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Corte costituzionale

Appunti di Istituzioni di Diritto Pubblico del prof. D'Onofrio sulla corte costituzionale: nozioni introduttive, Composizione, Giudizio di legittimità costituzionale in via incidentale, conflitti costituzionali, decisioni della Corte Costituzionale.

Esame di Istituzioni di Diritto Pubblico docente Prof. F. D'Onofrio

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Secondo quanto previsto dall'art. 127 della Costituzione i motivi del ricorso sono:

per lo Stato l'eccedenza della competenza regionale;

per la Regione nei confronti dello Stato o di altre Regioni la lesione della sfera di

competenza regionale.

Con riferimento al regime dei vizi denunciabili va ricordato che in passato la vecchia

disciplina utilizzava formule differenti collocate in diversi testi normativi per indicare la

legittimazione al ricorso. Era infatti previsto che il Governo poteva ricorrere alla Corte

“quando ritenga che una legge regionale ecceda la competenza della regione” (art. 127, 3°

c., Cost.) e che la Regione poteva farlo “quando ritenga che una legge od atto avente forza di

legge della Repubblica invada la sfera di competenza ad essa assegnata dalla Costituzione”

oppure “quando ritenga lesa la propria competenza” dalla legge di altra Regione” (art. 2, 2°

c. l. cost. n. 1/1948). Fondandosi su tale diversità di enunciati la Corte costituzionale aveva

elaborato una giurisprudenza in base alla quale mentre lo Stato poteva far valere di fronte al

giudice costituzionale qualunque tipo di vizio della legge regionale, viceversa la Regione

doveva limitarsi a denunziare i vizi della legge statale riferibili all’invasione della propria

sfera di competenza. In caso contrario la Corte costituzionale dichiarava la mancanza di

interesse a ricorrere della Regione. Il nuovo articolo 127 Cost.ha eliminato, come esaminato,

tutta una serie di differenze di tipo procedurale, ma ha mantenuto una diversità di

espressione prevedendo infatti che il Governo possa ricorrere contro la legge regionale “che

ecceda la competenza della Regione” e che la Regione possa impugnare la legge statale o di

altra Regione che “ leda la sua sfera di competenza”. Senza evidentemente limitarsi al dato

testuale, ma leggendo l’art. 127 Cost. alla luce delle profonde modifiche intervenute con la

riforma del titolo V, ci si è interrogati sull’opportunità o meno di ritenere ancora attuale la

giurisprudenza della Corte relativamente al regime dei vizi denunciabili dallo Stato e dalla

Regione. L’interrogativo appare oggi risolto proprio da un recente intervento della Corte che

si è espressa nel merito della questione in maniera piuttosto argomentata con la sent. n. 274

del 2003. Con questa sentenza la Corte, se da un lato ha ritenuto l’elemento letterale non

decisivo “ben potendo una norma conservare nel tempo la formulazione originaria e tuttavia

consentire una diversa interpretazione in ragione del successivo mutamento del contesto nel

quale essa sia inserita”; dall’altro ha affermato che nel nuovo assetto costituzionale allo

Stato è pur sempre riservata una posizione peculiare, ricavabile in particolare dalla ripetuta

evocazione di un’istanza unitaria (art. 5, 117, 1°c., 120, 2° c. Cost), la quale richiede

necessariamente che esista un soggetto, lo Stato appunto, avente il compito di assicurarne il

pieno soddisfacimento. Sulla base di queste premesse la Corte è quindi giunta ad affermare

che “ pur dopo la riforma lo Stato può impugnare in via principale una legge regionale

deducendo la violazione di qualsiasi parametro costituzionale”.

Il giudizio in via principale è un giudizio tra parti.

Il proponente del ricorso è parte del giudizio dal momento del deposito di quest'ultimo presso la

Cancelleria della Corte. Entro venti giorni dal suddetto deposito la parte convenuta ha la facoltà di

scegliere se costituirsi o meno. Il giudizio è nella disponibilità delle parti: esso può infatti

estinguersi per rinuncia al ricorso accettata da entrambe le parti. Inoltre la controversia è concreta e

attuale nel senso che vi deve essere un interesse a ricorrere.

I CONFLITTI COSTITUZIONALI

(art. 134; artt. 37- 42 legge n. 87/1953

I conflitti costituzionali comprendono:

• I conflitti di attribuzione tra poteri dello Stato

• i conflitti di attribuzione tra Stato e Regione.

Il conflitto di attribuzione è una controversia che attiene ad una lesione della competenza,

costituzionalmente garantita, di un soggetto da parte di un altro soggetto. La ratio che sorregge

questa competenza della Corte, prevista dal 3° comma dell'art. 134 della Cost., è quella di

individuare l'esatta spettanza delle competenze costituzionali.

I conflitti di attribuzione tra

poteri dello Stato

Secondo quanto previsto dall'art. 37, legge n. 87/1953, affinché la Corte costituzionale intervenga è

necessario:

• che il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato sorga tra organi appartenenti a poteri

diversi;

• che il conflitto di attribuzione sorga tra organi competenti a dichiarare definitivamente la

volontà del potere al quale appartengono;

• che il conflitto di attribuzione sorga per la delimitazione della sfera di attribuzione

determinata per i vari poteri da norme costituzionali.

Il potere dello Stato è un complesso organizzativo, composto da un organo o più organi, al quale

va riferita una sfera di attribuzioni costituzionalmente garantita.

In questo senso tra i poteri dello Stato rientrano non solo i tre tradizionali (esecutivo, legislativo e

giudiziario), ma anche i poteri del Presidente della Repubblica, della Corte costituzionale ecc…Un

elenco completo probabilmente non è possibile poiché in quest'ottica i poteri dello Stato legittimati

a promuovere un conflitto non sono un numero chiuso, ma sono desumibili, di volta in volta, dal

concreto atteggiarsi delle attribuzioni costituzionali.

Il potere è il soggetto sostanziale del conflitto; l'organo appartenente al potere è il soggetto

processuale.

Abilitato ad agire di fronte alla Corte costituzionale infatti non è il potere, ma l'organo che

appartiene al potere. C'è coincidenza tra potere e organo solo quando un potere si esaurisce in un

organo (ad es. Presidente della Repubblica). Ma quando il potere ha una struttura complessa è

necessario individuare quale sia l'organo abilitato ad agire nel conflitto di attribuzione.

L'organo abilitato ad agire di fronte alla Corte costituzionale è quello competente a

dichiarare definitivamente la volontà del potere al quale appartiene (art. 37, l. 87/53).

Sono indubbiamente tali gli organi costituzionali posti al vertice di ciascun potere, ma la Corte

costituzionale ha inoltre affermato che l'art. 37 della legge 87/53 ha inteso in realtà far riferimento

ad organi i cui atti o comportamenti sono l'espressione ultima ed immodificabile dei rispettivi poteri

nel senso che nessun altro organo, all'interno di ciascun potere, è abilitato ad intervenire

rimuovendo l'atto o il comportamento lesivo (la Corte ha riconosciuto la soggettività nel conflitto:

al Presidente della Repubblica; alla Corte costituzionale; ad ogni giudice; alla Corte dei conti;

all'Ufficio centrale per il referendum; ad una singola Camera; alle due Camere nel complesso; alle

commissioni parlamentari d'inchiesta; al Consiglio superiore della Magistratura; al Governo nel suo

complesso; al singolo Ministro; al Comitato promotore del referendum).

Il conflitto può consistere:

• In una vindicatio potestatis.

E' l'ipotesi più rara che si realizza quando il conflitto riguarda la contestazione circa l'appartenenza del

medesimo potere che ciascun soggetto rivendichi a se.

• Nella menomazione di una sfera di attribuzioni costituzionalmente garantita ad un soggetto.

Tale menomazione, che è l'ipotesi più frequente, discende dall'illegittimo esercizio di un

potere proprio. Non c'è quindi rivendicazione di un potere "usurpato", ma contestazione del

modo in cui un soggetto ha esercitato attribuzioni che sono incontestabilmente sue (ad es. se

il giudice penale ricorre contro la Camera perché questa ritarda a pronunciarsi sulla sua

richiesta di arrestare un deputato o di perquisirne il domicilio, non contesta le attribuzioni

della Camera, chiaramente assegnate dall'art. 68 Cost., ma denuncia che, abusando delle sue

funzioni, la Camera interferisce nella funzione giudicante che spetta al giudice stesso,

impedendogli di esercitare le proprie attribuzioni). Il conflitto inoltre non sorge

necessariamente da un atto, ma può sorgere anche da un comportamento, persino omissivo

(ad es. il Presidente della Repubblica che non promulga una legge ecc…).

L’oggetto del conflitto tra poteri dello Stato può riguardare qualsiasi atto, comprese le leggi

e gli atti aventi forza di legge come la Corte costituzionale ha ammesso, dopo una

giurisprudenza di segno contrario, con le sent. n. 161 del 1995 e n. 457 del 1999.

I conflitti di attribuzione tra Stato e Regioni

Secondo quanto disposto dall'art. 39 della legge n. 87 del 1953 tale conflitto può sorgere:

• quando una Regione invade con un suo atto la sfera di competenza assegnata dalla

Costituzione allo Stato o ad un'altra Regione;

• quando lo Stato invade con un suo atto la sfera di competenza costituzionale di una Regione.

L'oggetto del conflitto tra Stato e Regione non deve essere costituito da leggi o da atti

equipollenti ma da atti pubblici di qualsiasi altro tipo.

Quindi se è indubbio che, sotto il profilo processuale, il conflitto di attribuzione tra Stato e Regioni

presenti rilevati affinità con il controllo della legge in via principale, tuttavia se ne distingue

nettamente per l'oggetto che non può essere costituito da atti legislativi o a questi equiparati. Il

ricorso è quindi ammissibile esclusivamente per i regolamenti amministrativi, gli atti amministrativi

e le decisioni giurisdizionali.

Le sentenze conclusive dei conflitti di

attribuzione

Le sentenze della Corte possono essere:

• sentenze di inammissibilità;

• sentenze di improcedibilità;

• sentenze che dichiarano la cessazione della materia del contendere.

Inoltre la Corte può adottare sentenze che entrano nel merito della lesione di competenza.

Queste possono essere :

• sentenze che dichiarano la cessazione della materia del contendere.

• sentenze con le quali dichiara a quale soggetto spetta la competenza ed annulla l'atto;

• sentenze con le quali respinge il ricorso;

• sentenze con le quali si limita a dichiarare a quale soggetto spetta la competenza.

Le decisioni della Corte Costituzionale

Le decisioni della Corte costituzionale nel giudizio di legittimità costituzionale possono assumere la

forma di:

• ordinanza;

• sentenza. Le ordinanze

ordinanze di manifesta

infondatezza

Vengono adottate quando la Corte, senza che siano necessarie particolari verifiche, non ravvisa

alcun argomento a sostegno dell'incostituzionalità della norma (ad es. quando viene riproposta una

questione già ripetutamente dichiarata manifestamente infondata in passato);

ordinanze di inammissibilità

Sono le ordinanze che individuano l'esistenza di una causa che impedisce una decisione nel merito

di una questione (ad es. la norma oggetto del sindacato della Corte è contenuta in un atto privo di

forza di legge; insufficiente motivazione da parte del giudice a quo ecc…);

Ordinanze di restituzione degli atti

al giudice a quo

La Corte ricorre a queste ordinanze nel caso di jus superveniens cioè quando la fattispecie che ha

dato origine alla causa pendente di fronte al giudice a quo viene disciplinata, nelle more del

giudizio della Corte, da una norma nuova rispetto a quella originaria che ha costituito l'oggetto

dell'ordinanza di rimessione del giudice a quo. Restituendo gli atti al giudice a quo la Corte offre a

quest'ultimo l'opportunità di valutare - solo qualora vi siano dubbi in proposito - se la norma

originaria è ancora applicabile nel giudizio in corso oppure se non lo è più.

Ordinanze istruttorie

Sono ordinanze che servono alla Corte ad acquisire notizie, documenti o quant'altro ritenga

necessario per consentire la decisione relativa alla questione che le è stata sottoposta

Secondo quanto previsto dall'art. 18, c. 1, legge n. 87 del 1953 la Corte giudica in via

definitiva con sentenza mentre tutti gli altri provvedimenti di sua competenza sono adottati

con ordinanza. La prassi della Corte però è ormai decisamente orientata nel senso che anche

alcune ordinanze possono concludere il giudizio in via definitiva (e cioè le ordinanze di

manifesta infondatezza e le ordinanze di inammissibilità).

Le sentenze

Le sentenza della Corte possono essere di due tipi:

• di rigetto;

• di accoglimento. Le sentenze

Le sentenze di rigetto

Le sentenze di rigetto non consistono nella dichiarazione di legittimità della norma oggetto

del giudizio, ma nel rigetto della questione di legittimità costituzionale sottoposta al

giudizio della Corte in via incidentale o in via principale. Con le sentenze di rigetto la Corte

si limita quindi ad accertare l’insussistenza dei vizi denunziati nell’ordinanza di rimessione o

nel ricorso.

Da ciò discende che la sentenza di rigetto non ha valore erga omnes, ma solo inter partes,

vincola cioè solo le parti e il giudice a quo. La questione non potrà quindi essere ripresentata

negli stessi termini nell'ambito del medesimo giudizio. La sentenza di rigetto non vincola

però né gli altri giudici, né le stesse parti del giudizio in corso, sia in un nuovo giudizio che

in un grado diverso dello stesso giudizio, né, infine, la stessa Corte alla quale non è preclusa

la possibilità, in un successivo giudizio, di dichiarare eventualmente l’incostituzionalità

della legge precedentemente passata indenne al suo controllo.

Le sentenze accoglimento

Con le sentenze di accoglimento la Corte accoglie la questione sollevata innanzi ad essa in via

incidentale o proposta in via principale, dichiarando la illegittimità costituzionale della

disposizione o delle disposizioni sottoposte al suo giudizio.

Le sentenze di accoglimento sono sentenze di annullamento.

L'effetto di tali decisioni, che hanno valore erga omnes, cioè vincolano tutti i giudici, consiste nella

definitiva eliminazione dall'ordinamento della norma che viene dichiarata incostituzionale.

Eliminazione che avviene con effetti retroattivi, travolgendo quindi tutti i rapporti sorti medio

tempore sulla base della norma successivamente dichiarata incostituzionale (con la sola esclusione

dei rapporti chiusi, vedi scheda "antinomie normative". Un'eccezione alla regola dei rapporti chiusi

è costituita, in materia penale, dalle sentenze di accoglimento che, dichiarando l'illegittimità di una

norma penale, determinano un trattamento più favorevole per il reo rispetto a quello previsto dalla

norma suddetta. In applicazione del principio del favor rei sancito dall'art. 25 c. 2, Cost., l'art. 30, c.

4 della legge n. 87 del 1953 dispone che quando in applicazione della norma dichiarata

incostituzionale è stata pronunciata sentenza irrevocabile di condanna ne cessano l'esecuzione e tutti

gli effetti penali. Quindi la sentenza passata in giudicato non costituisce più un limite all'efficacia

retroattiva delle sentenze di accoglimento).

Oltre alle sentenze di accoglimento e di rigetto la Corte costituzionale ha elaborato strumenti nuovi

in particolare le cosiddette:

Sentenze interpretative

Le sentenze interpretative possono essere:

• sentenze interpretative di rigetto;

• sentenze interpretative di accoglimento

Nel caso delle sentenze interpretative di rigetto la Corte rigetta la questione perché interpretando le

disposizioni di legge sottoposte al suo giudizio (vedi interpretazione nella scheda sulle fonti),

attribuisce ad esse un significato diverso da quello individuato nell’ordinanza del giudice a quo e

cioè un significato conforme al dettato costituzionale. Il vantaggio di questo tipo di sentenze sta nel

fatto che la Corte può evitare di intervenire annullando la disposizione sottoposta al suo giudizio. Le

sentenze di rigetto non hanno però valore erga omnes e quindi i giudici non sono tenuti a seguire

l'interpretazione che la Corte ritiene essere conforme al dettato costituzionale se non

volontariamente.

Nel caso delle sentenze interpretative di accoglimento invece la Corte accoglie la questione

interpretando la disposizione nel senso della sua incostituzionalità. La sentenza interpretativa di

accoglimento ha il vantaggio di lasciar vivere la disposizione unicamente nel senso che la Corte

ritiene conforme a Costituzione. L’annullamento riguarda infatti solo quella determinata norma

desumibile dalla formula legislativa che è stata giudicata costituzionalmente illegittima dalla Corte.

Trattandosi di sentenza di accoglimento in questo caso tutti i giudici sono vincolati alla

interpretazione della Corte costituzionale.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in scienze della politica
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher valeria0186 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Istituzioni di Diritto Pubblico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof D'Onofrio Francesco.

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