Le fonti della storiografia
Erodoto
La storia in quanto materia di studio nasce in Grecia per mezzo di Erodoto, autore di un’opera
intitolata “Historia”. La parola “historia” significa “ricerca” e “indagine”. Erodoto, infatti, presta
grande attenzione alla testimonianza diretta degli eventi da lui raccontati, ma se non ha la possibilità
di assistervi in prima persona, fa ricorso all’interrogazione di testimoni oculari. Per Erodoto è
quindi molto importante viaggiare per catalogare le informazioni. Bisogna tenere presente che
Erodoto fu fortemente influenzato dalla cultura ionica e dall’atmosfera intellettuale dell’Atene di
Pericle (Pericle: politico e oratore attivo ad Atene durante le Guerre Persiane e le Guerre del
Peloponneso, nel quinto secolo). L’Historia si divide in 9 libri, di cui il tema principale è costituito
dalle Guerre Persiane, ma vi ritroviamo anche un elogio alla democrazia ateniese, e nozioni di varia
natura che rendono l’Historia quasi una “prima enciclopedia del sapere”. Altri temi ricorrenti sono il
divino, la vendetta e la ricerca delle cause degli avvenimenti.
Tucidide
L’opera di Tucidide ci è giunta incompiuta, ma sappiamo che nei suoi lavori ha trattato in particolar
modo dei conflitti tra Sparta e Atene, e le guerre del Peloponneso. L’opera di questo autore è
caratterizzata da razionalità e selettività, con attenta ricerca delle cause. Tucidide ha una concezione
della storia come “possesso per l’eternità”, ovvero come bagaglio di conoscenze e insegnamenti che
perdura nel tempo.
Senofonte
Senofonte, autore delle “Elleniche”, da alla sua opera un’impronta più morale, caratterizzata anche
dal filo laconismo (idealizzazione di Sparta). È interessante la concezione che Senofonte ha della
storia: nelle pagine finali della sua opera, S. tratta soprattutto della battaglia di Mantinea (che segnò
la fine dell’egemonia tebana), il cui esito non fu mai chiaro. L’autore lascia quindi il giudizio alle
generazioni future poiché è consapevole di appartenere ad un “ciclo storico” nel quale ogni autore
prosegue il lavoro del precedente.
Altri autori
Nella storiografia greca abbiamo anche autori “frammentari”, ovvero autori le cui opere non ci sono
giunte intere, ma che conosciamo grazie ad alcuni passi (di quelle opere) citati da altri autori. Ad
esempio, lo storico Teopompo di Chio, autore de “Le Filippiche” (opera frammentaria – biografia
sulla vita di Filippo II di Macedonia), viene citato da Ateneo. Nel passo di Ateneo possiamo notare
come l’opera di Teopompo avesse, oltre all’assetto biografico, anche un’impronta morale e
psicologica che ci appare talmente intricata, da non poter dedurre cosa Teopompo pensasse davvero
di Filippo II.
Altri autori frammentari sono, ad esempio, gli storici di Alessandro Magno: Nearco, Callistene e
Tolomeo, citati da Diodoro Siculo, Strabone e Plutarco. Diodoro Siculo è autore della “Biblioteca
storica”, divisa in 40 libri della quale ce ne sono pervenuti 5. Sempre in epoca ellenistica ritroviamo
Polibio, autore delle “Storie”, divise in 40 libri che ricoprono un periodo di narrazione dal III al II
secolo. Tito Livio ne prenderà ispirazione. A completare l’opera di Polibio sarà Strabone, autore
della “Storia” divisa in 17 libri e trattante temi come la geografia di Europa, Asia e Africa.
Un lavoro interessante sarà svolto da Plutarco, autore delle “Vite parallele”, in cui vengono
messe a confronto le vite di grandi personaggi greci e romani.
Arriano, invece, scriverà “L’Anabasi”, raccontando delle grandi spedizioni di Alessandro
Magno.
E infine Pausania, padre della periegesi: la letteratura di viaggio.
Al di fuori degli storici, ritroviamo anche drammaturghi, filosofi e oratori, come Eschilo
(drammaturgo), Platone, Aristotele (a cui si deve l’organizzazione scientifica del sapere) e
Demostene (grande oratore ateniese e rivale di Filippo II).
Fonti non letterarie
Ritroviamo anche altri campi di studio utili alla storiografia. Uno di questi è l’epigrafia, lo studio
delle iscrizioni. Ci sono iscrizioni di vario genere: leggi su tavolette di pietra o bronzo, iscrizioni
funerarie, maledizioni, descrizioni di riti religiosi, elenchi d’archivio, ecc…
Le fonti più importanti dell’epigrafia antica sono la lineare A e la lineare B appartenenti
rispettivamente al mondo minoico e al mondo miceneo. La lineare A non è ancora stata decifrata,
mentre la lineare B è stata interpretata, dando diverse informazioni sulla civiltà micenea. Le
tavolette in lineare B consistono in descrizioni di usanze religiose, elenchi di nomi e testi
amministrativi. Possiamo dedurne la religione, l’assetto economico, informazioni sui luoghi, sulle
tradizioni e su particolarità come, ad esempio, la conoscenza della schiavitù nel mondo miceneo
(nei testi in lineare B ricorre, infatti, la parola “schiavo”).
Accanto all’epigrafia, abbiamo la papirologia, o studio dei papiri. I papiri si dividono in due tipi:
storici e letterari (copie egizie dei poemi omerici)
Gli studi linguistici, invece, aiutano a dedurre gli spostamenti delle popolazioni sul territorio (ad
esempio, si è potuta verificare la migrazione dorica nel Peloponneso grazie ad alcuni variazioni dei
dialetti regionali).
La numismatica è la scienza che analizza le monete. Le monete possono darci importanti
indicazioni non solo sulle condizioni economiche dello Stato che le batte, ma anche sul governo del
tempo: sin dall’antichità, sulla faccia delle monete, veniva ritratto il volto del sovrano attuale.
Infine, le fonti archeologiche. Gli scavi archeologici hanno avuto il loro inizio verso le fine del
diciannovesimo secolo, con lo studioso Heinrich Schliemann, al quale si attribuisce la scoperte dei
siti di Troia e Micene. Ma i nomi dati da Schliemann sono per lo più convenzionali: non sappiamo
se il sito chiamato “Troia” sia davvero stato la città cantata da Omero. Lo stesso per la maschera di
Agamennone, di cui non abbiamo nessuna certezza che sia appartenuta al personaggio fittizio di
Omero, ma che sicuramente ci da indizi importanti sulla ricchezza della famiglia e del defunto a cui
è appartenuta. Altri scavi importanti sono quelli che portano alla luce i siti funerari, come lo scavo
del tumolo di Kastos, ad Anfipoli, che si è pensato essere la tomba di Alessandro Magno o di un
altro grande re macedone. Abbiamo poi lo studio di oggettistica e vasellame: i vasi, le anfore e le
coppe, attraverso le loro raffigurazioni, ci mostrano scorci di vita quotidiana.
La storia: paleolitico, neolitico, Età del bronzo
I primi insediamenti umani in Grecia si attestano attorno la fine del paleolitico, soprattutto in Epiro,
Tessaglia e Peloponneso. L’arrivo dei primi popoli indoeuropei è stimato attorno alla fine del III
millenio. Sin dall’alto paleolitico, in Argolide, venivano già praticate la navigazione e alcune
tecniche agricole che andarono poi perfezionandosi durante il neolitico. Il neolitico fu infatti un
periodo di grande sviluppo non solo per l’agricoltura, ma anche per l’allevamento, la lavorazione
della ceramica e i primi scambi commerciali nell’Egeo. Segue anche un aumento demografico e la
costruzione dei primi megaron, strutture che cominciavano a delineare una differenziazione sociale.
È invece durante l’Età del bronzo che va perfezionandosi anche la lavorazione della metallurgia (la
Grecia era povera di metalli ed era costretta a importare il materiale, questo aumentò anche gli
scambi marittimi). Durante l’Età del bronzo si ebbe un ulteriore slancio demografico e un ulteriore
evoluzione dell’agricoltura con conseguente arricchimento dell’elité contadina.
Civiltà pre, proto e neo-palaziali
Per convenzione storica, dividiamo la cronologia in antico, medio e tardo minoico (riferendoci alla
civlità minoica) e antico, medio e tardo elladico (riferendoci alla civiltà micenea). Queste età
corrispondono rispettivamente alle civilità pre, proto, e neo-palaziali. La civilità proto p. va dal
2000 al 1700 ca., cioè fino alla prima distruzione dei palazzi di Creta, da cui la civiltà minoica si
riprende e si rafforza. La civiltà neo p. va dal 1700 al 1450, cioè fino alla seconda distruzione dei
palazzi che fa crollare la civiltà minoica. Sopravvive solo in palazzo di Cnosso sino al 1325 ca.
Questa seconda distruzione si fa risalire all’eruzione del vulcano di Tera, a Santorini, ma alcuni
studiosi screditano questa ipotesi facendo risalire l’eruzione al 1600 ca. e imputando la seconda
distruzione a fattori esterni, come l’invasione di popoli stranieri (l’arrivo e il conseguente dominio
dei Micenei).
Il mondo minoico
Dal momento che non è mai stata decifrata la lineare A (circa 1500 testi), disponiamo di pochissime
informazioni riguardo al mondo minoico (NOTA sulla lineare A: questa scrittura scompare per un
periodo di tempo durante l’Età del bronzo, per poi riapparire e sopravvivere persino all’arrivo dei
micenei, prova della sua diffusione su vasta scala sociale). Di questa civiltà non conosciamo
l’assetto governativo, economico e religioso. Scavi archeologici hanno portato alla luce soltanto
statuette di donna che stringe un serpente in entrambe le mani: probabilmente una dea madre della
fertilità, da cui i Greci hanno preso successiva ispirazione (nei testi in lineare B, infatti, ricorre
spesso la parola “potnia”, ovvero “dea”). Sappiamo che la civilità minoica ruotava attorno al
palazzo, che controllava i processi di scambio e stoccaggio delle merci e che era sede del potere
amministrativo.
Il palazzo minoico si sviluppa attorno a una corte centrale ed è diviso in quartieri: il quartiere
economico, che comprende gli archivi e i magazzini di “pithoi” (contenitori molto grandi contenenti
risorse e prodotti), e il quartiere privato, che comprende gli appartamenti e gli uffici privati, la
pianta del palazzo e piccole stanze affrescate.
La città minoica, estesa intorno alla zona del palazzo, era costruita secondo una pianificazione
accurata: strade lastricate, piazze pubbliche, case di dignitari e ville di ricchi aristocratici (emissari
locali del potere). Una particolarità della città minoica è quella di non avere mura di cinta: questo fa
pensare che ci siano state poche tensioni esterne ed interne.
Dopo la fine della civilità minoica, Creta fu ripartita in 4 quartieri corrispondenti ai 4 palazzi
sopravvissuti alla distruzione: Cnosso, Festos, Zakros e Mallia.
Il mondo miceneo
La maggior parte delle informazioni che abbiamo sul mondo miceneo ci sono fornite dai testi in
lineare B (circa 5000). I micenei provengono da popolazioni continentali: la loro lingua raggruppa
ceppi linguistici differenti, dall’italico, al celtico, alle lingue d’India e di Anatolia. La zona di
provenienza più stimata è la steppa russa. Ai tempi del loro arrivo nel continente (2300 ca.), la
Grecia era fortemente arretrata: si contavano insediamenti sparsi, sepolture rudimentali e scarsa
lavorazione della ceramica.
Non sappiamo in che modo i micenei si introdussero nella civilità minoica: fu un’invasione violenta
o un processo di integrazione graduale? Certo è che, dopo aver conquistato l’egemonia nell’Egeo
durante il tardo elladico, la civiltà micenea apportò al territorio un rapido sviluppo economico.
Questo lo si nota grazie alle ingenti quantità di oro e argento riscontrate nelle tombe. Gli scavi delle
tombe micenee si dividono in “circolo tombale A” e “circolo tombale B”. Il circolo A fu scavato da
Schliemann, è situato all’interno delle mura di Micene e ha portato alla luce numerosi gioielli, armi
e pietre preziose. Il circolo B risale al periodo tardo elladico, è situato al di fuori delle mura
cittadine, ha portato alla luce oggetti più comuni (di usanza quotidiana) e meno preziosi rispetto a
quelli del circolo A, il quale sembra risalire ad un’epoca più avanzata. Le ipotesi che ci spiegano la
ricchezza delle tombe appartenenti al circolo A sono tre:
1) I principi micenei erano mercenari
2) I Micenei invasero e saccheggiarono le città circostanti al loro territorio
3) Sviluppo di un processo interno alla società che portò all’origine di un’élite aristocratica
Anche il mondo miceneo, come quello minoico, si sviluppava attorno al palazzo. Ma nella civiltà
mic. I palazzi erano presenti in minor quantità e controllavano una porzione di territorio più
ristretta.
Il palazzo miceneo, chiamato “megaron tripartito”, prendeva ispirazione da forme di architettura
continentali. Iniziava con un atrio, a cui seguivano il vestibolo e la sala del trono. Nel centro, la
corte principale costituita secondo un orientamento nord-sud. Attorno alla corte si sviluppavano gli
appartamenti privati, gli uffici amministrativi, gli archivi e i magazzini. La monumentalità dei
palazzi micenei era data dalle scalinate maestose e dagli ampi colonnati.
La città micenea era meno organizzata di quella minoica, ma anch’essa disponeva di reti viarie e
commerciali. La più evidente differenza rispetto ai minoici, era la presenza di mura (lunga circa
30mila metri e spesse 8m). I micenei erano un popolo guerriero che prestava grande attenzione alla
lavorazione e alla conservazione delle armi. È con questa popolazione che si ha l’emergere di una
classe aristocratica guerriera.
In campo economico, i micenei praticavano l’agricoltura come metodo di sussistenza, ma ne
esportavano il surplus (sono stati ritrovati resti micenei sulle coste dell’Egitto e nei pressi di
Taranto). Erano esperti anche nella lavorazione della ceramica: si ebbe una specializzazione della
classe artigiana.
Riguardo all’organizzazione sociale, questa si presenta articolata secondo un ordine gerarchico:
1. Wanaka (re)
Detentore di terre e poteri religiosi.
2. Rawaketa
Detentore di terre minori, funzioni sacerdotali e militari.
3. Korete
Prefetto di distretti attribuiti a province.
4. Equeta
Nobiltà di spada, intermediari tra palazzo e corpi di guardacosta.
5. Damakoro
Governatori di comunità rurali.
6. Tereta
Baroni possessori di terre.
7. Quasireus (Basileus nei pomi omerici)
Dignitario locale associato al consiglio di anziani.
8. Amministratori letterati (scribi)
9. Schiavi
La fine del mondo miceneo
La fine della civiltà mic. si attesta intorno al 1200 (periodo dal quale inizia l’Età Oscura). Il crollo
di questa civiltà appare piuttosto improvviso e misterioso, perciò si sono elaborate diverse ipotesi:
1. Invasioni dall’esterno
Si pensa alle invasioni dei cosiddetti “popoli del mare” (confederazione di popoli provenienti
dall’Egeo), attestate dalle tavolette in lineare B e da alcuni testi egizi; e al ritorno delle popolazioni
doriche.
NOTA mitologica sui Dori: Secondo la tradizione, i Dori sono i discendenti di Eracle (Ercole, nella
mitologia romana). Eracle era un eroe semidio, figlio di Zeus, destinato a governare su Tirinto e
Micene. Fu ostacolato nelle sue imprese da Era, moglie di Zeus, e da Euristeo, attuale re di Micene.
Alla morte di Eracle, Euristeo temette che i suoi figli (di Eracle) potessero vendicarsi. Cominciò
quindi a braccare tutti i suoi discendenti che furono costretti a disperdersi e ad abbandonare il
Peloponneso. Il mito di Eracle è inoltre usato per spigare la diarchia (“doppia monarchia”) di
Sparta, governata da due re: primo, discendete di Eracle, secondo, discendete di Euristeo.
Ci è comunque difficile catalogare le tracce dei Dori durante il periodo della presunta migrazione.
Pare che queste popolazioni fossero nomadi e che non lasciassero grandi segni di sé sul loro
cammino. È probabile che, subito dopo aver prevalso sui Micenei, i Dori abbiano rapidamente
adottato la cultura materiale dei loro rivali attraverso una sorta di processo di “mimetizzazione”.
2. Conflitti interni
Conflitti sociale tra i diversi “stati palaziali” che portarono al crollo del governo, dei commerci e del
sistema economico centrale.
3. Cause climatiche e naturali
Si pensa a incendi e a fattori climatici di varia natura. Sono accertati numerosi terremoti tra la prima
e la seconda metà del 1200.
Con molta probabilità, la fine della civiltà mic. è stata causata da tutte queste tre cause in
contemporanea. Il sistema palaziale, troppo rigido e centralizzato, non fu quindi in grado di tener
testa ad agenti di così varia natura.
La guerra di Troia
Secondo Erodoto, si colloca in questo periodo anche la Guerra di Troia (1280 circa). Altri studiosi
fanno partire la guerra dal 1300 e collocano la migrazione dorica 80 anni dopo la fine del conflitto.
L’evento concreto della guerra di Troia, così come cantata da Omero, appare comunque poco
probabile agli studiosi contemporanei. L’aristocrazia guerriera del tempo era ancora in fase di
sviluppo, troppo debole per affrontare una guerra di portata “epica”. È più probabile che la “guerra”
di cui si parla, fosse in realtà un conflitto tra principati, o un conflitto tra aristocrazie dominanti e i
loro sudditi, o una “fronda” (rivolta) di signori locali contro il potere centrale per lo sfruttamento
delle terre.
L’Età oscura (1200-800 a.C.)
I primi caratteri generali che si manifestano con l’Età Oscura sono:
1. Rapido declino della cultura materiale
2. Ritorno alla pastorizia
3. Culti funerari più rudimentali, che limitano la sepoltura individuale e non lasciano tracce nel
tempo
4. Calo della speranza di vita
5. Probabili epidemie
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