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Apologia dei doveri dell’uomo

Prof. Claudio Bonvecchio

La prevalenza dei diritti sui doveri

La nostra società è una società di diritti e non di doveri! Sin dalla nostra infanzia, ci è stato inculcato il concetto di diritto, tale per cui è ormai divenuto un elemento connaturato alla nostra stessa esistenza e spesso viene invocato a sproposito. Abbiamo diversi esempi: diritto alla privacy, diritto all’assistenza sanitaria, diritto al lavoro, ecc.

Parallelamente le istituzioni, soprattutto negli ultimi periodi, hanno promulgato una campagna (ipocrita) di iperinformazione sui diritti, contribuendo alla creazione di una vera e propria “selva” di diritti. Addirittura hanno nominato dei garanti che tutelassero i diritti, quando questi dovrebbero essere salvaguardati già per legge. Il risultato: la formazione di una “casta funzionariale-sacerdotale” volta all’esaltazione dei diritti. Ma di doveri si parla?

Il concetto di dovere

Nell’epoca moderna parlare di doveri diventa anacronistico, estraneo se non stonato. Il rapporto tra dovere e diritto non è semplicemente uno scontro frontale fra due concezioni filosofiche diverse, né tanto meno fra due termini che semplicisticamente si contrappongono. È qualcosa di più profondo. Nell’epoca moderna il concetto di dovere sta in una differente visione del mondo: nel modo stesso di essere e di vivere.

È quella di dovere, una netta visione in controtendenza rispetto a una società, una mentalità che ha costituito nel tempo i diritti come oggi ci vengono proposti: vassalli dotati di un potere immenso, senza però avere un fine a cui volgerlo e senza avere un Signore che li controlli.

Dovere come impulso interiore

Il dovere, visto in un’ottica profonda, può essere considerato come l’impulso ad essere conforme a una convinzione interiore: quella per cui si deve agire in un certo modo e non altrimenti, facendo sì che ognuno di noi possa raggiungere uno “stato d’armonia” e il dovere viene definito “sintonia” con un ordine superiore. Nella psicologia analitica moderna, come una delle manifestazioni del “sé”, l’espressione più piena e profonda dell’uomo.

La percezione del dovere nella società moderna

Abbiamo detto in precedenza che parlare di dovere nella società di oggi, significa alludere a qualcosa di vecchio e stantio. Però è d’obbligo dire che la parola dovere porta con sé un’incisività indiscutibile, in grado di porre in evidenza alcuni limiti e difetti della società medesima mettendone altresì in risalto insicurezze e vere e proprie assurdità.

Un esempio a sostegno di ciò (anche se apparentemente fuorviante), ci viene fornito quotidianamente dall’informazione. Tramite essa, ci viene proposta una visione del mondo inquietante, caratterizzata da continui reati di sangue, stupri, scippi... quasi come se vivessimo in una sorta di “selva infernale” in cui lo Stato non garantisce alcun tipo di protezione. Addirittura i reati minori (corruzione, truffe, imbrogli), vengono ormai considerati come un “doveroso” atto nei confronti di uno Stato oppressore e fiscalmente rapace.

La funzione sociale del dovere

Soffermando la nostra attenzione sui reati più gravi, quelli di sangue, ecco che il concetto di dovere svolge una duplice funzione (stereoscopica): quella di mettere in evidenza sia a livello sociale sia individuale un disagio collettivo e spirituale.

Questi atti criminosi provocano infatti una sconcertante “messa in scena” che si esplica in due fasi. Prima fase: il centro dell’attenzione è la vittima. Seconda fase: all’atto della scoperta del colpevole, il centro dell’attenzione diventa l’aggressore, lo stupratore, l’omicida. La vittima passa cioè in secondo piano!

La derresponsabilizzazione del colpevole

Da qui inizia puntualmente il solito copione, che magistrati, giornalisti ed esperti di vario genere recitano a perfezione. Un copione che porta alla ricerca di tutti i motivi volti alla derresponsabilizzazione del colpevole. Tali motivi sottolineano come il colpevole non abbia mai avuto alcun dovere verso sé stesso, verso Dio (se credente) o verso il gruppo sociale al quale appartiene. Al contrario e paradossalmente, vengono esaltati nuovamente i diritti insoddisfatti che il reo può vantare nei confronti di una società crudele, che non lo ha ascoltato né protetto.

In questo contesto si assiste a una cosa al limite dell’assurdo: la vittima diventa colpevole di essere la vittima! Azioni criminose vengono così tutte fatte dipendere da fattori esterni alla volontà del criminale, innescando una catena di “perbenismo” e “buonismo”. Quella stessa catena per cui un delinquente viene scarcerato il giorno dopo aver compiuto il crimine, attribuendogli così il diritto all’impunità.

L'assenza di responsabilità

Gravemente problematico è in sostanza il fatto che non una parola venga spesa sui diritti disattesi del colpevole, non una parola sulle responsabilità. E se qualcuno alza il dito o la voce parlando di doveri, viene tacciato inesorabilmente o, in termini più attuali, viene definito “politicamente scorretto”. Siamo dunque in presenza di un atteggiamento che difende a spada tratta i diritti e che nel contempo dimentica i doveri.

Breve excursus storico sulla parola "dovere"

Nell’antichità classica il termine “dovere” ha una storia lunga e tormentata. Qualsiasi dizionario lo fa derivare dal verbo latino “debere” cioè avere qualcosa (che si è ricevuto) da qualcuno. “Debere” non si riferisce però solamente a “debito”, ma possiede un significato molto più ampio. È connesso a qualcosa che si può “dovere” senza però averla ricevuta in prestito. Sembrerebbe rimandare a un “obbligo” o “responsabilità” intrinseca.

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Scienze politiche e sociali SPS/04 Scienza politica

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