Corso su Jean-Jacques Rousseau
Filosofia morale a.a. 2014/15
Piergiorgio Donatelli 16/10/2014
Filosofo e pedagogista svizzero, nato a Ginevra il 28 giugno 1712, Jean-Jacques Rousseau è uno dei massimi esponenti del pensiero europeo del XVIII secolo. Figlio di un orologiaio calvinista, rimane orfano di madre a pochi giorni dalla nascita. Lasciato un po' a sé stesso, non avrà un'educazione regolare: a dieci anni si trova privato anche dell'appoggio del padre che, ferreo calvinista e di carattere irruento e rissoso, è costretto a lasciare Ginevra per una lite a causa della quale stava per essere arrestato.
Affidato al pastore Lambercier di Bossey (1722), per due anni vive felice, non più esaltato dalle letture, fatte con il padre, bensì educato ai principi religiosi e alle letture morali. Chiamato a Ginevra da uno zio, studia e in segreto scrive sermoni e commedie, per passare intanto apprendista prima presso un cancelliere, poi presso un incisore. Lascia Ginevra per un banale incidente: uscito una sera di città, al ritorno ne trova le porte chiuse. Essendo recidivo, per non subire punizioni se ne va alla ventura in Savoia, dove cerca aiuto da un parroco che lo indirizza ad Annecy, da Madame de Warens, una giovane donna appena convertitasi al cattolicesimo. È lei a convincere il futuro filosofo a compiere la stessa conversione (Torino, 1728). Di lì a poco i due diventano amanti.
Il 12 aprile 1728 Rousseau entra al convento dello Spirito Santo di Torino, il 21 abiura e il 23 viene battezzato. Conversione piuttosto affrettata, che spiega come il filosofo successivamente riabbraccerà il calvinismo. Durante tutta la vita cerca di ritematizzare la religione affinché diventi compatibile con la società.
Rousseau è ipocondriaco, bisognoso di continui consulti medici. Alcune fobie sono senz'altro ingiustificate, ma soffre effettivamente di calcoli. Convinto di aver vita breve, giunge a vestirsi all'armena, per nascondere il catetere di cui deve servirsi, lamentando mali inesistenti e convinto di dover soccombere di un polipo al cuore. Nel 1742, l'anno stesso in cui conosce Diderot, Fontenelle, Marivaux e Rameau, vede respingere dall'Accademia delle Scienze di Parigi un nuovo sistema di scrittura musicale. Avvilito, protesta con una "Dissertation sur la musique moderne" e lascia Parigi per un breve soggiorno a Venezia, come segretario dell'ambasciatore francese Montaigu, scrivendo intanto "Les Muses galantes" che fa rappresentare a Parigi nel 1745.
Nello stesso anno instaura una profonda amicizia con Diderot e a Condillac si unisce a Thérèse Levasseur, una stiratrice piuttosto rozza e ignorante, che però gli rimarrà accanto tutta la vita, anche se non sempre in modo fedele. Conosce Madame d'Épinay, che gli offre ospitalità in un'incantevole casetta (l'Ermitage) ai confini della foresta di Montmorency nel 1756; si invaghisce della cognata di questa, Madame d'Houdetot; la grande passione non ricambiata è causa della rottura con la d'Épinay (1757) cui segue quella con la stessa d'Houdetot nel 1761. Incapace di conservare le amicizie, sia maschili, sia femminili, Rousseau stringe rapporti con numerosi grandi uomini del suo tempo, ma riesce a compromettere i rapporti quasi con tutti.
Rompe anche con Denis Diderot, litiga con Voltaire, che aveva conosciuto nel 1745; riesce perfino a scontrarsi con d'Alembert, col quale aveva stretto amicizia nel 1749, l'anno in cui aveva iniziato a scrivere per l'Enciclopedia la voce "Musica". Nel 1750 vince un premio con il “Discorso sulle scienze e sulle arti”. Nel 1754 pubblica (prima edizione in Olanda), il "Discorso sull'origine e i fondamenti dell'ineguaglianza fra gli uomini", qui fa una critica alla società, fondata su un patto iniquo, a causa della proprietà privata e condanna tutto ciò che è progresso (rottura con Diderot).
Nel 1755/56 abbiamo una prima stesura del “Contratto sociale” (Manoscritto di Ginevra), nel 1758 conclude il romanzo “Giulia”, nel 1759 inizia a scrivere “L'Emilio” che uscirà nel 1962 insieme al “Contratto sociale”. 1750-1762 periodo intensissimo di opere.
Cacciato da vari luoghi, accetta nel 1765 l'ospitalità che David Hume gli offre in Inghilterra; nascono presto dissapori anche con lui, che accusa di cospirare coi suoi nemici, inoltre a causa di un diverso modo di immettere il sentimento nell'etica. Le sue "Confessioni", iniziate nel 1766 e pubblicate postume, sono un documento unico ("Voglio mostrare un uomo in tutta la verità della natura, e quest'uomo sarò io"), rivelano una psicologia straordinaria, un animo sensibile e un pensiero acutissimo.
Ritornato a Parigi conduce l'esistenza inquieta e tormentata descritta nei "Sogni di un viandante solitario". Jean-Jacques Rousseau viene infine accolto ad Ermenonville dal marchese di Girardin, dove muore il 2 luglio 1778.
Elementi biografici e influenze sul pensiero
Fondamentale dunque è l'elemento biografico in Rousseau: il suo rapporto con la città di Ginevra, l'oscillazione tra il sentimentalismo per un io geniale e il sentirsi rifiutato dalla società. Passa a criticare l'intera società che al tempo stesso era amata e odiata. Inoltre si interessa anche di natura, è un erborizzatore, conosceva e amava la natura, come dimostra il suo ultimo libro. È dunque definibile come un filosofo politico con qualche accenno alla morale. Non può essere definito né scettico, secondo cui non c'è conoscenza morale, né relativista, secondo cui c'è conoscenza morale ma è riservata a un determinato gruppo di persone. È un costruttivista, vuole riconoscere e recuperare l'etica che già conosciamo, diversa da quella che si possiede.
Rousseau non spiega mai cosa sia la democrazia, perché non è un concetto ma una parola che assume vari significati in base al contesto, non è un concetto trans-storico, sono riferibili solo a determinati autori in un determinato periodo storico.
Origini della filosofia politica e morale
21/10/2014
La filosofia politica e morale nasce con l'Epicureismo, poi a causa dello sviluppo del Cristianesimo e delle varie dispute teologiche i grandi filosofi si sono concentrati su altre questioni (ad es. Agostino e Tommaso). Nel 1500 c'è una rottura con la Scolastica di Tommaso, c'è un ritorno ai classici ma non più rivisitati dalla Scolastica, c'è una rottura netta con il Medioevo, al centro di tutto viene posto l'uomo e la civiltà. Questa rottura è incentivata dalla nascita di nuove fonti, anche grazie a una nuova situazione politica: l'eloquenza, tradizione umanistica, la scienza e la riforma protestante. Tuttavia l'insorgere della scienza fa venire meno le qualità secondarie (bellezza, bontà ecc...) che diventano soggettive e fa venire meno, quindi, anche la filosofia morale.
Con Hobbes nasce la filosofia moderna (Leviatano, 1640), egli afferma che noi siamo in collegamento con il mondo e quindi possiamo dare o subire azioni piacevoli o meno. Tutto, dunque, è legato al piacere o dispiacere che gli agenti esterni producono in noi. La morale non è nella natura, in opposizione a quanto detto da Aristotele, perché la scienza ce lo dimostra e quindi l'unico obiettivo che l'uomo si può porre è quello di fondare la società civile (bisogna unire la morale alla politica). Nasce così anche il problema della religione che, per questi autori contrattualisti, deve trasformarsi in qualcosa di utile, anche grazie alla riforma protestante che ha trovato appoggio nei sovrani olandesi. Chi invece ritiene la religione un ostacolo è Hume, il quale è un anti-contrattualista, anche se ritiene la giustizia una virtù artificiale che necessita di un arbitro.
Fondare un ordine sociale quindi viene a sostituirsi alla scoperta del cosmo, all'analisi delle situazioni etiche e naturali. Per i contrattualisti (Hobbes, Locke, Rousseau, Kant) fondare significa avere un modello, che ritroviamo nel “Leviatano”, nel “2º trattato sul governo”, nel “Contratto sociale” e negli “Scritti politici”, secondo cui gli uomini si trovano in uno stato di natura, quindi in relazione con il mondo, tuttavia gli uomini, che rispettano i loro doveri e possiedono delle virtù, vivono in uno stato di natura che non funziona (guerra) e devono uscirne fuori per creare un nuovo ordine civile. Questi stati di natura sono diversi, in base ai vari autori.
Per Hobbes e Locke gli esseri umani ne possono uscire fuori solo quando nasce la figura di un arbitro morale, un sovrano; poiché nel momento in cui nasce una controversia fra individui, nello stato di natura, questa controversia sfocerà in una guerra. Quindi la natura non basta come fonte di socievolezza, occorre un sovrano che ci guidi dallo stato di natura a una società civile. Per far emergere la figura del sovrano è necessario che gli individui dello stato di natura facciano un patto e istituiscano un loro arbitro.
Rousseau vive 100 anni dopo dei due filosofi inglesi, il 1700 è il secolo dell'artificio, quindi, egli si trova a commentare una società diversa, una società corrotta e dà come soluzione lo stato di natura. Rousseau attribuisce alla civiltà tutto ciò che Hobbes attribuiva allo stato di natura. Dunque, è un contrattualista ma rovescia il modello classico. Egli ritiene che la società del 1700, in particolare Ginevra, è una società corrotta, iniqua e per avere una società migliore occorre prendere come metro di paragone la società nello stato di natura.
Il primo e secondo discorso di Rousseau
28/10/2014
1º e 2º discorso sono molto diversi fra loro. Il 1º, scritto nel 1750, è una critica alla scienza e alle arti, scritta da un giovane ed enfatico Rousseau, il quale non riesce a dare una soluzione. Soluzioni morali che darà poi nell'“Emilio” e soluzioni politiche che darà nel “Contratto sociale”. Per Hobbes le arti e la scienza sono nate nel momento in cui si è eletto un arbitro.
1º Discorso: “Sulle scienze e sulle arti”. (1750)
Prima parte
Pag.38 - L'essere umano è uscito dallo stato di natura, si è innalzato al di sopra di se stesso, e ora è difficile rientrare, per lui, in se stesso per studiarsi e conoscere la natura umana. Rousseau non ha una sequenza cronologica, mentre per Hume la storia era fondamentale, a Rousseau l'uscita dallo stato di natura interessa come questione filosofica non storica. L'essere umano con le arti ha sviluppato la socievolezza ed è così che si è passati dalle tenebre del Medioevo alla modernità.
Pag.39 - 1º tesi d'attacco: il governo e le leggi provvedono ai nostri bisogni di benessere e sicurezza in cambio della schiavitù. Formando così i “popoli civili”. Le scienze e le arti addormentano le nostre menti, nascondendoci che siamo in schiavitù. Rousseau, dunque, vuole sia smascherare le arti e le scienze che sono falsità, fanno il gioco delle istituzioni politiche, sia smascherare la sicurezza dello stato che sottende la schiavitù. Quindi per Rousseau è fondamentale la tecnica dello smascheramento (Nietzsche), perché noi non sappiamo chi siamo, non siamo trasparenti a noi stessi.
Pag.40 - Le virtù sono apparenti. Noi abbiamo l'apparenza delle virtù, non le virtù. Per rispondere alla 1º tesi d'attacco di Rousseau ci sono due fasi:
- Siamo tutti in schiavitù e noi collaboriamo a produrre la schiavitù. Gli esseri umani non riconoscono se stessi e quindi tutti coltivano virtù, che in realtà sono solo apparenti perché ci nascondono la schiavitù. Disconoscimento di chi siamo. Non riconosciamo le virtù, una volta smascherate, però, capiamo che sono vizi e che ci danno l'apparenza non la verità. Fase tipica e originale di Rousseau. Noi siamo in uno stato di disconoscimento sia perché non ci vediamo in catene, sia perché non vediamo che incateniamo e siamo incatenati dagli altri (schiavo/padrone, stessa situazione).
- Gli esseri umani, per Hobbes, vivono nella vana gloria, che Rousseau chiamerà amor proprio. La distinzione apparenza/realtà ci porta a capire che gli esseri umani hanno una stima del valore degli altri, tutti abbiamo come obiettivo il voler apparire e essere stimati dagli altri. Tutti ricercano la vana gloria a prescindere dal valore che si ha (perdita del valore reale). Quindi, rimane solo l'idea dell'essere stimati, senza alcun valore perché ormai è scomparso. Hobbes allora vuole fondare una virtù vera, mentre Rousseau afferma che occorre prima riconoscere noi stessi, che siamo in catene, e poi recuperare ciò che già sappiamo, non bisogna fondare nulla. Dunque per entrambi non c'è una base oggettiva di valori, su cui fondare i valori, non c'è nessuno che sa, che conosce.
Pag.40 - Tono ironico: critica alle buone maniere francesi, che sono pura apparenza. Tema dell'atleta nudo: in passato gli esseri umani erano educati e non avevano bisogno di indossare delle vesti perché possedevano i veri valori e li mostravano. La natura era una condizione di virtù autentica, di non apparenza. C'è stato un momento in cui noi eravamo trasparenti a noi stessi e agli altri, non è importante sapere quando ciò è accaduto ma sapere che c'è stato, in modo da poterci riconoscere e uscire dalla società corrente, ma senza tornare come si era una volta.
Pag.41 - Critica all'uniformità. Critica a una società che sta in piedi sull'apparenza e sull'uniformità. Nel secondo discorso la società non sta più in piedi. L'uniformità è un problema perché non è dei sapienti, ma di chi vive nell'apparenza. È la perdita dell'io. “Non si osa più apparire ciò che si è”. Scopriamo qualcosa dell'altro solo nelle grandi occasioni, altrimenti tutti fanno la stessa cosa della propria classe sociale (Mill). Rousseau, quindi, critica perché secondo lui è rimasto qualcosa di vivo, perché se le virtù fossero davvero morte, farebbe il lavoro di uno storico. Invece, per lui, le virtù ci sono ancora, ma sono false.
Pag.42 - Dobbiamo uscire da noi stessi per capire chi siamo, per capire che siamo falsi, pur rimanendo sempre noi stessi. “un abitante di qualche lontana contrada”, un punto di vista esterno che deve lavorare su di noi per farci riconoscere.
Secondo discorso: la corruzione e il recupero dei valori
30/10/2014
Secondo Rousseau noi ci troviamo nell'apparenza a causa di un processo di corruzione, tuttavia questa apparenza non è radicale altrimenti avremmo perso del tutto i valori, dunque non deve fondare una società con nuovi valori ma uscire da questa società corrotta per riappropriarsi dei valori persi. Non è andato tutto perso proprio perché noi capiamo la distinzione tra virtù vere e apparenti. Dunque dobbiamo attivare in noi la logica del disconoscimento/riconoscimento e Rousseau ci spinge a farlo con uno stile esortatorio. Attraverso la critica delle arti e delle scienze noi capiamo come queste debbano essere rigenerate (apparenza/virtù autentiche). Le arti e le scienze sono la causa e l'esito della corruzione. Inoltre egli critica le arti perché vorrebbe avere successo ma si sente troppo osservato. “per quanto costoro non sappian nulla, credon tutti di sapere qualcosa; mentre io, se non so nulla, almeno di questo son certo.”
- Lo sviluppo delle arti e delle scienze è all'origine della corruzione (“stendono ghirlande di fiori sulle catene di ferro...”).
- Una società fondata sulle apparenze delle virtù produce un eccesso di arti.
Per Rousseau non c'è una data precisa in cui nasce la corruzione, la corruzione è parte integrante di essa.
Pag.47 - Rousseau afferma che Socrate ha elogiato l'ignoranza, mentre per Socrate l'ignoranza è un cuore di sapere; infatti nell'Apologia di Socrate egli condanna i politici (pensano di sapere e non sanno) e i poeti (ispirati da Dio ma non sanno), mentre gli artigiani sanno, ma solo di cose pratiche. Quando Socrate dice che sa di non sapere, non è un elogio all'ignoranza, ma è sempre un nucleo del sapere, tant'è che solo chi sa di non sapere può essere davvero educato alla conoscenza. “Felice ignoranza” = falsa scienza.
Seconda parte
Pag.55 - “Ogni artista vuol essere applaudito” → elemento autobiografico, un Rousseau ancora molto giovane.
Pag.57 - “..il coraggio si snerva, le virtù militari, svaniscono; e questa è ancora l'opera delle scienze..”, “lo studio delle scienze è ben più adatto a rammollire ed effeminare i cuori, che a rafforzarli e animarli. (es. dei Romani)”. Rousseau dunque vorrebbe capi militari come capi di Stato. Le scienze nuocciono sia alle virtù militari che a quelle morali.
Pag.60 - L'origine della disuguaglianza degli uomini è data dalla nascita delle arti, nel 2º discorso invece sarà la proprietà privata la causa di tutto.
Pag.64/65 - Fa prima una critica alla stampa. Poi afferma che dobbiamo stare tutti zitti e rimanere nell'oscurità perché solo i geni devono parlare. “a questo picciol numero appartiene di elevar monumenti alla gloria dello spirito umano”. Obiezione a Rousseau: come nascono i geni in una società corrotta e ignorante? Il genio può vivere solo in una società in cui la sua intelligenza viene incentivata.
Pag.66 - “Che i re non sdegnino dunque di ammettere nei loro consigli le persone più capaci di ben consigliarli; che rinuncino a quel vecchio pregiudizio,..,
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Corso monografico su Pirandello
-
Ragioneria corso avanzato
-
Diritto commerciale corso avanzato
-
Corso di immunologia