Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

2) quando le prove addotte si giustificano tutte in una sola,si verifica che l’addurre più prove

non modifica le probabilità di verificazione del fatto,in quanto tutte le prove dipendono

comunque da quella sola;

3) quando le prove addotte si giustificano di per sé sole,si verifica che un maggior numero di

prove aumenta la probabilità di verificazione del fatto,posto che la veridicità o meno della

prova dipende solo da se stessa,e quindi più prove a carico si adducono,più la verificazione

del fatto è affermata.

Le prove,poi,si dividono in:

a) perfette: esse non ammettono la probabilità che il reo sia innocente,e dunque anche una sola

è bastevole per provare la colpevolezza del reo;

b) imperfette: esse ammettono la probabilità che il reo sia innocente,ed è per questo che,per

provare la colpevolezza del reo ne devono essere addotte tante quante bastano a formare una

prova “perfetta”,ed inconfutabile.

Le prove devono essere pubbliche,ossia elaborate in un pubblico giudizio,in modo da permettere al

popolo di conoscere della portata e della valenze delle stesse: ciò terrà di certo a bada la tirannia

delle passioni,lasciando emergere quella delle opinioni.

Non sono ammissibili accuse segrete,ossia quelle delle quali il popolo non può avere

conoscenza,poiché rese non in un pubblico giudizio. Esse sono il primo segno della tirannia: ogni

uomo,anche quello di potere è costretto a guardarsi le spalle,poiché non sa chi e perché si muova

contro di lui. In questo contesto,allora,dove regna il segreto delle opinioni,e la calunnia è la

padrona non può dirsi esistente un “governo”,poiché lo stesso sovrano sospetta dei suoi sudditi.

Ecco perché alla repubblica ben si addice la pubblicità delle accuse,di modo che il popolo possa

realmente perseguire la realizzazione del bene comune; mentre in un regime monarchico è più

semplice rinvenire “accuse segrete”. Eppure,in entrambe le circostanze,è opportuno che ai

calunniatori venga riservata la medesima pena che si sarebbe dovuta applicare all’accusato.

In prosieguo di trattazione,Beccaria pone l’accento sulla pratica in uso in tutte le legislazioni del

mondo,della cui opportunità ed utilità vi è molto da discutere: si tratta della tortura,ossia le

violenze perpetrate dall’organo pubblico contro un soggetto per far in modo che questi si confessi

reo,ovvero si purghi dall’infamia che lo ha colpito commettendo il reato,ovvero venga punito per gli

altri presunti reati commessi,ovvero confessi il nome dei suoi complici. Tutte e quattro le

motivazioni addotte nei secoli per giustificare il ricorso alla tortura possono e vengono nei fatti

confutate dall’Autore:

1) confessione del reato: probabilmente è la principale causa di considerazione della inutilità

della tortura; in effetti,la confessione del reo attraverso gli strazi e gli spasimi che questi

patisce a causa della tortura non può considerarsi veritiera,né obiettiva. Si deve partire dalla

considerazione che nell’ambito penale il reato è stato commesso,ovvero non lo è stato; esso

è certo,ovvero incerto. Se è certa la sua sussistenza,allora sarà inutile ogni ricorso alla

tortura,perché al sicuro reo sarà e dovrà essere applicata solo la pena stabilità per legge; se il

reato è incerto,allora non potrà sottoporsi il sospettato reo ad alcuna pena (come in fondo è

la tortura) perché egli deve assolutamente essere considerato innocente fino a che i suoi reati

non vengano provati. Infatti,il fine delle pene è quello di terrorizzare gli uomini e punire i

loro delitti,spingendoli all’astenersi dal commetterne altri; ma non possono perseguirsi

questi fini rispetto a reati che non si è certi siano stati commessi,che non sono

sufficientemente provati. Senza trascurare poi la circostanza che un reato confessato sotto

gli spasimi della tortura non può essere considerato valido,per il semplice motivo che il

sospetto reo è spinto dalla necessità di liberarsi dagli strazi presenti (cagionati dalla tortura)

a dichiarare anche cose che non siano vere,o che da lui non siano state commesse. La tortura

travisa i fatti,ed altera la verità,non consentendo di scoprirla adeguatamente: essa non può

trasudare neppure dai gesti o dalle espressioni facciali del sospetto reo,perché queste

vengono sicuramente alterate dal dolore e dalla sofferenza. Una volta poi,che il reato sia

stato confessato mediante l’ausilio della pratica della tortura,il reo deve altresì confermare la

sua deposizione successivamente,ma se così non fa viene nuovamente sottoposto a

tortura,poiché il sistema penale prevede tale pratica in caso di contraddizione nella

deposizione: come se non fosse plausibile che un uomo,sospettato di aver commesso un

reato,preso tra l’esigenza di difendersi dall’accusa che gli viene mosso,ma anche dalla

sottoposizione alla tortura non venga così destabilizzato da commettere l’imprudenza di

contraddirsi. Ancora una volta,il ricorso alla tortura deve essere confutato come

assolutamente inutile;

2) purgazione dall’infamia: un uomo che commette un reato avverso la società,o che anche

solo è sospettato di averlo fatto,viene tacciato di infamia,ossia perde quei consensi

favorevoli che i suoi concittadini gli riconoscono quali attestati di stima e di merito civile.

Un qualsiasi uomo,ormai abbandonato dalla società,non più sorretto dalla considerazione

altrui,può venire salvato e “purificato” da tale stato di soggezione solo attraverso lo

“slogamento delle sue ossa” (ossia attraverso la tortura). Tale concezione è di chiaro stampo

religioso,nella considerazione che qualsiasi offesa nei confronti di Dio deve essere “lavata”

con la sofferenza assoluta ed estrema dell’uomo che ha peccato,con il suo castigo fisico e

morale. Ma ciò non può concretamente essere: al di là della valutazione più ovvia,che pone

in risalto quanto sia ancora forte e sentita la commistione tra il diritto e la morale,tra il sacro

ed il profano,è necessario valutare la considerazione per la quale seguendo tale strada si

finisce per sfavorire fortemente il soggetto che non sia reo,ma innocente: questo ultimo avrà

tutte le combinazioni a lui sfavorevoli,perché o confessa (sotto tortura) un reato che non ha

commesso; ovvero sopporta la tortura ed ottiene che sia riconosciuta la sua innocenza,ma da

innocente avrà sopportato una pena ingiusta. Non così per il reo: se sopporterà stoicamente

la pena della tortura,egli sarà dichiarato innocente nonostante la reità certa,ed avrà così

commutato una pena maggiore in una minore. Si realizza così che la tortura è uno strumento

ingiusto di confessione del reato,perché fonda la sua efficacia su di un dato molto labile e

incostante: la vigoria fisica del soggetto sospettato reo. Ciò significa che tra due

soggetti,ugualmente colpevoli,colui che può contare su una prestanza fisica superiore sarà

sicuramente fatto salvo,rispetto a chi tale forza non possiede;

3) punizione di altri reati commessi: si ricorre alla tortura anche per far in modo che il

sospetto reo confessi la commissione di eventuali altri reati,nella presunzione (resa quasi

certezza) che chi abbia commesso un reato,è molto probabile che ne commetta altri,ovvero

che accanto a quello per cui certamente è incriminato,ne abbia realizzati altri non ancora

scoperti: ma si è già avuto modo di verificare come attraverso il ricorso alla tortura non sia

fattibile la scoperta della verità;

4) confessione sulla identità dei complici: ancora,la tortura è utilizzata quale strumento

attraverso il quale il sospetto reo possa confessare l’identità di suoi eventuali complici: ma

anche in questo caso la scoperta della verità non è plausibile. Come può seriamente pensarsi

che un uomo,sottoposto a tortura,e perciò facilitato (o meglio costretto) nel confessarsi

reo,provi remore a confessare l’identità di sui eventuali complici (se essi esistano),ovvero a

fare dei nomi falsi pur di sottrarsi alla pena ed alla sofferenza della tortura? E’ molto

probabile così,che il reo dichiari falsità,che non verità assolute.

Non ultimo,il sistema penale che l’Autore prende ad esame (che poi è quello del suo tempo) è solito

ricorrere all’inflizione di pene pecuniarie,che vengono corrisposte a favore dello Stato,in modo da

rimpinguarne le casse: il giudice diventa,così,tutore dell’erario statale,persegue l’obiettivo di creare

(attraverso i suoi giudizi) la condizione migliore di azione per il fisco,ma non si preoccupa di essere

umile protettore delle leggi,attento ricercatore della verità. Tale verità potrebbe anche essere tale da

alterare fortemente le ragioni del fisco,perché potrebbe ad esempio condurre alla assoluzione del

cittadino scoperto innocente: ciò determinerebbe la manata applicazione della sanzione pecuniaria,e

la mancata entrata di danaro nelle casse dello Stato; ed è proprio questa situazione che si deve

evitare: il giudice allora non si preoccuperà di accertare la verità,bensì soltanto di accertare

dell’esistenza di un colpevole,della realizzazione di un delitto,la qual cosa comporta entrate

economiche al fisco. Il processo penale che si svolge può così essere classificato solo quale

offensivo: il soggetto viene incriminato della commissione del reato,ed è chiamato a dimostrarsi

innocente (la qual cosa può compiersi solo dopo che gli sia stata mossa un’accusa). Di una forma di

processo penale,del tipo di quello informativo (ossia la ricerca della verità,dell’informazione sul

reato) non se ne ha traccia in Europa.

Non immune da critiche è anche il ricorso sempre più massiccio che i tribunali penali europei fanno

al giuramento: si richiede,cioè al reo di giurare sulla sua colpevolezza,di giurare di aver commesso

il delitto per cui è accusato. Il giuramento,il promettere di dire la verità,è un sentimento totalmente

etico e strettamente connesso con la religione (generalmente,si giura,si promette,di dire il vero nei

confronti della divinità,di essere leali nel sentimento religioso); l’uomo,per sua stessa natura,è

falso,proclive ad affermare la menzogna,tanto più se questa serva per salvare se stesso da un

pericolo imminente,come l’incriminazione per il reato; l’unica lealtà di animo che egli riesce a

mantenere è quella nei confronti della religione e di Dio: perché lasciare che i due piani si

confondano? Perché creare nell’uomo la difficoltà di aderire all’uno o all’altro sentimento? Perché

chiedergli di compiere un atto che è contro la sua stessa natura? Nella pratica del giuramento vi è

una doppia contraddizione: da un lato,l’uomo è portato a compiere un gesto che va contro la sua

intrinseca natura,che vuole che egli sia falso e calcolatore del suo maggior interesse; dall’altro

lato,l’uomo viene posto in una situazione per la quale dovrà necessariamente tradire il sentimento

religioso che lo governa,e che lo spinge a non giurare il falso (o meglio a non giurare affatto),e che

rimane l’unico baluardo stabile nella vita dell’uomo.

Secondo Beccaria l’unica caratteristica che deve interessare la pena è la sua prontezza,ossia la

circostanza che vuole passi il minor lasso di tempo possibile tra la commissione del delitto e la

comminazione della pena. La certezza del diritto,la consapevolezza che ad una determinata causa

consegue un certo,determinato effetto rassicura,in un certo senso l’uomo (anche se

colpevole),poiché più gravoso è per questi vivere nell’incertezza del reato e della sua punizione. Si

pensi alla misura cautelativa del carcere,che viene imposto al soggetto sospettato reo al fine di

impedirgli la fuga,ovvero l’inquinamento delle prove a suo carico: tale misura cautelativa deve

essere quanto più breve possibile,poiché la stessa incide pesantemente nella vita e nella libertà

dell’uomo che vi è sottoposto. Essere certi sulla colpevolezza del soggetto incriminato,avere prove

plausibili di tale reità ed applicare nell’immediato la pena conseguenza del reato,significa ridurre

grandemente i tempi del processo,e con questi anche la detenzione cautelare in carcere. Inoltre,la

prontezza della pena risponde ad una funzione di deterrenza dal reato,nei confronti della

collettività,che alcuno altro strumento potrebbe mai raggiungere: quanto più gli uomini sono posti

nella condizione di verificare lo strettissimo nesso causale e temporale tra la commissione del reato

e la comminazione della pena,tanto più nel loro immaginario si radica l’idea che delitto e pena sono

strettamente connessi,e che l’uno non può impunemente verificarsi senza che ne consegua l’altra. E’

altresì necessario che ogni pena sia concepita in modo tale da essere quanto più rispondente al tipo

di reato commesso,in modo tale che l’uomo,se spinto verso la realizzazione di un reato grave

avverta la corrispondenza di una sofferenza di pari gravità,e non si verifichi invece,che il soggetto

pur rendendosi autore di un reato grave possa vivere nella certezza che lo stesso sarà punito con una

pena meno grave.

L’Autore passa poi a distinguere due categorie di reati: da un lato,è possibile commettere reati

contro la persona; dall’altro lato,ne è possibile commettere di alcuni contro i beni della persona. La

gravità differente degli uni e degli altri è ovviamente perfettamente concepibile: ecco perché,nel

punire i reati contro la persona è assolutamente necessario corrispondere pene detentive,che

incidono sulla libertà personale dei soggetti che ne sono autori; non si può concepire una pena

pecuniaria per la punizione di tali delitti,non si può permettere che il reo che gode di maggiori

sostanze economiche “comperi” la vita di un altro uomo,e pur avendo inciso pesantemente su di

questa possa patire un minore sofferenza di quella inflitta,mediante il mero pagamento di una

somma di danaro (circostanza che per il soggetto danaroso non ha alcun peso). Inoltre,non si può

permettere che un uomo,solo perché più ricco patisca una pena di minore entità rispetto a chi,pur

dovendo pagare una somma di danaro,avverte in maniera più gravosa tale sanzione datasi la

precaria situazione economica in cui versa.

Dunque,ci si chiede: quali dovranno essere le pene inflitte ai nobili che si rendano autori di illeciti

penali? E’ ovvio che l’Autore non può rispondere a questo quesito trascurando di considerare la

circostanza per la quale coloro che sono ritenuti nobili godono di privilegi e benefici maggiori nella

società; ma ciò non giustifica una eventuale loro impunità,o comunque la comminazione di pene di

minore valore rispetto a quelle conferite ai plebei. Si potrebbe obiettare (e lo si è fatto) che la pena

medesima,conferita al nobile ed al plebeo,pur se sostanzialmente identica è nei fatti diseguale: il

nobile,per una diversa educazione e sensibilità,avverte quella pena in modo diverso che non il

plebeo. Tale concezione non può essere ammissibile,poiché non è mediante il ricorso alla maggiore

o minore sensibilità d’animo del reo che può misurarsi la gravità della pena; essa deve

commisurarsi alla gravità del danno prodotto,che è sicuramente più grave qualora venga commesso

da un soggetto che gode della piena fiducia e considerazione da parte della società. Detto ciò si

conclude affermando che il nobile deve aspettarsi benefici morali dalla posizione che riveste,la

quale lo rende più apprezzato agli occhi del popolo,ma non deve attendersi di essere meno esposto

alla sanzione penale ed al disprezzo collettivo conseguente al reato (essendolo,anzi,forse molto di

più).

Beccaria passa ora all’analisi delle singole figure di reato,più rilevanti sul piano sociale:

1) furto: il furto dovrebbe sempre essere punito con la pena detentiva,poiché è giusto che colui

che abbia voluto arrecare danno alla società,sottraendo ai suoi cittadini i propri

beni,sottoponga se stesso e la sua opera alle dipendenza della stessa società che ha offesa,per

un certo periodo di tempo,in modo da ripagarla con la sua opera (ovviamente gratuita e

doverosa) della mancanza che vi ha prodotto,sottraendole utilità. Eppure,il furto può essere

realizzato senza ricorrere ad alcun ulteriore atto di violenza,nel qual caso sarebbe anche

sufficiente ricorrere alla comminazione della sola pena pecuniaria,realizzando così

l’impoverimento nelle sostanze di chi si sia voluto arricchire frodando il prossimo;

ovvero,può essere realizzato con ricorso alla violenza,nel qual caso sarebbe opportuno

mischiare entrambe le pene (la pecuniaria e la detentiva) datasi la maggiore gravità di un

furto,aggravato dal ricorso alla violenza;

2) infamia: parlando dell’onore,si è detto che ogni uomo avverte l’esigenza di essere

riconosciuto,apprezzato e stimato dalla collettività; ingiurie ed opinioni personali negative

espresse nei confronti di un soggetto,possono far sì che questa considerazione dovutagli

venga meno. Quando,però,le ingiurie le opinioni personali negative non abbiano un fondo

di verità,ma sono espresse con il solo gusto di degradare il prossimo,lo stesso calunniatore

deve essere punito,venendo tacciato della stessa infamia (e dunque della riprovazione nei

suoi confronti della società) che voleva ricadesse sul soggetto da lui accusato. Le pene di

infamia devono essere inflitte con un certa parsimonia,e devono altresì riguardare un

numero ristretto di soggetti: non devono essere troppo frequenti,poiché l’usanza delle stesse

indebolisce l’idea medesima di “infamia” e sminuisce il suo disvalore penale e morale; non

devono essere inflitte ad un numero molto alto di persone,perché se tutti (o la maggior parte)

possono essere considerati infami,nessuno più proverà riprovazione per chi lo è (infatti,un

atteggiamento che tutti adottano è più facilmente giustificabile di un atteggiamento che solo

alcuni fanno proprio,e che lo pone al giudizio altrui);

3) ozio: sono da considerarsi oziosi coloro che non agiscono in alcun modo nella società,non

realizzando per essa alcun bene,né alcun male. Posto che chi agisce per il male deve

necessariamente essere sottoposto ad una pena,poiché ha realizzato un danno per la società;

non si vede come possa essere sottoposto a pena colui che,certamente non ha realizzato

utilità sociali,ma neppure si è reso autore di danneggiamenti alla stessa. Dovrà essere solo ed

esclusivamente il legislatore a decidere chi ed in che misura possa essere sottoposta a

pena,per il fatto di essere un ozioso dal punto di vista politico;

4) bando e confisca: il bando determina l’allontanamento del soggetto,reputato reo,dalla

società: egli perde così ogni suffragio,ogni supporto del vivere sociale,ogni privilegio del

quale godesse nella società. Ci si chiede: colui che abbia già subito la pena del bando (e sia

stato perciò allontanato dalla società) deve altresì perdere tutti i suoi beni,mediante la pena

della confisca? La risposta non può che articolarsi in tal modo: la perdita dei beni è

sicuramente più gravosa che non il mero allontanamento dalla società; vi devono perciò

essere casi in cui al soggetto venga imposto solo il bando dalla società,e casi in cui lo stesso

venga altresì privato,in tutto o in parte,dei suoi beni (specie quando il reo venga privato di

ogni rapporto con la società,a seguito del bando). La pena della confisca non è pertanto

ingiusta in sé,quanto inutile,poiché inutile è la sofferenza che essa procura a chi la subisce:

colui che versi già in condizioni economiche gravose,a seguito della confisca dei suoi

beni,sarà costretto a commettere ulteriori reati,spintovi dalla fame e dalla disperazione.

Per troppo tempo la società e la repubblica si è fondata sulle famiglie,piuttosto che sugli uomini; si

è voluta dare importanza alla realtà di una “microsocietà” nella società stessa,poiché la famiglia

(quale ristretta cerchia di persone) vive sulla base di proprie leggi autonome e valutabili nella loro

considerazione solo in quanto siano leggi che attengono alla sfera familiare. Esse predicano la

soggezione dei figli al padre,per tutto il tempo della sua vita,e solo a seguito della di lui

morte,questi possono vivere alle dipendenze delle proprie sole leggi; nella repubblica di

uomini,invece,dove non esistono realtà sociali autonome,e dove non vi è differenza tra l’uno e

l’altro individuo,tutti vivono sulla base di ciò che considerano giusto (dunque nel rispetto delle

leggi del vivere sociale),nutrendo sentimenti di solidarietà e di aiuto reciproco,realizzando la

propria felicità ed il proprio benessere senza offendere le leggi che tale benessere garantisce loro.

Eppure,il continuo accrescersi del numero dei cittadini necessità in un certo senso di

un’organizzazione interna alla società che persegua la realizzazione del maggior utile per un

maggior numero di soggetti: non si esclude perciò la costituzione di una realtà federativa all’interno

del tessuto sociale,questo però senza adottare quelle regole che caratterizzano la famiglia,e che si è

avuto modo di criticare.

Non si deve ritenere che le pene,per essere efficaci,debbano necessariamente essere crudeli; anzi,la

dolcezza di una pena,accompagnata alla certezza della sua applicazione è molto più utile a

raggiungere il suo scopo di deterrenza che non una pena gravosa che si spera di evitare. L’animo

umano si perturba molto facilmente,ma altrettanto facilmente dimentica: ciò significa che una pena

anche molto grave sicuramente provoca terrore nell’animo umano,ma di certo verrà presto

dimenticata,soprattutto se è accompagnata da un alone di incertezza circa la sua concreta

applicazione; fa dunque molto di più una pena,anche di modesta entità,ma certa nell’applicazione

concreta,che renda visibile agli uomini quanto sia deprimente e degradante la sua continua

applicazione. Oltretutto,una pena quanto più sia gravosa,tanto più è probabile che istighi alla

commissione di nuovi reati,che spinga il soggetto a bramare di evitarla: infatti,il reo,pur di evitare

quella maggior pena che lo aspetterebbe per il reato commesso,ne commette altri (magari anche di

modesta entità).

Sulla base di quanto affermato inizia la critica che il Beccaria conduce violenta contro la pratica

della pena di morte: essa non è un diritto,non è una pena legalmente e legittimamente inflitta; si

tratta di un arbitrio,di un omicidio legalizzato dallo Stato,che infligge egli stesso la morte ai suoi

cittadini. Ed è proprio questa circostanza che la rende ancor più discutibile,quale prototipo di pena

da infliggere: lo stesso Stato,che condanna l’omicidio,che infligge la pena di morte al privato

cittadino che se ne macchia,ha necessità di rispondere alla morte con la morte,infliggendola egli

stesso ai suoi cittadini; lo Stato non può difendersi in altro modo dal reato commesso ai suoi danni

se non ricorrendo alla pena della morte,se non eliminando del tutto il soggetto – reo. Ed allora la

morte del prossimo,dipinta come spettacolo osceno e ripugnante da vedersi,e perciò come deterrente

alla commissione di reati di omicidio,viene invece mostrata agli occhi di tutti,che la vedono nel

pubblico supplizio e la vivono come un momento,sicuramente terrificante,ma passeggero. Il

cittadino è spinto a porsi tale quesito: perché io dovrei evitare di commettere omicidi,se poi è lo

stesso Stato a perpetrarne? Cosa vi è di così riprovevole nell’uccidere un altro uomo,se la stessa

legge lo fa senza provare ribrezzo,ma anzi mostrandolo come esempio?In un certo senso,la pena di

morte inflitta al reo,diviene non uno strumento per allontanare altri uomini dal commettere

omicidi,bensì uno strumento attraverso il quale si opera una sorta di legittimazione dello stesso

omicidio. Molta più impressione farà nell’animo umano il vedere un uomo,macchiatosi di un

delitto,essere privato della sua libertà,reso schiavo della società che prima lo difendeva,denigrato

dai suoi stessi concittadini,con i quali prima viveva in piena parità e libertà; è vero che l’animo

umano viene turbato facilmente alla visione di spettacoli crudeli (come può essere quello della pena

di morte),ma è altresì vero che la sua riprovazione sarà più duratura alla visone di un spettacolo di

sofferenza continua,come quello offerto dalla detenzione,magari per tutto il resto della vita.

L’uomo,per sentire il turbamento del proprio intimo,deve essere sottoposto continuamente alla

visione della sofferenza altrui,cui andrebbe facilmente in corso se commettesse un illecito penale: se

la pena di morte fosse un valido deterrente,bisognerebbe che la stessa venisse perpetrata con una

certa frequenza per poter restare maggiormente impressa nell’animo umano. Ciò significa far sì che

la stessa realizzi una contraddizione interna: da un lato,deve essere idonea a punire i reati

commessi; dall’altro lato,sarebbe opportuno che la stessa non esplicasse totalmente la propria

efficacia (essendo necessaria la continua realizzazione di omicidi da parte di privati cittadini,che

comportino l’applicazione della pena di morte: solo in questo modo essa potrà essere applicata con

una frequenza tale da imprimersi nell’animo umano,che viene sottoposto alla sua visione continua).

Ma ciò è la negazione dello stesso assunto che vuole la pena di morte quale lo strumento più

efficace di punizione e prevenzione dei reati commessi,o che si intendano commettere.

Oltretutto,non va trascurato che colui che subisce la pena,ed anche chi ne è spettatore,sopporta con

maggiore storicità la sofferenza di un attimo (in fondo,con l’inflizione della morte,si procura una

sofferenza che è solo temporanea,perché poi subentra la morte,la quale cancella ogni

sofferenza),piuttosto che la privazione eterna della propria libertà,il prefigurarsi una vita di

schiavitù e di stenti; il medesimo discorso deve essere fatto a colui che resta spettatore di tale pena:

egli ne avrà una visione costante nel tempo (la qual cosa incrementa il suo timore verso la pena

medesima),e ne determinerà sicuramente l’astensione dal reato,nella considerazione che alcun utile

beneficio proveniente dal reato potrà mai compensare la perdita del bene più grande che un uomo

abbia,ossia la libertà (tanto più che di questa utilità il reo potrebbe goderne per un tempo fortemente

limitato). In soli due casi potrebbe essere opportuno ricorrere alla eliminazione totale e definitiva

del reo:

- quando la sua esistenza continui ad essere pericolosa,perché lo stesso continua a mantenere

intatti i suoi rapporti illeciti,con persone che possono commettere i reati al suo posto;

- quando la sua esistenza comporti una forte istigazione a delinquere nei confronti di altri

uomini.

Ma,nel corso del tempo,l’esperienza ha insegnato che gli uomini non modificano la propria

propensione al reato per la minaccia della pena di morte; ed il fatto stesso che alcune legislazioni

del mondo abbiano omesso di applicare la pena di morte per un certo periodo di tempo lascia ben

sperare per il suo futuro e totale abbandono.

L’Autore passa poi alla considerazione della cattura,o meglio della custodia in carcere; essa è

assolutamente necessaria che venga inflitta prima della sentenza di condanna,come custodia

cautelare del soggetto che vi è sottoposto. Ma la stessa deve essere sempre determinata con

legge,non ammettendosi alcun arbitrio nella sua comminazione,né nella considerazione di quali

siano gli indizi che meritano la cattura quale pena da infliggere. E’ ad esempio plausibile che un

uomo venga sottoposto a tale pena in qualunque luogo egli commetta il delitto,ovvero anche in un

luogo diverso da quello nel quale egli si è macchiato del reato? La risposta non può che essere

negativa: se così non fosse,dovrebbe ammettersi che la qualità di suddito è assoluta,e valevole in

ogni luogo e circostanza. Il soggetto che si rende autore di una violazione di legge in un determinato

luogo dimostra di provare avversione per le leggi che in quello stesso luogo vigono,ed in effetti

rompe solo i patti sociali che lo legano a quello Stato e non ad un altro; ciò determina,che per


ACQUISTATO

1 volte

PAGINE

14

PESO

99.14 KB

AUTORE

Exxodus

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Exxodus di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto penale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bocconi - Unibocconi o del prof Mucciarelli Francesco.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Diritto penale

Riassunto esame Diritto penale, prof. Mucciarelli, libro consigliato Manuale di diritto penale, Marinucci, Dolcini
Appunto
Riassunto esame Diritto Penale, prof. Mucciarelli, libro consigliato Dei Delitti e delle Pene, Beccaria
Appunto
Riassunto esame Diritto, prof. Fracchia, libro consigliato Diritto amministrativo processuale, Casetta
Appunto
Riassunto esame Diritto processuale amministrativo, prof. Fracchia, libro consigliato Diritto amministrativo processuale, Casetta
Appunto