Diario di un maestro - Vittorio De Seta (1972)
Tratto dal libro “Un anno a Pietralata”, il film "Diario di un maestro" è stato utilizzato come spunto e ispirazione per raccontare una storia unica.
Perché "Diario di un maestro"?
- Punto di vista forte che non viene negato
- Maestro che narra e riflette sulle sue vicende
- Inquadrature sul maestro che osserva, guarda i ragazzi dall'esterno, lasciandoli fare
Il film inizia con l'arrivo di Bruno D'Angelo, un nome emblematico. L'attore protagonista, Bruno Cirino, rappresenta De Seta ed è colui che “gestisce” l'aula. Si può fare un parallelo con "Il ragazzo selvaggio", dove il dottore rappresenta il regista.
Diario
- Racconto del sé: pensieri, emozioni, riflessioni
- Non inizia e finisce con una storia compiuta: è a frammenti
- Non c'è la preoccupazione di costruire un intreccio
- Un diario rispetto a un romanzo si sviluppa sotto gli occhi: non è pensato prima
Il film si va costruendo man mano, anche se vi è una scenografia. De Seta aveva pensato a dei maestri ma poi ha scelto un attore; le parti più sceneggiate sono quelle tra adulti, perché attori. Le parti con i ragazzi sono meno sceneggiate, "più documentario". De Seta sceglie di non far recitare i ragazzi perché avrebbero perso la loro spontaneità.
Le parti di "Diario di un maestro" si susseguono come le pagine di un diario, come tasselli collegati ma non fortemente dipendenti le une dalle altre, a differenza delle puntate che si succedono come i capitoli di un libro, con una forte interdipendenza narrativa. Sulla scrivania è presente il libro “Il paese sbagliato” di Mario Lodi.
Bruno Cirino è capace di trasformarsi in quattro mesi in un maestro. I ragazzi si presentano agli esami da privatisti con quella scuola. Un problema per De Seta è stato che le macchine da presa catturavano l'attenzione dei bambini; inizialmente voleva abbandonare l'idea, poi ha deciso di uscire dall'aula, lasciando solo il fonico e quello con la telecamera.
Neorealismo
Il cinema non cerca di frapporsi tra realtà e racconto, non ostacola il nostro sguardo sulla realtà. Tuttavia, il regista politicizza alcune scene con l'uso del rallenty. La riuscita del film è data anche dal fatto che riesce a tenere insieme tutti questi elementi: macchina da presa tenuta a mano, movimenti fluidi, unica inquadratura, piano-sequenza, con un campo sempre diverso. Le prime inquadrature dei ragazzi sono improvvisate, non controllate.