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La natura delle cose di Lucrezio

Lucrezio è il primo poeta romano a produrre una nuova grande opera di poesia scientifica, in cui argomenti cosmologici, etici, sociali e istanze religiose fossero strettamente integrati. Modelli estranei e originariamente avversi sono fatti propri per essere poi piegati in direzione di un materialismo del tutto areligioso.

Se lo chiamassero vate, lui pure, nemico dei vati che profetizzano il falso, consentirebbe purché vate del verbo di Epicuro, annunciatore del razionalismo materialistico della natura. Lucrezio è vate perché è stato invaso dalle parole di un altro: questo gli dà un vantaggio notevole su altri poeti didascalici.

È buona norma che un poeta didascalico cominci col rispondere al quesito "come sai tutto questo? Che cos'è che ti fa sapiente?" Prima ancora che affidare la propria esistenza di poeta alla missione didascalica, Lucrezio affida al credo epicureo la propria esistenza. La dottrina di Epicuro si identifica con la dottrina della salvazione per gli uomini prigionieri di errori; strumento di liberazione per ogni uomo, essa ha come destinatario non solo gli altri uomini (da istruire), ma il poeta stesso (che ha già imparato e ora si fa missionario). Il poeta è tramite fra quella dottrina e gli uomini.

I contenuti non sono suoi, fatti da lui egli non può manifestare se stesso attraverso il discorso, ma solo trasmettere nel modo più efficace la santa dottrina di Epicuro. Il testo, mentre descrive e mostra le cose, insegna verità di cui il lettore diventa catecumeno. Ma non è solo la funzione-vate che Lucrezio vuole mutuare da Empedocle; egli vuole per sé quella stessa capacità di tenere insieme cosmo e natura da una parte; l’uomo dall’altra; la fisica e l’etica; la natura da indagare e descrivere, l’uomo per risanarlo.

La mirabile capacità empedoclea di produrre rappresentazioni, di animare icasticamente il pensiero con termini che sollecitino la fantasia, l’arte di dare al fisico gli occhi del poeta, offriranno a Lucrezio il modello di scrittura che procede per pulsazioni e intermittenze; la contrazione del discorso filosofico si distende nel paragone illuminante che persuade e illustra per via di confronto.

La funzione del sublime

La funzione del sublime nel testo lucreziano è anche quella di operare in modo che, mediante il grandioso, sia dato all’ascoltatore di partecipare alla lotta incessante contro il superficiale. In un certo senso l’ascoltatore del discorso sublime non è tanto destinatario di un testo “grande” quanto piuttosto egli stesso produttore di sublimità. Si capisce bene il sublime se lo si sposta dal testo al lettore.

Davanti al sublime, il lettore prende se stesso come testo e poi si serve del testo scritto che ha dinanzi come commento al proprio io, alle proprie emozioni sollecitate dalla lettura. La lettura diventa così riconoscimento di una verità che il destinatario trova in se stesso, come l’emergere di un’esperienza latente che è il destinatario stesso a produrre. Il lettore sublime riconosce nella lettura i suoi pensieri più “grandi”, rimossi perché troppo grandi rispetto all’usuale. Il sublime funziona come promozione alla grandezza.

La Natura, sottratta alle manipolazioni di una retorica del mirum, diventa organismo meccanicamente ordinato e campo di ricerca razionale. Non c’è da meravigliarsi di questo o quel fenomeno, perché esso è connesso necessariamente con questa o quella regola oggettiva, immeritevole di stupore per chi abbia capito i principi delle cose e i loro concatenamenti. La retorica del mirabile è stata sostituita dalla retorica del necessario.

La povertà dell’esperienza ordinaria, non illuminata dalla ragione, espone al dubbio la mente lascia che il terrore degli dei e della morte sia l’esito facile di ignoranza e debolezza. La mente del lettore sublime prima si perde e si spaventa, poi, fatta saggia grazie alla physiologia epicurea, quasi supera il potere smisurato della natura quando ne comprende la norma segreta. Così il sublime anticipa il processo di conquista intellettuale grazie a cui la mente del discepolo epicureo impara a conoscere le regole dell’universo e della vita secondo natura.

Il pensiero sembrerebbe volersi abbandonare alla rappresentazione sublime, ma già subito arriva a limitarla il bisogno di esporre la dottrina. L’immagine grandiosa non ha ancora riempito i nostri occhi che già essa da quadro diventa parte di un ragionamento dimostrativo. Il sublime agisce per gradi: prima genera quasi un senso di insufficienza in chi si trova a contemplarlo, poi solleva la mente del lettore a un livello più alto di comprensione e lo riempie di entusiasmo.

Talora il sublime lucreziano assomiglia per il lettore a uno stato di quiete della mente in cui ogni cosa del mondo trova il suo posto ordinato e la sua ragione di essere. Il De rerum natura è un poema didattico sulla fisica e nello stesso tempo un protrettico alla filosofia, cioè un invito alla sapienza, un’esortazione alla ricerca della felicità. È un testo che propugna con sforzo enorme il dovere dell’accettazione di ogni cosa in quanto esistente. Con un tale sguardo gli uomini indubbiamente potrebbero diventare padroni della loro sofferenza.

Libro I

Comincerò a discorrere della suprema norma del cielo e degli dei, e ti spiegherò gli elementi primordiali delle cose, da cui la natura crea tutti i corpi. Se gli uomini vedessero la sicura fine dei loro travagli, in qualche modo potrebbero contrastare le superstizioni e insieme le minacce dei vati.

Gli uomini infatti ignorano quale sia la natura dell’animo, se sia nata o al contrario si insinui in coloro che nascono, e perisca insieme con noi distrutta dalla morte, oppure discenda a vedere le tenebre e le vaste paludi dell’Orco. Lo sgomento possiede tutti i mortali, perché scorgono in terra e in cielo accadere fenomeni dei cui effetti non possono in alcun modo vedere le cause, e assegnano il loro prodursi al volere divino.

Quando avremo veduto che nulla nasce dal nulla, allora più agevolmente potremo scoprire da cosa abbia vita ogni essenza e in qual modo ciascuna si compia senza l’intervento degli dei. Se infatti nascesse dal nulla, da tutte le cose potrebbe prodursi ogni specie e più nulla avrebbe bisogno di un seme. Bisogna dunque ammettere che nulla nasce dal nulla, poiché le cose necessitano di un seme dal quale ognuna possa espandersi.

Aggiungi che la natura disgrega di nuovo ogni corpo nei suoi elementi essenziali, ma non può annientarlo del tutto. La materia è eterna. Nessuna sostanza ritorna nel nulla, ma tutte dissolte ritornano alle particelle elementari della materia. Dunque ogni cosa visibile non perisce del tutto, poiché la natura ricrea una cosa dall’altra, e non lascia che alcuna ne nasca se non dalla morte di un’altra. La natura agisce per mezzo di corpi invisibili.

Ma tutte le cose non sono serrate e compatte di materia corporea; difatti c’è in esse anche il vuoto. Esiste il vuoto intangibile e immateriale, senza il quale le cose non potrebbero spostarsi per nessuna ragione. Inoltre, per quanto le cose ci appaiono solide, puoi tuttavia vedere che contengono il vuoto; attraverso le rocce e gli anfratti s’infiltra l’umore delle acque; le voci attraversano i muri; il rigore del freddo s’insinua nel profondo delle ossa.

Infine perché scorgiamo alcune cose pesare più di altre, sebbene non abbiano una maggiore grandezza? Dunque quel che è ugualmente grande ma appare più leggero, senza alcun dubbio rivela di contenere maggiore quantità di vuoto, mentre ciò che è più pesante dimostra di contenere maggiore quantità di materia. Tutta la natura dunque, consiste di due cose: esistono infatti i corpi e il vuoto in cui essi sono situati e si muovono in tutte le direzioni.

I corpi a loro volta si suddividono in elementi primordiali. Invece gli elementi primordiali non...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

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