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Criminologia completo

Appunti di Crimionologia basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni della prof.ssa Venafro dell’università degli Studi di Pisa - Unipi, Facoltà di Giurisprudenza, Corso di laurea magistrale in giurisprudenza. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Criminologia docente Prof. E. Venafro

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patologico e sulla possibilità della sua rimozione). Non si tratta più di un giudizio di

pericolosità del tutto sbilanciato in avanti sulla capacità predittiva della possibile recidiva

ma si tratta di un concetto di misura di sicurezza ancorato su un dato presente al momento

della commissione del reato che deve essere in qualche modo attenuato o rimosso attraverso

la misura di sicurezza. Di quella patologia io mi faccio carico attraverso una misura di sicurezza

che non è il prolungamento della sanzione ma deve essere scontato durante l’esecuzione della

pena. Non un duplicato della sanzione. La misura di sicurezza non può diventare una doppia pena

ma una ipotesi di trattamento che tenga conto della salute dell’individuo.

Il neoretribuzionismo:

In questo ripensamento del giudizio di pericolosità e della misura di sicurezza nasce il

ripensamento di quelle che sono le funzioni del carcere. Si affaccia una nuova impostazione

criminologica, cioè la corrente del neoretribuzionismo che parte dall’America e che prende atto

del fallimento della logica del trattamento. Il risultato delle indagini criminologiche è quello che i

soggetti sottoposti a questo avvicinamento più morbido alla risocializzazione hanno un tasso di

criminalità uguale a quello dei paesi in cui queste risorse risocializzati non sono state messe in

campo. Quindi vuol dire che non è questa la partita che si può vincere in questo campo. Si

ripropongono i classici dogmi dell passato, si abbandona l’idea della special prevenzione ma si fa

riferimento alla necessità che la pena sia determinata e certa e che il soggetto che si trova ad

espiare una pena certa e determinata possa percepirne il significato. Lo scopo è quello di

potenziare la difesa sociale. L’idea del neoretribuzionismo è stata in qualche modo accolta da

Mantovani che ne ha ridisegnato i confini in un contesto anche più articolato e più complesso.

Ferrando Mantovani dice che in realtà bisogna partire da un dato di fatto e poi si cerca di

valutarlo alla luce di quelle che sono le categorie di riferimento. Qual è il dato criminologico dal

quale partire? Il fatto che ci sia una grande aggressione da parte della criminalità nei confronti dei

cittadini, dei consociati, tutti i soggetti sono soggetti insicuri in tutte le dimensioni della vita

sociale.

E’ un fenomeno empiricamente presente ed evidente nella realtà dei nostri giorni che deriva da un

duplice fenomeno: da una parte dall’aumento della criminalità e si parla soprattutto

dell’aumento della microcriminalità (che fa sì che ciascuno di noi si senta una potenziale vittima)

e dall’altra il peggioramento qualitativo della criminalità che è sempre più violenta e spietata e

spregiudicata rispetto a quelli che erano gli standard. Aumentano non solo il numero di reati ma

aumenta la modalità violenta con cui questi reati vengono realizzati. Quindi questo ha

determinato la inversione di quello che era una legge criminologica che veniva portata negli anni

’80 e cioè che il futuro della criminalità sarebbe consistito non tanto nella estensione dei reati

ma ad una conquista di civiltà della criminalità e si sarebbe andati verso una criminalità meno

violenta ma più fraudolenta. Questa ipotesi che metteva in campo la criminologia degli anni ’80

è stata disattesa perché appunto si assiste ad una inversione di tendenza.

Ora qual è il punto nodale secondo Mantovani? Se è la sicurezza che è messa in discussione dalla

nuova criminalità, senza sicurezza non vi è libertà (perchè è il luogo all’interno del quale si

realizzano tutte le altre libertà e tutti i beni giuridici dell’individuo) e quindi l’aumento della

insicurezza determina una impossibilità di poter essere padroni delle proprie scelte e della propria

vita. Secondo Mantonavi c’è un potenziamento delle cause criminogene perché si è proceduto in

questi decenni a uno smembramento di tutte le controspinte socio-culturali che possono impedire

alla criminalità di diventare fenomeno dilagante. La prima controspinta alla criminalità è una

spinta di carattere socio-culturale: la controspinta sussidiaria è quella penale. Le motivazioni per

Mantovani sono che c’è un grandissimo lassismo e disordine, nel senso di scomparsa di regole

capaci di indicare ciò che è giusto e ciò che è sbagliato mentre tutto è affidato a chi è più forte e si

determina una società in cui vince il più forte e quello più scaltro. Un sistema di valori

antagonista al crimine sono tutte quelle società in cui c’è uno spazio autonomo per poter

rispettare quelle che sono il momento della religiosità, la religione è una delle controspinte più

potenti ai comportamenti criminali. La religione fa perno su quella che è la necessità del rispetto

di un concetto di uguaglianza nei confronti dell’altro. L’altra controspinta che viene a mancare è

la sussistenza di essere in presenza di un permanente conflitto tra opposti contendenti.

Lezione 10 – 2/11/15

C’è anche un altro piano che incide in maniera significativa il condizionamento, cioè secondo

Mantovani noi viviamo in uno Stato in cui le parti non si affrontano mai sui contenuti ma solo su

un metodo di contrapposizione netta, di posizione. Non c’è mai un rapporto dialogico fra le parti

che costruiscono il patto sociale ma c’è solo uno scontro. Questo determina quindi un disordine

ed un aumento della criminalità: un metodo conflittuale non permette una analisi dei contenuti.

Un altro aspetto secondo Mantovani deriva dal fatto che non si va più a cercare e analizzare ciò

che è bene e ciò che è male, creando una griglia di valori di riferimento, ma si sta procedendo

verso quella che è una concezione utilitaristica. Non si distingue fra bene e male ma solo ciò fra

quello che è utile per un soggetto. Ciò che viene percepito come utile per il soggetto diventa

“ciò che è bene”. Quello che desidera diventa ciò che deve essere sorretto da un diritto. Quindi

questa “etica dei diritti” determina a cascata l’impossibilità di attuare delle controspinte socio-

culturali perché il soggetto non ha più un limite nel diritto altrui perché solo il suo diritto è

importante. Il diritto del singolo per essere rispettato e garantito non deve andare a ledere il

diritto dell’altro. Quindi c’è una tavola di diritti e di doveri, e solo fra questo equilibrio si può

costruire una pacifica convivenza. Invece, se lo Stato a cui facciamo riferimento diventa solo uno

Stato utilitaristico è chiaro che non si potrà mai controllare la condotta del soggetto che ritiene di

agire sulla base di ciò che vuole. Quindi è chiaro che tutti questi fattori determinano in qualche

modo una ricaduta sul diritto penale perché c’è una proporzione indiretta e reciproca fra

l’aumento e l’inasprimento del diritto penale e l’aumento della criminalità. Il diritto penale

deve controstare ad una criminalità sempre più cruenta, questo perché mancano quelle

controspinte socio-culturali. E’ chiaro anche che all’aumento della criminalità c’è un aumento del

diritto penale ed un suo inasprimento, cioè una erosione di tutte quelle istanze garantistiche che

stanno alle spalle del diritto penale. Se diventa un diritto penale inflazionato dalla necessità di

supplire a quelle che sono le necessità socio-culturali si arriva a determinare un costo altissimo

delle garanzie che stanno alle spalle del diritto penale.

La deriva di questa impostazione sta nel fatto che se la sicurezza diventa il luogo e l’elemento che

deve essere garantito dal diritto penale si arriva alla conseguenza che il diritto penale potrà

rendere penalmente rilevante tutto ciò che attenta a quella sicurezza perché il diritto penale ha

questa funzione di general prevenzione. La sicurezza non è un bene giuridico, ma una finalità.

Non esiste la sicurezza come bene giuridico, come entità realistica criminologicamente

verificabile. Non è un valore, è una finalità che l’ordinamento si può prefigurare, ma se il diritto

penale deve tutelare beni giuridici non può farlo soltanto attraverso delle finalità perché sennò

diventa un diritto penale autoritario. Non ci sarebbero più argini. E’ il bene giudirico che mi fa da

selettore di ciò che sta dentro e ciò che sta fuori dal diritto penale. E’ un diritto penale quello che

vuole mettere al centro di nuovo la sicurezza, un po’ disancorato da quelle istanze che abbiamo

messo come pietre miliari. Mantovani dice che questo non è un aspetto ineluttabile, perché se è

vero che il nostro Stato e la nostra comunità moderna è assediata ed è una comunità dove manca

la sicurezza, è la risposta che non convince perché la risposta non può essere quella delle perdite

delle garanzie, della perdita della funzione del diritto penale. Quindi la vocazione è quella di

tornare a far operare le controspinte socio-culturali che sono le uniche capaci di avere gli

anticorpi, è una strada che non può essere abbandonata ed è LA STRADA.

Qui sono nate varie interpretazioni abbastanza inquietanti perché per esempio in Germania c’è un

famoso studioso – Jacobs – che aveva incominciato a parlare di un diritto penale della

prevenzione dicendo che il diritto penale ha una unica funzione e cioè quella general preventiva

in un’ottica di neutralizzazione. Posso andare a punire qualsiasi tipo di condotta che attenti alla

sicurezza perché il diritto penale deve avere la possibilità di prevenire determinati tipi di reato. Si

può arrivare a sospendere anche determinati diritti dell’imputato (= “diritto penale del nemico”),

in particolare bisogna distinguere tra un diritto penale che si riferisce ai cittadini e un diritto

penale che si riferisce ai nemici (ai quali si sospendono tutte le istanze garantistiche). Jacobs si

riferisce alle ipotesi terroristiche alle quali non si può reagire in maniera democratica, non si può

impegnare a garantire loro niente e la finalità deve essere quella di neutralizzazione.

Si staglia anche la teoria di Gabrio Forti: egli ritiene che la criminologia debba attuare questo

passaggio sulla analisi di cosa e quali debbano essere le vocazioni degli apparati che stanno nella

società, quali sono le spinte socio-culturali che possono arginare la criminalità. Gabrio Forti lo fa

sull’idea che bisogna allontanarci dalla vecchia impostazione della Scuola Classica ma anche

dalla impostazione del determinismo della Scuola Positiva. La scuola criminologica ora si deve

interrogare sull’uomo che è responsabile. Quando si parla di “uomo responsabile” in

criminologia si deve andare ad indagare sul processo motivazionale che ha spinto quel soggetto a

commettere quel crimine. Bisogna chiederci come avviene questo processo di interiorizzazione

del precetto, prima dell’attuazione della minaccia della sanzione. La scuola moderna di

criminologia aveva per tanto tempo pensato che ci si potesse riferire a quella ipotesi dell’uomo

razionale propria delle teorie economiche che erano state accolte anche dal diritto penale quindi

in realtà il soggetto veniva ad essere ritenuto destinatario del precetto perché lui avrebbe operato

una scelta tra gli svantaggi e i vantaggi ed avrebbe scelto una soluzione che non urtasse il diritto

penale (= perché la pena era lo svantaggio). La soluzione vantaggiosa era quella di tenere una

condotta conforme al diritto penale perché non avrebbe visto limitare la sua libertà personale. Le

impostazioni più moderne mettono in evidenza come l’uomo non sia razionale ma che abbia

anche una componente emozionale anche se di fronte a lui c’è la minaccia di un bene

sproporzionata rispetto al delitto che si vuole commettere. Norme di salienza: sono quelle norme

che consentono di avere una comprensione della situazione come di una situazione morale di un

certo tipo, sono quelle norme che fanno inquadrare al soggetto quella situazione in un ambito

morale determinato. All’attivazione della procedura deliberativa del soggetto attivo vi è una

situazione che ha delle caratteristiche morali. L’attivazione di queste norme di salienza devono

derivare da una valutazione, quindi non è semplicemente il racconto nudo e crudo di ciò che

avviene nella realtà. Ed è proprio questo processo che determina l’interiorizzazione del precetto

penale (e morale prima). Sono delle norme di valutazione di ciò che accade in ambito morale. Si

fa spesso un esempio molto semplice ma che rende molto l’idea: se noi camminiamo per strada e

vediamo una bambina che si sporge da un ponte che cos’è questo? La bambina che si sporge da

un ponte è un fatto naturalistico e la norma di salienza è quella norma che attiva in noi la condotta

di salvare la bambina da quella situazione di pericolo. Quando noi vediamo qualcuno che prende

una carta e la butta per terra, il nostro modo di attivarsi sarebbe quella di guardare quello che sta

accadendo e attivarci dicendo al soggetto di raccogliere la carta o di raccoglierla noi. Bisogna far

riemergere le norme di salienza attraverso le quali i soggetti possano attivare dentro di loro la

condotta valutativa che gli impone di comportarsi in un certo modo. Ci sono due ambiti in cui si è

provato a mettere un circuito virtuoso: la medicina difensiva e l’altro riguarda degli esperimenti

sulla gestione dei beni immobbili sottratti alla mafia. Per esempio sono state iniziate alcune

attività, soprattutto nel sud Italia, di sottrazione dei beni immobili alla mafia ed il pericolo era che

se fossero state reimmesse nel mercato immobiliare qualche testa di legno lo avrebbe riacquistato

per rimmetterlo nel circolo mafioso. La soluzione virtuosa è quella di riprendere queste attività

dandole in gestione ad altri soggetti, dei privati, e facendo restare all’interno di quella struttura

tutti i dipendenti che avevano lavorato lì dentro fino a quel momento.

La vittimologia:

Le nuove teorie sono tutte ancorate alla necessità di riattribuire al diritto penale la sua funzione di

estrema ratio. Ha anche un’altra faccia più strettamente giuridica ed il fatto cioè che la

legislazione ed il diritto penale siano ancorati molto su quella che è la tutela della persona debole

del rapporto, quindi la necessità di legiferare avendo come punto di riferimento determinati

soggetti che si ritengono la parte debole della società. Si assiste quindi ad un diritto penale che

guarda alle donne (= fattispecie di stalking), una nuova normativa che riguarda i minori (= ipotesi

nuove di pedopornografia), etc. Questo modo di legiferare risente di questo nuovo corso della

nostra società cioè quello di aver messo al centro la sicurezza come elemento significativo del

diritto penale. E’ un precipitato degli ultimi decenni perché per moltissimi anni era stata eliminata

la vittima dall’orizzonte legislativo ed anche dottrinale. Il ruolo della vittima ha giocato la sua

partita storica nel momento in cui si è passati dal momento della vendetta al momento della pena.

Stole diceva che tutto ciò che accadeva alla vittima non doveva riguardare il diritto penale ma

solo il diritto civile, era un affare tra privati. In questo contesto in cui la pena è affidata ad un

organo pubblico la vittima scompare da questo orizzonte e ci vuole più di un secolo perché la

vittima torni al centro del ruolo del diritto penale. E’ negli ultimi 10-15 anni che la vittima ritorna

come soggetto in carne ed ossa che ha un ruolo nella rivendicazione di un posto all’interno del

processo. Ai tempi della Scuola Positiva la vittima veniva letta in chiave autoritaria. Per Enrico

Ferri la vittima doveva poter essere indennizzata o attraverso una riparazione monetaria oppure si

ripercuoteva sulla pena, quindi in realtà l’indennizzo nei confronti della vittima veniva scaricato

direttamente sull’aggravio della pena. Il recupero della dimensione della vittima veniva attuato

nell’ambito di una visione autoritaria, la maggiore importanza che veniva data alla vittima veniva

scontata dal soggetto attivo del reato con un aggravio della pena.

L’altro aspetto su cui Enrico Ferri concentrava la sua attenzione per valorizzare la vittima del

reato era anch’essa in una visione di maggiore rimprovero verso il soggetto attivo perché metteva

in evidenza come in alcuni casi la vittima potesse essere stata una corresponsabile nella

commissione del reato. E’ vero che è il reo ad aver commesso il fatto ma in questa dinamica la

vittima può aver avuto un ruolo perché ha messo i presupposti affinché il reato si realizzasse. La

vittima viene presa in considerazione come indice per una maggiore pericolosità. Per il diritto di

Ferri la vittima non aveva quella dimensione di parte del processo come parte in carne ed ossa ma

semplicemente il riferimento alla vittima aveva ancora una volta una vocazione autoritaria.

Questa ipotesi di recupero del concetto di vittima è in realtà assolutamente attinente a quell’epoca

e quindi la vittimologia non parte da Enrico Ferri ma in realtà parte dagli anni ’80 prima di essere

elaborata in una visione più strutturata. La riparazione monetaria è un aspetto che attiene solo al

diritto civile, c’è una marginalizzazione della vittima perché anche nel codice Rocco ciò che

interessa è l’aspetto di prevenzione generale.

Lezione 11 – 5/11/15

Parlare di vittima significa erodere le garanzie del reo: si viaggia sull’idea che tanto più si

considera la vittima e tanto meno si considerano le garanzie del reo. Questa idea è un’idea molto

forte nel diritto e nella dottrina tant’è che gli indirizzi che vengono presi in considerazione sono

quelli di dire che chi si occupa della vittima è un conservatore mentre le istanze garantistiche

sono quelle che considerano solo il reo e sono quelle progressiste. E’ come se fossero due parti

conflittuali. Questa endiadi quasi insopprimibile tra reo e vittima è in qualche modo rimessa al

centro dalla moderna vittimologia che invece vuole recuperare ciò che c’è di positivo nel

considerare la vittima. Vuole essere una rivalutazione complessiva delle dinamiche del diritto

penale. Quando ricominciamo a parlare di vittima negli anni ’80 bisogna dimenticarci della

visione che ne aveva la Scuola Positiva. E’ un rapporto criminale/vittima che non è più in

contrapposizione ma di un destino che deve procedere di pari passo. La scommessa della

moderna vittimologia è quella di prendere in considerazione il fenomeno criminale in modo

dinamico, unica dimensione capace di poter leggere la complessità del fatto di reato.

La moderna vittimologia prova a rimettere al centro quelli che sono gli aspetti propri della tutela

della vittima e lo fa attraverso l’introduzione dell’istituto della giustizia riparativa che mette al

centro il risarcimento del danno. Il diritto penale è un diritto necessariamente non satisfattorio

perché la conseguenza è la limitazione della libertà personale, quindi va ad incidere su un bene

non omogeneo con quello leso. Sta in questo la penalità della sanzione del diritto penale. Il fatto

di incominciare a parlare di risarcimento del danno nel diritto penale infatti è qualcosa di

dirompente rispetto alla sua vocazione classica. E’ un aspetto che deve essere pensato in modo

approfondito perché il rischio è quello della monetizzazione. Il fatto di rimettere al centro la

vittima e quindi di vedere il risarcimento del danno come una delle sanzioni proprie del diritto

penale è la conseguenza di due aspetti: la delusione per gli scarsi risultati ottenuti in sede

risocializzante (le carceri) e che la vittima come soggetto in carne ed ossa non possa più essere

esclusa dalla partita del diritto penale perché ha un ruolo fondamentale: la vittima deve essere

riparata tanto più in un contesto sociale in cui manca l’indefettibilità della sanzione penale. La

vittima in sé non conta ma conta il ripristino della legalità che viene affidato al fatto che il

soggetto che ha fatto qualcosa di male sconta qualcosa di male. Se la pena non viene eseguita la

vittima rimane priva due volte del proprio ristoro: non è risarcita come vittima in concreto e

nemmeno come vittima in astratto perché poi quella sanzione non viene eseguita. La partita

reo/vittima deve essere quindi affidata a dei meccanismi capaci di ristorare la vittima la quale

diventa sempre più centrale, soprattutto per il fatto che il diritto penale ha fallito nella sua

funzione risocializzante. Quindi, la legalità della certezza della pena viene meno con un effetto a

cascata di tante altre conseguenze, ed una di queste è che la vittima si sente spogliata di un

proprio diritto non solo in concreto ma anche in astratto.

Questo fa sì che si cerchi un nuovo binario di compensazione fra vittima/reo e si ha attraverso

quella che è l’idea della CONCILIAZIONE rispetto viceversa all’idea della sostituzione, della

repressione. L’idea della giustizia conciliativa parte dal fallimento della risocializzazione, parte

dalla constatazione che la pena non è più certa e quindi da aspetti che attengono alla difesa

sociale, ma anziché erodere le garanzie del reo si capovolge la prospettiva: bisogna trovare degli

altri meccanismi di compensazione del conflitto. L’idea della conciliazione nasce da un’idea di

ripensamento della giustizia penale con al centro il fatto che ci debba essere sempre un concetto

di risocializzazione. Riconciliazione attraverso la quale la vittima possa interagire con il reo e il

reo senta di aver realizzato qualcosa di effettivamente lesivo dell’altrui libertà. Mettere al centro

la vittima concreta deve servire prima di tutto a questo aspetto di riconciliazione ma poi deve poi

mettere in moto tutte quelle controspinte socio-culturali di cui parlava Mantovani. Bisogna quindi

far rendere conto al reo che quello che ha commesso non è semplicemente un fare del male ma

che quella persona in carne ed ossa che ha davanti non può più fare determinate cose per la sua

responsabilità. Questo contatto dovrebbe, in qualche modo, e in una spirale del tutto virtuale e

virtuosa, permettere la ricomprensione di alcune regole del diritto penale in norme di salienza.

Questa ipotesi è ovviamente una ipotesi di riconversione della vittomologia e della giustizia

conciliativa che permetta quindi di attuare in ogni caso una risocializzazione non più dentro il

carcere ma attraverso un contatto diretto con la vittima. Quindi questa messa in relazione fra reo e

vittima permette una eliminazione dei processi di neutralizzazione, il farsi carico delle norme di

salienza e quindi attivare un meccanismo di riconciliazione. Bisogna far ripartire la giustizia

dall’idea della vittima in carne ed ossa.

Qual è il nervo scoperto di questa teoria? La giustizia conciliativa sicuramente realizza in qualche

modo l’aspetto retributivo, così come la risocializzazione viene ricompresa nella special-

prevenzione. E’ la general-prevenzione che è difficile da attuare con questa teoria. La replica

è che si dice che la prevenzione generale viene in qualche modo ugualmente rispettata perché la

prevenzione generale si fonderebbe sul fatto che il soggetto nel momento in cui si mette in

contatto con la vittima realizza una sorta di pacificazione sociale. Il punto è che questo

ragionamento per la Venafro in realtà può essere vero ma solo fino ad un certo punto: il fatto

che comunque il diritto venga ad essere monetizzato e quindi in qualche modo rimane un

affare privato delle parti e anche il ripristino della legalità è affidato ad un aspetto esterno che

è la monetizzazione. Nel nostro ordinamento l’idea della conciliazione entra in due disposizioni

normative: quello della giustizia minorile e quella del giudice di pace. Hanno in realtà due finalità

e due ruoli diversi.

Ora l’idea della vittimologia è quella di proporre una nuova giustizia, un nuovo modo di fare

giustizia, ma la vittimologia ha avuto anche importanti ripercussioni sul nostro sistema giuridico:

ricominciare a parlare di nuovo della vittima ha portato ad una tutela maggiore della vittima

all’interno del processo, durante le indagini preliminari, etc. ma la vittimologia ha avuto anche il

ruolo importante di tutelare la vittima DAL processo. L’aspetto più importante che è giocato dalla

vittimologia in questi ultimi anni è quello di ripensare il modello di giustizia. Le indagini

criminologiche avevano da tempo cercato di mettere in evidenza quali dovessero essere i modelli

di una giustizia riparativa: innanzitutto si tratta di una idea di creare un rapporto tra

vittima/reo/comunità, questi tre soggetti devono essere messi in contatto tra di loro e quindi

ricercare delle soluzioni allo scopo di promuovere la riparazione del danno causato dal reo ed

arrivare ad un rafforzamento della sicurezza collettiva. Solo se questi tre soggetti riescono a

realizzare il loro scopo abbiamo una conciliazione che si può porre come alternativa al diritto

penale. Nella gestione del conflitto diventa centrale per la giustizia conciliativa il ruolo della

vittima e la riparazione del danno, cioè il risarcimento della condotta, perché dimostra l’apertura

del reo verso la vittima e la disponibilità del reo a ripensare quei valori che sono stati violati. Ora,

l’origine del conflitto deriva dalla necessità che il soggetto ha provocato quella lesione per

raggiungere uno scopo, quindi è chiaro che tra i due soggetti esiste un conflitto. C’è una

contrapposizione tra reo e vittima, quindi bisogna andare all’origine di quel conflitto e poter in

qualche modo cercare di trovare, confrontando i due soggetti, delle soluzioni e trovare una forma

di riparazione che abbia anche la capacità di essere una forma di riparazione simbolica. Ora,

questa idea della mediazione, intesa come strategia di incontro più che di scontro è stata messa al

centro di molte indagini criminologiche che avevano come riferimento delle indagini

antropologiche. Si può vedere che in realtà la lesione dei beni personali non attiva un processo

penale ma attiva invece un rito di dialogo tra i soggetti che si sono trovati in contrasto e mette al

centro il fatto che l’idea della conciliazione non ha nessun vincitore. C’è la necessità di un rito

catartico capace di mettere in collegamento i due soggetti. Queste indagini criminologiche

mettono in evidenza come in molte comunità piccole i reati vengono assorbiti da dei processi

rituali, catartici, che mettono in collegamento i due soggetti. Questo però evidentemente è

l’origine della giustizia conciliativa, che nasce in comunità ristrette.

In realtà in una società frammentata questo modello così come vuole essere riproposto è

sicuramente inadeguato perché appunto parte da un contesto sociale omogeneo. L’idea è quella di

prendere della conciliazione l’aspetto più importante che è quello del risarcimento del danno.

Quindi la giustizia conciliativa ha questa carica di effettività perché si muove sul piano

dell’efficacia. E’ chiaro che in questo caso la giustizia conciliativa è quella che permette di

eliminare i soggetti dal carcere, quindi nasce come istanza DEFLATTIVA. La partita della

conciliazione non sta nell’idea della mediazione, ma quella più pratica della deflazione. Posto che

il diritto penale sia saturo è necessario trovare degli altri modi per fare giustizia. Nasce quindi da

quella che è l’incapacità del diritto di far stare in piedi il sistema penale. Il sistema penale sta

crollando non perché i pilastri storici stiano cedendo ma perché le carceri ed il sistema dei

processi non ce la fa più a stare dietro al legiferare in ambito penale del legislatore. L’idea della

conciliazione nasce per inventarsi una giustizia fuori dal carcere, almeno finché non si tornerà ad

un diritto penale minimo. Quindi serve a eliminare dal diritto penale tutta una serie di

procedimenti faraginosi e complicati e INUTILI ed infatti dove va a cascare la conciliazione? Sul

giudice di pace. In realtà non hanno gli strumenti per conciliare questi giudici, è semplicemente

un luogo dove si immette il risarcimento del danno come risoluzione della controversia e si

utilizza quello strumento per non far arrivare quei processi nelle aule di giustizia. Ormai il

processo penale è un lusso. Bisogna selezionare quelle persone e quei processi in cui quelle

garanzie debbano effettivamente essere realizzate. La conciliazione nel nostro ordinamento

quindi è diventato uno strumento di deflazione attraverso l’istituzione del giudice di pace. Il

problema della giustizia conciliativa nel nostro ordinamento sta faticando ad andare incontro a

quella che sarebbe la sua partita più importante perché è stata introdotta in ambiti in cui non può

sviluppare la sua vera carica innovativa. Sono ipotesi che hanno bisogno di investimenti

economici perché per poter fare una conciliazione reale ed effettiva bisogna che ci siano dei

soggetti capaci di saper ascoltare entrambe le parti. E’ una partita che chiede impegno e

competenze. Il soggetto attivo del reato deve in qualche modo condizionare la sua vita quotidiana

per il danno che ha provocato. La riconciliazione deve avvenire attraverso contenuti positivi,

quindi che incidono sulla tua libertà di agire durante la giornata. Questa è una possibilità per far sì

che il soggetto attivo recepisca le norme di salienza, perché il tuo obbligo viene in qualche modo

riempito di contenuto in relazione con quello che è stato commesso. Si permette attraverso la

conciliazione di non limitarsi solo alla monetizzazione. Mentre nel caso in cui questa

riconciliazione verta su dei contenuti positivi in questo caso l’idea della riconciliazione e l’idea

della pena meritata e l’idea che la collettività si senta tutelata rimette in asse tutti e tre gli

aspetti (vittima/reo/comunità).

Quindi la partita della riconciliazione non può essere ancorata al mero risarcimento del danno e

l’ambito della mediazione invece deve guardare a dei contenuti positivi e propositivi in relazione

a quello che è accaduto e quindi solo così si può arrivare a ciò che diceva Satta. Se il giudizio

deve essere alla base del diritto penale la giustizia conciliativa è perfettamente in asse con il

sistema del diritto penale tenendo conto dei tre aspetti vittima/reo/collettività. Il nostro diritto sta

arrivando in una mediazione in tantissimi altri ambiti. Mentre per tutte le altre ipotesi è naturale

perché l’aspetto risarcitorio è una cosa fisiologica, per il diritto penale non lo è quindi c’è bisogno

di un quid pluris. Anche nei processi minorili di nuovo la conciliazione è un luogo in cui potrebbe

spendere le sue capacità innovative: proiettare dei determinati valori a dei minori è più semplice

rispetto ad un adulto già inserito in un contesto e tessuto sociale. E’ un luogo privilegiato per la

interorizzazione del precetto. Per il nostro diritto penale però ancora è restia a riuscire a

mostrare le sue virtù migliori perché di nuovo l’idea del processo minorile è ancorato alla

mancanza di pericolosità del soggetto inteso come soggetto che può ancora essere restituito alla

società non attraverso l’opera della conciliazione ma perché è giovane. Per tenuità del fatto si

prevede che il minore non vada in carcere.

Per fatti particolarmente gravi la giustizia conciliativa non può essere un’alternativa al diritto

penale, non può essere presa proprio in considerazione perché si mina la legalità. La mediazione

può avere una grande importanza ed un grande impatto soltanto se si tratta di reati meno gravi.

Per i fatti più gravi bisogna rimanere saldi al nostro ordinamento penale con la limitazione della

libertà personale per il reo. Posto che la giustizia penale è questa, la conciliazione ha un ruolo

grandissimo in tutte le altre ipotesi, in moltissimi reati. Si auspica una strada simile perché si

arriverebbe a saldare un circolo virtuoso rimettendo in discussione le norme di salienza e

riportando il diritto penale ad essere un diritto penale minimo. Bisognerebbe accompagnare la

conciliazione alla sua previsione all’interno della legge di bilancio perché richiede investimenti

enormi.

La vittimologia ha poi avuto una grande importanza nel rimettere al centro tutta una serie di reati

che prima non erano a sé stanti, ha permesso una legislazione che guarda al soggetto passivo (=

pedopornografia, stupro, tutela dei minori in generale). Adesso un soggetto che viene ad essere

vittima di una violenza può essere supportato non solo giuridicamente, ma anche

psicologicamente e con una assistenza sociale. E’ chiaro che la vittimologia ha una grande

importanza in questo momento storico e viene recepita con grande significato dal legislatore

anche in un assetto maggiormente complesso ed articolato.

Lezione 12 – 9/11/15

Il multiculturalismo:

Il tema del multiculturalismo si collega al fenomeno dell’immigrazione perché arrivano soggetti

che provengono da culture e tradizioni differenti, da diversi ordinamenti giuridici. Qual è il

rapporto fra l’immigrazione e la criminalità? E’ un binomio necessitato? Nel caso di

“immigrazione clandestina” è chiaro che i soggetti-immigrati vengono già con la capacità di

oltrepassare la soglia della legalità, il loro ingresso nel paese è clandestino. Dopodiché, la

criminalità che proviene dall’immigrazione viene studiata come criminalità organizzata oppure

non presenta differenze criminologiche rilevanti rispetto alla normale criminalità.

Il problema che bisogna porci è come vanno considerati i reati culturalmente orientati cioè tutti

quei reati che vengono commessi per rispondere a delle esigenze di adempimento a precetti

religiosi-culturali specifici del proprio luogo di provenienza. Il fatto è ritenuto illecito

dall’ordinamento che accoglie i soggetti stranieri ma è riteuto lecito (o doveroso)

dall’ordinamento di provenienza. Sono dei reati commessi dai soggetti su una base motivazionale

di tipo culturale-religioso. Prima di affrontare questo problema è necessario però esporre la

grande contraddizione che impregna il Multiculturalismo. Ad oggi ci sono due forze: da un lato

troviamo le istanze di particolarismo culturale e di autodeterminazione su motivazioni etniche

e culturali; dall’altro invece la globalizzazione, che si propone di realizzare

un’universalizzazione dei diritti. Queste due forze opposte pongono il problema del

Multiculturalismo, cioè nel momento in cui le istanze di particolarismo culturale (e giuridico) si

scontrano con il processo di globalizzazione e la realtà attuale globalizzata.

In questo senso ci sono due correnti di pensiero filosofico-politico che provano a dare una

risposta a questo contraddittorio:

7. Comunitarismo. Si parte dall’idea di ricercare l’identità individuale del soggetto

attraverso l’appartenenza del singolo ad una collettività identificata. Per il comunitarismo

l’aspetto fondamentale è la tutela dei valori condivisi e delle pratiche sociali all’interno

del gruppo di appartenenza. Ha come fine la difesa dei diritti delle minoranze, difende

le minoranze religiose/etniche/culturali rispetto alla egemonia del gruppo e della cultura

dominanti. Ciò che fonda l’identità culturale di un soggetto sono le sue radici, bisogna

tutelare l’identità culturale di un soggetto per difendere la sua stessa persona, anche se

quest’identità è minoritaria. E’ chiaro che per il comunitarismo i due pilastri essenziali

sono la tutela delle identità culturali del soggetto ed il principio di uguaglianza

sostanziale: per trattare in modo sostanzialmente uguale tutti i soggetti bisogna

valorizzare e garantire le identità culturali di provenienza. Quando si pone un problema

giuridico multiculturalista avrà valore il principio identitario specifico, se la mia identità

culturale mi dice che si può fare, io lo potrò fare. In realtà è chiaro che in questa

concezione c’è una intolleranza di fondo perché viene messa al centro la continuità di

un’identità culturale che viene imposta anche a costo di calpestare il singolo individuo,

quindi la scelta del singolo è annullata; soprattutto il comunitarismo nella sua vocazione

assoluta ed estremista ha dei fortissimi punti deboli ed aspetti negativi, con delle

vocazioni autoritarie;

8. Universalismo. L’universalismo parte da dei presupposti radicalmente diversi perché la

società deve fondarsi su valori naturali cioè dei valori che sono presenti in ogni

individuo. Si parla di istanze innate nell’essere umano che portano al riconoscimento di

diritti universali, di diritti che appartengono a TUTTI GLI UOMINI ed a TUTTE LE

CULTURE. E’ di sicuro un aspetto molto positivo quello che propone l’universalismo, la

ricerca di valori uguali per tutti; ma dietro all’appartente neutralità si nasconde un

carattere discriminatorio e cioè l’idea che esistano dei diritti oggettivi, riconosciuti da

tutti gli uomini, indipendentemente dal contesto in cui vivono (= l’uomo è postulato in

modo astratto). Questa concezione è frutto dell’ideale liberale, ciò che fa l’universalismo

è il fatto che la rende valida per tutti.

Il problema del Multiculturalismo non è tanto individuare i diritti, ma il modo nel quale

esercitare i propri diritti, in cui realizzare la propria identità culturale. E torniamo quindi alla

domanda di partenza: in presenza di fatti ritenuti illeciti nell’ordinamento che accoglie lo

straniero e realizzati in quanto bagaglio culturale del soggetto (= condotte lecite nel paese di

provenienza) come si risolve il contrasto giuridico? Le risposte fornite dalle due correnti

filosofico-politiche non vanno assolutamente bene. Il Multiculturalismo può trovare una propria

strada autonoma solo abbandonando gli schemi assoluti del comunitarismo e

dell’universalismo: solo se le due teorie smettono di essere assolute ed autoreferenziali si può

trovare una soluzione. E’ chiaro che queste due teorie debbano tornare alle loro finalità originarie;

una nella tutela dell’individuo nella sua identità culturale particolare e l’altra nella tutela dei

diritto universali dell’uomo. Il comunitarismo e l’universalismo devono diventare teorie

relativistiche. Il baricentro non deve essere cercato nell’una o nell’altra teoria ma nella TUTELA

DELLA PERSONA. La tutela della persona deve essere lo scopo attraverso il quale interrogarci

sul Multiculturalismo. Dunque il comunitarismo e l’universalismo diventano teorie teleologiche,

cioè teorie che per essere soddisfatte devono raggiungere uno scopo. Devono essere teorie

teleologiche e necessariamente relativistiche: solo dismettendo i loro panni assolutistici ed

abbracciando la meta finale della tutela della persona queste teorie sono in grado e sono

legittimate a rispondere ai problemi del Multiculturalismo.

Entrambe le teorie si spogliano dei propri lati negativi: nel comunitarismo permane la ricerca

dell’uguaglianza sostanziale e della difesa delle identità culturali minoritarie ma essa si libera

degli elementi autoritari e di quelli autoreferenziali; nell’universalismo invece il fine della

persona si aggancia direttamente al riconoscimento dei diritti universali ma questi dovranno

sempre essere calati in un ambito multiculturale. L’uomo si considera in concreto adesso, non

più in astratto. Comunitarismo e universalismo devono interagire ed intersecasi fra loro:

l’universalismo diventa il fondamento ed il limite per ascoltare il comunitarismo,

continuando a svolgere il ruolo centrare di tutela dell’individuo. Quindi i diritti fondamentali

costituiscono il FONDAMENTO ed il LIMITE per accogliere le istanze del comunitarismo, che

diviene CONTENUTO del Multiculturalismo.

9. Fondamento: si potrà parlare di “identità culturale” solo rispetto a quei soggetti che

scelgono in libertà di appartenere a quel gruppo culturale (= NON soggetti che devono

rispettare la propria identità culturale per appartenenza, per un fine superiore di

conservazione di quell’identità);

10. Limite: le rivendicazioni delle varie identità culturali dovranno essere ascoltate e tutelate

fino a che non andranno a lefere i diritti inviolabili dell’individuo.

Quindi, di fronte ai problemi posti dal Multiculturalismo ci si pone mettendo al centro LA

PERSONA: l’universalismo funge da cornice all’interno della quale il comunitarismo può portare

le sue istanze di rivendicazione culturale, dettando nuove regole sociali che dovranno essere

accolte dalla comunità di accoglienza, con un’identità culturale maggioritaria diversa. Ci deve

essere una mediazione tra le nuove istanze e la garanzia dei diritti inviolabili, quindi un’apertura

della comunità (sociale e dell’ordinamento giuridico) alle istanze culturali diverse finché non si

ledono i diritti inviolabili della persona.

Le istanze che lo Stato può/deve riconoscere per lo sviluppo della propria identità culturale

sono:

11. La concessione di ferie in particolari momenti dell’anno;

12. Un nuovo diritto di famiglia (la giurisprudenza civile si è aperta alla possibilità di

riconoscere il ricongiungimento familiare per i figli nati da matrimoni poligamici);

13. La configurazione di causa di non punibilità per alcuni tipi di reati (= macellazione di

animali: non lede un diritto inviolabile dell’uomo ed è l’unico modo con cui i musulmani

mangiano la carne).

Istanze, invece, che l’ordinamento deve ritenere INAMMISSIBILI in quanto ledono i diritti

universali dell’uomo: l’esempio tipico che si può fare è l’infibulazione. E’ un’istanza

dell’universalismo recepita dalla l. 7/2006 che ha introdotto uno specifico articolo del codice

penale, l’art. 583bis. Questa istanza di rivendicazione culturale travalica la cornice dei diritti

universali della persona violando l’integrità fisica della persona al solo scopo di tutelare una

identità culturale. E’ chiaro che è questo lo schema concettuale che deve essere seguito per

affrontare le istanze provenienti dal Multiculturalismo che coinvolgono le categorie del diritto

penale.

Lezione 13 – 11/11/15

Il Multiculturalismo negli USA:

Negli USA il problema delle “difese culturali” è stato affrontato fin dagli anni ’80 e questa

problematica diciamo che è stata fatta filtrare dalla giurisprudenza attraverso categorie variegate

del diritto penale. Ci sono alcuni casi degli anni ’80 davvero emblematici in cui filtrano le istanze

culturali nella categoria della insanity:

— Caso donna giapponese. E’ il caso di una donna giapponese che, dopo aver scoperto di essere

stata tradita dal marito, è andata a Santa Barbara con i figli piccoli ed ha tentato il suicidio

portandosi dietro pure i figli. I figli sono morti ma lei è sopravvissuta. E’ stata incriminata per

duplice omicidio volontario. La difesa della donna mette in evidenza come lei non avesse fatto

altro che seguire le usanze della propria cultura e le donne che commettono atti scellerati per non

aver superato l’onta gravissima sono reputate non in grado di mantenere la lucidità. La comunità

giapponese, durante il processo, si schierò a difesa della donna e del riconoscimento della

tradizione culturale. I giudici statunitensi filtrarono queste istanze culturali attraverso la

categoria dell’insanity e cioè per la donna giapponese il condizionamento era stato così forte che

aveva eliminato il suo libero arbitrio. La donna fu condannata ad 1 anno di reclusione, e 6 anni di

libertà vigilata. In Italia una cosa del genere sarebbe impensabile, ma negli USA con questo caso

la giurisprudenza fece entrare le istanze culturali all’interno di un’ipotesi di omicidio.

— Cinese uccide la moglie per tradimento. In questo caso il soggetto non era affatto integrato

nella comunità americana, ma di fatto viveva solo in quella cinese. Uccide la moglie dopo aver

scoperto il tradimento perché per la cultura cinese tradire il proprio compagno è un’offesa

insopportabile. Anche in questo caso ci si chiede se un così forte condizionamento culturale possa

determinare un’ipotesi di “insanity”. Per i giudici il condizionamento dev’essere inteso come

una diminuzione della capacità d’intendere e di volere.

— Ratto a fini di matrimonio del Laotiano (1985). Una ragazza laotiana va a studiare in un

college negli Stati Uniti. Il suo ragazzo la raggiunge e come da tradizione mette in scena il “ratto

per matrimonio”, in pratica la rapisce e ne consuma il rapporto sessuale. La ragazza mostra

resistenza alla consumazione del rapporto e lo denuncia per violenza sessuale. Il ragazzo si

difende dicendo che la procedura del rito tradizionale prevede proprio che la ragazza resista al

rapporto per dimostrare la sua “illibatezza”, dunque il ragazzo non si aspettava altro, e coglie la

resistenza come un normale atto “di procedura”. Qui c’è un errore determinato da un

condizionamento culturale. La Corte accoglie le motivazioni del ragazzo e cade il capo

d’accusa per violenza sessuale ma viene condannato per sequestro di persona. In questo

caso l’istanza culturale entra nella fattispecie tramite “l’errore sul fatto” derivante dalla

provenienza culturale del soggetto attivo.

— Padre di Chicago (anni ’90). Un emigrato siciliano viene denunciato prima da un vicino di

casa e poi dal figlio per maltrattamenti in famiglia (verso moglie e figli). I figli testimoniano il

terrore vissuto in casa, col padre che li gonfiava di botte ed operava anche violenza psicologica

ogni volta che questi mostravano atteggiamenti non conformi a quanto voluto da lui. La difesa

dell’uomo afferma che il reato è stato commesso, sicuramente, ma tali forme di rimprovero erano

espressione di uno “ius corrigendi”, di un condizionamento culturale per il quale il padre non

conosceva altro metodo per educare i figli e relazionarsi in un contesto famliare. I giudici danno

ragione alla difesa (= nel 1997 in America sono convinti che in Italia sia normale massacrare

la famiglia di botte) e viene riconosciuta una scriminante di stampo culturale. Questa

sentenza sconvolgente dette uno scossone: non si potevano rendere lecite delle condotte

manifestamente illecite e lesive di diritti fondamentali umani. La motivazione culturale doveva

avere un riconoscimento all’interno del sistema giuridico ma non poteva essere filtrato nelle

scriminanti dal giudice perché le scriminanti sono codificate e quindi al massimo dev’essere il

legislatore a fare quest’operazione per rispetto del principio di legalità. E’ chiaro poi che questo

ragionamento negava la finalità della pena, cioè la deterrenza e la persuasione, perché se

l’appartenenza ad un’altra cultura mi scusa/scrimina nel commettere reati non avrò motivo

di conoscere la legge del mio paese di accoglienza.

Il Multiculturalismo nel Regno Unito:

Nel Regno Unito il modello adottato è il comunitarismo questo per il fatto che il popolo è

abituato ad accogliere gli immigrati proveniente da culture diverse e quindi le loro istanze sono

prese in considerazione in modo importante. Sulla carta dunque l’ordinamento inglese riconosce

le istanze culturali ma se poi noi andiamo a guardare la prassi giurisprudenziale notiamo un

atteggiamento del tutto oscillante dei giudici.

14. Nel 2011 il padre e due zii sono accusati di aver sequestrato una ragazza per impedire che

continuasse la sua relazione con un suo compagno di classe non musulmano in quanto

contro le regole religiose. La Corte inglese riconosce il motivo culturale così

preponderante da non giungere ad alcuna pena;

15. Nel 2002 un padre di origine pachistana uccide la figlia ventiquattrenne dopo aver

scoperto la sua relazione con un ragazzo non musulmano. La difesa invoca la scriminante

della “provocazione” determinata da un fortissimo condizionamento culturale che aveva

reso la relazione un problema di enorme gravità agli occhi del padre. La Corte inglese

non riconosce la scriminante e condanna l’uomo per omicidio;

16. E’ un caso simile al precedente: una ragazza musulmana rimane incinta di un non

musulmano e viene uccisa dal padre: anche qui la Corte inglese non riconosce la

“scriminante” della provocazione e condanna l’uomo per omicidio.

Quindi anche in un paese che adotta un modello comunitarista, dove le istanze multiculturaliste

sono tenute in grande considerazione, viene posto un limite alla ricezione delle istanze culturali

nelle categorie penalistiche. L’istanza culturale viene sempre ricevuta e valutata

favorevolmente al soggetto tranne che nei casi di omicidio in cui non c’è alcuna tolleranza. La

giurisprudenza inglese individui i tre requisiti del reato culturalmente orientato:

17. La motivazione che porta il soggetto a commettere il reato deve trovare spiegazione nel

bagaglio culturale di cui è portatore il soggetto attivo;

18. Il bagaglio culturale del soggetto attivo deve sovrapporsi con l’effettiva identità

culturale del gruppo di appartenenza (= oggettività della motivazione culturale);

19. La cultura di appartenenza deve esprimere valori radicalmente diversi da quelli

presenti nello Stato di accoglienza.

Il Multiculturalismo in Francia:

L’impianto penale francese è ancorato ai capisaldi dell’universalismo: si può includere veramente

lo straniero rendendolo perfettamente uguale alla legge a qualsiasi cittadino francese e solo così si

eliminano le differenze culturali. La politica criminale che viene seguita in Francia è che

l’appartenenza del reo ad una comunità straniera non ha alcun significato in sede penale. In

Francia l’immigrato è considerato veramente parte del tessuto sociale ma viene spogliato della

propria identità culturale. In Francia viene adottato un modello assimilazionista dove

l’universalismo è incarnato dalla politica criminale. Non c’è una distinzione di destinatari, la

legge è prevista dal testo ed è uguale per tutti: questo è il principio di legalità francese.

Esempi:

— Divieto di portare il “chador” (velo per soli capelli) per le ragazze a scuola;

— Divieto nel 2011 di indossare il burqua in strada per esigenze di ordine pubblico. Tuttavia il

divieto non viene realmente osservato in quanto è prevista una multa come sanzione e non c ’è

neanche la possibilità dell’identificazione forzata da parte dell’agente di polizia;

Il Multiculturalismo in Germania:

In Germania l’immigrato è visto come un soggetto che vive nel paese allo scopo di lavorare ed in

questo ha gli stessi diritti dei cittadini tedeschi, ma per il resto c’è una forte ghettizzazione degli

immigrati (vivono tutti insieme in comunità quartiere) in quanto si ritiene che l’immigrato, dopo

aver lavorato per un tot di anni, sia destinato a tornare nel proprio paese di origine.

A livello di ordinamento giuridico generale in Germania c’è un modello diverso da quello usato

in Inghilterra e da quello usato in Francia, mentre a livello di ordinamento giuridico penale c’è lo

stesso atteggiamento “universalista” usato in Francia. Però il codice penale tedesco dà molta

importanza all’aspetto motivazionale del reato ed infatti la colpevolezza è inserita all’interno

della tipicità del fatto. In questo senso il motivo culturale ha naturalmente un peso maggiore che

in Francia. Nella prassi giurisprudenziale tedesca dunque non si può MAI riconoscere una

causa di giustificazione in questo senso ma l’istanza culturale viene filtrata nell’ambito della

valutazione del rimprovero soggettivo.

Esempio: un ragazzo uccide la sua “promessa sposa” che si voleva rifiutare alle nozze. Il capo

d’accusa è stato derubricato da omicidio di I° grado ad omicidio di II° grado.

C’è una recente sentenza importante e dirompente che riguarda un ragazzo senegalese

maggiorenne, il quale ospita a casa sua una connazionale di 15 anni e vi intrattiene rapporti

sessuali; si tratta di violenza sessuale su minore ma il ragazzo senegalese va esente da pena in

quanto viene riconosciuto che il condizionamento culturale ha inciso sul consenso del soggetto

passivo. Nella loro cultura d’origine è normale che un minore possa intrattenere dei rapporti con

un soggetto più grande al quale è affidato (in rapporto di curatela) in segno di gratitudine. Perciò

non poteva esserci la percezione dell’illiceità del fatto. E’ una sentenza dirompente nel panorama

tedesco perché si comincia a sentire una esigenza di filtrare le istanze culturali in ambito

penale.

Lezione 14 – 12/11/15

Il Multiculturalismo in Italia:

In Italia la situazione è sempre stata sostanzialmente diversa dagli altri paesi in quanto la

massiccia presenza di immigrazione clandestina ha fatto sì che non venisse considerato il

problema del Multiculturalismo in modo strutturale ma affrontato sempre in chiave d’emergenza.

Non sono stati accolti in modo assoluto né il comunitarismo né l’universalismo ma l’Italia ha

provato a seguire un’altra strada cioè quella della TUTELA DELLA PERSONA, ovvero la strada

indicata dalle indagini criminologiche come unica via per affrontare il problema del

Multiculturalismo.

L’ordinamento italiano ha previsto molte norme volte a recepire le istanze del

multiculturalismo ma ha posto come limite invalicabile la tutela dei diritti inviolabili

dell’individuo. Degli esempi in cui l’Italia ha recepito l’istanza del multiculturalismo possono

essere la macellazione cocher, il ricongiungimento familiare pe i figli nati da poligamia, il poter

girare senza casco per gli indiani che portano il turbante; ma pratiche come l’infibulazione non

solo NON VENGONO TOLLERATE ma sono previste fattispecie ad hoc in segno di maggiore

stigmatizzazione.

— Caso del padre albanese (Cassazione, qualche anno fa). Un cittadino albanese viene

accusato di maltrattamenti in famiglia perché riempiva di botte moglie e figli. La denuncia viene

sporta da un vicino di casa. Come già detto la fattispecie ipotizzata dall’accusa era quella di

maltrattamenti in famiglia (erano integrate sia le violenze fisiche che le vessazioni psicologiche).

Il fatto era incontestabile (dimostrato da referti medici, testimonianze dei vicini ed in più c’è stata

anche la stessa ammissione del padre). La difesa la butta sul fatto che la cultura albanese ha

ancora una figura de pater familias di stampo arcaico dove il ius corrigendi viene esercitato con

queste modalità. Quindi secondo la difesa non è possibile muovere un rimprovero personale al

soggetto che ha commesso il fatto in base al proprio convincimento culturale e si delinea anche la

scriminante ex art. 50 c.p. (Consenso dell’avente diritto) perché il potere da lui esercitato trovava

consenso della moglie e dei figli che avevano accolto la situazione come una normale dinamica

familiare.

L ’Appello ammette implicitamente il motivo culturale riconoscendo però l’insusisstenza della

causa di giustificazione ma facendo filtrare tale elemento culturale dalle attenuanti generiche.

La Cassazione fa un passo avanti e ridisegna in modo innovativo il rapporto tra il diritto penale

ed il multiculturalismo: “non si può non ritenere che tali consuetudini entrino in contrasto con

i diritti inviolabili della persona protetti dalla nostra carta costituzionale”. L’istanza culturale

deve essere presa in considerazione dal nostro ordinamento ma trova un limite invalicabile nel

rispetto dei diritti fondamentali della persona. La Cassazione quindi fa un richiamo agli artt. 2 e 3

Cost. in sintesi dicendo che l’identità culturale dev’essere oggetto di valutazione del giudice ma

non deve mai essere a fondamento della lesione di un diritto inviolabile. Inoltre l’art. 50 c.p.

non è invocabile perché non si può acconsentire a violare un diritto indisponibile. La Cassazione

dunque esclude anche le attenuanti generiche. Il principio di uguaglianza disegnato dalla

Cassazione alla luce dei problemi del Multiculturalismo ci dice che bisogna tenere conto delle

diversità culturali (= trattare in modo diverso situazioni diverse) ma allo stesso tempo porre come

limite il fatto che i diritti inviolabili sono uguali per tutti, sono DIRITTI ASSOLUTI.

— Art. 583bis (Mutilazione di organi genitali femminili). E’ una fattispecie con una grande

valenza simbolica e come tutte le fattispecie penali con forte valenza simbolica non viene mai

ascoltata. Due casi paradigmatici commessi da un’ostetrica senegalese di cui un fatto consumato

mentre l’altro fatto soltanto tentato. La mutilazione nel fatto consumato era stata realizzata

dall’ostetrica in modo superficiale senza determinare una vera e propria lesione dell’organo. I

soggetti responsabili sono erano l’ex ostetrica e i genitori delle due ragazze. La difesa si appella

alle motivazioni culturali e religiose e dunque dice che il fatto è di lieve entità e la lesione minima

ed inoltre che c’è un errore inevitabile sulla conoscenza della legge penale. Anche qui non c’è un

carattere religioso o etico ma solo la volontà di un gruppo sociale di controllare in modo totale la

donna. Le pratiche di Arhuè non servono per tutelare la persona nella propria identità

culturale ma per perpetrare la propria cultura a discapito della persona la quale viene lesa

nella propria integrità fisica. In questi casi non c’è spazio per il dialogo fra comunitarismo e

Multiculturalismo, deve essere per forza limitato.

Come facciamo a far rientrare il reato culturalmente orientato nelle categorie del diritto penale?

Dobbiamo partire da un punto fermo e cioè il fatto che il soggetto commette un fatto tipico

illecito. E’ chiaro però che commette questo fatto sotto l’influenza di forti condizionamenti

culturali. La prima idea è quella di far rientrare questi condizionamenti socio-culturali sotto le

cause di giustificazione, ma è una ipotesi da SCARTARE ASSOLUTAMENTE. Far rientrare

questi condizionamenti nell’ambito della antigiuridicità oggettiva significherebbe renderle lecite

per tutto l’ordinamento. Una seconda ipotesi ci dice che si potrebbero inquadrare nell’ambito

delle scusanti cioè ipotesi all’interno delle quali il legislatore valuta la rimproverabilità del

soggetto (= colpevolezza), guardando se ci sono state cause che lo hanno condizionato in modo

così significativo da togliergli la possibilità di agire diversamente. Ma le scusanti non sono

clausole aperte ma sono ipotesi TASSATIVAMENTE indicate dall’ordinamento. La proposta

che parte dalla criminologia è quella di inserire una scusante per i reati culturalmente

orientati. Venafro e parte della dottrina non sono affatto d’accordo. Questo per il fatto che il

nostro ordinamento permette la valutazione sul processo motivazionale che ha condotto il

soggetto a commettere il fatto solo se il condizionamento è avvenuto sulla spinta di preservare

un bene giuridico riconosciuto dal nostro ordinamento.

Ecco come il nostro ordinamento può filtrare la motivazione culturale:

20. Ambito della commisurazione della pena: la motivazione culturale può influenzare la

commisurazione ex art. 133 c.p. ma non si tratta di circostanza attenuante;

21. Creazione di una circostanza ad hoc: circostanza attenuante in caso di

condizionamento culturale;

22. Creazione di una causa di non-punibilità (***): questa è forse la categoria penalistica

dove le istanze possono essere lette con maggiore elasticità. Inoltre la causa di non

punibilità potrebbe essere agganciata ad un’ipotesi di mediazione culturale: non più una

prospettiva vittima-reo, ma in prospettiva di confronto fra valori del paese di provenienza

e di accoglienza.

(***) Causa di non punibilità: ipotesi che non attengono al piano di meritevolezza della

pena ma al piano del bisogno di una pena, cioè ci si chiede se ci sono le esigenze di

prevenzione per le quali sia utile punire il soggetto.

Nel discorso entrano anche le esigenze di protezione sociale: non è facile infatti parlare di

“risocializzazione” della pena quando si ha a che fare con soggetti che hanno valori antagonistici

al nostro ordinamento. Le analisi empiriche della criminologia ci mostrano come la situazione sia

molto più complessa rispetto a quella che possono assorbire le categorie del diritto penale. Molti

reati a sfondo culturale vengono archiviati e soltanto pochi arrivano in fondo al processo. La

giurisprudenza mostra una minor rigidità rispetto alle categorie formali analizzate fino ad ora

prendendo spunto da ordinamenti come gli Stati Uniti ed altri ordinamenti europei dove il

problema si è affacciato fin dagli anni ’80.

Sutherland e i white collar crimes:

Per affrontare il tema dei crimini dei colletti bianchi non possiamo che partire dal padre fondatore

dello studio di questo argomento, Sutherland. Nel 1939 scrisse una monografia che presentò

all’Assemblea dell’associazione americana di sociologia. Questa monografia in pratica è la

rassegna di vari casi giudiziari che coinvolgono oltre cinquanta aziende per quanto riguarda reati

e violazioni amministrative commesse nell’arco di 40 anni ed ognuna di queste aziende ha

riportato dalle 13 alle 16 condanne. Era anche il ’39 e non esisteva ancora la responsabilità penale

delle persone giuridiche. Per la prima volta Sutherland parla di “white collar crimes”. I white

collars sono dei soggetti appartenenti alle classi socio-economiche superiori, quindi questi crimini

sono commessi dagli amministratori e dai dirigenti di aziende, uomini politici etc.

Nel 1948 Sutherland presenta la sua prima monografia “White collar crimes” nella quale aveva

messo sotto osservazione tutta una serie di soggetti facenti parte dell’elité economica e politica

americana che venivano riportati con nomi e cognomi e condanne subite. In pratica mette in

evidenza i comportamenti criminali delle classi dirigenti dell’economia americana. La

presentazione del libro viene fermata perché l’università che lo pubblicava era finanziata da molte

delle società che aveva menzionato. Sutherland quindi decise di non pubblicare il testo, rendendo

però note le sue riflessioni senza tutto l’apparato di indagini criminologiche a supporto. Decise di

pubblicare la sua opera nel 1953 ma morì nel 1951 ed il libro verrà pubblicato integralmente solo

nel 1983.

Sutherland aveva formulato la teoria delle associazioni differenziali nel senso che il

comportamento criminale non è innato, non è un istinto biologico dell’uomo, ma si apprende

nelle associazioni interpersonali con altri individui che tengono quel determinato comportamento.

Il crimine si apprende per emulazione da altri soggetti coi quali si intrattengono relazioni

sociali. Osservando determinati gruppi, nei quali i soggetti che ne fanno parte tengono modalità

di condotta inosservanti delle norme penali, possiamo notare come chi entra a far parte del

gruppo finisce per porre in essere le stesse modalità di comportamento. Sutherland individua

un’altra caratteristica tipica dei reati dei colletti bianchi: cioè che il reato “economico” è posto in

essere dal colletto bianco attraverso un abuso/violazione della fiducia riposta in lui dalla vittima.

Lezione 15 – 17/11/15

In altri termini, il colletto bianco agisce in due passaggi: il primo passaggio che è

l’apprendimento della condotta criminale dall’ambiente familiare/lavorativo ed il secondo

passaggio che invece è la possibilità concreta di mettere in atto quella condotta attraverso una

posizione qualificata che porta a riporre fiducia che infine viene violata. Sutherland fa molta

attenzione allo stato soggettivo del soggetto attivo del reato perché è la qualifica del soggetto

che determina il disvalore proprio de reato, s’innesta sul rapporto fiduciario che viene violato.

I reati dei colletti bianchi sono REATI PROPRI cioè reati commessi da soggetti con una

particolare qualifica e questa qualifica permette loro di violare la legge senza che ciò sia

immediatamente palese.

23. Questi soggetti godono di una schermatura, appunto essi realizzano la loro attività

illecita attraverso una parvenza di legittimità;

24. I colletti bianchi si auto-giustificano perché credono di agire nel solco della legalità

cioè di interpretare le regole solo in modo un po’ più elastico;

25. I reati che sono posti in essere sono molto difficili da scoprire ed il processo penale è

un aspetto del tutto residuale;

26. Sono dei reati il cui disvalore effettivo non è percepito dalla collettività perché non

hanno una vittima determinata ed è proprio questa indeterminatezza (unita alla

complessità di cui sopra) che fa sì che la collettività non ne percepisca l’effettivo

disvalore.

Le conclusioni di Sutherland è chiaro che sono il fatto che il colletto bianco infrange la legge per

trarne un profitto (unito all’associazione differenziale: che tra la condotta lecita e quella illecita lo

spinge a compiere quella illecita) ed è con Sutherland che crolla il dogma positivista che vedeva

nelle anomalie psichiche del soggetto la causa della criminalità. Il rimprovero mosso da molti

criminologi dell’epoca è il fatto che Sutherland non analizza il processo col quale i criminali

interiorizzano queste associazioni differenziali. E’ chiaro che Sutherland non parla dei

meccanismi di interiorizzazione non per carenza, ma per voluta omissione: gli aspetti

psichiatrici e psicoanalitici devono stare fuori dall’analisi di questi reati.

Innovazioni di Sutherland alla criminologia:

27. Individua l’oggetto della criminologia: l’oggetto della criminologia è il fatto

socialmente dannoso come aspetto non oggettivo presente nella realtà, ma come

valutazione data da un determinato comportamento. L’oggetto della criminologia ha

quindi una natura ASSIOLOGICA: non esiste in sé, ma alla luce di criteri che

determinano quel fatto come rilevante. Qual è il criterio di valutazione per definire un

fatto come socialmente dannoso? E’ dannoso tutto ciò che viola una regola giuridica.

Questo è un grande passo in avanti per collocare la criminologia all’interno della scienza

penale integrata: criminologia come l’individuazione di ciò che è dannoso extra-

penalmente in modo da comunicare con il legislatore affinché lo codifichi. Non tutte le

violazioni sono dannose socialmente, ne tutto ciò che è socialmente dannoso viola

regole giuridiche. La criminologia analizza ciò che sta nell’intersezione. In che modo

la criminologia analizza ciò che c’è nel mezzo? Essenzialmente ci sono due elementi: il

primo è il fatto che l’oggetto della criminologia è diverso da quello del diritto penale

quindi anche quando non siamo in presenza di un reato ci può essere un fatto

socialmente dannoso; l’altro aspetto è che questa individuazione dell’oggetto non è

affidata a valutazioni sostanzialistiche;

28. Abbandono del paradigma eziologico di causalità lineare positivista: la causa del

crimine non è la patologia mentale o sociale. I colletti bianchi sono soggetti perfettamente

integrati nel tessuto sociale e che commettono reati per tornaconto personale, dunque per

libera scelta;

29. Valorizzazione ed emersione della cifra oscura: è un’idea espressa anche da Vassalli:

“le cause della criminalità devono essere studiate guardando i comportamenti che

stanno a monte di ciò che è penalmente rilevante”. La criminalità aumenta perché tutto

quel che avviene prima di ciò che è penalmente rilevante non viene preso in

considerazione ed è qui che deve entrare in gioco la criminologia. L’idea è che la scienza

criminologica deve analizzare le zone che stanno a monte delle attività penalmente

rilevanti. Con le indagini criminologiche della Scuola Positiva non avremmo MAI

scoperto i reati dei colletti bianchi perché studia i soggetti detenuti e i colletti bianchi non

stanno certo in carcere. Nei cimini dei colletti bianchi, la cifra oscura è preponderante

perché:

― ci sono fatti penalmente rilevanti che non vengono scoperti;

― gli enti/banche/società che subiscono il danno spesso non lo denunciano perché

per loro è cattiva pubblicità (si dimostrano deboli, inaffidabili) che può creare tanti danni

quanto il crimine subito;

― sono reati che anche se vengono scoperti spesso non arrivano ad una soluzione

penale perché c’è una monetizzazione del danno;

― (NB) sono fatti che non appaiono come dannosi agli occhi della collettività,

quindi sono reati che non destano allarme sociale, e sia il legislatore che la polizia

tendono a concentrarsi sulle ipotesi criminali che destano un maggior allarme sociale.

Danni dei crimini dei colletti bianchi:

― Ripetuti e diffusi, senza vittime definite o determinate (spesso le vittime stesse restano

all’oscuro del danno subito);

― Danni al mercato deflagranti! C’è una pesante dannosità di questi crimini, che minano il

principio di trasparenza, correttezza e fiducia che la società ha nell’ordinamento e nelle istituzioni

economiche. Non è una “partita interna” al mondo degli affari e le conseguenze si ripercuotono

all’esterno: la fiducia nelle istituzioni viene disintegrata, c’è una degenerazione morale etc.

Seminario – 18/11/15

Come ha detto Durkheim: “Il crimine (quella attività umana caratterizzata dalla violazione di

regole o leggi per cui è prevista una pena) costituisce una parte integrante della società, un

fenomeno generale, un fatto sociale ineliminabile, solo modificabile come quantità e come

modalità espressive, a seconda del contesto storico-culturale e socio-economicco in cui si

manifesta.”

Il crimine è quindi un concetto assolutamente variabile a seconda delle società in cui si vive.

L’atto di uccidere, quindi, di per sé non è un crimine, così come alcuni reati sono reati solo in

alcune civiltà ma non lo sono in altre mentre altri reati invece hanno consentito alla società di

migliorarsi. Tuttavia ci sono dei comportamenti umani che sono sempre stati sanzionati in tutte le

civiltà e soprattutto, se possiamo dire che le leggi, il reato in sé, cambiano in base alle civiltà,

possiamo dire che l’uomo non cambia mai.

In questo senso Saramago ha detto: “Un uomo, qualunque sia l’epoca in cui viva o sia vissuto, è

mentalmente contemporaneo di un altro individuo di una qualsiasi altra epoca. Le uniche e

indubitabili eccezioni conosciute sono Adamo ed Eva, non perché siano stati il primo uomo e la

prima donna, ma per il motivo che non hanno avuto infanzia.”. Quindi nell’uomo

fondamentalmente ci sono due menti: cuore e cervello, una mente emozionale mentre l’altra

razionale. Possiamo dire che la mente razionale è la modalità di comprensione della quale

siamo solitamente coscienti, è quella parte della nostra mente che ci permette di discriminare.

E’ la mente che pensa e i suoi processi sono più lenti. Dominante nella consapevolezza e nella

riflessione. Invece, possiamo dire che la mente emozionale è controllata dalle emozioni, quindi

impulsiva ed intuitiva. E’ il radar per scoprire il pericolo imminente e prende il sopravvento in

situazioni in cui è in gioco la sopravvivenza, sacrificando l’accuratezza a vantaggio della velocità.

Quindi, dall’unione di queste due menti, emerge il nostro comportamento sociale.

Premesso ciò, bisogna ora cercare di comprendere il concetto di emozione, dal latino “e-moveo”:

possiamo quindi definire le emozioni come stati mentali e fisiologici associati a modificazioni

psicofisiologiche, a stimoli interni o esterni, naturali o appresi. Ci sono varie tipologie di

emozioni, ad esempio la collera*, la tristezza*, la paura*, la gioia*, l’amore, la sorpresa, il

disgusto, la vergogna, etc. Esistono emozioni primarie ed emozioni secondarie. Le emozioni

primarie (quelle designate con l’asterisco) sono quelle emozioni che esistono in tutte le civiltà,

mentre le emozioni secondarie sono quelle emozioni che possono o meno esistere in una civiltà.

Di solito esiste un equilibrio fra la mente razionale e la mente emozionale, nel senso che la mente

emozionale alimenta quella razionale. La mente razionale valuta la situazione e quindi decide che

cosa fare.

Il punto è comprendere cosa succede in una persona antisociale. Se le passioni aumentano di

intensità l’equilibrio si capovolge e la mente emozionale prende il sopravvento sulla mente

razionale. Questa seconda ipotesi non rappresenta un’eccezione bensì la regola. Erasmo Da

Rotterdam ha detto: "Considerate voi stessi in qual rapporto Giove abbia distribuito agli uomini

ragione e passione. Giove alla ragione ha messo contro due nemici accaniti: l’ira e la

concupiscenza. Con quanto successo la ragione contrasti questi due nemici, basta a dimostrarlo

la vita d’ogni giorno: tutto il suo potere si esaurisce nell’arrochirsi a predicare i comandamenti

dell’onestà, mentre ira e lussuria tendono dei tranelli alla loro regina, con tanto strepito e

clamore che quella, stanca, infine si arrende e cede alle armi".

L’aggressività si riferisce all’inclinazione a manifestare dei comportamenti che hanno lo scopo di

provocare un danno o dolore ad altri oppure verso sé stessi. L’aggressività in ambito umano può

attuarsi sia sul piano fisico sia verbale, ed una certa azione viene considerata aggressiva anche se

alla fine non riesce nelle sue intenzioni di danneggiamento. Possiamo quindi distinguere:

• AGGRESSIVITA’ ETERODIRETTA:

30. ATTIVA (obiettivo: gratificazione di un bisogno)

31. REATTIVA (reazione ad un evento esterno)

• AGGRESSIVITA’ AUTODIRETTA (suicidio, gesti autolesivi)

Dobbiamo comprendere due emozioni fondamentali: una è la collera e l’altra è la paura. La

collera è la furia, lo sdegno, l’ira, e forse al grado estremo odio e violenza patologica. Quando

siamo in collera il sangue affluisce alle mani, la frequenza cardiaca aumenta e una scarica di

ormoni genera un impulso di energia sufficientemente forte da permettere un’azione vigorosa.

Qui entra in gioco il cervello emozionale, infatti la collera agisce in maniera immediata, ma se

riuscissimo a resistere all’impulso poi entra in gioco il cervello razionale. In questo senso c’è un

grande psicologo degli anni ’60, Ekman, che ha fatto uno studio sulla soglia di partecipazione alla

sommossa: se prendiamo 100 individui in un bar e ce ne sono due che iniziano a picchiarsi spesso

dopo un po’ inizia la rissa. Ekman parlava di soglia di partecipazione alla sommossa perché taluni

si alzano e se ne vanno, altri non vedono l’ora di partecipare alla zuffa e da questo punto di vista

Ekman spiega come, oggi più che mai, arrabbiarsi possa essere davvero molto pericoloso.

Accanto alla collera l’altro sentimento fondamentale è la paura cioè l’ansia, il timore, il

nervosismo, la preoccupazione e come stato psicopatologico fobia e panico. Quando proviamo

paura, ancora una volta, il sangue affluisce verso i grandi muscoli scheletrici ma al tempo stesso

fa impallidire il volto. Il corpo si immobilizza, come congelato, anche solo per un momento, forse

per fissare l’attenzione sulla minaccia che incombe e valutare quale sia la risposta migliore.

Finite tutte queste premesse, criminali si nasce o si diventa? E’ un interrogativo importante perché

al di là di tutte le disquisizioni filosofiche che possiamo fare porta ad una conclusione della

legittimazione del comportamento antisociale. Questa questione va valutata dal punto di vista

molecolare e neuro-fisiologico. La corteccia frontale e il lobo limbico sono alla base l’una della

razionalità e l’altra della mente istintiva ed emozionale. All’interno della corteccia frontale

abbiamo zone che controllano le risposte emotive, altre l’attenzione, altre ancora il

comportamento e il giudizio. C’è un lobo frontale sinistro e un lobo frontale destro. Il lobo

frontale destro è la sede dei segmenti negativi, paura e aggressività, mentre il lobo frontale

sinistro è quello dell’ottimismo. Le persone che presentano lesioni al lobo frontale sinistro sono

individui estremamente ansiosi, terrorizzati, etc. e non riescono a controllarsi spesso, mentre

quelle che presentano lesioni al lobo frontale destro diventano eccessivamente disinibite e allegre.

Il comportamento aggressivo non è mai riconducibile a una singola causa, ma è invece il risultato

della combinazione di numerosi fattori di rischio: fattori ereditari, fattori ambientali, sesso,

patologie cerebrali (lesioni, tumori, disturbi psichici).

Quando si sviluppa il cervello, nei primi mesi di vita, abbiamo una serie di cellule, i neuroni, le

quali hanno un lungo prolungamento c.d. assone e dei piccoli prolungamenti c.d. dendriti. Le

connessioni portano alla creazione di circuiti che funzionano secondo un meccanismo

elettrochimico. Da che cosa dipende la circuitazione? Esistono dei geni che fanno in modo che si

creino particolari contatti, ma essi non bastano perché già nella vita fetale le proteine prodotte

derivano dall’interazione ambientale, quindi il DNA risente di quello che succede nell’ambiente.

Ad esempio nel post-traumatic stress disorder la struttura ippocampale viene modificata al

punto che il soggetto rivive gli eventi traumatici costantemente. C’è la tendenza genetica a

delinquere, ed uno studio gemellare lo dimostra:

• Crimini contro le persone:

32. 77% Monozigoti

33. 52% Eterozigoti

• Crimini contro la proprietà:

34. 67% Monozigoti

35. 29% Eterozigoti

E’ stato accertato che nell’ipotesi dei monozigoti la concordanza per crimine è maggiore rispetto

a quella degli eterozigoti, quindi c’è un fattore genetico che li porta a comportarsi allo stesso

modo. Quanto affermato è stato confermato da uno studio sui bambini adottivi ed anche qui si è

notato che i figli di genitori naturali che avevano comportamenti antisociali, seppur allontanati

dal loro ambiente, tendevano a comportarsi in modo aggressivo più di quelli che non erano figli

di persone aggressive. C’è quindi un fattore genetico che dice, che predispone a comportamenti

antisociali, ed è di sicuro un fattore importante. Questi studi ci dicono che la genetica rende conto

di alcuni comportamenti, non da sola, ma ha un ruolo importante. Quali sono però questi geni?

Non ci è dato saperlo. La genetica molecolare che si è sviluppata dagli anni ’9o in poi ha cercato

di localizzare i geni responsabili dei vari comportamenti. Per quanto riguarda la psichiatria invece

è davvero molto difficile stabilire dei fenotipi.

Il cromosoma è fatto di loci i quali servono per fare determinate cose: in natura questi geni

esistono in più forme e quindi condizionano il funzionamento ad es. della produzione di

serotonina (gene L o gene S). Il 70% della popolazione ha il gene L mentre il restante 30% ha il

gene S ed è anche più predisposto alla depressione e al suicidio rispetto a chi ha il gene L. Quello

che è interessante è il fatto che chi è esposto ad un ambiente negativo ed ha un gene SS/SL è

anche più sensibile all’ambiente. La cosa che non possiamo fare è quella di rapportare questi dati

ad un singolo individuo perché questo studio è solo statistico. Un altro esempio: chi ha delle

MAOA a basso livello tende ad essere criminale.

Rischio genetico e ambientale:

Familiarità per comportamenti impulsivi/aggressivi ---» Personalità a rischio

|--------» Disturbi mentali «--------|

|--------» Alcool e stupefacenti «--------|

|--------» Ambiente socio-familiare «--------|

|--------------------------------------------------------------------------|

Condotte autolesive «-----| |---» Aggressività

C’è un altro studio molto interessante, quello di Lonnie Athens che ha studiato il retroterra sociale

di molti criminali violenti e, secondo lui, esistono quattro fasi nello sviluppo di questo soggetto:

• Brutalizzazione: il bambino è costretto con la violenza a sottomettersi ad una figura

aggressiva ed autoritaria. Questa brutalizzazione lascia la vittima profondamente turbata

e disturbata;

• Belligeranza: l’individuo, in difficoltà con sé stesso e con il mondo, determinato ad

evitare ulteriori brutalità, decide di imitare il proprio aguzzino e di ricorrere alla violenza;

• Prestazioni violente: la risposta violenta ha successo ed il soggetto coglie il rispetto e la

paura nello sguardo degli altri che ora lo trattano come se fosse letteralmente pericoloso.

Agiscono nei suoi confronti con molta più cautela, prestando particolare attenzione a non

offenderlo o provocarlo in alcun modo;

• Virulenza: la malevolenza infine diventa una decisione ed una scelta, il soggetto è pronto

ad attaccare fisicamente le persone con l’intenzione di ferirle gravemente o di uccidere

alla minima provocazione.

Utilizzando un termine psicologico che ha un correlato neurofisiologico, si può dire che queste

persone manchino di empatia. Per “empatia” s’intende la capacità di percepire l’esperienza

soggettiva e lo stato d’animo altrui. Se noi prendiamo un bambino autistico o con la sindrome di

Asperger possiamo notare che manchi di empatia. Deve fare come dice lui perché non riesce ad

entrare in empatia con gli altri. La sua capacità sociale non esiste. L’empatia è molto utile per i

bambini perché l’essere umano impara per imitazione e essa è legata a dei particolari neuroni che

si chiamano neuroni specchio cioè sono dei neuroni che ti fanno provare ciò che provano gli

altri.

Ci sono delle persone che l’empatia non ce l’hanno ed infatti mancano di un sentimento

fondamentale che è la pietà. Uno dei motivi per cui l’empatia viene compromessa è avere

un’infanzia violata. In uno studio di Prentky è emerso che molti criminali violenti erano passati

da una famiglia adottiva all’altra o cresciuti in un orfanotrofio. Lo stato economico di una

nazione, inoltre, sembra influire molto nella problematicità (=comportamento incongruo) dei

ragazzini specialmente se esposti alla crisi.

Un altro punto fondamentale nella genesi della violenza è il sesso, inteso come maschio o

femmina, perché per quanto riguarda i crimini violenti, un dato del 2004 dell’FBI indica che il

90% degli autori di omicidi negli USA erano uomini. C’è una prevalenza del sesso maschile

perché esiste, in primo luogo, un fattore anatomico e biologico che è legato al testosterone e che

porta ad una maggiore impulsività ed in secondo luogo l’accettazione delle regole sociali è più

difficile. Gli individui maschi tollerano molto poco le frustrazioni. Incide anche il basso QI ed

ancora la mancanza di paura, rimorso ed empatia. Una ricerca fatta negli USA ha indagato sul

perché del comportamento violento dei criminali maschi recidivi nello Stato del Texas e la loro

risposta era per la maggior parte delle volte “Non lo so, vorrei cambiare ma non ci riesco”.

Spesso la stessa persona se considerata in età più adulta si comporta diversamente. Le femmine

invece sono meno aggressive dei maschi in quanto i livelli di testosterone sono molto importanti

ed una ricerca in un carcere femminile ha notato che le donne che avevano commesso i reati più

gravi e nel carcere tenevano il comportamento più aggressivo avevano un alto livello di

testosterone.

Seminario – 19/11/15

Un altro fattore di rischio riguarda le patologie cerebrali, in particolare le lesioni cerebrali ed un

caso emblematico che si può studiare è quello di Phineas Gage del 1848. Egli era un caposquadra

di una impresa di costruzioni il quale viene colpito in testa da un’asta che penetra il cervello e ne

trafigge il lobo frontale ed a seguito di questo incidente perde i sensi ma sopravvive. Il tragico

evento cambia l’uomo in modo radicale: era una persona assolutamente integerrima, ottimo

caposquadra, buon lavoratore, stimato da tutti i suoi colleghi. Il dr. Harlow che lo servì disse che

l’equilibrio fra la sua facoltà intellettiva e le sue disposizioni animali erano state distrutte. Era

bizzarro, insolente, insofferente di vincoli. Quest’uomo quindi passò gli ultimi anni della sua vita

in una bettola a San Francisco a bere – fra una rissa e l’altra – fino alla morte.

Tutto ciò ha portato quindi all’ipotesi della sindrome frontale la quale è indotta da tumori (sia

benigni che maligni), da gravi lesioni cerebrali e da gravissime forme filettiche che danneggiano

in modo permanente il cervello. Lo studio è stato fatto con l’esame PET, un metodo che riesce a

rilevare il funzionamento in tempo reale delle aree cerebrali. Praticamente si riesce a capire quali

sono le aree del cervello che lavorano di più poiché quest’ultime si illuminano. In autori di

omicidi già condannati, la PET mostrava nelle loro cortecce frontali una inattività. Questa

differenza esiste solo nei criminali che hanno ucciso impulsivamente con una forte componente

emozionale perché nei criminali freddi e calcolatori non c’è invece un’inattività del lobo frontale.

Partendo quindi da questo bilancio fra lobo frontale e lobo limbico, si è visto che c’era una

distinzione fra quelli che commettevano il reato d’impeto e quelli che lo premeditavano. In questo

studio sono andati a vedere e distinguere i criminali falliti e i criminali di successo: i primi

violenti ed impulsivi; i secondi intelligenti e capaci di programmare l’azione antisociale. A questo

gruppo (criminali falliti e di successo) hanno fatto una risonanza magnetica nucleare ed hanno

confrontato il volume dei lobi cerebrali fra soggetti normali e due gruppi criminali violenti con

disturbo antisociale di personalità: uno in libertà e l’altro incarcerato. Il gruppo di criminali falliti

mostra una riduzione del volume della corteccia frontale del 22% rispetto ai soggetti di

controllo e asimmetria degli ippocampi mentre il gruppo dei criminali di successo mostra un

volume della corteccia frontale paragonabile ai soggetti normali.

Hanno fatto anche delle ricerche sul lobo limbico e hanno notato come, in alcuni soggetti

criminali, ci sia una ipo funzione del lobo limbico (= individui impulsivi) ed in altri più violenti

una iper funzione del lobo limbico (= non hanno paura). Lo studio si è interessato del livello di

coinvolgimento in bambini molto piccoli, attraverso l’uso di macchine della verità e si è notato

come fra i criminali ci siano molti individui che hanno le caratteristiche della freddezza. Lo

studio ribadisce il concetto di empatia che è uno dei problemi chiave fra il conflitto

legge/medicina per quanto riguarda i criminali. L’empatia è la capacità di mettersi nei panni degli

altri, io capisco che cosa pensi, ma ciò vuol dire che significa che capisco che hai anche paura.

Questi soggetti criminali non hanno empatia, sono fatti così, non lo fanno apposta, quindi quando

si trovano di fronte alla vittima hanno quasi piacere che la vittima soffra.

Questo pone un problema anche nell’atteggiamento che il legislatore può avere nei confronti di

questi soggetti. Il funzionamento della legge è semplice, se vogliamo quasi meccanico: se Tizio

trasgredisce una regola poi ne paga le conseguenze. Ed è proprio questo il grosso problema

perché la legge è generale ed astratta e non può sfaccettare le cose in miliardi di rivoli, soprattutto

non si possono fare le leggi ad personam. Si giunge ad una duplice conclusione: criminali non si

nasce e non si diventa. C’è una predisposizione verso atteggiamenti antisociali che corrisponde

all’alterazione di quei meccanismi cerebrali che ci impongono di stare buoni in un contesto

sociale MA NON ESISTE il gene della criminalità. Non c’è e non ci sarà mai ma si tratta di

fattori multigenerici con espressioni cliniche molto variabili e nessuno potrà dire NÉ OGGI NÉ

MAI che ha trovato il gene della criminalità. L’ambiente ha un’importanza notevole perché

determinate infanzie, situazioni economiche, stili di vita, predispongono a questo. Ci sono vari

fattori che possono intercorrere, è un comportamento complesso che si può comprendere ma che

non ha sfaccettature univoche ed è appunto l’assenza di univocità che rende veramente difficile il

lavoro del legislatore.

Rapporto fra la follia e la criminalità:

Diceva Lorenz: “Uno psicopatico è un uomo che per via di ciò che pretende da lui la società o

soffre lui o fa soffrire la società. In un certo senso siamo quindi tutti degli psicopatici, perché

ognuno di noi soffre delle rinunce che il bene comune gli impone. La definizione però è foggiata

in particolar modo su quegli uomini che non soffrono in silenzio ma che crollano manifestamente

sotto il peso di queste pretese sociali, diventando o nevrotici o delinquenti. Anche secondo questa

più ristretta interpretazione della nostra definizione, il normale non si differenzia affatto dallo

psicopatico, il bravo cittadino dal malfattore, con la chiarezza che di solito separa il sano dal

patologico.”

Automaticamente il vizio di mente è in stretta correlazione con i disturbi psichici patologici

presenti nel DSM-TR-IV PURCHE’ AVENTI CONNESSIONE DIRETTA CON LE

MODALITA’ DEL FATTO REATO. Bisogna escludere: tratti e disturbi di personalità, uso di

sostanze, parafilie, quadri psicopatologici in buon compenso (= se io ho una schizofrenia ma in

quel momento io sono in buone condizioni cliniche positive grazie ai farmaci sono escluso dalla

non imputabilità) mentre bisogna includere l’evidente scompenso patologico psichico – psicosi

acute –, il deterioramento mentale organico, la destrutturazione della personalità e i disturbi di

personalità in cui sono documentabili slittamenti psicotici.

I tratti di personalità sono modi costanti di percepire, rapportarsi e pensare nei confronti

dell’ambiente e di se stessi, che si manifestano in un ampio spettro di contesti sociali e personali.

Come funziona la personalità umana? Gli aspetti chiave sono la ricerca della novità,

l’evitamento del pericolo e la dipendenza dalla ricompensa. La ricerca della novità è un fatto

ereditario nella attivazione o inizio del comportamento in risposta alla novità, la tendenza a

prendere decisioni impulsivamente, un approccio stravagante in tutto quello che riguarda la

ricompensa cioè il desiderio di fare quello che mi piace fare, una rapida perdita della pazienza ed

il tentativo di evitare la frustrazione. Questo sistema è attivato dal sistema della noradrenalina.

L’altra cosa importante è l’evitamento del pericolo, caratteristica ereditabile nella inibizione

della cessazione del pericolo peranto paure pessimistiche nell’anticipare problemi futuri.

Comportamenti di evitamento passivo del pericolo con paura, incertezza, timidezza e facile

faticabilità. E’ legato al sistema della serotonina. La dipendenza dalla ricompensa è sempre una

caratteristica ereditaria nel mantenimento o continuazione dell’attuale comportamento,

manifestato con il sentimentalismo, l’attaccamento sociale, la dipendenza o l’approvazione

degli altri.

Un altro aspetto da analizzare sono i temperamenti affettivi. Prima di tutto, che cos’è il

temperamento? Per “temperamento” si intende la normale oscillazione del tono dell’umore che

caratterizza ogni individuo. In un temperamento “normale” le oscillazioni dell’umore sono

minime e non producono disagio alla persona, ma quando queste oscillazioni sono più marcate,

non reattive a stimoli ambientali e non tali da caratterizzare un vero e proprio disturbo

dell’umore, si parla, appunto, di temperamenti affettivi. Classicamente sono quello distimico,

ipertimico ed infine quello ciclotimico. Questi temperamentti affettivi sono delle caratteristiche

psicologiche e comportamentali che caratterizzano la personalità di un individuo. Indicano una

predisposizione allo sviluppo di un disturbo dell’umore, ma non rappresentano essi stessi una

patologia, bensì una variante fisiologica dei sistemi neurotrasmettitoriali che regolano il tono

dell’umore di fondo. L’ipertimico si riscontra per di più nel sesso maschile ed è caratterizzato da

alti livelli di energia, ridotto bisogno di sonno, estroversione, grande determinazione,

sportività, stabilità nei legami affettivi, imprenditorialità. Il distimico è maggiormente

riscontrato nel sesso femminile ed è rappresentato da bassi livelli di energia, scarsa autostima,

sentimenti di inadeguatezza, tendenza alla rimuginazione mentale, passività, introversione,

scarsi rapporti sociali. Il ciclotimico è prevalente nel sesso femminile ed in questo temperamento

vi sono continue oscillazioni tra il polo ipertimico e quello distimico.

Per quanto riguarda la psicopatia ci sono ancora problemi, nel senso che anche nell’ultima

edizione del DSM-TR-IV non è stata riconosciuta come malattia. E’ un disturbo caratterizzato da

deficit emozionale, marcato da una riduzione o mancanza di empatia ed è un fattore di rischio

per il realizzarsi di comportanti antisociali. L’aspetto importante della sociopatia è la

componente emozionale. E’ una cosa differente dalla psicosi che raggruppa una serie di distubi

caratterizzati da una grave distorsione e trasformazione della realtà. Le persone affette da psicosi

perdono la capacità di distinguere la realtà dall’immaginazione, sentono voci o vedono cose che

non esistono e si comportano di conseguenza in modo strano. Fondamentalmente le psicosi

possono essere acute o croniche. Da un punto di vista medico-legale sono più importanti quelle

acute. Nelle psicosi acute c’è un esordio rapido, spesso in risposta ad un evento stressante. Il

soggetto ha un comportamento grossolanamente disorganizzato, accompagnato a bruschi

cambiamenti di umore o confusione. Deliri, allucinazioni. Quando parliamo di deliri ed

allucinazioni definiamo due cose: il delirio è una convinzione erronea che non cede né al

ragionamento né all’evidenza e non appartiene al retroterra culturale del soggetto. C’è una

convinzione con assoluto senso di certezza e cioè la non influenzabilità da parte del ragionamento

o dell’evidenza e la manifesta assurdità del contenuto. Le allucinazioni invece sono percezioni

senza oggetto, del tutto immaginarie, spesso sono voci a carattere denigratorio. Possono essere

uditive, visive, gustative ed olfattive ed anche somatiche.

Lo stalking indica una costellazione di comportamenti caratterizzati da ripetuti e persistenti

tentativi di imporre ad altre persone relazioni sociali/sentimentali e/o contatti indesiderati. Forme

più comuni di stalking sono telefonate e messaggi, lettere o email, eccetera. Uno degli elementi

psicopatologici nel reato di stalking più frequente è la sociopatia. Molte di queste persone sono

persone che mancano di empatia e che nel caso di richieste della vittima di smettere non smettono

e non lasciano perdere. Sono impermeabili a tutte le minacce e rischi legali a cui vanno incontro.

Nonostante ci sia stato un adeguamento della legislazione in proposito, le cose non sono cambiate

moltissimo perché le forze dell’ordine non sono mai state preparate a questo evento e le

misure adoperate sono un po’ ridicole. Queste persone per ottenere il risultato sono disposte

anche ad andare in galera. Il fenomeno dello stalking non solo è diffuso, è esteso e poco punito.

Fa un sacco di vittime. Qui si apre un problema molto importante: cioè da una parte abbiamo

queste “bestie” (e sono persone in alcuni casi affette da DBP che, in preda ad una crisi psicotica

commettono il reato e non lo rifaranno più) e poi ne abbiamo altri che invece commetterebbero

altre cinquecento volte il reato. Ma accanto a questa psicopatologia dello stalker esiste anche una

psicopatologia della vittima. Ci sono vittime che in parte entrano in una specie di follia a due con

il carnefice, la c.d. sindrome di Stoccolma.

Nell’ambito della non imputabilità sono importanti i disturbi dell’umore. La depressione di per

sé non rappresenta un problema medico-legale almeno finché la depressione non si associa alla

psicosi cioè si comincia a pensare a cose non vere riferite al nostro umore. Questo atteggiamento

porta a due possibilità: una è il suicidio e l’altro è il suicidio/omicidio. L’altra situazione

interessante sempre da un punto di vista medico-legale e sempre nell’ambito della non

imputabilità è il disturbo bipolare. Nella depressione noi “andiamo giù”, nel disturbo bipolare ci

sono delle fasi in cui “andiamo giù” e delle fasi in cui “andiamo troppo su”. Quando andiamo

“troppo su” c’è una fase che si chiama maniacale in cui l’umore è troppo elevato. L’autostima

diventa eccessiva e immotivata, c’è una eccessiva energia ed i pensieri si succedono troppo

velocemente (= c.d. fuga di idee).

Lezione 18 – 23/11/15

Evoluzione della corruzione - Tangentopoli:

Il periodo storico/culturale/giuridico chiamato “Tangentopoli” è un esempio emblematico di

come la visione di Sutherland fosse corretta. L’indagine comincia nel ’92 da una denuncia fatta

da un piccolo imprenditore di pulizie costretto a versare una tangente per lavorare in strutture in

parte private ed in parte a partecipazione pubblica. Il denaro veniva consegnato a Mario Chiesa,

personaggio di secondo piano del PS milanese. Attraverso il suo racconto riguardo la sua

funzione di collettore-distributore di denaro da parte di imprenditori milanesi i PM ricostruirono

un organigramma politico-istituzionale di ampiezza devastante. Le confessioni a catena stimolate

dalle chiamate di correità fecero decollare l’indagine: da una messa sotto accusa di singoli

politici (sempre più in alto, sempre più importanti) si giunge a mettere sotto accusa l’intero

sistema economico, amministrativo e politico italiano. L’indagine mise alla luce una realtà già

sospettata: un patto d’acciaio tra la classe politica e la classe imprenditoriale, un patto di

illegalità. Questa illegalità viveva sotto traccia: era respirata e descritta dai libri di ciminologia,

ma tuttavia le indagini però non erano mai arrivate fino in fondo. Queste denunce a catena

scoperchiarono questa grande società del malaffare e determinarono un’ondata di processi

spropositata per essere gestita dalla procura di Milano. Si arrivò ad un uso straordinario delle

confessioni, contributo collaborativo di tutti quei soggetti che fino a quel momento avevano

taciuto. Questo determinò una situazione di grande confusione, anche per le autorità giudiziarie

che non si aspettavano quest’ondata di processi e chiamate in correità.

Il sistema che era stato messo in cortocircuito in questo momento storico chiedeva al potere

giudiziario due finalità: una funzionale al diritto penale, cioè ascrivere singole responsabilità

rispetto a singoli fatti (= individuare i singoli soggetti responsabili per quel reato); una

disfunzionale al diritto penale, cioè incriminare un intero sistema politico. L’idea, quindi, che

in quel momento si chiedesse al diritto penale qualcosa che era completamente fuori dalla sua

portata divenne immediatamente evidente, proprio perché si chiedeva una restituzione di legalità

di un’intera categoria di soggetti e non di singoli individui. E’ interessante dal punto di vista

criminologico che ci fu un grande coinvolgimento dei mass media: questi processi furono i primi

ad essere ripresi dalle telecamere nella fase del dibattimento. Questa estrema pubblicizzazione e

questo estremo interesse da parte dei mass media e della opinione pubblica dimostrava l’enormità

del problema, che non poteva essere ridotto ad una serie di soggetti determinati. Tant’è che si è

parlato spesso di questo momento storico come un momento rivoluzionario e l’analisi

criminologica ha da tempo messo in evidenza come questo problema fosse connesso alla

grandezza del coinvolgimento ed alla necessità di mettere in asso la legalità dell’Italia.

Che cosa si intende per Tangentopoli in quel periodo? Innanzitutto, in Tangentopoli troviamo due

piani: uno di fatto (= i rapporti tra imprenditori e politici erano gestiti in maniera degenerante in

generale, poiché il malaffare aveva intaccato tutti i punti nevralgici della nostra democrazia) ed

uno di valore (= il fatto di vedere in Tangentopoli l’emblema del malaffare e in Mani Pulite).

Questo piano di valore, però, si contrappone al piano di fatto, perché portare nell’ambito

giudiziario tutte queste ipotesi criminose era un piano impossibile dal punto di vista concreto.

Non era possibile celebrare tutti quei processi e portarli a compimento perché vi era

un’impossibilità di tipo giudiziario, politico (non c’era più credibilità da parte di nessun

politoco) ed economico.

Quello che emerge durante Tangentopoli è uno scenario metagiuridico e in questo momento di

collasso sorge una emergenza processuale, perché c’è la necessità di dipanare la matassa

giudiziaria. Si mette in evidenza la necessità di poter celebrare tutti i processi attivati a seguito

della scoperta di Tangentopoli e, quindi, il rischio concreto era quello di un colpo di spugna

tramite il meccanismo della prescrizione, essendo il sistema giudiziario incapace di assolvere a

compiti così massicci rispettando insieme tutte le garanzie nei tempi prescrizionali previsti dal

nostro ordinamento. Questa emergenza era evidente agli occhi di tutti e una parte della dottrina

aveva provato a dare una soluzione sciocca e, cioè, quella di prevedere, per questo tipo di ipotesi

e per quello che stava accadendo nelle aule giudiziarie milanesi, una procedura altrettanto

emergenziale: sottoporre questi procedimenti a patteggiamento. E’ chiaro che questa soluzione

sollevava interrogativi molto forti rispetto alla tenuta del sistema, in quanto col patteggiamento si

introducevano delle agevolazioni per i soggetti che si trovavano impastati in queste situazioni. Il

vantaggio era quello di evitare le lungaggini dell’usuale procedimento, ottenendo, di contro, una

sentenza di condanna senza attendere troppo tempo in custodia cautelare; lo Stato poteva

chiudere in tempi rapidi la partita con questo stato di emergenza, servendosi possibilmente del

meccanismo dell’interdizione. In questo modo, venivano recisi i legami col passato e si apriva la

possibilità di formare una nuova classe politica, economica e amministrativa. Questa idea era

troppo sciocca per quel periodo e, per questo, prevalse l’idea di celebrare quei processi senza

sconti. In verità, la classe politica non era all’altezza di risolvere il problema, ma era vero che

questa idea della dottrina minoritaria non fosse in grado di distinguere i processi di tangentopoli

con gli altri. Per cui si dice che questa emergenza processuale non potesse spingere il legislatore

ad intervenire fino a modificare gli aspetti usuali del processo, creando una corsia preferenziale.

Si è, dunque, abbandonata l’idea di provvedere in altro modo a questa emergenza. Erano la

pressione criminologica e quella pubblica, tutt’al più, a dover spingere il legislatore all’intervento

e non quella tecnico-giuridico. D’altra parte, non è la prima volta che il diritto penale si trova di

fronte a necessità di natura non giuridica.

Fenomenologia del reato di corruzione:

Le indagini di Mani Pulite misero in evidenza come all’interno del sistema criminale che si era

creato, i vertici della politica e dell’economia nazionale avevano trovato un terreno comune di

illegalità. C’erano delle interferenze tra la sfera amministrativa e quella economica, favorite dalla

contiguità di soggetti pubblici e privati e dalla mancanza di uno statuto della PA: i politici

divennero il collante di questa nuova forma d’illegalità che coinvolgeva imprenditori ed

amministratori. Questa contiguità dette luogo ad un fenomeno di corruzione sistemica, è chiaro

che c’è un allontanamento dallo schema classico del reato di corruzione/concussione in senso

proprio il quale ha come riferimento un oggetto preciso e determinato: il mercimonio di un atto

pubblico indotto da un soggetto pubblico o privato. Il sistema che viene alla luce con

Tangentopoli è diverso: oggetto del mercimonio non è il singolo atto, ma è la funzione di

pubblico ufficiale che viene asservita agli interessi del privato. In questo modo si crea un

sistema di corruzione ampio e diffuso, nel quale la tangente diventa il modo ordinario per

interloquire col pubblico ufficiale. È dunque l’intero sistema ad essere retto dalla corruzione. E

come detto prima in questo sistema corruttivo, il politico è il collante tra il pubblico ufficiale e il

privato imprenditore. La conseguenza è il fatto che viene minata alla base la fiducia dei cittadini

nelle istituzioni: si determina l’effetto dirompente previsto decenni prima da Sutherland, nella sua

descrizione di “White collar crimes”.

La proposta del pool di mani pulite, Davigo in particolare era di eliminare la distinzione fra

corruzione e concussione ed il fatto che i reati fossero distinti in due fattispecie nel codice creava

ulteriori problemi:

— Concussione. E’ il Pubblico Ufficiale il soggetto attivo del reato, e l’imprenditore è

invece la vittima. PU con minaccia-violenza-induzione fa pagare l’imprenditore per atto

d’ufficio;

— Corruzione. C’è un patto paritario fra imprenditore e PU, proposto dal privato e

accettato dal PU. Nell’ipotesi di corruzione erano puniti entrambi i soggetti; nell’ipotesi di

concussione, essendo il privato una “vittima” del PU, solo il PU veniva punito. La differenza

derivava da un elemento strutturale della fattispecie: l’induzione nel reato di concussione.

Davigo propone di eliminare la prova dell ’

induzione da parte del PU nel singolo fatto

concreto, in quanto questa è provata una volta provata la corruzione sistemica in quell'ufficio.

Davigo elimina la prova dell’induzione nei singoli fatti, dimostrando la prassi corruttiva in

quell’ufficio. Così facendo usa la fattispecie sostanziale (criminologica) della concussione

ambientale, che non esiste in diritto penale, per far entrare la pressione sociale nelle fattispecie

penali. La concussione ambientale dunque viene usata come semplificazione probatoria. Ma

questo determina uno scardinamento dei principi di garanzia: il diritto penale ascrive

responsabilità singole e non gli interessa sapere se in quell’ufficio c’era concussione ambientale,

se quella era la prassi: finché ciò non è regolato da una fattispecie apposita si deve dimostrare

ogni elemento strutturale della fattispecie per ogni singolo fatto. Non si può far entrare

un’istanza sostanzialistica in un elemento strutturale della fattispecie. Inoltre le fattispecie

penali del codice non avevano al loro interno una tipologia criminologica recepita, così come

emersa da Tangentopoli: c’era un fenomeno nuovo da incardinare in una categoria vecchia. O

il fenomeno non veniva recepito, o la fattispecie criminologica nuova era recepita con forza

negli elementi stutturali della fattispecie, con evidente frizione del sistema penale.

La dottrina indica un’altra strada da seguire. La concussione ambientale è un elemento reale,

fotografato in modo inequivocabile dalle indagini empiriche. Come si può filtare questa realà

empirica nelle categorie penalistiche? Si comincia ad indagare sul motivo che spinge il

soggetto a pagare la tangente. Il motivo è il fatto che talmente sistemica è divenuta la

corruzione che il privato comincia a pensare che l’unico mezzo col quale ottenere un atto dalla PA

sia “ungere” l’ingranaggio con una mazzetta.

Fotografia delle indagini criminologiche di Tangentopoli:

La concussione ambientale non solo permette di ridisegnare il bene giuridico protetto ed un

nuovo centro di disvalore, ma le indagini criminologiche mettono in evidenza che le fattispecie di

cui si occupa Tangentopoli sono mutate anche dal punto di vista strutturale. La corruzione

classica è quella che riguarda il rapporto duale tra privato e PU, mentre in quella che emerge

da Tangentopoli si inserisce un nuovo soggeto nel rapporto duale, il mediatore politico. La

concussione ambientale non è soltanto la ripetitività delle richieste di denaro del PU al privato,

ma il fatto che la tangente diventa una “tassa” che il privato paga al politico per entrare a far parte

della Repubblica del malaffare. Cosa succedeva durante Tangentopoli? Al banco degli imputati

venivano chiamati i politici, non i pubblici ufficiali. Il sistema funzionava così: il privato pagava


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DNLucia

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza (PISA, LIVORNO)
SSD:
Università: Pisa - Unipi
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher DNLucia di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Criminologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Pisa - Unipi o del prof Venafro Emma.

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