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I CONTESTI DELLA MITOLOGIA

RICHARD BUXTON

INTRODUZIONE

Come si interpreta un mito greco?

Negli ultimi trent’anni c’è stata un’esplosione di interesse per la mitologia.

I francesi sono stati quelli dalla mentalità più positivistica più pronta a rendersi conto dell’importanza dell’analogia

tra mito e lingua, a dedicarsi alla struttura e all’organizzazione sistematica che dava significato ai miti.

I maggiori studiosi furono : J.P.Vernant, P.Vidal-Naquet e M.Detienne seguendo chi più chi meno Lèvi –Strauss.

Negli studi di Vernant si dà poco spazio alla storia e questo fa nascere dei dubbi a Walter Burkert che si adoperò

per reintrodurre la storia.

Per Burkert i miti greci dovevano essere interpretati in rapporto alla natura biologia dell’umanità. I “programmi di

azione” radicati nella biologia umana trovavano una continuità nella drammatizzazione dei riti, che a loro volta

avevano una controparte e un parallelo nella mitologia.

Nelle ricerche di Jan Bremmer e di Fritz Graf, i riti hanno continuato a occupare una posizione di rilievo. L’uso che

essi hanno fatto delle cerimonie iniziatorie, in particolare, come mezzo per decodificare i miti greci ha

giustamente suscitato grande interesse.

Diversi altri approcci hanno influenzato il modo in cui vengono visti oggi i miri greci.

Uno di questi ha messo in evidenza il contrasto tra i miti recitati oralmente e i miti redatti nei testi e le difficoltà

insite in tale contrasto.

G.E.R.Lloyd ha esaminato la relazione reciproca tra i campi tradizionalmente separati di “mito” e “scienza” e ha

sollevato importanti questioni sul modo in cui queste due “discipline” spiegavano il mondo.

Poi c’è stato un periodo in cui è prevalsa l’idea di confondere e di dare per impossibile la possibilità di trovare un

significato. mythos

M.Detienne e C.Calame dimostrarono che non era per i Greci né un tipo di narrativa, né un concetto

etnocentrico e neppure un modo di pensare.

Possiamo ricordare altri tre percorsi interpretativi:

1. origine sotto la bandiera femminista: basato su come le donne dell’antichità vedessero i miti in base a

quello che i miti stessi dicono.

2. interpretazione delle arti visive: viste non più solo come semplici illustrazioni, ma come espressioni

simboliche indipendenti, il cui significato deve essere ricavato inserendole all’’interno di una sequenza

iconografica e nei loro contesti funzionali.

3. questione del credere ai miti, messa in luce in uno stimolante libro di Paul Veyne.

A questo punto non resta che porci una domanda:

la mitologia è un territorio autonomo o semplicemente una categoria moderna in cui far entrare a tutti i costi dei

dati antichi difficili?

L’autore del libro metterà in rilievo la necessità di interpretare i miti nel contesto occupandosi anche del divario e

dell’interrelazione tra il mondo immaginario delle storie e il mondo (reale?) dei narratori.

Prima parte : contesti narrativi.

Seconda parte : contesti sociali.

Terza parte : riesaminerà l’aspetto funzionale della mitologia greca.

Limiti cronologici: dal VIII secolo a.C.(Omero ed Esiodo) – metà III secolo a.C (crescita dell’interesse da parte dei

Romani). PARTE I

I CONTESTI NARRATIVI

1. COME SI RACCONTAVANO LE STORIE.

Il raccontare storie era una caratteristica della società greca. Lo scopo del narratore era di convincere. Per

questo doveva dire la verità o per lo meno qualcosa di simile.

Il primo esempio di narrazione convincente è l’Odissea e, escludendo il narratore omerico, il più abile

manipolatore di storie è Odisseo stesso.

Come Sharazàd, anche Odisseo racconta storie per sopravvivere.

Le opere di un altro abile artefice di storie, Erodono, ci danno un’idea dell’immensa varietà di materiale in

circolazione nel Vsecolo.

Da tutte le storie lo storico ricostruisce il proprio credibile racconto, ora accettando, ora discostandosi dalle

cose.

Passare da costruzioni letterarie come la poesia di Omero, la storia di Erodono o un dialogo di Platone al mondo

che faceva da contesto a questi racconti è indubbiamente difficile oltre che problematico da un punto di vista

metdologico. Ma c’è almeno una caratteristica in comune tra narrativa e contesti: la pluralità di voci.

Nell’ambito della polis arcaica e classica, in molteplici occasioni, il raccontare storie diventava un impresa

competitiva. In una discussione politica, raccontare il passato poteva essere un mezzo per persuadere gli

ascoltatori. Anche nei tribunali, delle versioni opposte, ma credibili, del passato avevano un importanza cruciale

per coloro che le raccontavano, potevano perfino decidere della vita o della morte.

Il narrare pubblico, formale, era solo un aspetto del quadro d’insieme. C’erano anche gli scambi verbali che noi

chiamiamo pettegolezzi, scandali e aneddoti.

Tra le varietà di storie raccontate in Grecia, un gruppo narrava le imprese di divinità ed eroi.

Tradizionalmente, i racconti di questo tipo sono chiamati “miti”, mentre il termine “mitologia” veniva riferito

all’insieme dei miti o allo studio dei miti come disciplina accademica.

È risaputo, tuttavia, che ci sono problemi di definizione.

mythos logos

Platone distingue sistematicamente tra come discorso non verificabile e come discorso

mythos logos

verificabile, e tra come storia e come ragionamento razionale.

mythos logos

Tuttavia, in un notevole numero di passi dal periodo arcaico in poi, e vengono usati senza

sottintendere un tale contrasto.

L’autore propone di continuare ad usare il termine “mito” per adempiere quello che è un compito euristico, ma

con due riserve:

1) Non si può stabilire una correlazione automatica tra miti greci e altre storie apparentemente simili che si

possono trovare in altre culture;

es: paragoniamo Eracle a David Crockett. Crockett non divenne mai oggetto di culto. Eracle, invece, come

la maggior parte degli eroi della religione greca, anche dopo la morte mantenne il potere di intervenire

nelle faccende umane, cosa che veniva riaffermata ogni volta che si invocava il suo nome o si celebrava un

sacrificio in suo onore.

2) La mitologia non è considerata come un territorio autonomo, ermeticamente isolato.

<<Un mito greco è una narrazione delle imprese di divinità ed eroi e della loro interrelazione con i comuni

mortali che veniva trasmessa come tradizione nel mondo greco antico e che aveva un’importanza collettiva

per un particolare gruppo sociale.>>

Narrazione: tenendo presente che potrebbe avere significati diversi in rapporto a forme espressive verbali e

visive.

Tradizionali: la tradizione greca era dinamica. In determinate circostanze una nuova variante veniva accettata, per

poi essere abbandonata se più tardi altre versioni venivano considerate più persuasive.

Importanza collettiva per un particolare gruppo sociale: definisce un mito come fenomeno sociale.

2. MITI IN AZIONE

Dalla culla…

Era nell’ambiente domestico che i bambini cominciavano ad incorporare le percezioni, i simboli e i valori trasmessi

dai miti. I narratori sono uomini e donne anziani anche se solitamente la narrazione è un’attività tipicamente

femminile. Una categoria di racconti ha come protagonisti dei personaggi terrificanti come Gello, Gerone, Lamia e

Mormò. Di solito le donne greche facevano ricorso a queste storie spaventose per cercare di tenere a freno dei

bambini indisciplinati.

Nel narrare miti, le donne svolgevano un compito vitale, cioè quello di preparare i bambini a entrare nel mondo

simbolico della comunità degli adulti.

I canti dei giovani.

Nelle feste familiari o locali i piccoli cominciavano a partecipare, anche se in maniera passiva, ai riti della comunità.

Crescendo, il bambino avrebbe imparato che in queste occasioni venivano spesso raccontati dei miti o che comunque

esistevano dei legami con la mitologia.

Queste prime esperienze personali venivano approfondite a scuola (istituzione presente in molte località della

Grecia e che ospitava tutti i bambini). Oltre ad insegnare l’alfabeto e a fare esercizio di lettura, si dava grande

importanza all’educazione fisica e all’educazione artistica che prevedeva una buona dose di poesia.

La conoscenza della mitologia acquisita nell’infanzia veniva approfondita e arricchita durante l’adolescenza con la

partecipazione al canto corale, una forma di socializzazione che esisteva ben prima dell’avvento dell’istruzione

scolastica.

Visti i diversi stili di vita che avrebbero condotto le ragazze e i ragazzi greci cantavano in cori separati.

I cori maschili si occupavano, ad esempio, di festeggiare gli atleti vincitori con lodi alle imprese dell’atleta e agli

dei.

Storie per i cittadini.

Gli adulti ascoltavano e raccontavano miti in una varietà di contesti.

Uno di questi poteva essere il symposium un punto di convergenza per gli ideali aristocratici. Nel V secolo a.C però

inizio a perdere importanza sociale perché la polis offriva nuovi luoghi di incontro.

In alcune occasioni venivano allestite rappresentazioni anche in forma competitiva durante le quali si narravano

miti. Spesso il narratore era un individuo singolo, o un rapsodo (che declamava soltanto) o un citaredo(che si

accompagnava con la lira).

Alla fine del IV secolo s.C. si sviluppò un modo di rappresentare i miti che non solo prevedeva l’esecuzione corale di

adulti, ma univa a questo anche degli elementi della declamazione rapsodica; ne risultò una forma di narrazione

mitologica senza precedenti per il grado di coinvolgimento dell’intera polis.

La tragedia ateniese veniva messa in scena in una serie di gare alle grandi Dionisie. Alle celebrazioni locali,che si

svolgevano nei mesi invernali non assistevano i forestieri che invece accorrevano numerosi durante la festività più

importante quando la città presentava al mondo greco i suoi valori e i suoi principi.

La commedia ebbe uno sviluppo meno uniforme della tragedia e subì delle lunghe e complesse trasformazioni.

Le commedie attiche del V e dell’inizio del IV secolo presentavano o facevano riferimento a personaggi mitologici.

La scena è collocata sempre in epoca contemporanea e non “nell’epoca del mito”.

…alla tomba.

Gli uomini anziani si trovavano nelle Leschè.

La leschè era un luogo dove sedevano gli uomini che non lavoravano. Poteva essere vista in modo critico o in modo

più costruttivo. L’elemento principale non era il mangiare e il bere, ma il parlare.

3. DALLA RECITAZIONE AL TESTO.

L’usanza toscana della veglia è un’occasione in cui si raccontano storie seguendo un rituale complesso. Il tempo e il

luogo ( particolare periodo dell’inverno, quando fa buio e intorno ad un focolare in una fattoria) sono prestabiliti;

così come lo sono molte circostanze della narrazione: il narratore è anziano e restio a cominciare, finge di

offendersi se gli ascoltatori sembrano conoscere già le storie. Le narrazione possono avvenire in silenzio, talvolta

gli ascoltatori interrompono, <<correggendo>> il narratore e poi facendo a gara con lui per vedere chi sa raccontare

meglio le storie.


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summerit

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in beni culturali
SSD:
Università: Trento - Unitn
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher summerit di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Cultura classica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Trento - Unitn o del prof Giangiulio Maurizio.

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