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Etimologicamente, demagogia significa "guida del popolo", che nel mondo della polis greca è il

segno della politicità. La cultura greca, tuttavia, identifica il tema della demagogia nel quadro delle

visioni della politica che mescolano insieme giudizi di fatto e di valore, in stretta connessione con

i problemi posti dalla presenza sulla scena politica delle fazioni. Si tratta di un termine del lessico

politico, ma del linguaggio pratico ordinario più che delle discipline che studiano la politica.

Dal punto di vista descrittivo, dunque, demagogia significa il semplice fatto della leadership

politica, riferendosi ad un fenomeno strutturale della polis, senza alcuna risonanza negativa.

Dal punto di vista valutativo, invece, demagogia esprime un atteggiamento di disapprovazione etica

verso una particolare forma di leadership: la tirannia basata sullo status di popolarità del leader,

caricandosi di significati di spregio in riferimento alla leadership della fazione plebea.

In parte, l'origine di questo dualismo può essere rintracciata nella duplice valenza del termine

demos, che indica sia la totalità del corpo civico, sia la parte più infima della società. Anche nella

scienza politica moderna, i termini demagogia e demagogo conservano sia il significato neutrale, sia

quello svalutativo, con una netta prevalenza di quest'ultimo; questo fatto è spiegabile con la carica

espressiva che si è sedimentata in questi termini nel corso del tempo e che si presta più ad un uso

pratico che ad uno conoscitivo.

In letteratura il termine demagogia è stato utilizzato per lo più in senso intuitivo. Esistono poi

alcune caratterizzazioni: - Shils oppone "demagogia" a "politica civile"; la demagogia in questo

caso deforma le premesse stesse della politica civile (compromesso, tolleranza, moderazione, bene

comune), perché i demagoghi o attuano una politica ideologica che persegue valori antitetici a

quelli civili o sfruttano con qualsiasi mezzo simbolico l'opportunità di acquisire vantaggio.

- Neumann parla invece di "dominio del demagogo" per qualificare la leadership nei regimi

totalitari; questa forma di dominio prende il sopravvento quando le istituzioni politiche sono deboli

e vengono sostituite dal demagogo. Questi deve essere un uomo comune, far presa sui bisogni di

sicurezza degli individui, propendere per l'oratoria, formulare argomenti semplici e ripetitivi, dare

grande spazio alla ritualità e ai simboli e proibire ogni forma di opposizione.

- Lomas sostiene che sia l'agitazione a portare con sé la demagogia, poiché i vantaggi personali

dell'agitatore derivano dall'impatto della demagogia sull'opinione pubblica.

- Tulis descrive la demagogia in riferimento alla carica di presidente degli USA, che detiene.

Secondo lui, la demagogia si manifesta sia nel rapporto comunicativo tra presidente e pubblico,

senza la mediazione del congresso, sia in determinate stilizzazioni degli argomenti grazio alle quali

il presidente ottiene la popolarità.

E' tuttavia all'inizio del XX secolo che il termine viene analizzato più in profondità, connettendo la

demagogia al funzionamento del sistema democratico

- Bentley afferma che se si toglie a una parola come demagogo il significato spregiativo e lo si usa

nel senso in cui veniva utilizzato da Demostene (ovvero in modo avalutativo), si possono ricavare

molti spunti interessanti. Utilizzando il termine in relazione alla leadership politica, Bentley

distingue tra boss e demagogo. Il boss è il leader che esercita il potere attraverso il controllo della

macchina del partito, soddisfacendo così alcuni interessi per fini di automantenimento della

macchina stessa. Il demagogo è invece il leader che opera per mezzo degli appelli alle passioni,

con un campo di azione molto più ampio. Tra i due tipi ci sono poi rapporti, uno tende all’altro.

- Weber sostiene che l'introduzione del suffragio universale e la conseguente competizione partitica

non mutano la sostanza oligarchica del processo politico, ma mutano i principî in base ai quali le

élites sono reclutate e i metodi di lotta per il potere. La demagogia diventa così una tecnica

indispensabile della lotta politica, che consiste nel conquistare la fiducia ed il voto delle masse.

Quindi le capacità oratorie e le qualità personali diventano il criterio di selezione dei capi politici ed

il requisito essenziale del successo elettorale.

- Mosca sostiene che i partiti, nei regimi a suffragio universale, devono cercare i suffragi anche

negli strati più bassi della società, inclini all'invidia nei confronti delle classi superiori. La

demagogia fa perno proprio sul senso diffuso di grossolana giustizia, promettendo la cancellazione

di ogni gerarchia sociale e l'uguaglianza assoluta. I partiti colpiti dalla demagogia avversaria

devono ricorrere a una controdemagogia che si avvale delle medesime tecniche, col risultato di una

ignobile gara, dove coloro che ingannano volontariamente abbassano il loro livello intellettuale fino

a quello degli ingannati. Osserva Quine che la retorica ha un alto valore “omeopatico” nel resistere

ai propri assalti.

- Michels focalizza il problema della demagogia in relazione alla formazione dell'oligarchia

all'interno delle organizzazioni di massa (partiti e sindacati). La demagogia è il metodo oratorio che

fa leva sull'emotività e sulla compassione (intesa come sofferenza comune), portando la massa a

scambiare per valori universali le mere razionalizzazioni di fini particolaristici di potere. Ogni

nuova corrente di opposizione viene dai capi screditata con l’accusa di demagogia.

Dall'analisi dei testi, emergono due dati:

- tutti gli autori, in modo più o meno esplicito, si riferiscono ad una tecnica comunicativa e la

caratterizzano introducendo una molteplicità di tratti che riguardano la comunicazione nei suoi varî

aspetti: i contenuti, le modalità formali, gli scopi e le conseguenze, le condizioni esterne.

- gli autori non solo caratterizzano diversamente il significato del termine, ma trattano anche la

demagogia in riferimento a fenomeni politici eterogenei.

Se si vogliono trovare degli elementi di connessione tra le analisi teoriche dei diversi autori, è

necessario rintracciare degli elementi che risultino invariabili da un'analisi all'altra. A questo scopo,

è utile analizzare l'etimologia della parola demagogia, "guida del popolo", alla luce del sistema

politico della polis, in cui il termine è nato.

L'organo sovrano della polis è l'assemblea popolare, che funziona in due fasi: discussione e

votazione. La discussione è l'insieme di discorsi pronunciati da oratori in competizione che

perorano dei corsi d'azione alternativi; l'assemblea ascolta e poi, votando, decide. Il termine

demagogo, quindi, designa il leader politico in quanto designa colui che influenza le decisioni

dell'assemblea popolare, mentre demagogia è l'attività oratoria con cui il leader consegue questo

risultato.

Da questa analisi, si possono ricavare tre elementi invariabili:

• La struttura uno/molti. Se la demagogia è l'attività oratoria dei leaders e questa attività si svolge

nel corpo assembleare, si configura per forza come una struttura a due poli: l'oratore e l'uditorio, un

centro di emissione del messaggio e un centro di ricezione, senza possibilità di conversazione. In

caso di oratori diversi la situazione non muta, si reitera.

• La funzione motivante del linguaggio. Nell'assemblea vi sono l'uditorio e l'oratore, che parla in

vista di un fine preciso. Il demagogo, infatti, utilizza lo strumento linguistico allo scopo di orientare

il voto dell'assemblea nella direzione desiderata, con il risultato che il linguaggio risponde alle

esigenze del discorso persuasivo, emotivo e direttivo (contrapposto al discorso scientifico,

informativo e conoscitivo). L'efficacia del discorso, in ultima analisi, non dipende dai contenuti di

verità, bensì dal fatto che sia in grado di stimolare in modo adeguato il complesso motivazionale

degli individui, per controllarne l'azione.

• L'emotività come requisito della ricezione del linguaggio. La stessa struttura uno/molti è un

canale dell'emotività che condiziona il discorso del demagogo e l'effetto sull'uditorio: la

compresenza fisica di una moltitudine di individui causa il manifestarsi dei fenomeni tipici della

psicologia di massa, che l'oratore punta a stimolare. Lo scopo è quindi trasformare l'uditorio in una

massa psicologica: l'individuo inserito efficacemente in una folla abbassa le proprie capacità

raziocinanti e si conforma alle pressioni dell'ambiente, diventando sensibile al contagio psicologico

(la percezione che uno stesso sentimento sia condiviso da altri rafforza l'emotività complessiva).

Tutti i fenomeni politici in riferimento ai quali gli autori usano il termine demagogia presentano la

struttura uno/molti, dove i "molti" sono (indipendentemente dal tipo di regime o contesto) entità

collettive che recepiscono il linguaggio (e il messaggio) proveniente da una fonte.

Tutti gli autori individuano, più o meno apertamente, come il demagogo impieghi il linguaggio in

funzione esclusiva di motivazione del sostegno. La funzione motivante è indipendente dai

contenuti che l'oratore veicola con il suo discorso, giacché essi variano in funzione della situazione

e dell'uditorio, mentre non varia mai lo scopo che perseguono: il sostegno del potere.

Il terzo elemento concettuale è l'emotività: non è facile distinguere tra l'emotività demagogica legata

al linguaggio e quella legata alla situazione di aggregazione fisica, ma resta certo il fatto che essa

costituisca un elemento portante dell'attività demagogica, comunque intesa.

In conclusione, il termine demagogia è rimasto anche nell'uso degli autori legato

all'indeterminatezza tipica delle parole di uso comune. Nel campo della scienza politica, inoltre, il

termine demagogia non gode di un rapporto di insostituibilità con i concetti che evoca; termini

come "propaganda" o "simbolismo politico" sono stati efficacemente riferiti ai medesimi concetti.

Tali termini congiungono due idee: la necessità per gli attori politici di sollecitare il sostegno di

grandi masse e il ruolo decisivo delle passioni nell’attivazione dei comportamenti collettivi.

Per capire l'importanza e la natura dell'oratoria politica, è necessario ricorrere ad un'analisi

diacronica del fenomeno; non disponendo tuttavia di trattati che vadano al di là della semplice

descrizione, si deve far riferimento a quegli scritti che descrivono la decadenza del fenomeno

oratorio in politica.

Partendo da questi presupposti, si analizzano le opere di tre grandi autori: Cornelio Tacito, autore

latino del "Dialogus de oratoribus" (100 d.C.); David Hume, autore scozzese del "Of Eloquence" (in

"Essays moral and political", 1742); Paul Corcoran, autore statunitense del "Political Language and

Rhetoric" (1979).

• Cornelio Tacito propone un classico dialogo ciceroniano. A Roma, l'attività oratoria fino alla fine

del periodo repubblicano si istituzionalizza come strumento del potere della classe aristocratica.

L'avvento del principato, modificando la struttura del potere, ridefinisce il ruolo dell'oratoria nel

senso che lo depoliticizza, dislocandolo fuori del processo decisionale. L'oratoria è così costretta a

ritirarsi nelle scuole di declamazione e diventa un esercizio tecnico di esibizione di regole e precetti,

da cui consegue l'affermazione di uno stile manierato, attento semplicemente a produrre effetti

estetici sul pubblico. Tale trasformazione mette in crisi gli ideali retorici tradizionali e solleva la

questione della superiorità dell'eloquenza antica su quella moderna (e le conseguenti cause della

decadenza).

Il dialogo contiene una discussione tra quattro personaggi: Apro, Messalla, Secondo e Materno

(quest'ultimo portavoce dell'autore), che confrontano le loro tesi.

Apro sostiene che l'oratoria è nudo ingegno e che la forma e i tipi di oratoria variano coi tempi e le

situazioni; di conseguenza, è errato giudicare l'eloquenza senza tenere conto dell'epoca a cui è

associata. Secondo Apro, l'oratoria moderna è superiore perché più raffinata, mentre quella antica

era adatta al popolo grossolano. Messalla sostiene invece che l'oratoria del passato è superiore

perché più sana. I nuovi modelli, infatti, hanno introdotto l'affettazione e l'istrionismo nell'oratoria,

rendendo futile il contenuto e arbitraria la loro struttura. Rifacendosi al modello ciceroniano,

Messalla sostiene che tutti gli elementi del discorso devono essere equilibrati, evitando che la

forma prevalga sul contenuto.

Sollecitato da Materno, Messalla prosegue sostenendo che l'oratoria presente è decaduta per la

pigrizia dei giovani, per la negligenza dei genitori, per l'ignoranza degli insegnanti e perché

vengono dimenticati i valori del passato. Nei tempi antichi, i giovani da avviare all'oratoria erano

edotti su tutte le discipline, garantendo loro un sapere universale; l'addestramento e gli esempî

creavano un oratore completo, profondo conoscitore delle cose umane, capace di formulare discorsi

significativi su ogni argomento. Ora i giovani mancano di spessore culturale, formandosi con un

addestramento tutto tecnico; il risultato è un'eloquenza volgare e vuota.

Conclude il dialogo l'intervento di Materno; l'eloquenza è come una fiamma che ha bisogno di legna

che la alimenti, di movimento che la ravvivi e allora brilla mentre brucia, ovvero fiorisce se il

contesto è tale da renderla effettiva. L'oratoria del passato era funzione di tempi torbidi e di

turbamento politico, di una situazione in cui l'assenza di un'unica guida dava spazio agli oratori,

capaci di influire direttamente sul popolo disorientato. Saper parlare era dunque fonte di vantaggi

considerevoli, come accedere a cariche pubbliche o poter attaccare i personaggi di spicco durante le

numerose assemblee pubbliche. Dato lo stretto legame che intercorre tra eloquenza e stato di crisi, è

facile capire perché l'oratoria si indebolisca nel contesto politico del principato: l'eloquenza è resa

superflua quando l'ordine politico è stabile e ben regolato. Le valutazioni espresse dall'autore vanno

però lette alla luce di quel fenomeno chiamato, non a caso, tacitismo: la rappresentazione positiva

del presente in realtà è ironica, di maniera, così come la denigrazione del passato, tanto da

costringerci a leggere il testo in negativo per capire le reali convinzioni dell'autore, che propende

chiaramente per l'oratoria antica e ne attribuisce il declino al dispotismo imperiale.

• David Hume scrive a 50 anni di distanza dalla "Gloriosa Rivoluzione" e dalla

parlamentarizzazione del governo inglese, in un ambiente culturale in cui le questioni estetiche

hanno un ruolo di primo piano, anche nell'ambito dell'oratoria. Hume parte dalla constatazione della

mediocrità in cui versa l'eloquenza inglese: mancano gli oratori di talento e la qualità dell'oratoria,

se paragonata ai canoni classici, è scarsa. Eppure, l'Inghilterra possiede un governo popolare simile

a quello di Atene o della Roma repubblicana, in cui l'oratoria è fondamentale. Al sublime dei grandi

oratori, come Cicerone e Demostene (Hume preferisce il secondo, perché più spontaneo), si

contrappone la scialba eloquenza argomentativa e razionale di oratori parlamentari calmi e pacati.

Hume analizza tre possibili cause della diversità dell'oratoria moderna da quella antica:

- l'eloquenza antica avrebbe trovato maggiori opportunità di dispiegarsi a causa dell'intensità

della vita politica; l'autore scarta l'ipotesi e sostiene che tali fenomeni esistono anche nel mondo

moderno.

- il maggior livello di tecnicizzazione delle procedure, in particolare legali, avrebbe spento

l'eloquenza; l'autore riconosce la validità della tesi, ma la confina al solo settore giudiziario, giacché

le questioni e le modalità di discussione delle assemblee politiche sono rimaste praticamente

invariate.

- il maggior buon senso avrebbe limitato il ricorso al pathos; l'autore accetta solo in parte

l'argomentazione, giacché è una situazione troppo estrema per essere limitata ad una scelta di stile.

Hume ritiene che l'eloquenza abbia come compito quello di mettere dare al discorso una forma

capace di persuadere l'uditorio senza far avvertire agli ascoltatori alcun artifizio.

In conclusione, Hume sostiene che la causa del declino sia l'assenza di ingegno, o di giudizio, degli

oratori moderni, che o si sentono incapaci di raggiungere la perfezione dell'eloquenza antica,

respingono tutti i tentativi del genere come non adatti alle assemblee moderne.

L'unica via di uscita è la comparsa di oratori esemplari, che sappiano riorientare le linee del gusto

contemporaneo in direzione di un apprezzamento dell'eloquenza sublime e patetica.

• Paul Corcoran analizza le democrazie della fine del '900, il cui funzionamento contempla sia l'uso

massiccio della comunicazione elettronica, sia (di conseguenza) un pubblico "mediatizzato", che

viene raggiunto istantaneamente da messaggi la cui fonte è distante.

La premessa è che a fronte delle innovazioni della tecnica, si assiste ad una modificazione del

concetto di retorica, che si trasforma in una comunicazione audiovisiva creata artificialmente in

studio con tecniche di registrazione e produzione, rese possibili dall'elettronica. Mentre l'oratoria

classica privilegia le componenti linguistiche e combina ragionamenti ed elementi emotivi,

l'oratoria moderna privilegia le componenti extralinguistiche (i.e. immagini, suoni, coreografie),

che producono reazioni esclusivamente emotive. A ben vedere, inoltre, l'oratoria sopravvive nel

contesto mediatico solo come attività di maniera, impiegata in ossequio alla tradizione (ovvero, per

non produrre nel pubblico un eccessivo effetto di estraniazione).

Il discorso pubblico risulta così distorto, in due sensi:

- il preconfezionemento cui i messaggi politici vanno soggetti; la comunicazione politica, infatti,

non necessità più della compresenza fisica e temporale dell'oratore e dell'uditorio. Un messaggio

può essere registrato, elaborato attraverso la tecnologia e trasmesso più volte, in momenti differenti,

per catturare l'attenzione volatile dei destinatari, che però al momento della fruizione risultano

condizionati e suggestionati.

- l'impatto generale della televisione; questo strumento basa la sua capacità comunicativa sulle

immagini e solo secondariamente sui suoni. Il politico, quando appare sullo schermo, non è (o è

solo in parte) percepito per quello che dice, ma per un effetto di presentazione. Sulla sua figura,

infatti, veicola un'immagine personalizzata di sé, con cui lo spettatore è portato ad identificarsi. Alla

persuasione, che si basa su un'adesione della mente a dei contenuti linguistici, si sostituisce dunque

l'identificazione, che si basa su un apprezzamento emotivo di una qualità che lo spettatore

riconosce nell'immagine del politico. L'uditorio si trasforma così in pubblico, non più portato a

preferire una scelta politica in virtù dei fatti, ma costretto a scegliere tra due stereotipi che non

fanno che un blando riferimento ai temi politici.

Nelle trasmissioni televisive, gli elementi verbali sono compressi, piegati alle esigenze di

immagine: non è pensabile un'argomentazione complessa e completa davanti alle telecamere; la

forma ed i contenuti sono sottoposti ad una costrizione formidabile, che nel caso estremo porta a

preferiste spot e slogan.

Il discorso oratorio non dispiega più una forza atta a persuadere/informare, ma si riduce ad una

stilizzazione di simboli che evocano l'identità dei gruppi sociali di riferimento.

In conclusione, Corcoran oppone al modello illuministico e liberale, che vede nel discorso pubblico

una fonte di conoscenza e di razionalità per individui attivi e partecipanti, la comunicazione

elettronica, che propende per un tipo di comunicazione pubblica il cui scopo non è la stimolazione

del pensiero ma la sua inibizione, non la comunicazione di informazione, ma il suo occultamento e

banalizzazione.

Le analisi di Tacito e Hume convergono nell'associare l'oratoria deliberativa ad una determinata

forma di politica, il pluralismo competitivo con assemblee deliberanti, sull'assunto che è questa

forma a rendere necessaria l'attività oratoria. I due regimi (regime repubblicano a Roma e governo

popolare in Inghilterra) hanno qualcosa in comune: una lotta tra detentori di poteri concorrenti,

l’esistenza di organi collegiali che prendono le decisioni, l’esistenza di elezioni. Si tratta di sistemi

che Dahl chiamerebbe “Oligarchia competitiva”, la cui oratoria tipica è quella deliberativa.

Divergono invece su un altro punto: Tacito interpreta il declino come un annullamento funzionale

che l'oratoria subisce in seguito all'avvento di un regime autocratico, Hume interpreta il declino

come una differenza di stile che l'oratoria contemporanea presenta se messa a confronto con

l'oratoria del passato. Per lui, una cosa era lo stile sublime e appassionato dei dicorsi nelle

assemblee della polis ateniese e della Roma repubblicana, un’altra è lo stile argomentativo-razionale

dell’oratoria parlamentale inglese. La differenza è giustificabile in base ai diversi contesti storici

che gli autori si trovano ad affrontare: mentre il pluralismo competitivo per Tacito è solo uno

sbiadito ricordo del passato, per Hume è una realtà attuale.

Quindi, interpretando Hume, la complessità delle leggi qualifica l’oggetto della decisione, e il buon

senso il modo di trattare l’oggetto nel dibattimento. Lo stile razionale e pacato, non quello sublime,

permette il discernimento dei molti ragionamenti che servono in materie complicate, come quelle

che l’organo collegiale, immerso nella modernità, deve affrontare.

Venendo a Corcoran, si sposta l’oggetto dell’analisi su una dimensione detta “circuito dell’elezione

e dell’opinione pubblica”. I tempi moderni hanno esteso tale circuito, il che singifica la

moltiplicazione dei fori della discussione sulle candidature e sulle politiche pubbliche,

l’accrescimento della possibilità dei cittadini di contribuire a tale discussione, l’aumento del volume

dell’incidenza dei messaggi elettorali destinati ora a un pubblico di massa. Rispetto a Hume, quindi,

riferisce l’emotivismo all’immagine posta all’elettore o comunque all’appello rivolto a un pubblico

generale al fine di stimolarne il voto come espressione di sostegno. E quindi vede le emozioni in

termini di psicologia di massa.

Concludendo, il nesso tra Tacito e Hume è esplicativo, poiché ci fa capire perché un certo tipo di

oratoria si sviluppa in un contesto politico e non negli altri. Da questo punto di partenza, si possono

indagare i rapporti tra oratoria e politica in stretta connessione con i tipi di regime e con

particolare attenzione alle regole del gioco che strutturano il processo decisionale. Per i Greci, la

discussione assembleare e la conseguente azione deliberativa esaurivano l'esperienza politica,

invece pare più corretto sottolineare che l’oratoria deliberativa è solo una funzione che l’oratoria

può o non può svolgere in rapporto all’esistenza o meno di determinate condizioni politiche. Gli

stili dell’oratoria rispondono non solo alla scelte degli oratori, quanto a certe logiche interne

all’espletamento di ruoli politici. Può sussistere quindi un rapporto significativo tra le esigenze

funzionali di un organo collegiale e lo stile dell’oratoria che in esso si sviluppa.

Con l'avvento della Rivoluzione francese, il ruolo dell'oratoria politica torna ad essere di primo

piano, dopo secoli di abbandono. A questo, si ricollega l'invenzione dei siège oraux: particolari

strutture, fisse e mobili, atte ad amplificare la voce degli oratori (riflettendole). Queste strutture

sono significative perché esaltano il concetto illuministico dell'applicazione della scienza in vista

del perfezionamento dell'attività umana, ma soprattutto perché intrinsecamente veicolano l'idea che

l'oratoria di genere politico sia talmente importante da meritare una razionalizzazione. Nell'ancien

régime, infatti, l'oratoria politica non aveva alcuna ragione di essere, perché era il sovrano con il suo

entourage a prendere ogni decisione nell'ambito della vita pubblica.

La crisi rivoluzionaria modifica però la situazione di potere, aprendo la politica alla massa ed istituendo un

organo collegiale dotato di potere. In questa situazione, l'uso orale del linguaggio di fronte ad un uditorio

diventa una risorsa fondamentale per il raggiungimento del potere: da un lato, infatti, l'azione della folla deve

essere suscitata attraverso gli appelli che le élites fanno alle masse, nonché attraverso l'agitazione come

forma di discorso; dall'altro, è proprio attraverso la discussione che l'assemblea, votando, giunge alle sue

decisioni. La Rivoluzione francese determina così le condizioni favorevoli al fiorire dell'oratoria politica,

che diventa un'attività pubblica e vitale.

Sull’oratoria rivoluzionaria si sono versati fiumi d’inchiostro. Ci sono due tradizioni di pensiero sulla

Rivoluzione francese; una è incentrata su quello che Starobinski ha definito il “mito oratorio”, ossia una

concezione che glorifica l’eloquenza francese del periodo. Poi, opposta, vi è una sorta di “retorica

dell’antiretorica”, che usa tutti i mezzi dell’eloquenza per svalorizzare il linguaggio rivoluzionario definito in

termini di fanatismo e demagogia.

L'analisi oggettiva dell'oratoria politica nel decennio rivoluzionario ha portato a fissarne alcune

caratteristiche fondamentali:

- la discussione in assemblea é importante, poiché il voto dei deputati non dipende da vincoli particolari,

ma dalle loro opinioni personali, che possono mutare in seguito alle discussioni

- i discorsi sono scritti in anticipo e risultano in parte slegati dal dibattito

- i discorsi risentono del pensiero politico dottrinale e sono spesso incentrati su questioni di principio

- le sedute dell'assemblea sono pubbliche e la presenza del vociferare della folla fa spesso propendere gli

oratori per argomenti suscettibili di acclamazione

- i discorsi sono scritti in conformità ai moduli dell'oratoria classica

- le fazioni si contendono simbolicamente il diritto di essere vere depositarie della volontà popolare

- lo stile è enfatico e magniloquento, incentrato su schemi astratti da imporre alla realtà e simboli di

identificazione emotiva

La storiografia, inoltre, tramanda come le aule dell'assemblea avessero una pessima acustica; questo fattore

risulta determinante per la fama oratoria dei deputati: coloro che sono dotati di una voce potente e

chiaramente udibile sono enormemente avvantaggiati, tanto da costringere quelli svantaggiati a ricorrere a

dei declamatori. In conclusione, va detto che è probabule che quei progetti siano rimasti sulla carta, questo

alla luce di alcune considerazioni tecniche. Per esempio: l’attore ode l’eco della propria voce, e ne è

disturbato, ed è inoltre obbligato a rimanere immobile perché il minimo spostamento della bocca dal fuoco

del riflettore causa la diminuzione del volume del suono riflesso.

Nel regime parlamentare il capo del governo, in occasione della formazione di un nuovo esecutivo,

proferisce un discorso innanzi alle camere. Enuncia il programma e richiede o presuppone la fiducia

del parlamento. Il discorso del governo è anche un mezzo per ottenere conoscenza di certi

andamenti dell’istituzione che, riflessi nel linguaggio, il linguaggio rivela.

FORMAZIONE DEI GOVERNI

Italia: la costituzione pone due regole sostanziali:

- il presidente della repubblica nomina il presidente del consiglio e i ministri

- il governo deve ottenere la fiducia delle camere

Prima della nomina il capo dello stato inizia le consultazioni coi rappresentanti dei partiti. Poi

conferisce l’incarico a una personalità politica, che dà il via a piccole consultazioni. Quindi c’è la

nomina del presidente del consiglio e dei ministro, che prestano giuramento. A seguire ecco il

discorso alle camere e il voto di fiducia.

Germania Federale: il capo dello stato, dopo aver consultato i leader dei partiti rappresentati alla

camera propone un candidato cancelliere. Quindi si vota a maggioranza, senza dibattito. Il neoeletto

viene nominato dal presidente, che su sua proposta, nomina i ministri federali. Poi il cancelliere

tiene un discorso con le linee programmatiche.

Gran Bretagna: manca una costituzione scritta. La corona nomina il primo ministro e, su sua

proposta, gli altri componenti del “gabinetto”. Quindi il primo ministro redige un discorso, che è

letto dalla regina innanzi alle camere riunite e poi riletto dallo speaker. Si apre una discussione, col

leader dell’opposizione a criticare il discorso della regina. Poi interviene il primo ministro, che

replica alle obiezioni e spiega più nel dettaglio il programma.

Ci sono delle differenze:

- In Italia nella prima repubblica l’esecutivo non è espressione diretta del voto, ma esito di un

accordo tra le parti

- In Germania la vittoria elettorale determina di fatto l’investitura del cancelliere

- In Gran Bretagna il bipartitismo e il maggioritarismo uninominale porta due esiti: il voto per

il parlamento è simultaneamente voto per il governo, e il leader del partito con più seggi è di

fatto capo del governo, quindi non serve mediazione interpartitica.

Cosa usare per analizzare i vari discorsi politici? Occorre un mix tra analisi qualitativa e

quantitativa, oltre allo studio di alcuni simboli precisi.

SIMBOLI DELLO STATO: si compongono di simboli…

- di origine

- di stato (designazioni globali, simboli della forma di stato, struttura normativa)

- qualità stato (autorità, forza, coerenza)

- fonte del potere (generiche o qualificate)

- struttura potere (articolazione dei ruoli in senso spaziale e funzionale)

- modalità di esercizio del potere (efficacia, concretezza, legalità)

- scopi o conseguenze politici (in senso strutturale o processuale, generico o particolare)

SIMBOLI DELLA SOCIETA’:

- comunità

- qualità comunità

- del regime sociale (denotano la struttura sociale)

- forze sociali (sindacati, industriali)

- qualità forze sociali (prestigio)

- strategia dell’azione sociale (produzione, collaborazione fra attori e sostegno politico)

- scopo o conseguenze non politici

SIMBOLI DEI PARTITI:

- regole del gioco politico (le regole della lotta per il potere e per la condotta)

- sistema partitico (designa il sistema dei partiti)

- qualità del partito (stile di azione, come serietà e forza)

- proprietà del partito (attributi imputabili al partito in quanto attore legittimo)

- dottrine politiche (i princìpi che ispirano l’azione, come il comunismo)

- strategie partitiche (tra i partiti nell’area elettorale, tra partiti e società civile, tra partiti

nell’arena istituzionale)

SIMBOLI DELL’ORDINE INTERSTATALE:

- contesto interstatale (rapporti internazionali)

- strategie dell’arena interstatale (modalità d’azione reciproca degli attori nell’arena, come la

guerra fredda)

- scopi o conseguenze nell’arena interstatale (fini o effetti dell’agire politico nell’arena. E’

come nell’arena politica interna)

Il simbolo è il significato espresso dai segni linguistici, che vengono interpretati sulla base delle

categorie previste dalla griglia. Si interpreta anche individuando il simbolo e inserendolo nella

categoria giusta, trovando la funzione assolta dal simbolo nel contesto simbolico.

Alcuni dati: in Italia il simbolo più ricorrente è STATO, al 32,8%, in Germania e G. Bretagna è

SOCIETA’ (45% e 37,3%). I discorsi, in Italia, sono più diretti al potere che ai destinatari, negli altri

due paesi è l’opposto. In Italia la simbolizzazione del coinvolgimento dei partiti nel governo si

riparte in modo da non esibire una distribuzione sbilanciata, che è presente negli altri due paesi.

Coinvolgimento diretto partiti nei discorsi: in Italia 59,9%, Germania 83,4%, G. Bretagna 66,7%.

Ordine: il Governo usa come mezzo lo Stato, con destinatati Società e Ordine Interstatale. A loro

volta società e partiti condizionano il governo.

SIMBOLI DEI PARTITI: in Italia (discorso di Aldo Moro nel ‘63) i simboli reggenti non denotano

solo specifiche strategie partitiche, ma in aggiunta componenti di principio o regole del gioco

politico. Si crea dunque un intreccio tra coinvolgimento diretto e indiretto. In G. Bretagna

(Thatcher 1980) la strategia partitica viene collegata a determinate qualità del partito.

Coinvolgimento diretto. Coi i discorsi di Wilson (1966) si nota che anche le contrapposizioni

politiche tendono ad essere raffigurate senza significati indiretti. In Germania (Schmidt 1980) si

aggancia la strategia partitica alla realizzazione di scopi delineati dal programma governativo. E’

questa finalizzazione ad assumere l’aspetto di valore poi proiettato sull’azione dei partiti, la cui

simbolizzazione viene ad esprimere il significato del coinvolgimento diretto.

Nota bene: nei discorsi dei cancellieri le strategie associative fra i partiti designano punti di partenza

per avviare il conseguimento degli scopi che il governo si prefigge. Invce nei discorsi dei presidenti

del consiglio paiono punti di arrivo, avvalori quasi come un fine a sé.

SIMBOLI DELLO STATO: in Italia gli aspetti strumentali dello stato (in Moro) sono invocati

come conseguenze dirette dei rapporti tra le forze politiche. In Andreotti (1972) da una procedura

determinata del governo (la concertazione) ci si eleva a valori ultimi come il carattere democratico

dello stato. C’è un debole avvaloramento di scopi specifici per trasformare la macchian statale.

In Gran Bretagna in primo luogo è marcata la significazione relativa alla fonte del potere politico,

che simbolizza la base di legittimazione del governo (sia in senso implicito che esplicito). In

secondo luogo la simbolizzazione circoscrive l’impatto che l’azione governativa esercita

sull’assetto istituzionale del paese, di modo che diventano primari gli scopi che implicano la

trasformazione di aspetti specifici della macchina dello stato.

In Germania c’è analogia alla G.B., ma in più si opera una saldatura di simboli, il cui significato

esprime e amplifica il fondamento valoriale dello stato quale entità globale.

SIMBOLI DI SOCIETA’: La società può essere destinatario degli output del governo (ed essere

invocata dalla comunità, dalla sua qualità e dagli scopi sociali) o base da cui partono le istanze che


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in comunicazione interculturale e multimediale (Facoltà di Economia, Giurisprudenza, Ingegneria, Scienze Politiche e Lettere e Filosofia)
SSD:
Università: Pavia - Unipv
A.A.: 2009-2010

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