La differenza culturale
Capitolo I: Differenza culturale e ingiustizia sociale
Nel cuore degli anni '60 le società che si definivano allora come industriali e avanzate hanno attraversato cambiamenti culturali tanto rilevanti, da indurre a interrogarsi sulla natura stessa di queste evoluzioni.
Due ondate
Il movimento operaio sembrava, all'epoca, occupare il centro della vita collettiva. Dava senso a conflitti che potevano essere pensati in termini di lotta di classe. Pareva essere ancora esso a informare allora la vita politica. Difatti, nelle democrazie, il marxismo non è stato mai tanto vivo quanto in quest'epoca in cui correnti diversificate si contendevano l'eredità di Marx e di Engels richiamandosi a Lenin, a Trotzkij, a Mao Tsetung, a Gramsci, al “Che”. Ma nel contempo, iniziano a costruirsi movimenti inediti, le cui rivendicazioni comportano dimensioni nettamente culturali.
Una prima ondata
Taluni si sforzano allora di promuovere un’identità di “genere”, all’interno di movimenti quale quelli delle donne o degli omosessuali. Altri definiscono un’identità regionale o “nazionalitaria”, dando vita a movimenti regionalisti. Altri ancora schizzano quello che stava diventando il più potente dei movimenti sociali: quello ecologista. In campo diverso, malati, handicappati, o loro prossimi hanno tentato di trasformare la deficienza fisica in differenza culturale. C’era l’esperienza ancora dei neri americani che esigono con sempre maggiore insistenza di essere considerati sotto l’angolo della loro cultura e non solo sotto quello dei diritti civili.
In taluni paesi questa prima ondata si è sviluppata senza incontrare ostacoli di resistenza politica o ideologica di rilievo. In altri, al contrario, essa si è scontrata con correnti antagoniste, soprattutto di tipo marxista, con gruppi gauchisti o con un partito comunista ancora forte. I movimenti culturali di questa ondata ne sono usciti indeboliti, anche se tra lo rappresentanti vi sono stati coloro che hanno creduto di poter combinare con gioia gauchismo (socialismo) e affermazione identitaria.
Le prime espressioni di cambiamento culturale che ci interessano sono dunque apparse in periodi di crescita economica, di fiducia nel progresso, nella scienza e nello sviluppo. Meno caratterizzate socialmente che nel corso del periodo successivo, sono state spesso associate, all’epoca, alle classi medie o alla piccola borghesia.
Una seconda ondata
Nelle democrazie occidentali, i dibattiti relativi all’immigrazione hanno accordato un rilievo crescente alle tensioni attribuite alla differenza culturale, quando, nel contempo, le popolazioni immigrate di recente si trasformano considerevolmente sotto l’effetto cumulato di cambiamenti economici strutturali e di politiche d’integrazione che talvolta includono il raggruppamento familiare. L’amalgama generalmente razzista e nazionalista d’una questione internazionale (della politica dell’immigrazione) ed’un problema culturale e sociale (l’accettazione della differenza) è stato tanto più acuto e sensibile laddove si delineava in società abituate più all’emigrazione che all’immigrazione, le quali, quando accoglievano immigrati, lo facevano per ragioni economiche, senza preoccuparsi delle dimensioni culturali e politiche di questa accoglienza.
In Francia, l’immigrazione degli anni '50 e '60 riguardava lavoratori che mantenevano una grande distanza culturale e politica con la società d’accoglienza.
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L’immigrato era integrato socialmente attraverso il lavoro, escluso per il resto. Poi le industrie classiche sono declinate, rendendo per questo inutile tale manodopera non qualificata. I discendenti di quella che era diventata nel frattempo un’immigrazione di ripopolamento si sono ritrovati così in una situazione quasi opposta a quella della generazione precedente. Esclusi socialmente, perché più esposti di altri alla disoccupazione; inclusi culturalmente e politicamente perché la loro esistenza si gioca ormai nel paese di accoglienza dei loro genitori. Ma si vedono anche respinti, vittime del razziamo, della discriminazione e della segregazione, sospettati di ledere l’identità culturale nazionale. In Gran Bretagna prima, poi in tutta Europa occidentale, si può così parlare dell’emergenza di un “nuovo” razzismo nel corso degli anni '80 e '90. Questo razzismo parte dal principio che occorre non tanto inferiorizzare gli immigrati a causa dei loro attributi fisici, per meglio sfruttarli, quanto piuttosto tenerli in disparte, o finanche rifiutarli per evitare che distruggano la cultura dominante.
Nell’insieme dell’America Latina, i movimenti indiani hanno costituito un’altra espressione di questi processi in cui si combinano domande di giustizia sociale e affermazioni culturali, con la particolarità aggiuntiva d’avere, per l’essenziale, voluto rompere con la violenza.
La seconda ondata degli anni '80 risveglia una crescente inquietudine. La percezione dominante si concentra sul loro lato oscuro, le loro tendenze al comunitarismo, al settarismo, al ripiegamento. Questi movimenti sono vissuti soprattutto come una minaccia in ragione del loro carattere radicale e, per alcuni, della loro pratica d’una violenza con significati nazionali, etici, religiosi che oltrepassa dimensioni strettamente politiche dell’azione.
Due modalità d'emergenza
Due modalità principali caratterizzano così la spinta recente delle identità culturali. La prima corrisponde a identità che chiedono di essere riconosciute senza che si possano caratterizzare i loro attori in termini sociali, se non in maniera vaga e indeterminata, parlando ad esempio delle classi medie. La seconda modalità allea al contrario, domande culturali e rivendicazioni sociali, incarnate da attori popolari dominati o esclusi, da gruppi in caduta sociale o in forte mobilità discendente, o, all’inverso, da attori dominanti e dirigenti che rafforzano la loro influenza sulla società o accrescono la loro distanza rispetto ai più bisognosi.
In questa seconda modalità, la pratica della discriminazione contribuisce spesso all’integrazione d’una logica culturale e d’una logica sociale: è in nome d’una differenza culturale che una persona o un gruppo sono maltrattati socialmente, o ne maltrattano altri. Le ineguaglianze e l’ingiustizia sociale sono così create o perpetuate in base ad appartenenze culturali.
Due ondate successive, due modalità d’emergenza: queste immagini sono tanto vicine l’una dall’altra da dover essere sfumate per la stessa ragione. Infatti, le categorie dell’analisi storica (le due ondate) come quelle dell’analisi sociologica (due modalità) non esauriscono mai la realtà empirica. Così per un verso i movimenti sociali della fine degli anni '60 e degli anni '70 furono lungi dal poter essere ricondotti al solo versante culturale, in quanto non privi di significati sociali, anche se modesti.
È successi d’altra parte che le due modalità prima distinte appaiono in maniera pressappoco concomitante, e che le due ondate si siano in realtà sovrapposte. Lo si vede con le trasformazioni della questione nera negli Usa: è pressappoco alla stessa epoca in cui il tema dell’identità nera comincia ad affermarsi, che lo slogan Black is beautiful appare e delle voci si fanno sentire per dire che le ineguaglianze sociali si tracciano nelle popolazioni nere delle grandi metropoli degli Stati del Nord.
Nella pratica, ognuna di queste due modalità persegue dunque il suo cammino, appare e scompare senza succedere necessariamente all’altra. Nell’insieme, però, è stata la prima ad animare la fine degli anni '60
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e il decennio successivo, mentre la seconda si è affermata solo a partire dalla fine degli anni '70. La spiegazione di ciò è di natura storica. Quando la piena occupazione non è un problema e l’economia sembra dover continuare a prosperare. Quando la tecnologia e la scienza veicolano la promessa d’un mondo migliore, il cambiamento culturale si può effettuare senza che difficoltà sociali ed economiche siano immediatamente richiamate e senza che la società si senta immediatamente minacciata nella sua integrità.
A partire invece dalla metà degli anni '70, la maggior parte delle analisi convergono nel far risaltare la svolta alla guerra del Kippur e alla crisi petrolifera del '73, la visione delle cose cambia. Le incertezze, il pessimismo, la perdita di fiducia delle società in loro stesse, le difficoltà economiche, l’entrata del capitalismo nell’era della flessibilità e della precarietà sono tutti fattori che non solo hanno trasformato lo sguardo rivolto sulle differenze culturali, ma hanno anche compromesso il loro stesso processo di formazione. La crescita delle diseguaglianze, la precarizzazione, la destrutturazione del rapporto salariale, la disoccupazione, ma anche la presa di coscienza dei danni del progresso hanno profondamente indebolito la spinta delle identità culturali.
Una obiezione
Affermare che la differenza culturale si colloca ormai nel cuore dei dibattiti decisivi e sostenere che dovrebbe continuare ad animarli nell’avvenire perché lancia un’immensa sfida alla democrazia è avanzare un’ipotesi dalle implicazioni molto pesanti. Ciò corrisponde a prendere una posizione sul piano storico: a sostenere che gli anni '60 consacrano il nostro ingresso in un tipo di rapporti sociali inediti, nelle forme di vita collettiva che superano lo spazio tradizionale delle analisi e ci proiettano fuori dal quadro abituale dello Stato e della nazione. Ciò consiste nel postulare l’emergere di attori nuovi, i cui orientamenti generali testimoniano cambiamenti considerevoli.
Si potrebbe tuttavia opporle altri punti di vista, e prima di tutto obiettare che non c’è niente di nuovo nello sviluppo contemporaneo dei particolarismi culturali, e tanto meno nel loro carattere instabile. L’antropologia lo dice da molto tempo. Forse occorre porsi questo interrogativo: l’ipotesi che consiste nel mettere le identità culturali al cuore dell’analisi delle società contemporanee non riposa sulla comprensione errata delle società anteriori? Non siamo vittime dei modi di pensare sociologici che, nel corso dell’era industriale ci hanno portato a minimizzare la questione culturale a vantaggio quasi esclusivo della questione sociale? La divisione del lavoro all’interno delle scienze sociali ha riservato a lungo lo studio della cultura all’antropologia, e quello dei rapporti di produzione o dei conflitti sociali alla sociologia; gli antropologi si ritenevano destinati a studiare universi lontani mentre i sociologi si dedicavano alla modernità occidentale.
Nell’era industriale, il dominio e lo sfruttamento, ma anche la modernizzazione e i rischi che implica la divisione del lavoro, hanno occupato un vasto spazio nei dibattiti di società, talvolta a discapito delle discussioni sulle identità culturali.
Il movimento operaio, dal suo insorgere al suo declino, non si è mai ridotto al solo confronto degli sfruttatori e degli sfruttati. Esso si è anche basato sulle identità operaie talvolta riposte su solidarietà preesistenti, che facevano nascere subculture proprie che si costruiscono al di fuori del lavoro, nell’habitat o la vita quotidiana. Ricordiamo anche che nello stesso movimento operaio dibattiti cruciali hanno riguardato la questione delle identità, in particolare sulla questione nazionale: da Marx agli
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austro-marxisti o al Bund di Mendem, l’Internazionale non ha mai smesso di domandarsi se occorreva o non conciliare la lotta di classe con la presa in considerazione delle identità nazionali.
Un’ulteriore variante dell’obiezione che contesta l’ipotesi della novità della sfida lanciata dagli anni '60 poggia poi su un’altra argomentazione. Essa consiste nell’ammettere il carattere singolare dei fenomeni identitari contemporanei, ma rifiuta di vedervi più di un epifenomeno transitorio. In questa prospettiva, se le differenze o le identità culturali occupano un posto importante nei dibattiti degli ultimi anni del XX secolo, è in virtù d’una congiuntura storica particolare. Queste spinte procedono da una crisi passeggera della modernità. La loro visibilità nella vita collettiva e le controversie animate che provocano corrisponderebbero a un periodo dominato dal rallentamento planetario della crescita, dall’aumento della disoccupazione e dell’esclusione; periodo inaugurato grosso modo dalla prima crisi petrolifera.
Identità collettive e individualismo
Il cambiamento culturale non passa anche, e prima, come molti hanno sottolineato fin dagli anni '50 e '60 da modificazioni legate alla spinta dell’individualismo moderno? Il consumo e la cultura di massa sarebbero pervenuti a modificare il funzionamento della società industriale, senza tuttavia metterne fondamentalmente in discussione la natura. Esse l’allargano e autorizzano la gerarchizzazione della modernità e dell’individualismo. Alcuni come Morin hanno testimoniato una reale comprensione verso una nuova cultura dei giovani, verso il rock’n roll ad esempio, appassionandosi anche al cinema, di cui sono diventati talvolta animatori esigenti. Altri, invece, hanno adottato un punto di vista del sospetto, del pensiero critico e della denuncia, espresso analizzando la società dello spettacolo nelle categorie del situazionismo. Per questi ultimi differenziati approcci, il cambiamento culturale rimandava dunque men alla nascita di contestazioni collettive che al progresso dell’individualismo nelle società industriali avanzate. Due principali percezioni del cambiamento culturale, che rimandano a due famiglie di problematiche, esse stesse diversificate, si trovano così a coesistere a iniziare dagli anni '60. L’una suppone che si privilegi il modo in cui l’individualismo moderno è vissuto nella singola esperienza di persone per le quali l’identità comporta dimensioni culturali che non si trascrivono necessariamente in azioni collettive. L’altra conduce a esaminare i significati e gli orientamenti culturali della mobilitazione collettiva.
Le identità nello spazio
La sociologia lungo tutto il periodo classico, da Comte a Parsons, ha costantemente affermato la stretta corrispondenza tra la società, lo Stato e la nazione. Dagli anni '70, però, questa corrispondenza è fortemente messa in discussione. Le analisi riguardanti il processo di dissociazione della società, dello Stato e della nazione sono passate attraverso due fasi principali. Esse hanno insistito in un primo tempo sulla separazione della ragione e delle identità, sottolineando che nel corso della fase anteriore della modernità questi due poli si differenziavano, ma funzionavano ancora sotto tensione. In un secondo tempo il tema della globalizzazione economica è arrivato a proporre altri tipi di ragionamento.
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