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IL DOLO. Il dolo è il raggiro usato da uno dei contraenti per indurre l’altra parte a contrarre. L’art.

c.

1439 c.c. limita la rilevanza del dolo al caso in cui sia determinante. Se il raggiro ha solo indotto

la parte ingannata a contrarre a condizioni diverse, il c.d. dolo incidente, il contratto è valido, ma

il contraente in mala fede risponde dei danni (art. 1440 c.c.). Nel caso in cui l’autore dei raggiri

sia un terzo, il contratto è annullabile solo se la controparte ne era a conoscenza e ne ha tratto

vantaggio (art. 1439, secondo comma, c.c.).

La giurisprudenza non esclude a priori che il semplice mendacio e la reticenza, possano essere

causa di annullamento. Ma, in pratica, la giurisprudenza riconosce rilevante solo l’inganno

qualificato, alternativamente, da una condotta molto elaborata, o da specifici obblighi di

informazione gravanti sull’autore dell’inganno.

Non ogni affermazione difforme dal vero è dolo, in quanto, nella lata categoria del mendacio,

dolus bonus dolus malus

bisogna distinguere un , da un . Soltanto quest’ultimo ricadrebbe nella

dolus bonus

previsione degli artt. 1439 e ss. Tipico esempio di è l’amplificazione, la vanteria. Il

dolo buono sarebbe quello non idoneo ad ingannare l’uomo di normale avvedutezza. Questa

prospettiva, tuttavia, implicherebbe una seconda norma cardinale, secondo cui ogni contraente

sarebbe libero di speculare sulla mancanza di avvedutezza della controparte. E come ciò si

concili con l’obbligo di lealtà imposto nelle trattative è un mistero.

Non c’è raggiro se non c’è errore della vittima. Non si richiede che l’errore cada su uno degli

elementi di cui all’art. 1429 c.c. L’errore esaurisce gli elementi del vizio presenti nella sfera del

soggetto ingannato. Non occorre, cioè, accanto all’errore, anche la lesione.

L’annullabilità è relativa, nel senso che può essere fatta valere solo dalla parte nel cui interesse è

stabilita dalla legge (art. 1441 c.c.). L’annullabilità è stabilita dalla legge nell’interesse della parte che si

trova ad aver concluso il contratto. Nel caso della parte complessa, l’annullamento travolge l’adesione di

una persona, e non una frazione del contratto. Il contratto produrrà gli effetti che può produrre senza

quel consenso: sarà privo di ogni efficacia, se il consenso di tutti era essenziale; sarà nullo parzialmente,

in altri casi.

Nel caso di annullabilità la stessa parte che potrebbe chiedere l’annullamento può produrre la convalida

del contratto con un atto unilaterale che contenga la menzione specifica del contratto, della causa di

annullabilità, e la dichiarazione che si intende convalidarlo [convalida espressa] (art. 1444, 1 comma,

c.c.). La convalida si ha anche tacitamente quando la parte, a conoscenza del vizio, esegue

volontariamente il contratto [convalida tacita] (art. 1444, 2 comma, c.c.). La giurisprudenza ha costruito

una sua propria figura di convalida, sostituendo all’idea dell’esecuzione sanante l’idea del fatto

concludente, o della volontà implicita, o della dichiarazione incompatibile con la volontà di annullare, o

venire contra factum proprium

del divieto di . In tutte e due i casi la parte deve essere in condizione di

concludere il contratto (art. 1444, 3 comma, c.c.).

Nel caso in cui si verifichi uno dei casi regolati dagli artt. 1425 e ss. Il contratto è annullabile. Nel senso

che conseguenza giuridica di quei fatti è solo la annullabilità, la possibilità, cioè, di ottenere

l’annullamento, che va domandato e pronunciato: l’annullamento è effetto della sentenza.

L’annullamento ha efficacia retroattiva. La sentenza di annullamento è costitutiva.

L’azione di annullamento si prescrive in cinque anni a partire dalla cessazione dell’incapacità legale,

dalla cessazione della violenza o della scoperta dell’errore o del dolo (art. 1442 c.c.). Trascorso questo

periodo, il titolo non può più venire tolto di mezzo e perciò gli effetti diventano definitivi. Solo se il

contratto non è stato eseguito, la parte, che avrebbe potuto chiedere l’annullamento ma ha lasciato

passare il termine di prescrizione, può ancora respingere la richiesta di adempimento con una eccezione

di annullabilità (art. 1442, 4 comma, c.c.).

L’annullamento, che non dipende da incapacità legale, non pregiudica i diritti acquistati dai terzi in buona

fede e a titolo oneroso, salvi gli effetti della trascrizione della domanda (art. 1445 c.c.) [una norma

generale di salvaguardia del terzo non esiste nel caso delle nullità, e si applica in pieno il principio per

cui chi è non è titolare di un diritto non può trasmetterlo ad altri].

Ed invece, è comune ai due tipi di invalidità il caso previsto dagli artt. 1420 e 1446 c.c.: in un contratto

plurilaterale in cui <<le prestazioni di ciascuna parte sono dirette al conseguimento di uno scopo

comune>> la nullità o l’annullabilità colpiscono il vincolo di una sola delle parti; il contratto intero cade o

sta in piedi a seconda che la partecipazione invalida debba o non debba ritenersi essenziale, secondo le

circostanze.

LA RESCISSIONE DEL CONTRATTO

21. iniquità

La rescissione offre un limitato rimedio alla dello scambio. Essa dà rilievo allo squilibrio delle

prestazioni solo se sussiste l’approfittamento dello stato di pericolo o di bisogno in cui si trovi una delle

parti.

E’ rescindibile il contratto con cui una parte ha assunto obbligazioni a condizione inique, per la

necessità, nota alla controparte, di salvare sé o altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona

(art. 1447 c.c.). Lo stato di pericolo già esistente ed oggettivo distingue la fattispecie qui considerata da

quella della violenza, causa di annullamento. Il male temuto deve essere un danno alla persona. Il

danno al patrimonio potrà rilevare alla stregua dell’art. 1448, ma non costituisce <<stato di pericolo>> ai

sensi dell’art. 1447 c.c.

E’ frutto di un equivoco l’affermazione secondo cui il danno dovrebbe essere ingiusto; il pericolo rileva

anche se originato da un fatto della vittima.

Il danno <<alla persona>> potrà intendersi restrittivamente, come lesione della vita o della

integrità fisica, ma potrà anche configurarsi latamente come lesione di qualsiasi bene, protetto da un

diritto della personalità. Per espressa disposizione di legge, lo scopo di salvare terze persone vizia il

contratto tanto quanto lo scopo di salvare sé medesimo.

Il contratto non è viziato se allo stipulante non era <<noto>> lo stato di necessità. La parola <<noto>>,

contrapposta a riconoscibile, dimostra che qui la legge richiede la scienza concreta.

ex

L’iniquità delle condizioni, a differenza della sproporzione ( art. 1448 c.c.) potrebbe afferire alla qualità

delle prestazioni promesse.

E’ altresì rescindibile il contratto concluso a condizioni inique per lo stato di bisogno di una parte, del

quale l’altra abbia approfittato per trarne vantaggio. In questo caso non basta una qualsiasi

sproporzione, occorre che la lesione ecceda la metà del valore che la prestazione della parte

danneggiata aveva al momento della conclusione del contratto (art. 1448 c.c.). Non si tratta del valore

che le contrapposte prestazioni possono avere suriettivamente per chi le riceve; il valore deve essere

definito in modo astratto, e obiettivo.

Lo stato di bisogno indica una condizione economica, non la necessità di procurarsi una cosa. L’ipotesi

di stato di bisogno più frequente è l’indigenza del soggetto contraente. E’ stato di bisogno anche la

difficoltà economica contingente o momentanea. E’ rilevante non solo il bisogno di denaro, ma anche il

bisogno di un qualsiasi altro bene o servizio economico.

Lo stato di bisogno è rilevante anche quando sia stato provocato dal contraente. Tuttavia, nel caso in cui

il soggetto provocasse il proprio stato di bisogno con la precostituita intenzione di ricorrere poi al

contratto lesionario ed all’ulteriore rescissione, sarebbe giusto negare che la sproporzione delle

prestazioni dipenda dallo stato di bisogno.

La giurisprudenza esclude che manchi l’approfittamento se manca il comportamento attivo, e infatti

quando questa condotta positiva manca, si ritiene sufficiente un mero comportamento psichico, definito

come intenzione o consapevolezza.

La rescissione non può avere luogo, se la lesione non perdura fino al tempo in cui la domanda è

proposta (art. 1448, 3 comma, c.c.). La ragione della norma è chiara. La legge non protegge il

contraente bisognoso per il fatto che egli si sia pentito di aver acquistato il tal bene, lo protegge per il

fatto che egli lo ha acquistato con un sacrificio troppo grave.

Non è mai rescindibile per causa di lesione un contratto aleatorio (art. 1448, 4 comma, c.c.). Per

rendere razionale la norma bisogna intenderla così: non può essere rescisso per lesione un contratto

ex post

aleatorio, se esso contratto aleatorio, equo al momento della conclusione, risulta nocivo al

contraente in stato di bisogno, per solo effetto dell’alea.

Il legislatore ha adottato un sistema che dà rilievo al cumulo di tre circostanze: la sproporzione delle

prestazioni, l’atteggiamento del contraente che si avvantaggia, lo stato di bisogno o di necessità in cui si

trova il contraente danneggiato.

L’azione di rescissione si prescrive nel breve termine di un anno, e dopo quel termine viene meno anche

la possibilità di eccepire la rescindibilità (art. 1449 c.c.).

Il convenuto può evitare la rescissione offrendo di riportare il contratto ad equità (art. 1450 c.c.). Le

offerte non hanno bisogno di accettazione. L’offerta può essere formulata senza precisi limiti di tempo.

L’unica preclusione è data dal passaggio in giudicato della sentenza che pronuncia la rescissione.

Quando l’offerta di riduzione viene proposta in giudizio, l’offerente può non precisare fino a che limite

intende vincolarsi, rimettendosi al giudice.

Il contratto rescindibile non può essere convalidato (art. 1451 c.c.). Il legislatore può aver pensato che gli

stati di pericolo e di bisogno sono spesso seguiti da periodi in cui opera tuttora, a danno del soggetto

sfruttato, il trauma o la vergogna o un qualche altro stato di inferiorità psicologica; e che facilmente il

contratto verrebbe convalidato proprio durante questo periodo sospetto. Il sistema legislativo, tuttavia, è

incoerente: il contraente leso può conferire efficacia definitiva al contratto astenendosi, per un anno,

dall’impugnativa.

La rescissione non opera come una forma di invalidità dell’atto, ma piuttosto si avvicina a uno

scioglimento del rapporto: infatti non pregiudica i diritti acquistati dai terzi (senza alcun requisito né di

buona fede, né di onerosità) salvi solo gli effetti della trascrizione della domanda (art. 1452 c.c.).

LA RISOLUZIONE

22.

La risoluzione del contratto è un modo di scioglimento che riguarda i contratti a prestazioni corrispettive.

Essa interviene qualora si verifichi un difetto funzionale del sinallagma. Il rapporto tra le parti deve

ex lege

essere contrattuale; se obblighi reciproci sono istituiti , la violazione dell’uno non giustifica

l’eliminazione dell’altro.

Il capo XIV del titolo II disciplina tre casi di risoluzione:

RISOLUZIONE PER INADEMPIMENTO

o

La parte che subisce l’inadempimento può valutare se sia opportuno insistere per l’attuazione

del contratto, o se invece la perturbazione del rapporto sia tale da richiedere lo scioglimento. E’

salvo, in ogni caso, il diritto al risarcimento del danno (art. 1453, 1 comma, c.c.). Non è dunque

corretto affermare che l’inadempimento è causa di risoluzione del contratto: l’inadempimento

attribuisce all’altra parte il diritto potestativo di risolvere il contratto. La libertà di scelta trova due

limiti. In primo luogo <<il contratto non si può risolvere se l’inadempimento di una delle parti ha

scarsa importanza, avuto riguardo all’interesse dell’altra>> (art. 1455 c.c.); non basta, dunque,

l’inesatto adempimento, che è sempre fonte di responsabilità, a mettere in moto la risoluzione.

Questa richiede che il rapporto sinallagmatico non sia più funzionale, e quindi che l’interesse di

una delle parti sia seriamente insoddisfatto. La giurisprudenza ricorre in proposito alla seguente

espressione <<inadempimento tale da lasciar ritenere che la parte offesa, se lo avesse previsto,

non avrebbe stipulato>>. La gravità è dunque correlata alla entità oggettiva della violazione e

alla entità della lesione arrecata all’interesse del creditore. In secondo luogo, la scelta

dell’adempimento è reversibile, anche dopo aver promosso il giudizio per la condanna dell’altra

parte, l’attore può chiedere la risoluzione. La scelta della risoluzione è invece irreversibile (art.

1453, 2 comma, c.c.). E infatti neanche la parte inadempiente può adempiere dopo che è stata

domandata la risoluzione (art. 1453, 3 comma, c.c.). Proposta la domanda di risoluzione,

dunque, il debitore acquista il diritto di non adempiere.

Il <<non adempimento>> di cui all’art. 1453, 1 comma, c.c. si estende a tutta l’area in cui

l’adempimento manca, ed è perciò comprensivo dell’ipotesi del mancato adempimento

incolpevole.

In via processuale, poiché i presupposti della condanna all’esecuzione sono tutti necessari ma

non sufficienti per ottenere la risoluzione [la quale postula, ad esempio, la gravità

dell’inadempimento], appare logico che l’attore possa chiedere la risoluzione in via principale e

la condanna all’esecuzione in subordine. La domanda di risoluzione può sostituire la domanda

rivolta all’adempimento durante tutto il giudizio di primo grado e anche in fase di appello e di

ad hoc

rinvio, il difensore può provvedervi senza bisogno di procura .

I contraenti possono prevedere espressamente nel contratto che l’inadempimento di una

determinata obbligazione sia causa di risoluzione [clausola risolutiva espressa]. Nel quale caso

la risoluzione opera di diritto e si verifica quando la parte interessata dichiara all’altra che

intende valersi della clausola (art. 1456 c.c.). In altri termini, in presenza di una clausola

risolutiva espressa la vicenda risolutiva segue in modo automatico alla dichiarazione del

contraente innocente che, di fronte all’inadempimento previsto nella clausola, intenda valersi di

ex

quest’ultima. La clausola non deve essere sottoposta a specifica approvazione per iscritto

art. 1341 c.c. Per effetto della clausola sarà irrilevante la maggiore o minore gravità

dell’inadempimento. La dichiarazione è ovviamente un atto recettizio, non è soggetta a vincoli di

forma, e può risultare implicitamente da un atto.

L’interesse ad ottenere l’adempimento si ritiene venuto meno quando per la prestazione di una

delle parti fosse fissato un termine che dovesse considerarsi essenziale nell’interesse dell’altra.

Il carattere essenziale del termine dipende dalla natura della prestazione o dal complesso del

contratto, e può non essere enunciato espressamente. Neppure è necessario che la risoluzione

sia pattuita espressamente. Se la parte interessata vuole esigere l’esecuzione nonostante la

scadenza del termine, deve darne notizia entro tre giorni (art. 1457 c.c.).

Nei casi in cui la risoluzione non si verifica di diritto, il diritto di determinare la risoluzione si

può esercitare in due modi: con una domanda giudiziale (art. 1453 c.c.); in via extragiudiziale

[c.d. procedimento monitorio]. Quest’ultimo consente di ottenere la risoluzione attraverso una

diffida ad adempiere, un atto scritto con cui si intima all’altra parte di adempiere entro un termine

adeguato, non inferiore a quindici giorni, con dichiarazione che, trascorso inutilmente il termine,

il contratto si intenderà risoluto: il contratto si scioglie di diritto se l’altra parte non adempie alla

scadenza (art. 1454 c.c.). Nel caso manchi quest’ultima dichiarazione, la sola intimazione di

adempiere costituisce l’altra parte in mora, ma non porta alla risoluzione. La parte inadempiente

deve comunque risarcire il danno.

L’art. 1458 c.c. regola gli effetti della risoluzione. Essa retroagisce fra le parti, senza sine

pregiudicare i diritti acquistati dai terzi. Ne seguirà che le prestazioni già effettuate saranno

causa , e daranno luogo a ripetizione d’indebito o restituzioni di arricchimenti, salve le eventuali

ragioni di danno. Se il contratto comporta esecuzione continuata o periodica, la risoluzione non

si estende alle prestazioni già eseguite. La legge non distingue, riguardo alla posizione dei terzi,

fra buona fede e mala fede, titolo oneroso e titolo gratuito.

Esistono dubbi in ordine alla validità di una clausola di irresolubilità.

La risoluzione opera solo se la prestazione inadempiuta rientra tra quelle corrispettive.

Può risolvere il contratto, o chiederne giudizialmente la risoluzione, il contraente che ha subito

gli effetti dell’inadempimento. Tuttavia, una volta che la risoluzione è stata promossa e ottenuta

dal legittimato, ognuno può poi invocarne gli effetti.

Nel campo della risoluzione si propone la questione relativa alla parte soggettivamente

complessa: se il contratto non produce effetti divisibili, solo il consenso unanime dei legittimati

potrà risolvere il contratto, o chiederne la risoluzione.

In dottrina, una tesi assume che l’inadempimento è elemento costitutivo della fattispecie che dà

luogo alla risoluzione, e ne deduce che l’attore in risoluzione deve provare l’inadempimento.

L’assunto non convince. La fattispecie che dà luogo al dovere di adempiere è costituita dal

contratto. Provando la fattispecie, il creditore ha diritto di ottenere una sentenza di condanna. La

legge, che consente di sostituire in giudizio alla domanda di adempimento la domanda di

risoluzione, ha riconnesso l’uno e l’altro diritto ad un’unica fattispecie, e non ha condizionato il

mutamento della domanda all’accollo di un novello onere probatorio.

La giurisprudenza equipara all’inadempimento la dichiarazione o la minaccia di non voler

adempiere, rese prima della scadenza.

Il codice non fu tanto pessimista da prevedere e regolare l’inadempienza reciproca. La

giurisprudenza ha posto mano alla materia e ha fissato alcuni canoni. La regola

giurisprudenziale fondamentale sta nel principio della valutazione comparativa delle

inadempienze: il giudice deve accertare quale di esse sia prevalente sull’altra.

In caso di inadempienti reciproci di pari gravità si verifica la risoluzione per doppio

inadempimento.

LE ECCEZIONI DILATORIE

Le parti di un contratto a prestazioni corrispettive possono anche giocare in difesa, nel senso

che ciascuna di esse può rifiutarsi di adempiere la sua obbligazione se l’altra parte non adempie

o non offre di adempiere contemporaneamente la propria. E’ questa l’eccezione di

inadempimento. L’eccezione non può essere opposta se sono stabiliti termini diversi per le due

prestazioni, se avuto riguardo alle circostanze il rifiuto è contrario alla buona fede (art. 1460


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Exxodus

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Giurisprudenza
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Exxodus di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto processuale civile e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Balena Giampiero.

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