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Da provenzali a stilnovo - Letteratura medievale

Appunti di letteratura italiana basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni della prof. Albanese dell’università degli Studi Ca' Foscari Venezia - Unive, facoltà di Lettere e filosofia, Corso di laurea magistrale in filologia e letteratura italiana. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Letteratura italiana docente Prof. G. Albanese

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Questa poesia diverrà importantissima con la presa di importanza della lingua

romanza in Italia. trovieri,

Successivamente nel sud della Francia si diffondono i questo nome deriva dal

fatto che utilizzavano il francese antico nella scrittura.

Nella Francia del nord nasce invece il genere più innovativo del medioevo, il romanzo,

le cui prime prove sono in francese antico con versi in rima baciata.

I trovatori trovano successori nei poeti siciliani che si pongono con un’idea di

continuità dei trovatori.

Vi erano due canali diversi quasi contemporanei che proponevano due diverse

modalità d introdurre il nuovo strumento linguistico del volgare, qualche decennio

prima della poesia siciliana vi era un altro testo estremamente importante che a

differenza della laicità siciliana era caratterizzato dalla religiosità.

Si tratta di San Francesco ed il suo “Cantico delle creature” che costituisce il

primo momento di creazione poetica in una lingua volgare che è anche

lingua letteraria. Un unico testo intenso nel suo messaggio, lo statuto non ha finalità

immediatamente letterarie, esso è un testo poetico improntato ad un’espressione

spirituale e religiosa uso del volgare impegnativo religioso.

Negli ultimi anni si sono presentati frammenti di pergamena precari che testimoniano

una serie di componimenti in volgare italiano databili ad anni precedenti (inizio 1200)

alla poesia siciliana (1220-30).

San Francesco – “Cantico delle creature”

Nasce una nuova idea nello stare nel mondo di persone che partecipano alla vita

religiosa.

Importante è la sua rinuncia dei beni paterni nel 1206 e l’incontro con Innocenzo III nel

1209 con l’approvazione alla diffusione del suo messaggio. Nel 1224 San Francesco

ricevette le stimmate per poi morire nel 1226. La composizione del cantico è collocata

tra il 1224 ed il 1226. La sua santificazione avvenne nel 1228 con la ricezione di un

importante statuto verso l’ordine.

L’evoluzione del movimento e dell’ordine fu estremamente veloce negli anni, così

come la santificazione avvenuta subito dopo la sua morte.

Fin da quando Francesco era ancora in vita nacquero subito molti miti, su questa

tradizione ricordiamo Tommaso da Celano, il quale raccoglie la biografia del santo,

infine San Bonaventura, generale dell’ordine che propone versioni ufficiali della vita

legenda minor legenda maior).

del santo (la e la

Avviene una grande evoluzione per quel tempo, fenomeno culturale che avviene in un

territorio comunale cittadino in antitesi con il feudalesimo francese. Non vi è dunque

una gerarchia precisa verso un singolo, ma l’appartenenza ad una comunità dove la

gestione dei beni non è affidata al singolo ma percepita come qualcosa di condiviso ai

il bene comune

membri del territorio , una ricchezza che non appartiene al singolo

ma a tutti, i quali posseggono la loro dimensione del comune. La piazza centrale della

città era un luogo simbolo di questa ideologia vista come un luogo di coesione e

dialogo nella città.

Nel comune si esprime una diversa visione del dialogo civile assente nella corte,

tuttavia il comune non nasce in opposizione al feudalesimo, è un differente modi di

vivere la comunità differente dal feudalesimo, troviamo comunque nelle città comunali

le classi borghesi.

Il comune non è in opposizione alla cortesia, anzi, si sviluppa in parallelo alla

classe borghese, lo stesso San Francesco parlando di sé fa spesso

riferimento all’ideale cavalleresco (ad esempio chiamando i suoi seguaci

“cavalieri”, oltre al fatto ch’egli conosceva perfettamente il francese).

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San Francesco porta numerose rivoluzioni:

- L’idea di non parlare più di monaco come elemento isolato e al di fuori della

comunità con l’introduzione del frate, simbolo di condivisione in opposizione

alla separazione. La creazione dunque di una grande famiglia.

- Al posto del monastero i frati vivono nei conventi, luoghi integrati nella vita

della comunità laica.

- Apertura a tutto ciò che riguarda la vita cittadina nel suo insieme, non vi è più

l’elemento dell’isolarsi dalla comunità.

Cantico delle creature

Il testo porta ancora termini latine, ma vi sono moltissimi tratti riconoscibili al volgare

umbro della sua zona. Avviene la scelta della lingua volgare inserita in un contesto

totalmente latino che è quello religioso, l’alterità di latinismi e volgare umbro

rispecchia l’innovazione profonda legata ancora alla scrittura latina.

Da una parte vi sono veri e proprio latinismi (laudare, aere, nubilo), ma vi sono anche

termini (nocte, et) scritti alla latina ma pronunciati “notte”, “e”.

Da questo possiamo affermare che il testo porta livelli differenti di lingua, la lingua

non possedeva ancora una codificazione precisa.

Le oscillazioni di parole scritte in maniera diverso nello stesso tempo sono diffusissime

data la non esistenza di una norma fissa riconosciuta.

L’adozione del volgare è una scelta innovativa, inoltre qui il volgare viene

adottato in relazione ad un contenuto di tipo peculiare, una preghiera 

essa è un discorso diretto indirizzato a Dio.

La preghiera nella cultura medievale aveva un contenuto di riferimento con il testo

biblico.

Questa scelta ha dunque implicazioni ideologiche altissime, quella di

apertura verso la comunità creando un dialogo diretto con Dio per il tramite

delle creature.

Il termine “per” è tradotto in “perché”, ma a un livello più profondo può

assumere altre due accezioni differenti: “facendo riferimento” oppure un

“per” agente, cioè che le creature stesse producono la lode e quest’ultima

accezione si avvicina più al latino, questo poiché l’uomo non sarebbe in

grado di nominare direttamente Dio ed il seguito del canto esprimerebbe

un’accezione corale dell’universo, un testo che è grande espressione di lode

con tutte le creature incluse.

Questo testo inoltre doveva essere eseguito e cantato, il manoscritto più antico

mantiene anche la notazione musicale del testo. La lode è pensata come un dialogo

armonico musicale con Dio.

Versi di questa cantica si presentano organizzati in una prosa ritmica, verso senza

rima stretta ma che restituisce un’impressione di regolarità ritmica usando

l’assonanza. Vi fu un dibattito su come dividere questo testo in lasse, vi sono varie

partizioni proposte da 10 a 14 lasse, 10, 12 e 14 sono considerati numeri sacri, rimane

certo che il testo è composto da 33 versi.

Inoltre, il termine lodare è inserito 10 volte (nella cultura del medioevo il 3 era simbolo

della trinità, il nove era altrettanto perfetto poiché 3x3, inoltre il 9 essendo dispari

veniva perfezionato al numero 10 che dava idea di unità).

Il cantico inizia con il termine “Altissimu” e termine con “humiltate”, la quale

significava terra in opposizione all’alto creando una discensione. A questo corrisponde

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un’organizzazione degli argomenti, le creature menzionate posseggono lo stesso

ordine discendente a partire dal sole (simbolo di Dio), poi alla luna, il vento, l’acqua, il

fuoco e la terra vi è una linea di discesa che parte dagli astri ai 4 elementi, i quali

sono accompagnati da 4 aggettivi.

Solo dopo questa rappresentazione del cosmo giungiamo all’uomo invocato attraverso

, il percorso si conclude con

l’atteggiamento del perdono e il sostenere le sofferenze

una novità, la creatura della morte del corpo la

che conclude l’esistenza dell’uomo,

morte è sorella e parte dell’organizzazione di Dio .

Questo testo letterario possiede una grande dimensione retorica con un messaggio

profondo interiore, essa si può definire come veicolo dei messaggi che giungono

attraverso l’organizzazione del testo.

Ricordiamo che questo testo è una preghiera, una tipologia particolare nella quale ci si

I modelli per eccellenza di Francesco sono i

rivolge a Dio come interlocutore.

salmi biblici, in particolare due testi che sarebbero modelli diretti:

- Il salmo 148 che riprende la lode, con la differenza che nel salmo si utilizzano

solamente imperativi e si rivolge agli uomini anziché a Dio.

- Un secondo riferimento è un brano dal libro di Daniele, dove avviene una sorta

di trasposizione di un testo sacro in una poesia espressa in lingua volgare, un

gesto di enorme rivoluzione.

San Francesco sceglie il registro più accessibile innalzandolo ad un livello

senza precedenti facendo in modo che la nuova lingua esprimesse una lode

a Dio.

Il termine “cantico” deriva dalla volontà di San Francesco, il quale indirizza al

modello biblico e sacro e si definivano con questo termini brani liturgici con

cui ci si rivolge direttamente a Dio.

Esso rappresenta il culmine del pensiero rivoluzionario di San Francesco.

L’anno 1209 poteva essere suggestivo rispetto al pensiero francescano,

secondo un’interpretazione il cantico è collegato all’eresia catara. È infatti

possibile leggere un’insistenza sul valore della creatura e della creazione

come manifestazione divina, in opposizione alle teorie combattute da

Innocenzo III.

Nell’idea di Francesco le creature non sono negative, bensì manifestazione

della gloria di Dio.

Il “cantico delle creature” rappresenta un esempio esemplare per lingua e contenuto,

si esprime lode in modo aderente alla tradizione sacra, ma con una prospettiva

differente poiché non verso Dio ma attraverso le creature, tra esse inoltre vi sono astri,

elementi naturali ed infine gli uomini.

creaturalità”,

Da ui il concetto della “ uno sguardo creaturale sul mondo, una maniera

per indicare il cambio di prospettiva con concentrazione su tutto ciò che è creatura,

frutto della gloria di Dio nel mondo, perfino la morte è vissuta come una ceratura.

Celebri sono le descrizioni in cui San Francesco si definiva una persona di scarsa

cultura, soprattutto ecclesiastica. Egli prediligeva un dialogo immediato con canali

comunicativi scandalosi per i contemporanei dell’epoca formali, si narra ad esempio in

una leggenda che una volta si mise a cantare la predica in piazza con un incipit di tipo

profano, adottava modi giullareschi per raggiungere il pubblico.

Possiamo noi affidarci a due fonti per la formazione di Francesco, la prima appunto

sono le fonti, mentre altre vengono da alcuni testi di Francesco stesso.

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Tra queste troviamo il suo testamento in cui parla della corretta vita, vi sono inoltre

l’idea di una persona che

lettere brevi da cui filtra la sua personalità culturale

possedeva una cultura media-alta.

Dominava la scrittura e la scrittura in latino, ma con alcune incertezze sul piano

egli possiede inoltre il primato di primo personaggio letterario di cui

ortografico;

abbiamo autografi, frammenti di lettere private indirizzate a frate Leone, il quale le

conserva come fossero reliquie una testimonianza della cultura del personaggio,

inoltre assume una dimensione monumentale di venerazione come reliquia, esso è

una trascrizione di laude ed una benedizione vero frate Leone.

San Francesco diviene così fin da subito un personaggio mitico, dopo la sua morte

proliferano i racconti della sua vita.

Tra il 1228 ed il 1263 escono una ventina di versioni della vita di San Francesco

attraverso l’agiografia, modello per le vite dei santi. Testi narrativi biografici ma con

una finalità simbolica e significativa sul tema della santità (Vita da parte di Tommaso

da Celano [la prima 1228 e la seconda 1247 per fissare l’agiografia francescana dopo

l’uscita di altre versioni con aneddoti in più] e San Bonaventura [riceverà l’incarico di

Legenda Major “Legenda Minor”

riscrivere la e la che s’appoggiano su Celano] sono le

versioni ufficiali).

La Legenda Maior ispirò gli affreschi d’Assisi di Giotto.

Documento cap. XXIX San Francesco – Tommaso da Celano leggere.

Questo brano riprende il “Cantico delle creature” e un passo vangelico affermando che

Francesco imitava i passi di Cristo adeguazione della propria forma a quella di

Cristo.

Questo brano reinterpreta in chiave biografica il testo di San Francesco riprendendolo

applicandolo alla vita quotidiana, come se vi fosse una continuità

quasi alla lettera ed

tra componimento delle creature e vita.

Tommaso da Celano recupera le fonti testuali alla base del testo di San Francesco, fa

riferimento a “sorella” e “fratello” come riferimenti biografici reali.

San Francesco ha un legame con la cortesia cavalleresca francese, si narra che il

padre di Francesco aveva rapporti commerciali con la Francia e la madre era francese

“leggenda dei 3 compagni”.

se ne parla nella

Vi era l’idea che il nome rispecchiava il destino intimo di una persona.

Si voleva legare Francesco alla figura di San Giovanni e recuperare un dato indiziario

con il forte riferimento al codice cortese cavalleresco francese con un messaggio però

differente. Sappiamo che San Francesco conosceva e parlava il francese.

Francesco ne fu imitatore fedelissimo.

Altri, infine, pensano che Dante abbia voluto esaltarlo su tutti i fondatori di Ordini.

Ma, senza dubbio, dove il poeta manifesta una ammirazione tutta particolare verso la

Paradiso.

persona e l'opera dell'Assisiate, è nel canto XI del

«fra l'io del poeta e il soggetto di quel Canto conviene quasi

Secondo il Della Torre

identità perfetta».

Questo suo atteggiamento verso S. Francesco, secondo la maggioranza dei

commentatori, sarebbe stato determinato da un suo impegno personale con l'ideale di

vita vissuto dal Santo. E qui si pone il problema, che tanto ha agitato ed agita tuttora

la critica, se Dante Alighieri fu o meno frate francescano, oppure terziario francescano.

Dante rielabora nella sua Commedia nel canto XI la leggenda di San Francesco e la sua

figura in un testo letterario. L’ambiente francescano fiorentino è ricettivo verso la

Commedia di Dante, per esempio nella scuola di Santa Croce di Firenze.

Il cielo del sole nel canto XI è popolato dai sapienti teologici e religiosi, Dante inserisce

concordia anche tra posizioni discordanti, come l’incrocio tra le voci di San Tommaso

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(domenicani) e Francesco, il primo ha il compito di elogiare San Francesco. Nel XII

verrà affidato il compito a un altro santo e nel XIV entra in scena il re Salomone.

Il canto XI presenta un’ulteriore vita di San Francesco con riferimenti a

Bonaventura e Celano, Dante assume l’immagine dei serafini ardenti

paragonandoli a Francesco, così come Domenico è stato illuminato dai

Cherubini.

Assisi viene associata al sole che sorge da Oriente così come Francesco è sorto.

Appunti canto XI per 2° esercitazione:

Assisi viene associata al sole che sorge da Oriente così come Francesco è sorto.

Dante associa immediatamente Francesco con il sole, egli è sorto dando gioia alla

terra metafora con il sole. Questa associazione prosegue anche parlando della sua

“egli non era ancora lontano dal sorgere, quando cominciò a far sentire alla

figura,

terra il calore della sua virtù”; Dante parla di una “donna” alla quale si unì in

matrimonio di fronte al padre e che amò sempre di più ogni giorno, quando le mancò il

primo marito rimase triste per mille anni senza che nessuno la invitasse “al ballo” per

mille anni (ci troviamo nella corte ideale). Tommaso afferma che per non parlare

enigmatico si sottintende che i due protagonisti sono Francesco e la Povertà

(personificata nella donna).

La scuola siciliana

La letteratura volgare italiana ha due direttrici principali:

- Religiosa (San Francesco)

- Poesia volgare Federico II in lingua siciliana

L’ambiente non è più quello del comune italiano come nei francescani, bensì quello di

un ambiente d’alta aristocrazia che fa capo all’imperatore Federico II.

La scuola poetica siciliana non nasce dal nulla, ha come riferimento esplicito e diretto i

precedenti della poesia provenzale. scuola

Prima esperienza in lingua volgare con un’adesione di gruppo, per questo è una

siciliana, coloro che aderiscono possiedono le stesse prospettive poetiche. Essa

identifica un movimento culturale sorto nel regno di Sicilia legato alla presenza della

corte e Federico II, si esprime in volgare siciliano. I poeti siciliani sono personaggi

professionisti della parola (giudici e notai) funzionari della corte di Federico II.

Il periodo va dal 1230 alla fine del regno nel 1250.

Fra coloro che ne facevano parte vi era perfino l’imperatore stesso, il quale scrive in

prima persona poesie in volgare siciliano il peso della scuola siciliana in questo

ambiente era molto alto.

I maggiori esponenti sono dunque personaggi, i vicini all’imperatore, come Giacomo

da Lentini o Pierre de le Vigne.

La poesia amorosa era considerata un’attività di altissimo prestigio data la vicinanza e

la partecipazione a Federico II. Vi era una differenza tra questa corte e quelle

provenzali (dove la scelta del provenzale rispecchiava il codice prevalente), nella corte

di Federico II vi è ricchezza e complessità culturale a tutti i livelli, egli è attento a

diffondere cultura di ogni tipo nella corte accogliendo eruditi da ogni parte del mondo

così come conoscitori di molte lingue, viene ad esempio tradotto un importante

commento arabo ad un’opera di Aristotele di Averroè (differente dal modello cristiano)

“l’intelletto possibile”

introducendo l’esistenza de che affermava come la conoscenza

più alta fosse il contatto dell’individuo con un sovra individuo negando l’esistenza

dell’immortalità dell’anima questo fece nascere un dibattito discusso da grandi

poeti italiani come Dante (lo cita nel IV nell’Inferno nel limbo) e Cavalcanti.

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Si parla dunque nella corte il volgare latino, greco, arabo, ebraico, ecc.

Osservando questo capiamo che l’aver partecipato a una scuola di lingua volgare

questo aspetto era di forte rilevanza. Egli doveva aver riconosciuto nel suo volgare

una manifestazione per affermare un’autonomia culturale intensa anche considerando

l’alta levatura dei partecipanti.

Giacomo Da Lentini – Madonna dir vo voglio

La forma è della canzone ripresa dal provenzale con l’introduzione di una nuova forma

metrica tradizionale. Alternanza di misura diversa creanti un particolare effetto

ritmico.

1. La poesia si apre con l’appellativo della donna fissato nella tradizione cortese:

“Madonna”, mia donna.

La donna è indicata come un interlocutore a cui l’Io lirico si rivolge, troviamo un incipit

volontà di esporre,

della il quale diverrà topos nella poesia successiva, ad esempio in

Dante.

Troviamo una descrizione del fenomeno amoroso accompagnato a questa donna,

identifica la scrittura poetica lirica con un discorso-ragionamento sull’amore nella sua

essenza e natura con un riferimento all’ostilità della donna amata. Da questo dissidio

nasce il paradosso tra vita e morte che accomuna l’amore a vitalità e alla sofferenza

che porta all’annullamento del soggetto stesso.

Da Lentini scioglie successivamente il paradosso creando una scissione tra lui ed il

cuore, quest’ultimo muore più spesso della morte fisica naturale a causa della donna.

2. Nella stanza successiva si riferisce all’amore da cui mai ha ricevuto la benevolenza.

Qui vi è inoltre il topos dell’inaccessibilità che avrà grande fortuna.

Al cuore viene inoltre attribuita una attività di pensiero, l’unico modo di concepire tale

esperienza per il cuore è quella di viverla. Il cuore corrispondeva a un luogo centrale

dell’individuo e della vita emotiva ed intellettuale, come se tutto ciò che aveva

rilevanza si collocava nel cuore.

A questa dimensione collega l’immagine della donna portata nel cuore come un

ritratto.

Giacomo da Alentini fa un’analogia con la salamandra che può sostenere le fiamme

del fuoco senza morire, morte dalla quale si può risorgere attraverso la virtù 

discorso dell’amore con termini filosofici scientifici, come a descrivere un fenomeno

naturale.

L’immagine della salamandra applicata all’amore era già diffusa nella poesia dei

provenzali identica in una canzone di un trovatore.

Il cuore è al centro dell’esperienza amorosa.

3. Il topos della tempesta amorosa è nella terza stanza, il quale travolge l’individuo. Vi

è il poeta amante che dipinge l’immagine e il topos dell’ineffabilità come artista

scontento del proprio lavoro.

Giacomo da Lentini sta parlando della parola poetica nella sua capacità descrittiva del

sentimento amoroso, l’idea del pittore è molto importante poiché rievoca il detto di

Orazio con il principio della poesia come una pittura il testo poetico veicola

immagini nella mente del lettore. Questa strofa è il primo caso di attualizzazione del

topos di Orazio con la rappresentazione del poeta nella veste del pittore.

Meravigliosamente – Giacomo da Lentini

Canzone –

Il testo conserva un elemento tipografico iniziale che porta con sé una valenza

poetica, la divisione dell’avverbio in meravigliosa-mente riporta la lessicalizzazione

della formazione linguistica. La formazione di questi avverbi è ancora in formazione in

quest’epoca. 18

L’atteggiamento di indifferenza della donna è sempre presente, così come la metafora

del fuoco amoroso.

Vi è un’immagine iniziale della pittura interiore, quest’immagine è insistita e

rappresenta una scena dove Lentini mostra sé stesso intento a dipingere nello spazio

del cuore l’immagine che riproduca il modello esteriore un processo di pittura

realistico.

Un atto artistico di creazione dell’immagine paragonando il processo del pittore,

questa maniera di descrivere il gesto del pittore è accentuato dal gergo tecnico

utilizzato.

Questo paragone è presente anche nella poesia precedente dove il poeta non è mai

soddisfatto della rappresentazione effettuata della donna. Anche qui il pittore è intento

a riprodurre l’immagine con funzione profonda, una volta finito il dipinto lei rimarrà

presente come immagine nello spazio interiore chiuso del poeta. Vi è un’immagine che

sostituisce un’assenza, un movimento amoroso interiore che nasce per colmare

l’assenza.

Interessante è lo sviluppo dell’immagine del topos della donna nel cuore, una

rappresentazione dinamica del dipingere che è proposta da Lentini come novità 

primo “ritratto” poetico della poesia lirica.

Esso introduce l’io lirico come colui che crea l’immagine stessa, l’immagine nel cuore

ha un’importante conseguenza, cioè siamo portati a vedere che il luogo in cui avviene

la creazione è la parola poetica.

Lentini trova una maniera intensa e innovativa di realizzare un topos antico oraziano

(la poesia genera immagini nella mente).

Lentini legge questo principio oraziano secondo la logica del dipingere.

Forte collegamento con la tradizione classica precedente, ma soprattutto la tradizione

della poesia cortese provenzale, vi è la presenza di francesismi come il termine

“distringe”. Un’altra prova del collegamento alla poesia provenzale è la poesia di

Folchetto, il quale esegue una traduzione, una trascrizione di Giacomo da Lentini,

Lentini doveva avere davanti il testo di Folchetto. La canzone più nota di Lentini è

dunque una traduzione di Folchetto, ciò che si distingue nella canzone di Lentini è la

forma metrica.

Nel medioevo tradurre aveva un senso simbolico e significativo, la finalità non era la

traduzione, ma ciò che si faceva era renderlo proprio nella cultura di riferimento

adeguandosi.

Per trovare il significato del testo medievale occorre utilizzare una serie di filtri data la

distanza temporale, questi filtri intervengono e operano sulla concretezza del testo

che giunge a noi. Esiste una grande tradizione materiale, ciò che arriva fino a noi è gia

segnale di interpretazioni e modellamento di quello che noi oggi leggiamo, infatti tutta

la letteratura prima di Dante arriva da un numero esiguo di documenti, tutta la poesia

italiana antica giunge da manoscritti.

Petrucci fece riflessioni sul supporto materiale attraverso il quale è realizzata la

scrittura, così come nella sua organizzazione della pagina e del supporto. Essi sono

prospettive culturali.

I manoscritti custoditi nelle biblioteche vaticane e cittadine conservano opere

letterarie, vi è tra i vari l’edizione giuntina, la prima edizione a stampa di tradizione

poetica che possedeva come modelli manoscritti differenti da ciò che oggi abbiamo, è

dunque ulteriore fonte.

Il manoscritto del vaticano latino 3793 (fine 1200) è molto corposo e presenta migliaia

di testi, per questo è il manoscritto più rilevante. La qualità delle informazioni è

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elevata. Esso possiede un indice iniziale che dimostra l’idea chiara di ordine di ciò che

veniva scritto, intravediamo un’interpretazione complessiva dei singoli autori l’uno con

l’altro. Esso segue una logica metrica, la prima parte è dedicata alle canzoni mentre la

seconda si sonetti (innovazione siciliana).

Vi è un ordinamento cronologico soprattutto riguardo a grandi scuole letterarie.

Esso si apre con la scuola siciliana e Giacomo da Lentini con “Madonna di di vo voglio”,

questa posizione mostra l’incipit di una tradizione poetica.

L’ordinamento delle poesie trasmette anche una continuità poetica da sud verso il

centro Italia con tutti i successivi poeti stilnovisti. Una mano più tarda aggiunse al

termine delle canzoni una di Dante e segna le opere in cui appaiono personaggi delle

commedie. Personaggi che noi sappiamo posizionare all’interno dell’opera di Dante, in

particolare ne “De vulgari eloquentia” (1302-4) dove viene affermato il valore di lingua

d’arte del volgare italiano.

In quest’opera Dante si collega a illustrazioni con esempi gerarchici contenenti

precedenti illustri della poesia letteraria. Ai poeti siciliani spetta un luogo di primo

piano, Dante li riconosce come coloro che più si sono avvicinati all’idea di volgare

illustro che Dante possiede. Questa elevata poesia aulica detiene anche una funzione

politica poiché inserita in una corte, un esteso progetto culturale.

“De vulgari eloquentia”, 1, 12

Al volgare siciliano viene data maggiore importanza rispetto a tutti gli altri, la fama dei

poeti siciliani sopravvive nella sua epoca per far vergognare i regnanti del tempo

dantesco. La valenza politica è dunque centrale, egli legava l’altezza del volgare alla

funzione politica. Si afferma la funzione inaugurale del ruolo della poesia siciliana che

passa dall’aspetto linguistico a quello politico culturale fino ad affermare che tutta la

poesia è riconducibile al siciliano visione gerarchica.

Il “Dante cita questo” scritto sul manoscritto lo troviamo sulla pagina di “Rosa fresca

aulentissima” dove troviamo la parte dantesca. Il risultato di queste annotazioni ci

consente di affermare che Dante doveva avere sotto mano un codice simile a quello

che oggi abbiamo, questo perché tra tutti i codici noti questo è l’unico a contenere

questa canzone. Dante conosceva la tradizione più antica in questa forma.

Fu il cancelliere e segretario di Papa Leone X Angelo Colocci a discutere il valore della

lingua volgare riscoprendo questa prima riflessione dantesca, la quale verrà sostituita

da Bembo.

Angelo Colocci ebbe tra le mani il v. l. 3793, lo fece copiare data l’unicità.

Questo codice è di fine 1200 e localizzabile a Firenze.

Le prime attestazioni di questa poesia risalgono dunque a una riflessione successiva

differente, contengono dunque una forte medioazione, come con la dimensione

liguistica toscanizzata. Cioè sottoposti a una regolarizzazione linguistica che li avvicina

al volgare dell’Italia centrale.

Dante dichiara che il volgare siciliano è per lui il volgare alto, poiché lui li legge nella

lingua propria e non siciliana. Questo è denotato dalla rima siciliana, cioè una rima

imperfetta. In realtà i siciliani erano precisissimi nel rispetto delle rime, era

un’innovazione introdotta dai copisti.

Abbiamo testimonianze indirette di quello che doveva essere il volgare siciliano scritto

dai poeti.

Testimonianze cinquecentesche come quella di Barbieri che nelle sue ultime opere

scrisse sull’arte del rimare. Egli trascrive alcune poesie siciliane da testi originali privi

del trattamento toscanizzante.

La poesia siciliana pone differenza di identità ai predecessori provenzali, i siciliani non

erano poeti di professioni ma spesso funzionari che praticano la poesia extra lavoro.

Molti poeti provenzali lo erano invece per professione. I trovatori provenzali erano

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essenzialmente colti, i poeti siciliani hanno una formazione culturale specifica con la

loro professione, studiavano diritto, filosofia, ecc. vi è un’apertura all’argomentazione

teorica con tracce di riferimento alla scienza del tempo o alla filosofia. Il tono diviene

quindi più argomentativo, nella poesia siciliana ci si specializza sulla materia della

poesia, si concentrano sula messa in poesia del tema amoroso.

Questi aspetti si coniugano con la nascita della tendenza di parlare dell’amore in

termini scientifici-filosofici interpretando il fenomeno inquadrandolo in una visione

scientifica. Si discute dell’amore come si fosse in un dibattito filosofico.

La poesia per esprimere questa nuova componente e inserisce la novità del sonetto.

Cosa è l’amore? Giacomo da Lentini offre una risposta nella poesia “Amor è un desio

che ven da core”:

Il tema amoroso viene affrontato in chiave teorica, filosofico-scientifici. Si comincia

dunque a “ragionar d’amore” attraverso la razionalità.

Il sonetto è una forma fissa che prescrive il numero di versi e sillabe, questo in

opposizione alla canzone. La struttura organizzata permette il fluire del ragionamento

logico ordinato. Originariamente il sonetto è un genere metrico dialogico (il poeta si

pone esplicitamente in dialogo con altri poeti).

Il sonetto analizzato è d’una tenzone tra Jacopo Mostacci e Pier de le Vigne sul tema

“che cosa sia amore” partendo da un concetto universale. Intorno a questo argomento

si è conservata la tenzone tra Giacomo da Lentini e un altro poeta.

Questi temi all’epoca erano impegnativi, coinvolgenti e d’attualità così come la

modalità adeguata nel trattare il tema nella poesia.

Ad avviare il dialogo è Mostacci, il quale partecipò alla vita di corte di Federico II:

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ORIGINALE SONETTO

Ogni uomo dice che l’amore ha il potere di

costringere i cuori ad amare, ma lui non è

d’accordo poiché amore non si può vedere.

L’amore è sostanza (esistenza autonoma) o

accidente (senza propria sussistenza)?

L’uomo nella vita prova l’amore che ha origine

da una sensazione di piacere, ma lui non

conosce altre caratteristiche, perciò domanda

al mittente la risposta.

Pier de le Vigne risponde che molti sono folli

a pensare che non esista poiché invisibile, ma

le cose non visibili sono più importanti di

quelle visibili.

Giacomo da Lentini risponde con “amor è un

desio che ven da core”, cioè un accidente, un

processo che passa dal visivo alla crescita

reale che presuppone un movimento che passa

dall’esterno all’interiorità della persona (nel

cuore). Gli occhi rappresentano ciò che è

formato per natura, ma il cuore immagina,

forma un’immagine e ne trae piacere. Questo

amore regna fra la gente. I termini utilizzati

sono legati al concepire.

Giacomo da Lentini per spiegare la sua idea amorosa fa riferimento al testo

di Cappellano il quale descrive cosa è l’amore (1180-1210).

Questo testo è fondamentale poiché da una parte raccoglie il fenomeno amoroso

cortese, mentre dall’altra sembra essere stato preso a riferimento da molti romanzi

medievali fino a Lentini e Boccaccio.

Il trattato è in latino, egli espone una definizione con un grande topos utilizzato anche

da Lentini, afferma che amore è generato come passionale, l’amore prevede sempre

timore ed angoscia, ecc.

Pier de le Vigne era il favorito ed elevato e possedeva una posizione prestigiosa, il

suo nome si collegava a quello i Federico II, un personaggio potente e celebre nella

vita politica e culturale. Egli inizia l’attività alla corte nel 1220 (inizio documenti da lui

sottoscritti) in cui sono riconoscibili le sue funzioni, diviene capo notaio controllando

tutti i documenti imperiali, è giudice e nel 1240 diviene logoteta o portavoce delle

decisioni di Federico II.

Si lega subito alla figura di Federico come sua voce ufficiale, inoltre egli scrive

grandissima parte dei documenti inerenti alle comunicazioni esterne, responsabile di

una ricca attività retorica.

Famosa è la sua grande raffinatezza nell’uso della retorica, un indizio chiaro sono i 200

manoscritti contenenti la corrispondenza di Pier de le Vigne. Dunque, resta un

personaggio estremamente conosciuto.

Dante riproduce nella lingua e nello stile la grande perizia di Pier de le Vigne.

Possiamo osservare come nel contesto della corte di Federico II risalta una figura del

poeta differente rispetto al provenzale, cioè si parla per la prima volta di figura di

intellettuale, l’attività poetica si inserisce in una presenza rilevante della società

22

dell’epoca. Non è poeta per lavoro, egli è poeta intellettuale e uomo politico, tutti i

poeti successivi svolgono in primo luogo attività politiche.

Morì in disgrazia dell’imperatore nel 1249, egli era la mano destra di Federico II e

venne accusato di tradimento e corruzione. Federico lo punirà con la cecità e

successivamente ucciso da Federico II, anche se la leggenda dice che si suicidò.

L’idea della ingiustizia della condanna nata dall’invidia è presente in Dante, ma non

sappiamo se fosse stato realmente così oppure no.

La poesia amorosa diviene dunque più impegnativa dato il legame con le arti

filosofico-scientifiche assumendo importanza, dalla scuola siciliana si raggiunge l’apice

Commedia.

dello Stilnovo con Dante con la formazione della Dante sintetizza e

rielabora un’eredità culturale enorme, in Dante tutta l’eredità medievale si raccoglie

verso l’umanesimo.

Dalla Sicilia ci spostiamo verso un nuovo centro di produzione poetico-letteraria, cioè

nel centro Italia in cui cambia il quadro politico, infatti ci troviamo in un ambiente non

di corte bensì comunale. Questo trasferimento necessita un adattamento verso il

nuovo pubblico. Le corti dell’Italia settentrionale svolgono un ruolo fondamentale per il

passaggio (come per il provenzale francese).

Questo collegamento si lega ai rapporti politici tra Federico II e le corti del nord Italia

che prevedono la sua presenza fisica. Nel 1232 Federico II era presente alla corte di

Alderico da Romano, un documento redatto in questo contesto è firmato da Giacomo

da Lentini, in quell’occasione Alderico donò a Federico II un manoscritto di canzoni

provenzali. La tradizione ci parla di un famoso libro siciliano, cioè il manoscritto.

Stilnovo

Dopo la morte di Federico II il prestigio di produzione letteraria si sposta in centro Italia

mantenendo continuità con la poesia siciliana, lo Stilnovo consisteva nel sentimento

ideale amoroso e la figura femminile diveniva la donna-angelo una figura femminile

angelica.

Una dimensione che si separa dalla precedente, vi è un’astrazione totale della figura

femminile con un amore considerato sempre in prospettiva positiva e nobilitante, un

motore di elevazione.

Se analizziamo le poesie dei vari autori vediamo molte differenze, tra essi vi erano

molte differenziazioni, come ad esempio in Cavalcanti. Il termine Stilnovo nasce da

Dante nel purgatorio con l’incontro di Bonagiunta, Dante afferma di essere il poeta che

scrive sotto Amore. Sarebbe dunque lui superiore con la sua poesia rispetto a lui e i

Stilnovo.

poeti precedenti prima appunto dello

La poesia siciliana viene recepita con attenzione e una prima prova arriva da tre

manoscritti che raccolgono anche la tradizione siciliana toscanizzandola e

continuandola. 23

I toscani si basano sulla rima imperfetta basandosi su queste tradizioni tradotte

siciliane, tra i più importanti troviamo Bonagiunta da Lucca (giudice), Guittone da

Arezzo, ecc.

Guittone fu protagonista in due dei tre codici dove gli si dedica spazio, egli ebbe un

percorso contraddistinto da una “conversione” con conseguenze poetiche. Egli nacque

nel 1240 e scrive una produzione poetica corposa negli anni giovanili legata ai topoi

provenzali cortesi e siciliani, vi è un micro-canzoniere nel codice Laurenziano (86

poesie) che sembrano tratteggiare una storia con organizzazione e ordine ben preciso

(antecedente al canzoniere di Petrarca). Intorno al 1265 entra a far parte di un ordine

religioso che riunisce dei cavalieri, da quel momento in poi la sua produzione poetica

rinuncia totalmente all’argomento amoroso se non per criticarlo diventando una

produzione impegnata su morale e politica.

Egli è un primo esempio di poeta morale, usa la poesia per contenuti non solo amorosi

ma anche per veicolare contenuti sociali.

“Amor m’ha priso ed incarnato tutto”

Guittone d’Arezzo –

L’amore è rappresentato come forza superiore che controlla il corpo, esso è negativo e

spietato, gli nega la benevolenza dell’amore. Amore è visto come un signore feudale,

troviamo una maniera di raffigurare il sentimento d’amore in contrasto con le pretese

stilnovistiche di Dante.

Guido Guinizzelli fu il più importante e rappresentativo poeta dello Stilnovo, “Al cor

gentil…” rappresenta un manifesto e contiene le premesse dell’ideologia stilnovistica.

Il testo di rilevante importanze porta il concetto fondante di “cuor gentile”, questo

aggettivo ne determina l’importanza specifica. La canzone è soprattutto intesa a

definire cosa significa cuore gentile, l’accento è su “gentilezza”. Il termine gentile è

appunto complicato, richiede una decodificazione, esiste ancora nel linguaggio

corrente, in epoca medievale aveva variazioni in base al contesto.

“gentile” deriva da GENS, un termine riconducibile ad un ambiente nobile, la

peculiarità data da Guinizzelli è una connotazione non concreta e materiale, bensì una

gentilezza d’animo spirituale.

Una prima radicale reinterpretazione cortese (legata alla nobiltà concreta) verso

l’ambito strettamente spirituale e non materiale. Esisterà un cuore gentile, ciò che lo

rende nobile è l’amore.

– “Al cor gentil rempaira sempre amore”

Guido Guinizzelli

La prima stanza contiene parallelismi impostanti intorno a similitudini, tutto intorno

alla nozione di amore. L’autore solleva il livello di complessità a un nuovo livello, il suo

discorso sostiene un’argomentazione impegnativa rispetto a “cosa è l’amore”

attraverso tecnicismi filosofici e aristotelici. Si apre con l’uccello che torna nel bosco,

un topos, troviamo poi associazione tra amore e uccellino come il bosco sta al cuore.

Amore e cuore gentile sono in perfetta corrispondenza esistenziale, questa premessa è

illustrata con le immagini del sole e la luminosità e quella del calore e il fuoco, uniti ed

indistinguibili. Questi due paragoni fanno riferimento al sole (simbolo alto e profondo)

e al fuoco (dimensione dei 4 elementi universali).

Il verbo “rempaira” definisce il cuore come un luogo naturale.

Tutta questa descrizione per il lettore medievale è decifrabile secondo il rapporto

potenza atto

amore-cuor gentile in maniera raffinata, come una dialettica tra e (due

diversi stati della stessa cosa).

Applicare questa dinamica all’amore lo solleva a livello universale, esso partecipa ai

meccanismi di andamento del cosmo e della realtà a condizione che vi sia un cuore

gentile.

Nella seconda stanza si spiega meglio il processo, secondo la concezione medievale

le pietre prezione possedevano poteri derivanti dalle stelle le quali infondevano il loro

24

influsso nella pietra dopo la purificazione del sole. Idea di spazio (pietra) dal quale

deriva un processo associato a quello amoroso, allo stesso modo il cuore che è elevato

dalla natura puro una donna come una stella arriva e lo fa innamorare.

L’amore di Guinizzelli coincide con una qualità interiore del cuore gentile, ma la sua

presenza è innescata dall’incontro con una donna, lì avviene l’innamoramento .

La donna è parallela alla stella, un paragone topico che assume un valore profondo di

natura metafisica.

Nella terza stanza fa riferimento al fuoco, ma in relazione alla tendenza della

fiamma a dirigersi verso l’alto. Qui intervengono le nozioni aristoteliche, in particolare

“la teoria dei luoghi naturali” che si lega all’idea del cosmo come movimento. Questa

teoria spiegava la gravità prima di Newton, il leggero (come il fuoco) tendeva ad

innalzarsi, un desiderio della materia di tornare nel luogo proprio.

Amore torna nel suo luogo naturale, il cuore, così come un magnete attira il ferro.

Il discorso di amore trasferisce esso come una delle principali forze del

 cosmo.

Il “cuor gentile” è una forma di amore in potenza.

14.05 recupero appunti Matteo:

Resoconto prime tre strofe:

Sembrano esserci poche novità nel messaggio di Guinizzelli: lo stesso termine canzone deriva dai trovatori,

segnala continuità voluta rispetto a tradizione “cortese” idem per alcuni temi: amore, nobiltà, kartoffeln

Tendenza nelle prime 3 strofe all’utilizzo di similitudini naturali come il magnete, già in PdV, ma anche in

provenzali; altre similitudini: salamandra nel fuoco…

Ciò nonostante la poesia viene definita come manifesto di una nuova forma di poesia (anche nella DC

Guinizzelli è definito come il padre di una nuova linea poetica)

La sua vera novità è che la donna non è più causa esterna dell’amore ma è colei che accende un amore e una

gentilezza già presenti in potenza nell’animo dell’uomo

 in verità anche questo discorso ha origini aristoteliche…

Collegare idea dell’amore a dinamiche filosofiche, illustrate attraverso esempi tratti dal comportamento degli

elementi presenti nel cosmo = fa sì che amore assuma statuto diverso, anche dove i poeti affermavano che

fosse una sostanza l’amore nell’animo umano replicherebbe un fenomeno dinamico che in realtà coincide

con la teoria aristotelica che sta alla base del cosmo intero

Spostamento dell’amore su di un piano ontologico

4° stanza

Il sole ferisce il fango tutto il giorno, che rimane vile nonostante il sole sia caldo

Allo stesso modo un uomo presuntuoso che affermasse la mia nobiltà dovuta solo all’appartenenza (classe)

può essere assimilato al fango mentre il sole è il gentil valore (= la gentilezza)

Non si deve prestare fede a chi dice che la gentilezza deve rimanere fuori dal cuore…

Ogni virtù viene da un cuore gentile cosi come l’acqua riflette la luce ma il cielo e il sole mantengon la

luminosità.

Si apre con parallelismo, entra anche l’elemento della Terra

 qui GG nega che gentilezza può nascere in natura che non sia già predisposta! Si definisce principio della

nobiltà d’animo; si definisce qui non l’amore ma la gentilezza

Si passa dal basso all’alto: dal fango al sole, dalla terra al cielo

Si apre scenario dove al mondo sublunare si sostituisce il regno celeste, o meglio una corte celeste

25

5° stanza

Splende il Dio creatore nelle intelligenze angeliche più di quanto il sole si rifletta nei nostri occhi: e questa

intelligenza cogliendo oltre i cieli la volontà del creatore obbedisce a lui muovendo i cieli.

E cosi come questa obbedisce a Dio ricevendo giusta ricompensa per l’obbedienza, a dir la verità dovrebbe

fare anche la bella donna dato che grazie a lei risplende negli occhi dell’innamorato il desiderio di servirla.

si passa da movimenti celesti ad amore uomo-donna salto mai osato da nessuno!

6° stanza

Donna, dio mi dirà “come hai osato?” quando la mia anima saréà davanti a lui. “Hai attraversato i cieli e

sei infine giunto davanti a me, hai messo sullo stesso piano amor sacro e amor profano. Poiché a me si

addice la lode e alla regine degna del regno attraverso il quale cessa ogni peccato”.

E io gli diroò “aveva l’aspetto di un angelo che appartenesse al regno delle intelligenze, non è stato un mio

errore se posi in lei il mio amore”

Sotto aspetto retorico sembra calo di tono, poeta a colloquio con Dio e alla fine poeta che si discolpa e da la

colpa a Dio del suo errore, dice che è colpa sua che l’ha creata; si introduce interlocutore donna poeta le si

rivolge con un “tu” 

Particolarità: testo con elementi filosofici, complessi si conclude con discorso diretto, quasi comico!

Figura dell’angelo legata alla donna = da guardare in base alla funzione dell’angelo nell’universo secondo la

mentalità medievale angelo deriva difatti dal greco anghelos = messaggero!

La donna assume ruolo di mediazione, essenziale per far si che passione diventi reale!

Per la prima volta si osa formulare funzione dell’amore con forte statuto ontologico ma dell’amore profano

Amore = motore dell’anima si parla però dell’amore profano, che coinvolge una donna e che avrà come

futura erede Beatrice!

Specificare arroganza di Guinizzelli…

 Guido Cavalcanti, Chi è questa che vèn, ch’ogn’om la mira

Legame intertestuale: parole in terzine finali riprese da D in Inf XXVI con Ulisse che per motivare i

compagni al viaggio fatti non foste per viver come bruti ma per seguire virtute e canoscenza in Cavalcanti

ci sono sia vertute che conoscenza!

Concezione finale di salute salvezza, apre prospettive esistenziali-filosofiche!

Il parallelismo tra i due sonetti è rilevante, vengono poste a confronto due figure

classiche dello Stilnovo: Cavalcanti e Guinizzelli rappresentanti che assumono

caratteristiche spesso antitetiche.

Questa diversa accezione della figura femminile diventa il centro per mettere a

confronto queste personalità poetiche divergenti. Anche dove troviamo l’accezione di

donna angelica abbiamo differenti accezioni e visioni d’essa mostrando la novità di

questo elemento.

I due sonetti si pongono come la descrizione non di una donna, bensì un’epifania della

donna, in tutti i casi si tratta del racconto dell’effetto che la donna crea al momento

della sua apparizione, una descrizione propone un ritratto, un’immagine topica; questi

sonetti non sono di rappresentazione fisica ma al contrario narrano un momento

dinamico d’apparizione e dei relativi effetti su tutti coloro che assistono, vi è una

generalizzazione degli effetti provati dal poeta. Epifania descrive questa comparsa, un

termine religioso, le categorie religiose vengono trasferite nella poesia.

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Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in filologia e letteratura italiana
SSD:

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