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Comunicazione politica

L'interesse per lo studio del linguaggio politico nasce nei primi decenni del Novecento, col riconoscimento dell'importanza delle parole in politica. È l'epoca della scoperta della propaganda. La scienza politica non ha accordato al linguaggio politico un'elevata attenzione.

Il panpoliticismo

Il panpoliticismo è la concezione per cui quello politico non è un linguaggio particolare, distinto dagli altri, bensì il linguaggio stesso, o il suo uso, o i processi che condizionano tale suo, ovvero il linguaggio come istituzione sociale. Sono tre le correnti di pensiero che hanno accettato tale concezione:

  • Neomarxisti, che hanno piegato la categoria del linguaggio alle esigenze olistiche tipiche di questi orientamenti dottrinari. Secondo loro, la politica è la forma stessa dell'organizzazione sociale, di conseguenza il linguaggio, che permea la società, automaticamente si politicizza, sia in veste di agenzia di asservimento che controlla le menti degli individui (spingendoli ad accettare come naturale un dato assetto sociale, in realtà iniquo ed oppressivo), sia come riflesso di una serie di interessi riferiti alle lotte di classe.
  • Post-strutturalisti, che focalizzano la loro attenzione sull'azione di sistemi impersonali che governano l'universo sociale, senza riferimenti alle lotte di classe. Foucault sostiene che la realtà sia plasmata globalmente dal potere, che opera tramite le procedure del discorso (i.e. l'ordine del discorso) che denominano, assegnano significato e pongono in essere la realtà delle istituzioni. Il linguaggio, in ultima analisi, è inevitabilmente politico perché prescrive, vincola, socializza, rinforza e conserva lo status quo. Barthes arriva all'estremo, dicendo che il linguaggio è un oggetto in cui si iscrive il potere, nel senso che l'uso della parola comporta l'adesione ad un sistema linguistico, con le sue regole e i suoi schemi mentali.
  • Letteratura sociolinguistica, estranea all'olismo filosofico, sostiene le idee panpolitiche su due temi generali. Per un verso, ogni parlante adotta una serie di strategie per influenzare gli atteggiamenti altrui, sicché tutto il linguaggio è politico e noi siamo dei politici, anche nelle più piccole azioni del quotidiano. Per l'altro, le parole e le frasi codificano delle relazioni asimmetriche di potere (e.g. il maschilismo linguistico), che si riproducono in ogni situazione in cui il linguaggio viene utilizzato, connotandolo come politico.

Se si politicizza tutto il linguaggio, non solo si implica che la politica sia davvero dappertutto, ma anche che la categoria del linguaggio politico venga destituita di contenuto. La locuzione "linguaggio politico" è composta da due elementi: il linguaggio, che è un dato onnipervasivo della realtà sociale, e la politica, che è una porzione di tale realtà. Di conseguenza, il linguaggio politico non può che essere settoriale, ovvero circoscritto al suo particolare ambito di pertinenza. Il panpoliticismo, in ultima analisi, è un fenomeno che va senz'altro respinto.

Come affrontare il problema del panpoliticismo

Questa concezione fonde insieme linguaggio politico e sociale, rendendoli indistinguibili. Da una parte, si hanno le tipologie che, impiegando criteri politici, stipulano dei nessi tra linguaggio e politica, ponendosi così al riparo dal panpoliticismo. Lasswell, Utterback e Edelman isolano il linguaggio politico e lo dotano di caratteristiche specifiche, perché raccordano il linguaggio ad aspetti determinanti della politica. Le altre tipologie (Mancini, Bailey, Borgström) applicano criteri oratoriali, che dunque non formulano alcun nesso tra linguaggio e politica. Queste ultime, equiparano il linguaggio politico ad un semplice linguaggio persuasivo (Mancini parla di "far credere", Bailey di "cooperazione" e Borgström di due tipi di persuasione).

Se il linguaggio persuasivo identifica il linguaggio politico, si incappa nel panpoliticismo; assegnare al linguaggio interno alla politica una mera funzione persuasiva, e su questa base tipizzarlo, comporta infatti due errori:

  • Si attribuisce al linguaggio politico una funzione, la persuasione, che non è imputabile al linguaggio politico in quanto tale, trattandosi di una funzione generale del linguaggio rinvenibile in tutte le sfere sociali.
  • Si induce a credere che tutto il linguaggio politico sia persuasivo, mentre in realtà la politica richiede al linguaggio anche altre e diversificate funzioni.

Linguaggio politico e sue funzioni

Gli autori delle tipologie oratoriali, non elaborando nessi tra linguaggio e politica, si mettono nella condizione di non poter né isolare i tratti distintivi del linguaggio politico, né individuare le molteplici funzioni che il linguaggio può assolvere. Senza una tematizzazione dei legami che congiungono il linguaggio alla politica si va fuori strada; l'analisi delle tipologie ha inoltre rivelato l'esistenza di relazioni costanti tra il linguaggio e i contesti dell'azione politica, indicando la necessità, nello studio dei legami tra linguaggio e politica, di indagare 3 elementi:

  • Regimi, ovvero i valori e le regole che informano la rete complessiva delle relazioni politiche
  • Comportamenti che si connettono con i regimi ed i ruoli politici
  • Situazioni che, pur non essendo parte del regime, esercitano una qualche influenza

Il patologismo

Il patologismo (altro pregiudizio) è un approccio al linguaggio politico, che parte dal postulato che esso sia in parte o in tutto un linguaggio patologico, ovvero che danneggia o distrugge funzioni comunicative reputate essenziali. L'analisi, in questo caso, si identifica sia con una ricognizione delle fallacie e delle anomalie, sia con una ricerca delle forme in cui il linguaggio politico riceve un uso non-patologico, ossia corretto e appropriato.

Weinberger sottolinea come i politici più o meno deliberatamente ricorrano a moduli argomentativi fallaci, in ragione del fatto che la loro preoccupazione è far prevalere le proprie tesi, non ricercare soluzioni razionali ai problemi concreti. Orwell sottolinea invece le fallacie stilistiche del discorso politico, in cui il fine è la manipolazione dell'opinione pubblica (e.g. eufemismo esasperato).

Altre fallacie sono individuate dalla scuola della “semantica generale”: movimento promosso da Korzybski, che elaborò una dottrina sull’uso del linguaggio e sulle reazioni ad esso allo scopo di migliorare le “attitudini neurologiche riguardati il suo significato”. Si mira a far prendere coscienza delle distorsioni che il linguaggio produce sul pensiero quando elude il contatto con la realtà.

Gli esponenti della scuola della "semantica generale" analizzano le modalità della significazione delle parole, alla luce di una teoria semantica che privilegia la significazione descrittiva e la funzione referenziale del linguaggio. In quest'ottica, il linguaggio politico presenta un duplice difetto: è scarsamente referenziale, perché impiega in misura preponderante nozioni astratte, che non designano qualcosa di concretamente riconoscibile, e riduce le cause di eventi complessi all'operato di semplici antinomie ideologiche, comportando un tipo di discorso che non trae sostanza dalla descrizione dei fatti, ma dall'imposizione ai fatti di uno schema preconcetto.

Studio dei singoli casi

Il grosso della letteratura si orienta comunque verso lo studio dei singoli casi. Enzi studia la propaganda nazista individuando tre fonti di mistificazione verbale. Leso studia Mussolini, e ne sottolinea la marcata propensione all’uso di artifizi ritmico-sintattici. Paccagnella studia Togliatti, trovando un andamento argomentativo con uno schema logico che evidenzia al massimo la concatenazione degli argomenti. Seriot studia Kruscev e Breznev, notando l’uso dei verbi nominali per evitare il confronto con la realtà.

Zarefski nota le metafore astratte di Lyndon Johnson, mentre per Corcoran il linguaggio di Nixon ha scarsa struttura logica e si compone di costrutti brevi, di frasi ad effetto. Holly quindi analizza l’intenzione persuasiva di Reagan.

Linguaggio partiti italiani: entra in scena il politichese, con un gergo improntato all’oscurità. Ecco formule ad hoc, lessico specialistico, termini astratti, forme nominali e abuso di frasi fatte, eufemismi. Mengaldo disse che la lingua è usata per non dire, e in ciò è disonesta.

Eco distinse la retorica “creativa”, che ha luogo in forma di argomentazione mirante alla convinzione dell’uditorio, e la retorica “degenerata”, che maschera sotto forme vuote una sostanziale vacuità argomentativa.

Approccio etico nel linguaggio politico

Come affrontare tale problema? Non è possibile indagare il linguaggio politico a partire da un approccio che si basi su giudizi etici, invece di adottare la neutralità etica che sta alla base di ogni disciplina empirica. Il linguaggio della politica è un "fatto" della politica alla stregua di altri fatti e dunque qualcosa che va trattato come un oggetto di conoscenza e non di valutazione morale.

È necessario convertire i criteri di questo indirizzo etico in criteri che abbiano un significato puramente descrittivo, recuperando nel contempo un grande suggerimento che proviene proprio dal patologismo: studiare gli stili del linguaggio, ossia i metodi con cui gli attori politici impiegano le parole nel senso dell'argomentazione o in quello dell'emotivismo, e la loro connessione con i regimi. I patologisti infatti, fuorviati dal loro modello valutativo, esagerano l’importanza dell’argomentazione nel processo politico, quasi che le parole in politica non fossero strumenti di lotta per il potere ma veicoli di raziocinio e illuminazione critica. Ma colgono un fatto reale, poiché vi è un nesso significativo tra argomentazione e poliarchia.

Tipologie di linguaggio

Il linguaggio politico funziona in rapporto a un contesto extralinguistico. Quali fattori quindi devono essere selezionati per trovare le tipologie di linguaggio? Alcuni autori tipizzano il linguaggio avendo in mente un “atto oratorio”, dietro tale impostazione vi è l’assunto che i fattori pertinenti debbano essere cercati all’interno del quadro immediato in cui avviene l’atto oratorio. Tale visione è presente in tre accostamenti:

  • Mancini (categoria: Ruoli politici) Ogni atto oratorio ha uno scopo ben preciso e gli oratori adottano strategicamente le modalità narrative più adatte al raggiungimento degli scopi che si prefiggono. Al variare degli scopi, variano anche tali modalità:
    • Ratifica delle decisioni (e.g. discorso di un leader di partito ai militanti), ovvero quando l'oratore deve far approvare una decisione già presa. Il linguaggio fa perno sulla rappresentazione dell'antagonista, dell'altro come avversario da combattere, per confermare le aspettative degli affiliati. Spesso, in questi casi, il destinatario non viene simbolizzato, poiché è presupposto dal conteso.
    • Rafforzamento dei propri simpatizzanti (e.g. discorso parlamentare), ovvero quando per conseguire l'obiettivo che gli oratori intendono realizzare è necessario mobilitare la fiducia di cui si dispone. La modalità linguistica principale è l'avvaloramento dell'enunciatore.
    • Convincimento degli indecisi (e.g. discorso elettorale televisivo), ovvero quando i recettori, oltre a non essere chiaramente schierato con l'oratore, sono indeterminati. Il linguaggio in questo caso ha una duplice caratteristica: l'enfasi cade sulla figura del destinatario (rappresentata in un'ampia gamma di significati, per aumentare il numero di soggetti interessati), mentre il riferimento va a temi ed immagini di senso comune.

Mancini equipara il linguaggio politico all'oratoria volta al "far credere", alla persuasione, e quindi lo tipizza a partire dagli scopi che gli oratori vogliono realizzare. L'autore concettualizza gli scopi in modo che essi già implichino condotte di ruolo; riferendosi agli scopi, implicitamente si riferisce ai ruoli politici, perché sono questi che, mutando, spiegano la variazione degli scopi e quindi dei linguaggi.

Borgström e Bailey

  • Borgström (Situazioni. Studia i discorsi del monarca del Nepal) Il discorso politico muta a seconda del fatto che l'oratore goda o non goda di uno status di autorità presso l'uditorio; in base a questo fattore, cioè la natura del rapporto, variano anche gli scopi che l'oratore persegue. Si può distinguere tra:
    • Formalizzazione, quando l'oratore usa il linguaggio in funzione di autolegittimazione. Questo tipo di discorso trae efficacia dall'autorità stessa di chi lo proferisce e tende alla ritualità, all'impiego rigido e prescritto di formule ed un vocabolario limitato.
    • Persuasione, quando l'oratore, privo di uno statuto di autorità, tenta con argomentazione di convincere l'uditorio ad accettare le tesi da lui perorate. Questo tipo di discorso è efficace solo se risulta convincente per gli ascoltatori e, quindi, contempla un idioma libero e creativo, vincolato soltanto dai contenuti che l'oratore intende comunicare.

Borgström fa riferimento al linguaggio di un unico attore e alle sue variazioni in due situazioni diverse, opposte (il modello, ovvero la formalizzazione, e la deviazione, ovvero la persuasione). Anche se si realizza una variazione sull'asse delle situazioni, il valore dei ruoli politici rimane implicitamente invariato.

  • Bailey (Situazioni. Studia il linguaggio degli intellettuali politici indiani durante il colonialismo inglese) L'oratore politico è una sorta di anticipatore, che plasma il linguaggio in funzione di effetti prevedibili sull'uditorio, con lo scopo di ottenerne la cooperazione, in vista di determinati obiettivi. A seconda del rapporto tra uditorio e oratore, e di conseguenza dei tratti linguistici atti a persuadere presenti nel discorso, si distinguono:
    • Piano, se dall'uditorio è attesa una piena condivisione. Prevalgono l'uso non emotivo delle parole, un'argomentazione concreta e articolata e il modo imperativo delle frasi.
    • Programma, se l'oratore presume che l'uditorio concordi su alcuni valori fondamentali, anche se permane un'area di incertezza. Prevalgono argomentazioni che, come sillogismi, fanno derivare le politiche propugnate dai valori condivisi; sono presenti anche moduli linguistici emotivi.
    • Ideologia, ovvero quando non è plausibile aspettarsi dall'uditorio un accordo garantito e vi è dunque la necessità di creare consenso e di legittimare i corsi d'azione. Prevalgono il linguaggio fortemente emotivo e metaforico, le formulazioni vaghe e gli slogan, le asserzioni (piuttosto che gli imperativi) e le invocazioni di principi talmente generali da incontrare il consenso di (quasi) tutti.

Bailey tipizza fenomeni oratori e li pensa come politici solo perché ha in mente casi di linguaggio politico. La sua tipologia effettua un collegamento implicito con un ruolo politico, la lotta per il potere, ma si regge su delle situazioni, che, variando, provocano le variazioni del linguaggio.

Edelman e Lasswell

  • Edelman (Ruoli) Nel sistema politico, l'élite per governare deve assolvere a due funzioni: allocare beni materiali ai gruppi organizzati, che hanno risorse per premere sui centri decisionali (dimensione strumentale), e produrre simboli che gratifichino i bisogni psicologici di sicurezza della massa (dimensione simbolica). In base al peso che le due dimensioni assumono, si distinguono diversi tipi di linguaggio politico:
    • Linguaggio esortativo, tipico della dimensione simbolica, con cui gli attori politici si rivolgono ad un uditorio di massa, per assicurarsi l'appoggio (es.: campagne elettorali). Esso è composto in parte di argomentazioni (premesse, inferenze, conclusioni), che danno una parvenza di logicità al discorso, e in parte di termini ambigui, che funzionano emotivamente (es.: democrazia, giustizia, interesse pubblico). L'assenso è apparentemente razionale, mentre in realtà si basa sulla componente emotiva.
    • Contrattazione, ovvero l'espressione della dimensione strumentale della politica, nascosta agli occhi del pubblico. Il linguaggio risponde ai requisiti di una situazione in cui le parti in gioco interagiscono per ottenere vantaggi reciproci, risultando chiaro e concreto, secondo la logica del "do ut des".
    • Linguaggio del diritto, che si colloca tra i due poli (strumentale ed esortativo) e si divide in legislativo e amministrativo. Sotto il profilo sintattico e lessicale, si trovano definizioni, imperativi e termini tecnici. Dal punto di vista contenutistico, il linguaggio del diritto riflette sia il gioco degli interessi (dimensione strumentale), sia le rassicurazioni emotive di cui la massa necessita (dimensione simbolica, molto più forte nel linguaggio legislativo, poiché proveniente da attori politici che ricoprono cariche elettive).

Edelman colloca la sua tipologia nel quadro di riferimento della poliarchia, in cui è il voto popolare che decide quali attori accederanno al potere. Ma c’è una differenza fondamentale: il linguaggio amministrativo non ha una valenza simbolica equiparabile a quella sprigionata dal linguaggio legislativo, che evoca il ruolo mitico del popolo sovrano e legislatore.

  • Lasswell (Ruoli e situazioni per quanto concerne il “grado di crisi”, regimi per “democrazia e dispotismo”) Le proprietà stilistiche mutano in funzione di due parametri: il grado di crisi ed il grado di democrazia o dispotismo che caratterizza il rapporto tra élite e non-élite.
    • Crisi significa sia il fatto che gli attori ricorrano, o minaccino di ricorrere, alla violenza, sia l'impatto coercitivo delle decisioni politiche. In base a questo parametro si distinguono:
      • Combattimenti, ovvero le situazioni ad altissimo livello di crisi, in cui gli attori concentrano l'energia sull'uso delle risorse di violenza, imponendo dei vincoli precisi alla comunicazione, nel senso che la comprimono allo stretto necess... (testo tronco).

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Emanuel6985 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Comunicazione politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Pavia o del prof Chiapponi Flavio.
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