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L’Ottocento non è stato certo il secolo delle donne. Le leggi dell’epoca tendevano a proporre un modello unico di

famiglia in cui le donne e i bambini erano gerarchicamente subordinati all’uomo, capofamiglia e unico detentore dei

diritti politici e civili. La Rivoluzione francese, proclamando i diritti civili e politici di tutti gli individui, aveva

rigorosamente considerato come individui solo i maschi, dichiarando l’incapacità politica delle donne.

Le prime a conquistare i diritti politici furono le australiane (1903) e le finlandesi (1906); seguirono le norvegesi nel

1913, le danesi e le islandesi nel 1915, le svedesi nel 1921. Fuori dalla zona punti le inglesi (che ottennero il diritto di

voto tra il 1918 e il 1926) e le americane (1920). A un giro Francia, Italia e Belgio (dopo la seconda guerra mondiale), a

due la Grecia (1952), a tre Svizzera (1971) e Portogallo (1976). Buono lo sprint iniziale della Spagna (1931)

motorizzata Renault, ma evidenti problemi al cambio e soprattutto la dittatura franchista la costrinsero ad abbandonare

la gara pochi anni più tardi (abolizione dei diritti e della telemetria bidirezionale sulla vettura di Alonso).

L’Unione Sovietica ha una storia particolare. Le donne uscirono dalla condizione di totale asservimento al capofamiglia

con la Rivoluzione del 1917, ottenendo la liberalizzazione totale del divorzio e l’abolizione del matrimonio religioso,

l’abolizione della patria potestas (1918), la legalizzazione dell’aborto (1920), il riconoscimento delle unioni di fatto

(1926) quelle, cioè, non matrimoniali. Il periodo stalinista, di contro, rese più difficile il divorzio, fu soppresso l’aborto,

restaurata l’autorità paterna. Alla morte di Stalin venne rivalutato e modificato il codice civile post-rivoluzionario.

Non sempre alla conquista di diritti legali è seguita una vera capacità da parte delle donne di conquistare ruoli politici e

dirigenziali, i quali restano largamente in mano agli uomini. Nei paesi occidentali, anche quando entrano a far parte dei

governi, le donne svolgono incarichi eminentemente “femminili” (politiche familiari, sanità, scuola, pari opportunità).

Nell’Ottocento, le donne delle classi popolari erano generalmente lavoratrici (contadine, operaie, sarte), e spesso

l’ideale sociale era quello “alto”, della donna madre di famiglia e custode del focolare. La permanenza della donna in

casa (segregazione spaziale) era simbolo di status elevato. La socialità ottocentesca dei circoli e dei club è interamente

maschile; alle donne viene concessa una socialità tutta familiare.

Il femminismo militante soprattutto nord-europeo dei primi del Novecento chiede diritti politici e autonomia giuridica,

ma anche accesso a tutte le scuole e occupazioni per le donne, in particolare alle libere professioni, e queste negli anni

venti nella maggior parte dei paesi europei ottengono l’accesso all’università, alle professioni e al pubblico impiego.

Tra le due guerre, molte donne operaie che avevano sostituito gli uomini combattenti nelle fabbriche vengono

licenziate. Inoltre i regimi fascisti attuano politiche fortemente antifemministe proponendo una figura di donna

tradizionale, sposa e madre di figli destinati al macello (combattere per la patria; che schifo.).

Nel secondo dopoguerra le costituzioni democratiche fanno della piena eguaglianza dei sessi un principio basilare; negli

anni sessanta i movimenti studenteschi e giovanili, a cui le donne partecipano in massa, mettono in discussione

l’autoritarismo nei rapporti sociali e nella famiglia. Tutto questo sembra segnare un cammino senza ombre verso

l’eguaglianza fra i sessi. Ma a fronte della massiccia scolarizzazione delle ragazze non corrisponde una riuscita in

termini professionali (retribuzione; tipo di impiego; posizioni gerarchiche limitate); la classe dirigente europea è

maschile. Ma le donne si differenziano anche tra di loro. Le condizioni sociali di partenza determinano fortemente la

possibilità di realizzazione professionale. La storia dell’emancipazione femminile si lega a quella delle trasformazioni

della famiglia. Secondo la teoria di Parsons un’unica linea evolutiva conduce dalla famiglia patriarcale-estesa del

passato (realtà contadina; famiglia numerosa estesa a zii e parenti e gerarchicamente rigida intorno alla figura del

capofamiglia) a quella nucleare di oggi (genitori e pochi figli; gerarchia debole). La realtà storica è stata più complessa

di questi modelli: la famiglia in Europa ha assunto forme diversificate da luogo a luogo (che non sto qui ad elencare).

Dal punto di vista dei vari membri della famiglia, il modello piccolo-borghese mette al centro dell’universo i figli,

educati, curati, istruiti; è loro il compito di innalzare lo status sociale della famiglia. Questi godono di condizioni agiate

(studio anziché lavoro) ma possono sentirsi oppressi dal compito loro affidato o dalla soffocante cura materna; al

culmine di questo processo infatti c’è la ribellione giovanile del ’68; proprio da queste famiglie vengono le giovani

donne che criticano radicalmente la famiglia e i ruoli all’interno della coppia. Questa è dunque la famiglia attuale. In

tutti i paesi occidentali riscontriamo convergenze nella trasformazione del modello giuridico di famiglia: l’eliminazione

della patria potestas, la tutela dei diritti della donna e dei figli e l’introduzione del divorzio. In tutta l’area occidentale si

eleva l’età del matrimonio, calano le nascite, crescono le unioni di fatto, i divorzi e le separazioni. L’Italia, da paese

cattolico e arretrato, si trasforma in pochi anni nel paese a più bassa natalità, pur conservando il minor numero di

divorzi e quello più elevato di figli adulti a carico della famiglia, anche se occupati e indipendenti. Le politiche sociali

italiane sono dirette al nucleo familiare tramite la distribuzione al capofamiglia: non si emettono assegni di

disoccupazione per i giovani, ma di tutela verso il lavoro del capofamiglia, che a sua volta provvederà ai figli. Questo

tipo di politiche penalizza le donne: devono accudire i deboli, i bambini (madri e nonne), gli anziani (figlie e nuore). Il

calo della natalità è l’unica arma che permette loro di limitare gli anni della cura dei figli per dedicarsi ad una eventuale

carriera.

L’impostazione meno gerarchica della famiglia moderna ha portato inoltre ad una più lunga permanenza dei figli nel

suo interno: a differenza del pre-68, infatti, lo scontro genitori-figli non ha ragione di esistere, a tutto vantaggio di questi

ultimi, ora finalmente emancipati e indipendenti (lavoratori in famiglia).

Ma lo stesso concetto di famiglia, come lo conosciamo noi occidentali, in altre culture è totalmente assente. In

Giappone, ad esempio, una parola che indicasse la famiglia consanguinea venne introdotto a fine Ottocento. Prima di

allora il termine “casa” designava un gruppo esteso patrilineare che viveva sotto lo stesso tetto, e l’importanza sociale

ricadeva proprio sul luogo fisico della casa. Nei paesi asiatici e africani la struttura di base della società era il lignaggio,

una struttura di parentela allargata a carattere patrilineare (trasmessa per via paterna) e gerarchicamente rigida. Le

donne lasciavano la propria casa e il proprio clan per entrare in quello del marito, portando con sé una dote (prezzo di

uscita: donna = merce) e non beneficiando di alcun diritto, quando non erano ridotte allo status di schiave, subendo

pratiche di sottomissione. (velo donne arabe; bendatura piedi donne cinesi, segregazione, spose bambine e uccisione

delle vedove in India). La clausura femminile è tuttora nella società araba un segno di civiltà ed è ancora in uso la

poligamia.

Nel corso del Novecento c’è il confronto con le norme occidentali adattate un po’ ovunque (1890 codice civile

Giappone; Cina del sud 1934); le rivoluzioni cinesi, ad esempio si distinguono per essere ribellioni dei giovani:

1966/69; 1989 Pechino (piazza Tien-An-Men). In India, nei paesi musulmani e in Africa la segregazione femminile

impedisce l’istruzione alla maggioranza delle femmine.

Capitolo XXIV

Una delle caratteristiche salienti dell’età contemporanea è senza dubbio il processo tecnologico. Eppure insieme

all’aumento della ricchezza e del benessere le società industriali hanno conosciuto l’inquinamento ambientale, la

disoccupazione tecnologica, l’emarginazione sociale dei respinti dal mercato del lavoro.

Nel secondo dopoguerra gli USA erano il motore mondiale dell’innovazione tecnologica, soprattutto nel settore delle

macchine agricole: con l’uso di trattori sempre più perfezionati, efficienti aratri in acciaio e mototrebbiatrici pochi

operai potevano mettere in opera il lavoro di centinaia di braccianti.

L’introduzione della raccoglitrice del cotone sconvolse i rapporti sociali e di lavoro negli stati ex schiavisti del Sud

degli USA. Se nel 1949 solo il 6% del cotone veniva raccolto meccanicamente, nel 1964 la percentuale era salita al 78%

e nel 1970 il raccolto manuale era sparito. L’innovazione provocò una forte disoccupazione degli ex raccoglitori neri

del sud, costretti ad emigrare nel nord industriale (portando con sé il Blues) e a reinventarsi operai peraltro malpagati e

socialmente scarsamente inseriti. Anche in Europa le macchine trasformarono radicalmente le campagne e la

produzione agricola sempre a discapito dei braccianti (USA 15 milioni in meno in 50 anni; Europa 21 milioni tra 1950 e

1985).

La profonda trasformazione sociale delle campagne non è rimasta isolata: la tecnologia applicata alla produzione ha

trovato nel mondo dell’industria un terreno fertilissimo. Soprattutto nelle fabbriche automobilistiche si affermarono i

modelli di produzione tayloristico-fordistici basati sulla catena di montaggio. E proprio essi, richiedendo un lavoro

ripetitivo e scarsamente qualificato, consentirono un’opportunità di impiego per i contadini soppiantati dalle macchine.

L’economia degli Stati industriali conobbe tra il 1945 e il 1973 la più lunga stagione di fertilità. La connessione sempre

più promiscua tra tecnologia e produzione industriale investì inevitabilmente molti aspetti della vita sociale: i trasporti

in aereo divennero un fatto di massa nel dopoguerra; l’automobile iniziò a diventare un bene comune presso tutte le

famiglie medie; il telefono, sempre nello stesso periodo, riscoprì una “seconda giovinezza” e diventò un vero mezzo

domestico di comunicazione di massa; nasceva in quegli anni la televisione. Ognuna di queste innovazioni modificò

profondamente usi e costumi di un’Europa in piena rinascita economica e sociale. (conformismo sociale, omologazione

linguaggio, dei valori, dei comportamenti).

Anche il lavoro domestico viene profondamente modificato dalle macchine: gli elettrodomestici (aspirapolvere, forno

elettrico, lavastoviglie, lavatrice) entrarono nelle case liberando in parte le donne dal loro antico lavoro domestico e

contribuendo a cambiare profondamente precedenti assetti e costumi della società. Anche grazie agli elettrodomestici le

donne poterono entrare nel mondo del lavoro, rendendo più solida la strada della loro emancipazione.

Intorno ai primi anni settanta l’organizzazione del lavoro fordista (che favoriva la quantità di produzione e la

standardizzazione qualitativa) cominciò a entrare in crisi. La domanda era mutata; il pubblico si abituava a consumare

rapidamente e esigeva originalità e qualità dal prodotto. A questa e ad altre esigenze rispose efficacemente la Toyota,

soppiantando la rigidità gerarchica del sistema fordista (che negli operai provocava disaffezione verso un lavoro

ripetitivo e alienante) con un’organizzazione orizzontale delle gerarchie di fabbrica: gruppi misti di tecnici, ingegneri,

operai seguono interamente ogni fase della realizzazione del prodotto, creando tra di loro spirito di squadra e

riscontrando un forte incremento del rendimento umano, dovuto anche alla creazione di impieghi più qualificati e

stimolanti. Una tale trasformazione viene resa possibile dalle straordinarie innovazioni tecniche fondate sul computer

(robot, sistemi automatizzati di fabbrica) che si è rivelato in grado di sostituire l’uomo all’interno della fabbrica dando

vita alla “terza rivoluzione industriale”: se nelle prime due si era sostituita la forza dell’uomo con quella delle macchine,

ora si sostituisce il cervello dei lavoratori con l’intelligenza artificiale del computer. La riorganizzazione del lavoro (Re-

Engineering) su base informatica espelle dalle imprese non solo gli operai ma anche tecnici ed impiegati, mentre

avviene solo marginalmente l’ “effetto a cascata” per cui le innovazioni tecnologiche dovrebbero favorire l’espansione

economica così da riassorbire in altri settori la manodopera altrimenti esclusa dalla produzione. La logica e l’ideologia

della competizione fa oggi in modo che i lavoratori stiano diventando gli strumenti flessibili delle macchine che

contendono ad essi il posto di lavoro.

Ma il concetto di flessibilità è da applicarsi anche alla dislocazione geografica delle imprese: i grandi complessi

dell’industria pesante si spostano dall’ occidente verso i paesi asiatici (Corea, Singapore, Taiwan) per lasciare il posto

alle nuove realtà industriali, come la silicon valley in California (es.: stabilimenti di Bagnoli portati in Corea).

-----La minaccia alla vita-----

Sul finire della seconda guerra mondiale, entrò sulla scena del mondo contemporaneo la bomba atomica, che apriva

l’epoca dell’energia dell’atomo e della contaminazione nucleare. La guerra fredda e la conseguente corsa agli

armamenti portarono alla costituzione di un arsenale di bombe nucleari in grado, in caso di conflitto, di annientare la

vita sulla terra. Tuttavia l’impiego dell’atomo a fini pacifici è stato anch’esso causa di incidenti alle centrali nucleari e

di fughe radioattive (1979 Three Miles Island, USA; 1986 Chernobyl). La fuga di veleni chimici (diossina a Severo,

Lombardia 1976), l’esplosione di depositi di gas (Bhopal, India 1984) causò migliaia di morti, i numerosi naufragi di

petroliere rappresentano una fenomenologia sempre più frequente negli ultimi trent’anni. I fautori della crescita

economica e dell’innovazione a tutti i costi ritengono che simili accadimenti costituiscono prezzi inevitabili da pagare al

progresso. Tutte le conquiste tecniche mostrano, infatti, un inquietante risvolto dal punto di vista ecologico. Uno dei

più gravi problemi del pianeta è quello della perdita costante di terra fertile dovuta all’uso crescente di concimi chimici

e fitofarmaci antiparassitari. Ma i veleni chimici usati in agricoltura industriale producono danni a tutto l’ecosistema e

danneggiano in maniera imprevista la vita umana. È questo il caso del DDT. Scoperto in Svizzera nel 1873, negli anni

trenta venne usato come insetticida per debellare la malaria veicolata da una specie di zanzara. Ma il riconosciuto potere

cancerogeno del preparato (Rachel Carson 1962) ha messo per la prima volta in luce una nuova minaccia invisibile di

cui sino ad allora non si era tenuto conto.

Non c’è dubbio tuttavia che il luogo in cui il potere inquinante della tecnica è quello della città. Megalopoli come Città

del Messico o il Cairo hanno assunto livelli di inquinamento inimmaginabili. Nel sangue dei bambini del Cairo la

presenza di piombo è da tre a cinque volte superiore a quella dei bambini che vivono nelle zone rurali. Inoltre la

diffusione aerea dei gas inquinanti ha dato luogo ad alterazioni e danni sconosciuti in passato. È il caso delle piogge

acide, ovvero acque piovane cariche di sostanze chimiche che, sospinte dal vento, danneggiano corsi d’acqua e foreste

anche lontani dai grandi centri inquinati. Alcuni gas (CFC) hanno lacerato lo strato di ozono che protegge la terra dai

raggi ultravioletti del sole provocando l’ “effetto serra”, cioè l’innalzamento della temperatura media del pianeta e del

livello dei mari. Quest’ ultimo effetto, tuttavia, è sicuramente il benvenuto: tra trent’anni o forse meno gigli scomparirà

per sempre dalle carte geografiche. Quindi, cittadini ed elettori, INQUINARE, INQUINARE, INQUINARE!

(TERAMO 4– giulianova 1). -----Uso e abuso delle risorse-----

Ogni anno diminuisce sensibilmente la superficie coperta da foreste, con il conseguente impoverimento della dotazione

di ossigeno sulla terra. Insieme ad essi spariscono migliaia di specie biologiche. Nel frattempo il petrolio sta

scomparendo, essendo materia fossile, cioè non rinnovabile.

L’industria, dunque, e i modi di vita e di consumo delle società industriali negli ultimi decenni sono apparsi quali

sperperatori delle ricchezze naturali. Gli USA, ad esempio, che comprendono appena il 5% della popolazione mondiale,

consumano circa il 30% dell’energia che si produce in tutto il mondo. Una nuova forma di ingiustizia sociale a livello

mondiale è apparsa dunque alla ribalta di recente. Non esiste solo una difforme distribuzione della ricchezza fra Nord e

Sud del mondo, ma anche un’ingiusta diseguaglianza nel consumo di risorse naturali. C’è ancora un altro aspetto da

considerare. I rifiuti solidi, industriali o urbani sottraggono sempre più territorio, inquinando l’aria e le acque

circostanti. Secondo alcuni osservatori alla base degli attuali problemi ci sarebbe la crescita senza precedenti della

popolazione mondiale, passata dai 2,5 miliardi di persone nel 1950 agli attuali 6 miliardi.

Negli ultimi trent’anni sono sorti dei nuovi movimenti politici (Verdi) e organizzazioni (WWF; Greenpeace) attivi nella

salvaguarda dell’ambiente e di tutte le specie viventi, anche quelli apparentemente inutili agli occhi dell’uomo. Nella

cultura occidentale sono sorti così valori di civiltà che hanno sensibilizzato l’opinione pubblica contro la mercificazione

di tutti gli aspetti della vita sociale. Anche grazie a questa nuova presa di coscienza la tecnologia ha dato avvio alla

cosiddetta industria verde, vale a dire a una nuova branca di invenzioni e di produzioni per salvaguardare e proteggere

l’ambiente: depuratori, macchine disinquinanti, prodotti biologici. Negli ultimi due decenni è in atto un processo che

con una certa enfasi gli scienziati definiscono dematerializzazione. Diminuisce la materia impiegata nella produzione

delle merci; allo stesso risultato conduce la sempre più spinta miniaturizzazione o la creazione di nuovi materiali

sempre più leggeri e resistenti.

Forse mai come ai nostri giorni la storia della produzione capitalista si era trovata di fronte a una così acuta

contraddizione. Spinta dalla necessità di sempre maggiori profitti, l’industria divora sempre più materie prime e energia:

tutte risorse che oggi non appaiono più infinite. La produzione genera scorie, mentre i beni stessi, una volta consumati,

si trasformano in rifiuti che sottraggono agli uomini territorio, acqua, aria. A queste si aggiunge un’altra contraddizione:

la tecnica uccide il lavoro umano (disoccupazione tecnologica), rendendolo sempre più precario e saltuario. Quel che

appare impossibile è un ritorno indietro e l’unica soluzione a portata di mano sarà nella forza della democrazia: nella

possibilità di partecipazione sempre più larga e incisiva dei cittadini alla vita politica, alle scelte che sempre di più

riguarderanno il destino di tutti.

Capitolo XXV L’idea di contemporaneo

L’inizio dell’età contemporanea è solitamente associato alla Rivoluzione francese, ma si tratta di una periodizzazione

piuttosto elementare: fino a quando il lessico politico ruoterà attorno a tipiche categorie ottocentesche (liberalismo,

democrazia, parlamentarismo, mercato), non mancheranno le ragioni per attenersi all’idea di una contemporaneità

“lunga”. Secondo un’opinione oggi largamente accettata, il principale tratto distintivo dell’età contemporanea è

l’ampiezza dei processi di modernizzazione, e i caratteri salienti della società industriale moderna sono costituiti da una

conoscenza scientifica, da una tecnologia e da una struttura economica tali da assicurare il dominio dell’uomo sulla

natura. Ora, se è la modernizzazione a innervare l’età contemporanea, perché si continua a collocarla dopo un’età

moderna che va dalle grandi scoperte geografiche al crollo dell’ancien régime in Francia?

Gli ostacoli che si frappongono a una periodizzazione definitiva possono essere aggirati con l’idea della storia

contemporanea come storia di un presente a geometria variabile. Se si formulano alcuni quesiti su cosa ci sia

veramente contemporaneo si può scoprire, ad esempio, che ordinamenti amministrativi del secolo scorso sono più

“contemporanei” di strumenti di governo dell’economia più recenti ma caduti subito in desuetudine.

Non solo, dal 1977 circa entra nell’uso comune il termine postmoderno, espressione di quella società postindustriale che

si profila con lo shock petrolifero del 1973, quando già si intravedono i “limiti dello sviluppo” e s’infrange il mito del

progresso perpetuo.

In verità, tutte le epoche hanno annoverato i loro storici contemporanei che si occupavano del passato prossimo e la

stessa storia contemporanea, negli ultimi due secoli e in parte ancora oggi, viene trattata con diffidenza e sospetto per

l’addebito continuo di faziosità, di spirito partigiano riversato di epoca in epoca sui suoi “autori”.

Il motivo principale di tale diffidenza del sapere accademico del XIX secolo per questa disciplina risiede nello

svincolarsi sistematicamente della stessa dai canoni ufficiali di ricerca della storia tradizionale (analisi critica delle

fonti, primato degli archivi pubblici, autorevolezza delle carte già selezionate). In materia, pubblicando nel 1897 una

Storia politica dell’Europa contemporanea, Charles Seignobs commenta: “L’ostacolo più grande che distoglie dallo

scrivere la storia del XIX secolo è la ridondanza delle fonti. La severità del metodo scientifico esige lo studio diretto dei

documenti; ma la vita di un uomo non basterebbe a leggere soltanto i documenti pubblici di un solo Stato europeo. È

dunque materialmente impossibile scrivere una storia dell’Europa contemporanea conformemente ai principi della

critica”.

Nonostante i duri attacchi dei positivisti e dei loro pregiudizi, negli ultimi decenni la riflessione sull’età contemporanea

ha compiuto una rivoluzione epistemologica: per esempio mutuando dalla fisica concetti applicabili alla misurazione

del tempo sotto il profilo fra “evento” e “durata”, o da altre discipline il modo di accostarsi a fenomeni quali i cicli

economici. Questo nuovo approccio permette un allargamento del campo visivo che riabilita il “paradigma erotodeo”

(centralità del rapporto uomo-ambiente sociale) Vs “paradigma tucidideo” (uomo-istituzioni politiche e militari).

La contiguità con le moderne scienze sociali rende l’idea della diversità dell’ oggetto di studio della storiografia:

sociologia e antropologia illustrano sincronicamente i processi e i meccanismi di organizzazione ed evoluzione sociale,

mentre essa ne deve rendere conto in chiave diacronica.

Nel 1867 il ministro Victor Duruy vara una riforma scolastica che prevede l’insegnamento della storia francese dalla

presa della Bastiglia ai giorni del regno di Napoleone III. La riforma venne attaccata con le solite argomentazioni

presumendo che la storia di un passato ancora “fresco” sia inevitabilmente tendenziosa, “politica”. In Italia, subito dopo

la costituzione del regno, Nicomede Bianchi, Giuseppe Massari ed altri esaltano nei loro volumi la tattica lungimirante

del partito moderato, mentre Giuseppe Gabussi, Carlo Rusconi e Luigi Anelli – dal punto di vista diametralmente

opposto – valorizzano il ruolo delle cospirazioni, della guerra per bande dello stesso periodo.

Si può quindi dedurre che la storiografia sull’età contemporanea è quasi inevitabilmente “di tendenza”, specie se tratta

fatti intrisi di sangue o grossi stravolgimenti dell’ordine dello stato di fatto, ma anche che la scelta di un “punto di vista”

non entra necessariamente in conflitto con l’esattezza degli avvenimenti, con la serietà argomentativa e con l’efficacia

probatoria.

La storia – contemporanea e non - ha conosciuto un “uso pubblico” (una ricapitolazione selettiva del passato) da parte

delle istituzioni con l’obbiettivo pedagogico di rafforzare il consenso attorno ad alcuni valori ritenuti decisivi per la

convivenza civile; ai regimi totalitari del Novecento serve più che ad altri l’addomesticamento della storia eppure,

quando le esigenze propagandistiche si affidano a studiosi abili ed esperti, si hanno esempi lampanti di quanta potenza

sprigioni la scrittura se usata a fini persuasivi. È il caso di Gioacchino Volpe, che nel 1934 scrive un manuale scolastico

intitolato la storia degli Italiani e dell’Italia, concepito in forma di racconto che si rivolge ad un pubblico adolescente

(ovviamente da indottrinare) di uno stravecchio che ha lavorato come garzone in un negozio di Genova incontrandovi

Bixio e gli emigranti che avevano dissodato le terre dell’America Latina, nel 1859 si è arruolato a Torino sotto la

bandiera piemontese per combattere la II guerra d’indipendenza, è naturalmente sceso in Sicilia con Garibaldi lottando

come un leone fino al giorno in cui – ormai anziano – si reca malinconicamente alla stazione a salutare i nipoti che

partivano per la grande guerra. Il modulo autobiografico agevola la personificazione degli avvenimenti, di azioni

eroiche di grandi uomini; primo fra tutti, guarda caso, quel mussolini che avendo sofferto più di tutti per l’Italia, si

“prodiga affinché l’Italia sia forte e rispettata”, rivelandosi “più degli altri capace, oltre che di volere, anche di attuare la

sua volontà” .


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AUTORE

flaviael

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
Università: Teramo - Unite
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto della comunicazione e dell'informazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Teramo - Unite o del prof Crainz Guido.

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