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Cristologia nel Nuovo Testamento Appunti scolastici Premium

Appunti di teologia dogmatica sulla Cristologia nel Nuovo Testamento basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Gammarelli dell’università degli Studi Istituto superiore di Scienze Religiose - Issr. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Teologia dogmatica docente Prof. E. Gammarelli

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La scelta radicale che propone: preferire Dio e i beni del Regno, come unico tesoro da cercare e a

cui sottomettersi; la sua provvidenza libera dagli affanni dei beni materiali, da qui la rinuncia delle

ricchezze. La rinuncia qui non è di tipo etico ma teologico: totale fiducia nella generosità del Padre,

zero compromessi. Rinuncia anche in favore di quanti sono nel bisogno (elemosina e condivisione

dei beni); la comunione con il Padre implica amore fraterno e l’elemosina contribuisce a eliminare

lo scandalo della povertà.

Nella popolazione, e anche tra i discepoli, c’era l’attesa di un messia regale-davidico (da qui il

rifiuto dell’idea che Gesù avrebbe dovuto soffrire). Eppure non si trattava di risollevare le sorti

politiche di Israele, ecco perché egli fugge quando la gente decide di farlo re; la sua autorità è

tuttavia superiore a Davide (Dio).

Figlio dell’uomo, figura celeste che si trova solo nei vangeli; rimanda a Dan 7,13-14 e IV Libro di

Esdra: Gesù vi si identifica ma lo usa in terza persona e sta a dichiarare che la sua missione

continua anche dopo il disprezzo e la morte, glorificato ad opera di Dio (discorso escatologico in Mt

24…). In questo modo certifica la sua origine divina, la finalità della sua missione e la

consapevolezza del suo destino. In Gv la fraseologia oscilla tra le due componenti della Croce e

della Gloria; come in Dt 7,14: Figlio dell’uomo a cui appartengono “potere, gloria e regno”.

Rapporto unico e singolare con Dio: Abbà, “padre mio”, di reciprocità, nello Spirito Santo.

L’atteggiamento di affidamento/fiducia e di confidenza è così radicale che può essere compreso

solo in ragione di una comunione d’amore tra i Due, vissuta nello Spirito (Gv 10,30: “siamo una

cosa sola”).

Immanenza reciproca, intesa piena, mutua conoscenza, unità perfetta.

Titolo di Figlio lo riceve in varie occasioni, da esseri celesti, dai demoni, dagli uomini, da Dio stesso

nel contesto del Battesimo e della trasfigurazione, anche se si tratta di opera redazionale degli

evangelisti.

Solo 3 i luoghi dove Gesù si autodefinisce il Figlio: - parabola vignaioli; - inno di giubilo in cui

dichiara che tra lui e Padre c’è rapporto di perfetta e mutua conoscenza e che solo lui rivela il

Padre (Mt 11 e Lc 10); - nel discorso escatologico Mc 13,32 e Mt 24,36).

Agire di Dio come Signore: bontà assolutamente sovrana e inaudita, che non risponde a giustizia

distributiva; generosità, misericordia e tenerezza per cui concede e dona il Regno a chi vuole,

come vuole e quando vuole…

L’attività profetica e taumaturgica di Gesù era diventata per i benpensanti motivo di scandalo

perché lui pretendeva che l’accettassero come via scelta e voluta da Dio per esercitare la sua

Signoria su tutti i popoli.

La ragione della preferenza di Gesù per i “poveri”, destinatari privilegiati del Regno, si trova

nell’identità persona di Padre che appartiene a Dio ed è la chiave della sua regalità fatta di

misericordia e compassione.

La preghiera: nella vita terrena di Gesù, dal battesimo al deserto alla croce non c’è circostanza che

non sia preceduta o accompagnata dalla preghiera, secondo la tradizione giudaica, al mattino e

alla sera, con formulari e salmi, ritirandosi in disparte o salendo su un monte. E prega sempre nello

Spirito Santo: da’ ampio spazio alla lode e al ringraziamento (Mt 11,25 e Lc 10,21, moltiplicazione

dei pani, istituzione dell’eucaristia); insegna i discepoli a pregare e dona loro il Padre Nostro.

Sa alternare, con equilibrio perfettamente maturo, lo stare tra la gente e il ritirarsi nella solitudine

abitata esclusivamente dalla relazione amorosa con il Padre; il suo è un ministero itinerante.

La propria funzione messianica oscilla tra la potenza potenza sovrana e la debolezza impotente;

autorità di Figlio dell’uomo e volontà di comportarsi da Servo sofferente; certezza di conseguire

l’esito inscritto nella sua missione e decisione di accettare l’umiliazione e il fallimento.

Segreto messianico: Gesù ha scelto una modalità di comportamento messianico connotata dalla

povertà, dalla mitezza e in certe occasioni dal nascondimento; da qui verrà fuori la sua esaltazione

e glorificazione.

V – Passione e morte

Particolarità tratta dai vangeli di Mc (e quindi Sinottici) e Giovanni. Mentre i sinottici inseriscono il

racconto della passione nel quadro di una sola e unica festa di Pasqua, in Gv ne troviamo 3 (2,13

– 6,4 – 13,1). Per i sinottici Gesù muore il giorno di Pasqua; per Gv il giorno prima (Parasceve). Gv

la racconta come “l’ora” dell’esaltazione e della glorificazione come momento di tensione verso il

compimento delle Scritture e dell’opera affidatagli da Dio; gli altri danno più valore ad aspetti

dolorosi e agonia.

Mt 26,2: “…fra due giorni è la Pasqua e il Figlio dell’uomo sarà consegnato per essere crocifisso”

Nella “consegna” di Gesù intervengono 3 soggetti umani: Giuda il traditore; le autorità giudaiche;

Ponzio Pilato. C’è poi Dio (che consegna il Figlio) e Gesù (che offre in sacrificio la sua vita) e lo

Spirito Santo: teologia trinitaria della consegna e della donazione.

La “croce” compare nel momento in cui il popolo chiede a gran voce a Pilato che Gesù venga

crocifisso. Quando si tratta di dare notizie sul supplizio subito da Gesù, gli evangelisti fanno

accenno rapido e sobrio. Il supplizio della crocifissione viene decretato perché Gesù è ritenuto

colpevole del reato di lesa maestà verso il popolo romano; anche se l’eliminazione è stata decisa

dai capi dei sacerdoti (gruppo ristretto di membri influenti del Sinedrio) e all’origine della condanna

c’era l’ostilità manifestata sin dall’inizio della missione.

Il confronto con le autorità accompagna l’intero svolgimento della sua vicenda terrena, incentrato

soprattutto sull’interpretazione della Torah (osservanza del sabato e purità rituale) e della funzione

del Tempio (il gesto compiuto all’indomani del suo ingresso a Gerusalemme): l’accusa era di

bestemmia.

Come “giustificare” la Croce? 1Cor “scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani”. Per i romani

era infamante, per i giudei una maledizione. L’originalità sta nell’attestare che nella croce sono uniti

insieme opposti ritenuti inconciliabili da cui scaturisce poi la potenza e la sapienza di Dio.

L’istituzione dell’Eucaristia e il discorso di addio sintetizza e contiene l’intero significato salvifico

della vita e morte di Gesù (testamento e culto liturgico): non solo anticipa ma lo rende presente e

annuncia che ciò prepara ad un certo tipo di presenza che egli realizzerà con la sua resurrezione.

Le parole sul pane e sul calice hanno una finalità redentrice e salvifica: implicano già il perdono dei

peccati (vedi tradimento di Giuda – donazione - rinnegamento di Pietro) e significato espiatorio

della morte: Gv 13.

Qui c’è benedizione e ringraziamento perché si compie il suo desiderio di donare tutto se stesso

per amore

Il grido di abbandono sulla croce (Salmo 22): sa e accetta di essere abbandonato dal Padre, ma in

questo modo esterna a Dio la sofferenza che lo lacera in tutte le fibre del corpo e dell’anima. Ma

sarà l’amore a trasformare in potenza salvifica il dolore acerrimo che sta sopportando.

Il Padre non gli offre alcun conforto sensibile, a dimostrazione che è veramente il Signore del cielo

e della terra e non è disponibile a cambiare il disegno salvifico conforme alla sua volontà.

Nell’ora della prova estrema, la Parola di Dio è l’unico suo conforto; la morte di croce è l’esegesi

suprema dei Salmi con cui ha pregato. In fondo, lascia al Padre tutta la libertà di essere Dio

Onnipotente; il Padre lascia al Figlio tutta la libertà di essere uomo nella condizione del Messia

Umile e del Servo Obbediente.

Mentre sta morendo privato di tutto, nudo e povero all’estremo, umiliato e vilipeso, sconfitto sul

patibolo più vergognoso, Gesù di Nazaret porta in sé, riceve e consegna al mondo il Dono di Dio,

lo Spirito Santo. Siamo noi, i redenti e salvati da Lui, l’unica vera ricchezza che egli ha voluto

acquistare per sé.

VI – Resurrezione ed esaltazione di Gesù

L’evento della Resurrezione, in connessione con la Pentecoste, ha dato origine alla cristologia

neotestamentaria; insieme all’esaltazione, svela e conferma la verità insita nella missione di Gesù.

Si verifica una continuità di fondo tra la fase pre e post-pasquale, ma anche una discontinuità, in

quanto la prima fase è perfezionata e portata a compimento e la resurrezione conferisce al Cristo

nuova condizione.

Concetti correlati: Umiliazione / Abbassamento / Debolezza  Esaltazione / Glorificazione / Potenza

Nella Resurrezione Dio ha realizzato quanto Israele attendeva e sperava per la fine dei tempi: la

risurrezione dei morti; quindi è svolta definitiva del tempo e della storia.

Secondo gli evangelisti, è Gesù stesso ad essere apparso e a farsi vedere “vivo” dai discepoli e da

molte altre persone in luoghi diversi; in questo modo ha suscitato e garantito la fede nella sua

Risurrezione e spiega il sepolcro vuoto. Incontri in cui la comunicazione avviene a livello visivo,

verbale e gestuale.

L’iniziativa è stata assunta liberamente dal Risorto. Compie un atto di auto-rivelazione: si fa

conoscere nel suo nuovo stato, e si fa riconoscere per colui che era stato con loro. Riunendo di

nuovo intorno a sé i discepoli smarriti e scoraggiati, porta a compimento l’istituzione e la

formazione della Chiesa.

I discepoli hanno avuto bisogno di tempo per abituarsi a questa nuova identità assunta da Gesù, a

stare insieme a lui, che come Risorto non è più legato allo spazio e al tempo; appare

all’improvviso, quando vuole e a chi vuole. Però riconoscendolo, sono in grado di giungere alla

fede piena e definitiva in lui.

Ciò sta anche ad attestare che la fede nasce sempre da un incontro con il Signore Gesù, posto in

essere da Lui, in maniera sovrana e gratuita; regola che vale anche per chi “non ha visto e ha

creduto”.

Segni e tracce che dimostrano la storicità della resurrezione: apparizioni – sepolcro vuoto –

crescita della comunità primitiva. È talmente unica che resta comunque evento metastorico ed

escatologico.

5 verbi: rialzare (venir fuori dai morti) – essere risvegliato – ridare la vita – esaltato – glorificato

(prerogativa prettamente divina e designa la Trascendenza, la Maestà, la Santità, il Potere di Dio:

come emerge da Gv e lettere paoline e Lc). L’esaltazione rende unico il tipo di Resurrezione di

Gesù: una volta “rimesso in piedi”, Dio lo ha elevato fino al punto più alto del cosmo, il cielo, dove

Egli abita, ed è.

In altre termini, questo significa che èe stato confermato da Dio nella sua identità di Figlio

Unigenito, ed essendo uguale a Dio, gli può stare accanto, vivendo la comunione perfetta ed

eterna nello Spirito Santo.

Una volta esaltato, asceso, egli non appare più, ma la sua presenza si sperimenta attraverso

segni; quello per eccellenza è la Chiesa, suo Corpo, di cui è Capo e sua Sposa. E in essa: la

Parola e i Sacramenti (l’Eucaristia) che alimentano evangelizzazione, testimonianza,

contemplazione e azione.

Il corpo – la carne, l’umanità – di Gesù ha subito, sotto l’azione dello Spirito Santo che lo pervade

in tutto il suo essere, un processo di trasformazione, di perfezionamento, il cui esito è stato quello

di renderlo perfettamente adeguato alla sua divinità. L’esatto opposto dell’umiliazione terrena

subita.

In questo modo vive un rapporto nuovo con l’umanità, libero di comunicare il suo Spirito e tramite

questo la sua vita nuova e gloriosa; vi si trova ad agire come principio, garante e fonte di una vita

nuova, che egli solo comunica.

La Parusia va considerata come evento che comporterà il compimento e la pienezza definitiva di

quanto il Signore ha iniziato a realizzare con la sua Risurrezione. Due peculiarità: tratto epifanico

(piena manifestazione dell’identità divina e messianica di Gesù e del Regno di Dio); tratto di novità

(compimento di ciò che è già iniziato e sta crescendo in e per mezzo di Cristo). Questi due tratti si

incontrano nella parabole sul Regno narrate dallo stesso Gesù (vedi granello di senapa Mt 13,31-

32…).

VII – Verità umanità e divinità Gesù Cristo: il simbolo niceno-costantinopolitano

A partire dal II sec., il contenuto essenziale (cosa) e normativo (come) della verità su Dio e sulla

salvezza dell’uomo rivelata in maniera definitiva da Gesù cristo viene raccolto e riassunto nei

simboli della fede, il cui fondamento ultimo è il canone delle Scritture. Per individuare i testi

veramente ispirati c’è stato un processo graduale fino al IV sec.

Già Ireneo di Lione per combattere le sette gnostiche formula la regola della fede in chiave

trinitaria.

Agli inizi del III sec. esiste già un Simbolo apostolico romano formulato in maniera interrogativa.

In Oriente ogni grande comunità aveva una propria professione: struttura comune e qualche

variante.

Tutti questi Simboli avranno un’importanza fondamentale nella formazione del dogma cristologico

e trinitario: i vescovi riuniti nei concili attingeranno da questa fede apostolica insegnata, vissuta e

tramandata dalle prime comunità.

La formulazione autorevole e vincolante è quella proveniente dai Concili di Nicea (325) e

Costantinopoli (381), mentre in quello di Efeso (431) si deciderà di non fare più altre aggiunte al

Simbolo.

Gnosticismo e docetismo: sette che negavano la concretezza dell’opera di salvezza compiuta da

Gesù, e quindi la sua incarnazione, morte e resurrezione (dualismo: nessun contatto tra divinità e

mondo umano).

 Ignazio di Antiochia: 7 lettere a varie comunità cristiane, tra cui Smirne e A Diogneto

 Ireneo di Lione: Confuta le eresie e difende l’esistenza di un solo Dio e un solo Cristo

 Tertulliano: Il Figlio riunisce in sé, senza confonderle, le realtà divina e umana; contro

Marcione da risalto alla valenza redentrice della morte di croce (“Non toccare l’unica speranza del

mondo intero”).

Altre eresie a sfondo trinitario, vari tipi di monarchianesimo (modalista, dinamico): Gesù è un uomo

scelto da Dio in un dato momento; Gesù pur divino si colloca a un gradino inferiore rispetto al

Padre; nessuna distinzione tra le Persone Divine: Dio avrebbe assunto di volta in volta la

fisionomia e il ruolo desiderato; negazione della divinità dello Spirito Santo.

Arianesimo (IV sec.), da Ario, influenzato dal neoplatonismo e dalla mentalità ellenistica: Dio è la

monade assoluta, mente il Figlio e lo Spirito Santo appartengono alle creature; il Figlio non esiste

da sempre e Dio è diventato Padre solo quando ha deciso di generare; non ha pertanto piena

comunione con lui, ed è sottoposto a mutamento. Inoltre, il Verbo è direttamente soggetto alle

passioni e debolezze umane (e quindi non è vero Dio, ma di rango inferiore).

* Concilio di Nicea (325): convocato da Costantino, alla presenza di Padri quasi tutti orientali,

sancisce la condanna dell’arianesimo e stabilisce che non c’è differenza nella natura umana del

Padre/Figlio (generato non creato

, della stessa sostanza del Padre).

 Quindi Gesù è persona divina, in rapporto eterno e immutabile con Dio, di nome Figlio e

Verbo

Dibattito prosegui con i difensori delle tesi ariane (Eusebio di Nicomedia, Eumonio, anomei:

dissomiglianza)

Posizione intermedia: homoiousios (di sostanza simile) coniato da Basilio di Ancira.

Atanasio di Alessandria in oriente e Ilario di Poitiers in occidente indirizzarono verso Costantinopoli

381.

Questione vero Dio (Verbo) / vero uomo (Carne) : doppia appartenenza: a Dio e al genere umano;

consustanziale a Dio e a noi, unità di persona e dualità delle nature ( Calcedonia 451).

Dibattito ed esiti dalle scuole di Alessandria (Cirillo) e Antiochia (Nestorio).

Eresia di Apollinare di Laodicea: la natura umana come strumento passivo del Verbo, il quale fa

compiere alla carne tutto ciò che vuole. Vi si oppongono: Atanasio di Alessandria, Epifanio di

Salamina, Diodoro di Tarso, Gregorio di Nissa e Gregorio Nazianzeno: il Verbo ha unito a sé

natura umana vera e completa, composta di corpo e anima  “Il Logos è carne” (Gv).

* Concilio Costantinopolitano I (381): convocato da Teodosio, solo vescovi orientali, emerge la

questione della controversia sulla divinità dello Spirito Santo (Aezio ed Eunomio e gli anomei, per i

quali se il Figlio è creatura del Padre, in linea subordinata lo Spirito è creatura del Figlio: solo Dio è

ingenerato – lo stesso pensavano i macedoniani: Spirito Santo creatura di rango inferiore, una

sorta di Angelo). Combattono queste eresie, tra gli altri, Basilio di Cesarea e Gregorio di Nissa

(Contro Eunomio: lo SS esiste congiuntamente in quella sostanza in cui il Padre è pensato privo di

inizio e non generato; increato).

 Due importanti inserzioni rispetto a Nicea: si confessa azione dello SS durante l’incarnazione e il

concepimento verginale / “e il suo regno non avrà fine”.

Per cui: lo Spirito Santo è in tutto e per tutto Dio, come lo sono il Padre e il Figlio: una natura/3

persone.

VIII – Unità di persona e dualità di nature in Gesù Cristo. Da Efeso (431) al Niceno II (787)


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Corso di laurea: Corso di laurea in Scienze religiose
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