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Diritto canonico e diritto ecclesiastico - le basi Appunti scolastici Premium

Appunti di Diritto canonico e Diritto ecclesiastico con i seguenti argomenti trattati: le matrici culturali della Costituzione italiana e le norme relative al fenomeno religioso, cultura politica e cultura giuridica dei costituenti cattolici, con particolare riferimento alle tradizionali concezioni dello Jus... Vedi di più

Esame di Diritto ecclesiastico docente Prof. M. Tedeschi

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certo di una molteplicità di rapporti che danno vita a formazioni sociali autonome, nelle quali " si svolge" la

personalità dell'uomo.

La costituzione assume di fronte al fatto religioso un atteggiamento del tutto nuovo rispetto al passato: in

particolare essa rifiuta l'atteggiamento tipico dello stato "pre-moderno", che partendo dal dato sociologico di una

società a struttura monista, veniva non solo a fondare e legittimare sull'elemento religioso l'ordinamento giuridico,

ma addirittura veniva ad integrare questo con quello, dando vita a una realtà ordinamentale gerarchicamente

strutturata, nella quale le norme religiose o di derivazione religiosa erano collocate al vertice, ispirando tutto

l'ordinamento.

Le nuova concezione della sovranità statale quali chiavi di lettura delle norme costituzionali sul fatto

religioso

La costituzione italiana rifiuta l'atteggiamento tipico dello stato moderno, che guarda la sovranità come " gabbia"

della religione.

Partendo dal presupposto originari propri della sovranità, quali la unicità e la pienezza del potere sovrano dello

stato ( plenitudo potestatis), il disconoscimento di autorità e di leggi superiore allo stato ( il moderno principe

superiorem non recognoscit ed è legibus solutus), lo stato moderno non ammette che il fattore religioso sia, in

quanto tale, svincolato dalla sua potestà. Nella misura in cui esce dall'intervista individuale e diviene fenomeno

sociale, la religione è soggetto al potere statuale.

Di fronte al fatto religioso la nostra costruzione si atteggia partendo da un nuovo, diverso concetto di sovranità.Si

coglie l'affermazione di un concetto di sovranità non più caratterizzato dall'antica idea di dominio e (super-esse),

bensì segnata dalla funzionalità alla signoria dell'uomo e alla libertà di questi ( libertà come " anima della

sovranità").

La costituzione riconosce che fatto religioso, in quanto tale, è qualificato da un più o meno alto grado di

estraneità, rispetto all'ordine proprio dello stato. Di qui, la conseguenza che, in ragione di tale estraneità,

l'ordinamento statale può determinarsi nei suoi confronti in maniera differenziata: può ignorarlo completamente;

ovvero può riconosce nella giuridica di rilevanza rimettendone peraltro la disciplina a norme di origine

confessionale.

Si può osservare che fatto religioso e entra in rilievo nella costituzione italiana per più profili:

sotto quello dei soggetti " religiosi": le persone fisiche, in quanto facciano professione di una fede religiosa, di

ateismo (art.3;19); gli enti aventi carattere ecclesiastico finalità di religione o di culto (art.20); le confessioni

religiose (artt.7-8).

Sotto il profilo oggettivo delle materie che hanno una valenza allo stesso tempo religiose civile.

Un ambito nel quale rientra in rilievo quel favor religionis è nella misura in cui gli obiettivi concreti che

l'ordinamento assegna alla pubblica amministrazione variano col mutare delle ideologie e degli indizi politici e ,

appare evidente che quella direttiva di valore a suo tempo assunta dal costituente fra i principi fondamentali

dell'ordinamento costituzionale, ha si riflette nel rafforzamento e nella qualificazione dei compiti delle pubbliche

amministrazioni in ordine al soddisfacimento degli interessi religiosi .

"Costituente vivente" e secolarizzazione, con particolare riferimento al fenomeno dell'obiezione di

coscienza

La secolarizzazione produce l'abbandono di comportamenti di tipo sacro, la crisi dei religioni istituzionali; ma

provoca al tempo stesso ha un fenomeno di riaggregazione sociale in maniera differente,nuova, attorno a schemi

ideologici diversi.

La tendenza è quella di ricreare delle "chiese"intorno a vari gruppi sociali ed alle varie ideologie; di "sacralizzare"

le ideologie, che tendono a divenire delle " religioni secolari". Allo stesso tempo la secolarizzazione produce la

rinascita del fenomeno religioso (" sette religiose").

Occorre dire che il fenomeno della secolarizzazione per sua stessa natura produce la disgregazione di tutto ciò.

Il sintomo più emblematico delle citate intendenze, con tutte le ambiguità ed ambivalenze che esse comportano, è

dato dal fenomeno dell' obiezione di coscienza.

L'obiezione di coscienza risponde allo spirito della nostra costituzione, in particolare al principio personalistico ed

a quello pluralistico e, e che trovi legittimazione fondamento nell'art. 19 della stessa.

Il dilatarsi fenomeno dell'obiezione di coscienza potrebbe segnare il distacco progressivo da una serie valori

racchiusi nella carta costituzionale, facendo sorgere di conseguenza la necessità di ritrovare un bilanciamento fra

istanze di libertà e doveri.

LA QUALIFICAZIONE DELLO STATO SOTTO IL PROFILO RELIGIOSO

Il confessionismo dello stato italiano dallo statuto albertino ai patti lateranensi

Lo statuto albertino della 4 marzo 1848 si preoccupava di sancire una qualificazione in senso confessionale dello

stato.

Difatti lo statuto si aprirà con la formula solenne " la religione cattolica, apostolica e romana è la sola religione

dello stato. Gli altri culti ora esistenti sono tollerati conformemente alle leggi".

A questa affermazione lo stesso statuto faceva seguire una serie di disposizioni: è il caso,ad es., dell'art. 28 dello

statuto, nel quale è sancita la libertà di stampa.

Il processo di " confessionalizzazione" dello stato andava oltre l'assunzione di una religione ufficiale perché

veniva a toccare lo stesso stato- apparato.

Si pensi all'art. 33 dello statuto, per il quale " gli arcivescovo e vescovi dello stato" costituivano la prima delle

categorie dalle quali il sovrano avrebbero dovuto trarre i componenti del Senato, nominati a vita; si pensi al c.d.

privilegi del " foro ecclesiastico".

Nel giro di pochissimi anni lo stato venne a mutare radicalmente la propria qualificazione sotto il profilo

confessionale, passando da stato confessionista ed unionista, a stato laico, separatista e giurisdizionalista .

L'art. 1 dello statuto rimase, pertanto, solo formalmente in vigore, nel contesto di un ordinamento evoluto si

maniera del tutto difforme. Sì che alla fine del secolo dottrina giuridica veniva ad affermare che la formula

dell'art. 1 dello statuto dovesse intendersi nel senso che la religione cattolica " è quella che la maggioranza dei

cittadini segue, e che del suo culto si serve l'autorità civile quando gli occorra di accompagnare alcuno dei suoi

atti con cerimonie religiose", concludendo che " a così poco ridotto, in nulla il detto articolo contraddice al

sistema della separazione fra la chiesa allo stato".

La situazione rimase immutata sino alla stipulazione dei patti lateranensi del 11 febbraio 1929. Giàcchè nel

trattato lateranense era detto che " l'Italia riconosce e riafferma al principio consacrato nell'articolo primo lo

statuto del regno 4 marzo 1848,pel quale la religione cattolica apostolica e romana è la sola religione dello stato ".

Con i patti delle Laterano venne ad operarsi una "riconfessionalizzazione" dell'ordinamento, nel senso che il

richiamo fatto al principio di cui all'art. 1 dello statuto albertino, mai formalmente abrogato, né avrebbe prodotto

il rinnovamento della giuridica operatività.

La qualificazione confessionale dello stato nella costituzione repubblicana

La questione della qualificazione dello stato dal punto di vista confessionale assume particolare rilievo se ci si

pone alla ricerca della norma fondamentale dell'ordinamento, qualificante l'atteggiamento dello stesso di fronte al

fenomeno religioso istituzionalizzato, e quindi chiamato ad orientare le scelte degli organi dello stato, sia a livello

di indirizzo politico, sia a livello di esercizio delle funzioni legislativa, amministrativa e giudiziaria.

Nella costituzione non è dato rinvenire una norma simile a quella di cui al primo articolo dello statuto albertino.

Anzi, non sussiste alcuna norma che espressamente qualifichi lo stato in materia:nè come stato professionista,nè

come stato laico.

Così, sempre in sede di assemblea costituente,di fronte ad un Calamandrei che rilevava l'incompatibilità fra l'art. 1

del trattato lateranense, richiamante principio confessionistico di cui allo statuto albertino, rispetto alle

riconosciuta libertà di religione e di coscienza, nonché all'eguaglianza dei cittadini senza distinzione di religione,

si opponeva che l'art. 1 del trattato era solo " una constatazione di fatto, un dato storico".

La carta costituzionale di Carlo Alberto aveva nel suo primo articolo diversi contenuti:

a) l'esistenza di una confessione di stato individuato nella " sola religione cattolica";

b) la mera tolleranza per le altre confessioni religiose;

c) la limitazione di tale tolleranza ai soli " culti ora esistenti".

Ora non solo nessuno di tali contenuti è rintracciabile nel testo della costituzione repubblicana, ma vi sono anche

enunciati principi del tutto opposti quali:

a) la separazione fra stato e chiesa cattolica;

b) la piena libertà delle altre confessioni religiose;

c) l'estensione di tale regime di libertà tutta la confessioni.

La costituzione prevede la piena libertà, individuale e collettiva, in materia religiosa (art.19) e la piena

uguaglianza davanti alla legge dei cittadini e delle formazioni sociali, senza distinzione di religione (art.3 e 20).

La questione delle antinomie fra costituzione e patti lateranensi

Nel protocollo addizionale all'accordo che apporta modificazioni al concordato lateranense del 1984, che ha

trovato esecuzione con legge 24 marzo 1985 n°121, è esplicitamente contemplata la fine del principio

confessionistico (art.1).

Sembra doversi riconoscere che la fine della qualificazione confessionale dello stato italiano debba farsi risalire,

prima ancora che alla recente revisione concordataria, al momento stesso dell'entrata in vigore della costituzione

repubblicana (1° gennaio 1848).

I principi del confessionismo di stato urta con quei " principi supremi" o " principi fondamentali"

dell'ordinamento costituzionale, i quali non possono essere derogati da norme che pure hanno ordinariamente la

forza di derogare norme costituzionali. Ciò in quanto si tratta di principi identificati ordinamento costituzionale, al

punto che la loro disapplicazione comporterebbe lo stravolgimento dello stesso; cioè si tratta di principi aventi "

funzione inequivocabilmente strumentale, per la tutela di valori considerati irrinunciabili".

La stessa formula del ricordato art. 1 del protocollo addizionale all'accordo di revisione del concordato

lateranense, per la quale " si considera non più vigore principio, originariamente richiamato dei patti lateranensi,

in della religione cattolica come sola religione di stato". La norma in questione non esprime una volontà

abrogatrice di altra disposizione contraria assunta come vigente,nè manifesta una volontà di innovare

l'ordinamento. La norma in esame sembra solo avere una funzione ricognitiva, nel senso di accertare che al

momento della stipula dell'accordo di revisione concordato non risulta più in vigore il principio della

confessionismo di stato, che originariamente era riaffermato dei patti lateranensi.

La disposizione in esame non ha solo un valore meramente dichiarativo; e essa si pone anche come principio di

interpretazione di tutte le norme pattizie e di derivazione pattizia.

Confessionismo e " diritto vivente"

Nel nostro ordinamento costituzionale non sussiste una qualificazione formale di confessionale idea dello stato.

Diritto vivente= modo in cui il diritto vigente sia stato interpretato ed applicato dagli organi dello stato, in sede

amministrativa e giudiziaria,onde accertare l'se al di là di dichiarazioni formali in un senso, l'ordinamento prese in

considerazione debba essere qualificato in un senso del tutto opposto a quello della non confessionalità.

Ma se si guarda alle sole norme della costituzione, non solo nella loro formulazione letterale, bensì anche al modo

con cui sono stata interpretate, soprattutto dal legislatore e dalla giurisprudenza costituzionale, è da convenire che

quello italiano non è uno stato confessionista. Si deve oggi constatare, nel diritto vissuto, una progressivo

allontanamento dalla matrice originaria. Valga un esempio per tutti: ed è quello dato dalla costituzione

riconosciuta come " società naturale fondata sul matrimonio ". È indubitabile che tale formula riflettesse, alle

origini, la matrice culturale cattolica.

Si pensi alla legge sul divorzio (1° dicembre 1970,n.898; 6 marzo 1987,n.74) e sull'aborto ( 22 maggio 1978,n.

194 ), in quanto riconosciuto legittima la giurisprudenza costituzionale.

Appare in concreto assai arduo poter qualificare confessionistico con l'ordinamento statuale che rifugga da una

qualsiasi connotazione formale in tal senso. E si può dei

finire l'Italia di oggi come uno stato laico e separatista; che cioè non assume alcuna religione ufficiale e che anzi

proclama la propria incompetenza in materia religiosa; che d'altro lato distaccano ordine civile rispetto all'ordine

proprio di ogni religione. Ma non uno stato ateo,nè agnostico; e neppure uno stato laicista.

Esiste nell'ordinamento costituzionale un principio definibile come favor religionis, seppure inteso nell'ambito e

nei limiti più sopra delineati; non può al contrario parlarsi della ricorrenza di un principio confessionistico.

LA LIBERTA' RELIGIOSA INDIVIDUALE E COLLETTIVA

Nozione di libertà religiosa

La libertà religiosa, giuridicamente intesa come " la libertà garantito dallo stato ad ogni cittadino di scegliere

professare la propria credenza in fatto di religione", rappresenta storicamente la prima libertà dei moderni.

Tutto il monopolio delle libertà costituenti ormai patrimonio comune dell'uomo contemporaneo, nel divenire della

storia si viene costituendo a partire dalla rivendicazione progressiva della libertà religiosa e del suo progressivo

riconoscimento.

Il discorso sulla libertà religiosa è caratterizzato, oggi, da ambiguità di fondo, sia per ciò che attiene al concetto

stesso di tale libertà, sia per ciò che attiene ai suoi contenuti concreti.

Nella nostra esperienza culturale, il problema della libertà religiosa mostra di subire un singolare processo di

ripensamento e di riformulazione teorica di concetti, di categorie, di configurazioni istituzionali.

La libertà religiosa viene attualmente sottoposta progressiva critica, è il caso,ad es., della configurazione libertà

religiosa come " concetto essenzialmente e prettamente giuridico".

Oggi a dottrina tende a considerare libertà religiosa piuttosto come valore essenzialmente etico- politico,

mettendone tra l'altro in evidenza l'intrinseca storicità e relatività. Parte della dottrina tende a ricondurre sempre

più un'idea di libertà religiosa modernamente intesa alla monopolio delle cosiddette " libertà borghesi", cioè alle

formulazioni teoriche e già alle realizzazioni politico- istituzionali della libertà, che nascono e si affermano in un

contesto storico, politico, sociale, culturale ben preciso, qual è appunto il mondo occidentale fra 800 e 900.

Si parla della libertà religiosa nella sua accezione ricorrente non più quale principio univoco e universale, bensì

quale " principio ispiratore proprio in insieme complesso articolato di ordinamenti storicamente dati e definiti"; da

valore assoluto, e quindi trascendente la storia, essa viene assunta a valore storico; da " assunto teoretico", quasi "

criterio di verità", a criterio politico, " proprio di una concezione storicamente data dell'uomo e della società" .

La forza espansiva del concetto di libertà religiosa

Non si deve dimenticare che le idee sovrastanti alla progressiva evoluzione, nell'aria occidentale, dallo stato

liberalo ottocentesco a ( stato di diritto), allo stato solidaristica e sociale contemporaneo ( stato di democrazia

pluralista), influiscono in qualche modo anche nella concezione del diritto di libertà religiosa. Difatti si afferma

progressivamente la coscienza che questa non si esaurisca contenuti concreti storicamente determinati nell'età del

liberalismo e , bensì anche il diritto del singolo delle formazioni sociali religioso avente qualificate di vivere nella

realtà sociale conformemente alla visione della vita.

Lo stato contemporaneo non può limitarsi a garantire il diritto di libertà religiosa a , bensì deve operare secondo

una direttiva di valore data della rimozione degli ostacoli di qualsivoglia natura che impediscono al concreto

esercizio del diritto in questione, pur astrattamente riconosciuto.

Si avanza una più ampia accezione del diritto di libertà religiosa, la quale però trova difficoltà ad affermarsi anche

ragione di residui di statualismo a livello dottrinale prima ancora che a livello normativo.

Quella visione, propria della concezione liberale ottocentesca, che tendeva a ricondurre il fatto religioso nel

chiuso delle coscienze, come fatto personale problema intimo di ogni uomo, senza alcun riflesso esterno, sociale,

pubblico, quasi che nella realtà dell'unità antropologiche sia possibile davvero poter distinguere così nettamente il

cittadino dal fedele, così come sia possibile scindere la sua azione volta alla realizzazione della " città terrena", da

quella, altra, rivolta all'edificazione della " città celeste".

Si deve notare che il diritto di libertà religiosa nasce dalle pressioni della realtà sociale: l'una realtà sociale che da

un lato preme per la affermazione di una libertà in materia religiosa che non subisca limitazioni a

condizionamenti, ma che possa trovare esplicitazione nella sua integralità.

La pressione sociale in un caso produce l'estensione del libertà religiosa ad una serie di ambiti tradizionalmente

ricondotti nell'aria di altre libertà, nell'altro caso provoca la riconduzione nell'libertà religiosa distrazione del tutto

nuove fra cui, tipiche, quelle che trovano espressione nell'obiezione di coscienza.

Mentre nelle fattispecie tradizionali e entra in rilievo rapporto fra il soggetto e la credenza religiosa, quale che

esso sia ( cioè positivo, nel caso del credente; negativo, nel caso dell'ateo); nelle fattispecie poste dall'obiezione di

coscienza,entra in primo luogo e soprattutto in rilievo l'individuo in se stesso, nella normatività della propria

coscienza.

La vicenda della libertà religiosa è passata da un primo momento in cui significava, positivamente, libertà del

credente, ad un secondo momento, e come libertà in materia religiosa, e quindi come libertà del credente del non

credente; fino a giungere alle più moderne prospettazioni e di tale libertà come attinente alla libera

determinazione soggetto secondo dettami della propria coscienza, a prescindere dal rapporto con la religione.

La libertà religiosa nella costituzione

Nell' esperienza giuridica che segna il cinquantennio di vigenza della costituzione repubblicana, è dato rilevare

come interpretazione delle disposizioni costituzionali in materia libertà religiosa, abbia conosciuto una evoluzione

duplice senso.

In particolare si deve notare come a proposito l'art. 19 cost., si nella sua formulazione riflettono cultura giuridica

storicamente datata. Esso ricalca, infatti, in le espressione formali e dei contenuti concreti propri a tutte le

esperienze costituzionalistiche che, fra 800 e 900 , si maturano nella forma di stato moderno che si definisce stato

di diritto.

Nell'articolo in esame libertà religiosa risulta non solo quale diritto soggettivo, ma pure quale diritto pubblico

soggettivo, che di conseguenza può essere azionato nei confronti dei pubblici poteri.

Titolare del diritto in questione sono tutti gli uomini,non solo cittadini, ma anche le formazioni sociali.

La costituzione riconosce la facoltà di professare le fede religiosa informa individuale o associata ( libertà di

coscienza ); la facoltà di esercitare in privato è un pubblico il culto ( libertà di culto ); la facoltà di fare opera di

proselitismo ( libertà di propaganda religiosa ).

Per ciò che attiene ai limiti, e si sono esplicitamente dati dalla costruzione nel solo divieto dei " riti contrari al

buon costume".

L'esercizio della libertà religiosa non può essere soggetto a limiti sotto il generico profilo dell' " ordine pubblico";

e e soprattutto è certo che il limite d'esame opera solo in relazione alla effettiva celebrazione dei riti contrari al

buon costume, rimanendo di conseguenza inoperante nei confronti di quelle confessioni religiose le quali

contentassero nel loro patrimonio liturgico riti del genere, ma non li esercitassero concretamente.

Ad es., limita il diritto di libertà religiosa possa individuarsi nel diritto alla vita ex art.2Cost., rispetto a pratiche

religiose che dovessero prevedere sacrifici umani; nel diritto alla libertà personale ex art.13 Cost., rispetto

movimenti religiosi che riducessero in schiavitù fisico psicologica gli adepti .

La libertà religiosa esperienza giuridica

La libertà religiosa trova nella formula dell'art. 19 Cost. ampio riconoscimento; riconoscimento che si muove

entro le coordinate di una cultura giuridica storicamente datata, legata cioè alle formulazioni classiche delle

liberalismo.

Unica innovazione rispetto agli schemi del passato è costituita dall'accentuazione del movimento sociale-

collettivo, che supera la concezione individualistica liberale adeguando la tutela giuridica della libertà in

questione alla struttura della società e, soprattutto, alla valorizzazione che la stessa costituzione fa delle

formazioni sociali (art. 2).

Particolarmente degna è stata la giurisprudenza costituzionale che ha apportato un complessivo ammodernamento

in materia.

Per quanto riguarda innanzitutto il problema di titolare del diritto di libertà religiosa, la corte non ha esitato a

ricondurre nell'ambito delle garanzie di cui all'art. 19 Cost. anche la posizione soggettiva dell'ateo. In tale

decisione la corte osservava che l'opinione prevalente fa ormai rientrare la tutela della cosiddette libertà di

coscienza dei non credenti in quella della più ampia libertà in materia religiosa assicurata dall'art. 19 , il quale

garantirebbe altresì la corrispondente libertà negativa. La corte osservava che la libertà di coscienza, è riferita alla

progressione sia di fede religiosa sia di opinione in materia religiosa, presuppone non solo l'ordinamento statuale

non imponga a chicchessia atti di culto, ma anche che non sia imposto il compimento di atti con la significato

religioso, concludendo nel caso specifico che con la formula di giuramento originariamente prevista dall'art.251. 2

c.p.c., avente un chiaro carattere religioso, il testimone non credente subì una doppia lesione della sua libertà di

coscienza: e innanzitutto dovendo manifestarsi credente davanti al giudice ed in generale tutti presenti, mentre

credente non è; e in secondo luogo essendo costretto ad una sorta di riserva mentale introdotto dalla legge.

Quanto ai contenuti del diritto di libertà religiosa, anche quei giurisprudenza della corte costituzionale è venuta da

ampliare il disposto dell'art. 19, che esplicitamente menziona solo le tre classiche facoltà: libertà di coscienza, di

culto e di propaganda.

In una notissima sentenza riguardante l'art. 38 del concordato lateranense la corte costituzionale venne ad

affermare il principio secondo cui dalla libertà religiosa promana anche la libertà di istituire scuole di ogni ordine

e grado ed istituti di educazione aventi carattere confessionale.

La corte è venuto a dire che dalla libertà religiosa promana anche la facoltà di istituire enti con finalità

assistenziali che abbiano una connotazione religiosa.

Circa i limiti del diritto di libertà religiosa, oltre a quello esplicitamente previsto dall'art. 19 Cost., la

giurisprudenza costituzionale ha avuto modo di procedere gradualmente ad una precisazione.

La corte ebbe distinguere la libertà di propaganda di una religione, la quale comprende anche " la discussione su

temi religiosi", così come " la critica nella confutazione e l'espressione di radicale dissenso da ogni concezione

richiamatasi a valori religiosi trascendenti, in nome di ideologie immanentistiche o positivistiche; rispetto

manifestazione di pensiero vilipendiose, come " la contumelia, lo scherno, l'offesa, per così dire, fine a se stessa,

che costituisce ad un tempo ingiuria a credente".

Per la corte del nostro ordinamento costituzionale sussiste un limite la libertà religiosa: e cioè il limite delle

manifestazioni pensiero in materia religiosa di carattere vilipendioso. Il primo limite attiene alla libertà di culto; il

secondo alla libertà di propaganda in materia religiosa.

Infine la giurisprudenza costituzionale sia mossa anche lungo la direttiva di ricondurre il diritti libertà religiosa

questioni che attengono alla incoercibilità della coscienza individuale. È il caso della obiezione di coscienza al

servizio militare.

La forza espansiva della nostra carta fondamentale, nonostante il suo carattere di costituzione rigida, si trae dal

collegamento dei vari comandi che essa contiene, non sia dato riscontrare l'solo nelle disposizioni più generiche

vaghe .

La tutela penale della libertà religiosa

Sotto il titolo "Dei ha delitti contro il sentimento religioso contro la pietà dei defunti" il codice penale in vigore

(1930) contemplava una serie di ipotesi di lettura contro la religione cattolica e gli altri culti. Più precisamente

nell'art.402 si puniva il vilipendio della religione cattolica, in quanto religione dello stato;nell'art.403 le offese alla

religione dello stato mediante vilipendio di chi la professa;nell'art.404 le offesa alla religione stato mediante

vilipendio di cose formanti oggetto di culto, o consacrate al culto o destinate necessariamente l'esercizio del

culto;nell'art.405 il turbamento di funzioni religiose del culto cattolico.

Si deve poi ricordare l'art.724 c.p. che, sotto il titolo " delle contravvezioni concernenti la polizia dei costumi"

puniva chiunque pubblicamente bestemmia, con invettive o parole oltraggiose, contro di vita cui simboli o le

persone venerati nella religione dello stato. Non era dunque prevista sanzione per chi bestemmiasse contro altre

religioni.

Nello spirito del tempo la preoccupazione del legislatore statale era piuttosto quella di tutelare religione

comunemente professata dalla quasi generalità dei cittadini, che non quella di tutelare la libertà religiosa come

diritto individuale e collettivo.

Solo di recente la giurisprudenza costituzionale intervenute incidendo profondamente sulla normativa del 1930. A

seguito di tre interventi venuto del tutto meno la fattispecie criminosa di cui all'art.402 c.p.; quanto la fattispecie

contemplata nell'art.404c.p., è ora stabilita la punibilità del vilipendio della religione dello stato mediante

vilipendio di cose sulla base di una sanzione più maggiore, ma pari a quella prevista per i cosiddetti culti ammessi

(art.40 a 6 c.p.).

Quanto poi al reato di bestemmia, l'intervento della giurisprudenza costituzionale della dichiarare, con la doppia

conseguenza di limitare la fattispecie criminosa alle sole invettive o parole oltraggiose contro la divinità e di

estendere al contempo la previsione normativa anche alle confessioni religiose diversa da cattolica.

FATTORE RELIGIOSO E PRINCIPIO COSTITUZIONALE DI EGUAGLIANZA

Eguaglianza formale fatto religioso

In rapporto al principio di eguaglianza il fattore religioso entra in rilievo, nel testo costituzionale ha , a tre

differenti livelli:

il primo è quello che attiene all'uguaglianza giuridica uguaglianza in senso formale, posta dal primo comma

dell'art. 3 Cost. L'articolo in questione segna il passaggio dallo stato liberalo ottocentesco all'odierno stato di

democrazia pluralista. Il principio dell'uguaglianza giuridica continua a svolgere, nell'ordinamento vigente, la sua

originale funzione di garantire a tutti pari opportunità nell'esprimere le proprie capacità.

A differenza del diritto di libertà religiosa, che nell'ordinamento costituzionale si pone un principio assoluto, il

divieto di discriminazione per motivi religiosi risulta invece come un principio relativo; a esso è riferito ai soli

cittadini, con evidente esclusione degli stranieri e con discussa estensione della garanzia agli enti, siano o meno

essi dotati di personalità giuridica.

In secondo luogo principio in esame opera nel senso del divieto di trarre giuridicamente in maniera differenziata

situazione di fatto uguali, tenendo conto perciò che sola sussistenza di un criterio di ragionevolezza può

giustificare deroghe alla norma.

La dispensa costituzionale aveva passato ritenuto che la differenziazione fatta dal legislatore penale sarà religione

cattolica ed altre religioni non venisse a violare l'art. 3 Cost., dal momento che tale differenziazione - la quale si

concretizzava in una maggiore protezione penale del sentimento religioso degli appartenenti alla religione

cattolica,rispetto agli appartenenti ad altre confessioni - fosse corrispondente alla valutazione fatta dal legislatore

dell'ampiezza delle reazioni sociali determinate dalle attese contro il sentimento religioso della maggior parte

degli italiani.

Eguaglianza sostanziale e fattore religioso

La formula dell'art. 3 Cost. non si limita tuttavia a riaffermare il principio dell'uguaglianza giuridica,tipico

dell'esperienza costituzionale dell'età liberale. Essa fissa anche, nel suo secondo comma, il principio della

eguaglianza in senso sostanziale o eguaglianza sociale, che pone come compito della repubblica di rimuovere gli

ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana, limitandone

libertà e l'uguaglianza.

Il pieno sviluppo della persona umana è un interesse dello stato deve perseguire attraverso la sua legislazione in

ogni campo, quindi anche con religioso, ma in questo caso non direttamente, a bensì tramite la collaborazione

delle confessioni religiose, e sempre nel pieno rispetto della libertà religiosa di ognuno.

Il concetto di laicità dello stato non esclude che, in ordinamento democratico, allo stato- apparato possa tener

conto, a determinati fini, della presenza di quei valori e dell'opportunità di soddisfare talune esigenze da essi

derivanti. Tipica applicazione di tale principio si ha nei servizi di assistenza spirituale nelle c.d. " istituzioni

totalizzanti" ( forze armate, ospedali), cioè in quelle istituzione della quale i cittadini si vengono a trovare in

situazioni di " soggezione speciale" che limitano la loro libertà personale.

L' eguale libertà delle confessioni religiose

Un II livello al quale e entra in rilievo il principio di eguaglianza per rapporto al fattore religioso, è quello delle

confessioni religiose.

Vediamo che la costituzione non dà la nozione di confessione religiosa; fra le tante definizioni datene, le più

adeguata sembra quella che considera, sul piano giuridico, come confessioni religiose quelle " comunità sociali

stabili dotate o non di organizzazione e normazione propria e avente la propria ed originale concezione del

mondo, basata sull'esistenza di un essere trascendente, in rapporto agli uomini".

La funzione della norma dell'art. 8 , è quella di garantire tutte le confessioni religiose gli stessi spazi di libertà;

ovvero di garantire ciascuna le medesime opportunità.

Sia potuto notare come le confessioni religiose di minoranza siano progressivamente passate dalla rivendicazione

del diritto all'uguaglianza, cioè ad un trattamento a giuridico paritario rispetto alla religione di maggioranza, alla

rivendicazione del " diritto alla diversità", vale a dire ad un trattamento giuridico che tenga conto dell'identità di

ciascuna confessione religiosa, salvaguardandone i caratteri originali.

La norma in esame viene quindi svolge la funzione di raccordo fra la garanzia, inderogabile, della libertà

individuale collettiva in materia religiosa, e quella dell'adattabilità del sistema giuridico alle peculiari esigenze

delle singole confessioni.

Il divieto di discriminazione fra enti per motivi religiosi

L' ultimo livello al quale entra in rilievo il principio di eguaglianza per rapporto al fattore religioso, è quello delle

associazioni ed istituzioni religiose: si tratta di entità distinte rispetto alle confessioni religiose, anche perché di

regola contribuiscono a costituire la complessa struttura della confessione ed in essa sono inquadrate.

La norma dell'art. 20 Cost., mentre pone con sicurezza il divieto di discriminare in peggio gli enti ecclesiastici e

quelli con fine di religione o di culto,lascia impregiudicato il parametro di comparazione,perché non stabilisce che

questo vada sic et simpliciter identificato nel trattamento fatto da legge agli enti privati, restando,di conseguenza,

libera la possibilità che il raffronto sia istituito con il trattamento riservato a quegli enti pubblici cui potrebbero

essere accostati gli enti garantiti dalla costituzione.

Le distinzione fra il carattere ecclesiastico ed il fine di religione o di culto

Problema complesso è invece, quello della individuazione degli enti garantiti dall'art. 20 Cost. Per una parte della

dottrina la formula " carattere ecclesiastico", di cui all'articolo in esame, è si riferirebbe maniera esclusiva agli

enti della chiesa cattolica.

Invero una cosa è il " carattere ecclesiastico" di un ente, espressione con la quale si vuole indicare il suo formale

collegamento con l'organizzazione ecclesiastica e con l'ordinamento confessionale di appartenenza; altra cosa è il

" fine di religione o di culto",espressione con cui si vogliono individuare gli enti garantiti dall'art. 20 Cost.

In altre parole la disposizione costituzionale in esame, distinguendo nettamente tra " carattere ecclesiastico" e "

fine di religione o di culto", mostra di ritenere non coincidenti elemento del carattere l'elemento del fine, in

relazione ad alcune categorie di enti.

Si sostiene che la formula " carattere ecclesiastico" è riferita in modo esclusivo gli enti della chiesa cattolica,

laddove gli enti espressi dalle confessioni acattoliche o creati da acattolici sarebbero garantiti in quanto rientranti

fra quelli con " fine di religione o di culto", ed allora non si vede come tale fine possa poi essere assunto a criterio

per delimitare la estensione della garanzia di cui all'articolo in esame nei confronti degli enti della chiesa

cattolica.

Invero sembra doversi ricadere che, con riferimento al carattere ecclesiastico ed al fine di religione o di culto, e il

costituente non abbia inteso far altro che dettare due criteri per l'individuazione degli enti.

Questa interpretazione dell'art. 20 Cost. ha il pregio di poter risolvere in termini garantistici ha anche dibattuto

problema è della c.d. " dissidenza religiosa", posto dal fenomeno di un associazionismo che nasce da un gruppo

confessionale, ma che si pone via via contrasto con l'istituzione ecclesiastica. Non c'è dubbio infatti, che

l'ordinamento dello stato si farà alle norme interne della confessione religiosa dalla quale trassero vita e al

riconoscimento o meno che l'ordinamento confessionale opererà circa la sussistenza ( o la permanenza) di un

rapporto istituzionale con l'associazione stessa ( cioè il carattere della ecclesiasticità .

ORDINAMENTI STATALI E ORDINAMENTI CONFESSIONALI

Le confessioni religiose come ordinamenti giuridici

La carta costituzionale riserva una particolare attenzione, proprio all'interno del monopolio di Principi

fondamentali, agli ordinamenti confessionali.

Vi è una nuova concezione sovranità che informa tutta la carta costituzionale, la quale si invera nelle

riconoscimento di spazi di libertà di autonomia;sia il connesso principio pluralistico, di cui pure si è fatto cenno.

Ma in che senso si può parlare delle confessioni religiose come ordinamenti giuridici?

La confessione religiosa è quella comunità sociale e stabilmente costituita, avente una concezione trascendente

del mondo, propria ed originaria.

A monte della confessione religiosa, vi è la religione o fede religiosa, ma le dire il complesso di credenze di atti di

culto che collegano la vita dell'uomo a un ordine di vino superiore.

Non tutte le confessioni religiose danno vita ad ordinamenti giuridici e quali abbiano mantenuto di se stessi la

coscienza di essere comunità meramente spirituali.

Ma la storia insegna altresì l'esistenza di fedi religiose che si sono incarnati e confessioni religiose, dando loro

volta così vita ad un ordinamento giuridico. Esemplare in questo senso il caso della chiesa cattolica, per la quale

addirittura costituisce un dato teologico fondamentale l'essere una società costituita di organi gerarchici, che

produce un ordinamento giuridico come tale universalmente riconosciuto, cioè l'ordinamento canonico.

La chiesa cattolica nella costituzione

Il primo comma dell'art.7Cost., laddove dice che " lo stato e la chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine,


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luca d.

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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Diritto canonico e Diritto ecclesiastico con i seguenti argomenti trattati: le matrici culturali della Costituzione italiana e le norme relative al fenomeno religioso, cultura politica e cultura giuridica dei costituenti cattolici, con particolare riferimento alle tradizionali concezioni dello Jus Publicum Ecclesiasticum, la recezione ammodernata delle tesi fondamentali dello Jus Publicum ecclesiasticum, i rapporti fra Stato e Chiesa cattolica.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2009-2010

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher luca d. di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto ecclesiastico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Napoli Federico II - Unina o del prof Tedeschi Mario.

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