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Un'idea nuova di bambino e la libertà dell'adolescenza

Un bambino "alla pari"

Dolto: il bambino è contemporaneamente simile e diverso dall’adulto. È un insieme dinamico di potenzialità finalizzate all’autorealizzazione (progetto in fieri). La peculiarità specifica del bambino fin dal ventre materno è la capacità di comunicare; solitamente non si considera lo spessore e dignità della capacità comunicativa nelle primissime stagioni di vita. Senza un rapporto comunicativo soddisfacente nessun essere umano riesce a raggiungere la realizzazione di una personalità autonoma ed equilibrata.

Invece l’adulto tende a sostituirsi al bambino nell’insieme delle scelte che lo riguardano; lo scarto di maturità ovviamente giustifica un rapporto asimmetrico, ma solitamente si tratta di un rapporto di sudditanza/sufficienza. Il bambino è essere in fieri, orientato verso un traguardo (ossia la conquista della sua personalità equilibrata e autonoma). Perciò è necessario che l’adulto non lo costringa verso un cammino predefinito.

È necessario considerare gli autentici bisogni dell’infanzia: il bambino non è un’entità astratta, ma ha una propria indole, ambiente e genitori specifici, è essere di linguaggio. È capace di afferrare il senso di ciò che gli si dice prima dell’acquisizione del linguaggio; lo afferra in tutte le lingue, nella lingua di chi lo ama e si interessa a lui = comprensione diretta di ciò che si vuole comunicare quando sente il rispetto, la considerazione nei suoi confronti, parlandogli come a un uguale. Occorre considerare il bambino, fin dalla nascita, un interlocutore al pari del genitore.

Liberi per l'autonomia

La libertà è un bisogno fondamentale fin dall’infanzia; se si nega un adeguato campo per l’espressione di questo bisogno, si ostacola l’acquisizione di un sufficiente grado di autonomia. Ricatto e minaccia sono gli strumenti più usati per ottenere dal bambino ciò che si pretende per il suo bene, oltre ai genitori, anche gli insegnanti: non si mette in discussione lo scarto esperienziale adulto/bimbo, ma spesso la presenza di ulteriori vincoli frena ancora di più il sereno sviluppo della personalità.

Rousseau: affinché la libertà sia rispettata e il traguardo dell’autonomia sia raggiunto “meglio lasciar il bambino il più possibile senza costringerlo a rispettare regole prive di interesse; lasciamogli solo la struttura di norme indispensabili alla sicurezza e si accorgerà con l’esperienza quando tenterà di trasgredirle, che sono indispensabili”.

La severità nei confronti dell’infanzia deve accompagnarsi sempre all’amore e rispetto ed è necessario quando occorre proteggere da pericoli fisici/psichici. Di fronte a una proibizione il bimbo può reagire con rabbia, ma risparmierà la propria energia invece di godere di un piacere ambiguo. I divieti sono da porsi in relazione all’età del bimbo: egli costruisce la propria morale per identificazione e esperienza. La realtà concreta dei rapporti umani s’incarica di insegnare molto di ciò che è giusto/ingiusto. Se il bimbo decide di trasgredire al divieto può riuscire dove lo si riteneva incapace (non rimprovero, ma congratulazione: questa insegna qualcosa di importante, gli si spiega che la cosa era proibita per proteggerlo da desideri che ancora non poteva accettare consapevolmente; accresce la sua fiducia nell’adulto e a quel punto, la proibizione decade e apre nuovi spazi di autonomia).

Un bambino reale

Se l’adulto vuol rendere efficace un rapporto educativo tenendo conto che il soggetto è il bambino da aiutare nella conquista di equilibrio, serenità e autonomia, deve accettare le manifestazioni dell’infanzia per quello che sono: un bambino concreto è un essere che ama e odia, che prova frustrazione e manifesta aggressività e che ha bisogno di esprimersi. Il bambino è autenticamente capace di stabilire un rapporto comunicativo con chi gli sta attorno fin dalle primissime fasi di vita, capace di intendere il senso delle parole e di esprimersi (bambino reale).

L’infanzia è un lungo periodo di crisi che si succedono quasi senza soluzione di continuità dai primi mesi alla pubertà. Le cause delle crisi sono da ricercare soprattutto negli atteggiamenti educativi e reattivi degli adulti, occorre evitare la rassicurante tentazione di delineare regole interpretative definitive della psiche: il bambino non nasce né buono né cattivo, ma con bisogni diversi di vivere, istinti, affettività e la vita gli impone precocemente prove che gli procurano sofferenze e su cui deve trionfare (fame, situazioni difficili, leggi della natura, la morte degli esseri cari, la perdita eterna delle cose). Il bambino vive nell’assoluto e l’adulto deve insegnargli il relativo come mai più in seguito. L’infanzia è il periodo che assomma più prove, il bambino reale è un essere che fatica a vivere per l’insieme di prove che la vita gli pone.

E l'adolescente?

Ancor più l’adolescenza dovrebbe articolarsi nell’orizzonte di libertà e autonomia. L’adolescenza è una stagione straordinaria segnata da prove e rischi, spesso emarginata e condannata dall’universo adulto: giovane lasciato solo di fronte alla morte della propria infanzia, trasformazione dell’aspetto fisico, invadenza delle pulsioni sessuali = necessario riconoscere a questa stagione uno status di autonomia ancora più ampio dell’infanzia (un continuum in termini di espansione di autonomia), gli adolescenti saranno tanto più sicuri ed equilibrati quanto più avranno realizzato in passato libertà e autonomia.

Un nuovo modello di adulto

Le maggiori responsabilità nel determinare bambini e adolescenti felici ed equilibrati sono da attribuire al mondo adulto, necessità che gli adulti si interroghino sui loro rapporti con bimbi e ragazzi e prendano coscienza dei loro fallimenti, limiti ed errori dell’agire educativo. Come non sbagliare in quanto educatori? Non è possibile la perfezione nei rapporti, però non affidarsi solamente alla tradizione educativa ereditata, necessario conoscere tratti e bisogni dello sviluppo psicofisico del bambino e avere consapevolezza delle proprie caratteristiche umane. L’errore è comunque sempre possibile, può essere tollerato e compreso da chi è in formazione se l’adulto è capace di dialogo e ascolto; è necessario credere che i bambini siano degni di un rapporto alla pari con l’adulto, capaci di parlare e ascoltare. È necessario che gli si comunichi fin dalla prima infanzia il proprio sentire, gli stati d’animo, ciò che conta è che la parola non si interrompa, che identifichi uno scambio paritario che sappia umanizzare i sentimenti.

L’amore non può sostituire le parole: l’amore senza parole e ascolto adatti rischia di essere una giustificazione a comportamenti sbagliati e una proiezione delle proprie aspettative. Il comportamento adulto deve caratterizzarsi anche per l’esempio di vita adatto: gli adulti hanno il dovere di rappresentare un modello sicuro (coerenza tra ciò che si dice e come ci si comporta). Bambini e adolescenti non si aspettano un adulto perfetto, ma responsabile, autenticamente maturo, che si sforzi di esserlo, cercando di superare eventuali incoerenze.

Un medico dell'educazione

La propria "diseducazione" infantile

Nell’infanzia si possiedono insospettabili capacità di prescienza su ciò di cui tutti i bambini hanno bisogno. Dolto decide fin da bambina che sarà medico dell’educazione, due circostanze determinano il suo futuro di psicoanalista:

  • Nata in una famiglia numerosa con molte tensioni, vita familiare molto intensa che le permette di rendersi conto fino a che punto le relazioni tra le persone e le difficoltà quotidiane possano alterare il tono affettivo e la stessa salute (malattie che in realtà sono solo reazioni emotive che vogliono esprimersi)
  • Aver vissuto la guerra del ‘15/18: la induce ad osservare come molte famiglie subissero trasformazioni drammatiche a causa delle perdite della sicurezza affettiva ed economica causata dalla morte di mariti/figli

La formazione libera di un medico dell'educazione

Prima di iscriversi all’università, lavora come infermiera in ospedale in cui si occupa di bambini sofferenti per ustioni gravi (primo tirocinio che le permette di sperimentare la sua capacità di parola e ascolto). La quotidianità del contatto con la sofferenza le permette l’elaborazione di un metodo comunicativo sensibile anche ai contenuti non verbali, alla manifestazione di sentimenti ed emozioni (il linguaggio può essere terapeutico anche quando la ragione non intende).

Poi si laurea in medicina, perfeziona la disponibilità al colloquio con gli altri: grande rilevanza per la parola (allontanata dalla società internazionale di psicoanalisi perché accusata di libertà dell’uso di metodi intuitivi non canonici). Ritiene indispensabile un’autentica comunicazione bambino/adulto, così propone una visione totalmente nuova dell’interlocutore infantile.

Nel 1979: istituisce un luogo di attento incontro tra adulti/bimbi chiamato maison verte (luogo pensato come passaggio tra ambiente familiare e nido d’infanzia o scuola materna in cui i bimbi sono temporaneamente allontanati dai genitori). È un luogo di incontro e svago per tutti i bambini accompagnati dai loro genitori per incentivare una vita sociale fin dalla nascita e aiutare i genitori a far fronte alle difficoltà quotidiane.

Nel 1973 fonda l’école de la neuville per il recupero del disagio scolastico per ragazzi normodotati di 8-14 anni (scuola basata sui metodi dell’attivismo in cui è centrale l’aspetto di comunicazione).

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/03 Didattica e pedagogia speciale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Ankh79 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Didattica generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Azzolini Orfeo.
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