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Per Gobineau le razze sono per natura diseguali così come lo sono le civiltà e le nazioni che

su esse si fondano. Da tale presupposto egli espande la propria analisi identificando tre razze

primitive (bianca, gialla e nera), tra loro diseguali in ogni aspetto. A causa di tale

ineguaglianza naturale, per quanto le razze inferiori arrivino a innalzarsi non potranno mai

raggiungere il livello della razza superiore.

L’autore traccia anche le caratteristiche di ogni singola razza:

La razza nera è quella che si trova sul fondo della scala dell’evoluzione poiché

caratterizzata da tratti animaleschi e da una intelligenza minima se non nulla. Di

contro però possiede desideri molto forti e una totale mancanza di morale.

La razza gialla è invece denotata da una marcata tendenza all’apatia, desideri deboli

e da una generale mediocrità. Per quanto sia superiore alla razza nera, la natura la

rende comunque inferiore a quella bianca a cui deve sottomettersi.

La razza bianca si trova sul gradino più alto della scala evolutiva perché

caratterizzata da una marcata intelligenza e razionalità e sempre orientata verso il

progresso.

L’inferiorità della razza nera e di quella gialla, le rende incapaci di produrre in modo

autonomo delle civiltà e per tale motivo esse sono soggette al dominio da parte della razza

bianca.

E’ l’individuo ariano proprietario di uomini, di donne e di terra ha ricoprire il ruolo più

importante nello sviluppo della civiltà umana, per questo Gobineau ammira la popolazione

americana discendente dagli Anglo-Sassoni che mai ha dubitato della propria superiorità e

ha quindi sottomesso prima i nativi e poi i neri. Per tutti questi motivi il suo saggio è stato

visto dalle forze borghesi europee, e non solo, come un appello alla lotta contro l’ascesa

della razze inferiori , dei popoli coloniali e anche della classe operaia.

Dunque la razza bianca viene dipinta come la razza superiore da ogni punto di vista e

quindi la sola in grado di produrre civiltà nel vero senso del termine. E’in Occidente che tale

civiltà si è prodotta ed in particolare in Europa.

L’idea di una superiorità naturale dell’uomo bianco europeo sui popoli di colore si deve al

popolo spagnolo, che fu il primo a presentarsi tramite la sua classe aristocratica come un

popolo di padroni e in quanto tale fu anche il primo a esercitare, in tempi moderni, il suo

dominio sui popoli inferiori. Tale idea è il fulcro anche della storia del colonialismo

moderno, infatti, i colonialisti sono da sempre convinti che è il destino o la Provvidenza a

fare di loro i padroni dei popoli di colore. 5

Gobineau basa le sue affermazioni su considerazioni storiche e letterarie altri autori hanno

usato invece canoni estetici per ribadire la superiorità dalla razza bianca. In particolare,

alcuni aspetti come la simmetria del volto e la proporzione del corpo sono caratteristiche che

rimandano a un ideale di bellezza tipicamente borghese da cui i popoli di colore sono

esclusi. Ecco quindi che la bellezza (anche di tipo interiore) appartiene all’uomo europeo

ariano-occidentale mentre i neri hanno il corpo e il volto sproporzionati e tale “bruttezza”

esteriore riflette anche la loro inferiorità spirituale.

Anche le scienze naturali hanno dato il loro contributo alla diffusione delle teorie razziali.

L’Europa colonialista aveva infatti bisogno di costruire una teoria in grado di dare

fondamento scientifico al concetto di superiorità dei popoli bianchi. Il primo a tentare di far

questo fu Lapouge, che diede alla razza un significato zoologico, usando la craniologia.

Anche per questo autore le razze sono diseguali per volontà della natura, infatti, le razze

superiori sono dolicocefale cioè composte da persone con il cranio allungato e stretto mentre

quelle inferiori sono brachicefale ossia composta da individui con il cranio corto e largo.

Per Lapouge, in virtù delle sue caratteristiche superiori la razza ariano-europea, ha dato

origine alle maggiori civiltà. Anche lui, come Gobineau, vede negli anglo-sassoni e nelle

popolazioni ariane della Germania del nord e dell’Inghilterra nonché degli Stati Uniti i

migliori rappresentanti di questa razza, a cui il destino a concesso il dominio sul resto del

mondo. Inoltre come in ogni teoria razzista che si rispetti la gerarchia naturale tra le razze

viene estesa anche all’interno della cosiddetta razza superiore, in quanto in quest’ultima vi

sono individui ereditariamente superdotati che si differenziano dalla massa priva di tali

4

qualità. Ogni teoria razzista è inevitabilmente anche una teoria elitaria e classista .

Lapouge ritiene che la supremazia della razza bianca, e verso i popoli di colore e al proprio

interno verso la massa, sia minacciata dagli incroci razziali. Grazie a contributi come quello

di questo autore e a scienze come l’eugenetica, si crea una svolta importante nella dottrina e

nell’azione del razzismo, ovvero il passaggio da un determinismo razziale fatalistico a un

determinismo razziale attivistico. Studiosi come Lapouge propongono una selezione

sistematica della razza bianca per moltiplicare al suo interno gli individui migliori, più belli,

più intelligenti. Tale proposta viene rivolta sia alle scienza naturali che allo Stato che diverrà

da questo momento in poi il soggetto fondamentale delle politiche razziali.

La teoria della superiorità della razza bianca è stata quindi prodotta nell’Europa moderna,

dapprima utilizzando concetti di tipo religioso (Dio sancisce tale superiorità) e in seguito,

4 P. Basso, op. cit., p. 55. 6

con l’ascesa della borghesia, utilizzando le scienze naturali e le logiche del profitto

capitalistico.

La dottrina del ruolo decisivo della razza nella storia, della disuguaglianza naturale delle

razze e della supremazia naturale della razza bianca-ariana, appare come l’ideologia di una

divisione internazionale capitalistica del lavoro grazie alla quale l’Europa può sottomettere

le altre nazioni di colore. Tale dottrina cerca di naturalizzare le disuguaglianze storiche e

sociali venutesi a creare tra le razze, le classi e le nazioni. Inoltre essendo la teoria della

classe dei dominatori bianchi, essa diventa anche un mezzo di contrasto nei confronti della

lotta della classe operaia e della lotta dei colonizzati.

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4. Le molteplici sfaccettature del razzismo

Il dogma fondamentale della dottrina razzista è quello di ritenere la razza dei proprietari

bianchi, la razza eletta dalla natura o dal volere di Dio ad essere superiore alla altre razze

sociali ovvero i popoli di colore, i proletari e le donne che sono invece schiave per natura.

All’origine di tale dogma si può riscontrare il processo di schiavizzazione dei popoli di

colore, schiavizzazione resa possibile da metodi di prevaricazione violenta che hanno fatto

dell’esaltazione della forza uno temi fissi dell’ideologia razzista. Questo processo di

sottomissione violenta ha lasciato un’impronta indelebile sia nei paesi colonizzati che in

quelli colonizzatori.

Se si guarda all’evoluzione storica di questo processo si può vedere che tutto iniziò con la

colonizzazione dell’America Latina. Tale colonizzazione portò alla riduzione in schiavitù,

da principio, degli indigeni e all’utilizzo delle materie prime di questi paesi per aumentare la

ricchezza europea. Le monarchie europee come d’altra parte la Chiesa, le due massime

autorità dell’epoca, erano ben favorevoli a questo stato di cose, che si protrarrà immutato per

diversi secoli. Questa azione di forza imposta dagli europei alle popolazioni indigene, ebbe

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conseguenza anche sul piano ideologico portando ad una sorta di bestializzazione di

quest’ultime dal punto di vista fisico, psichico, morale e religioso.

Il colonialismo ha dato origine al razzismo innescando, nella classe ricca europea, una

profonda coscienza di razza. Alla base della “morale colonialista” non può che esservi un

intenso pensiero razzista che fa dei popoli colonizzati, popoli irrimediabilmente inferiori.

Tale logica inoltre è servita anche da traino all’accumulazione capitalista, poiché questa, ha

liberato il lavoro dai vincoli imposti dal feudalesimo ma ha altresì creato nuovi vincoli ancor

più profondi e violenti.

Tutto ciò a permesso una nuova concezione delle relazioni sociali in equilibrio tra due

tendenze: da una parte il liberalismo e dall’altra il razzismo. Il razzismo quindi serve da base

comune per i nuovi processi sociali in quanto un paese (l’Europa) che si sostenta sullo

sfruttamento di altri popoli (le colonie) non può far altro che porli in condizione di

inferiorità.

Ad oggi, osservando il fenomeno dell’immigrazione, si può facilmente verificare che tutto

questo non ha subito profondi cambiamenti.

5 P. Basso, op. cit., p. 62. 8

Se si traccia una classifica tra quelle che Basso chiama “razze schiave” si può attribuire il

primo posto alle popolazioni di colore mentre al secondo e terzo posto si trovano

rispettivamente i proletari bianchi e le donne. A stilare questa “speciale” classifica hanno

contribuito l’antropologia e la teologia coloniale nonché l’economia politica. Scienze come

quelle citate hanno fornito all’ideologia colonialista una base su cui fondare le presunte

naturali differenze tra i popoli e la necessità di una razza superiore in grado di guidare le

altre.

D’altra parte anche l’affermarsi del capitalismo ha largamente aiutato la razza signora ha

prevalere sulle altre. Infatti la divisione di classe tra proletari e proprietari bianchi si basa, al

pari di quella tra bianchi e neri, sulle naturali differenze che esisterebbero tra le due classi

sociali e su un processo di bestializzazione della razza operaia definita rozza e incivile, in

grado solo di assoggettarsi al volere del padrone. Questo meccanismo di bestializzazione si

acuisce dopo il 1848, quando ai proletari vengono attribuite tendenze criminali e devianti e

una naturale immoralità. La nuova organizzazione del lavoro che si impone tra la fine

dell’800 e gli inizi del ‘900 non fa altro che ribadire questo pensiero. Si pensi alla

concezione tayloristica del lavoro che si basa sull’incapacità dell’operaio di effettuare azioni

che richiedano un pensiero complesso ed in grado solo di ubbidire al pari degli animali; o al

fordismo che si basa sulla divisione degli uomini in due classi, una costituita da lavoratori

creativi e di qualità superiori (i proprietari) l’altra costituita da uomini per natura inferiori

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per i quali “pensare è un castigo” . Questi nuovi modi di organizzare scientificamente il

lavoro hanno reso gli operai una razza di schiavi salariati alle dipendenze dei loro padroni

bianchi. hanno subito un processo di razzizzazione, infatti razzismo e sessismo sono

Anche le donne

collegati da una logica basata su elementi naturali, fisici, spirituali. La storia del pensiero

anti-femminile ha conosciuto un periodo particolarmente importante sempre a cavallo tra la

seconda metà dell’800 e l’inizio del ‘900. Infatti in quel periodo le donne fecero la loro

definitiva comparsa sulla scena sociale, economica e politica (si pensi alla Rivoluzione

Francese che le vide in prima linea nella lotta) e ciò suscitò una violenta reazione nella razza

signora. Tutte le scienze diedero il loro contributo nel dipingere le donne come esseri

inferiori, privi di intelletto, molto simili ai selvaggi o ai bambini. Le paure degli studiosi

facevano leva sull’ordine naturale delle società, sostenendo che se le donne avessero

partecipato alla vita sociale ci sarebbe stata una rivoluzione sociale che avrebbe provocato

la scomparsa della famiglia. L’inferiorità naturale della donna, secondo il ragionamento

6 P. Basso, op. cit., p.70. 9

razzista e sessista, è il cemento della famiglia patriarcale che a sua volta è il collante della

società.

Si sprecano, in questo periodo, le rappresentazioni della donna che non fanno altro che

ribadire la gerarchia sociale esistente tra i due sessi con l’uomo essere superiore che deve

dominare la donna che senza la sua guida si abbandonerebbe altrimenti ai suoi istinti più

primitivi. La questione di fondo nel pensiero anti-femminile è la stessa che si trova nel

pensiero razzista: la realtà propone una scelta tra il consolidamento del dominio della razza

signora o l’emancipazione delle razze schiave.

5. Esempi estremi di razzismo: il fascismo e il nazismo

Nella storia gli esempi di razzismo sono innumerevoli ma senza dubbio il ‘900 ha

rappresentato un momento particolarmente fecondo da questo punto di vista, dando vita ad

alcuni dei movimenti più estremi quali il fascismo o il nazismo.

Il fascismo italiano non ha inventato delle teorie nuove si è limitato a mescolare tra loro

tradizioni politiche e ideologiche già presenti. L’elemento che ricorre con insistenza è

costituito da quella che è stata definita la concezione spirituale della razza, di cui il più

importante esponente è stato senza dubbio Evola. Secondo questa concezione ogni razza ha

una propria specifica costituzione mentale che deriva da elementi accumulati dalle

generazioni passate, che sono immodificabili e non possono essere trasmessi tra popoli

diversi.

Tra i precursori della concezione spirituale della razza un posto fondamentale spetta a

Nietzsche, il quale divideva le razze in due categorie:

la razza di èlite dei signori,

la razza di massa degli schiavi.

Se la razza dei signori europei ha il diritto/dovere di esercitare la propria supremazia sulla

razza degli schiavi europei, ancor di più sarà tenuta a farlo nei confronti della razza degli

schiavi barbari e questa gerarchia deve essere preservata pena l’annullamento della razza

signora. Secondo Nietzsche il rischio più grave per l’umanità è quello che vada perduta ogni

gerarchia, che la massa degli uomini inferiori si arroghi il diritto di essere uguale ai signori.

Il razzismo fascista riprende questi concetti e li mescola ad altri altrettanto potenti, quali la

naturale inferiorità degli africani ridotti al pari di bestie, la necessità di una lotta di razza

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contro gli slavi, il processo di inferiorizzazione razziale interno inerente le popolazioni

lavoratrici e meridionali, il sentimento anti-donna e infine un filone anti-ebraico. In

particolare le campagne coloniali italiane faranno leva sulla necessità per i popoli di colore

di essere dominati dall’Italia poiché solo attraverso questa dominazione essi potevano essere

liberati dal giogo dell’ignoranza e dell’inciviltà.

Per il fascismo italiano un’opera di primaria importanza è rappresentata dal libro “La sintesi

della dottrina della razza” di Evola pubblicata nel 1941. Data la difficoltà di dare una

definizione biologica della razza italiana (Mussolini parla a tal proposito di razza ariana di

tipo mediterraneo), era solita prevalere nella propaganda dell’epoca un’inflessione

spiritualistica, a cui proprio Evola darà man forte. Per lui, la razza è la categoria centrale

della storia umana, per questo il razzismo rappresenta un’arma del fascismo. Il razzismo

fascista deve quindi superare la concezione biologica della razza e passare ad un concezione

più completa che tenga conto anche dei fattori psichici e spirituali. Evola propone quindi

una distinzione tra “razze di natura” e “razze spirituali”, tra “razze del corpo” e “razze

dell’anima”. Non solo egli propone una differenziazione tra le razze ma è contro ogni

concetto egualitaristico all’interno della stessa razza. Evola non sopporta l’idea di una razza

signora in cui tutti siano eguali, poiché un’autentica razza signora deve essere una casta, per

tale motivo afferma anche la necessità di una discriminazione interrazziale.

Per Evola la razza pura non è un punto di partenza ma un obiettivo del razzismo, per arrivare

al quale non si può puntare esclusivamente sulla purezza del sangue. Occorre invece

dedicarsi alla formazione di una nuova èlite di dominatori ed è qui che diventa fortissimo il

richiamo al nazionalismo imperialistico.

L’apice della storia del razzismo europeo-occidentale è però, senza dubbio, rappresentato

dal nazismo. Il libro Mein Kampf presenta la concezione del mondo secondo Hitler che

ribadisce la centralità del fattore razza nella vita degli esseri umani, la superiorità della razza

ariana, la necessità di salvaguardarla dall’imbastardimento causato dalla mescolanza con

altre razze inferiori. Nemico principale della visione razzista di Hitler è il marxismo

portatore di una concezione egualitaria e anti-razzista avente come fine il superamento delle

nazioni e delle razze. Per Hitler la politica marxista è estremamente pericolosa per la

sopravvivenza della razza eletta cioè la razza ariana.

Il prototipo di tutte le minacce rivolte alla razza ariana è rappresentato dagli ebrei;

l’ebraismo, comunista e iper-capitalista, è dunque il nemico da combattere attraverso la

creazione di una stato razziale. 11


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Maxxi88

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere (letterature - linguaggi - comunicazione culturale)
SSD:
A.A.: 2008-2009

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Maxxi88 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Conflitti sociali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Chiaretti Giuliana.

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