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Appunti di filosofia

Filosofi da Antigone a Hart

Antigone

Antigone è una disobbediente. Ha tratti comuni col giuspositivismo. Teme la sanzione divina perché più grave di quella umana. Antigone seppellisce solo il proprio fratello e non considera gli altri caduti: logica del Genos vs logica della polis di Creonte. Chi è il vero innovatore? (lettura hegeliana) Creonte è giuspositivista?

Giuspositivista ideologico vs giuspositivista teorico: Quello ideologico sembra essere un giusnaturalista. Creonte è giuspositivista ideologico. Teorizza il potere. La polis non deve cadere. Se la città cade, tutti gli abitanti sono in pericolo. O muoiono o diventano schiavi. Bisogna obbedire all'autorità politica. Si obbedisce al potere perché dall'obbedienza dipende l'Ordine e la Sicurezza (gerarchia dei valori).

Creonte si fa tiranno quando corre ai ripari per disseppellire Antigone sepolta viva e salvare suo figlio. (l'interesse dello Stato viene meno in favore dell'affetto per il figlio).

Platone

Platone nasce nel 428 ad Atene e muore nel 347; scrisse varie opere di cui le più importanti sono Politeia, la Repubblica, e il Politico. Per Platone, l’idea di giustizia è diversa da quella sostenuta dalla maggior parte dei filosofi; per lui la giustizia è appunto la virtù totale, perfezione dell’anima.

Il tema della giustizia è quello prevalente nell’opera la Repubblica, ma questa idea di stato perfetto come analizzato anche nella Politeia, è messo in discussione dal concetto di giusto del sofista Trasimaco, il quale afferma che << il giusto non è altro che il potere del più forte>>. Da qui l’idea platonica del fatto che il problema della giustizia è strettamente connesso con quello di politica.

Platone, nella Politeia, stato immaginato da Platone, senza leggi, cerca di descrivere quello che per lui è uno stato perfetto o meglio il meno imperfetto (visto che per Platone, una cosa perfetta è necessariamente irrealizzabile). Lo stato è formato da tre categorie: governanti (i saggi e per Platone i filosofi); i guerrieri (quelli che si basavano sul coraggio) e infine la terza categoria, gli artigiani (che avevano la funzione di produrre).

Il governante, che appartiene dunque ad una categoria superiore, ha una responsabilità nei confronti di tutta la polis, ed è per questo che non possono esistere leggi che limitino il potere di chi deve governare (altrimenti non sarebbe totalmente libero di governare); si pensava che il governante non dovesse avere famiglia, per evitare di essere condizionato nelle decisioni. << Il nostro compito è il bene della polis, non il bene individuale>>.

Inoltre, deve esserci un rapporto equo tra le categorie, ovvero 10 filosofi e 10 artigiani, poiché altrimenti non ci sarebbe equilibrio. Platone inoltre identifica i tre principi secondo cui è formata ogni anima di ogni essere umano: razionale (che si basa sull’arte della sapienza); impulsivo (che si basa sull’arte del coraggio); e appetitivo. Questi tre principi sono messi d’accordo per quando riguarda il discorso del ruolo guida della ragione, dalla temperanza.

Ebbene, se questi tre principi sono applicati insieme, si ottiene la virtù delle virtù quale è la giustizia. Inizialmente Platone è convinto che sia possibile uno stato senza leggi, poiché i cittadini sono predisposti per natura a comportarsi in modo civile e conforme alla vita collettiva. Successivamente si ricrede, e dopo aver detto che la forma di governo meno imperfetta era l’aristocrazia, intesa come governo degli aristoi (colti, perfetti), capisce l’importanza delle leggi, e si rende conto che non potranno mai esistere leggi che vadano bene a tutti; è per questo che vede nel diritto un’arma fondamentale, per rendere meno intolleranti gli stati pensabili e quindi realizzabili appunto.

Questa è la vera differenza tra l’opera Leggi e l’opera Repubblica; poiché in Leggi, Platone dà un valore morale alle leggi che nella Repubblica negava; vede la legge come un qualcosa da rispettare assolutamente, poiché la legge è appunto la ragione. In Leggi, Platone si “autocita” nell’opera appunto, nella quale, lungo la strada per Creta incontra due persone con le quali parla in merito alla polis che si deve creare sull’isola di Creta:

  • Non deve essere una polis troppo vicina al mare (poiché altrimenti ci sarebbero troppe interferenze multietniche).
  • Deve essere una polis in grado di sostenersi da sola e quindi deve prevalere l’agricoltura e le attività interne.
  • Non deve essere troppo grossa, perché tutti devono conoscere tutti o quasi.
  • Deve esserci stabilità economica, tra il più ricco e il più povero, rapporto massimo di 4:1.

Inoltre, sempre secondo lui, il male va punito con il male, poiché solo punendo una persona, la si può dissuadere dal rifarla (questa è detta prevenzione speciale). Se la persona si macchia nuovamente di un male, è detta inguaribile e quindi deve essere condannata a morte. Le leggi non possono essere ingiuste, poiché sono la ragione stessa, il logos; se le leggi funzionano, sono dette formante positivo; se le leggi non funzionano e quindi non sono ascoltate, sono dette formante corrotto.

Aristotele

Discepolo di Platone, nasce nel 384 e muore nel 322. Gli scritti di Aristotele furono moltissimi, ma purtroppo la maggior parte è andata perduta e quindi ci basiamo sostanzialmente sui suoi appunti. Fra le opere più importanti vi è sicuramente l’etica Nicomachea (così chiamata in onore del figlio Nicomaco) in cui appunto dice che la ricchezza non può essere ritenuta un fine, poiché è solo un mezzo per arrivare al vero fine.

Subito notiamo una differenza con Platone a riguardo dell’idea di assoluto in quanto: per Platone, l’assoluto è lui stesso trascendente e formato dalle idee di cui le cose del mondo sono imitazioni e alla realtà non ci si può arrivare con l’esperienza; per Aristotele, l’assoluto è immanente al mondo, e l’idea non trascende le cose del mondo, ma ne è l’essenza, inoltre si può arrivare alla verità con l’esperienza (nonostante sia amico di Platone, sono più amico della verità).

Per quanto riguarda l’idea di giustizia, è uguale a quella di Platone, ovvero giustizia come virtù assoluta, che deve essere legittima (e quindi riconosciuta) e deve portare avanti il concetto di uguaglianza. Questa uguaglianza può essere di due tipi:

  • Distribuire le risorse in base al merito ed alla necessità.
  • Distribuire a tutti la stessa quantità (peraltro già pensata da Platone).

La tesi che prevale è la prima, anche se Aristotele, quando parla di dare ad ognuno ciò che merita e di cui necessita lo intende in modo relativo; la giustizia inoltre regola rapporti di scambio, che possono essere volontari e involontari; che sono derivanti da contratti o da illeciti.

Aristotele nota un problema della legge, riguardo la sua astrattezza; in quanto per lui, la legge non può valere per ogni singolo caso, in quanto ogni singolo caso presenta delle peculiarità, che la legge non è in grado di affrontare poiché astratta e generale; la legge deve essere interpretata, per questo motivo interviene l’epiékiea ovvero equità (una giustizia superiore, che entra in gioco laddove la legge comunemente intesa non può arrivare).

Le leggi sono fondamentali, poiché per governare servono regole che avvertano il cittadino circa atteggiamenti da evitare per incorrere in una punizione o in sanzioni. Essenzialmente la giustizia è formata da queste tre caratteristiche: equità; generalità; e coercibilità (possibilità di valere con l’eventuale aiuto della forza).

Da qui una nuova concezione di stato, non più come giustizia assoluta, bensì come garanzia del cittadino del vivere bene; dunque per Aristotele non vi è una forma di governo superiore alle altre (aristocrazia, politia o regno), l’importante è che guardino al bene comune; ecco perché non possono essere accettate (tirannide, oligarchia e democrazia); è strano vedere la democrazia, però Aristotele la ritiene anch’essa una forma privilegiata di governo e quindi ingiusta, perché è il governo “dei poveri” e quindi rivolta all’interesse di una sola classe. Arriva dunque a concludere, che il miglior governo, (per come la vede lui) dovrebbe essere quello nelle mani della classe media.

Per Aristotele dunque, la legge non ha un valore etico, bensì tecnico e politico; la legge deve razionalizzare la vita politica, sostituendo cioè la ragione alle passioni; deve convincere il cittadino che rispettandola, avrà del bene e tutto sarà a suo vantaggio.

Da ciò la posizione di Aristotele nei confronti della schiavitù, che la giustifica attraverso due modi:

  • Poiché esistono uomini che non hanno l’intelligenza, ma solo forza fisica.
  • Perché la società si basa sul lavoro degli schiavi, che è pertanto essenziale.

La schiavitù dunque per Aristotele è qualcosa di naturale, la schiavitù è per natura. Per quanto riguarda il giusto per natura, Aristotele decide di non occuparsene, poiché ciò che gli interessa è lo stato e la società, non la natura.

L’età ellenistica

La parte che a noi interessa è quella relativa allo stoicismo, all’epicureismo e a Cicerone.

Stoicismo

Per quanto riguarda lo stoicismo, nasce grazie a Zenone di Cizio, nato nel 336 e morto nel 264; secondo gli stoici, la base di tutto, dell’universo è appunto il logos, la ragione; una visione della realtà, con Dio che è il principio, la legge. Da ciò si individua il sommo bene, che consiste appunto, nel vivere secondo natura e vivere secondo natura, significa appunto rispettare la ragione e dunque il logos.

Sta a noi scegliere come comportarci, e prendere atto delle conseguenze eventuali; nasce quindi un’idea di cosmopoli, città-mondo e dunque dalla quale non si può scappare; il saggio deve mettere a disposizione del popolo il suo sapere.

Epicureismo

Il fondatore dell’epicureismo è appunto Epicuro, il quale come gli stoici, vuole ricercare la <tranquillità dell’anima> e l’unico modo per Epicuro di arrivarci è attraverso la felicità; sfuggire dunque al dolore per ottenere la felicità appunto; secondo Epicuro pertanto, si deve vivere secondo natura; bisogna rispettare la giustizia, perché chi vive rispettando le leggi, sarà tranquillo, privo di ansia e quindi felice; chi non rispetta le regole, le leggi è ansioso, pauroso di essere “preso” e di andare incontro al dolore quindi.

Per Epicuro essere ingiusti non è di per sé sbagliato, ma non porta felicità. Il vero saggio deve evitare gli affari e la politica, poiché la vita pubblica porta disturbi, come del resto l’ambizione e l’aspirazione portano ansia e distrazione; inoltre il saggio si astiene dall’ingiustizia, per essere in pace con la propria coscienza; è un atto conveniente per tutti, essere in regola con la giustizia.

Il massimo della felicità è l’amicizia, il confrontarsi con qualcuno da noi conosciuto e che probabilmente ha molte cose in comune con noi. Per Epicuro, non bisogna avere paura di morire, perché in fondo se ci pensiamo, viviamo non c’è la morte; e quando c’è la morte non ci siamo noi.

Con Lucrezio (epicureo) e quindi con l’epicureismo romano, si arriva ad avere una “visione” più fisiologica del passaggio dal modo di vivere allo stato di natura ovvero mores ferarum (modo di vivere da selvaggi), a quello dell’essere razionale, che non si attacca con l’altro, poiché sarebbe sconveniente per entrambi; ma si procede con degli accordi, con dei patti (ecco la nascita del diritto). L’opera più significativa di Lucrezio fu De rerum natura (la natura delle cose) nella quale analizza l’origine e il progresso dell’umanità.

Cicerone

Cicerone ha un concetto di giustizia molto simile a quello platonico, però egli oltre a vedere la giustizia come la virtù assoluta e equilibrio da mantenere per il bene comune, pone come principio il dare a ognuno il suo; senza giustizia lo stato non esiste.

Per Cicerone, il diritto non nasce dalle leggi positive, bensì l’unico diritto è quello che tiene unita la società e l’unica legge è quella che ne è il fondamento; sbaglia quindi chi pensa che la legge sia qualcosa di variabile; la legge è eterna e universale.

Nel suo terzo libro De re publica, vi è proprio la figura di tale legge, unica e che appunto ha un unico legislatore che è Dio; questo perché se una legge è giusta, è anche universale, non deve quindi cambiare. Cicerone inoltre ritiene che le leggi siano tutte giuste e che vadano rispettate per essere liberi, per vivere bene appunto. <<Dobbiamo essere schiavi delle leggi, per essere liberi>> sembra un paradosso, ma effettivamente è così; anche tra i ladri ci sono delle regole, delle leggi; la mafia ha le proprie leggi (anche se sono diverse da quelle della maggior parte dei cittadini); ma il fatto è che nessuna società, od organizzazione (legale o criminale quale sia) può esistere senza leggi e quindi senza diritto.

Sant’Agostino

Aurelio Agostino nasce in Africa nel 354 e muore nel 430 (vive quindi il periodo di decadenza dell’impero romano d’Occidente). Dopo essersi convertito alla fede cattolica, Agostino si vede subito costretto a criticare quello che affermò Pelagio (un monaco inglese) che appunto disse che l’uomo aveva l’assoluta libertà di volontà ed era in grado di ottenere la salvezza, anche senza l’intervento divino; questa affermazione ritenuta un’eresia da Sant’Agostino, fu subito smentita da lui stesso, dicendo appunto che <<L’uomo è impuro fin dalle origini di Adamo, e quindi l’umanità è una massa dannata, non in grado di salvarsi senza l’intervento divino>>.

L’ispirazione prima di Sant’Agostino, è il fatto di dire che Dio non va ricercato al di fuori di noi, poiché Dio è parte integrante di noi stessi e quindi lo dobbiamo ricercare in una dimensione interiore. Prima della polemica con Pelagio, e quindi prima del 411 precisamente nell’opera De diversis quaestionibus, si incontra una definizione di giustizia fortemente giusnaturalista; <<la giustizia che nasce dalla natura, e quindi il diritto naturale come una forza innata>>.

Sant’Agostino introduce due particolari tipi di legge:

  • Lex temporalis (legge positiva)
  • Lex aeterna

La lex temporalis, ovvero la legge positiva, quella storica, è valida solo se rispetta ed è conforme alla lex aeterna (vista come ragione suprema summa ratio e quindi come la lex naturalis). Il peccato quindi è visto come un’azione contraria alla lex aeterna appunto.

Successivamente, Sant’Agostino diventa volontarista, abbandonando quindi il giusnaturalismo, perché capisce che così facendo sarebbe diventato di base pelagiana (il giusnaturalismo, può portare a pensare che non esista la corruzione e quindi che ci si possa salvare senza l’aiuto o l’intervento divino). Dopo il 411 dunque, non vede più la giustizia come conformità alla summa ratio e quindi conforme alla lex naturalis, bensì conforme al volere di Dio; la fonte della legge diventa pertanto la fede.

La sua posizione per quanto riguarda la schiavitù è molto chiara: << La schiavitù è giusta; dobbiamo accettarla, perché evidentemente è la conseguenza di una colpa>>.

Un’altra opera di fondamentale valore è senza dubbio il De civitate Dei; quest’opera analizza la tensione che vi è tra esigenze della religiosità ed esigenze terrene della società cristiana organizzata. Successivamente, a causa delle numerose sconfitte romane belliche, ci si pone la domanda: Perché abbiamo abbandonato gli Dei per la religione cristiana, se con il cristianesimo perdiamo?

Sant’Agostino, dopo aver premesso che le sconfitte avvenivano anche con gli dei (vedi Annibale ecc…), analizza il problema dello stato, che cerca di risolvere con l’idea della <<città terrena>> contrapposta alla <<città di Dio>>. Sant’Agostino arriva dunque a concepire lo stato terreno come una società basata sulla violenza, sulla morte, e quindi assolutamente bisognosa di una giustizia imperativa, che impedisca questi comportamenti appunto; ma la vera giustizia, altro non si trova, se non in quella città di Dio appena citata.

Dio è quindi il sovrano assoluto e la giustizia stessa; e l’unico modo che lo stato ha di sopravvivere, è appunto il rispettare la volontà e il disegno di Dio (proprio come un vero credente che si fida ciecamente della propria religione, senza la necessità e la presunzione di domandare perché). Sant’Agostino inoltre, crede nella predestinazione e afferma che la salvezza la potremmo ottenere solo se ci verrà concessa.

È abbastanza facile da intuire che nel concetto di giustizia, di legge, di diritto agostiniana, tutto è collegato alla religione cattolica e quindi difficilmente può essere criticato in quanto non è discutibile; o si accetta ciecamente.

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Scienze giuridiche IUS/20 Filosofia del diritto

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