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Diritto civile - finzione di avveramento - Riassunto esame, prof. Carli

Riassunto dell'Art.1359 e la finzione di avveramento in cui nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: esame della norma, , fondamento della norma, a causa imputabile, la condizione potestativa e la finzione di avveramento, la fictio e l’adempimento dedotto in condizione.

Esame di Diritto civile docente Prof. G. Carli

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ESTRATTO DOCUMENTO

Orbene, chi può influire sull’evento non può identificarsi con colui

al quale è rimesso il fatto dedotto in condizione. Per cui, la finzione

può operare solo nei casi in cui la condizione di avveramento non

sia espressione di un interesse che le parti si sono riservate di

evidenziare in un momento successivo alla stipulazione.

I principi ai quali si richiamerebbe la norma sono diversi:

a)- la tesi più accreditata è quella che collega la finzione di

avveramento alla regola di correttezza di cui all’art. 1358 c.c.

b)- altri hanno visto nella fictio l’applicazione dell’istituto della

presupposizione.

Se le parti hanno voluto una certa relazione

negoziale,condizionata, non possono volerne una diversa. Con

la finzione si sarebbe data rilevanza ad una presunzione di non

contraddizione nella manifestazione di volontà.

c)- altri ancora sono partiti dalla “ tesi della presupposizione ” per

inquadrare la fattispecie

della fictio nel più ampio problema della irrevocabilità del

consenso.

Quanto alla prima tesi si oppone che l’oggetto della norma che fa

capo all’art. 1358 c.c, non è lo stesso di quello dell’art. 1359. Le

regole di correttezza imposte al contraente sub-condicione derivano

dall’esigenza di non pregiudicare le aspettative acquisite dalla

controparte. Ed il pregiudizio cui la citata norma fa riferimento

riguarda non le vicende dell’evento condizionato, ma la situazione

che emerge dopo che l’evento si è realizzato o è venuto a mancare.

Quanto al punto b), l’interpretazione è stata censurata soprattutto

dai sostenitori della tesi che vuole la finzione una vera sanzione per

chi ha violato le regole di condotta.

Quanto al punto c), si è osservato che ogni attività diretta a

modificare il normale svolgimento della vicenda, si qualifica come

una ritrattazione del consenso in origine prestato.

Ma il principio dell’irrevocabilità del consenso non basta a spiegare

la regola della finzione di avveramento. Vi sono casi, infatti, in cui

è consentito alle parti di mutare la loro dichiarazione di volontà,

anche se subordinatamente a determinati presupposti e circostanze.

E’ il caso del recesso o della revoca.Il punto, pertanto, non è

l’irrevocabilità del consenso, ma il limite di tale irrevocabilità.

Ed il problema del limite evoca la figura dell’abuso del diritto, la

cui figura è passata anche attraverso la norma in commento.

Proprio nella disposizione, anzi, si è ravvisata , l’indicazione della

norma più adeguata: l’eliminazione delle conseguenze dell’atto

abusivo.

Ritorna, dunque, anche nella prospettiva dell’abuso, la

considerazione dell’aspetto sanzionatorio della fictio, profilo che

presuppone la definizione del diritto di cui si limiti l’esercizio. Ed

il diritto non può che essere quello dell’amministrazione della

vicenda condizionale.

Il contenuto di questo diritto non è costante, perché gli spazi

concessi alle parti sono ampi.

La finzione di avveramento vale a sanzionare quei comportamenti

che esorbitano dai margini degli spazi nei quali ciascuna delle parti

può muoversi, quando la vicenda condizionale, in qualche misura, è

influenzabile dai contraenti.

Questa tesi appare dal punto di vista del diritto come la più

aderente alla situazione che viene a determinarsi, per un duplice

ordine di ragioni:

-la fictio colpisce entrambi i contraenti;

-l’avveramento, ancorché fittizio, realizza la situazione che avrebbe

dovuto compiersi se non ci fossero state interferenze; il contraente ,

interessato al verificarsi della condizione , ottiene ciò che gli

compete e non subisce alcuna alterazione della sua posizione.

La causa imputabile

Il testo della disposizione di cui all’art. 1359 c.c. non precisa quale

debba essere lo stato soggettivo di colui che agisce per impedire il

verificarsi della condizione.

Il codice del 1865 lo individuava in un comportamento

intenzionale, e quindi doloso.

La vigente normativa allarga la causa imputabile anche ai

comportamenti colposi.

Ma la colpa presuppone che vi siano regole di condotta da

osservare e, nell’ipotesi di condizione, a ben osservare , non vi

sono regole.

Dalla giurisprudenza può rilevarsi che con la fictio si contestano le

conseguenze di interventi volti ad imporre lo svolgimento della

vicenda condizionale, per cui vi sarebbe solo un obbligo di

astensione.

Però anche l’inerzia del contraente può influenzare negativamente

l’avveramento, tanto che si ricorre alla fictio, sul presupposto di

precisi obblighi di fare a carico del contraente rimasto inattivo.

Una corrente di pensiero, collegando la norma in esame a quella

dell’art. 1358 c.c., individua la regola positiva di condotta

nell’obbligo di correttezza.

Ma, si obietta, comportamento scorretto , come violazione

dell’obbligo di fare, non equivale a comportamento negligente, per

cui il richiamo alla norma dell’art. 1358 c.c. appare poco rilevante

per stabilire se dell’imputabilità sia rilevante la colpa .

Né è possibile individuare regole se il fatto dedotto non dipende da

attività particolari.

La condizione causale dovrebbe essere assolutamente indipendente

da qualsiasi intervento delle parti. Se si postula un intervento,

diretto a segnare la vicenda condizionale, deve riconoscersi una

componente potestativa. Si pone allora il problema di assegnare dei

limiti al contraente che ha il potere di governare la vicenda del

rapporto.

L’imputabilità qualificherebbe, da tale punto di vista, tutte quelle

attività che si frappongono al normale svolgimento della vicenda

condizionale.

In realtà, la colpa o il dolo non sono criteri esaustivi del problema,

che si ripresenta allorché bisogna verificare se la vicenda

condizionale sia stata o meno indirizzata in un senso o in un altro

dal contraente che ha un interesse contrario alla realizzazione.

L’istituto della fictio si prefigge di ricercare le cause del mancato

avveramento della condizione .Il problema dell’imputabilità di tali

fatti si pone dopo, e segue la regola generale dell’inadempimento,

espressa nell’art. 1218 c.c.

Il fatto imputabile al contraente , che ha un interesse contrario

all’avveramento, deve costituire una “ conditio sine qua non “ sulla

mancata realizzazione dell’evento dedotto. Il contraente deve

provare che non ha abusato della sua prerogativa per sottrarsi agli

impegni assunti.

In tale prospettiva , il parametro sul quale misurare la condotta del

contraente diventa la buona fede, intesa come misura delle altrui

aspettative, del contraente cioè che ha interesse al verificarsi della

condizione.

La buona fede, in definitiva, rappresenta il limite invalicabile da

parte del contraente a cui è rimessa la possibilità di influire sulla

vicenda condizionale.

Finzione di non avveramento ed ambito di applicazione della

norma

Parte della dottrina ritiene che, nonostante la lettera della

disposizione contempli la fictio nella sola ipotesi del mancato

verificarsi della condizione, l’istituto possa applicarsi anche nel

caso in cui la condizione si è avverata, perché un contraente , per

interesse, ha agito per il suo verificarsi.

La fictio, in tale caso, eviterebbe che il contratto si attui in

mancanza di un presupposto stabilito dalle parti.

Invero, la natura stessa della condizione contempla una duplice

eventualità: che si verifichi il fatto dedotto in condizione o che esso

manchi.

Di conseguenza, non avrebbe senso mutare la situazione, con una

finzione.

Se però la fictio la si intende come sanzione, e se la vicenda

condizionale è stata forzata, ben potrebbe intervenire una finzione

di non avveramento.

E’ da considerare, tuttavia, che chi considera la fictio una sanzione,

nega che l’istituto possa applicarsi là dove la condizione si è

verificata per effetto di una “interessata” attività del contraente. E

la ragione deriva dal fatto che non esiste un obbligo di non operare

per l’avveramento.

Si obietta in proposito che un comportamento di mala fede

richiama una sanzione, che non è costituita dalla fictio, ma da una

comune responsabilità risarcitoria.

Il problema della fictio, secondo altri, non si risolve in ragione

della funzione attribuita all’istituto, ma valutando i tipi di

condizione a cui la norma si riferisce. E’ opinione diffusa che la

fictio si applichi sia alla condizione positiva che negativa, sia alla

condizione sospensiva che negativa.

La condizione negativa , quella cioè che contempla come evento

dedotto il non accadimento di un certo fatto, viene esclusa . Nel

caso specifico, il compiersi dell’evento dedotto, significa che chi ha

interesse contrario al verificarsi, aspiri alla realizzazione

dell’evento.

Nella condizione positiva, invece, l’interesse contrario al verificarsi

della condizione equivale ad opposizione all’evento.

Le due situazioni non sono assimilabili. Ed essendovi carenza

dell’identità della ratio, che giustificherebbe l’applicazione per

analogia della norma, la fictio non può estendersi alla condizione

negativa, a meno che , come pure si è adombrato da parte di alcuni,

le due specie di condizioni sono solo il risultato di una mera scelta

espressiva.

Passando alla natura sospensiva o risolutiva della condizione, si

osserva che il contratto non produce i suoi effetti se l’evento

dedotto non si realizza. Configurare una fictio di non avveramento,

in una situazione in cui la condizione si è avverata, avrebbe come

conseguenza l’impedire l’efficacia di un atto, e ciò al fine di punire

un comportamento rivolto all’attuazione della condizione da chi

aveva un interesse contrario.

Ma l’interesse all’avveramento non rientra fra gli elementi

costitutivi della fattispecie regolata dalla norma in esame.

La condizione potestativa e la finzione di avveramento

La dottrina, ed anche la giurisprudenza, hanno espresso un parere

negativo circa l’applicabilità della fictio alla condizione potestativa.

Si è sottolineato, in proposito, che esiste una vera incompatibilità

fra la natura potestativa della condizione e la possibilità di controllo

del comportamento del contraente, al quale è rimessa la vicenda

condizionale.

Altri hanno osservato che quando la libertà viene utilizzata per

finalità opposte a quelle per le quali è stata attribuita, può ben

essere limitata.

La condizione potestativa, infatti, non è invalida di per sé, ma lo

diventa se risultano immeritevoli di tutela gli interessi che essa

deve tutelare, richiamando l’art. 1322 c.c.

Se si rientra, però, nel campo della meritevolezza, è stato

acutamente osservato che si valutano non già le circostanze che

hanno determinato il ritiro del consenso prestato, ma l’assenza di


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Docente: Carli Guido
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Novadelia di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto civile e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Guido Carli - Luiss o del prof Carli Guido.

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