotelevisivo e

5) proporre una rosa di candidati per il Consiglio di amministrazione tra cui verranno

scelti 4 membri di nomina parlamentare

6) l’obbligo di rettifica è esteso ai direttori di telegiornali e radiogiornali

7) viene confermato il doppio finanziamento ma con il rispetto di una soglia

pubblicitaria allo scopo di tutelare lo sviluppo degli altri media

Dopo solo un anno la Corte Costituzionale fu chiamata a giudicare dell’eventuale

incostituzionalità della riserva statale alla trasmissione radiotelevisiva locale via

etere. Con la sentenza n. 202 del 1976 la Corte Costituzionale accolse la tesi dei

ricorrenti che affermava che la disponibilità di frequenze, almeno a livello locale,

poteva scongiurare il formarsi di monopoli o oligopoli. La Corte Costituzionale

concesse, quindi, la trasmissione radiotelevisiva locale ai soggetti privati previo il

rispetto di apposte autorizzazioni e disciplina che avrebbe fissato il legislatore.

Questa sentenza ha un forte carattere di discontinuità con le precedenti in quanto

quest’ultime basavano il motivo della riserva statale sul fatto che quello

radiotelevisivo rappresentava un settore a carattere di prominente interesse

6

generale, e solo l’avocazione dello Stato poteva permettere un esercizio non di

parte ma dettato da rigorosi criteri. La motivazione del mezzo tecnico, prima

considerata solo secondaria, divenne, con la sentenza n. 202 del 1976, la

motivazione principale che, sganciata da ogni altro criterio, bastò a concedere

trasmissione radiotelevisiva locale ai soggetti privati in via dell’aumento delle

frequenze. Questa sentenza dunque appannò il criterio di regolare il settore

radiotelevisivo in base al suo essere di prominente interesse generale.

7 Dalla normativa transitoria della legge n. 10 del 1985 alla sentenza

n. 826 del 1988 della Corte Costituzionale

In seguito alla sentenza n. 202 del 1976 della Corte Costituzionale si assisté ad un

tumultuoso sviluppo delle emittenti locali, pur se la stessa Corte aveva ingiunto

l’attesa di una apposita disciplina. L’attività del settore radiotelevisivo seguì il

principio di ogni altra attività economica, ossia l’espandersi quanto più permetteva

il mercato. Il pluralismo spontaneo si trasformò presto in un sistema accentrato,

anche per la crescente concentrazione pubblicitaria verso le imprese più grandi.

Con la sentenza n. 148 del 1981 la Corte Costituzionale fu chiamata a giudicare

dell’eventuale incostituzionalità della riserva statale alla trasmissione

radiotelevisiva via etere anche a livello nazionale in quanto anche a tale livello c’era

ormai sufficiente disponibilità di frequenze. La Corte Costituzionale continuò la

tendenza inaugurata con la sentenza n. 202 del 1976, (che lasciava intendere che la

riserva statale non era dovuta tanto al carattere di prominente interesse generale del

settore radiotelevisivo) affermando che la disponibilità di frequenze non bastava da

6 avocare = attribuire a sè, prendere su di sè 27

sola a consentire ai privati la trasmissione a livello nazionale ma che doveva esser

accompagnata da una apposita disciplina che evitasse pericoli per il pluralismo.

Dunque si appannò la nozione di servizio pubblico essenziale lasciando alle sole

norme antitrust il compito di garantire il pluralismo del settore informativo.

Dopo questa sentenza iniziò un improprio sviluppo del settore radiotelevisivo

anche a livello nazionale visto che la proibizione era aggirata mandando in onda,

nello stesso orario ma su diverse emittenti locali, la stessa videocassetta con un

programma registrato. Ciò portò, nell’84, a numerose richieste all’autorità

giudiziaria affinché interrompesse l’attività di alcune emittenti private ma il

Governo rispose con una disciplina transitoria, che sarebbe dovuta restare per un

massimo di 6 mesi (ah, ah, questi burloni!), e che invece si trasformò nella legge n.

10 del 1985, sostituita solo nel 1990. Tale legge consentì la prosecuzione di quelle

che ormai erano diventate reti nazionali e lasciò ad una futura legge il compito di

definire le norme che evitassero oligopoli, quelle che garantissero la trasparenza

degli assetti proprietari e quelle che definissero la trasmissione di pubblicità. Gli

obblighi delle emittenti private erano analoghi a quelli dell’emittente pubblica come

il rispetto di una soglia massima di pubblicità del 16% sul totale dei programmi

settimanali e del 20% su ciascuna ora di trasmissione. Quanto all’emittente pubblica

la normativa “transitoria” dedicò una serie di disposizioni :

la Commissione Bicamerale nomina tutti e 16 i membri del Consiglio di

1) amministrazione RAI (che nomina il Presidente) ma non può più definire i

criteri per i piani annuali di spesa, nè per la programmazione (nè può più

verificarla) nè può nominare il Direttore generale che è nominato dall’IRI,

l’azionista di maggioranza.

si abbassa il livello delle maggioranze necessarie per la nomina degli

2) amministratori con l’evidente intento di riprodurre la logica di schieramento

presente in Parlamento.

Per evitare che la legge n. 10 del 1985 finisse per assumere il carattere di una

disciplina definitiva, la Corte Costituzionale si espresse in merito con la sentenza

n. 826 del 1988, in cui era chiamata a giudicare sia dell’eventuale incostituzionalità

della riserva statale alla trasmissione radiotelevisiva via etere a livello nazionale in

quanto la mancanza di disciplina antitrust era dovuta all’inerzia del legislatore, sia,

all’opposto (da altri richiedenti), dell’ incostituzionalità della trasmissione

radiotelevisiva via etere a livello nazionale da parte di privati proprio per la

mancanza della disciplina antitrust richiesta. La Corte Costituzionale adottò una

terza via dichiarando che la legge n. 10 del 1985 era incostituzionale ma assolvibile

in via transitoria proprio e solo in ragione del suo carattere temporaneo ma che

l’assolvibilità sarebbe decaduta se il legislatore non avesse varato un’opportuna

disciplina entro un termine ragionevole. La sentenza fu l’occasione per fare una

summa articolata di tutta la materia legislativa dell’ultimo trentennio riguardante il

settore radiotelevisivo. Il fine era di fornire al legislatore un quadro di riferimento

per le future scelte legislative.

La Corte Costituzionale individua, anzitutto, 3 nozioni di pluralismo : 1) il

pluralismo esterno corrisponde la maggior numero possibile di fonti in relazione

28 alle possibilità tecniche 2) il pluralismo interno corrisponde al dar spazio al

maggior numero possibile di opinioni e tendenze culturali e politiche presenti nel

tessuto sociale 3) pluralismo come concreta possibilità del cittadino di fruire di

fonti di informazione numerose e diverse tra loro.

La Corte, inoltre, sottolinea l’esigenza di 5 tipi di interventi legislativi :

una disciplina dei flussi finanziari provenienti dalla pubblicità che garantisca

1) una distribuzione equilibrata degli stessi tra i diversi comparti del settore

dell’informazione

una disciplina della pubblicità che tuteli l’utente consumatore

2) una disciplina antitrust che guardi anche alle concentrazioni incrociate quali

3) settore radiotelevisivo + stampa o settore radiotelevisivo + concessionarie di

pubblicità

una disciplina che tuteli le emittenti locali anche sul fronte della distribuzione

4) delle risorse provenienti dalla pubblicità

la predisposizione del legislatore ad immaginare prospettive che tengano conto

5) degli sviluppi tecnologici in atto.

8 La necessaria attuazione della normativa comunitaria in materia di

pubblicità televisiva

La Comunità europea, con la direttiva n. 552 del 1989 (Televisione senza

frontiere), si occupò con grande precisione, in modo da lasciare ristretti margini di

discrezionalità ai legislatori dei diversi paesi, della disciplina della pubblicità

televisiva.

Essa è affrontata sotto 4 aspetti : contenuto del messaggio, modalità di trasmissione,

indice di affollamento (ossia limite massimo di messaggi pubblicitari in relazione

alle ore di trasmissione), le sponsorizzazioni :

contenuto del messaggio : divieto di trasmettere messaggi pubblicitari che

1) offendano valori costituzionalmente protetti (dignità umana, uguaglianza ecc.),

che sfruttino la credulità dei minori (che burloni questi della comunità

europea!), che riguardino le sigarette, il tabacco, i farmaci vendibili solo su

prescrizione. Inoltre ci sono restrizioni per messaggi pubblicitari sulle bevande

alcoliche

modalità di trasmissione : è obbligatoria la chiara riconoscibilità dei messaggi

2) pubblicitari, pertanto sono vietati quelli occulti o subliminali. La pubblicità va

trasmessa “tra” le trasmissioni e non “durante”; la trasmissione “durante” è

permessa con specifiche regole a seconda del tipo di trasmissione. Quelle

costituite da parti naturalmente autonome possono essere interrotte durante gli

intervalli. I film possono essere interrotti solo 2 volte separate da almeno 45 min.

Se il film prosegue per almeno altri 20 è possibile aggiungere un’altra

interruzione. Le trasmissioni che non sono costituite da parti naturalmente

autonome non possono essere interrotte più di una volta ogni 20 min. Infine non

29

è possibile introdurre interruzioni durante telegiornali, documentari,

trasmissioni a carattere religioso o dedicate ai minori, di durata inferiore ai 30

min.

indice di affollamento (ossia limite massimo di messaggi pubblicitari in

3) relazione alle ore di trasmissione) : esso è fissato al 18% del tempo totale di

trasmissione quotidiano, elevabile al 20% con le vendite dirette al pubblico

(teleshopping)

sponsorizzazioni : la Comunità europea precisa il termine affermando che esso

4) indica una forma di contributo finanziario al programma in cambio della sola

citazione, all’inizio e/o fine, del nome, marchio, attività, prodotti dello sponsor.

La sponsorizzazione deve essere ben riconoscibile attraverso la citazione

all’inizio e/o fine del nome dello sponsor, mentre sono vietati sia ogni forma di

condizionamento dello sponsor sul programma sia la promozione, durante la

stessa trasmissione sponsorizzata, dei beni o servizi offerti dallo sponsor.

9 La legge n. 223 del 1990 sulla nuova disciplina del sistema

radiotelevisivo misto

Dopo i suggerimenti della Corte Costituzionale e della Comunità europea, e

l’ammonimento di quest’ultima ad accelerare i tempi, viene finalmente varata la

legge n. 223 del 1990 (legge Mammì) che disciplina il sistema radiotelevisivo misto,

legge tra l’altro approvata col ricorso alla questione di fiducia (un dibattito che si

conclude con una dissociazione di parte della maggioranza di governo dai risultati

raggiunti).

La legge tocca 5 punti fondamentali : principi comuni per il sistema radiotelevisivo

validi per il settore pubblico e quello privato; regolamentazione del regime

concessorio; introduzione di una normativa antitrust; regolamentazione della

pubblicità radiotelevisiva; predisposizione dei meccanismi di garanzia per una

corretta applicazione della legge :

I) principi comuni : l’attività di trasmissione di programmi radiofonici e

televisivi viene definita di preminente interesse generale per cui vengono fissati

principi per il sistema radiotelevisivo validi sia per il settore pubblico che per quello

privato : pluralismo, imparzialità, completezza dell’informazione nonchè apertura

al maggior numero possibile di opinioni e tendenze culturali e politiche presenti nel

tessuto sociale. Tuttavia la legge contiene un elemento di forte ambiguità poichè

mentre nell’art.1 ritiene che i principi siano comuni sia al settore pubblico che a

quello privato poichè il settore radiotelevisivo è di preminente interesse generale,

nell’art. 2 la legge parla di una concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo

dando un particolare rilievo al soggetto titolare della concessione e introducendo

quasi una scissione tra settore pubblico e privato che indurrebbe a ritenere

obbligatori i principi prevalentemente per il primo.

30 II) regime concessorio : la concessione riguarda sia la costruzione degli

impianti che la diffusione dei programmi.

Per definire il regime concessorio sono necessari due atti di pianificazione :

a) il piano nazionale di ripartizione serve a ripartire le bande di frequenza

utilizzabili tra i diversi media. La sua approvazione spetta oggi al ministro delle

Comunicazioni sul parere dell’Autorità per le garanzie delle comunicazioni (legge

del ’97)

b) il piano di assegnazione delle frequenze per la radiodiffusione distribuisce le

frequenze tra i vari bacini di utenza. La sua approvazione spetta oggi all’ Autorità

per le garanzie delle comunicazioni. (legge del ’97)

La pianificazione non è un’operazione puramente tecnica poichè incide

profondamente sul numero di emittenti potenzialmente attivabili, quindi sul

pluralismo esterno. In ogni bacino di utenza le bande devono andare per il 70%

all’emittenza radiofonica locale, per il 30% a quella televisiva locale.

Requisiti : per il servizio pubblico la concessione può essere data solo ad una società

a totale partecipazione pubblica; per il settore privato nazionale solo a società o

cooperative il cui capitale superi una certa soglia; per il settore privato locale a

società, enti riconosciuti dallo Stato e persone fisiche che si impegnino a versare la

cauzione prevista. Per il settore privato non si possono rilasciare concessioni a

soggetti che abbiano riportato determinate condanne penali, a enti pubblici, società

a prevalente partecipazione pubblica, istituti di credito.

I criteri su cui rilasciare le concessioni si fondano essenzialmente sulla potenzialità

economica delle iniziative, la natura dei progetti presentati, la quantità e qualità

della programmazione, gli indici di ascolto.

Gli obblighi a carico dei concessionari sono taluni comuni, altri specifici per il

settore pubblico e quello privato. Quelli comuni riguardano 2 aspetti principali :

la gestione dell’impresa : obbligo di iscrizione al Registro nazionale delle

a) imprese radiotelevisive, obbligo di comunicare trasferimenti di proprietà,

obbligo di trasmettere lo stesso programma in tutta l’area geografica per cui è

rilasciata la concessione, di rispettare determinati criteri per la trasmissione di

messaggi pubblicitari, di rispettare il diritto di rettifica, di rispettare i limiti

riguardanti le opere cinematografiche

b) contenuto dei programmi : divieto di trasmettere messaggi pubblicitari che

offendano valori costituzionalmente protetti (dignità umana, uguaglianza ecc.),

e messaggi pubblicitari su det. prodotti.

Le concessionarie private devono pagare una cauzione e un canone per la

concessione, rispettare un limite minimo di ore di trasmissione e riservare una parte

della programmazione a trasmissioni di informazione. 31

III) la normativa antitrust : essa tocca 3 aspetti del fenomeno delle

concentrazioni : stesso soggetto

a) i rapporti tra emittenti radiotelevisive. Il numero massimo di concessioni a livello

nazionale rilasciabili ad uno stesso soggetto è del 25% delle reti previste (televisive

e radiofoniche )dal piano nazionale o comunque non più di 3.

A livello locale un soggetto può essere titolare di una sola concessione per bacino di

utenza; fino a 3 concessioni televisive per bacini diversi, anche contigui, e fino a 7

concessioni radiofoniche.

Non si può essere titolari di una concessione nazionale ed una locale; il controllo o

collegamento con una società titolare di concessione è equiparata alla titolarità di

una concessione .

b)i rapporti tra emittenti radiotelevisive e stampa. La legge abbandona l’opzione

zero ossia il divieto assoluto di incrocio dei settori. Non può essere rilasciata una

concessione a livello nazionale a chi opera nel campo della stampa quotidiana con

tiratura superiore al 16% di quella complessiva nazionale mentre ne può essere

rilasciata una se è tra 8% e il 16%, 2 se inferiore all’8%.

c)i rapporti tra emittenti radiotelevisive e concessionarie di pubblicità. Se esiste un

controllo o collegamento tra titolari di concessioni radiotelevisive e concessionarie

di pubblicità è vietato per esse raccogliere pubblicità per più di 3 reti nazionali o 2

nazionali e 3 locali. Ogni ulteriore raccolta di pubblicità deve essere destinata ad

altri media (non tv o radio).

IV) regolamentazione della pubblicità radiotelevisiva . Essa affronta 5

diversi aspetti del problema :

1) per il contenuto dei messaggi pubblicitari accoglie sostanzialmente quanto

indicato dalla normativa comunitaria dell’89 : divieto di trasmettere messaggi

pubblicitari che offendano valori costituzionalmente protetti (dignità umana,

uguaglianza ecc.)e messaggi pubblicitari di det. prodotti.

2)Indici di affollamento fissati al 15% giornaliero e al 18% orario.

3)Per le modalità di trasmissione dei messaggi pubblicitari, la legge evade

clamorosamente le direttive europee concedendo di trasmetterli “durante” e non

“tra” le trasmissioni, di interrompere i film più delle 2 volte previste dalla

normativa comunitaria, di trasmettere intervalli separati da meno di 20 min, di

introdurre interruzioni durante telegiornali, documentari, trasmissioni a carattere

religioso o dedicate ai minori, di durata inferiore ai 30 min.

4) la legge si allontana ancor di più dalla normativa comunitaria per le

sponsorizzazioni, eliminando il divieto di introdurre nel programma sponsorizzato

promozioni dei sui prodotti e servizi. Di fatto questo elimina una distinzione tra

sponsorizzazioni e messaggi pubblicitari tradizionali non giustificando nemmeno

un trattamento differenziato. La discrasia con la normativa comunitaria è così

grande che il legislatore dovrà eliminarla dopo poco.

5) i rapporti tra emittenti radiotelevisive e concessionarie di pubblicità. Già detto.

32 V) predisposizione dei meccanismi di garanzia per una corretta

applicazione della legge . I meccanismi di controllo e sanzione fanno capo

soprattutto al ministro delle Poste e telecomunicazioni e al Garante, cui era già

stato affidato il controllo del settore stampa. Il Garante ha diversi poteri:

-) di proposta : in particolare sulla consistenza organica del suo ufficio e sulla

normativa delle sponsorizzazioni.

-) consultivi : il Garante è tenuto ad esprimere il proprio parere sul regolamento del

suo ufficio e sul regolamento di attuazione della legge.

-) di controllo : essi consistono nella tenuta del Registro nazionale delle imprese

radiotelevisive a cui devono iscriversi anche le concessionarie di pubblicità e le

imprese produttrici di programmi, nell’esame dei bilanci delle società del settore,

nell’attività ispettiva sul rispetto dei limiti e obblighi previsti dalla legge, nella

vigilanza della raccolta e pubblicazione degli indici di ascolto.

-) sanzionatori : ove accerti una violazione degli obblighi, il Garante può diffidare

gli interessati dal proseguire e, se persistono, irrorare sanzioni pecuniarie,

disporre la sospensione della concessione per alcuni giorni o, in casi gravi, revocarla

dopo aver consultato il ministro. Se violate le norme antitrust, il Garante dapprima

richiede agli interessati di compiere gli atti necessari a far cessare la situazione

illegale, in seguito può proporre al ministro la revoca della concessione.

Il ministro ha poteri sanzionatori maggiori applicabili anche in caso di impropria

gestione tecnica degli impianti di trasmissione. Il ministro può applicare pene

pecuniarie, sospendere o revocare la concessione.

Dal ’97 le competenze del Garante sono svolte dall’ Autorità per le garanzie delle

comunicazioni.

L’annullamento parziale della normativa antitrust da parte della

Corte Costituzionale e la risposta del legislatore.

Benchè l’introduzione della legge n. 223 del 1990 abbia almeno posto fine ad una

totale anarchia normativa nel settore radiotelevisivo ci sono stati numerosi

commenti negativi che evidenziavano come essa fotografasse semplicemente lo

stato delle cose (cioè il duopolio RAI-Fininvest) quando già una sentenza dell’88

della Corte Costituzionale avesse ribadito che il pluralismo non poteva dirsi

raggiunto in una situazione di duopolio pubblico-privato.

Coerentemente, chiamata a giudicare, nel ’94, la legittimità di quella parte della

legge, la Corte Costituzionale la giudicò incostituzionale ma consentì la sua

momentanea accettazione nell’attesa di una riforma della disciplina del settore

radiotelevisivo.

La legge n. 249 del 1997 (Maccanico) ha ridettato le norme antitrust stabilendo

come soglia massima di detenzione il 20% delle reti analogiche nazionali,

radiofoniche e televisive, trasmesse su frequenza terrestri stabilite dal piano

33

nazionale. I soggetti che superavano tale limite potevano, però, continuare

temporaneamente le trasmissioni a patto che fossero trasmesse anche via cavo o

satellite e successivamente solo via cavo o satellite.

Nel 2001 l’Autorità fissò al 31 dic. 2003 il termine ultimo per spostare una rete

Mediaset sul satellite e trasformare una rete Rai in una rete senza pubblicità, ma si

riservò di riesaminare la questione prima della scadenza (!!!).

Con la sentenza n. 446 del 2002 la Corte Costituzionale ha dichiarato

incostituzionale parte della legge n. 249 del ’97 in quanto non fissava un termine per

il rispetto dei limiti antitrust, e ha indicato il termine fissato dall’Autorità come

scadenza improrogabile del regime transitorio. La legge del ’97 si basava proprio

sulla nascita di nuove tecnologia (il cavo e il satellite) di cui non poteva predirsi un

certo sviluppo per cui la Corte Costituzionale ha anche accennato al digitale

terrestre, appena entrato in sperimentazione, per diffidare il legislatore a optare per

soluzioni normative, in tema di pluralismo, che si basino su aspettative ipotetiche e

non già verificate.

La disciplina della pubblicità radiotelevisiva e delle sponsorizzazioni

La legge n. 650 del 1996 ha introdotto delle modifiche per gli indici di affollamento

pubblicitario. Essi erano fissati :

-) per la concessionaria pubblica al 4% dell’orario settimanale e al 12% di ogni ora di

programmazione

-) per le emittenti private che operano a livello nazionale al 15% dell’orario

settimanale e al 18% di ogni ora di programmazione ma in caso della presenza di

vendite dirette al pubblico si può arrivare al 20% della programmazione giornaliera

-) per le emittenti radiofoniche nazionali il 18% di ogni ora di trasmissione

Nel ’97 c’è una nuova normativa comunitaria riguardante gli indici di affollamento

che ha esteso fino a 3 ore al giorno il tempo delle finestre di televendita che

oltretutto non vengono considerate nel computo di affollamento orario e

giornaliero. La normativa, inoltre, distingue tra spot pubblicitari e “altre forme di

pubblicità”, non meglio identificate, e ha stabilito che quest’ultime rientrano nel

computo di affollamento giornaliero ma non in quello orario. Tali scelte ovviamente

estendono molto il tempo dedicabile alla pubblicità televisiva, il che crea problemi

di ripartizione delle risorse economiche provenienti dalla pubblicità nei confronti

degli altri media (che vengono danneggiati molto). Il tutto incide negativamente sul

tasso di pluralismo del sistema comunicativo.

La legge n. 122 del 1998 si adegua di più, rispetto a quelle precedenti, alle direttive

europee, ma non tocca i tetti. Viene riconosciuto il carattere eccezionale di spot e

televendite isolate e prescrive che essi siano trasmessi “tra” e non “durante” le

trasmissioni. Viene vietato di introdurre interruzioni durante telegiornali,

documentari, trasmissioni a carattere religioso o dedicate ai minori, di durata

34 inferiore ai 30 min. Vengono fissate norme di interruzione a seconda del tipo di

programma (con pause naturali o meno) e posto il divieto di interrompere i

programmi privi di pausa naturali più di una volta ogni 20 min.

Quanto alle sponsorizzazioni, la Comunità europea aveva aperto una procedura di

infrazione contro l’Italia per la definizione impropria che ne dava la legge del ’90

perciò il legislatore varò una legge del ’92 che definiva le sponsorizzazioni come fa

la normativa comunitaria e ne riprendeva i divieti connessi. Vedendosi sottrarre

una parte degli introiti pubblicitari alcuni proposero di assimilare le

sponsorizzazioni a contenuto promozionale diretto (appunto vietate dalla

normativa comunitaria), ribattezzate telepromozioni, alle vendite dirette al

pubblico che invece consistono nel tentativo di concludere effettive transazioni di

beni o servizi offerti tramite il medium televisivo, così come si farebbe in un punto

vendita. In questo modo esse sarebbero anche state escluse dal computo

dell’affollamento orario. Il regolamento ministeriale del ’93 ha respinto questa

proposta, separando le vendite dirette al pubblico dalle sponsorizzazioni ma ha

adottato una situazione di compromesso non vietando, come fa la normativa

comunitaria, le sponsorizzazioni a contenuto promozionale diretto, ma

assimilandole agli ordinari messaggi pubblicitari, e quindi facendole rientrare nel

computo dell’affollamento orario e giornaliero.

12 La disciplina degli organi di governo della concessionaria

pubblica.

La legge n. 206 del 1993, concepita come transitoria ma tuttora in vigore, modifica

le disposizioni della legge n. 10 del 1985, relativa alle modalità di elezione e alle

competenze degli organi di vertice RAI.

Il Presidente è eletto dal Consiglio di amministrazione ma i suoi poteri si

circoscrivono, a tutto vantaggio del Direttore, in quelli di Presidente di collegio e di

rappresentante legale della società.

I membri del Consiglio di amministrazione scendono da 16 a 5 e, per ridurre una

loro diretta dipendenza da precise appartenenze politiche, vengono eletti

congiuntamente dai due Presidenti di Camera e Senato tra persone di riconosciuto

prestigio professionale (in attività umanistiche, economiche, scientifiche) e

indipendenza di comportamenti. Il Consiglio di amministrazione ha funzioni di

gestione e di controllo e garanzia degli obblighi del servizio pubblico

radiotelevisivo.

Al Direttore generale, eletto dal Consiglio, spettano importanti competenze di

gestione aziendale.

Gli scopi della legge erano essenzialmente 2 : maggior indipendenza politica del

Consiglio di amministrazione e del Presidente e un rapporto fiduciario tra

Presidente e direttore. Tali scopi sono falliti, la legge non ha ridotto le influenze

partitiche e sono sorti diversi e acuti contrasti tra Presidente e Direttore. ϑ 35

13 La disciplina della radiotelevisione via cavo e via satellite.

Il d.lgs. n. 173 del 1991 disciplina il settore radiotelevisivo via cavo, monocanale e

pluricanale. Esso distingue tra attività di istallazione e gestione degli impianti di

diffusione sonora e visiva via cavo, e attività di diffusione dei programmi. La prima

è riservata allo Stato ma, previa concessione del ministro delle Poste e

telecomunicazioni, può essere utilizzata anche dai privati. Sull’attività di diffusione

non c’è alcuna riserva statale ma si deve chiedere un’autorizzazione, sempre del

ministro delle Poste e telecomunicazioni, che può essere rilasciata anche a chi ha già

la concessione degli impianti. I limiti e gli obblighi, compresi quelli della normativa

antitrust, sono gli stessi della legge n. 223.

La legge n. 249 del 1997 disciplina l’attività radiotelevisiva via satellite. Essa è

soggetta ad autorizzazione rilasciata dall’Autorità. Nessun soggetto titolare di

autorizzazioni per emittenti televisive via cavo o satellite può raccogliere più del

30% dei proventi del mercato ma, per incentivare lo sviluppo della tecnologia,

l’Autorità può stabilire un termine entro il quale ciò è consentito.

Quanto alle concentrazioni la stessa legge vieta che uno stesso soggetto possessore

di attività di radiotelevisione e di stampa quotidiana e/o periodica possa detenere

più del 20% delle risorse del settore.

La legge parla anche della piattaforma digitale ossia l’infrastruttura necessaria a

trasformare i segnali analogici in segnali digitali compressi e inviarli tramite cavo o

satellite. Questi segnali possono trasmettere qualunque tipo di informazione e

possono essere ricevuti tramite un decoder. Al fine di favorire la costituzione di

un’unica società a capitale italiano la legge n. 249 concede alla concessionaria di

servizio pubblico radiotelevisivo e alla concessionaria di servizio pubblico di

telecomunicazioni di partecipare ad una piattaforma unica.

14 La disciplina della comunicazione politica.

Una delle più vistose lacune della legge n. 223 del 1990 era la mancanza di una

disciplina della comunicazione politica. A questo aveva parzialmente posto rimedio

una legge elettorale per i Comuni e le Province del ’93 che imponeva degli obblighi,

validi per il periodo elettorale, ai concessionari pubblici e privati al fine di garantire

un eguale trattamento per tutti i candidati. La violazione degli obblighi comportava

delle sanzioni.

La legge n. 28 del 2000 sostituisce le disposizioni del ’93, regolando condizioni di

accesso di partiti e movimenti politici anche al di fuori del periodo elettorale. Essa

mira alla parità di trattamento e imparzialità (cioè par-conditio, nel gergo

giornalistico). Viene fatta distinzione tra comunicazione politica e messaggio

autogestito : la comunicazione politica è un programma radiotelevisivo nel corso del

quale vengono messe a confronto in forma dialettica, quindi da diversi soggetti, le

opinioni su un certo argomento oggetto del dibattito; il messaggio autogestito è una

36 illustrazione motivata ma unilaterale, quindi con un unico punto di vista, di una certa

opinione o un programma.

In periodo non elettorale i programmi di comunicazione politica devono essere

obbligatoriamente trasmessi dalle emittenti che operano a livello nazionale, mentre i

messaggi autogestiti devono essere obbligatoriamente trasmessi solo dalla

concessionaria pubblica, quando appositi spazi vengono richiesti dagli interessati, e

solo facoltativamente dalle concessionarie private. I messaggi autogestiti devono

essere posti in appositi contenitori ben distinguibili dagli altri programmi e devono

durare da 1 a 3 min. in modo da costituire una trattazione sintetica ma motivata. Le

emittenti che operano a livello nazionale devono concederli gratuitamente e in

condizioni di parità.

La disciplina che regola il periodo di campagna elettorale distingue tra il periodo

precedente alla presentazione delle candidature e il periodo che intercorre tra questa

e la fine della campagna elettorale.

C’è una regolamentazione molto dettagliata per i programmi di comunicazione

politica (come l’individuazione dei soggetti tra cui ripartire gli spazi) e si rinvia,

inoltre, ad un’apposita normativa che devono porre in essere la Commissione

Bicamerale per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi (per la

concessionaria pubblica) e l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (per la

concessionaria privata).

La disciplina è ancor più dettagliata per i messaggi autogestiti soprattutto riguardo ai

criteri per distribuire gli spazi e alla onerosità o meno degli stessi. Durante il periodo

di campagna vengono poste regole anche per i programmi che non trattano di

comunicazione politica. Tali regole riguardano anche lo stile di conduzione del

programma che non deve contenere alcun riferimento in grado di condizionare

l’elettorato.

Vengono disciplinati anche i messaggi elettorali diffusi a mezzo stampa, i sondaggi

elettorali (che possono essere diffusi fino a 15 giorni prima del voto) e le

comunicazioni istituzionali delle pubbliche amministrazioni ossia quelle con cui esse

informano il pubblico sulla loro attività e che sono vietate salvo quando

indispensabili per l’assolvimento delle proprie funzioni istituzionali.

15 La disciplina dell’attività radiotelevisiva in tecnica digitale su

frequenze terrestri.

La legge n. 66 del 2002 disciplina la sperimentazione della tecnica digitale che, oltre a

consentire la diffusione di programmi interattivi, permetterebbe di risolvere il

problema della scarsezza delle frequenze.

L’Autorità deve approvare un piano di assegnazione delle frequenze radiotelevisive

digitali e in base ad esso il Ministero delle Comunicazioni rilascia l’autorizzazione di

sperimentazione ai richiedenti. La fine della sperimentazione, con il passaggio

definitivo dall’analogico al digitale radiotelevisiva, deve avvenire entro il 2006. 37

In questo regime scompare la figura dell’operatore integrato che ottiene sia la licenza

di operatore di rete che l’autorizzazione a fornire di contenuti e servizi. Sulle due

figure distinte pesano obblighi differenti. Sia le licenze che le autorizzazioni sono

rilasciate dal Ministero delle Comunicazioni.

A carico dei soggetti autorizzati vi sono obblighi e limitazioni come :

1) l’impossibilità per uno stesso soggetto di irradiare più del 20% dei programmi

televisivi digitali a livello nazionale.

2) l’impossibilità per uno stesso soggetto di ottenere un’autorizzazione a livello

nazionale ed una a livello locale.

3) l’impossibilità per uno stesso soggetto di irradiare, per uno stesso bacino, più di un

blocco di programmi televisivi digitali in ambito locale.

Anche a carico dei soggetti titolari di licenza vi sono obblighi e limitazioni come

l’obbligo di garantire pari trattamento ai fornitori di contenuti e l’obbligo di non fare

discriminazioni in termini di qualità trasmissiva.

Gli accordi tra titolari di autorizzazioni e titolari di licenze sono sottoposti a controllo

dell’Autorità.

Oltre ai soggetti che hanno partecipato alla sperimentazione, anche altri soggetti

potranno ottenere l’autorizzazione, in base alle frequenze che saranno disponibili.

Il digitale non risolverà con certezza il problema del pluralismo informativo poichè se

gli operatori di rete diverranno anche fornitori di servizi finiranno per assorbire gran

parte delle risorse pubblicitarie, indispensabili per l’ingresso di nuovi soggetti.

16 Il servizio pubblico tra diritto interno e diritto comunitario .

Le direttive comunitarie hanno influito significativamente sulla disciplina del

servizio pubblico radiotelevisivo dei singoli Stati membri.

Il Trattato CE prevede che anche le imprese che gestiscono servizi di interesse

economico generale siano sottoposte alle regole della libera concorrenza, ma nei

limiti in cui l’applicazione di tali regole consenta l’adempimento della missione a loro

affidata.

Insieme al Trattato di Amsterdam è stato approvato un protocollo sul sistema di

radiodiffusione pubblica degli Stati membri. Esso giustifica l’esistenza di un servizio

pubblico radiotelevisivo riconoscendo che è collegato a vitali esigenze della società.

Benchè la legislazione specifica di una nazione sia affidata allo Stato, essa è

condizionata dalle direttive comunitarie. Ad esempio è stata valorizzata la funzione

del contratto di servizio come strumento aggiuntivo per raggiungere le finalità

proposte. Esso si traduce in una serie di prescrizioni che riguardano il tipo e la

qualità dei programmi trasmessi dalla concessionaria pubblica.

Con un referendum del ’95 è stata abrogata la clausola della legge n. 223 del 1990 che

stabiliva che la concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo fosse a totale

partecipazione pubblica. La trasformazione della RAI in società almeno in parte

privata pone la necessita di riflettere sui cambiamenti che può apportare alla nozione

38 di servizio pubblico. Inoltre la gestione dell’azienda sarà meno influenzata dalla

presenza politica e partitica.

La nascita del digitale terrestre, che può porre fine al problema della scarsezza delle

frequenza, secondo alcuni potrebbe far cadere la necessità dell’esistenza di un

servizio pubblico radiotelevisivo e convertirlo in una sorte di servizio universale

radiotelevisivo ossia in una serie di obblighi generali da far gravare su una parte o

tutti gli operatori. Tuttavia queste argomentazioni sembrano poco convincenti per

diversi motivi. Oggi più che mai è necessario che vengano diffusi in modo

continuativo informazioni e valori indispensabili in una società sempre più

multiculturale dove potrebbero sorgere numerosi problemi di integrazione. Deve

inoltre essere evitato che coloro che non hanno accesso ai nuovi media siano oggetto

di una nuova forma di emarginazione. Il servizio pubblico radiotelevisivo deve avere

un’offerta che si distingua realmente da quella delle radiotelevisioni commerciali il

cui fine è il profitto e non il servizio sociale. L’ampliamento del mercato, da solo, non

basta a creare pluralismo. E’ importante che un servizio pubblico provveda a fornire

un’informazione completa, corretta e imparziale.

17 Verso una terza legge di sistema.

Il Parlamento ha varato una terza legge di sistema, la n. 3184 del 2003 (Gasparri)(ma

rinviata alle Camere per un riesame da Parte del Presidente della Repubblica), per

rispondere alle sollecitazioni che venivano dalla Comunità europea, dalla Corte

Costituzionale e dalle nuove innovazioni tecnologiche.

La Comunità europea ha varato delle norme che si riferiscono in modo unitario sia ai

servizi radiotelevisivi che a quelli telematici, mentre la Corte costituzionale ha spesso

sottolineato sia il perdurare dell’assenza di un pluralismo sia interno che esterno, sia,

proprio per questo, la necessità che ci sia ancora un servizio pubblico efficiente che

garantisca il pluralismo dell’informazione, promuova la crescita culturale ed il

rispetto di valori indispensabili nella società civile.

La legge Gasparri si articola in 5 Capi, ciascuno dedicato a un argomento :

1) I principi generali. L’elenco dei principi si apre con quelli dedicati alla tutela degli

utenti, che hanno il diritto ad un’informazione e a contenuti vari. La disciplina

riguardante la tutela della persona è particolarmente attenta ai minori, e le

disposizioni a riguardo integrano quelle del Codice di autoregolamentazione Tv e

minori approvato nel 2002.

Vengono divise, come fanno le norme comunitarie, le figure di operatore di rete e

fornitore di servizi o contenuti, che devono avere titoli abilitativi differenti. Le

autorizzazioni sono differenti anche in base al mezzo trasmissivo utilizzato

(frequenza terrestri, cavo o satellite) e sono disposte l’impossibilità per uno stesso

soggetto di ottenere un’autorizzazione a livello nazionale ed una a livello locale e

39

l’impossibilità per uno stesso soggetto di irradiare più del 20% dei programmi

televisivi digitali (o “numerici”) in uno stesso bacino d’utenza.

I soggetti che sono fornitori sia di servizi interattivi che di contenuti devono tener

separata la contabilità, mentre i soggetti che sono sia operatori di rete che fornitori di

servizi o contenuti devono separare la società.

Poiché l’informazione radiotelevisiva è un servizio di interesse generale,

indipendentemente dal soggetto che la offre, tutti devono rispettare gli obblighi di

imparzialità e completezza, la cui verifica spetta all’Autorità per le garanzie nelle

comunicazioni.

L’emittenza regionale e locale devono promuovere le culture locali. E’ disposta

l’impossibilità per uno stesso soggetto di ottenere più di 3 autorizzazioni per la

diffusione radiotelevisiva relative ad uno stesso bacino di utenza, e più di 6 relative a

bacini regionali.

Per un uso efficiente dello spettro elettromagnetico viene disposto un piano

nazionale di assegnazione delle frequenze, approvato dall’Autorità previo parere

delle Regioni, sulla cui base vanno fatte le assegnazione con criteri pubblici,

trasparenti e non discriminatori.

2) La normativa antitrust. La legislazione antitrust non deve essere più suddivisa in

base ai singoli scomparti del sistema comunicativo, ma tener conto della convergenza

ed orientarsi in questo senso.

Dunque i diversi limiti ex ante (ossia predeterminati in modo rigido dalla legge) si

riconducono ad uno che si riferisce all’intero sistema integrato della comunicazione

(SIC) che comprende : l’attività radiotelevisiva, quella di produzione e distribuzione

di contenuti per programmi radiotelevisivi e radiofonici di qualunque forma tecnica,

l’editoria quotidiana, periodica, libraria ed elettronica, l’attività di produzione e

distribuzione di opere cinematografiche e quella di intermediazione pubblicitaria.

E’ disposta l’impossibilità per uno stesso soggetto di avere una quota superiore al

20% del proventi ricavabili dall’intero mercato del SIC. Il controllo è affidato ex post

all’Autorità. Inoltre, in seguito alla completa stesura del piano di assegnazione delle

frequenze radiotelevisive digitali, scatterà il divieto per uno stesso soggetto di

irradiare più del 20% dei programmi televisivi o radiofonici digitali a livello

nazionale.

3) riforma del servizio pubblico radiotelevisivo. Essa tocca 3 aspetti :

i contenuti. Essi sono determinati dal compito che il servizio pubblico

a) radiotelevisivo è chiamato a svolgere. La programmazione deve quindi essere

volta all’educazione, all’informazione e alla promozione culturale in genere. Le

legge statale e quelle regionali definiscono le finalità generali mentre una

maggiore specificazione è rimandata ai contratti di servizio nazionale e

regionali. Sul rispetto degli obblighi vigila l’Autorità.

Il finanziamento . La concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo è

b) tenuta a predisporre contabilità separate per i proventi provenienti dal canone e

40 per le spese sostenute nell’anno per la fornitura di trasmissioni. Su questa base il

Ministero delle Comunicazioni stabilisce l’importo del canone.

La natura e struttura della concessionaria . La legge prevede una disciplina

c) transitoria (ma probabilmente destinata a durare a lungo) ed una a regime, che

opererà quando lo Stato non parteciperà più al capitale finanziario della società.

La disciplina transitoria prevede che la Rai-Radiotelevisione italiana venga

7

incorporata nella Rai-Holding Spa, con la conseguente nascita della società

unica Rai-Radiotelevisione italiana Spa, cui viene concesso il servizio pubblico

radiotelevisivo per 12 anni. Entro il 2004 deve iniziare l’operazione di

dismissione del partecipazione azionaria dello Stato tramite l’offerta pubblica di

vendita e la RAI dovrà diventare una società per azioni.

Durante il periodo transitorio, fino a che la quota ceduta dallo Stato non superi

il 10%, il Ministero dell’economia e delle finanze (il socio di maggioranza)

presenta la lista dei 9 candidati al Consiglio di amministrazione, 7 dei quali sono

indicati dalla Commissione Bicamerale per l’indirizzo generale e la vigilanza

dei servizi radiotelevisivi, e tra questi l’assemblea societaria sceglie 9 membri. I

candidati devono avere i requisiti per la nomina a giudice costituzionale o

essere comunque persone di riconosciuta competenza professionale (in attività e

economiche e scientifiche) e indipendenza di comportamenti. Il Consiglio elegge

il Presidente tra i suoi membri ma la nomina deve essere convalidata

dall’approvazione della Commissione parlamentare. Man mano che diminuisce

la partecipazione azionaria dello Stato i membri proposti dal Ministero

dell’economia e delle finanze scendono di numero, gli altri vengono proposti

dai soci entranti. In seguito alla totale dismissione del partecipazione azionaria

dello Stato, sarà l’assemblea societaria a nominare i 9 membri del Consiglio ma

l’elezione del Presidente da parte dello stesso sarà sempre sottoposta a

convalida dalla Commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la

vigilanza dei servizi radiotelevisivi.

4) L’accelerazione dell’avvio della radiotelevisione in tecnica digitale. Per

accelerare il passaggio dalla tecnica analogica a quella digitale tutti i soggetti in

possesso dei requisiti per chiedere l’autorizzazione alla sperimentazione possono

richiedere licenze e autorizzazioni per l’avvio delle trasmissioni radiotelevisive in

tecnica digitale. La licenza di operatore a livello nazionale può essere rilasciata

anche agli operatori locali che si impegnino a coprire almeno il 50% del territorio

nazionale in 6 mesi. La concessionaria del servizio pubblico è tenuta a realizzare

due blocchi di diffusione che raggiungano il 70% della popolazione entro il 2004.

Il testo unico della radiotelevisione . Il Capo V indica le norme delle passate

5) legislazioni che si intendono abrogate anche se restano numerosi spezzoni delle

7 holding = società finanziaria che, attraverso il possesso della maggioranza azionaria di varie aziende, ne controlla la

gestione. 41

normative precedenti. E’ prevista la delega al Governo dell’emanazione di un

testo unico che raccolga tutta la disciplina del settore radiotelevisivo. Tale t.u. ha

anche il fine da fungere da cornice di riferimento per i legislatori ragionali. Alle

Regioni viene riconosciuto un duplice ruolo in materia di radiotelevisione :

l’esercizio di una competenza legislativa integrativa in tema di emittenza locale

e la partecipazione : alle competenze riservate allo Stato, alla definizione del

testo unico radiotelevisivo, alla definizione del contratto di servizio nazionale.

Inoltre attraverso i Corecom, le Regioni partecipano alla vigilanza e controllo del

settore in ambito regionale.

Aspetti problematici e di dubbia legittimità costituzionale. Se il testo legislativo è

apprezzabile per il carattere di organicità ha posto dubbi sia per alcune incoerenza

con le normative europee sulla comunicazione elettronica sia per la sua legittimità

costituzionale in termini di pluralismo.

Le normative europee, infatti, considerano nel SIC anche il settore delle

telecomunicazioni che, invece, il legislatore italiano ha sottoposto ad una disciplina

differente da quella radiotelevisiva.

Anche sull’aspetto delle norme antitrust, ci sono perplessità in quanto esse

sembrano fotografare la realtà attuale permettendo il possesso di 3 reti nazionali

diffuse su frequenze terrestri in tecnica analogica. Il legislatore sembra credere che

il passaggio al digitale determinerà automaticamente il pluralismo ma la Corte

Costituzionale invita a non basarsi su supposizioni.

Riguardo alla disciplina della concessionaria del servizio pubblico un punto critico

è la nomina del Governo, tramite il Ministero dell’economia e delle finanze, di 2 dei

9 membri del consiglio laddove la Corte aveva già sottolineato l’importanza di

radicare nel Parlamento la nomina dei vertici.

Inoltre è criticabile l’affidamento al Governo della definizione dei principi generali

aggiuntivi rispetto a quelli legislativi. La definizione dei principi spetterebbe

appunto alla legislazione e non al Governo.

Il rinvio del Capo dello Stato e il d.l. n. 352 del 2003. Il Capo dello Stato ha rinviato

la legge in Parlamento per un riesame a causa di 4 aspetti :

a) l’eccessiva lunghezza del periodo (1 anno) entro il quale l’Autorità deve

effettuare il controllo sull’effettivo ampliamento dell’offerta di programmi

digitali, diversi rispetto a quelli analogici. Un periodo che allunga troppo il

periodo transitorio.

Il mancato affidamento all’Autorità di poteri di intervento nel caso in cui il

b) controllo sull’effettivo ampliamento dell’offerta abbia esito negativo.

c) L’eccessiva ampiezza del SIC che può determinare il formarsi di posizioni

dominanti ancora maggiori di quelle degli attuali duopolisti.

d) L’eccessiva concentrazione della risorsa pubblicitaria nel settore radiotelevisivo

a danno soprattutto della stampa.

42 Il governo ha allora varato il d.l. n. 352 del 2003 (poi convertito in legge nel 2004)

che consente ai duopolisti di continuare ad operare nelle attuali condizioni e fissa il

termine del controllo sull’effettivo ampliamento dell’offerta da parte dell’Autorità

entro l’aprile 2004. Nonostante solo un punto del messaggio presidenziale sia stato

accolto, il Capo dello Stato ha controfirmato il decreto. Paiono, inoltre, molto

opinabili le motivazioni del permesso per i duopolisti di continuare ad operare

nelle attuali condizioni. La prima è l’impatto dell’applicazione della normativa sulle

aziende. Tuttavia le disposizioni legislative erano note da molto tempo e le aziende

avevano tutto il tempo di organizzarsi. La seconda è la caduta di numerosi posti di

lavoro. Oltre al fatto che la grandezza del numero è da verificare, questa è una

conseguenza congenita delle legislazioni antitrust perciò si dovrebbe concludere

che esse non sono mai applicabili.

18 Considerazioni conclusive.

Il sistema radiotelevisivo è in un periodo di transizione, per cui anche la

corrispondente legislazione è destinata ad evolversi. E’ ormai finito il tempo in cui il

settore radiotelevisivo era considerato solo quello della tv via etere e generalista ed

è stato necessario prendere atto delle nuove tecnologie. Benché il quadro normativo

sia in evoluzione si sono acquisiti dei punti fermi :

- il passaggio del ruolo dello Stato da unico gestore del settore radiotelevisivo a

quello di regolatore e controllore del sistema.

- Il cambiamento degli strumenti di regolazione e controllo. A quelli vecchi (la legge

come fonte di disciplina, il Ministero che vi da esecuzione e il giudice che reprime

gli abusi) si è aggiunta la figura indipendente dell’Autorità di garanzia.

- L’introduzione di norme antitrust.

- Il ruolo dell’emittenza pubblica che non ha solo il fine di garantire il pluralismo

interno, difficilmente imponibile ai privati, ma anche quello di permettere a tutto il

pubblico, anche a quello in condizione di svantaggio economico, di accedere alle

nuove tecnologie comunicative, in modo da evitare nuove forme di emarginazione

sociale. CAPITOLO 4

TELECOMUNICAZIONI 43

1 Verso la convergenza tecnologica.

I nuovi media stanno rapidamente affiancando i media tradizionali cioè radio,

televisione e stampa. Inoltre la convergenza tecnologica consente l’utilizzo di uno stesso

mezzo per diffondere più servizi per cui è sfumata la tradizionale corrispondenza tra un

dato medium e un dato servizio.

Nella vecchia legislazione le telecomunicazioni erano intese come “ogni emissione,

trasmissione o ricezione di segni, segnali, scritti, immagini suoni e informazioni di

qualsiasi natura, per filo, radioelettrica, ottica o altri sistemi elettromagnetici”.

Il nostro codice postale del ’73 distingueva telefonia, radiofonia e radiocomunicazioni.

I primi 2 riguardano comunicazioni via filo poichè vengono utilizzati conduttori fisici (e

la differenza tra i due sta nel tipo di messaggio trasmesso) mentre le radiocomunicazioni

utilizzano l’etere.

Le radiocomunicazioni sono divise a loro volta in : radiodiffusione, ossia la

trasmissione di programmi televisivi e radiofonici, radiotelefonia e radiotelegrafia che

consentono trasmissioni telegrafiche e telefoniche senza conduttori fisici. Questa

descrizione rifletteva una corrispondenza tra un determinato mezzo e un determinato

servizio che esso consentiva di trasmettere, per cui anche in campo legislativo radiofonia

e telefonia erano oggetto di discipline ben distinte e poggianti su principi costituzionali

differenti : la radiotelevisione sull’art. 21 Cost., in lettura combinata con il 41, e la

telefonia sugli art. 15 e 43.

2 I principali passaggi dell’innovazione tecnologica.

Le innovazioni che hanno portato al superamento di queste distinzioni sono 4 :

1) la nascita della telematica , ossia l’applicazione dell’informatica alle

telecomunicazioni, che ha consentito non solo la trasmissione di dati e

informazioni ma anche la loro rielaborazione da parte degli utenti, dando il

via ad un rapporto interattivo.

2)L’introduzione di nuovi mezzi di trasmissione, come il cavo ed il satellite,

le cui velocità e capacità di trasmissione sono molto superiori a quelle dei

mezzi tradizionali.

3)La nascita del sistema numerico-digitale che consente di trasmettere

segnali di ogni tipo, i quali in passato necessitavano di infrastrutture diverse.

E’ stata poi introdotta la compressione dei segnali digitali in modo da

ampliarne molto la quantità trasmettibile.

4)L’introduzione di tecniche di codifica che permettono di ricevere i segnali

solo grazie all’utilizzo di specifici strumenti o parole chiave (tecnica su cui si

basa la pay-tv ma anche la criptazione delle informazioni riservate).

Queste innovazioni hanno portato alla nascita dei fenomeni:

44

- della multimedialità, cioè la possibilità di scambiare diverse forme di informazione

combinando insieme più media (telefono, televisione, computer) e

- della convergenza tecnologica, ossia la progressiva convergenza di tecniche e

infrastrutture di trasmissione con il conseguente superamento della tradizionale

struttura delle telecomunicazioni, basata su reti distinte per servizi distinti.

Una prima forma di convergenza realizzatasi nel settore delle comunicazioni via cavo è

la rete ISDN che ha permesso lo sviluppo di nuovi servizi come il video on demand che

permette di accedere a banche di immagini scegliendo programma e ora di trasmissione.

La più importante innovazione è stata Internet, con cui si può usufruire dei servizi

multimediali più avanzati e che presenta un’infrastruttura internazionale.

La nascita di reti mobili che operano via etere le quali ha portato dapprima alla telefonia

mobile analogica e poi a quella basata sulla tecnica numerico-digitale. L’ultima novità

del settore è l’UMTS (Universal Mobile Telecommunication System) che, grazie

all’integrazione tra reti cellulari terrestri e reti satellitari è compatibile con Internet e con i

servizi multimediali, consentendo di ricevere messaggi di ogni tipo.

3 La nuova definizione dei servizi di telecomunicazione.

La Comunità europea ha definito, nel ’97, i servizi di telecomunicazione come la

trasmissione e instradamento di segnali su reti di telecomunicazione compreso

qualunque servizio interattivo, anche audiovisivo, ed esclusa la diffusione di

programmi televisivi e radiofonici. tale definizione, dunque, prescinde dal mezzo

impiegato. L’ esclusione dell’attività radiotelevisiva tradizionale è motivata dal fatto

che essa è l’unica che possiede il connotato della circolarità ossia la capacità dell’etere

di trasmettere il messaggio ad un numero indeterminato di punti riceventi.

L’esclusione è coerente con la direttiva comunitaria Televisione senza frontiere (’89) in

cui dai servizi televisivi vengono esclusi quelli che forniscono informazioni o altri

messaggi su richiesta individuale. ϐ

4 La fine dei monopoli pubblici e l’avvio di un mercato concorrenziale,

la normativa comunitaria.

Le innovazioni tecnologiche e gli interventi della Comunità europea, hanno consentito,

dalla fine degli anni ’80, la fine dei monopoli statali. 45

La situazione di monopolio pubblico derivava dal periodo precostituzionale. Nel

codice postale del ’73 veniva riconfermata l’esclusiva statale ai servizi di

telecomunicazione i quali venivano gestiti dall’Azienda di Stato per i servizi

telefonici (esistente dal ’25) insieme ad una serie di concessionarie come la SIP, che

curava l’istallazione e l’esercizio degli impianti di telecomunicazione in ambito

nazionale, e l’Italcable, che curava gli impianti internazionali.

A partire da metà degli anni ‘80 il legislatore comunitario ha stabilito che le regole

della concorrenza sono applicabili anche al settore delle telecomunicazioni e dunque ai

soggetti pubblici che allora erano titolari di diritti esclusivi. Le direttive comunitarie

che si sono succedute hanno imposto ai legislatori degli Stati membri di porre fine ai

sia ai diritti esclusivi che a quelli speciali (ossia quelli che assicurano comunque a un

soggetto una posizione privilegiata) ad eccezione di quelli collegati ad esigenze non

economiche (come l’integrità e sicurezza della rete pubblica).

La normativa comunitaria ha mirato ad armonizzare le legislazioni degli Stati membri

in particolare su 2 aspetti : le condizioni di accesso al mercato e il porre obblighi a

carico degli operatori del settore.

Tali direttive hanno cercato di assicurare un’effettiva parità a tutti gli operatori e

quindi a riequilibrare posizioni solo formalmente parificate ma di fatto diseguali in

termini di risorse, di avviamento, di infrastrutture ecc. Da ciò è derivata una

regolamentazione asimmetrica che pone alcuni obblighi specifici solo a coloro che

sono detentori di una quota di mercato significativa, tra cui in primis gli ex

monopolisti.

Quanto obblighi a carico degli operatori del settore essi si basano sulla definizione di

servizio universale ossia l’insieme minimo definito di servizi di una data qualità a

disposizione di tutti gli utenti, indipendentemente dalla localizzazione geografica e, in

base alle condizioni nazionali, offerto ad un prezzo abbordabile. Si nota la volontà di

evitare che la totale liberalizzazione del mercato portasse a nuove forme di

emarginazione conseguenti all’abbandono, da parte dei privati, della prestazione di

servizi poco remunerativi. Tra gli obblighi inderogabili ci sono : rendere possibile il

collegamento a rete telefonica pubblica fissa, fornire servizi a un prezzo abbordabile,

predisporre dei posti telefonici pubblici ecc. ma è ovvio che il concetto di servizio

universale è destinato ad arricchirsi di nuovi contenuti.

I pubblici poteri passano, quindi, dal ruolo di diretti gestori a quello di regolatori,

seppure di secondo livello rispetto alla Comunità europea, che disciplinano lo

@

svolgimento delle attività del sistema delle telecomunicazioni.

5 L’attuazione della normativa comunitaria nell’ordinamento italiano.

Già una legge del ’92 dispose la separazione delle funzioni di controllo da quelle di

gestione del servizio, la concentrazione sotto un unico gestore di tutti i servizi di

46 telecomunicazione e la conseguante scomparsa dell’Azienda di Stato per i servizi

telefonici con la costituzione della società Telecom Italia.

Con i passaggi successivi è stato permesso l’ingresso nel mercato da parte di nuovi

soggetti.

5.1 Apertura del mercato sulla base di autorizzazioni generali e licenze

individuali.

Il passaggio da un sistema autoritativo, tipico del monopolio pubblico, ad uno di libero

accesso al mercato è segnato dall’abbandono dell’istituto della concessione in favore di

quello dell’autorizzazione, nel quale si riducono i margini di discrezionalità esercitabili

dall’autorità amministrativa, che è tenuta solo ad accertare il possesso, da parte del

richiedente, dei requisiti previsti dalla legge.

Come disposto dalla legge 249 del ’97, l’istallazione delle reti di telecomunicazione via

cavo o che utilizzano frequenze terrestri è soggetta a licenza da parte dell’Autorità, la

fornitura di servizi è soggetta ad autorizzazioni generali e licenze individuali rilasciate

sempre dall’Autorità. La distinzione tra le due è contenuta in un regolamento del ’97 :

per autorizzazione generale si intende quell’ autorizzazione che consente l’esercizio

dei diritti da essa derivanti indipendentemente da una decisione esplicita da parte

della pubblica autorità, ma sulla base della semplice denunzia di inizio attività o

dell’applicazione del silenzio assenso;

per licenza individuale si intende quell’ autorizzazione che deve essere espressamente

rilasciata dall’autorità e che conferisce all’impresa diritti o obblighi specifici.

Il regolamento specifica anche i criteri per l’ autorizzazioni generale e per le licenze

individuali. Esso fornisce inoltre dei principi generali che devono ispirare tanto

l’istallazione e l’esercizio delle reti di telecomunicazione tanto la prestazione di servizi,

in quanto tali attività sono definite di preminente interesse generale, per cui devono

sottostare a presupposti quali : l’obbligo di fornitura del servizio universale, la tutela

degli utenti, la libera scelta degli utenti tra i servizi forniti dai diversi operatori, la

Ϛ

libera concorrenza e pluralità degli operatori ecc.

5.2 Principio di trasparenza gestionale e obbligo di interconnessione.

Per realizzare un’effettiva libertà di accesso al mercato sono disposti, dalla legge n. 249

del ’97, il principio di trasparenza gestionale e l’ obbligo di interconnessione. 47

Il principio di trasparenza gestionale obbliga coloro che istallano e esercitano le reti di

telecomunicazione e forniscono i servizi, a tenere separate le contabilità delle due

attività.

L’obbligo di interconnessione impone agli organismi di telecomunicazioni che

possiedono le infrastrutture, cioè le reti, di consentirne l’utilizzo da parte di nuovi

operatori. Tale obbligo è più oneroso per gli operatori in possesso di infrastrutture e di

una notevole forza di mercato, ossia che detengono oltre il 25% della quota di un

particolare mercato delle telecomunicazioni.

Gli accordi di interconnessione devono rispettare delle regole appositamente

formulate dall’Autorità, le quali si ispirano ad alcuni principi : promozione di un

mercato competitivo delle reti e dei servizi, garanzia di interconnessione tra reti e

servizi sui mercati locali, nazionali e comunitari, garanzia di comunicazione tra i

terminali degli utenti.

5.3 Obbligo di fornitura del servizio universale .

Oggi l’obbligo di fornitura del servizio universale comprende : il servizio di telefonia

vocale, la fornitura dell’elenco abbonati della propria città, i servizi di informazione

abbonati, la fornitura di apparecchi telefonici pubblici, i collegamenti con servizi che

riguardano interessi pubblici quali la pubblica sicurezza, il soccorso, la giustizia,

l’istruzione.

Fino al gennaio del ’98 la Telecom era il gestore unico del servizio di telefonia vocale

per cui la fornitura del servizio universale era affidata ad essa. Dopo tale data è

concesso l’ingresso di nuovi operatori purchè rispondano a determinati requisiti come

la capacità di garantire il sevizio su tutto il territorio nazionale o su una sua parte a

condizioni economiche accessibili e non discriminatorie rispetto alla localizzazione

geografica dell’utente.

Il servizio universale è concepito comunque come nozione dinamica suscettibile di

cambiare con l’evoluzione tecnologica e sociale.

5.4 Istituzione di un’apposita Autorità di garanzia e definizione di

nuove regole antitrust.

Benchè non si sia ancora approdati ad una disciplina unitaria e convergente, la legge n.

249 del 1997 (Maccanico) è il primo intervento legislativo di sistema. In quanto legge di

48 sistema essa si presenta come un insieme di disposizioni generali che dovranno essere

integrate dall’Autorità, istituita dalla stessa legge. Il legislatore pare aver preso

consapevolezza che disciplinare nei dettagli un settore così soggetto a rapidi

mutamenti è infruttuoso; pare più opportuno fornire un quadro generale di riferimento

che permetta all’Autorità di osservare i principi disposti ma considerando le novità.

Gli aspetti principali della legge sono 3 : le norme attinenti alla liberalizzazione del

settore (già viste), l’istituzione di una nuova Autorità di garanzia, la ridefinizione del

concetto di posizione dominante.

La nuova Autorità per le garanzie nelle comunicazioni è composta da 3 organi : la

commissione per le infrastrutture e le reti, la commissione per i servizi e i prodotti, il

consiglio composto dai membri delle due commissioni e dal Presidente.

A differenza dell’organo monocratico quale era il Garante, esso è dunque un organo

collegiale. Il Presidente è nominato dal Capo di Stato su proposta del Presidente del

consiglio. Gli altri 8 membri sono eletti per metà dalla Camera e per metà dal Senato

con un meccanismo di voto che fa sì che 4 siano eletti dalla maggioranza e 4

dall’opposizione, dando al collegio una coloritura politico-partitica che mal si concilia

con il suo carattere di arbitro imparziale.

L’ Autorità cumula in sè non solo le competenze dell’ex Garante per la radiodiffusione

e l’editoria, ma anche rilevantissime competenze in materia di telecomunicazioni quali

poteri consultivi, di proposta, di regolazione e di controllo, autorizzatori,

paragiurisdizionali e sanzionatori (tra i poteri paragiurisdizionali, ad esempio, c’è

quello di dirimere le controversie tra gli organismi di telecomunicazione e gli utenti).

Sia per l’estensione dei poteri dell’ Autorità che per le nuove competenze attribuite alle

Regioni vengono istituiti i CORECOM (Comitati regionali per le comunicazioni) che

sostituiscono i vecchi Comitati regionali radiotelevisivi. Essi sono sia organi regionali

per l’esercizio delle funzioni della Regione in tema di comunicazioni sia organi

dipendenti dall’Autorità per l’esercizio, su scala regionale, tramite deleghe, delle

funzioni di governo, garanzia e controllo che all’ Autorità spettano sul piano nazionale.

La legge istituisce anche il Consiglio nazionale degli utenti che sostituisce il Consiglio

degli utenti previsto dalla legge del ’90. Il Consiglio nazionale degli utenti è composto

da 11 esperti designati dalle associazioni rappresentative degli utenti dei servizi

radiotelevisivi e di telecomunicazione. I membri eleggono in loro seno Presidente

Vicepresidente. Il Consiglio ha poteri di proposta e consultivi verso l’ Autorità, il

Governo e il Parlamento.

E’ prevista la possibilità da parte degli utenti di adire l’Autorità qualora ritengano che

siano stati commessi comportamenti lesivi dei propri interessi. Questa denuncia dà il

via ad una verifica da parte dell’Autorità.

Un elemento poco chiaro è il fatto che gli stessi comportamenti (come le

concentrazioni) siano da comunicare a 2 Autorità : l’Autorità garante della

concorrenza e del mercato, istituita nel ’90, e la nuova Autorità. Benchè esse valutino

con criteri differenti (il superamento della soglia massima, l’uno, la lesione al principio

di concorrenza, l’altro) essi hanno una specie di competenza concorrente.

Le nuove regole antitrust. La precedente normativa si riferiva solo alle concentrazioni

di stampa e radiotelevisione perciò risultava inidonea a contrastare la concentrazione

49

multimediale. Essa si basava su limiti e soglie massime determinati dal legislatore una

volta per tutte e proprio per questo destinati ad una rapida obsolescenza in seguito ai

veloci sviluppi del settore. La nuova legislazione, invece, detta principi e regole che

l’Autorità può applicare in modo flessibile in modo da adattarsi al mutare delle

condizioni.

Viene fissato al 20% il numero massimo di concessioni o autorizzazioni per reti

televisive o radiofoniche analogiche o reti televisive e radiofoniche numeriche

rilasciabili ad uno stesso soggetto.

Inoltre il concetto di soglia dominante si sposta, in questa legge, alla quota delle

risorse che il soggetto assorbe nei diversi segmenti che compongono il settore della

comunicazione. Nessun soggetto può superare la quota del 30% delle risorse del

settore delle trasmissioni televisive via etere e codificate, o la quota del 30% delle

risorse del settore radiofonico, o la quota del 30% delle risorse del settore della

televisione via cavo o satellite. Per quei soggetti che operano contemporaneamente nel

settore radiotelevisivo e della stampa periodica e quotidiana, è vietato superare la

quota del 20% delle risorse derivanti da pubblicità, sponsorizzazioni, vendita e

abbonamento di quotidiani e periodici, finanziamento del servizio pubblico, ricavi

dalla tv a pagamento. In caso di svolgimento di diverse attività le contabilità devono

essere separate.

Chi opera nel settore radiotelevisivo può entrare in quello delle telecomunicazioni (pur

tenendo contabilità separate) mentre l’inverso è vietato.

Sul piano applicativo tali limiti e obblighi sono modificabili o derogabili dall’ Autorità

in moltissimi casi, il che le offre un grande potere discrezionale.

Riguardo alla piattaforma digitale, trattandosi di un nuovo settore in via di sviluppo,

l’Autorità ha disposto una deroga all’ordinaria normativa antitrust, concedendo alla

concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo e alla concessionaria del servizio

pubblico di telecomunicazione di partecipare ad un’unica piattaforma digitale anche

con altri operatori di comunicazione, purchè la piattaforma sia aperta all’utilizzo di chi

ne faccia richiesta e gestita nel rispetto dei principi di concorrenza, trasparenza e non

discriminazione. Nonostante questa specificazione sia il Garante della concorrenza e

del mercato che la Comunità europea hanno sottolineato come le deroghe dell’Autorità

comportino rischi di concentrazione tecnologica e commerciale determinando una

strozzatura nel settore della pay-tv.

A queste norme una legge del ’99 ha disciplinato l’acquisizione dei diritti di

trasmissione di eventi sportivi, soprattutto calcistici. Nessun soggetto può superare la

quota del 60% dei diritti di trasmissione del campionato di calcio di serie A o

comunque del campionato di maggior valore che si svolge in Italia. Il limite può essere

derogato solo quando vi sia un solo acquirente o quando le condizioni del mercato

rendano opportuna le determinazione di una soglia fissa da parte dell’ Autorità

ξ

garante della concorrenza e del mercato.

6 Il nuovo pacchetto di direttive comunitarie del 2002

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anita K

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Diritto dell' informazione e della comunicazione, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Diritto dell' informazione, Caretti . Gli argomenti trattati sono i seguenti: l’ordinamento legislativo relativo al diritto di manifestazione di pensiero, la tutela dei diritti fondamentali nella Costituzione e le scelte di fondo, il contenuto della garanzia costituzionale, la libertà di stampa nel periodo statutario.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in management dell'informazione e della comunicazione aziendale (Facoltà di Economia, di Giurisprudenza, di Lettere e Filosofia, di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali e di Scienze Politiche )
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2006-2007

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher anita K di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto dell'informazione e della comunicazione aziendale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Coggiola Nadia.

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