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Introduzione alla cultura classica

Che cos'è classico?

Fonte: Treccani dizionario online – Clàssico agg.

1. [Definizione parziale] Appartenente al mondo o all’antichità greca e latina, considerate come fondamento della civiltà e della cultura.

2. a. Per estens., perfetto, eccellente, tale da poter servire come modello di un genere, di un gusto, di una maniera artistica, che forma quindi una tradizione o è legato a quella che generalmente viene considerata la tradizione migliore.

b. Con ulteriore estensione, in frasi come la seguente: è un’opera divenuta classica negli studi di diritto (cioè d’importanza fondamentale, consacrata come modello).

c. Esprime un giudizio di perfezione nella locuzione bellezza classica, riferita a una donna (ma può anche significare: che ha la purezza di linee delle statue antiche).

d. Con senso più prossimo a «tradizionale», nell’abbigliamento: colori classici, i colori che, per la loro semplicità e serietà, dominano per lunghi periodi di tempo e rimangono moderni nonostante la mutabilità e le bizzarrie della moda.

e. Tipico, fortemente caratterizzato.

3. Nella prima metà dell’Ottocento presero il nome di classici (più propriamente avrebbero dovuto chiamarsi classicisti) gli scrittori che sostenevano la fedeltà alle regole e ai modelli della tradizione letteraria, contro i romantici innovatori.

4. In musica, in senso lato, la musica dei grandi compositori, specialmente strumentalisti, d’ogni tempo e paese, e in senso stretto i grandi compositori operanti tra la fine del barocco e il principio del romanticismo. Nel linguaggio comune, musica classica, la musica colta dei secoli passati, contrapposta alla cosiddetta musica leggera.

5. Danza classica. Comunemente, per danza classica s’intende la danza come espressione artistica, di solisti o di gruppi, condotta da musiche «classiche».

6. In economia, scuola classica (detta anche economia classica), la scienza economica, fiorita soprattutto in Gran Bretagna nella prima metà del secolo XIX, che giunse alla formulazione di leggi economiche generali ritenute valide per tutti i tempi e tutti i luoghi.

7. In diritto, scuola classica, l’indirizzo di studi penalistici che si basò sulla teoria secondo la quale il diritto penale è dedotto da regole assolute, immutabili nel tempo e nello spazio, perché congenite all’uomo.

8. Gara classica (anche sostantivo femminile, la classica), competizione sportiva che si ripete ogni anno con la partecipazione di concorrenti nazionali e stranieri, e che, pur non dando luogo all’assegnazione di alcun titolo, assume un notevole rilievo ai fini della determinazione di una graduatoria dei valori sportivi.

Doxa: opinione comune.

Chi sono i classici?

[Definizione completa] Clàssico agg. [dal lat. classĭcus (der. di classis: v. classe) «appartenente alla prima classe dei cittadini», e, riferito a scrittori, «di prim’ordine»] (pl. m. -ci).

1. Appartenente al mondo o all’antichità greca e latina, considerate come fondamento della civiltà e della cultura: mondo classico, civiltà classica, poesia, letteratura classica, lingue classiche, pensiero classico; poeti, prosatori classici; autori o scrittori classici (frequente, in queste ultime accezioni, l’uso come sostantivo: i classici).

Dunque, classico/i è utilizzabile sia come aggettivo sia come sostantivo. Dalle definizioni emergono alcuni concetti:

  • Fondamento
  • Purezza
  • Perfezione
  • Eternità
  • Eccellenza
  • Modernità (in apparenza in contraddizione)
  • Modello
  • Conservazione
  • Tradizione (migliore)
  • Assolutezza

Nel sentire comune, i Classici greci e latini sono i poeti, i prosatori, gli autori e gli scrittori e, in generale, gli intellettuali di lingua greca e latina il cui pensiero e la cui azione sono ritenuti il fondamento della civiltà e della cultura (occidentale = non vale per tutte le culture – altre culture altre radici).

I Classici sono ammirati come modelli di perfezione, di eccellenza e di purezza. Di conseguenza, la cultura di cui sono portatori – la cultura classica – è considerata tradizionale, assoluta ed eterna. Poiché è considerata tradizionale, la cultura classica risulta conservatrice. Poiché è considerata eterna, essa risulta anche moderna.

Mondo classico = conservatore e moderno (insieme), si tratta di una contraddizione che viviamo costantemente.

La meraviglia

Aristotele (384 – 322 a.C.)

Aristotele è stato un filosofo, scienziato e logico greco antico, ritenuto una delle menti più universali, innovative, prolifiche e influenti di tutti i tempi, sia per la vastità che per la profondità dei suoi campi di conoscenza. Insieme a Platone, suo maestro, e a Socrate è considerato uno dei padri del pensiero filosofico occidentale, che soprattutto da lui ha ereditato problemi, termini, concetti e metodi.

La differenza tra Platone (iperuranio) e Aristotele (motore immobile) si riscontra innanzitutto negli interessi e negli orientamenti: Platone è interessato alla politica, al mondo razionale e non a quello fisico e concreto; Aristotele invece è interessato alla natura, al mondo fisico e concreto. Dal punto di vista metafisico, per Platone la vera realtà è costituita dal mondo delle idee, mentre il mondo terreno è imperfetto e mutevole. Al contrario, per Aristotele la vera realtà è costituita dal mondo delle cose fisiche e concrete.

Pertanto, viene ritenuto l’innovatore del pensiero filosofico e scientifico occidentale, la sua filosofia è molto originale sia per elezione sociale sia per il metodo di indagine.

Lettura 1 – Libro Primo della Metafisica

Metafisica = Ogni dottrina filosofica che si presenti come scienza della realtà assoluta, che cerchi cioè di dare una spiegazione delle cause prime della realtà prescindendo da qualsiasi dato dell'esperienza; quindi fig. (iron. o spreg.), di quanto presuma di raggiungere o formulare ragioni risolutive mediante procedimenti estremamente cerebrali e astrusi.

  • «Chi, … subordinate» i principi primi (principio di non contraddizione - principio del terzo escluso - principio di) e le cause (causa materiale - causa formale - causa efficiente - causa finale) sono fondamento della realtà (cosmo stesso) e, quindi, della conoscenza.
  • «Che essa … filosofarono» la conoscenza vera si identifica solo dalla conoscenza. La sapienza non è una scienza produttiva, ma è scienza speculativa, ossia conosce solo in vista del sapere. Aristotele riesce a mostrare che la filosofia è nata dagli uomini dalla loro aspirazione a sapere, allora perciò stesso La Sapienza, che è esattamente ciò a cui la filosofia aspira, risulterà essere puro sapere, cioè sapere fine a se stesso.
  • «Infatti gli uomini … dell’universo» la meraviglia esprime la natura stessa della filosofia, ossia l'uomo prima si meraviglia delle stranezze che avvenivano più vicino a lui, ma poi affronta problemi sempre più difficili e, infine, si meraviglia per l'origine del tutto.
  • «Chi è nell’incertezza … utilità pratica» meraviglia = sentimento dello stupore di fronte a ciò che non conosciamo. Chi prova meraviglia ritiene di essere nell'ignoranza, e quindi se gli uomini iniziarono a filosofare spinti dalla meraviglia, cioè per uscire dall'ignoranza, è chiaro che lo fecero «per sapere»: essi, dunque, cercavano la scienza non per qualche utilità pratica, ma proprio per amore del sapere (= «so di non sapere» – Socrate).
  • «E ne … conoscenza» solo dopo aver usato la conoscenza per soddisfare le necessità materiali e il desiderio del piacere gli uomini cercano la sapienza, ma proprio perché ritenevano che questa fosse la conoscenza fine a se stessa.
  • «È chiaro … in vista di sé» si ricerca la sapienza per nessun altro scopo che sia diverso da essa, ed esattamente come libero è l'uomo che non è in vista di un altro uomo, cioè che non serve un altro, così libera è la sapienza che non è in vista di altro.
  • «È impensabile … della diagonale» la differenza tra la condizione umana, rappresentata dalla «ricerca della sapienza» a cui è propria la meraviglia, e la condizione divina, rappresentata dal «possesso della sapienza» è opposta alla precedente, da cui la meraviglia è esclusa. Non si meraviglia più chi è nel pieno possesso della sapienza, mentre chi è nel dubbio/nell’incertezza, ha l’input di meravigliarsi ancora (disponibilità al confronto).

Antonio Gramsci (1891 – 1937)

Antonio Gramsci è stato un politico, filosofo, politologo, giornalista, linguista e critico letterario italiano. Nel 1921 fu tra i fondatori del Partito Comunista d'Italia, divenendone segretario e leader dal 1924 al 1927, ma nel 1926 venne imprigionato dal regime in carcere. Nel 1934, in seguito al grave deterioramento delle sue condizioni di salute, ottenne la libertà condizionata e fu ricoverato in clinica, dove trascorse gli ultimi anni di vita.

Considerato uno dei più importanti pensatori del XX secolo, nei suoi scritti, tra i più originali della tradizione filosofica marxista, Gramsci analizzò la struttura culturale e politica della società. Elaborò in particolare il concetto di egemonia, secondo il quale le classi dominanti impongono i propri valori politici, intellettuali e morali a tutta la società, con l'obiettivo di saldare e gestire il potere intorno a un senso comune condiviso da tutte le classi sociali, comprese quelle subalterne.

Lettura 2 – Quaderni dal carcere n°12

Gramsci espone l’efficacia della vecchia scuola elementare con la legge Casati, in cui venivano studiate grammaticalmente la lingua greca e latina unito allo studio delle letterature e storie politiche rispettive, così da educare, fin da giovanissimi, a un ideale umanistico (proprio di Atene e Roma) diffuso in tutta la società occidentale moderna. Secondo l’autore, lo studio dei popoli antichi è un presunto necessario per la comprensione della società contemporanea.

Inoltre, lo studio nel mito (collegamento con Lettura 1) sviluppa nel fanciullo l’interesse per la lingua e le nozioni non erano apprese per uno scopo pratico (collegamento con Aristotele). Secondo Gramsci, quindi, la meraviglia, in senso aristotelico, è suscitata dalla lingua e dalla cultura greco e latina; siccome studiare lingue «morte» porta a comprendere anche la storia stessa (studiando i testi lo studente, in maniera autonoma, sa riconoscere l’evoluzione degli eventi, anche dal punto di vista lessicale) ed inoltre è chiave dell’educazione.

Le opere di Aristotele e Gramsci sono entrambe opere che non esprimono un pensiero sistematico, ossia non nascono per essere pubblicati, ma sono un insieme di ragionamenti dell’autore trattano di più aspetti.

Dall’Asia alla Grecia. L’età arcaica

Un campo difficile da descrivere e da definire

La categoria del letterario è stata più volte ripensata nel Novecento con le conseguenti ridefinizioni della letteratura intesa come insieme e sequenza di testi. In altri termini tendiamo a riconoscere come letteratura quei testi in cui vediamo in opera una lingua speciale, secondaria o d'arte, un codice senza dubbio collegato e derivato da quello della lingua d'uso corrente di una certa comunità in un periodo dato, ma più sofisticato, manipolato nei tempi lunghi e nei modi complessi della scrittura in funzione della lettura.

La "letteratura greca sembrano superare il letterario perché più propriamente poetiche (allusive, evocative, costruite per immagini, in versi, ritmiche e spesso destinate all'accompagnamento musicale) c scritti più informativi, tecnico-scientifici che, al contrario, con i loro linguaggi denotativi, specifici e pertinenti, sembrano restare sotto la soglia della letteratura.

Se poi si restringe il campo alla produzione più arcaica, il quadro, compreso tra VIII e VII secolo, dei cosiddetti inizi, appare sconcertante. Sullo sfondo lontano stanno le tavolette d'argilla ritrovate nei palazzi di Creta e nelle Cittadelle micenee del Peloponneso e della Grecia continentale, in Beozia, a Tebe, e in Tessaglia. Conservate proprio da quegli incendi - non si sa se di origine naturale o violenta che hanno distrutto i palazzi cretesi e le fortezze micenee, ma hanno cotto l'argilla fissando le incisioni, e tavolette sono documenti non letterari, ma di grandissimo valore linguistico, archeologico e storico.

Due tipi di scrittura non sono stati ancora decifrati: quello ideografico che Arthur Evans, l'archeologo inglese direttore degli scavi, ha definito, per analogia con la scrittura egizia, "geroglifico cretese e il Lineare A, il primo identificato sul cosiddetto disco di Festo e sulle più antiche tavolette di Creta, il secondo sulle tavolette datate tra il 1750 e il 1450, entrambi legati alla civiltà minoica propria dell'isola. Nel 1952 dall'architetto inglese Michael Ventris, esperto di crittografie militari e in rapporto costante di collaborazione scientifica con il linguista John Chadwick, è stato invece letto il Lineare B. Scrittura sillabica come il Lineare A, a differenza di quest’ultimo il Lineare B documenta una lingua indoeuropea e proto-greca, usata nei centri micenei del continente.

Sul piano archeologico, le diverse scritture delle tavolette attestano l'incrociarsi, nel secondo millennio, di differenti civiltà e lingue su territori che sembrano caduti in abbandono nei secoli successivi, fino al pieno VIII secolo in cui le più numerose necropoli attestano un importante ripopolamento. Sul piano linguistico, la sola scrittura decifrata, il Lineare B con il suo sillabario, sembra costituire lo stadio intermedio tra il greco storico, con i suoi dialetti, e quell'ipotetica lingua indoeuropea non attestata in nessun luogo e ricostruita dagli studiosi in laboratorio, per deduzione e su base comparativa.

Bisogna aspettare alcuni secoli, almeno dopo il 750, con le iscrizioni della cosiddetta coppa di Nestore e di un vaso attico del Dipylon, perché si ritrovino nuove tracce di scrittura e di nuova, per la Grecia, scrittura alfabetica. Dopo quasi cinque secoli, dalla fine del XIII al pieno VIII, che sembrano inghiottiti dal nulla e di cui l'archeologia non rintraccia resti rilevanti né di scrittura né di civiltà, intorno al 750 il mondo greco torna di nuovo alla ribalta con un fiorire straordinario di poesia epica lirica, il cui centro di gravità, in questa fase, è spostato sulle coste dell'Asia Minore e sulle isole.

Successivamente, e con particolare riguardo all’omericità dei singoli poeti, si affronta la lirica d'autore, più francamente databile dal VII secolo in poi. Pur corredata, nella trattazione dei singoli argomenti, di tutte le informazioni necessarie, la scansione così ribadita tende a ingenerare l'impressione di un'autentica catena diacronica che muove da un prima verso un dopo e a confermare il pregiudizio di una poesia omerica che precede, impronta di sé e condiziona, con l'autorità di un modello mai completamente raggiunto, tutta la produzione poetica, a qualunque ambito appartenga.

La poesia epica arcaica

La poesia epica arcaica si sviluppa in Grecia, principalmente lungo le coste dell’Asia Minore e sulle isole. Il greco non era una lingua del tutto omogenea, ma era divisa in dialetti che avevano caratteristiche diverse gli uni dagli altri, non erano incomprensibili ma cambiavano alcune forme lessicali e morfologiche. La verità dialettale prevalente nei poemi epici è lo ionico, caratteristico dell’Asia Minore. Il greco in cui si esprime la poesia epica, non è probabilmente una lingua parlata, ma piuttosto una lingua artificiale (lingua letteraria) che però tutti i greci erano in grado di decifrare.

Inoltre, i testi (non solo accessioni scritte, ma anche orali) erano diffusi all’interno di tutto il territorio, creando un patrimonio comune. La poesia epica arcaica non ci è pervenuta tutta, abbiamo soltanto alcuni testi e molti frammenti (citazioni di altri autori/grammatici – papiri). Altri testi invece sono pervenuti integralmente e sono l’Iliade e l’Odissea attribuiti dalla tradizione a Omero. Altri, ancora, sono pervenuti in frammenti che prendono il nome di ciclo epico.

Di tutta questa produzione — definita dagli antichi «ciclo epico» che dalle notizie si intuisce ricca e strutturata, non rimane pressoché nulla. Sui titoli, sui nomi di alcuni poeti, sui frammenti giunti per tradizione indiretta e dunque attraverso le citazioni di autori più tardi, non è possibile costruire serene ipotesi né di attribuzione né di datazione: la qualità inferiore e i nessi artificiosi con l'Iliade e l'Odissea non sono di per sé argomenti utili per la cronologia e neppure segnalano necessariamente esercizi epigonali. I titoli superstiti, tuttavia, con i diversi filoni della tradizione a cui si richiamano, lasciano intravedere la volontà degli eruditi tardi di far rientrare, a posteriori, in un unico disegno panellenico – il Ciclo – anche quello che in origine doveva essere legato a mitologie locali e rientrare in «cicli» distinti.

Nella tradizione antica il termine ciclo può avere due accezioni:

  • Concatenazione di poemi/canti che, saldandosi, formano una composizione unitaria.
  • Ripetitività del linguaggio epico.

Gli studiosi moderni sono giunti alla conclusione che i cicli non girassero così fluentemente nel territorio, ma che nascessero da miti locali.

Ciclo epico: produzione ricca e strutturata.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ANT/07 Archeologia classica

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